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		<title>Bancomat, via del Corso</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Dec 2010 22:28:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Due giorni dopo la manifestazione del 14 dicembre sono su via del Corso, poco oltre piazza del Popolo, e devo fare un bancomat. Il primo è bruciato. Le mani nelle tasche del cappotto, il berretto calato sulle orecchie per ripararle dalla neve annunciata, arrivo davanti a un vano con tre o quattro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Due giorni dopo la manifestazione del 14 dicembre sono su via del Corso, poco oltre piazza del Popolo, e devo fare un bancomat. Il primo è bruciato. Le mani nelle tasche del cappotto, il berretto calato sulle orecchie per ripararle dalla neve annunciata, arrivo davanti a un vano con tre o quattro macchine, protetto da una porta vetro blindata che si apre inserendovi la tessera. Appartiene a una banca francese, cosa che mi fa pensare a Jerome Kerviel, il trader trentenne condannato a cinque anni di prigione e un risarcimento di 5 miliardi di euro a Societé Générale, corrispondente al buco nel bilancio di cui lui solo è stato ritenuto responsabile. “L’uomo più povero d’Europa”, qualcuno lo ha chiamato.<span id="more-37662"></span> Su Facebook ci sono gruppi che raccolgono piccole offerte per aiutarlo a pagare un debito che impiegherebbe circa 170.ooo anni ad appianare. Ma la cabina intatta di via del Corso è di BNP Paribas, la  banca più grande di tutto il mondo e, secondo i rating più recenti, una delle più solide. In Italia ha prelevato la BNL travolta dallo scandalo Bancopoli, ha resistito meglio alla crisi del 2008, ha incassato aiuti governativi commisurati alla sua grandezza, è ripartita subito a scalare la maggiore banca del Belgio, si sta espandendo a mercati nuovi, dalla Turchia alla Polonia. Non c’è alcun nesso fra questa vicenda e le fiamme dei manifestanti cui questa lucente stazione di servizio del denaro è scampata; nemmeno l’equazione che quanto è stato investito dagli Stati per salvare le banche si sta abbattendo come tagli sulla spesa pubblica, visto che, in questo caso, è la Francia ad aver pagato. Ma credo che daremmo un sostegno più utile agli studenti se cercassimo di capire come funziona in concreto l’economia globale da cui, malgrado maturità o laurea, si accingono a essere tagliati fuori. “No future” è uno slogan ripetuto da quando avevo diciott’anni. Allora era vero per i minatori e gli operai non solo della Gran Bretagna thatcheriana, mentre chi è andato all’università, poi si è talvolta inserito nei rami emergenti della new-economy o del terziario, inclusa la finanza spericolata, ma una parte sempre crescente ha cominciato a cavarsela con contratti più precari, con prospettive di carriera più bloccate. Per quelli venuti dopo, la forbice si è ancora più allargata. Sino ad arrivare a oggi, quando il dato quantitativo è diventato qualitativo in modo pressoché totale, e chi in Italia riuscirà a salvarsi, lo farà grazie alla famiglia che ha alle spalle. Per questo, anziché ripetere che chi ha diciotto anni oggi è arrivato al minimo di futuro prospettabile dal dopoguerra, vorrei che fossimo in grado di spiegare come funzionano i derivati azionari e i mutui avvelenati che circa un mese fa hanno mandato sul lastrico gli irlandesi, inclusi molti italiani giovani che lì avevano trovato un lavoro. O cosa significa quando la banca grande mangia la banca piccola, quando lo stesso darwinismo si abbatte sulle aziende, quando il mondo occidentale fornisce sempre meno lavoro legato alla produzione industriale. Vorrei, soprattutto, essere in grado di analizzare quanta parte del debito pubblico di uno Stato come l’Italia sia frutto della crescente corruzione, come all’inizio dell’anno giudiziario ha denunciato il presidente della Corte dei Conti: corruzione e concussione in senso stretto, prebende e clientele, appalti pubblici gonfiati, fondi dirottati per agli amici di cordata che gestiscono scuole e sanità privata. Prima di vagheggiare un mondo più giusto e solidale perché chi accusa l’esclusione è incazzato, vorrei mettermi a fare i conti della serva, affondare il dito nella piaga dei soldi volatilizzati che non farebbero una differenza nei termini di redistribuzione, ma potrebbero servire per la ricerca, per l’istruzione, per la cultura, persino per le imprese che potrebbero dare lavoro ai ragazzi. Chiamare in causa sindacalisti e economisti disponibili a fornire il loro sapere e a rivederlo. Cominciare a muoversi a partire da ogni tassello di possibilità che ponga non solo la generazione degli studenti al di sopra del numero zero che esiste solo in matematica. Sapendo che però la matematica non è un opinione e, per questo, ha il potere di inchiodare.</p>
<p><em>pubblicato su &#8220;L&#8217;Unità&#8221;, il 28.12.2010</em></p>
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