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	<title>prose &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La tigre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Jun 2019 05:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Polenchi]]></category>
		<category><![CDATA[prose]]></category>
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					<description><![CDATA[di Filippo Polenchi La tigre #1 Pensiamo che chiudendo i vetri e gli scuri il caldo resterà fuori. Usiamo incantesimi di buio per ripararci dall’incendio del sole. I muri devono conservare refrigerio, così ha detto il padrone. E noi rispettiamo il comando. Lavoriamo in questa conca di oscurità, scavati nella tenebra, con la luce accesa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Filippo Polenchi</strong></p>
<p><em>La tigre #1</em><br />
Pensiamo che chiudendo i vetri e gli scuri il caldo resterà fuori. Usiamo incantesimi di buio per ripararci dall’incendio del sole. I muri devono conservare refrigerio, così ha detto il padrone. E noi rispettiamo il comando. Lavoriamo in questa conca di oscurità, scavati nella tenebra, con la luce accesa come nelle sere invernali. Chissà se oltre la fragile membrana di tenebra ricreata il sole sta fondendo il vetro. È così difficile lavorare quando c’è afa e nero. Mi muovo, penso, telefono, istruisco pratiche, inserisco stringhe di caratteri e sequenze di cifre in maniera letargica, come un transito di sonnambuli; il sogno vuol catturarmi. Man mano che ci avviciniamo al pomeriggio il sogno mi benda gli occhi, le immagini che sono abituato a vedere mutano a scatti, in rapido montaggio. Allora mi scuoto, mi alzo dalla sedia, faccio un giro intorno alla scrivania e vado in bagno: lì mi seggo sulla tazza e chiudo gli occhi, sperando di non addormentarmi. Quando torno in postazione rivolgo lo sguardo al divano dove accogliamo i professori: la tigre è sempre lì.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>La tigre #2</em><br />
Tornavo dalla pausa pranzo e camminavo per i viuzzi. In fondo alla stradella c’era la tigre. Era a circa cento metri di distanza, in corrispondenza del viadotto. Sopra le auto muggivano negli strappi di suoni che smuovevano. Nessuno degli automobilisti naturalmente avrebbe potuto vedere la tigre. Era una visione maestosa; anche se così distante si distingueva il corpo perfettamente scolpito, con le scapole sporgenti dove le zampe attaccavano al torso; era composta da sezioni di anelli bianchi e neri intorno al pelo fulvo. Stava immobile, di profilo, con le orecchie ridicolmente arrotondate, piccole, orecchie da peluche. Ho fatto qualche passo nella sua direzione e la tigre si è messa in movimento. Non sembrava andarsene, né però attaccarmi. Misurava i suoi passi lenti quasi su una linea immaginaria nell’asfalto. I cespi di rovi, le frasche selvagge e verdi, le lunghe liane delle acacie, con i loro pungiglioni abbeverati nel veleno, ramificavano tutto intorno al cemento del viadotto. Quella vegetazione era stata comandata dalla morte stessa, per rubare il più possibile materiali alla costruzione. La tigre emergeva dallo spazio di quella cornice di calcestruzzo ed erbaccia. A vederla sembrava appartenere a un unico volume insieme al quadro che la racchiudeva. Così le sono passato accanto: c’è voluto poco. Lei mi ha guardato, ma io ho tirato dritto per la mia strada. Così lei, dopo qualche passo, ha preso a seguirmi.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>La tigre #3</em><br />
Le cornici degli scuri lampeggiano del residuo della canicola. Il vetro, di là, sarà tornato sabbia? Il mondo esisterà ancora o si sarà incendiato e liquefatto? Oceani di vetro fuso staranno ustionando terribilmente la Terra? Fuori penso che ci sarà una brezza leggera contro il sole aranciato del pomeriggio. Il cielo sarà terso. Ma forse è solo un’illusione del ventilatore, una brezza artificiale. La tigre è qui con me. Oscilla intorno alla mia scrivania, quasi incorporea se non fosse per il portapenne che sobbalza a ogni suo passo. Questa creatura può essere veloce e letale; ha una precisa determinazione che risponde a una sola urgenza del sangue. Non ha pietà, non ha coscienza della morte, né della propria né di quella altrui. È un meccanismo biologico che la natura ha levigato millennio dopo millennio perché fosse più letale, più determinato, più performante. Leggo la lettera di una persona che propone a me il suo romanzo. Questo scrittore sta proponendo il suo libro a tutti coloro che lavorano nel settore e a tutti quelli che racimola sui social. Do un’occhiata oltre il tavolo e lei è sempre lì. Sgraffierà il tappeto con gli artigli? Ad ogni modo non mi disturba. Anzi. La tigre è quieta; io sono quieto.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>La tigre #4</em><br />
Non sapevo cosa dire. Ero paralizzato dalle scelte. Tutto accadeva nella mia testa e davanti a me i colleghi rispondevano al telefono. C’era anche la tigre. Di tanto in tanto lei appariva sulla soglia, come nell’intervallo di un diaframma. Pensavo a tutte le tesi. Poi alle antitesi. Ero stanco e il telefono squillava. Lo schermo del computer riluceva davanti ai miei occhi. Vedevo la tigre che compariva sull’uscio. La tigre aveva un’intelligenza biologicamente superiore, affilata come i suoi artigli. La perfetta natura del suo cervello la rendeva efficiente e sapiente. Interrogavo quell’intelligenza dalla scrivania e mi sentivo sempre più ottuso, sordo e chiuso nell’oscurità del mio dolore. Il telefono squillava. Sullo schermo ogni click cancellava un’immagine e ne verificava un’altra. Qualunque scelta sarebbe stata insufficiente. Sentii un ruggito provenire dall’altra stanza e naturalmente sapevo che era stata la tigre; così alzai la cornetta e composi il numero del fornitore.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>La tigre #5</em><br />
Da qualche ora non trovo più la tigre. Il giorno continua a scolorare nel bagno di candeggina. Il mondo evapora per sovraesposizione. La aiuole del giardino scoppiano in uno sfrigolio istantaneo. La strada, il rombo dei TIR, il raccordo autostradale, la luce accecante essa stessa nella materia iper-trasparente sta scomparendo con il battito di un ciglio. La tigre è scomparsa? Anche lei si è arrostita e istantaneamente dissolta? Nella luce accecante non distinguo niente: né voci né volti. Mi metto in cammino. Vado nel bagno, scendo le scale, fingo di recuperare una bottiglia d’acqua per ritrovarla. Ma non c’è traccia di lei. Ho paura a scrutare un’ombra dentro tutto questo bianco.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>La tigre #6</em><br />
Un pomeriggio, d’estate, entrammo nel bosco. Le mostrai dove facevamo il bagno da ragazzini, nelle pozze gelide del fiume. Poi distendemmo la coperta su un prato. Il sole era temperato e la brezza ricordava le infanzie del sogno. Questo accadeva un paio di anni fa; l’estate non era calda. Avevo appena perduto un lavoro, ma non ero triste. Il lavoro era stato così depressivo che ne fummo sollevati. Tutto aveva ancora da succedere. Sto raccontando tutto alla tigre e naturalmente nessuno ci ascolta.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>La tigre #7</em><br />
La tigre ha mangiato un cane oggi ed era il cane della padrona. Tutti noi ci aspettavamo di vederlo trascorrere una giornata come le altre: avrebbe scodinzolato al padrone, avrebbe annusato le particelle acide emanate dai nostri corpi e si sarebbe svuotato le viscere con la solita baldanza, al centro del corridoio. Per noi sarebbe stato oltraggioso, ma per il cane perfettamente normale. La tigre stava sul divano, come gli altri giorni. Ma oggi ha sbranato il cane con poche mosse ben precise. La tigre era perfetta nella sua ginnastica di morte. Ha tenuto fede alla promessa del suo sangue, al meccanismo della sua natura, alla fredda e cieca determinazione di essere un predatore fatale e invincibile. Si è guadagnata un certo rispetto anche fra chi la vedeva in azione la prima volta. Poi, lentamente, tutto è tornato alla normalità. Nel corridoio quello che restava del massacro era una pozzanghera con frattaglie e sangue. Per un po’ è rimasto il suono atroce di tendini strappati come corde di una chitarra slabbrata; carne cruda dilaniata dalla sua sede d’osso; le budella indagate per un vaticinio osceno. Tuttavia il lavoro è tornato regolare in pochi minuti e non certo per indifferenza nei confronti della mattanza, ma perché tutti gli impiegati erano vincolati a farlo. E perché il lavoro non può essere rimandato a lungo: a un certo punto va semplicemente sbrigato. Questa è la realtà. Domani il lavoro proseguirà. Senza il cane che annusa le caviglie delle scrivanie.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>La tigre #8</em><br />
Avevo gli occhi aperti sul cuscino e poi li ho chiusi. Ho pensato all’ultimo pensiero che avevo pensato e sono tornato indietro. Qual era il primo? Nell’ombra degli occhi chiusi sentivo una sonagliera di spiccioli. Poi ho trovato il pensiero, era in alto. Letteralmente era un trattino posto in alto, in un angolo di quella piramide oscura. Mi sono chiesto cosa ci facesse lassù e ho immaginato la tigre che, per farmi un favore, mordicchiava pezzo dopo pezzo quella matita di pensiero per accorciarla e farmela toccare.</p>
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		<title>Stanze</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 May 2019 05:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Polenchi]]></category>
		<category><![CDATA[prose]]></category>
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					<description><![CDATA[di Filippo Polenchi Stanza n.1 La stanza ha una moquette a rombi neri e verdi su fondo marrone chiaro. Anche la carta da parati è a forma di rombi. Il perimetro di questa camera è di circa dieci passi per cinque. C’è una scrivania e sopra c’è una tv. La tv è accesa, trasmette interferenze, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Filippo Polenchi</strong></p>
<p><em>Stanza n.1</em><br />
La stanza ha una moquette a rombi neri e verdi su fondo marrone chiaro. Anche la carta da parati è a forma di rombi. Il perimetro di questa camera è di circa dieci passi per cinque. C’è una scrivania e sopra c’è una tv. La tv è accesa, trasmette interferenze, scariche, effetto-neve. Il letto è adiacente al muro, un letto singolo, sulla coperta è ricamato un pavone, con una coda verdeblu e occhi rossi che guardano la finestra. Sulla parete opposta ci sono tre quadri, disposti seguendo le diagonali dei rombi. In quello più basso c’è un’anatra selvatica. In quello di mezzo c’è una scena di caccia all’inglese e in quello più in alto un espressionista astratto. La finestra è chiusa, le imposte sono aperte e la luce notturna è una fluorescenza che tenta di emergere dai vetri.</p>
<p style="padding-left: 30px;">La ragazza lituana entrò senza sapere che giorno fosse e in un modo o nell’altro ne avrebbe pagato le conseguenze.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>Stanza n.2</em><br />
La luce della lampada distesa sul pavimento ammicca nel buio, con il suo occhio senza palpebra. Una pianta di ficus verde, in plastica. Buio. Un telefono nero, la pulsantiera a disco, su un comodino di legno scuro. Buio. Armadio Ikea, color beige, un’anta è aperta e nello specchio all’interno si riflette il balbettio del neon. Buio. Vestiti estivi da donna, a fiori, nell’unico spazio visibile dell’interno dell’armadio. Buio. La porta del bagno è chiusa, con il cartello Non disturbare appeso alla maniglia. Buio. Maniglie di ottone, card elettronica per entrare. Buio. La carta da parati è rossa scarlatta, ha dei ricami in rilievo, una trama larga di iris. Buio. Una tazza da tè per terra, accanto al letto, si vede chiaramente la scritta IL PADRONE DI CAS[…] e il resto non è visibile. Buio.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Sperò con tutto il cuore che non tornasse il tizio dei conigli e quindi si guardò il segno che aveva sulla mano: non avrebbe avuto mai più niente di così dolce.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>Stanza n.3</em><br />
Il living ha la moquette blu cenere. Un muretto di cartongesso separa la zona soggiorno dalla zona cucina. La porta è di legno scuro. Il divano è accanto al muro bianco. Ci sono rampicanti di tubi, anch’essi verniciati di bianco. Il divano è imbottito, color crema. C’è una bottiglia di acqua minerale accanto al telefono, una lampada dal lungo collo di gru e, tra il divano e la cucina, un asse da stiro.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Scoprì che qualcuno aveva dimenticato uno spillo alla manica della giacca e pensò che si voleva fare quella lardosa della cameriera, sissignore, proprio lei.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>Stanza n.4</em><br />
In alto, sopra l’armadio, ci sono scatole di cartone e una valigia di pelle afflosciata. In basso polvere di trucioli. Il letto ha il materasso sfondato. Nella stanza il sole passa a fette. Il pavimento è di piastrelle e c’è un tappeto con ricami indiani. Dentro il tappeto un elefante e una tigre stanno combattendo. La lampada al soffitto è protetta da un paralume ricavato da un cestello da lavatrice: sulla parete la luce elettrica è fatta a spilli. C’è un plaid a strisce gialle e blu, piegato a metà, sul fondo del letto.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Sapevo di aver perso qualcosa definitivamente, ma la donna d’affari e sua figlia bevevano un caffè annacquato, mentre nessun altro aspettava.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>Stanza n.5</em><br />
Il divano letto è aperto, con un plaid rosso e blu buttato sopra alla meno peggio. La luce entra in un fascio compatto, dall’unica finestra sopra il divano. La finestra è un quadrato, la luce solleva pulviscolo. Il pavimento è in legno e il soffitto è inclinato. C’è una piccola libreria accanto al divano letto, bassa, con pochi scaffali. Ci sono dei fumetti di Tex sugli scaffali, accanto a una radiolina a batterie.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Quando ebbe finito di uccidere il rospo tornò in salotto e si accorse che la sigaretta fumava ancora nel posacenere. Rimase a guardarla respirando forte.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>Stanza n.6</em><br />
Dalla finestra si vedono una terrazza, un balcone e due vasi di piante. Le piantine grasse hanno piccoli germogli. Un sipario di tende in nylon è appena socchiuso. C’è vento, fuori; i minuscoli fiori delle piante sono scossi dal vento. Di tanto in tanto passano delle luci, dall’altra parte del vetro, ma si vedono solo di notte. Il vento, talvolta, soffia attraverso il legno sbertucciato della finestra.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Gli chiese di mordergli una mano; così sarebbe rimasto per sempre il segno.</p>
<h2 style="text-align: center;">*</h2>
<p><em>Stanza n.7</em><br />
Di fronte alla porta c’è uno specchio coperto da un telo verde. Le due finestre gemelle, equidistanti, sono aperte; dalle tende alla veneziana si accendono stecche di luce. Il pavimento è in legno. Il letto è una vecchia branda di ferro, con i bordi della testiera rugginosi e un materasso grigio chiaro. È un letto singolo, contro il muro. Dalla parte opposta dello specchio c’è un piccolo lavandino di porcellana, bianco, e uno stillicidio continuo di gocce d’acqua. Carta da parati a motivi floreali ricopre tutte le pareti: ci sono iris blu su fondo sabbia. A destra della finestra di destra la carta da parati si è scollata, aprendo sul muro una bocca dai bordi smangiucchiati.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Poiché aveva pensato all’uomo dei conigli ebbe paura a uscire.</p>
<figure id="attachment_79252" aria-describedby="caption-attachment-79252" style="width: 1000px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-79252" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/stanza-300x169.jpg" alt="" width="1000" height="563" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/stanza-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/stanza-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/stanza-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/stanza-250x141.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/stanza-200x113.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/stanza-160x90.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/stanza.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption id="caption-attachment-79252" class="wp-caption-text">Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/RitaE-19628/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=174839">RitaE</a> da <a href="https://pixabay.com/it/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=174839">Pixabay</a></figcaption></figure>
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		<title>Come un polittico che si apre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jan 2018 06:08:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[libro-intervista]]></category>
		<category><![CDATA[marco corsi]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[prose]]></category>
		<category><![CDATA[settant'anni]]></category>
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					<description><![CDATA[Esce domani in libreria per l&#8217;editore Marcos y Marcos il nuovo lavoro di Franco Buffoni,  Come un polittico che si apre, libro intervista con Marco Corsi per i settant&#8217;anni dell&#8217;autore. Ne diamo qui volentieri un&#8217;anticipazione. Buona lettura a tutti.  di Franco Buffoni ULTIMI IRRIDUCIBILI IMPEGNI: SUL VIVERE IN SOCIETÀ  Siamo tornati al clima di partenza, perché [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Esce domani in libreria per l&#8217;editore Marcos y Marcos il nuovo lavoro di Franco Buffoni,  </em>Come un polittico che si apre<em>, libro intervista con Marco Corsi per i settant&#8217;anni dell&#8217;autore. Ne diamo qui volentieri un&#8217;anticipazione. Buona lettura a tutti. </em></p>
<p><img decoding="async" class="wp-image-72260 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Come-un-polittico-COVER.jpg" alt="" width="620" height="466" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Come-un-polittico-COVER.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Come-un-polittico-COVER-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Come-un-polittico-COVER-768x577.jpg 768w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><strong>di Franco Buffoni</strong></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal" align="center"><span class="">ULTIMI IRRIDUCIBILI IMPEGNI:</span></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal" align="center"><span class="">SUL VIVERE IN SOCIET</span><span class="">À</span><span class=""> </span></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><i class=""><span class="">Siamo tornati al clima di partenza, perché queste conversazioni si sono protratte nell’arco di un anno. Oggi il tempo è benigno, promette una discreta primavera, e vorrei parlare della tua attività di pensiero e di impegno nei confronti della società… prenderei le mosse da un titolo che sbirciando in metropolitana in questi giorni mi ha particolarmente colpito, su uno di quei giornali gratuiti che vengono diffusi ad ogni angolo: “Anche i gay possono adottare”. Ecco, vorrei riflettere con te sull’utilizzo di un termine ancora inquadrato come categoria estetica, invece che come realtà di un individuo, come suo modo di essere all’interno della società; un appellativo ancora lontano da un riconoscimento dei diritti naturali della persona. A partire dall’aggettivo “naturale”, vorrei chiederti della differenza tra “diritto naturale”, per certi versi sempre tirato per la coda dai conservatori, a dispetto di quel “diritto positivo” che si è affermato con l’illuminismo ma che ancora non si è imposto completamente. C’è questa frizione evidente, anche con le direttive ONU e le direttive europee. Che cosa vuol dire, per te, trovarsi ancora in Italia nell’evidenza di una situazione sociopolitica che si rispecchia in un titolo come “Anche i gay possono adottare”?</span></i></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><span class="">Quel titolo è certamente uno specchio dello stato anche della lingua italiana. Il fatto di dover ricorrere a un ex aggettivo della lingua inglese è sintomatico. Gli inglesi però metterebbero la s del plurale. Altrimenti parlano di gay community, che comprende tutte le categorie che noi tentiamo di rappresentare con la sigla Lgbt, a cui continuiamo ad aggiungere lettere. Adesso è Lgbtqi per comprendere anche Queer e Intersex. Peraltro, quando la sigla era solo di quattro lettere, personalmente preferivo Glbt per una questione metrica. Glbt è quadrisillabico, mentre Lgbt è un pentasillabico. Questa cosa la dissi in pubblico a un convegno di militanti e vidi attorno a me solo occhi sgranati: capii che non era il caso di insistere. Dobbiamo ricorrere ai termini inglesi perché non abbiamo le parole adatte, se non nella volgarità dei dialetti. (Omosessuale perlatro è un termine medico ottocentesco). E non abbiamo le parole perché non avevamo il reato, i nostri codici non contemplavano il crimine. Invece il mondo di lingua inglese aveva il reato e lo definiva, poi l’ha abolito, ma sono rimasti i termini per definire lo status. Noi non avevamo il reato, persino il codice Rocco non menziona l’omosessualità: si mandavano al confino gli omosessuali come disadattati o asociali. Tornando al tuo titolo, è evidente che l’espressione ad effetto “Anche i gay” strizza l’occhio a quella parte di pubblico che ritiene gli omosessuali altra cosa da sé. Così denunciando una non-accettazione intrinseca. In effetti oggi un giudice in Italia può solo valutare caso per caso. Quella invocata dal titolo sarebbe stata la <i class="">stepchild adoption</i>, che M5s non volle far passare, sulla pelle di sei milioni di italiani e delle loro famiglie, per mettere in difficoltà il Pd.</span></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><i class=""><span class="">Già, il canguro…</span></i></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><span class="">Non riesco ad esclamare: Right or wrong my country! Che poi un giudice illuminato a Trento emetta una sentenza a favore, vuol dire soltanto che la società civile è più matura del legislatore, che il potere giudiziario è più avanzato rispetto al legislativo. Quanto alla riflessione generale che la tua domanda presuppone, ebbene, mi illusi negli anni settanta e primi ottanta che le cose si stessero finalmente muovendo: divorzio, aborto, cambiamento di sesso, legge Basaglia…</span></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><i class=""><span class="">Poi che cosa accadde?</span></i></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><span class="">Accadde che la revisione craxiana del concordato nel 1984 portò al subdolo imbroglio dell’ottopermille, che arricchì enormemente la Cei. Abolendo l’assegno statale di congrua ai sacerdoti, sparirono i preti del dissenso: la loro sopravvivenza ormai dipendeva direttamente dalla Cei, che poteva affamarli come e quando voleva. Cl e Opus dei si infiltrarono nei centri di potere e i diritti civili in Italia restarono al palo.</span></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><i class=""><span class="">Con la seconda metà degli anni Ottanta l’Aids…</span></i></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><span class="">Paralizzò tutto, anche sul piano del costume, ma fece sorgere una solidarietà nuova tra appestati e reietti: un senso di comunità; poi ebbe inizio il ventennio del Menzogna, quello secondo il quale Eluana poteva ancora partorire. La nostra timida ripresa è dovuta all’Europa: grazie ai danesi, agli olandesi, ai belgi e via via a tutti gli altri: noi come sempre fanalino di coda. Il nostro ritardo e la parzialità della legge approvata nel 2016 dimostrano una grave arretratezza, implicita per altro nella prima parte della tua domanda, con la menzione di diritto naturale e diritto positivo…<i class=""></i></span></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><i class=""><span class="">Vogliamo parlarne brevemente?</span></i></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><span class="">La teoria del diritto naturale, o giusnaturalismo &#8211; alla quale i clerico-fascisti ancora oggi si rifanno &#8211; postula l’esistenza di una serie di princìpi eterni e immutabili, inscritti nella natura umana, cui si darebbe il nome di diritto naturale. Il diritto positivo &#8211; cioè il diritto effettivamente vigente &#8211; non sarebbe altro che la traduzione in norme di quei principi. Per le confessioni religiose ovviamente si tratta dei princìpi dettati dai loro testi sacri. Per gli studiosi laici ottocenteschi i princìpi furono quelli di giustizia e di equità, oppure concezioni quali il “popolo” e lo “stato”. Non essendoci accordo sui princìpi &#8211; a meno che essi non siano imposti da un potere autoritario &#8211; il fondamento stesso della teoria del diritto naturale venne considerato obsoleto già alla fine dell’Ottocento, quando cominciò ad affermarsi il positivismo giuridico o giuspositivismo che, contrapponendosi al giusnaturalismo, asserisce che il diritto è solo ed esclusivamente diritto positivo, e non può esservi spazio per alcun diritto naturale trascendente il diritto positivo. La filosofia del diritto si sposta così dal campo del trascendente a quello dell’immanente, dal dominio della natura a quello della cultura. Sono in tal modo poste le basi per il successivo e fondamentale passaggio che nel secondo Novecento porterà al costruttivismo relativistico giuridico. Quindi il ricorso alle categorie del diritto naturale nel secolo XXI per contrastare unioni omoaffetive e GPA non ha alcun fondamento scientifico. E’ antistorico, patetico.</span></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><i class=""><span class="">Per rimanere su un terreno linguistico, quando parlo con persone della tua generazione, a dispetto del confronto che posso avere con i coetanei o con quarantenni che non provengono da territori accademici e di ricerca… ecco, tu prima hai fatto ricorso a un termine come fascista, connotandolo. Quanto si è dimenticato, quanta parte di memoria è andata persa con l’evoluzione dei costumi e dei comportamenti? Insomma, che cosa è accaduto? C’è stata davvero una rivoluzione socio-politica? E il Welfare? Se un tempo il costume condizionava il pensiero politico, quanta memoria bisogna recuperare per uscire da una condizione così disarmata e ondivaga che non riesce a produrre niente di concreto a livello sociale, politico e economico?</span></i></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><span class="">Vorrei risponderti sempre sulla base degli studi che ho compiuto. Solitamente chi scrive nel campo della memorialistica omosessuale è qualcuno che ha studiato, che ha potuto riflettere su sé stesso: un intellettuale, scrittore poeta filosofo. Un individuo, portato all’individualismo. Il popolo, nella sua saggezza, ha sempre risolto questi problemi a modo suo. E pure la chiesa cattolica. La soluzione della chiesa era una bella veste nera che tutto ricopriva, dal collo fino ai piedi, e poteva diventare anche rossa o persino bianca… Mentre il popolo si era inventato le categorie dei femminielli, delle checche… trovando un ruolo per queste persone, proprio come lo trovava la chiesa. Perché nelle nostre famiglie contadine, il figlio più sensibile, più intelligente, più delicato di salute, quello meno adatto a produrre figli e arare i campi, andava in seminario. Poi va beh, se ci scappava qualche chierichetto ogni tanto, si chiudeva un occhio. L’attenzione ecclesiastica per i pre-adolescenti c’è sempre stata. Che cosa credi che accada &#8211; da sempre &#8211; nelle scuole coraniche? La differenza è che oggi nel mondo occidentale la si denuncia definendola pedofilia: è il tramonto di un’epoca e di una civiltà culturale.</span></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><i class=""><span class="">Dicevi dell’intellettuale…</span></i></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><span class="">C’era una élite intellettuale che talvolta lasciava qualche testimonianza. Non tutti, certamente. Gadda per esempio, distrusse ogni traccia delle sue memorie; resta una lettera di Montale del 21 novembre 1946 indirizzata al critico Silvio Guarnieri: “Carissimo Silvio, qui le cose non vanno bene, ora i giornali escono a due pagine perché manca la corrente per le industrie, cartiere comprese; e così anche la collaborazione al «Corriere» (unico mio reddito) sarà molto ridotta. (&#8230;) Landolfi è sempre a Pico ed è meglio per lui che stia là. Il «Mondo» è morto. Carlemilio è a Venezia con alcuni pennerasti (si impaluda sempre più) e degli altri meglio non parlare&#8230; Tuo Eusebio”. Il sommo poeta s’inventa un dispregiativo per gli amici omosessuali dell’omosessuale Gadda, storpiando il nome di Sandro Penna.</span></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><i class=""><span class="">Toglie il fiato…</span></i></p>
<p class="ox-74848d8a43-MsoNormal"><span class="">Poi c’era il popolo che aveva le sue soluzioni, mentre i codici ignoravano il problema. Questa secolare tradizione è stata messa in discussione da istanze giunte dal mondo anglosassone e nord-europeo. Sappiamo bene con quanta ostilità da parte della chiesa cattolica e delle destre. Attraverso la musica leggera e il cinema nuovi modelli sono penetrati nel tessuto sociale più semplice e popolare. E il costume è mutato. Ricordo che in una circostanza pubblica, quando uscì <i class="">Zamel</i> nel 2009, avevo fatto un lineare excursus citando i vari pionieri della emancipazione omosessuale, fino all’Associazione americana di psichiatria che il 17 maggio 1990 ottenne la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle patologie da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: da qui la festa del 17 maggio ormai celebrata in tutti i paesi civili. Ebbene, alla fine, bonariamente, un ascoltatore intelligente osservò: “Dal suo discorso sembrerebbe che da Stonewall nel 1969 si sia passati al manifesto del Gay Liberation Front e poi al 17 maggio come per una lineare evoluzione. E che le legislazioni nei vari paesi ne abbiano preso atto derubricando il reato di omosessualità tra adulti consenzienti. Fino al riconoscimento delle unioni civili e poi del matrimonio egualitario. Però se pensiamo alla fascia medio-bassa della popolazione, che è la più numerosa, forse più dei documenti da lei citati hanno giocato un ruolo fondamentale le canzoncine di Raffaella Carrà”. Credo che il gentile interlocutore avesse ragione. Forse oggi citerebbe Maria De Filippi che apre al tronista gay… In effetti le canzoncine della Carrà permisero un’espressione di gaiezza totale agli zii operai d’Italia. Come oggi Maria De Filippi entra nelle case degli ex-contadini e dei piccolo borghesi mostrando che domani il figlio timido potrà salire su quel trono e scegliersi un fidanzato. Sui grandi numeri inevitabilmente Elton John e la Carrà sono imbattibili. E noi intellettuali con le nostre rivendicazioni di diritti costituiamo un’astrazione. Ci vogliamo anche noi, certo, ma è evidente che nella società italiana prima è venuta Raffaella Carrà con la sua subliminale operazione, e solo molto più tardi la (parziale) acquisizione legislativa. In pratica si doveva riconoscere qualcosa che nella concezione giuridica italiana non era mai stata sancita come reato. Che semplicemente non esisteva.</span></p>
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		<title>Cangura [2 prose inedite]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Dec 2017 06:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Carnaroli]]></category>
		<category><![CDATA[prose]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alessandra Carnaroli 5 dice che non sa dov&#8217;è mio padre, dice che forse gira con la macchina sempre nei soliti posti quelli che conosce a memoria tutti gli stop, dove si può superare, dove bisogna stare attenti perché ci mettono gli autovelox proprio quando torni a casa dal lavoro. dice che porta ancora il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alessandra Carnaroli </strong></p>
<p><strong>5</strong><br />
dice che non sa dov&#8217;è mio padre, dice che forse gira con la macchina sempre nei soliti posti quelli che conosce a memoria tutti gli stop, dove si può superare, dove bisogna stare attenti perché ci mettono gli autovelox proprio quando torni a casa dal lavoro.<br />
dice che porta ancora il cappellino con la scritta di versace e gli occhiali neri, se c&#8217;è il sole abbassa la capotta dice che così vede meglio le ragazze e si fa vedere, sorride fa ciao con la mano.<br />
dice che gli piace anche se è ridicolo quando mette la polo sui pantaloni di stoffa e le scarpe da ginnastica sono troppo bianche si vede che le ha comprate da poco le mette solo per andarci in giro venire da me dice che sembra come se è sempre un turista<br />
dice che a mia madre gli viene la nausea quando lo vede vestito come uno che va al liceo, dice che è come se lo vede che si nasconde nei bagni per fumare come se lo vede baciarsi con la ragazzina che c&#8217;ha lo scooter argento gli mette una mano nelle mutandine di monella vagabonda gli parla di vasco rossi gli fa gli squilletti nel cellulare<span id="more-71150"></span><br />
dice che forse all&#8217;inizio non la tradiva e che ha cominciato dopo a riportargli a casa i boxer fatti come il cemento, le tasche piene di scontrini del campari, i colletti affilati col rossetto<br />
dice che non devo essere depressa, che non sono l&#8217;unica ad averci un padre che va a puttane e una madre che si cuce gli occhi con un filo di perline.<br />
dice che secondo lei scopava anche con la ludmilla quando mandavano in onda l&#8217;albero azzurro dice che la ludmilla denti di ferro trascinava la sua lama pelosa tra le gambe del mio babbo, faceva come l&#8217;aglio quando salta tutto caldo nella sua padella di ossi<br />
dice che anche lei si farebbe mio padre. dice che come mette le all star fuori dalla macchina se lo fotte. dice che come la vede a lui i gli vibrano i pantaloni come se lo chiamano in centomila col cellulare dice che lui la fa sicuramente entrare in casa, che gira la maniglia del portone come se sta per tagliare una gran fetta di mortadella.<br />
dice che lei allora subito comincia a toccargli i tagli del rasoio che gli sono rimasti sopra come le conchiglie della preistoria, dice che gli si mette sopra e comincia a svuotarlo come si fa con le seppie e il nero gli va dappertutto sul muro sugli occhi sulla foto di me che tagliavo la torta della comunione con la paletta d&#8217;argento (dice se ho presente quella foto dove si vede anche lei però poco perché gli faceva ombra mia cugina che stava dietro a farci ridere a farci le facce ridicole e le corna), dice che a mio padre comincia a cascargli la faccia, gli occhi diventano il campari che gli cola sulle poccie e fa il fumo, la bocca gli si impasta con la lingua e le tonsille e le narici e tutto comincia a girare come un disco umido, che invece di suonare sbava e lava via tutta l&#8217;aria e s&#8217;impunta sulle ossa e sui nei e ripete così così così così. dice che la bacia dappertutto perché è tutta nuda. dice che è insabbiata tra le sue gambe che sanno di alga e mare vecchissimo, che è l&#8217;uovo che gli spunta tra le chiappe e comincia a cantare per chiamare il contadino che viene e li stacca. dice che la castra come una castagna con il coltellino svizzero e poi scoppia sulla stufa. dice se mi ricordo quando nonna metteva le castagne sulla stufa e ci diceva state lontane che se scoppiano vi rovinate e io pensavo che le castagne quando scoppiavano erano più forti dei petardi e lei delle bombe e io allora dicevo che erano più forti della bomba atomica e lei della bomba a idrogeno e io che erano più forti della bomba al plutonio e vincevo perché lei non conosceva dell&#8217;esistenza di altre bombe dice che gli si attacca alla pelle come una lingua che dice solo elle, la sussurra alla sua fica sorda per cancellare ogni traccia<br />
dice che se lo è portato a letto anche lei, dice che forse l&#8217;ha solo sognato,<br />
dice che adesso gli è venuta voglia dice che adesso mi bacia, mi apre la bocca e mi mette dentro il fringuello mi mette dentro dio e la moto e un dente d’oro<br />
-miranda<br />
le sue labbra mi schizzano tutta, dice che ha appena lavato i denti con az forte dice che verrò alla menta come quella saporita di mia madre perchè al paese la chiamano così la chiamano la saporita come se è un tipo di focaccia che vendono negli autogrill vicino al panino col prosciutto</p>
<p><strong>6</strong><br />
io e la laura eravamo sole nella panda gialla, la chiamavamo il cimitero degli insetti perché nei finestrini chiusi ci morivano le mosche e molte vespe. noi ci giocavamo che era una astronave e il parasole era il computer e il freno a mano era il pulsante che sparava i razzi missili e il volante era il volante. i ruoli erano che lei era il capo che guidava fino alla luna, dalla luna agli anelli di saturno il capo ero io, al ritorno si faceva al contrario, chi non guidava lavorava al computer, chiamava la base sparava ai nemici.<br />
a turno ci chiamavamo: va va principessa aurora superstar, gordon che negli spazi va, kitty la terra aiuterà, che erano le parole che ci ricordavamo della sigla di un cartone animato spaziale che andava in onda su tv centro marche.<br />
se c&#8217;erano dei feriti durante gli scontri finivano sul sedile dietro dove si poteva stare sdraiati o si poteva fare l&#8217;amore.<br />
quello era il secondo gioco preferito, lo avevamo scoperto a casa di mio cugino che teneva i giornalini sotto il materasso. noi li leggevamo: prima ci facevano ridere e dicevamo ma cos&#8217;è sta roba, poi più li leggevi e più ti veniva una strana sensazione proprio lì sotto, che non era pipì che scappava ma era come se ti ci batteva il cuore, e capivi che non stava bene fare quella cosa di leggere e sentire quella cosa tra le gambe, come un ciambellone che si gonfiava e diventava zucchero e poi diventava liquido e bolliva. ma più leggevi e meno ti fermavi ci siamo abbracciate come nelle figure nere per calmare la talpa tozza e calda che ci scavava tra le gambe, si costruiva la tana in mezzo al niente, portava peli e rametti faceva una chiesa enorme di vetro e di carne lei stava sotto e io sopra, io ero il maschio e lei la femmina. aveva giurato che teneva la mano davanti alla bocca perché i baci sulla bocca non si potevano dare, stava brutto e portavano le malattie, portavano la carie.<br />
io mi emozionavo e le davo con la lingua sul collo, le davo i bacini sulla pancia e sulle tettine che sembravano due cingomme secche attaccate da molto tempo sotto il banco.<br />
noi facevamo l&#8217;amore in un&#8217;unica posizione che era quella che io stavo sopra e lei sotto e sudavamo e ci piaceva, ma sempre con le mutande e mai bocca a bocca.<br />
poi una volta abbiamo scoperto la miranda, che ce l&#8217;abbiamo tutte ma quella di un altra è come un gusto nuovo del gelato, il puffo per esempio che noi abbiamo scoperto alla gelateria maremio dopo diverso tempo che era stato inventato.<br />
ci strofinavamo la miranda sedute di fianco e io non sapevo neanche che c&#8217;era un buco dove ci si poteva anche entrare con le maniche del grembiule.<br />
strofinavo, strofinavo e arrivavo all&#8217;osso come con le pesche<br />
quando avevamo finito non ci amavamo più, io tornavo una bambina e lei era una bambina: si giocava a mamme, a prendere, a fare i giornalini.<br />
alla miranda non ci pensavo finchè un altro giorno non ci annoiavamo e ricominciavamo a strofinarci come i fiammiferi e dava gusto per un po&#8217;.<br />
poi non so perché ma un giorno abbiamo smesso ci siamo scordate. lei ha cominciato a giocare con la mery, io ero più grande sono andata alle scuole medie, ho conosciuto cristian carloni e ci siamo baciati con la lingua in gita di un giorno a firenze<br />
sda allora mi sono piaciuti sempre i maschi.<br />
proprio alle femmine non ci ho più pensato, magari sì, qualcuna mi può piacere per come veste o per i capelli o per l&#8217;intelligenza, ma non mi reputo una persona omosessuale. questa cosa della miranda e della centoventisette mi è venuta in mente adesso che parlo con lei dottoressa e forse può centrare qualcosa col fatto che non riesco ad accettare la mia gravidanza.</p>
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		<title>Arrivederci casa, addio.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Nov 2017 06:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo De Matteis]]></category>
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					<description><![CDATA[di Filippo De Matteis Il fumo dei crolli iniziò a salirci negli occhi mentre prendevamo l’ultima curva, che avrebbe sepolto per sempre negli specchietti il profilo delle case e decapitato i grandi pini dentro una nuvola. Mi chiedesti di guidare più veloce, per non svenire. Partivamo troppo presto, in quella vita. Sempre quando c’era ancora [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<b> Filippo De Matteis</b></p>
<p>Il fumo dei crolli iniziò a salirci negli occhi mentre prendevamo l’ultima curva, che avrebbe sepolto per sempre negli specchietti il profilo delle case e decapitato i grandi pini dentro una nuvola. Mi chiedesti di guidare più veloce, per non svenire.<br />
Partivamo troppo presto, in quella vita. Sempre quando c’era ancora luce, così che le cose non si nascondessero attorno a noi. Volevamo che rimanessero e che la notte fosse solo l’epoca del viaggio e mai della partenza.<br />
Neanche allora ci riuscì di programmare il nostro addio al buio. Di quello che ci avrebbe ferito, ci toccò ferirci.<span id="more-70852"></span></p>
<p>Venivano giù i campanili, colpiti al cuore, ma già non potevamo sentire. Come l’una per l’altra le campane dei rioni si piangevano addosso. E con quale strepito precipitavano i Santi dalle nicchie di tufo. Erano tenuti in piedi da pochi grammi di midollo dentro un tubo di ossa di marmo spigolose, nelle nostre chiese. Da una preghiera in latino.<br />
Sono rovinati come rovinavano gli uomini, chiudendosi appresso a quelle rovine la stagione della fede. Senza uomini e senza santi non c’è fede da frequentare. Dura poco il volo, vedi.<br />
Le ostie si sono rotte tutte con fragore d’osso, o le ossa tutte con fragore di ostia. Ma già lontano dal tuo orecchio e dal mio.</p>
<p>Ci chiamavamo sicuri, dentro le passeggiate fra i lampioni alle otto di sera. Nel gargarismo delle voci dei negozi in centro. Nell’odore delle buste di cartone fresco delle librerie, quando custodivano le mie sorprese per il tuo comodino notturno.<br />
Il rovello dei cercatori di vino nelle osterie, l’equilibrismo dei gerani sui denti delle ringhiere, la piega esatta delle lenzuola dietro le finestre.<br />
Il ripostiglio del quotidiano da cui guardavamo le giornate, fra l’andare e il venire dell’elettricità.<br />
Ci chiamavamo sicuri, ma era una frode e non una rima.</p>
<p>Ci toccò partire.<br />
“Stammi vicino, sempre” mi implorasti, stringendomi la mano come se stessi attraversando una guerra. Poi mi chiedesti di guidare più veloce. Se dovevamo andare, doveva essere in corsa.<br />
Guardavi nel finestrino, di lato, i cartelli che si spezzavano mentre passavamo, e le luci frantumate dell’autostrada. Li chiamavi “ci rivedremo presto”, e un singhiozzo fra ogni pensiero.</p>
<p>Il cielo di tutte le città si era suicidato sulla nostra città, e davanti a noi non era rimasto altro cielo.<br />
“Stammi vicino, sempre, e promettimi che torneremo a casa, un giorno”.<br />
Ti tengo ancora la mano, mentre tu stringi sempre meno e noi non torniamo più.<br />
La nostra città non esiste, se non ci siamo noi. Così tutte le cose.<br />
È una dieta di unghie, questa vita altrove.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*<br />
[inedito]</p>
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		<title>Vasio di mezzanotte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jun 2017 05:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Carla Vasio]]></category>
		<category><![CDATA[Nottetempo edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[prose]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Tuono di mezzanotte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Recentemente pubblicato da nottetempo edizioni, &#8220;Tuono di mezzanotte&#8221; è una brillante raccolta di racconti di Carla Vasio, in cui grandeggia tutta la sua affilata prosa onirica. Di seguito, uno dei quattordici spaccati di vita (e magia) che compongono il libro. &#160; Beatrice detta Bea Incompresa, esasperata, drammatica, la Bea sbatte la porta, accende [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-68657" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/9788874526710_0_0_0_80-206x300.png" alt="" width="206" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/9788874526710_0_0_0_80-206x300.png 206w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/9788874526710_0_0_0_80-768x1117.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/9788874526710_0_0_0_80-704x1024.png 704w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/9788874526710_0_0_0_80.png 1000w" sizes="(max-width: 206px) 100vw, 206px" />Recentemente pubblicato da <em>nottetempo edizioni</em>, &#8220;Tuono di mezzanotte&#8221; è una brillante raccolta di racconti di Carla Vasio, in cui grandeggia tutta la sua affilata prosa onirica.</p>
<p>Di seguito, uno dei quattordici spaccati di vita (e magia) che compongono il libro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="page" title="Page 18">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p><strong>Beatrice detta Bea</strong></p>
<p>Incompresa, esasperata, drammatica, la Bea sbatte la porta, accende il lampadario appeso al soffitto, scaraventa la cartella sul letto e si getta bocconi sul tappeto.<br />
Attraverso la finestra spalancata entra un forte odore di erba tagliata, guizza qualche riflesso mobile senza altra causa che non sia il riverbero del tramonto, interviene il suono impaziente di un clacson o lo stridore di una marcia male ingranata.<br />
La Bea aspetta la primavera: la Bea è sicura che non ha mai tardato tanto a venire, ma questa sera il cielo è già di una trasparenza perfetta.</p>
</div>
</div>
</div>
<p><span id="more-68654"></span></p>
<div class="page" title="Page 19">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>La finestra della sua stanza si trova in una posizione particolare: è l’ultima a destra su un lato del cortile: è come se fosse situata su una sporgenza del palazzo, per cui si vede in alto, di scorcio, una sottile porzione d’aria libera fra una costruzione e l’altra. La Bea si rotola sul tappeto, si ferma supina in modo da vedere lo spazio arioso fuori dalla finestra. Con gli occhi segue il volo del seggiolino lanciato in aria, subito ricaduto, scomparso dietro lo spigolo del tetto. Eccolo di nuovo: sale, ricade, scompare – rilanciato e ripreso. Non lo stesso seggiolino, ogni volta il colore è diverso: è blu o rosso o verde o d’oro o d’argento. È evidente che nel prato nascosto in basso la giostra ha cominciato a girare e i seggiolini a volare, ma la Bea li può vedere soltanto nel momento piú alto del volo, il piú veloce: di volta in volta ognuno si ferma per un attimo librato nell’aria viola della sera, quando la luce del giorno non si è ancora spenta ma già il cielo sta perdendo colore. Una cosa visibile che oscilla su e giú, in alto e in basso, entra ed esce dallo schermo, dentro e fuori dall’ombra: è il mondo esterno che appare e scompare oltre il davanzale, si accende e si spegne, si allontana e ritorna.<br />
L’altoparlante comincia a trasmettere una vecchia canzone. Un disco graffiato ripete all’infinito: “It is forever&#8230;”<br />
Quella deve essere una canzone cosí vecchia che la Bea non l’ha mai sentita prima, ma da una settimana la giostra la trasmette un numero insopportabile di volte: “Love is forever&#8230;” La Bea è curiosa dell’amore. Domande senza risposta: è soltanto una scalfittura o una ferita sanguinante? È un pericolo o soltanto una recita? La Ludo ha quindici anni e la Bea è convinta che sia stata ferita e sanguini, ma lei non le con da le cose dell’amore anche se è sua sorella. È un punto d’arrivo o un delirio, un porto sicuro o una tempesta, una conquista o una perdita? “&#8230;Love is forever&#8230;”<br />
La canzone dice che l’amore è fatale, è notturno, è incomprensibile e definitivo: “&#8230;And let forever begin tonigh&#8230;t”.<br />
Ma quando arriva l’amore? In quale ora della notte?<br />
I seggiolini della giostra continuano a salire, dopo un attimo precipitano. Escono fuori dal buio, sono ripresi dal buio, uno dopo l’altro, sempre vuoti a quell’ora della sera. La Bea spera che almeno uno, almeno una volta, rimanga sospeso in aria, nella luce smagliante del faro che dal basso illumina la ruota della giostra. Ma il mondo continua a oscillare oltre il davanzale, si allontana e ritorna, nché scompare per sempre, forever&#8230;<br />
La Bea balza in piedi, afferra la cartella e tira fuori i libri di greco. Per domani mattina deve tradurre una poesia: da lí è partita la sua inquietudine. La professoressa di greco ha letto con voce sicura: “Deduke men a selanna&#8230;” Anche nella poesia si prevede l’arrivo di una cosa misteriosa e segreta che accadrà questa notte, quando sarà tramontata la Luna con le Pleiadi, dopo la mezzanotte&#8230; “Deduke men a selanna kai Pleiades mesai de nuktes”. La poesia non dice che cosa accadrà e se sarà per sempre, dice soltanto che l’attesa è lunga quanto la notte, e non dice neppure che cosa si aspetta, né se verrà: si può sapere soltanto che l’attesa comincia questa notte.<br />
La Bea afferra il vocabolario: tradurrà la poesia parola per parola, per nessuna ragione al mondo vorrebbe mancare domani alla lezione di greco.<br />
Un tuono improvviso. Un lampo immediato. Allarmante.<br />
La Bea, che si era addormentata sull’antologia di poesia greca, si sveglia di soprassalto, corre alla finestra e guarda la notte serena illuminata da una Luna che scende verso il tramonto.<br />
Può scoccare un lampo in una notte serena? Può esplodere un tuono? Intorno alla Bea avvenimenti inaspettati si stanno organizzando in modo singolarmente appassionante, di notte, mentre la Luna attraversa un cielo purpureo. Si può dire che il cielo è purpureo? Purpureos: Omero lo dice del mare.<br />
Ma, aveva detto la signorina Longo, non si deve tradurre “purpureo”, è insufficiente, limitativo, in un certo senso è improprio, perché il mare diventa purpureo quando è profondo, quando l’azzurro è cosí intenso da sembrare turchino, blu oltremare appunto: un blu cupo invaso da riflessi purpurei. Il mare antico è viola&#8230; viola: mare antico, insondabile, misterioso, dove albergano i mostri e gli dèi, dove si nasconde la passione, dove si nasconde la morte se gli dèi sono irati.<br />
Durante la correzione dei compiti, la signorina Longo aveva tenuto la punta rossa della matita sospesa sopra il foglio su cui la Bea con tanta diligenza aveva scritto la sua traduzione: la punta rossa della matita rossa e blu, la punta degli errori poco importanti, neanche veri errori, la stessa professoressa li chiamava sviste o imperfezioni e calcolava una penalità di mezzo punto, non piú di mezzo punto.<br />
“Ma il vocabolario&#8230;” aveva sussurrato la Bea.<br />
“Un vocabolario scolastico dà traduzioni superficiali,” aveva risposto la signorina Longo impaziente, e la punta rossa della matita si era appoggiata sul foglio.<br />
Il mare purpureo. Anche il cielo è purpureo? È purpureo un cielo dove il tuono si scatena senza le nubi e senza il lampo&#8230;?<br />
Certamente, il lampo lo ha attraversato, venuto da chissà dove, precipitato nel cielo come in un abisso in cui ha acceso chissà quali echi. La Bea ha sentito il tuono, ma non ha fatto in tempo a vedere il lampo: che certamente c’è stato, la Bea ne è sicura perché sempre vengono insieme. E i suoi riflessi in cielo erano purpurei, certamente purpurei. Un cielo decisamente purpureo, attraversato dal tuono e da un invisibile lampo, una luce istantanea che la Bea non ha fatto in tempo a vedere.<br />
Adesso la Luna è quasi tramontata dietro il tetto della casa di fronte, stanno per spegnersi la sua luce e il suo alone. “Deduke men a selanna&#8230;”<br />
Vada per purpureos, per la poesia la Bea non ha avuto mai problemi di traduzione e domani la signorina Longo lo riconoscerà.<br />
Ma per la traduzione della poesia non basta il vocabolario: “Tramontata è la Luna e le Pleiadi&#8230;”<br />
Eppure qualcosa rimane in sospeso. Non l’incertezza sui vocaboli, no di certo: “Tramontata è la Luna e le Pleiadi&#8230;” È semplice e chiaro. Eppure&#8230;<br />
Improvvisamente la Bea si accorge di essere sola, perduta in un cielo che si sta oscurando mentre tramonta la Luna. Una sensazione terribile. Piange silenziosamente con la testa appoggiata sul braccio e il braccio sul davanzale, e le lacrime le escono dagli occhi come pioggia.</p>
</div>
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		<title>#ritratti – quattro prose brevi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 May 2017 05:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Tolomeo]]></category>
		<category><![CDATA[prose]]></category>
		<category><![CDATA[ritratti]]></category>
		<category><![CDATA[selezione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Angelo Tolomeo ** [La cultura ai tempi del colera] In piazza Duomo, davanti alla casa Cazuffi-Rella, c’è un uomo che urla ci vuole più cultura, più cultura! e possiede lo sguardo allucinato di chi ha ragione da svariati millenni ma è rimasto inascoltato. Alcuni turisti prendono dei bastoncini e provano a smuoverlo ma lui rimane [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Angelo Tolomeo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
**<br />
[La cultura ai tempi del colera]<br />
In piazza Duomo, davanti alla casa Cazuffi-Rella, c’è un uomo che urla ci vuole più cultura, più cultura! e possiede lo sguardo allucinato di chi ha ragione da svariati millenni ma è rimasto inascoltato. Alcuni turisti prendono dei bastoncini e provano a smuoverlo ma lui rimane irosamente piantato sull’acciottolato. L’autobus dei cinesi che sopraggiunge da via Belenzani deve circumnavigarlo per poter procedere su via Mazzini. Una lunga schiera di ragazzini si apre a ventaglio passandogli accanto, forma un gigantesco estuario che investe tutta la piazza e poi dissecca, scivola rapidamente via, in mezzo alle pietre levigate degli angoli. Poi, quando la quota è raggiunta, l’uomo molla gli ormeggi e, con le vele gonfiate dall’implacabile Föhn della val d’Adige, se ne va, con in faccia la rigida fisionomia di un antico marinaio che affronta l’ultimo mare. La salsedine nelle rughe, tra le pieghe delle mani e sulla blusa. Davanti agli occhi solo l’oceano col suo torbido blu e l’abisso da cui tutto ha avuto origine.<br />
**<span id="more-68067"></span><br />
[A spasso]<br />
Quando ero nel quartiere Mater Domini di Catanzaro ho visto all’angolo della strada un patataro malinconico che svendeva le sue patate. Era seduto sul ciglio del marciapiede: una mano a fermare la febbre della fronte, un braccio penzolone lungo un fianco; l’ape messo di traco* sulle strisce pedonali a sbarrare il passo, a segnare una disfatta. C’erano dei passanti sul lato opposto che si scrutavano l’un l’altro (scivolando in una indifferenza più severa) mentre la donna del terzo piano abbassava un poco le tapparelle del balcone e restava per qualche istante con la testa poggiata nel freddo dello stipite. L’aria era sottile, come quando c’è un morto ammazzato e nessuno ha visto niente.<br />
&#8211;<br />
*di traco (dialettale) : di sbieco<br />
**<br />
[L’omicidio]<br />
Il Butirru è morto, tutto qui. Dicono che i sicari sono entrati nella stanza da letto e gli hanno sparato due colpi al petto. Dicono che è successo così in fretta che non ha nemmeno fatto in tempo ad accorgersi di nulla. La Zinna è saltata su, tutta nuda, e si è raggomitolata in un angolo tremando e implorando pietà. Ma non era lei che stavano cercando. Dicono che è rimasta così, rannicchiata con la faccia contro il muro, fin quando non è arrivata la polizia. Aveva i piedi zuppi di pisciazza. Dicono che il Butirru, steso nel letto, con le braccia larghe e il petto squarciato, sembrava una specie di cristo schiodato. Un dio minore freddato nel momento in cui abbracciava tutta l’umanità di cui era capace. Dicono che aveva una strana smorfia sul viso, quella di chi ha provato un grande piacere e poi subito dopo un grande dolore, senza soluzione di continuità. Dicono che è così la vita: senza soluzione di continuità.<br />
**<br />
[Al supermercato]<br />
Nel supermercato irrompono due vecchi, vestiti coi cappelli alla tirolese e le giacche di fustagno. Uno dei due regge una fiaschetta impagliata di Chianti ed entrambi sono alticci. Si posizionano con strafottente noncuranza davanti alle casse, in modo che la fila degli acquirenti non possa avanzare, e danno corpo ad alcuni motivi di montagna in un dialetto primitivo impastato col vino &#8211; il più giovane si cala la tesa sugli occhi esaltando in questo modo la malinconia delle strofe. Le facce dei presenti, sulle prime, si illuminano di compassione ma presto si deteriorano, quando si intuisce che la faccenda va per le lunghe e i vecchi non hanno alcuna intenzione di mollare la presa. Arriva la guardia giurata &#8211; che leva gli occhi al cielo, tira uno sbuffo tra i denti &#8211; ma prima che possa dire qualcosa viene apostrofato così: lei non può fare niente, noi siamo una citazione etnografica! Piantano il vuoto di Chianti in mezzo al registratore di cassa e vanno via. La fila, allora, dopo qualche istante di smarrimento, riprende il lento corso della propria routine, col pallido bip del codice a barre. Nell&#8217;aria rimane limpido solo lo sciabordio del gesto e un odore fortissimo di tabacco e terra. Un bambino che strattona la madre chiede, con l’ingenuità propria della sua giovane età, che si ristabilisca il senso, che si metta a macerare l’etica postmoderna per vedere cosa ne esce.</p>
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		<title>L&#8217;allegria di Mario Benedetti</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/04/25/lallegria-mario-benedetti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Apr 2017 05:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Il diritto all'allegria]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura latinoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Benedetti]]></category>
		<category><![CDATA[Nottetempo]]></category>
		<category><![CDATA[prose]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta &#160; L&#8217;ottima casa editrice Nottetempo sta pubblicando da qualche tempo le opere di Mario Benedetti, narratore, poeta e saggista uruguaiano di origine italiana, scomparso nel 2009, che resta uno degli autori più amati della letteratura latinoamericana. Dopo La tregua (2006) e Chi di noi (2016) ecco Il diritto all&#8217;allegria, con la traduzione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-67854" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/mb-NI-211x300.jpg" alt="mb NI" width="211" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/mb-NI-211x300.jpg 211w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/mb-NI.jpg 640w" sizes="auto, (max-width: 211px) 100vw, 211px" />di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ottima casa editrice Nottetempo sta pubblicando da qualche tempo le opere di Mario Benedetti, narratore, poeta e saggista uruguaiano di origine italiana, scomparso nel 2009, che resta uno degli autori più amati della letteratura latinoamericana. Dopo <em>La tregua</em> (2006) e <em>Chi di noi</em> (2016) ecco <em>Il diritto all&#8217;allegria</em>, con la traduzione di Stefania Marinoni. Si tratta di una raccolta composita di prose, contraddistinte dalla solita ironia di Benedetti, nonché dal suo carattere vivamente nostalgico, fortemente empatico col lettore, dotate di un&#8217;intelligenza profondamente umana, viscerale, talvolta diremmo chirurgica. <span id="more-67853"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Di seguito, due estratti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>18. Pruriti e grattacieli</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A quanto pare, i cieli soffrono spesso il prurito. Ebbene, proprio per questo esistono i grattacieli. Certi cieli tetri, come quello di New York, li gratta l&#8217;Empire State Building, che ha sostituito in questa funzione le sfortunate Torri Gemelle. Nel suo piccolo, l&#8217;umile cielo di Montevideo, che soffre anch&#8217;esso il prurito, è grattato da Palacio Salvo.<br />
I grattacieli non spariscono con gli antistaminici; sono sensibili solo ai terremoti.<br />
A volte, quando i grattacieli esagerano nel loro lavoro per il firmamento, si mette a piovere, i grandi edifici gocciolano e la povertà apre gli ombrelli.<br />
Ho sentito di una ragazza che è un cielo a cui, a quanto pare, prude l&#8217;anima. Voglio essere un grattacielo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>66. Segni </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Finché viviamo i segni ci orientano, ma quando moriamo ci disorientano. Talvolta li troviamo in sogno, ma di quelli non ci dobbiamo fidare. Più affidabili sono i segni che ci assalgono nell&#8217;insonnia o che ci ammiccano quando siamo fermi davanti a un fiume e la riva ci commuove.<br />
Se sulle mani magre compaiono rughe, le trasformiamo in pugni, per ogni eventualità. I segni più inesorabili li dà sempre lo specchio, quel cretino, e non c&#8217;è smorfia che lo scoraggi.<br />
Un uccello può essere un segno, ma può esserlo anche un coccodrillo. Tutti sono segni: la musica, un tuono, il silenzio, un vento burrascoso, il canto di un&#8217;allodola, il baccano dei bambini.<br />
Ogni stagione ha il suo segno. L&#8217;inverno l&#8217;inclemenza, la primavera le rondini, l&#8217;estate l&#8217;afa, l&#8217;autunno la sobrietà.<br />
L&#8217;universo è un fiume di segni. Alcuni esplodono e ci riempiono di paura, altri accarezzano e spariscono. Persino la liturgia ha creato il segno della croce, chiaramente senza il permesso del povero Cristo.<br />
Il segno è traccia, cicatrice, imminenza, vertigine esposta alle intemperie, perdurare dell&#8217;istante. Ci sono anche i segnali di soccorso, come il tanto citato S. O. S. (<em>Save Our Souls</em>) che non a caso nasce nell&#8217;inglese imperiale.<br />
I segni lanciano presagi e poveri noi quando ci segnalano. L&#8217;unico modo per liberarsi dai segni è l&#8217;oblio, ma chi osa questa chirurgia della memoria?</p>
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		<title>Le cinque giornate di Arthur Rimbaud</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Feb 2017 06:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Tolomeo]]></category>
		<category><![CDATA[prose]]></category>
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					<description><![CDATA[di Angelo Tolomeo 19 ottobre 2015 Stamattina presto mi ha citofonato Rimbaud e mi ha detto che bisogna assolutamente essere moderni. Io non ho nemmeno aperto la porta perché so dove vuole andare a parare e soldi non gliene do. 26 novembre 2015 Stamattina presto mi ha citofonato Rimbaud e mi ha detto che finalmente ha [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Angelo Tolomeo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">19 ottobre 2015</p>
<p style="text-align: justify;">
Stamattina presto mi ha citofonato Rimbaud e mi ha detto che <i>bisogna assolutamente essere moderni</i>. Io non ho nemmeno aperto la porta perché so dove vuole andare a parare e soldi non gliene do.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-67303"></span><br />
26 novembre 2015</p>
<p style="text-align: justify;">
Stamattina presto mi ha citofonato Rimbaud e mi ha detto che finalmente ha trovato un lavoro: vende armi automatiche porta a porta. Io mi sono congratulato e lui mi ha chiesto se può interessarmi una colt, che gli è arrivata dall’America e non sa come sbolognarla. Gli ho detto di no, che non mi interessa e lui s’è incazzato. Ha urlato che ‘ste cazzo di armi non le vuole un cazzo di nessuno e che quasi quasi vendeva meglio con la poesia.</p>
<p style="text-align: justify;">
21 gennaio 2016</p>
<p style="text-align: justify;">
Stamattina presto mi ha citofonato Rimbaud ma quando ho aperto c’erano solo due testimoni di Geova, dicevano <i>Ce ne peut être que la fin du monde, en avançant.</i> Prendere tutte le mie cose e seguirli nella sala del regno.</p>
<p style="text-align: justify;">
29 gennaio 2016</p>
<p style="text-align: justify;">
Stamattina presto mi ha citofonato Rimbaud e mi ha detto d’averci un ginocchio in cancrena. Io non sapevo cosa rispondere e allora lui si è messo a raccontare un fatto suo. Dice che spesso si ritrova a ricordare con inquietudine quando ha preso l’intercity notte per Taranto; e precisamente: quel momento in cui si è svegliato – alla prima alba – e nella cuccetta tutti stavano dormendo; lui non ricordava neppure dove fosse diretto e, semplicemente, si lasciava cullare dallo stridio delle ruote sugli scambi. Ha guardato fuori dal finestrino e non c’era più niente: era tutto bianco <i>come nella famosa poesia di Montale </i>dice. Poteva chiudere gli occhi e tutto sarebbe finito come uno scherzo, ma lui no, lui se n’è andato in Africa.</p>
<p style="text-align: justify;">
1 febbraio 2016</p>
<p style="text-align: justify;">
stamattina presto mi ha citofonato Rimbaud ma quando gli ho aperto lui non si ricordava più le poesie. Nemmeno l’alfabeto si ricordava e nemmeno le vocali. Allora ho preso carta e matita e ho scritto: <i>A nera, E bianca, I rossa</i> … e così via.</p>
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		<title>Prose da &#8220;Le birre sonnambule&#8221;</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/12/18/prose-da-le-birre-sonnambule/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Dec 2009 09:12:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Aelia Laelia edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Le birre sonnambule]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Papa]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
		<category><![CDATA[prose]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Papa I Il 16 febbraio 1964, giorno del mio nono compleanno, vengono a guardarmi dentro il letto, come se fossi il cinema. Seguono ingordi il ballo delle pieghe delle lenzuola, l&#8217;affiorare il gonfiarsi e lo sparire di onde bianche e brune, di cavalloni. Dal soffitto pendono i miei nemici, come salumi messi a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Papa</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-27760" title="tra-le-nuvole" alt="tra-le-nuvole" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/tra-le-nuvole-300x211.jpg" width="300" height="211" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/tra-le-nuvole-300x211.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/tra-le-nuvole.jpg 425w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p><strong>I</strong></p>
<p>Il 16 febbraio 1964, giorno del mio nono compleanno, vengono a guardarmi dentro il letto, come se fossi il cinema.<br />
Seguono ingordi il ballo delle pieghe delle lenzuola, l&#8217;affiorare il gonfiarsi e lo sparire di onde bianche e brune, di cavalloni. Dal soffitto pendono i miei nemici, come salumi messi a stagionare. Gli ospiti ci sbattono la testa e bestemmiano un po&#8217;; mi scuso per le sgarberie di quei brutti merluzzi dei miei nemici che mi odiano e trovano sempre il modo di guastare la festa. Con molta comprensione, gli ospiti ci passano sopra e si accendono un po&#8217; di sigarette. Mi piacciono, perché sono giovani e vestiti bene, vellutati. Dentro il letto, io continuo a rotolarmi, in un goffo tentativo di seduzione.<br />
&#8220;Mi avete portato dei regali? Volete suonare qualcosa?&#8221;. Hanno le mani vuote, nella testa non c&#8217;è musica per le mie orecchie.<br />
Uno di loro, però, non se la sente di lasciarmi così: tira fuori un temperino e si mette a incidere un pomello del mio letto. Io lo seguo con gli occhi, mentre il legno perde la buccia e prende un viso peloso e zannuto. &#8220;Lo sai che cosa è questo?&#8221;. Non lo so. &#8220;È un tricheco. Buona notte!&#8221;.<br />
<span id="more-27749"></span></p>
<p><strong>II</strong></p>
<p>Il 25 febbraio 1964 decido di riempire il quaderno di mele. Come nel magazzino di un bravo contadino, faccio le parti: quelle cattive alle bestie, quelle più mature per la marmellata, quelle più belle al mercato, quelle rosse nel vassoio, le altre dentro la torta.<br />
Mi si avvicina un porcellino che vuol fare colazione. Se ne do un paio al porcellino, quante ne restano per me? Mi accorgo adesso che il conto non potrà mai riuscirmi, perché le mele si sono fatte confuse. Vediamo vediamo: faccio l&#8217;incantesimo e, con l&#8217;aiuto della luna, il mio problema prenderà forma. La luna modella i problemi come se fossero di creta e leva tutti gli errori, li leviga bene: ne vengono fuori belli puliti come gingilli e sono la festa dei maestri. Così piglio il quaderno e lo seppellisco sottoterra, nell&#8217;orto. Intanto me ne vado a letto bello bello, con la massima tranquillità. Prima di addormentarmi lego in un mazzo i miei nemici ciondolanti, perché nel buio sbattono l&#8217;uno contro l&#8217;altro e, se entra poco poco un po&#8217; di vento, qualcuno, magari, cade. Senza dire che, venissero a trovarmi gli amici giovani e ben vestiti, ci incappano un&#8217;altra volta di testa e si rompono.</p>
<p><strong>III</strong></p>
<p>L&#8217;8 marzo 1964, a casa di Ricky, nella sua bella enciclopedia grande e lunga come un treno, ho letto il nome della cosa da cui esce l&#8217;urina delle donne: <em>lavùlva</em>. Ricky dice che sarebbe &#8220;il cazzo delle donne&#8221;, ma io penso che lui si sbaglia. Lavùlva mi sembra che, da piccolo, l&#8217;ho vista volare: si tratta di quei batuffoli bianchi che somigliano alle piume ed escono pure, infatti, dai cuscini. Il cielo è pieno di lavùlva. Il cazzo, invece, io non l&#8217;ho mai visto volare. Credo che le donne, per non farsela scappare via, si appiccichino lavùlva addosso con la colla.<br />
Certo, per saperne di più, occorrerebbero delle illustrazioni precise e, sotto questo aspetto, l&#8217;enciclopedia di Ricky è cieca. Forse potrei chiedere ai mei giovani vellutati qualche figura, delle fotografie. Posso averne o non averne, ma sapranno, almeno, se ho ragioen o no. Sarò furbo: mi metterò a fare il mare sotto le coperte, come gli piace tanto. E può darsi che, per ricompensa, mi cantino pure qualcuna delle loro belle canzoni skiffle, dove ci sono gli alberi con le ali, i sottomarini, le ragazzuole, le birre sonnambule e mucchi di parole inventate.</p>
<p><strong>XII</strong></p>
<p>Il 13 giugno 1964 mi sveglio con la luminosa idea di scrivere un regolamento per tutti coloro che vengono in camera mia. In realtà ho letto in un libro che si usa, da qualche parte, questo genere di cose. Per esempio, scrivo che ci si deve togliere le scarpe come nel Giappone e sedersi dopo aver compiuto almeno cinque passi a piedi scalzi. A tali due regole aggiungo: ci si deve alzare ogni volta che si affaccia l&#8217;uccello del cucù se si è seduti, e ci si deve sedere se si è in piedi. Io penso che si debba seguire il criterio dell&#8217;equilibrio e del rispettare i turni, per mantenere l&#8217;ordine e la varietà.<br />
Nel mio regolamento ci metterò che si deve sempre far parlare per primo il più vecchio e che non si possono dire più di trentacinque parole in fila. Meno di trentacinque parole si possono dire, ma più lentamente. E voglio che il Regolamento sia fatto come il Codice: Libri, Titoli, Capi, Sezioni e Paragrafi. Così si sta tranquilli perché è tutto nero su bianco e si possono ritrovare le cose, quando uno se le dimentica.<br />
Le Leggi del Regolamento andranno in onda dalle otto della mattina alle otto della sera; il resto della giornata: libertà.</p>
<p><strong>XIV</strong></p>
<p>Il 10 luglio 1964, con Ricky, ci mettiamo alle Vite Parallele, o il Cambiaposto. Il gioco funziona così, ed è divertentissimo. Ci sediamo uno di fronte all&#8217;altro e si tira a sorte. Per esempio: esce il 30 ottobre 1961. Io dico dov&#8217;ero e che facevo il 30 ottobre 1961. Volendo si può concordare anche di dire l&#8217;ora. Poniamo che mi trovavo al cinema, dove si vedevano i Cavalieri della Maffia con la lingua nelle orecchie, ma io stavo sempre a guardare una ragazzina due file più avanti, con i capelli neri e un fiocchetto molto delicato. Ricky, invece, il 30 ottobre 1961 stava alla pista di pattinaggio. Allora si fa il raffronto con domande appropriate. Per esempio: che era il più felice, tra i due? oppure: avrei preferito il cinema chiuso con il film tutto inventato o la pista all&#8217;aperto, dove il mondo si sa che c&#8217;è, con l&#8217;aria e gli alberi? e Ricky che avrebbe fatto al posto mio, se gli fosse piaciuta la bimba bruna? ci si sarebbe messo a parlare? io avrei preferito pattinare sulle rotelle, come Ricky, o sul ghiaccio, tutto holiday on ice?<br />
Queste sono le Vite Parallele, dove uno può scegliere una cosa o l&#8217;altra e intrecciare i desideri, come le dita, fra amici.</p>
<p>(da <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8824103510/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8824103510&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Le birre sonnambule</em></a>, Aelia Laelia edizioni, 1986)</p>
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