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	<title>prosa contemporanea &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Storia con maiali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Nov 2019 06:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese C’è un gran tramestio di maiali, entrano, si guardano intorno, si vede, ma proprio si vede che non gliene frega niente di niente, ma si siedono comunque, che poi, magari, nemmeno maiali, per davvero, anche se l’aspetto ce l’hanno, è più una metafora o una carnevalata. Si alzano, e si vede, ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-81189" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/metamorphoses-18-grandville-300x203.jpg" alt="" width="300" height="203" />di<strong> Andrea Inglese</strong></p>
<p>C’è un gran tramestio di maiali, entrano, si guardano intorno, si vede, ma proprio si vede che non gliene frega niente di niente, ma si siedono comunque, che poi, magari, nemmeno maiali, per davvero, anche se l’aspetto ce l’hanno, è più una metafora o una carnevalata.<span id="more-81340"></span></p>
<p>Si alzano, e si vede, ma da subito, che non sono contenti. Sono prontissimi al litigio. Si guardano intorno con facce da maiali. Magari è tutta un’attribuzione a sfondo razzista, è gente per bene, di origine modesta, ma gente che vive dignitosamente, gente che non ha mai perso la dignità, anche con quei gruzzoletti in banca, con quei soldini nascosti nella credenza, l’orticello comunale, che gli permette però di risparmiare sulle carote, sui cavolfiori e le zucchine, gente anche gentile, non eccessivamente elegante o atletica, magari sono anche vecchi, allora questa storia di trattarli da maiali, è un’esagerazione. Ma proprio quando ci siamo tutti convinti di questo, che abbiamo trasfigurato la realtà, che è stato il punto di vista satirico, e anche un po’ sadico, che davvero abbiamo mancato di rispetto a gente così dignitosa, quelli si rivelano di nuovo dei porci, si mettono a sputare per terra e fanno scene madri. Le scrofe del gruppo piangono e si strappano i capelli. Gli uomini minacciano i passanti.</p>
<p>A questo punto, entro io e canto una bella canzone. Faccio un po’ come Enzo Jannacci o Domenico Modugno, utilizzo tutta la mia voce, e diffondo intorno a me il bel canto italiano. Poi gli faccio pure il numero di Houdini. Mi faccio mettere dal più maiale di tutti certi catenacci addosso. Poi chiedo, però, soccorso, anch’io mi metto a piangere, e supplico tutti quanti in ginocchio di liberarmi, di tirare fuori le chiavi, che c’ho mio figlio piccolo da andare a prendere all’asilo, perché così incatenato è fuor di dubbio che io fallisca. E si capisce subito che non sono mica tutti maiali. Le scrofe per prime sono commosse, che sono poi delle brave donne con le calze color sabbia, e le gonne di lana grossa, anche se è ancora settembre, sembra pure un po’ esagerato, ma questa è gente spartana, ma anche empatica, pronta al servizio. Si chinano e mi mettono un panno bagnato sulla fronte per rinfrescarmi, ma proprio dovete andare a cagare voi e il vostro panno, gli rispondo allora io, che ho un figlio molto piccolo da andare a prendere, avrà circa tre o quattro anni, ed esce dall’asilo, forse è persino già alla scuola materna, ma rimane un grande imbranato, anche per la sua età precoce, quello esce di fuori, lì, sul marciapiede dell’asilo, e cosa si trova davanti, come metafora della società in cui vive e vivrà ancora per molti anni a venire, si trova il deserto, il tradimento del padre, che non c’è, perché degli schifosi maiali come voi l’hanno ridotto in catene, e non hanno capito che io scherzavo, perché si vede anche benissimo che sono un tipo mica serio, che sono un allegrone. Quindi mio figlio è là, senza sua madre, che spero abbia un vero alibi produttivo, e non uno schifoso alibi sessuale, tipo che si faceva trombare dal verduraio.</p>
<p>Poi tutta questa faccenda viene risolta, anche molto serenamente, e rapidamente. Non entro per ora nei particolari. Mi obbligano però a pulire il loro vecchio frigo e a dire ad alta voce per cinque o sei volte: “Il maialone sbandato sono io.”</p>
<p>Quando torno in strada, mi ricordo che di figli non ne ho mai avuti, e intorno a me camminano dei tipi molto eleganti, quasi tutti in impermeabile, ma di taglio ungherese, o di tinta ungherese, non so, ma hanno grandi code fulve, questi tizi che mi stanno intorno, e faccette da volpi. A meno che non sia di nuovo un’intricata metafora a sfondo razzista. Vorrei anch’io guardarmi allo specchio dopotutto, magari sono pure io l’allegoria, con zampe e pelame, di qualche sporco vizio umano. Oppure, con la mia faccia sbarbata, i capelli soffici sul cranio, il mio naso affilato, che sembro persino David Bowie oggi, magari proprio così umano, non sono che un’allegoria ancora una volta, ma di un vizio animale, una qualche incontinenza da tricheco, o una brutalità di faina, per questo sembro così bello e alla moda, così londinese, un figurino.</p>
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		<title>N come noncuranza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Oct 2019 05:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[noncuranza]]></category>
		<category><![CDATA[Parigi è un desiderio]]></category>
		<category><![CDATA[prosa contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[[Questo pezzo è uscito sulla rivista &#8220;Qui Libri&#8221; di settembre. Mi è stato chiesto di scegliere una parola che testimoniasse in qualche modo, stilistico ma anche tematico, per la scrittura del romanzo Parigi è un desiderio. In coda al pezzo, un breve estratto del romanzo.] di Andrea Inglese &#160; La noncuranza è il paradiso degli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80932" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/a-bout-de-souffle-300x261.jpg" alt="" width="300" height="261" />[Questo pezzo è uscito sulla rivista &#8220;Qui Libri&#8221; di settembre. Mi è stato chiesto di scegliere una parola che testimoniasse in qualche modo, stilistico ma anche tematico, per la scrittura del romanzo <em>Parigi è un desiderio. </em>In coda al pezzo, un breve estratto del romanzo.]</p>
<p>di<strong> Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La noncuranza è il paradiso degli ansiosi, e l’età dell’ansia è la nostra, contemporanea, senza scampo, in costante precipizio di nuove prestazioni. <span id="more-80924"></span>Le angosce esistenziali, i mali del vivere, i turbamenti metafisici, tutto questo armamentario di solenni emozioni lo abbiamo lasciato nel secolo scorso. Noi siamo soprattutto multiansiosi così come i nostri oggetti sono multifunzionali. Sommiamo, ibridiamo, intrecciamo le ansie, perché dobbiamo soprattutto, oggigiorno, <em>far fruttare noi stessi</em>. La felicità non basta, neanche una relativa serenità, disseminata di qualche gioia intensa. Dobbiamo fare qualcosa di molto importante, di efficace, di prezioso di <em>noi stessi</em>, mica basta avere dell’ovvio successo professionale. Come amanti dobbiamo essere superlativi e aggiornati, perversi da far schifo, ma rispettosi e ligi allo specifico contratto erotico stipulato. Come genitori dobbiamo essere carismatici ma consapevoli, affettuosi ma dialogici, democratici con ferma autorevolezza. Come consumatori, dobbiamo darci dentro per la crescita economica, ma garantendo durabilità del complesso florale e faunistico, equità di scambi internazionali, imbustamento biodegradabile, repressione del lavoro minorile. Come votanti, non dobbiamo essere né buonisti né nazisti, né filotecnocrati né filopopulisti, né di destra né di sinistra, dobbiamo volere più ma anche meno Europa, dobbiamo essere solerti e assidui nel voto, senza votare nullo, ma neppure votando a casaccio. Dobbiamo essere belli, ma non artefatti, prestanti ma non palestrati, asciutti ma non anoressici, con dei tatuaggi, ma di tipo non figurativo, senza donnine nude e pugnali dentro il cuore, con un controllo generale sulle zone villose, ascellari e puberali per le donne, sopraccigliari e pettorali per gli uomini, la barba folta ma lavorata alla forbicina. Ogni nostro passo, gesto, soffio, schiocco di dita, battito di ciglia si confronta a degli imperativi, troppi. Tutto deve essere fatto come dio comanda e dio comanda su tutto, cavilli compresi. Inoltre, non basta occuparci ossessivamente di noi stessi, dobbiamo pure <em>prenderci cura</em> degli altri e, se li abbiamo già allontanati per disgusto o paura, ci rimangono gatti o cactus da accudire. La noncuranza, per noi, è dunque il paese di Cuccagna, ma anche il tradimento onnilaterale, l’insurrezione contro le <em>nostre</em> stesse smodate pretese, la fuga da Alcatraz. Accumulare missive minacciose e petulanti senza aprirle, soprattutto di aziende energetiche e agenzie statali, pedalare senza catarifrangenti e freni affidabili in una notte buia e scivolosa, chiedere prestiti con fare seducente alla moglie del vicino che ci ha intentato causa, regalare il whisky dell’intenditore all’avvinazzato dalle braghe aperte e i cappelli lanosi. È impossibile dire se il noncurante sia un dandy oltranzista o un budda reincarnato, se pecchi per eccesso di disinteresse o perché di tutto è indifferente. Ma è straordinario vederlo uscire senza chiavi di casa una mattina, essendo queste scomparse in qualche piega del suo appartamento, e seguirlo mentre chiude la porta benignamente, senza la solita doppia mandata, per poi aggiustarsi indosso una giacca contraria alla stagione, essendo quest’ultima troppo calda per le fibre termoprotettive di quella, e prendere coscienza, guardando il cellulare quasi scarico, dell’immenso ritardo cumulato il giorno del fatidico <em>primo giorno</em> di lavoro, presso la ditta straniera, nordica e puritana di costumi. Ma il noncurante risponde poi senza spavento alla vegliarda della porta accanto piazzata di traverso sul pianerottolo, non perché ami il suo carattere pestifero e maldicente, ma perché lo incuriosisce l’aneddoto sui pompieri, soprattutto per la confusione narrativa con la quale lei lo espone, invertendo antefatti e conseguenze, mescolando divise e berretti, incidenti domestici e tracolli fisici. E lui ascolta tutto senza la minima impazienza, senza sbarrare gli occhi, storcere le labbra, battere la punta del piede come per schiacciare ragni, mentre il suo ritardo cresce e diventa irrecuperabile, non giustificato, provocatorio. È così pura, integerrima, ignara di sé, demente la noncuranza. Io vorrei possederne delle dosi considerevoli, in forma di elisir o anche di semplici pastiglie da sciogliere sotto la lingua, perché sarebbe bello calcolare, di notte, non il viavai degli euro dentro e fuori la borsa, non le mosse nemiche del collega plaudente e cortese, ma il numero di sorrisi che in settimana la giovane panettiera ci ha elargito, mostrando le braccia nude, tenere come la panna, quando recuperava in alto la pagnotta di segale. La noncuranza non è solo un concetto, uno stato privilegiato dello spirito, un dinoccolarsi della mente ancora prima che del corpo, una modalità dell’azione divagante e sviata, è innanzitutto una parola appetitosa, che comincia con una negazione, come un inciampo favorevole; è una parola di cui non esiste più il significato positivo, la “curanza”, come si trattasse di una vecchia maledizione di cui ci si è liberati, di un basto che si rovescia a lato, di una zavorra mollata d’un tratto, per muoversi con leggiadri passi di danza o sfarfallare come un insetto senza meta, effimero, vivente in grande sbadataggine il suo unico giorno di vita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>Da <em>Parigi è un desiderio</em>, Ponte alle grazie, 2016.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un giorno ho visto <em>All’ultimo respiro</em> di un certo Godard. Era il piccolo frammento che mi mancava, l’ingrediente finale, quello che doveva cementare la Parigi onirica, ancestrale, che mi stava crescendo dentro.</p>
<p>Quel genere di eroe irresistibile l’avevo già trovato nel <em>Processo</em> di Kafka, ma solo ora ne decifravo pienamente il fascino. Ricordo un tipo che sale e scende da una macchina decapottabile, che fa delle telefonate, sempre a frugarsi in tasca per trovare degli spiccioli, che stringe un quotidiano come se l’attualità lo interessasse moltissimo, salvo dimenticarsene subito, un tipo che sembrerebbe andare di fretta, se non fosse che accumula ritardi su ritardi, e che poi non fa praticamente niente di utile, ad eccezione di due o tre gesti disgraziati e dalle conseguenze tremende, un tipo che si sta scavando con strano metodo la fossa, eppure non si fa mai sorprendere con lo sguardo cupo, corrucciato, ha sempre tempo di recuperare una camicia stirata e gli occhiali da sole prima di uscire, e sembra eternamente in vacanza, o come se si fosse appena licenziato, un tipo, insomma, che trova dovunque una sigaretta da fumare, che non conosce l’ansia nemmeno quando si sa spacciato, che canticchia noncurante sul bordo del precipizio. A me quel tipo andava a genio. La noncuranza mi sembrava l’unica forma di eroismo convincente, quella segreta complicità ed allegria con il disastro, a cui si va incontro sempre più sbadati, evitando l’enorme spreco di energie per risalire la corrente; quella curiosità mal posta, inopportuna, che ti fa indugiare in un salotto, rigirando in mano un brutto portacenere argentato, quando sarebbe il caso di saltare fuori dalla finestra, e di darsela a gambe; quello strano languore, per cui sosti sul lungofiume incantato dal riflesso delle acque, quando il tuo profilo è perfettamente esposto al tiro dei nemici, che hanno tutto il tempo di prendere posizione e di puntare l’arma con facilità. Tutta quella bella indolenza, disincantata e nello stesso tempo infantile, tremendamente seria ed ironica, mi appariva una condotta capace di raggirare e irridere tutte le abitudini.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Storia con Glasbo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Oct 2019 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[De Sade]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[Glasbo]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Andrea Inglese &#160; ᕭ Vi presentiamo Glasbo ! ᕮ ᕭ Dici il grande Glasbo ? ᕮ Esattamente quello. Gran belle gambe. Occhi fortuiti. È ancora viva la carogna. Avrà ventisei anni oggi. ᕭ Sarò qui con le mie mani, con i miei pantaloni larghi. ᕮ “È tardissimo per morire, non ne vale più la pena” [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80862" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/antonio-centa-300x211.jpg" alt="" width="300" height="211" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/antonio-centa-300x211.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/antonio-centa-250x176.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/antonio-centa-200x140.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/antonio-centa-160x112.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/antonio-centa.jpg 635w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ᕭ Vi presentiamo Glasbo ! ᕮ</p>
<p>ᕭ Dici il grande Glasbo ? ᕮ</p>
<p>Esattamente quello. Gran belle gambe. Occhi fortuiti.</p>
<p>È ancora viva la carogna. Avrà ventisei anni oggi.<span id="more-80782"></span></p>
<p>ᕭ Sarò qui con le mie mani, con i miei pantaloni larghi. ᕮ</p>
<p>“È tardissimo per morire, non ne vale più la pena” diceva mia madre.</p>
<p>Gli abeti sono abitati da buone intenzioni, poi ci sono i fagiani, le mortadelle bruciacchiate, gli urinatoi smaltati, la mano frenetica, il battipanni di plastica, l’opuscolo di Beckett.</p>
<p>ᕭ Volevo soprattutto che Glasbo leggesse le sue memorie. ᕮ</p>
<p>ᕭ Dici il grandissimo Glasbo, il più figlio di puttana della sua generazione? ᕮ</p>
<p>Introduciamo anche un documentario sull’armadio di formica.</p>
<p>La sabbia è stata avvelenata, e cresce a dismisura, come fosse materia organica.</p>
<p>Siamo nel bel mezzo del telegiornale, tenere il filo non è facile.</p>
<p>ᕭ Vorrei, in quanto Grande Glasbo, parlarvi dei miei problemi più personali e intricati. ᕮ</p>
<p>Sarebbe stato più signorile un’allocuzione sul destino del pianeta.</p>
<p>ᕭ È proprio Glasbo, quello di cui si vocifereva? Quello mezzo vivo, con gli impianti sopraccigliari, le unghie di porcellana? ᕮ</p>
<p>Gli ultimi dispacci parlano di uomini che non sono uomini e macchine che non sono macchine.</p>
<p>Intendi macchine omossessuali?</p>
<p>Intendo uomini profondamente smarriti che si comportano come amministratori delegati. Macchine costosissime e probabilmente già rotte che intonano canzoncine stupide.</p>
<p>ᕭ State parlando di Glasbo il brillante? ᕮ</p>
<p>ᕭ Non avrò un centesimo di pensione. Non ho avuto affetti primari. Professionalmente ho costruito alcune paludi. ᕮ</p>
<p>ᕭ Ti restano cinque minuti Glasbo. Tira fuori il concetto importante. ᕮ</p>
<p>Si parla dei raggi del sole, come di cose inopportune. Di gente che non sa dove poggiare la testa per dormire, perché non dorme in un letto. Ci devono essere soluzioni, ma staremo a vedere.</p>
<p>ᕭ La mia situazione è umiliante, sono un umiliato, ma questo mi ha reso fisicamente efficace. Prendo soldi da tutti, purché paghino in moneta corrente. Dico che fanno bene quello che fanno, e carezzo loro la testa, anche se sono macchine. ᕮ</p>
<p>ᕭ Glasbo, siamo agli sgoccioli. ᕮ</p>
<p>È anche verde alla fine, dico la palude, ossia la valle paludosa, se la guardi bene, mentre invecchi per anni, sembra quasi verde.</p>
<p>Gli avete chiesto una firmetta per la petizione?</p>
<p>Sono sicuro che sono lacrime quelle che ha lasciato sul bordo del lavabo. Glasbo piangeva.</p>
<p>Alle tre del pomeriggio?</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80865" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/Novarro-277x300.jpg" alt="" width="277" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/Novarro-277x300.jpg 277w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/Novarro-250x271.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/Novarro-200x216.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/Novarro-160x173.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/Novarro.jpg 512w" sizes="auto, (max-width: 277px) 100vw, 277px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>[Nota redazionale. Glasbo è un porno-fattucchiere-erotico. Si ferisce e si fa leccare le ferite dal cane del vicino. Uccide i piccioni con le sgridate notturne. Si maschera nel supermercato. Mangia quantità di carne per affossare l’ecosistema. Inietta la sua piscia nelle arance che offre ai poveri. Non ha neppure mai letto Sade.]</em></p>
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		<title>Il racconto dell&#8217;ancella</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/07/20/il-racconto-dellancella/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Jul 2017 05:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[distopia]]></category>
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		<category><![CDATA[prosa contemporanea]]></category>
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		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Recentemente ripubblicato dall&#8217;ottima casa editrice Ponte alle Grazie, Il racconto dell&#8217;ancella di Margaret Atwood è un libro straniante, enigmatico e suggestivo, che analizza la condizione della donna in ogni tempo e luogo, e sotto vari punti di vista: reale e immaginario, antico e futuribile, politicizzato e tuttavia estremamente intimista. Il tutto, giunge al lettore attraverso la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-69104" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/ancella-203x300.jpg" alt="" width="203" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/ancella-203x300.jpg 203w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/ancella.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 203px) 100vw, 203px" />Recentemente ripubblicato dall&#8217;ottima casa editrice Ponte alle Grazie, <em>Il racconto dell&#8217;ancella</em> di Margaret Atwood è un libro straniante, enigmatico e suggestivo, che analizza la condizione della donna in ogni tempo e luogo, e sotto vari punti di vista: reale e immaginario, antico e futuribile, politicizzato e tuttavia estremamente intimista.<br />
Il tutto, giunge al lettore attraverso la voce semplice, mai ammiccante, di una protagonista tanto soave quanto sofferente, strappata alla sua (che diremmo anche nostra, attuale) vita routinaria e &#8220;normale&#8221;, e improvvisamente costretta in un ruolo ancillare &#8211; che evidentemente non le può appartenere, come non potrebbe appartenere a nessun essere umano, mai &#8211; dal drastico mutare dei tempi; tempi che sono sì, in questo caso, frutto di un&#8217;ispirazione che potremmo anche, per brevitas, definire &#8220;orwelliana&#8221;, ma che, pericolosamente, sembrano tuttavia assomigliare sempre di più ai nostri giorni in divenire, al presente progressivo col quale sempre più spesso ci ritroviamo a fare i conti, e certamente incarnano &#8211; quantomeno &#8211; il concretizzarsi delle nostre paure più profonde.</p>
<p><span id="more-69101"></span></p>
<p>Il rosso acceso della copertina rimanda al rosso sangue con cui le ancelle sono costrette a vestire, in chiarissima antitesi col bianco e l&#8217;azzurro, colori angelicati per antonomasia, che contraddistinguono infatti le caste superiori, i ranghi alti della società di questo orribile secolo del futuro. Ci ritroviamo perciò al cospetto di una donna alienata, derubata della propria femminilità, schiavizzata in più modi; una donna privata perfino delle libertà che oggi consideriamo fra le più elementari, come quella di uscire da sola, di sfogliare una rivista, di utilizzare una crema per le mani. Una donna, anzi &#8211; pardon! &#8211; un&#8217;<em>Ancella</em>, che per sopravvivere, o quantomeno per provare a sperare di sopravvivere in una, due tre case non sue, costretta a prender parte ad un ménage assolutamente non voluto, e a ricoprire uno status disgraziato certamente non meritato, tenta in ogni modo di appigliarsi all&#8217;unica cosa che forse davvero le può rimanere: la parola.<br />
Una parola che però resta sempre in qualche modo mutilata, una parola segreta, divenuta ormai tanto pericolosa da risultarle a tratti quasi oscena, e sempre immensamente dolorosa. La parola del ricordo, degli affetti, la parola autentica che rappresenta quella che, almeno un tempo, è stata &#8211; diremmo &#8211; la sua vita vera. Una vita nella quale poteva ancora permettersi di chiamarsi col suo nome proprio, e non con un appellativo possessivo e patetico appiccicatole da una crudele autorità terza.<br />
E infatti, un ulteriore aspetto interessante che mi piace sottolineare è che nell&#8217;universo descritto dalla Atwood, minuziosamente misurato attraverso un rischioso gioco di specchi, perennemente in bilico fra obblighi e privazioni, troviamo collocate su una linea retta ma perfettamente antitetica due attività particolari: scrivere, e fare figli. Laddove la scrittura risulta evidentemente proibita &#8211; tant&#8217;è che il racconto cui fa riferimento il titolo si snocciola tutto nella mente (e forse tutt&#8217;al più nella voce) della protagonista, con salti e alternanze temporali tipiche di un vero e proprio stream of consciousness &#8211; , la speranza della procreazione è invece percepita a tutti gli effetti come l&#8217;unico spiraglio che possa condurre le ancelle, le serve del sistema, le brutalizzate schiave macabre, a un&#8217;attesa, agognata, ma certamente parossistica forma di libertà. Di ritrovata indipendenza.<br />
Di seguito, un estratto.</p>
<p>*</p>
<blockquote><p>La notte è mia, il mio tempo, posso farne ciò che voglio, purché me ne stia zitta e ferma. Purché giaccia immobile. La differenza tra <em>giacere</em> e dover stare a letto. Dover stare a letto è un concetto passivo, anche gli uomini dicevano: mi piacerebbe dover restare a letto per un po&#8217;. Ma qualche volta dicevano: mi piacerebbe portarla a letto. Sono solo elucubrazioni. Non so davvero che cosa dicessero veramente gli Uomini. Avevo solo le loro parole per giudicare. Giaccio, quindi, nella stanza, sotto l&#8217;occhio di gesso del soffitto, dietro le tende bianche, tra le lenzuola, candide come le tende, e faccio un passo in là fuori dal mio tempo. Fuori dal tempo. Sebbene questo non sia tempo, né io sia fuori.</p>
<p>Ma la notte è il mio tempo libero. Dove andare?</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>Mi piacerebbe credere che sto raccontando una storia. Ho bisogno di crederci. Devo crederci. Coloro che possono crederlo hanno migliori possibilità.<br />
Se è una storia che sto raccontando, posso scegliere il finale. Ci sarà un finale, alla storia, e poi seguirà la vita vera. Posso continuare da dove ho smesso.<br />
Non è una storia che sto raccontando.<br />
È anche una storia che ripeto nella mia testa.<br />
Non la scrivo perché non ho nulla con cui scrivere e lo scrivere è comunque proibito. Ma se è una storia, anche solo nella mia testa, dovrò pur raccontarla a qualcuno. Non racconti una storia solo a te stesso. C&#8217;è sempre qualcun altro.<br />
Anche quando non c&#8217;è nessuno.<br />
Una storia è come una lettera. A voi. Comincerà così, semplicemente, senza nomi. Un nome crea collegamenti col mondo fattuale, che è più rischioso, più azzardato: chi sa quali sono, fuori, le possibilità di sopravvivenza? Le vostre?<br />
Dirò <em>a voi, a voi,</em> come una vecchia canzone, voi significa più d&#8217;uno.<br />
Voi può significare migliaia.<br />
Non mi trovo in nessun pericolo immediato, dirò. Farò finta che voi mi possiate udire.<br />
Ma non serve, perché so che non potete.</p>
<p>&nbsp;</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>MSQ→AMS→PAR #5</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Jul 2017 11:30:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Aleksei Shinkarenko]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[arti plastiche]]></category>
		<category><![CDATA[Barbara Philipp]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[prosa contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese, Barbara Philipp, Aleksei Shinkarenko Quinto episodio, di cinque. In versione italiana, primo, secondo, terzo e quarto. In versione francese sul sito amico Remue.net, premier, deuxième, troisième e quatrième. Sulla natura del progetto, leggere in coda al pezzo. Quello che vedo, lo vedo bene, sì, almeno, è l’impressione che mi fa, tutto quello che vedo sembra buono, è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span lang="FR">di <strong>Andrea Inglese</strong>, <strong>Barbara Philipp</strong>, <strong>Aleksei Shinkarenko</strong></span></p>
<p>Quinto episodio, di cinque. In versione italiana, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/06/13/msq%e2%86%92ams%e2%86%92par-1/">primo</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/06/18/msq%e2%86%92ams%e2%86%92par-2/">secondo</a>, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/06/25/msq%e2%86%92ams%e2%86%92par-3/">terzo</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/07/02/msq%e2%86%92ams%e2%86%92par-4/">quarto</a>. In versione francese sul sito amico Remue.net, <a href="http://remue.net/spip.php?article8941">premier</a>, <a href="http://remue.net/spip.php?article8950">deuxième</a>, <a href="http://remue.net/spip.php?article8965">troisième</a> e <a href="http://remue.net/spip.php?article8994">quatrième</a>. Sulla natura del progetto, leggere in coda al pezzo.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-69030" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/5serie17-1024x768.jpg" alt="" width="720" height="540" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/5serie17-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/5serie17-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/5serie17-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/5serie17.jpg 2000w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
<p><em>Quello che vedo, lo vedo bene</em>, sì, almeno, è l’impressione che mi fa, tutto quello che vedo sembra buono,<span id="more-68664"></span> è visto bene, non è scientifico, no, non è un’osservazione partecipativa, d’accordo, ma vedo proprio delle cose, anche della gente, ad essere sincero, tutto sembra a posto, abbastanza calmo, non ho voglia di giudicare in ogni caso, tutto resta superficiale, senza impegno, fa fresco, forse non è il momento buono per mettersi a guardare, è un po’ presto per la stagione, ma non mi costa niente guardare, per esempio per terra, o il cielo, non si sa mai, se ci fossero delle sorprese, i segni sono un po’ dappertutto, ma non ho intenzione di lanciarmi nella semiotica, guardo e basta, in modo da essere un po’ tranquillo, guardo in modo calmo le cose calme, della gente spensierata, persino delle famiglie, non si può mica sempre correre, lavorare stupidamente, come un ossesso, e anche parlare, va bene per un certo tempo, soprattutto quando si è soli, è vero che uno ha sempre qualcosa da dirsi, è questo il pensiero, d’accordo, ma è anche spossante l’obbligo di doversi ascoltare in continuazione, quando basterebbe guardare per terra, soprattutto mentre si cammina, ci sono dei segni, ma non si è obbligati a decifrarli, sono forse delle macchie d’altronde, io le calpesto, ecco tutto, ci sono cose posate per terra, dev’essere l’asfalto che è posato per terra, c’è questa roba qua, o una pozzanghera, anch’essa è posata bene sopra quest’altra cosa che è l’asfalto, a volte dei rametti, o delle chiazze secche, in effetti c’è tutta una stratificazione, delle cose posate su altre cose, scricchiola esageratamente da ogni parte quando si cammina, non si sentono che rumori, tutti questi scricchiolii, ma per conto mio è soprattutto il guardare che mi interessa, guardare bene se le cose sono buone, e la gente pensosa, un po’ di chiarezza nello sguardo e un po’ di bontà nel mondo, non chiedo di meglio, un rapido e fruttuoso sguardo d’insieme, senza diventar pazzi sui dettagli, anche se è necessario saper distinguere, conservare un pizzico di discernimento.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-69031" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/5serie4.png" alt="" width="480" height="640" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/5serie4.png 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/5serie4-225x300.png 225w" sizes="auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px" /></p>
<p>In effetti, la vista è un autentico rompicapo, bisogna tutto abbracciare con noncuranza, soprattutto l’orizzonte, i suoi sfondi azzurri, e nello stesso tempo zoomare a destra e sinistra su della piccola roba inutile, dei piedi, dei capelli, delle spalle… Ci vuole uno sguardo impaziente e di sorvolo, e nel contempo compassionevole, ansioso della piccola roba concreta, come un chiodo o una lucertola.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-69032" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/5serie15.png" alt="" width="452" height="640" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/5serie15.png 452w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/5serie15-212x300.png 212w" sizes="auto, (max-width: 452px) 100vw, 452px" /></p>
<p>Ma in fondo chissenefrega di quel che si vede, l’importante è la filosofia della camminata, star bene sui propri piedi, eccomi sulla terra, che cammino nel fresco di una bella stagione terrestre, guardandomi intorno senza troppe moine, senza troppo parlare, o ascoltarmi, o ascoltare tutti questi scricchiolii, a dire il vero orribili, è come se si camminasse su un ossario, ma è semplicemente la terra, è semplicemente il pianeta, brulica di problemi un pianeta, ma per il momento mi limito ad andare avanti, c’è anche della gente, dei terrestri come me, non sembrano ammazzarsi vicendevolmente, quindi non male, è un via-vai continuo però, mi rendo conto che le persone hanno questa tendenza ad andare e venire, la gente non è semplicemente posata lì, sono dentro delle decisioni, camminano in linea retta, più o meno come me, vedo che tutto è ben deciso in loro, hanno vestiti specifici, dei guanti, degli stivali, delle giacche, un po’ meno i bambini, non si capisce mai quello che fanno o dicono, non sono del tutto lucidi, è come coi vecchi, li si ritrova sempre di traverso lungo il cammino, noi, le persone per bene, ogni gesto è ben ponderato, ogni cosa al suo posto, la calza sul piede, la scarpa sulla calza, sono un mucchio di decisioni, non basta guardare intorno a sé alla buona, me ne rendo conto, bisogna decidere tutto, noi terrestri non è il caso che ci muove, le nuvole in cielo o le cose che crescono qui e là, bisogna intervenire, uscire dalla letargia, dare degli ordini, utilizzare il pugno di ferro, bisogna buttarsi a testa bassa, sparare nel mucchio, non sarà la contemplazione a calmare il pianeta, al contrario, dei panorama chi se ne fotte, è finita quest’epoca, bisogna dilaniare tutto sul momento, buttare tutto all’aria.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-69033" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/5serie8-1024x804.jpg" alt="" width="720" height="565" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/5serie8-1024x804.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/5serie8-300x236.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/07/5serie8-768x603.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
<p>________________________________________________________________________</p>
<p>Si tratta di materiali per costruire storie: foto, disegni, frasi. O sono, forse, resti di storie. Arrivano troppo presto o troppo tardi. In ogni caso, tutto è cominciato a Minsk, da dove Aleksei Shinkarenko, fotografo bielorusso, ha inviato a Barbara e a me delle piccole serie di foto, durante l’inverno del 2015. Barbara Philipp, artista austriaca residente ad Amsterdam, rispondeva alle foto con dei disegni, a volte degli acquarelli. E io rispondevo alle foto e ai disegni, con dei testi scritti direttamente in francese.</p>
<p>Gli invii di Aleksei si sono conclusi all’inizio dell’estate del 2016. Abbiamo costituito 5 episodi, per un totale di 32 foto, 2 video, 44 disegni e 5 testi.</p>
<p>Pubblico su NI la versione italiana dei testi e una diversa selezione dei materiali di Aleksei e Barbara prodotti per ogni episodio. Nello scarto tra una lingua e l’altra, tra un itinerario iconografico e l’altro, mi auguro che storie ogni volta diverse possano emergere sotto gli occhi dei lettori.</p>
<p style="text-align: center;">⊗</p>
<p><em>Immagini di Aleksei Shinkarenko e Barbara Philipp</em></p>
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		<title>MSQ→AMS→PAR #3</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Jun 2017 12:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Aleksei Shinkarenko]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[Barbara Philipp]]></category>
		<category><![CDATA[prosa contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese, Barbara Philipp, Aleksei Shinkarenko Terzo episodio, di cinque. I primi due in versione italiana, qui e qui. In versione francese sul sito amico Remue.net; qui e qui gli episodi precedenti. Sulla natura del progetto, leggere in coda al pezzo. Ho finito davvero per incontrare qualcuno, alla fine, ma non chi mi aspettavo. Avevo in testa delle apparizioni un po’ [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span lang="FR">di <strong>Andrea Inglese</strong>, <strong>Barbara Philipp</strong>, <strong>Aleksei Shinkarenko</strong></span></p>
<p>Terzo episodio, di cinque. I primi due in versione italiana, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/06/13/msq%e2%86%92ams%e2%86%92par-1/">qui</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/06/18/msq%e2%86%92ams%e2%86%92par-2/">qui</a>. In <a href="http://remue.net/spip.php?article8965">versione francese</a> sul sito amico Remue.net; <a href="http://remue.net/spip.php?article8941">qui</a> e <a href="http://remue.net/spip.php?article8950">qui</a> gli episodi precedenti. Sulla natura del progetto, leggere in coda al pezzo.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-68850" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/3serie3-1024x814.png" alt="" width="720" height="572" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/3serie3-1024x814.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/3serie3-300x238.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/3serie3-768x610.png 768w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
<p><i>Ho finito davvero per incontrare qualcuno,</i> alla fine, ma non chi mi aspettavo. Avevo in testa delle apparizioni un po’ esotiche, un po’ stravaganti, e già non pensavo più agli animali, a dirla tutto ne ho abbastanza degli animali. Non sono mai presenti, non gli si può dare fiducia.<span id="more-68689"></span> Troppo individualisti. Gli alberi d’accordo. Foreste, alberi, sassi, perfino cascate: hanno una certa costanza. A volte, guardandoli sotto una pioggia molto fine, ti fanno venire il magone, ma riempiono lo spazio, a destra come a sinistra, è una presenza un po’ idiota, insistente, ma fornisce un punto di orientamento. Gli animali, invece, son bravi solo a tagliare la corda, prendono il volo, spariscono, o sono talmente piccoli che non li si vede neppure, come le formiche o i coleotteri. In ogni caso, mi ero stufato anche degli alberi. Ero forse in una ricerca amorosa, cercavo davvero qualcuno per uno sguardo indimenticabile, o per ascoltare delle parole pronunciate in modo sconvolgente. A quel punto è spuntato mio zio. Mio zio Albert.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-68854" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/3serie13-1024x713.png" alt="" width="720" height="501" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/3serie13-1024x713.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/3serie13-300x209.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/3serie13-768x535.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/3serie13-100x70.png 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/3serie13.png 1280w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Georgia',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">È pur sempre una persona, non quella del desiderio, quella esotica che suscita fantasie, quella che incarna tutta la novità e la ridente energia, quella che ti entusiasma con la semplice oscillazione della testa, mio zio, lui, come persona, è piuttosto portato al ragionamento politico e questo gli conferisce un aspetto pesante, dei movimenti approssimativi, una pronuncia leggermente impastata. Voleva tirarmi su il morale, ma nessuno gli aveva chiesto niente. “Alfred, perché fai così?”, pensavo dentro di me. Ma no, non è Alfred, è Albert. Li confondo tutti i miei zii. “Non bisogna disperare – diceva – il Gruppo di esperti intergovernamentali prevede per il 2100 una moltiplicazione da tre a venti volte del reddito medio sull’intero pianeta. Capisci? Letto oggi sui giornali.” Era sbucato all’improvviso e ora ostacolava la mia passeggiata, il mio sport. </span></span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-68855" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/3serie5-1024x693.jpg" alt="" width="720" height="487" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/3serie5-1024x693.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/3serie5-300x203.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/3serie5-768x520.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/3serie5-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/3serie5.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Georgia',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">“Bisogna tener duro. Non è la fine del mondo.” In genere, non sono interessato a questo tipo di conversazioni. D’altra parte Albert non si aspettava repliche, i cenni che gli facevo con la testa gli erano sufficienti, cenni di blanda approvazione. Sia da un lato sia dall’altro del cammino, il passo era arduo. C’erano dei rovi. Se fosse stato più vicino, lo zio Albert, avrei potuto caricarlo a testa bassa, mirando direttamente al petto. L’ho visto fare in un film. Sarebbe stata una manovra molto efficace, ma nella mia situazione dovevo inventare qualcos’altro. Gli risposi, allora, che fino a quella data, fino al 2100, non ci restava che utilizzare lo stratagemma di certi insetti: bisognava fare i morti. Muoversi appena, pochissime iniziative diplomatiche e tecnologiche, limitare le guerre all’estremo, lasciare agire le leggi dei grandi numeri, rimanere a letto il più possibile. Non era persuaso Albert della mia teoria politica. Se ne tornò sui suoi passi dopo avermi salutato in modo spiccio. Io mio sentivo già fiaccato da tutta quell’attività fisica. </span></span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-68856" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/3serie2-1024x768.jpg" alt="" width="720" height="540" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/3serie2-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/3serie2-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/3serie2-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/3serie2.jpg 2000w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
<p style="text-align: left;">________________________________________________________________________</p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Georgia',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Si tratta di materiali per costruire storie: foto, disegni, frasi. O sono, forse, resti di storie. Arrivano troppo presto o troppo tardi. In ogni caso, tutto è cominciato a Minsk, da dove Aleksei Shinkarenko, fotografo bielorusso, ha inviato a Barbara e a me delle piccole serie di foto, durante l’inverno del 2015. Barbara Philipp, artista austriaca residente ad Amsterdam, rispondeva alle foto con dei disegni, a volte degli acquarelli. E io rispondevo alle foto e ai disegni, con dei testi scritti direttamente in francese. </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Georgia',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Gli invii di Aleksei si sono conclusi all’inizio dell’estate del 2016. Abbiamo costituito 5 episodi, per un totale di 32 foto, 2 video, 44 disegni e 5 testi. </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Georgia',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Pubblico su NI la versione italiana dei testi e una diversa selezione dei materiali di Aleksei e Barbara prodotti per ogni episodio. Nello scarto tra una lingua e l’altra, tra un itinerario iconografico e l’altro, mi auguro che storie ogni volta diverse possano emergere sotto gli occhi dei lettori.</span></span></p>
<p style="text-align: center;">⊗</p>
<p style="text-align: left;"><em>Immagini di Aleksei Shinkarenko e Barbara Philipp</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>MSQ→AMS→PAR #1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jun 2017 05:01:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Aleksei Shinkarenko]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Barbara Philipp]]></category>
		<category><![CDATA[immagini]]></category>
		<category><![CDATA[prosa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[remue.net]]></category>
		<category><![CDATA[storie]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese, Barbara Philipp, Aleksei Shinkarenko Si tratta di materiali per costruire storie: foto, disegni, frasi. O sono, forse, resti di storie. Arrivano troppo presto o troppo tardi. In ogni caso, tutto è cominciato a Minsk, da dove Aleksei Shinkarenko, fotografo bielorusso, ha inviato a Barbara e a me delle piccole serie di foto, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"><span lang="FR" style="margin: 0px; line-height: 150%; font-family: 'Georgia',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">di <strong>Andrea Inglese</strong>, <strong>Barbara Philipp</strong>, <strong>Aleksei Shinkarenko</strong> </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 150%; font-family: 'Georgia',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Si tratta di materiali per costruire storie: foto, disegni, frasi. O sono, forse, resti di storie. Arrivano troppo presto o troppo tardi. In ogni caso, tutto è cominciato a Minsk, da dove </span></span><span style="margin: 0px; line-height: 150%; font-family: 'Georgia',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Aleksei Shinkarenko, fotografo bielorusso, ha inviato a Barbara e a me delle piccole serie di foto, durante l’inverno del 2015. Barbara Philipp, artista austriaca residente ad Amsterdam, rispondeva alle foto con dei disegni, a volte degli acquarelli. E io rispondevo alle foto e ai disegni, con dei testi scritti direttamente in francese. </span></span><span id="more-68661"></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 150%; font-family: 'Georgia',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Gli invii di Aleksei si sono conclusi all’inizio dell’estate del 2016. Abbiamo costituito 5 episodi, per un totale di 32 foto, 2 video, 44 disegni e 5 testi. Il sito francese amico, <a href="http://remue.net/spip.php?page=sommaire">Remue.net</a>, ha deciso di ospitare questo lavoro, un episodio a settimana, cominciando da <a href="http://remue.net/spip.php?article8941">domenica scorsa</a>. Pubblicherò su NI la versione italiana dei testi e una diversa selezione dei materiali di Aleksei e Barbara prodotti per ogni episodio. Nello scarto tra una lingua e l’altra, tra un itinerario iconografico e l’altro, mi auguro che storie ogni volta diverse possano emergere sotto gli occhi dei lettori. </span></span></p>
<p>________________________________________________________________________</p>
<p align="center"><b><span style="margin: 0px; line-height: 150%; font-family: 'Garamond',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">MSQ→AMS→PAR #1</span></span></b></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-68681" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/1serie7-1.png" alt="" width="669" height="526" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/1serie7-1.png 669w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/1serie7-1-300x236.png 300w" sizes="auto, (max-width: 669px) 100vw, 669px" /></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Georgia',serif; font-size: 12pt;"><i><span style="color: #000000;">Penso che sia ora di andare a caccia. </span></i></span><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Georgia',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Penso di sì. Penso che sia la caccia ciò di cui ho bisogno, è l’epoca che lo vuole, o il clima, o il paesaggio, chissà. Per altro la caccia può essere soltanto un pretesto, ho sempre voluto dedicarmi a qualcosa e anche se, beninteso, non ho più l’età per dedicarmi a un bel niente, potrei percorrere un po’ di chilometri nella postura del cacciatore, potrei procurarmi degli stivali da caccia o almeno camminare come un cacciatore, a testa bassa, le braccia ballonzolanti lungo il corpo, lo sguardo un po’ duro, un po’ cattivo. </span></span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-68682" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/1serie5.png" alt="" width="451" height="640" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/1serie5.png 451w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/1serie5-211x300.png 211w" sizes="auto, (max-width: 451px) 100vw, 451px" /><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Georgia',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">In ogni caso sono già abbastanza stanco, e so che un buon cacciatore è anche, ad un certo punto, un uomo stanco. Partiamo stanchi, mi dico, partiamo pieni di stanchezza, con un passo da cacciatore, lento, cadenzato evidentemente, e anche un passamontagna in testa, non dev’essere difficile da trovare un passamontagna blu, come quello dei bambini, i bambini portano sempre dei passamontagna blu, nel bel mezzo della neve li si vede spuntare con il passamontagna blu, e osservandoli avanzare non si ha neppure paura, in ogni caso passamontagna e caccia credo che vadano bene assieme. In realtà, me ne rendo conto, non è facile cacciare, non solo per via delle armi, perché già tra me e le armi, io qui, nella mia attitudine di grande stanchezza, e nello stesso tempo di grande impazienza, e le armi laggiù, in un negozio ben attrezzato, ci sono ampie distanze, delle distanze mentali innanzitutto, bisogna passare dalla non-violenza a una sorta di violenza accettata, tranquilla, non la violenza dell’assassino, o della persona collerica, bensì quella violenza un po’ paesana, rurale, ma no, non mi vedo lanciarmi nella ricerca di un’arma, per via anche della distanza fisica, molto semplicemente. </span></span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-68683" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/1serie2-1024x822.jpg" alt="" width="720" height="578" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/1serie2-1024x822.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/1serie2-300x241.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/1serie2-768x616.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Georgia',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Camminare, invece, è facile, camminare gli occhi all’orizzonte, ecco una cosa fattibile, non c’è da spremersi il cervello, per prima cosa camminerò, procedendo dritto davanti a me; e poi eventualmente troverò il villaggio buono, e persino il negozio buono, il commerciante affidabile, con abbastanza denaro in tasca per comprare un’alabarda, ma per ora restiamo pragmatici. Quindi è deciso, io cammino, non ho paura di fare molta strada a piedi, bisognerà trovare un sentiero, per il momento qui è tutto asfaltato, sento che non durerà molto, d’altra parte non c’è rumore di macchine, non si sente più nulla. </span></span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-68684" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/1serie15.jpg" alt="" width="599" height="826" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/1serie15.jpg 599w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/1serie15-218x300.jpg 218w" sizes="auto, (max-width: 599px) 100vw, 599px" /></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 150%; font-family: 'Georgia',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Non chiedo granché per il mio progetto di caccia, resistere qualche chilometro, trovare un passamontagna, abbandonare la strada asfaltata per un sentiero un po’ più difficile, non so, un piccolo sentiero segreto in mezzo ai larici, gli stivali nel fango, o nella neve, è fattibile, forse avrò l’aria misera, un cacciatore così poco preoccupato della selvaggina, ma non si può mai sapere, tutto può cambiare rapidamente. Mi ficco dei sassi nelle tasche, e appena vedo una lepre, mi lancio nella lapidazione, e poco importa il risultato, la lepre, lei, avrà capito, non era mica uno scherzo, non dubiterà della mia autentica propensione alla caccia, per altro bisognerebbe averne di lepri in una tale stagione, in un paesaggio simile, ma tutto ciò richiede una robusta verifica.</span></span></p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p style="text-align: left;"><em>Fotografie di Alekseï Shinkarenko; disegni di Barbara Philipp.</em></p>
<p style="text-align: left;">
]]></content:encoded>
					
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		<title>Cometa Del Giudice</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Jul 2016 12:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Del Giudice]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[I Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[prosa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[tiziano scarpa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta come cometa non sono niente, se non i nomi e le motivazioni che mi danno al passaggio, non ho volontà, non ho spiegazioni, non ho alcun fine, non ho memoria, ogni volta è una novità, come cometa, mentre mi osservano, me ne sto andando… Sono esattamente come comete I Racconti di Daniele Del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_63788" aria-describedby="caption-attachment-63788" style="width: 182px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-63788 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/einaudi-del-giudice-racconti-182x300.jpg" alt="einaudi-del-giudice-racconti" width="182" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/einaudi-del-giudice-racconti-182x300.jpg 182w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/einaudi-del-giudice-racconti-621x1024.jpg 621w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/einaudi-del-giudice-racconti.jpg 655w" sizes="auto, (max-width: 182px) 100vw, 182px" /><figcaption id="caption-attachment-63788" class="wp-caption-text">Daniele Del Giudice, I Racconti, Einaudi Editore, marzo 2016</figcaption></figure>
<p>di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">come cometa non sono niente, se non i nomi e le motivazioni che mi danno al passaggio, non ho volontà, non ho spiegazioni, non ho alcun fine, non ho memoria, ogni volta è una novità, come cometa, mentre mi osservano, me ne sto andando…</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Sono esattamente come comete <em>I Racconti</em> di Daniele Del Giudice, raccolti e pubblicati da Einaudi questa primavera, con la prefazione di Tiziano Scarpa.<br />
Come comete conservano e innalzano la forza dirompente dell’immaginazione, trascinano chi sta a guardare in un universo parallelo fatto di gioco e magia, fatto di luci e soprattutto ombre, di apparizioni e soprattutto fughe, di molteplici assenze e, evidentemente, di altrettante presenze umane, ingombranti, corporali.<span id="more-63787"></span><br />
Corpi provati da disagi mentali o fisici, come il protagonista quasi cieco del primo racconto, <em>Nel museo di Reims</em>, il cui occhio insiste e persevera in una personale e spasmodica ricerca, di colore, di soggetto, sostanzialmente di un senso, un senso ultimo alla vita, forse, trasposto per ironia della sorte in un quadro celeberrimo, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/La_morte_di_Marat">La morte di Marat</a>, che prima di essere un rivoluzionario era un medico molto impegnato proprio nella cura dei disturbi della vista.<br />
Corpi per contrasto invece dotati di abilità particolari, molto sviluppate, come l’uomo che incontriamo nel secondo racconto, <em>L’orecchio assoluto</em>, ma che disgraziatamente, perfetto capro espiatorio (involontario?) di un destino che non rispecchia mai ciò che davvero desideriamo, non farà certo una bella fine.<br />
E ancora, corpo che si prova a far tornare dall’aldilà, &#8220;solo&#8221; per la pruriginosa curiosità di vedere <em>«Com’è adesso!»</em>, ma anche corpo liquido, che si cela dietro un nick name, come in <em>Evil Live</em>, in cui dei misteriosi narratori senza volto paiono comporre a più voci la partitura di un combattimento, probabilmente letale, sicuramente &#8211; ancora una volta! &#8211; molto carnale, materico, più che intimo.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">In qualche altro luogo della Terra un&#8217;altra persona rastrema come ogni giorno il gruppo di discussione della propria ossessione, mediamente a quell&#8217;ora spazza il mare come un incrociatore, spazza e sorveglia lo specchio d&#8217;acqua delle manie condivise, ritaglia dal mare grande dell&#8217;alternativo e dell&#8217;abuso, gorgogliante chissà dove nella Rete, ciò che aspetta e desidera.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">È così che Del Giudice descrive il mondo del web, è così che rimedita la virtualità sulla pelle dei suoi personaggi, evanescenti eppure brutalmente comuni, sostanzialmente in cerca di un proprio spazio nel mondo, e soprattutto nel tempo.<br />
Ecco un altro dei temi fondamentali, un fil rouge che percorre e anima l’intera raccolta. La memoria, la storia, il passato. Mai però, espressamente, il futuro.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Così non esisteva profondità e nemmeno superficie, né prima né dopo, o meglio erano la stessa cosa, coesistendo perfettamente nella loro storia.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Questo passaggio del <em>Naufragio con quadro</em> spiega anche bene l’importanza che l’arte figurativa e più in generale le immagini tutte rivestono nella scrittura lucente e meditabonda di Del Giudice, che passa con disinvoltura dall’immedesimarsi in un esploratore perso nell’Antartide (<em>Ritornare al Sud</em>), all’analizzare minuziosamente e quasi con spirito maniacale i tratti somatici che assume il nostro volto nelle diverse occasioni che la vita ci pone davanti (<em>«Fitness» delle emozioni nel ritratto</em>).<br />
Sembrerebbe appunto senza tempo lo sguardo vivido di Del Giudice, che attraversa galassie e continenti, si sofferma come farfalla sulle epoche più antiche e subito ronza come moscone sulla sfacciata ultra modernità.<br />
Sembrerebbe, perché la sua scrittura non è mai veramente assertiva: ogni racconto, del resto, si conclude senza una vera fine, ribaltando senza posa le convinzioni che l’avevano tenuto in piedi &#8211; pure così bene! &#8211; fino a qualche riga più su.<br />
È perciò una ricerca, la sua, inesausta e inesauribile. Di cosa? Ce lo dice bene Tiziano Scarpa:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">la cosa indicibile, imprendibile, ineffabile: la più strana di tutte, la più inspiegabile, quella che illumina tutte le altre senza poter essere mai vista: la cosa gratuita, indisponibile, irreparabile: il tempo.</p>
</blockquote>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Diario parigino 2. Colonia e il &#8220;fatto ultimativo&#8221;.</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2016/01/26/diario-parigino-2/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Jan 2016 06:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[diario parigino]]></category>
		<category><![CDATA[Fatti di Colonia]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Helena Janeczeck]]></category>
		<category><![CDATA[ideologia]]></category>
		<category><![CDATA[mass media]]></category>
		<category><![CDATA[prosa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
		<category><![CDATA[sessismo]]></category>
		<category><![CDATA[Slavoj Žižek]]></category>
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					<description><![CDATA[[Diario parigino 1] di Andrea Inglese Cose inutili da fare: scrivere su una notizia consumata. &#160; La notizia l’ho letta in uno dei quei portali qualunquisti, su cui finisci quando ti colleghi ad internet. Potrei fare in modo di finire direttamente sul portale degli atei marxisti favorevoli alla letteratura sperimentale per il resto dei secoli, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">[<a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/01/15/diario-parigino-1-visita-alla-moschea/">Diario parigino 1</a>]</p>
<p style="text-align: left;">di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p style="text-align: right;"><i>Cose inutili da fare: scrivere su una notizia consumata.</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La notizia l’ho letta in uno dei quei portali qualunquisti, su cui finisci quando ti colleghi ad internet. Potrei fare in modo di finire direttamente sul portale degli atei marxisti favorevoli alla letteratura sperimentale per il resto dei secoli, ma ho paura poi di non avere più anticorpi nei confronti del razzismo, del qualunquismo e della disinformazione ambientali. <span id="more-59283"></span></p>
<p>Ci sono comunque delle notizie che non vuoi approfondire, ossia non vuoi andare al di là del titolo, anche perché buona parte delle notizie che ingurgitiamo si limitano alla lettura del titolo e del cosiddetto occhiello. Ebbene, io la notizia dei gruppi di maschi nordafricani e arabi che sono andati a molestare le donne in giro per Colonia durante la notte di capodanno non avevo davvero voglia di leggerla. Ci sono notizie come quelle relative alla bicicletta da corsa trovata nella pancia di uno squalo spiaggiato sulle coste australiane. Che la notizia sia stata gonfiata o meno, che sia poco o molto documentata, si sa già in partenza che intorno ad essa non si scatenerà un conflitto ideologico. Con la notizia sulla notte di Capodanno a Colonia si percepisce subito che non andrà così. Il contesto sociale e politico vuole che tale notizia sia considerata da una grande quantità di opinionisti una sorta di <em>prova di realtà</em> solenne e definitiva, come se si trattasse di un <em>fatto ultimativo</em>, dopo il quale nulla di convincente potrà accadere nel mondo che riguardi la condizione dei migranti e quella delle donne, o la struttura delle società europee e la fisionomia delle migrazioni nel primo secolo del nuovo millennio. Nessuno, insomma, se ne potrà stare tranquillo per qualche settimana, dal momento che è intorno alla lettura di quel fatto che si deve decidere il destino del mondo occidentale, della democrazia e dell’ordine sociale, dello statuto universale della donna e di quello dell’aggressore sessuale archetipico.</p>
<p>Ovviamente non c’è nulla di divertente in tutto questo. La notizia è brutta, da tutti punti di vista, e rende pubblico un fatto odioso. E uno non sempre è docilmente disposto a piombare nella tempesta ideologica per due o tre settimane. (Va detto, che se certe notizie assumono di colpo il carattere di <em>fatto ultimativo</em>, in modo altrettanto rapido spariscono poi dall’orizzonte dell’insonne opinione pubblica occidentale.) La mia riluttanza di fronte alla brutta notizia non era frutto di apatia e indifferenza, ma di una certa spossatezza, diciamo, ideologica. Come tutti, ho un’ideologia. (Molte persone credono che l’ideologia la abbiano solo gli altri, come l’avarizia o l’invidia. Gli adepti del pensiero liberal-liberista tacciano di “ideologica” ogni visione del mondo che porti con sé elementi di conflitto e non si accontenti di riconoscere l’economia capitalista come lo stadio ultimo e più razionale di organizzazione del mondo. D’altra parte, molti marxisti considerano che la loro visione del mondo sia senza filtri, cristallina, scientifica, mentre ovunque altrove siamo nel dominio della distorsione e della mistificazione. L’idea che le ideologie siano antropologicamente necessarie a connettere le società umane con se stesse e con il mondo non è ancora molto condivisa. E nemmeno è condivisa l’idea che se tutti abbiamo bisogno di un’ideologia, non tutte le ideologie si equivalgono.) E avere un’ideologia implica un incessante lavoro di aggiustamento tra le prove empiriche quotidiane e i principi dottrinari che, in qualche modo, sono le costanti, gli apriori del nostro sguardo sul mondo. Succede a noi, in piccolo, quanto succede agli scienziati con le teorie scientifiche e la trafila degli esperimenti che dovrebbero confermarle o falsificarle. Ci sono certi fatti che fanno male a certi nostri principi.</p>
<p>I fatti di Colonia facevano male a certi miei principi. Il reazionario della porta accanto potrebbe venire a dirmi: “Certo, non vuoi guardare in faccia la realtà. Vuoi rimanere nel tuo buonismo di persona di sinistra, ecc.” In realtà, quando un <em>fatto ultimativo</em> viene presentato dai media, come Facebook insegna, siamo tutti chiamati a un dovere impellente: <em>ci dobbiamo costruire un’opinione</em>. Inoltre, non sempre sappiamo che opinione farci a partire da un fatto ultimativo. L’ideologia serve per tradurre un fatto in un’opinione, e permetterci di andare avanti per la nostra strada, saldi sulle certezze non dico dell’altro ieri, ma almeno di ieri. Se il fatto di primo acchito non è riducibile in modo automatico a un’opinione, se non siamo nella semplice conferma di ciò che già sappiamo o crediamo di sapere, c’è un minimo lasso di tempo, in cui siamo chiamati a ragionare con la nostra testa più del solito. E questo comporta un certo dispendio di energie e di tempo. Nel caso della notizia sulle aggressioni di Colonia, si è costretti a gettarsi innanzitutto in una ricostruzione critica del fatto, confrontando fonti diverse, aggiornandole, cercando di fare una tara delle suggestioni giornalistiche, ecc. (È quello che ho visto fare, ad esempio, a l’amica Helena Janeczeck sulla sua pagina Facebook, mentre redigeva <a href="http://www.pagina99.it/2016/01/17/colonia-l-attacco-di-capodanno-e-il-sessismo-in-bianco-e-nero/">un articolo </a>che sarebbe apparso su <em>pagina 99</em>. E Helena, per di più, conosce la lingua e la realtà sociale tedesca. Ma se mettiamo assieme lavoro di ricostruzione e lavoro di demistificazione sul fronte dei media, l’impegno richiesto è davvero notevole. Se ne può avere un’idea leggendo un lungo pezzo apparso <a href="http://www.valigiablu.it/colonia-i-fatti-le-indagini-le-reazioni-il-dibattito/">qui</a>.) E tutto questo nel tentativo di giungere il prima possibile ad una valutazione della notizia, dal momento che la finestra temporale per partecipare alla tempesta ideologico-mediatica è strettissima. Tre settimane se va bene. Quindi uno deve farsi un’opinione il più possibile personale – leggi: in accordo con la propria ideologia – e, nello stesso tempo, deve realizzare una piccola inchiesta per cercare di chiarire le circostanze del fatto stesso, sulle quali poi si baserà la suddetta opinione. Lo spettro delle attitudini intellettuali nei confronti di una notizia comprende poi vari gradi di prudenza critica. (Agli estremi dello spettro, i complottismi opposti. Per gli uni, i gruppi di aggressori erano in realtà figuranti stipendiati dai servizi segreti americani, ungheresi o israeliani; per gli altri, gli aggressori erano in realtà gli esecutori di un vasto programma d’aggressione contro la civiltà Occidentale, perpetrato direttamente dai rifugiati.) Quando alla fine si ha conquistato una propria opinione, il grosso del lavoro è fatto, e la notizia entra subitamente in una fase, diciamo, “digestiva”.</p>
<p>Da dove viene questa ingiunzione a farsi un’opinione, e eventualmente a difenderla sui social network, in quello spazio ibrido tra privatezza e spazio pubblico, in cui siamo ormai largamente immersi? Innanzitutto c’è una sorta di dovere di contro-propaganda. Il tasso ordinario di mistificazione della realtà intorno a certe questioni chiave che assillano l’Europa è in crescita costante. L’impotenza politica dell’Europa di fronte all’emergenza storica provocata dal flusso migratorio di questi ultimi anni, aggravato dai diversi scenari di guerra nel mondo arabo, non fa che alimentare esorcismi di propaganda. Ciò appare chiaro nel caso italiano, dove anche organi d’informazione tradizionalmente moderati come “La Stampa” e “La Repubblica” possono permettersi interventi allineati con la peggiore stampa razzista. Ma soprattutto è importante cogliere l’aspetto caratteristico di un discorso propagandistico che viaggia costantemente sul filo dell’esorcismo, del diniego della realtà. Esso non può che rimestare l’immaginario, il pozzo dei fantasmi, tutto ciò che va nella direzione opposta rispetto agli obiettivi che dovrebbero essere della politica, ossia il lavoro di mediazione tra istanze diverse, contradditorie, articolate. L’esorcismo di propaganda deve compensare questa mediazione fallita con un’immediatezza di successo. Esso deve sostituire alla difficile ragione politica, che agisce sul terreno della realtà storica, dosi di immaginario galleggiante in limbi senza tempo. Deve opporre al dialogo complesso tra soggetti, circostanze sociali e culture diverse finzioni semplici e rassicuranti. Non c’è allora da stupirsi che emerga, in Italia, un prepotente immaginario colonialista datato anni Trenta-Quaranta, che se ne stava solo provvisoriamente addormentato.</p>
<p>La stanchezza ideologica, di cui parlavo all’inizio, dipendeva appunto da questa necessità di “saltare” il fatto specifico – un alto numero di aggressioni sessuali e di furti realizzati da gruppi di uomini in gran parte nordafricani e mediorientali contro delle donne in giro per Colonia durante la notte di Capodanno – per concentrarsi sulla decostruzione della propaganda nutrita di vecchi fantasmi colonialisti e razzisti. Il paradosso del “fatto ultimativo” è che ti spinge costantemente verso il limbo dell’immaginario, dove sei ogni volta confrontato con spettri del passato, senza mai poterti concedere il lusso di pensare non di rimbalzo, non per fare, con la tua opinione più o meno sana, da contrappeso all’opinione malata. Ciò che ho apprezzato nell’intervento di Žižek (<a href="http://www.newstatesman.com/world/europe/2016/01/slavoj-zizek-cologne-attacks"><em>Gli attacchi di Colonia erano una oscena versione del carnevale</em></a>) è proprio la sua volontà di perforare l’effetto rimbalzo, per cercare di cogliere – come lui stesso scrive – l’elemento di verità specifico dei fatti di Colonia, basandosi sulla ricostruzione documentaria al momento più plausibile. Nello stesso tempo, a voler essere davvero ottimisti, mi dico che il lavoro di rimbalzo nei confronti della propaganda, soprattutto di questo tipo di propaganda agitatrice di biechi fantasmi culturali e nazionali, costituisce anche un’occasione importante di misurare la maturità, almeno, di una parte delle società europee.</p>
<p>Non era nel ’46 né nel ‘48 che la coscienza degli Italiani si sbarazzava una volta per tutte di un immaginario coloniale, in cui era rimasta a bagno per decenni. L’oblio della Prima Repubblica ha permesso, come sempre accade in casi simili, di conservare i fantasmi ideologici del passato in forma letargica, ma dotati di una perdurante freschezza. Appena li si sollecita, infatti, dilagano con estrema virulenza. Guardando, però, anche solo dallo spioncino nostro, nazionale, si vede come la contropropaganda sui fatti di Colonia sia stata fatta in prima persona da donne, variamente e lucidamente armate contro il sessismo – di casa o d’importazione – e da persone che sono nate in epoca post-fascista, e che hanno avuto modo di dissipare con strumenti storici e critici i fantasmi e le mitologie dell’epoca coloniale.</p>
<p>Ecco, ho scritto dell’altrove, ora dovrei – per rispetto allo schema diaristico preso da Kafka – parlare della <em>mia</em> lezione di nuoto. Dovrei parlare del mio <em>qui</em>. Del posto dove sto, dove abito, delle ore che passo in questo posto, di come è fatto, con tanti angoli, ma non troppi, e delle strade, fuori casa, che percorro, sempre le stesse, della monotonia, che è una monotonia da paradiso terrestre, con i caloriferi caldi, sia nel soggiorno-cucina che in camera, e anche nel piano di mezzo, perché dovrei parlare di una casa che non è null’altro che una serie di stanze aggrappate a una scala, perché abito in una casa-scala, con molte finestre, ma sono poi le stesse finestre, con gli stessi paesaggi stagionali, e in questa monotonia c’è ogni giorno la doccia con l’acqua calda, e poi ci sono le ore di lavoro, la monotonia del lavoro, che fortunatamente c’è, mese dopo mese, senza doverlo rincorrere e costruire ogni giorno, ed è questa la <em>prima</em> realtà, assolutamente insufficiente, una fantasmagoria di oggetti che si prendono in mano e si posano ogni giorno, come un bicchiere o un coltello. C’è tutta una serie di cose, di persone, di incontri, che stanno in questa vicinanza, come l’armadio con dentro i vestiti, un elegante armadio anni settanta, comprato usato, di legno pregiato – quale? – con delle maniglie rettangolari di metallo, questo armadio è sempre lo stesso, per delle ore intere, giorno dopo giorno, una montagna di ore, quell’armadio entrato qui dentro, entrato nella camera da letto che è anche il mio studio, è lo stesso, impassibile, anche se qualcosa pure in lui invecchierà, non si scorge nulla ad occhio nudo, sì, della polvere, che si deposita sulla parte superiore, l’unica cosa che lentamente si muove, si accumula, ne modifica appena la fisionomia.</p>
<p>Perché mai ho voluto scrivere di Colonia? Il fatto ultimativo è già stato consumato. Quando queste pagine acquisteranno una prima forma pubblica sul blog collettivo a cui collaboro, i fatti di Colonia saranno già passati nella fase digestiva, perché nel mondo, e persino nella piccola Italia, esistono centinaia di fatti che fanno notizia ogni giorno sopra uno straordinario mareggiare di fatti che non fanno alcuna notizia e, tra i fatti che fanno notizia, ce n’è sempre qualcuno che verrà scelto per assumere le fattezze del fatto ultimativo, in cui si gioca il destino di un’intera civiltà. D’altra parte questa scrittura è nata in ritardo, e sarà sempre in ritardo, e la sua insufficienza è anche ciò che ne costituisce il programma. Ho parlato delle aggressioni di Colonia, perché il fatto ultimativo mi permette di agganciare lo sterminato e spettrale “qui” della vita quotidiana a queste sporgenze di realtà, una realtà in maiuscolo, solenne, cotta al calor bianco del conflitto ideologico. Questa cosa è difficile da dire, me ne rendo conto. Vi è la continuità di vita, con una vicinanza di affetti che possono essere fortissimi, ma anche la presenza di piccoli tormenti, sentiti come attraverso un sistema d’amplificazione, le configurazioni familiari del mondo dentro cui stiamo ed evolviamo materialmente, fisicamente, ogni giorno. Tutto questo si svolge in una dimensione incalcolabile del tempo, che a volte acquista la luce ferma, definitiva, della morte, mentre lontano da noi qualcosa assume la forza di un accadimento perentorio, dentro cui sembriamo essere trasportati e trasfigurati, come nel corso di una cerimonia. È l’accadimento che promette mondo, e realtà più luminosa, incandescente. Ritroviamo appartenenze, corpi collettivi, e un unico territorio, dentro cui delle vicende sembrano delinearsi non troppo lontano da noi, in una zona che pare malleabile per un istante alle nostre possibilità d’azione. A volte invece, più silenziosamente, più raramente, siamo semplicemente catturati tra due visioni spettrali: la vicinanza di tutto ciò che controlliamo quotidianamente, e che ci controlla in modo inesorabile, e la lontananza di ciò a cui vorremmo appartenere, un mondo reale, popolato, saturo di senso, che che tende a dissolversi non appena il nostro officiare si fa più stanco, disorientato, disilluso.</p>
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		<title>Diario parigino 1. Visita alla moschea</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Jan 2016 13:00:48 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Un po’ di anni fa, sei o sette, ho sentito il bisogno di chiudere i conti con una città dove avevo vissuto in modo discontinuo per un certo periodo di tempo, una città che non era né quella dove sono nato né quella in cui sono cresciuto, una città straniera, molto celebre in Europa e nel mondo, ossia Parigi. Per chiudere quei conti, mi sono messo a scrivere. Non sapevo bene cosa né in che forma. Non me ne sono preoccupato e ho continuato alla cieca per diverso tempo. Alla fine, tutto questo scrivere ha assunto la forma di un romanzo dal titolo <em>Parigi è un desiderio</em>, che uscirà in primavera. Quando questo romanzo l’ho consegnato, pensavo di aver esaurito un’ossessione. Così non è stato. <span id="more-58800"></span>Mentre ancora scrivevo, avvennero i fatti spaventosi di gennaio (17 persone ammazzate dai terroristi e 3 terroristi ammazzati dalle forze di polizia) e, a scrittura terminata, i fatti ancor più spaventosi del 13 novembre (130 persone ammazzate dai terroristi e 7 terroristi suicidi o ammazzati dalle forze di polizia). Due scuotimenti brutali, che dalle strade di Parigi si sono trasmessi al mio sistema di conoscenza del mondo, come probabilmente a quello di tante altre persone, europee o meno.</p>
<p>Il regolamento di conti che mi ha impegnato molti anni muoveva da questioni biografiche e circoscritte, ed è stato per queste vie idiosincratiche che ho costruito un certo sguardo sulla città. Ora accade qualcosa di diverso. Delle cose facili da capire e perfettamente enigmatiche, delle cose che ho visto migliaia di volte al cinema e in televisione e che mi sembrano impossibili, delle cose fatte qui vicino, in posti dove io stesso ho messo piede, e che assumono le fattezze di zone oscure, non appartenenti al nostro sistema solare, delle cose che gli opinionisti hanno spiegato in mille modi, anche se tutti molto somiglianti, e che gli analisti politici già sapevano a memoria ancor prima che accadessero, queste cose qui hanno colpito Parigi e a me sembra persino che comincino a mutarne il carattere.</p>
<p>Le stragi di Parigi non costituiscono una novità assoluta. Altre stragi con modalità simili e ancora più sanguinose sono avvenute e continuano ad avvenire in altre parti del mondo. Ma quelle di Parigi, però, parlano <em>a noi </em>in modo più perentorio, a noi parigini, francesi, europei, a tutti quelli, soprattutto in occidente, che stanno ancora dalla parte abbastanza prospera, abbastanza pacificata, del mondo. Ci parlano con l’orrore e l’assurdità dei corpi qualunque trucidati. In altre parti del mondo, è moneta corrente, un esperanto sanguinario che tutti riconoscono, o con cui certuni sanno di farsi riconoscere, al di là delle lingue, culture o confessioni religiose diverse. Per noi, è divenuta la frase al tempo incomprensibile ed eloquente di un oracolo mortifero. Lo chiamiamo <em>sintomo</em>, sintomo di una serie di crisi che s’intrecciano a livello nazionale e internazionale. Sono crisi dell’anima e del petrolio, della civiltà e della metafisica, crisi rispetto a cui, nonostante lo sforzo intellettuale di tanti opinionisti, i francesi, ma anche buona parte degli europei e degli occidentali, percepiscono un disagio che è a un tempo intellettuale ed etico. Questo duplice disagio è quello di chi fa fatica a trovare una chiave di lettura soddisfacente, e nello stesso tempo di chi è pressato, sul piano pratico, della deliberazione quotidiana, a mutare qualcosa della propria condotta di vita. Queste stragi io le ho sentite come un <em>ultimatum</em> indirizzato dalla realtà contemporanea alle forme di vita di noi europei, un <em>ultimatum</em> che dice due cose simultaneamente: “è ora di aprire gli occhi” e “è ora di agire”. D’altra parte, è impossibile agire ad occhi chiusi o con la vista annebbiata, da qui la difficoltà di costruire una visione sufficientemente ampia e articolata, per includere il paesaggio storico dentro cui quegli eventi si sono resi possibili. Nello stesso tempo, quanto ho appena scritto potrebbe essere solo una frase di cerimonia, una cerimoniosa frase di speranza, dal momento che nessuno aprirà davvero gli occhi, e che nessuno farà alcunché in grado di spostare almeno un poco il fronte del conflitto o i termini in cui esso pretende di affermarsi.</p>
<p>In questa situazione, ho deciso di tenere un diario. Come sempre, la scelta del genere non è indifferente. Mi sembra che un diario mi dia la possibilità di costruire dei ponti tra il grande mondo là fuori e la mia piccola vita qui dentro, anche se non c’è nessun dentro e fuori, non ci sono pluralità di mondi, ma c’è un unico mondo in cui siamo brutalmente situati in un <em>stesso tempo</em>, che però non si conosce, che è inconsapevole di sé, dal momento che ciò che ognuno veramente conosce è il <em>proprio tempo</em>, individuale o collettivo, ossia il tempo della propria memoria, della propria biografia intellettuale o collettiva, tempo lacunoso, tempo lentissimo e a volte immobile, tempo di tutti i ritardi e le intempestività.</p>
<p>Non so, in realtà, come funzionerà questo diario, né se sarò sufficientemente motivato a prolungarlo, a fornirgli un minimo di continuità o coerenza. Mi sembra però l’unica forma di scrittura, in questo momento, che mi tenga lontano dall’ambizione dell’<em>opera</em>, quale essa sia (un racconto, una poesia, una prosa) e dall’ambizione del <em>giudizio</em>, ossia dell’intervento teorico, che pretende oltrepassare il proprio oggetto, giudicandolo. Accetterò questa duplice deficienza di <em>forma</em> e di <em>concetto</em>, per salvaguardare una sorta di equanime apertura al mondo, in cui i piccoli fatti e i fatti tremendi si possano intrecciare oscenamente, come in questo appunto tratto dai <em>Diari</em> di Kafka e che mi ha sempre affascinato: “2 agosto [1914]. La Germania ha dichiarato la guerra alla Russia. – Nel pomeriggio scuola di nuoto.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Visita alla moschea</em></p>
<p>Settimana scorsa, alcuni giornali e alcune radio hanno dato la notizia che durante il week-end le moschee avrebbero aperto le porte ai non musulmani, insomma a tutti i francesi che non frequentano questi luoghi di culto. La giornata moschee “porte aperte”, se ho ben capito, avviene in realtà ogni anno, ma forse quest’anno è stata più pubblicizzata. Nella cittadina dove vivo io, a una quindicina di chilometri da Parigi, non ci sono moschee, anche se la comunità musulmana è senz’altro numerosa. Da noi c’era solo una piccola mostra, realizzata nella chiesa protestante – un luogo esageratamente brutto –, riguardante le caricature religiose. Temerari protestanti. In realtà, la mostra è stata programmata nel 2013, e questo mese è stata aperta al pubblico non senza un certo imbarazzo. Mia moglie c’è andata, e mi ha detto che c’era un sacco di gente. Il protestantesimo parrebbe la confessione religiosa più a proprio agio con le caricature e gli atti blasfemi. Si sono allenati fin dal Cinquecento a rappresentare papi come sciacalli divoratori di escrementi.</p>
<p>Non faccio in tempo a parlare a mia moglie di questa faccenda delle moschee aperte, per constatare se la cosa le interessi. Anche lei ha avuto la stessa idea e per di più ha già organizzato tutto. Ha individuato una moschea e domenica partiamo visitarla con nostra figlia di cinque anni. Due atei in visita alla moschea. Mia moglie è di solito più interventista di me. Soprattutto ha una gestione disinvolta e dinamica della logistica. Io esibisco una ricchezza sconfinata di iniziative, di cui solo una ridottissima percentuale viene realizzata, proprio per una certa pigrizia logistica. Partiamo con un tempo da cani. Guida mia moglie (io sono un pessimo guidatore, e mi sono già dimostrato pericoloso per l’incolumità familiare). Ascoltiamo come al solito <em>Police and Thieves</em>, un album di reggae di Junior Marvin del 1977. Da almeno cinque mesi, ascoltiamo in modo particolare le prime due canzoni dell’album, manifestando una inquietante ma irresistibile propensione monomaniacale. Il tempo fa schifo. Enorme pozze ai lati della strada, notte già alle quattro del pomeriggio, pioggia battente. Arriviamo comunque senza difficoltà nel posto dove dovrebbe essere situata la nostra moschea. Siamo a circa quaranta chilometri da Parigi, in una cittadina di quindicimila abitanti. Ci ritroviamo davanti al numero civico. Vi è una cancellata aperta e si entra in un piccolo piazzale. Di fronte un edificio basso e rettangolare, con delle porte sprangate. Sulla prima porta c’è scritto <em>Boxe</em>, sulla seconda <em>Arti marziali</em>. Alla fine, sulla sinistra, avvistiamo una casetta bassa, carina, dipinta di bianco, con della luce alle finestre. Ad ogni finestra vi sono delle tende e non è facile vedere dentro. Sull’angolo, però, c’è una porta finestra. Riesco a scorgere delle persone e una pila di libri, con scritte dorate in caratteri arabi in copertina. Ci siamo. Ma non assomiglia lontanamente a una moschea. Mi viene l’idea di penetrare per la porta finestra, ma mi accorgo che proprio contro di essa è sistemato una sorta di altare, e se insistessi con la mia nota brutalità l’incontro comincerebbe con una sorta di gag disastrosa. Troviamo la buona entrata. Siamo timidi. La porta è aperta, tappeto rosso per terra, scarpiera su di un lato, e qualche paio di scarpe buttate a terra. Mia moglie potrà entrare oppure no? Mi affaccio sulla sala non molto grande. Ci sono una quindicina di persone che già stanno pregando, dandomi le spalle. Solo un giovane appoggiato al muro guarda inespressivamente verso di me. Non mi fa alcun cenno. Aspettiamo. Finalmente arriva un tipo da fuori. È alto, magro, viso aguzzo, qualche dente d’oro, sorridente, indossa una lunga tunica e un berretto scuri. Subito si rivolge a noi, e gli spieghiamo il motivo della visita. Scopriamo che non siamo ovviamente in una moschea, ma in una semplice sala di preghiera, e che essendo una sala piccola non c’è la parte riservata alle donne. Complicazione. Mia moglie quindi non può entrare. Il tipo ci spiega, che dopo la preghiera saranno ben contenti di parlare con noi. Per il momento mia moglie se ne torna in macchina, parcheggiata poco lontano, perché fuori, sulla soglia, fa freddo. Io mi siedo con mia figlia davanti alla porta della sala di preghiera. La litania araba è bella e ipnotica. Non c’è che dire. Con la voce ci sanno fare.</p>
<p>Dopo la preghiera, la maggior parte delle persone se ne va. Mi fanno entrare nella sala. Mia figlia gioca con una coppia di bimbi più o meno della sua età. Mi sento vicino a quei bimbi. Come loro, lì, non ho un ruolo definito. Le bimbe, per esempio, non sono ancora separate dal mondo dei maschi. Privilegio dei piccoli. Non so bene ancora quale delle persone che passano e mi salutano, si occuperà di me. Ma sento che, come è prevedibile, si tratta di una questione di autorità. Il tipo sorridente dal viso aguzzo, comincia a parlarmi. Mi dice subito che è un convertito, e che la fede musulmana è strettamente legata alla pratica, e quindi ha degli alti e dei bassi. Si riferisce alla sua esperienza. Mi basta questo per immaginare un poco la sua storia. Non deve avere alle spalle belle vicende. Consumo di droga, spaccio, condanne per piccoli crimini, o semplicemente una giovinezza dura, sbandata, piena di avvenimenti di cui non si può andare fieri? La credenza religiosa come una solida e completa infrastruttura etica, che ti estrae dalle pastoie della vita, dal disastro della coazione a ripetere, da tutte le fragilità del carattere, le ferite mentali, le amputazioni intime, e ti mette su solidi binari, dentro una rete di rituali certi e ripetitivi, in mezzo a una comunità entro la quale hai il tuo posto assicurato.</p>
<p>Abbandoniamo la sala grande e ci sistemiamo di fronte, in una stanzetta molto più piccola e incasinata, che è riservata in altre occasioni, mi sembra di capire, alle donne. Mi chiedono di mia moglie. Spiego loro che, visto il freddo, si è rifugiata in macchina, in attesa che la situazione si chiarisse. La chiamo per telefono. Siamo in quattro nello stanzino: noi due, un signore che avrà tra i trenta e i quarant’anni, e un altro un po’ più vecchio, con una barba folta e un bel viso segnato dalle rughe, che si è messo a trafficare per preparare il tè. Mi figlia è andata a giocare con l’altra coppia di bambini nella sala della preghiera, che ora è rimasta quasi vuota. Il tipo più giovane inizia a parlarci dell’organizzazione della pratica, delle feste religiose importanti, poi ben presto s’infila in spiegazioni relative al corano, al rapporto tra musulmani, cristiani ed ebrei, cita un numero foltissimo di profeti, e utilizza la metafora del meccanico. Dice che i profeti ebrei, sono venuti per aggiustare le cose, hanno cominciato il lavoro, ma presto non son riusciti ad andare avanti, poi è arrivato Gesù che ha fatto di meglio, infine Maometto a portato a termine il lavoro come dio comanda. (Io ho brandito la mia educazione cattolica come una sorta di lasciapassare o, semplicemente, per rompere il ghiaccio. Ma è anche vero che nei primi scambi con il tipo dal viso aguzzo, ho subito chiarito che non ero credente. E l’informazione secondo me è stata trasmessa al tipo che ci parla, perché in diversi momenti, oltre a nominare cristiani ed ebrei, cita anche gli atei.)</p>
<p>Si definisce molto presto questa situazione. Il tipo, pur non essendo un imam, pare però quello che possiede più autorità religiosa, ed è quasi unicamente lui che ci rivolge la parola. Quello che prepara il tè ascolta in silenzio, e interverrà solo verso la fine. Poi c’è il giovane convertito, che nel frattempo ci ha raggiunto, e che muore dalla voglia di dire la sua, ma si trattiene per ragioni gerarchiche. Le domande che io ho in testa sono di un certo tipo. Sono curioso di capire come funziona una sala di preghiera come la loro, nella società francese di oggi, in un comune un po’ disperso dell’Ile de France. Dietro al fatto religioso, a me interessa il fatto sociale. Il tipo, invece, è assolutamente concentrato sulla dottrina dell’islam, e mi parla di tutti i benefici per l’uomo di avere una fede come quella islamica, che è presentata ovviamente come la migliore in circolazione. Conosco bene questa faccenda. Questo prevedibile proselitismo, che anima anche ogni buon parroco di provincia nel mondo cattolico. Solo che i preti da noi, oggi, sono più disincantati e anche più scafati: la prendono più alla larga. In ogni caso, devo interrompere queste fitte narrazioni intorno al corano o ai tempi pre-coranici, con domande più mirate, che ci portino più verso il presente e la vita di tutti i giorni. Ma è appunto dal presente e dalla vita di tutti i giorni che la narrazione religiosa deve in qualche modo astrarsi, per prendere spazio in una zona franca, al di sopra delle miserie, dei conflitti, delle infinite varietà di circostanze storiche, per ripetere il medesimo <em>plot</em>, sacro e cristallino. D’altra parte, la storia presente è un’immensa palude, che spesso il forsennato volontarismo non rende più percorribile, di quanto lo consenta la narrazione religiosa, con il suo carattere autoreferenziale e fluttuante.</p>
<p>Comunque un vero scambio è avvenuto, nei momenti in cui la macchina del proselitismo s’imballava, e s’imballava anche la mia curiosità preconcetta. Si è discusso, alla fine, della diffidenza reciproca, in un contesto come quello legato agli attentati. Di come sia possibile venirne fuori. Buoni propositi di questo tipo, che però hanno fatto bene a tutti noi in quel momento, per fragili e ingenui che fossero. Mia moglie notava poi che, pur essendo arrivati all’improvviso e in un tardo pomeriggio di domenica, in poco tempo sono stati in grado di accoglierci, di offrirci del tè, e di rendersi disponibili a una lunga chiacchierata. In ogni caso, abbiamo appurato che la sala di preghiera dove siamo finiti nulla c’entrava con l’elenco delle moschee “porte aperte” che erano state segnalate sul giornale. La disinvoltura logistica di mia moglie ha i suoi limiti: nella fretta aveva digitato su <em>google maps</em> una cittadina con un nome simile. E invece di trovarci di fronte a un’autentica moschea in ghingheri, pronta all’accoglienza degli infedeli, eravamo piombati in una sperduta sala di preghiera, lontano dai grandi centri. “Avremmo potuto finire in una sala di preghiera &#8216;radicalizzata&#8217; – scherzo mentre torniamo a casa –, nel buco del culo della provincia parigina, dove un paio di sbandati lupi solitari incapaci di mettere in piedi un serio attentato, cercavano un modo facile per far fuori qualche miscredente. E noi gli saremmo arrivati in bocca.”</p>
<p>Prima di salire in macchina, il tipo dal viso aguzzo ci insegue nel cortile. Vuole farci un piccolo regalo. Tira fuori una boccettina di profumo. Si scusa, è profumo da uomo. Lo ringrazio. Si vede che è contento, e si congratula per il fatto che siamo dei tipi aperti e che si vede, comunque, per via che io bianco sto con una tipa di colore. Non è che dica proprio così, ma salutandoci ci tiene a farci sapere che la sua compagna è africana. Mia moglie è meticcia, madre francese e padre della Guadalupa. La faccenda del <em>metissage </em>è molto importante in un paese come la Francia, ma già lo è anche per l’Italia. Chi corre più veloce, l’odio razziale o l’amore tra le persone? Messa così suona un po’ fiabesca. Eppure non siamo lontani dalla realtà. Più numerosi sono i matrimoni e le unioni miste, più grande è il numero dei meticci in circolazione, e più il razzismo e la sua ossessione identitaria perdono terreno. Qui le statistiche del demografo hanno delle cose da dire. Consiglierei a tutti di leggere un capitolo di <em>Après la démocratie</em>, un libro di Emmanuel Todd, demografo e antropologo, uscito nel 2008 e intitolato <em>Ethnicisation?</em> Non solo per le conclusioni a cui arriva, ma soprattutto per il metodo che utilizza. (Todd non piace, in genere, ai marxisti, per il semplice fatto che non è marxista. Ma questo è un problema di un sacco di persone che si richiamano oggi al marxismo: sono in grado di ascoltare e leggere solo discorsi con il marchio d’origine marxista controllata e garantita. Attitudine deleteria. Chissà chi avrebbe dovuto, allora, leggere il povero Marx, quando ancora non esistevano studiosi e intellettuali marxisti in circolazione?) Se si guardano le società attuali attraverso l’occhio del demografo (e dell’antropologo), oltre ad abbandonare un certo catastrofismo, si rinuncerebbe anche a segnalare una nuova rivoluzione antropologica ogni dieci anni. Vecchia lezione di Musil (e della scuola storica delle Annales): sotto l’agitazione convulsa dell’attualità politica, alcune strutture sociali dipendono da evoluzioni molto più lente e si rivelano sul lungo periodo.</p>
<p>Una cosa mi ha sorpreso della conversazione con il responsabile religioso della sala di preghiera. Non ho mai sentito in lui né vittimismo né spirito di rivendicazione. Ad un certo punto evochiamo le reazioni della società francese nei confronti della popolazione di religione musulmana dopo gli attentati: il rischio crescente di una stigmatizzazione generale, ecc. Lui mi risponde tranquillamente, che tutto ciò non lo riguarda, che insomma non si fa condizionare da questo clima, che continua a seguire come prima la pratica dell’islam, e a portare tunica e berretto tradizionali del praticante.</p>
<p>Mi è piaciuto il giro moschee “porte aperte”. In realtà, sono situazioni di cui vado pazzo: incontrare gente che non c’entra niente con me, e parlare di qualcosa che non sia possibilmente il costo di uno smartphone o il grado di nuvolosità del cielo. Mi è sempre piaciuto poi, da ateo quale sono, dialogare con credenti di ogni genere. C’è sempre un momento in cui vorrei strangolarli, ovviamente. Hanno voglia a spiegarmi che il multiculturalismo è l’ultimo e inevitabile orizzonte del pensiero di sinistra. Dopo un po’ che sento argomentazioni di carattere religioso, che ascolto in una prima fase con diletto conoscitivo, fascinazione, curiosità, subentra una sorta di repentina esasperazione. Di colpo non capisco più nulla. “Ma di che diavolo stanno parlando?” Qui forse tocco i limiti del mio multiculturalismo. (Uso ironicamente il termine “multiculturalismo”, perché si tratta di una nozione per me in gran parte oscura. Non si tratta di essere pro o contro, si tratta di capire – anche in questo caso – di cosa si sta parlando. Mi sono reso conto almeno di una cosa. Per avere una posizione chiara a riguardo, con dovuta padronanza semantica e concettuale della questione, dovrei darmi almeno un mese di tempo per una serie di letture mirate e continuative. Le necessità materiali e lavorative non mi permettono, per ora, una tale vacanza-studio. Ma rimane una partita aperta.)</p>
<p>*</p>
<p><em>[Immagine: da un&#8217;opera di Claude Closky.]</em></p>
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