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	<title>psicanalisi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Rivoluzionare il sogno. Note su “Le giunture del sogno” di Sergio Finzi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Oct 2017 05:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Freud]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Garrapa]]></category>
		<category><![CDATA[interpretazione]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[psicanalisi]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Finzi]]></category>
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					<description><![CDATA[ di Gianluca Garrapa Se ti dico “psicoanalisi”, probabilmente penserai a “inconscio” e la parola “sogno” la collegherai a “interpretazione dei sogni”. Invece “Le giunture del sogno” è tutt’altra cosa. Le giunture del sogno (Luca Sossella editore, 2016) è un saggio, ma a tratti ricorda un romanzo filosofico, dello psicoanalista Sergio Finzi che, lungi dal ripercorrere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-70091" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/finzi-182x300.jpg" alt="" width="182" height="300" /> </strong>di <strong>Gianluca Garrapa</strong></p>
<p>Se ti dico “psicoanalisi”, probabilmente penserai a “inconscio” e la parola “sogno” la collegherai a “interpretazione dei sogni”. Invece “Le giunture del sogno” è tutt’altra cosa. <em>Le giunture del sogno</em> (Luca Sossella editore, 2016) è un saggio, ma a tratti ricorda un romanzo filosofico, dello psicoanalista <strong>Sergio Finzi</strong> che, lungi dal ripercorrere la chiave interpretativa freudiana del sogno, evidenzia la sua struttura geometrica connessa con le leggi della natura, del corpo e del pensiero. Un sogno, dunque, più vicino alla filosofia e all’etica, alla matematica e alla libertà dell’uomo.<span id="more-70054"></span></p>
<p>Tanto per cominciare il sogno non è il fratello gemello del desiderio represso, come la poesia non è più l’ancella della teologia. Grande rivoluzione:<em> il sogno è afinalistico e ateologico</em> (le frasi in corsivo sono tutte tratte dal libro di Finzi). Le giunture fanno del sogno un discorso che possiede una lingua propria, la faccia altra del pensiero, la sua estensione:<em> un tratto non di comunicazione ma di estensione pensante caratterizza il Sogno</em>. Le giunture appartengono al sogno e sono allo stesso tempo un’architettura che collega i frammenti della Pangea onirica. Il sogno è questa terra altra che si muove, con le sue leggi sismiche, i suoi fenomeni celesti: <em>il sogno è cerniera &#8211; resistente &#8211; come – giuntura centinata &#8211; tra il giorno e la notte, il buio e la luce, l’essere e il nulla. </em></p>
<p>La celebre “Interpretazione dei sogni” di Freud ha insegnato a scorgere dietro la maschera del sogno, un abisso di emozioni represse, di rimossi che ritornano, di desideri inespressi, ha formato la mente di molti a scorgere nel sogno un’ancella della razionalità, rendendo difficoltoso il movimento opposto, l’apertura, cioè, alla logica del sogno, per parafrasare la deleuziana logica del senso:<em> ciò significa che non c’è contenuto latente che preme per manifestarsi ma al contrario che il contenuto può anche restare latente finché vuole, tanto quel che conta è la sua volumetria</em>. Il punto, anzi la linea, e meglio ancora la tridimensione, sta qui: il sogno non comunica verità che la mente non percepisce razionalmente, il sogno è fine a stesso. Non va interpretato come il simbolo di un antico trauma o di un prossimo avvenimento, non porta le pene del passato, né è foriero del prossimo futuro: <em>il sogno non parla il linguaggio del mistero, parla il linguaggio galileiano della geometria.</em> Vaticinio o smorfia che sia, appiglio per la cura psicoanalitica, brandello di chissà quale verità sepolta, per molto tempo il sogno è rimasto relegato in quel mondo fatto di rimandi ancestrali e inconsci che ne hanno svilito la ricchezza; nelle pagine ipnotiche e spiazzanti di questo romanzo-saggio s’impone, invece, come il protagonista di cui restiamo succubi, perché nel qui e nell’ora la sua azione ci rende sognatori: un sogno è un sogno è un sogno: <em>e in questo modo il sogno prova la sua natura asimbolica che lo sottrae alla presa di griglie interpretative basate sul mito o sugli archetipi dell’inconscio collettivo.</em></p>
<p>Questo saggio pare un romanzo-saggio, tale da avere caratteristiche che possano condurre il lettore lungo le pagine nel farsi racconto, ma al contempo, e contrariamente a un romanzo che assume una struttura in cui la trama di passioni amore e morte svolgono il loro ruolo, <em>il sogno non rivela passioni o desideri, ma strutture. </em></p>
<p>Come un’opera d’arte, dunque, il sogno crea tagli e stacchi, rimonta, glissa, nasconde, indipendentemente dalla volontà del lettore-osservatore: <em>quella che è stata chiamata censura onirica opera qui non sui pensieri del sognatore ma sul sogno stesso. </em></p>
<p>Smetterla con l’onirocentrismo del sognatore, per così dire, è una buona pratica, anche politica.</p>
<p>Cambiare le domande e riscrivere le risposte: non ci si chieda dunque: cosa significa un sogno, ma: <em>Chi scrive il sogno? o: Da dove è scritto il sogno? </em></p>
<p>Certamente non sono io mentre dormo a costruire il sogno, così come non sono io da sveglio a costruire il linguaggio delle cose in cui sono immerso. Le montagne, il mare, il cielo, il corpo: oggetti che ci sono da prima che io nascessi, posso “smontarli”, come fanno i bambini con i loro giocattoli, ma non ha senso interpretare la presenza del mondo per assegnarle una discendenza ultraterrena o per affidarle un presagio. La cultura influenza il modo di percepire il mondo, ma l’oggetto-mondo è lì e ci rimarrà anche dopo la mia morte, la sua presenza è assoluta e staccata da qualsivoglia interpretazione. Anche il sogno è una cosa del mondo, e mi contiene, non il contrario: <em>i sogni sono molto più intelligenti delle persone che li “fanno” e soffrono del tentativo di impadronirsene con delle spiegazioni di senso. I sogni non vanno interpretati, vanno decostruiti secondo le leggi del loro montaggio.</em></p>
<p>E non a caso l’autore usa il termine ‘montaggio’ come si trattasse di un’operazione filmica. Siamo davanti al cinema del sogno, seduti a visionare l’attimo che crediamo catapultarci altrove. In effetti la nascita del cinema e della psicoanalisi coincidono in quella giuntura del 1895 che forse resta solo una sincronia piacevole, ma che è bene sottolineare: unione di segmenti indipendenti sul nastro della storia che ha costruito parte della pietra angolare della percezione moderna del mondo:<em> tecniche teatrali e cinematografiche, come mutamenti di scena, movimenti di macchina, zoom e sdoppiamenti, creano momenti di verità cui il sogno, l’impianto stesso del sogno, sembra piegarsi e sottostare. </em></p>
<p>E in questo movimento di macchina<em> non è il sogno che ti porta fuori dalla realtà, è la realtà che entra nel sogno</em>. Il sogno si svela al nostro occhio interiore, quasi proiettandosi e chissà dove è collocato il proiettore e a noi non resta che spegnere le luci nella sala-esistenza, abbassare le palpebre e abbandonarci al film: <em>la struttura matematica del sogno è indipendente, non è associata all’emozione erotica che esso comunica. La teoria del sogno è estranea al soggetto che lo sogna.</em></p>
<p>Dunque teoria e non interpretazione, corpus di personaggi, angolature e oggetti che avvengono nell’attività onirica, oggetti tanti<em> (gli oggetti del sogno sono per definizione incongruenti, eterogenei, spurii</em>), scale, spatole, muri, coni, giornali, scatole, armadio, sedia, tavoli: <em>questa eterogeneità degli oggetti del sogno richiede uno spostamento della lettura del sogno dall’interpretazione alla teoria.</em></p>
<p>Finzi ci racconta, attraversando la clinica fenomenologica dei sogni di alcuni pazienti e di alcuni psicoanalisti in supervisione, la mutazione antropologica copernicana del sogno, virando la dimensione dalla linearità verticalizzata genetica classico-interpretativa verso una nuova disposizione che cerca di cogliere rapporti incommensurabili tra il quadrato e il cerchio, la piana lineare della terra, la sfera del cielo, la parola e l’immagine, attraverso un metodo di esaustione che consiste nel moltiplicare i lati di un poligono, in diagonale, finché la perfetta circolarità non sia raggiunta. Il chiudersi in sé, questo sembra dirci la geometria del sogno: il sogno si spiega coi sogni.</p>
<p><em>Una ragione analitica, senza memoria, senza tempo, senza religione, senza desideri e senza progetto, senza discorso e senza logica, ci fa finalmente ammettere ciò che da sempre sappiamo ma che pensavamo di dover nascondere.</em></p>
<p>La diagonale, dunque, è la dimensione del sogno. Come il frattale lo era di una logica sensuale decostruzionista e rizomatica. La diagonale che taglia il riquadro di un fumetto per farci stare la simultaneità di una telefonata tra due personaggi distanti nello spazio.</p>
<p>La diagonale del e\o, la diagonale che ricorda la barra del linguaggio che segna il soggetto e lo traumatizza, di lacaniana memoria:<em> è l’immissione nel linguaggio che produce il trauma. Il trauma è di parola, prodotto di ciò che se ne dice.</em></p>
<p>Il linguaggio che parla il parlante, il sogno che sogna il sognatore.</p>
<p>È questo l’intento del sogno: <em>spostare l’accento dal soggetto agli oggetti, dalle cose ai congegni, dal funzionale al disfunzionale, dalla parentela al vicinato, dal dono al mercato, dalla filantropia al commercio, dal generativo al vegetativo: compare la diagonale.</em></p>
<p>Non solo i sogni parlano un linguaggio che è estensione di pensiero, e che coniuga spigoli, forme e dimensioni che sono quelle della natura e del cosmo, ma anche i sogni ci parlano del nostro corpo, non c’è metafisica. Con buona pace dell’idealismo platonico, il romanzo-saggio di Finzi ci riporta con i piedi a terra: <em>le strutture centinate del sogno si applicano alle giunture e articolazioni del corpo</em>, sicché movimento di caduta e immobilismo claustrofobico al cui incubo non riusciamo a strapparci, sono i poli opposti di uno spettro attivo: <em>l’artrosi e la corsa solo i due estremi del sogno. </em></p>
<p>Il sogno o i sogni? Ma soprattutto chi sogna?</p>
<p><em>Che lingua parlano i sogni? Di cosa parlano? A chi parlano?</em></p>
<p>Il soggetto? È forse il processo onirico un fatto individuale che non tiene conto del mondo intorno? Siamo di-vidui, divisi in sogno e realtà e <em>il sogno tratta solo con altri sogni, cioè sogni di altre persone. </em>E quel che ci riguarda come sognatori è emblema della nostra socialità, da un lato, e della nostra ‘sottomissione’ al sogno:<em> ma cosa contano le mie associazioni se il sogno non è mio? Forse ogni sogno è comune, ed è questo che ho chiamato comunismo rozzo.</em></p>
<p><em> </em>Se è vero, secondo un punto di vista che vede il proprio fondatore in Jacques Lacan, che siamo parlati e che il nostro io non è che un’ effimera cipolla immaginaria speculare ai nostri genitori, è altrettanto vero che il sogno ci sogna, creando lui stesso i nostri oggetti onirici e connessi, senza alcun interesse per un’interpretazione generativa:<em> le giunture dei sogni non connettono le persone, ma gli oggetti dei loro desideri.</em></p>
<p>Non dunque, ripetizione, espressione di desiderio represso: è maschera il sogno.</p>
<p>Proprio quella maschera che dal teatro greco crea i personaggi di una tragicommedia surreale che ha il proprio linguaggio e le proprie regole, universo parallelo di leggi proprie che ne amplifica voce e respiro. Dunque il sogno con il suo discorso, la sua retorica, il suo stile trans-personale e rivoluzionario. Il sogno è di tutti, ognuno ne modula la frequenza.</p>
<p>Quello che accade è che il sogno si organizzi in spazi geometrici pure, un teatro delle pure forme: <em>l’etica del sogno coincide con la sua forma. </em></p>
<p>Desiderio e godimento sembrano declinarsi in fatica e lavoro. Un che di politico riguarda il sogno.</p>
<p>Il libro racconta i sogni di individui come in una sorta di raccolta onirica di una flatlandia reale. Non possiamo non pensare allo “psicoanalista-matematico” Matte Blanco, al suo inconscio come insiemi infiniti: dove un’antilogica ci spinge a dover considerare l’estrema possibilità di una fine come ulteriore tassello dell’inizio: <em>secondo il sogno la morte aggiunge un tassello alla vita.</em></p>
<p>Ma qui non è solo certezza matematica, quanto algebrica onirica della X:<em> l’incognita del sogno riguarda il suo intento, </em>figure della progressione geometrica che organizzano il discorso onirico.</p>
<p>Ritorna spesso il cerchio e il quadrato a ricordare il Mandala. E non casualmente, Castaneda ritorna spesso a darci il significante coreutico del sogno, come visione dilatata del presente, dono dello sciamano matematico-musicale che cura: <em>un tipo di cura aritmetica, astronomica e anche meccanica, per il potere riabilitativo della protesi cui attinge il funzionamento delle giunture del sogno, può sostituire la cura psicologica perché le assomiglia.</em></p>
<p>Il piacere della lettura sta anche nel rileggere la Poesia di Leopardi, l’interpretazione di Gadda dal punto di vista di Gabriele Frasca: perché? forse non è matematica canora, alle origini, la poesia? e non v’è quel sottile legame, in negativo, tra rottura della musicalità e nevrosi ossessiva?</p>
<p><em>La nevrosi ossessiva è l’espressione di una straordinaria sensibilità ritmica.</em></p>
<p>Proprio l’arte è l’esempio di sublimazione che mette insieme elementi differenti per costruire un modo realistico ma in un’altra dimensione.</p>
<p>Il romanzo-saggio, che non è quello del nevrotico, ma quello del sogno, che vive di leggi e strutture proprie. E le strutture del sogno sono le stesse che regolano l’avvicendarsi delle stagioni, il congiungersi delle ossa, la giuntura di cerniere che uniscono separando e separano unendo: <em>una cerniera rompe senza lacerare, riunisce senza cucire. </em></p>
<p>Il tempo del sogno non è il passato, è il futuro anteriore, o il presente di domani: <em>non è ancorato indietro ma è ancorato in avanti.</em></p>
<p>La bellezza di un saggio del genere è che diventa una sorta di romanzo-saggio giallo, come romanzo-saggio giallo può essere un sogno, un giallo matematico: <em>il Sogno è insensibile agli affetti ma molto interessato le idee.</em> Un tragitto che non possiamo comprendere fino al risveglio, una trama che svolge enigmi e sospende il dubbio sulla soluzione: <em>il sogno ha delle giunture che non sono giunture di senso, sono giunture di controsenso come i rebus.</em></p>
<p>La psicoanalisi diventa critica e il sogno si fa saggio tragitto tra citazioni bibliche, iconografiche, (<em>il sogno di Costantino, la morte di Adamo in Piero della Francesca e la storia della vera Croce) </em></p>
<ul>
<li>riferimenti cibernetici: <em>alla luce di questi sogni, il dualismo di san Paolo o di san Giovanni non è manicheo, è cibernetico </em></li>
<li>accostamenti a una santità laica:<em> il sogno ha la stessa natura delle reliquie </em></li>
<li>alla Poesia di Leopardi che ispira: <em>il sogno è la lama di luce che divide ricordanze e rimembranze, la nudità del reale e il rivestimento della realtà </em></li>
<li>al capolavoro-pasticciaccio di Gadda: questo romanzo-saggio fa spazio e ci regala una meditazione sul nostro essere, il sogn-essere.</li>
</ul>
<p>Una scrittura che spinge a riflettere sulla fatica del sogno che non vuole interpretazione:<em> la fatica del sogno è invece fatica per niente. Le nozioni di lavoro del sogno e fatica del sogno non coincidono. </em></p>
<p>Perché se un inconscio c’è, si trova qui fuori e ci riguarda tutti:<em> non esiste un mucchio di sogni. Esistono segmenti di un discorso pluralistico e orchestrale.</em></p>
<p>Scandaloso monito in epoca di narcisismo e individualismo estremo, in questo i sogni non ci somigliano: <em>i nostri sogni non condividono la nostra ricerca della comodità. </em></p>
<p>Un sogno è una poesia che nasce dal corpo. Un sogno di geometria: <em>il sogno è materia di geometrie, geometria piana e geometria solida, e la solidità delle forme astratte del sogno ha la meglio sulla solidità delle forme corporee.</em></p>
<p>Una poesia che gioca di parole e canta senza voler dire altro che sé stessa. Un Pollock, un sottile riferimento a quello strano classicismo baudelairiano che nei sonetti scriveva le corrispondenze, le visioni oppiacee: <em>la struttura del mondo naturale è composta di una rete sottilissima di corrispondenze invisibili, </em>ma pure del corpo erotico da cui il canto emana il verso. E il corpo è anche il piede, non solo il piede che ha dato origine al battito e levare della metrica, ma forse pure della scansione ritmico-geometrica del sogno: <em>io credo che il sogno si irradi da quella rottura del piede e rimetta in gioco la questione della mobilità delle articolazioni e dell’elasticità dell’intelligenza. </em></p>
<p>Leggere, studiare e sognare questo romanzo-saggio permette di provare la sensazione di un sogno che mistericamente guida e consiglia, un dettaglio deciso dallo sciamano-mondo là fuori, ammaliando attraverso caleidoscopi lisergici e <em>addestrando il dormiente a sopportare i colpi del destino </em>proprio come accade nella nuova dimensione dell’Alzheimer, la cui esistenza è imprescindibile dall’inventore del nome della malattia. Un disconoscimento, un riassestamento magnetico delle traiettorie.</p>
<p>Per uno psicoanalista, infine, e soprattutto, il libro è un indispensabile messaggio, guida fondamentale alla postura di estrema umiltà e ascolto, che eviti la smania narcisistica del voler far centro e interpretare, implementandolo, il sintomo: alla struttura dobbiamo fermarci, e relegare in vane chiacchiere le discendenze lontanissime del trauma verso cui un analista isterico conduce il paziente per fare il proprio gol, rendendo più isterico l’isterico, più psicotico lo psicotico: <em>non le navi partono, per l’ira non trattenuta di Mosè, ma si vive per il tempo che una nave ritorni. Questa fu l’interpretazione del sogno.</em></p>
<p>Allora&#8230; buoni sogni!</p>
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		<title>Lo psica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jan 2014 07:45:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[carlo bordini]]></category>
		<category><![CDATA[Memorie di un rivoluzionario timido]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[psicanalisi]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[[Ringrazio l&#8217;autore che mi ha permesso di pubblicare dei brani del suo romanzo inedito Memorie di un rivoluzionario timido. Precede il primo di questi brani una nota su vicende e temi del  progetto narrativo. A. I.] di Carlo Bordini °°° Questo romanzo totalmente legato all&#8217;autobiografia è una sorta di bilancio di circa vent&#8217;anni della mia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><i>[Ringrazio l&#8217;autore che mi ha permesso di pubblicare dei brani del suo romanzo inedito</i> Memorie di un rivoluzionario timido.<i> Precede il primo di questi brani una nota su vicende e temi del  progetto narrativo. A. I.]</i></p>
<p>di <strong>Carlo Bordini</strong></p>
<p>°°° Questo romanzo totalmente legato all&#8217;autobiografia è una sorta di bilancio di circa vent&#8217;anni della mia vita. Poiché sono stati anni pieni di traumi, la stesura di questo libro è stata una lotta con me stesso. Per questo ci ho messo un tempo lunghissimo a finirlo. Un bilancio, un esame di coscienza su due temi fondamentali: il rapporto con la politica (sono stato a lungo militante di un gruppo trotskista) e i grovigli affettivi che hanno caratterizzato i miei rapporto col mondo femminile. Il tutto preceduto da un&#8217;adolescenza vissuta tra depressioni, cambi di facoltà, fughe in autostop e sedute dallo psicanalista. Una normale figura di disadattato, quindi, alla ricerca di un equilibrio. Scritto in periodi diversi e con stili diversi, abbandonato e ripreso, questo libro non poteva che assumere una struttura disordinata e barocca, che accettava, come inevitabile, un fluire profondamente disomogeneo. Terminato da poco, è inedito.°°°<span id="more-47445"></span></p>
<p align="center"> *    *    *    *    *</p>
<p>Quello che cercò di fare per me lo psicanalista non fu eliminare il sogno, ma almeno abbassare la soglia del sogno. Era un bravo meccanico. Eh! Era diplomato con un perfetto diploma di artigiano di manipolazione delle coscienze. A proposito di manipolazioni, debbo dire che le manipolava con molta grazia. Era delicato come un chirurgo, e ne aveva anche la coscienza professionale. Non squartava, non violentava, non ti sostituiva il fegato con un cervello o con un grumo di sangue, ma lavorava con leggerezza, lasciandoti la possibilità dell&#8217;ultima scelta. Lui sapeva che la gente non va violentata. Sapeva che la gente deve scegliere in libertà, e che se la si violenta finisce con l&#8217;essere molto meno recuperabile. Di qui in definitiva la superiorità della Democrazia sul Comunismo, il fatto che nessuno scappa dalla democrazia per andarsene al comunismo e che invece quasi tutti vorrebbero scappare dal Comunismo per andare alla Democrazia. I Comunisti mi violentarono invece in modo molto più ortodosso, col tubo di gomma, con facce feroci e manette digrignanti davanti agli occhi e pericoli di Dannazione Eterna. Pur essendo cattolico, il mio psica era molto più laico di loro, e naturalmente finì per l&#8217;averla vinta, perché dai comunisti a un certo punto non potei fare altro naturalmente che scappare, mentre lui mi lasciò una porta aperta dalla quale potevo entrare e uscire, porta sempre aperta, giorno e notte, come le Chiese di una volta. La vera civiltà che si regge sulla funzionalità delle sue strutture. Mi parlava del resistere alle pulsioni sessuali e della monogamia e un giorno si trasferì in una casa molto più grande gli chiesi perché era cosi grande mi disse con un sorriso grosso come un cocomero bellissimo: &#8220;per contenere più gente&#8221;. Si sposa? Sì. Era asciutto, segaligno, con l&#8217;aria guardinga, ma doveva amare molto sua moglie perché quando disse che si sposava E io non immaginavo che si sposasse perché era già abbastanza vecchio e forse sembrava più vecchio perché andava sempre vestito bene, e aveva quella faccia seria che si prende invecchiando precocemente, Ma quando seppi che si sposava quasi lo amai, quasi mi congiunsi carnalmente con lui, perché era veramente bello vedere quest&#8217;uomo che sorrideva come un bambino</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ad ogni modo, cercò di riaggiustarmi. Stava seduto dietro di me, perché usava ancora il lettino (era uno psica classico) e mi faceva dire tutto quello che mi veniva in mente. Sussurrava, dolcemente, Lei non è più un bambino. Lei non è più un bambino. Mi analizzava i sogni, e quella, a dir la verità, era la parte più interessante della terapia. La prima cosa che mi impose, come condizione irrinunciabile perché accettasse di iniziare la terapia, e in realtà fu l&#8217;unica cosa che mi impose, fu che mi iscrivessi a Lettere. E che facessi esami. Si capiva dove andava a parare. Naturalmente io non mi iscrissi veramente a Lettere, mi iscrissi a lingue e poi cambiai, tanto per non smentirmi. Il mio libretto universitario era talmente costellato di annotazioni che sembrava un passaporto. Io in realtà non studiavo molto, andavo sempre in giro con la barba lunga, trasandato, ed ero estremamente silenzioso. Nella mia passività di torturato, cominciavo a diventare traslucido, come d’alabastro. In quel periodo era come se nel cielo ci fossero nuvole basse, grigie, che mi davano una sensazione di tranquillità: era un cielo di bromuro. Il mio amore era una stella che stava al di là delle nuvole, e il fatto di non vederlo, questa protezione di nuvole, mi impediva di soffrire. Comunque, per la vulgata, io ero guarito o comunque, stavo guarendo. Piano piano dimenticai che avevo deciso di ammazzarmi se lo psicanalista non funzionava, e  cominciai a vivere alla giornata; e questo era già un buon risultato. Mi ricordo che uscivo con una mia amica che si doveva sposare di lì a poco, e mi diceva &#8220;Guarda da quando tu vai dallo psicanalista sei cambiato, riesci a parlare non fai altro che parlare&#8221;. E me ne ricordo di trasalimenti di gente che mi aveva conosciuto e che mi rincontrava dopo qualche anno, come sei cambiato! Ma sei sempre la stessa persona??!!, e lui operò su di me un salvataggio in extremis: io ero, in realtà, come un TOPO MORTO. E lui mi trasformò, come si vedrà poi, in un enorme panino con le ruote.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Prima non avevo avuto le ruote, adesso ce l&#8217;avevo. Ora con le ruote potevo andare a vomitare negli angoli, in caso di necessità, e SPosTarmi, ero come un paralitico cui fossero stati applicati degli arti meccanici, e agitando i moncherini mi accorgevo che potevo camminare. Certo non potevo fare Guglielmo Tell, ma bè. Potevo tranquillamente filarmela come un insetto che non vuole essere schiacciato. In quel periodo pensavo molto ad Irmgard, era il mio collo di pelliccia, e la portavo specialmente in inverno, perché teneva caldo, la mia Stella Polare. Giravo con questa stella polare in tasca, e ogni tanto lo tiravo fuori e lo lucidavo e lo guardavo. Non ho più sentito niente di lei, e lo psica tra noi avevamo creato una specie di gergo, io vivevo in un palloncino, e lui mi diceva: Perché lei vuole stare nel palloncino. Perché là sta tranquillo. Perché là non può essere raggiunto da sua madre. Perché non esce dal palloncino. Voleva trasformarmi in un terrestre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Qualcosa era cambiato in me, ma non sapevo bene cosa. Io ero molto diverso da quello che ero stato due anni prima: ma non mi ero visto crescere, non avevo assistito ai mutamenti che avvenivano in me. Fu un periodo misterioso; non successe niente. Mi ritrovai, d’improvviso, in un altro universo. era un universo giallo, estivo; diciamo: estati passate in città. Ero circondato di gente. Io mi annoiavo: ma non tanto. Mordevo ancora. la mia anima e la mia ombra non erano più opache, ma penetravano nelle cose, ci si incastravano, e poi scivolavano via. c’era questo rapporto leggero col reale, conoscere gente, vedere gente. Ero diventato anche relativamente curioso, per una persona che fino allora non si era interessata a niente, e aveva coltivato solo il più rigido e dolente egotismo. Parlavo con gli altri, anche se magari in modo un po&#8217; strano, sarcastico; o con un&#8217;aria sorniona, da figlio. Ogni tanto mi isolavo, riuscivo a scappare. Se andavo con della gente in un posto, dicevo: “resto”; e mi mettevo a leggere un libro. Si stavano sviluppando in me quelli che poi sarebbero stati miei caratteristici entusiasmi, folate d’entusiasmo; quell&#8217;entusiasmo che non ha ragione di essere e che è basato solo sulla speranza; e nello stesso tempo mantenevo un lato di me, uno dei miei profili, riserbo e chiuso. scappare era un sogno, o, forse, un vecchio gioco. meglio sarebbe stato vivere negli interstizi, come una ciste; a volte si formava in me una quieta determinazione. l’angoscia mi accompagnava sempre, pungente, come una leggera nebbiolina.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>l&#8217;Opera al nero di James Hillman</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Oct 2011 09:30:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[anima del mondo]]></category>
		<category><![CDATA[il piacere di pensare]]></category>
		<category><![CDATA[James Hillman]]></category>
		<category><![CDATA[la stampa]]></category>
		<category><![CDATA[obituary]]></category>
		<category><![CDATA[opera al nero]]></category>
		<category><![CDATA[psicanalisi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Silvia Ronchey [James Hillman (Atlantic City, 12 aprile 1926 – Thompson, 27 ottobre 2011), psicanalista, filosofo e scrittore, ha insegnato presso le maggiori università statunitensi. Questo articolo è stato pubblicato su La Stampa del 28 Ottobre 2011] “Socrate, sei come una torpedine marina. Quando parli dai la scossa», è scritto in un dialogo di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/4Hillman.jpg"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-40547 aligncenter" title="4Hillman" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/4Hillman-295x300.jpg" alt="" width="295" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/4Hillman-295x300.jpg 295w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/4Hillman.jpg 535w" sizes="(max-width: 295px) 100vw, 295px" /></a></p>
<p>di <strong><a href="http://www.silviaronchey.it/">Silvia Ronchey</a></strong></p>
<p><span style="color: #666699;">[James Hillman (Atlantic City, 12 aprile 1926 – Thompson, 27 ottobre 2011), psicanalista, filosofo e scrittore, ha insegnato presso le maggiori università statunitensi. Questo articolo è stato pubblicato su <a href="http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/426953/"><span style="color: #666699;"><em>La Stampa</em> del 28 Ottobre 2011</span></a>]</span></p>
<p>“Socrate, sei come una torpedine marina. Quando parli dai la scossa», è scritto in un dialogo di Platone. James Hillman, fra i massimi pensatori dei nostri tempi, aveva una personalità socratica. Ci insegnava a conoscere noi stessi, secondo il motto inciso sul marmo di Delfi. Si metteva sempre in contrasto con l’opinione corrente. E aveva una grande esperienza nel dialogo. Ogni volta che si dialogava con Hillman ci si trovava in contatto con quell’ironia socratica, quella capacità di rovesciare ed elettrizzare ogni discorso, che è propria di chi ha inventato un nuovo pensiero e un nuovo modo di far pensare gli altri, sovvertendo completamente le loro abitudini logiche e psicologiche. Hillman ci dava non solo e non tanto le risposte, Hillman ci dava le domande. Correggeva le nostre domande, le guariva dalla loro inerzia e dalla loro patologia.<br />
<span id="more-40546"></span><br />
Da anni aveva scelto di psicanalizzare non più singoli pazienti, ma tutti noi. Era un terapeuta della psiche collettiva, aveva preso in cura l’Anima del Mondo. Meraviglioso scrittore, ispirato oratore nelle prodigiose conferenze tenute per tutta la vita in tutto il mondo, Hillman era un cosmopolita. Aveva studiato alla Sorbona e a Dublino, era stato allievo di Jung a Zurigo, alla sua morte aveva diretto lo Jung Institut. Conosceva non solo molte lingue &#8211; incluse quelle morte, come il greco antico degli dèi pagani che amava e frequentava &#8211; ma anche il linguaggio dell’inconscio, la lingua dei sogni, il dialetto dei simboli e delle immagini. Non era solo «cittadino del kosmos», del mondo ordinato del visibile, ma anche e forse soprattutto un cittadino del sottomondo, di quell’universo di fantasie, archetipi e miti, di quell’universo sotterraneo, fatto a strati come le rovine dell’antica Troia scavata da Schliemann, che sta dentro ognuno di noi, e che sta anche intorno a noi, sebbene pochi sappiano vederlo.</p>
<p>A questo secondo <em>kosmos</em> di cui era cittadino Hillman aveva dedicato i suoi molti libri, pubblicati in tutte le lingue, che hanno fatto dell’autore stesso un mito. Sono veri capisaldi del Novecento libri come <em>Il suicidio e l’anima</em> o il <em>Saggio su Pan</em> o<em> Il mito dell’analisi</em> o la <em>Re-visione della psicologia</em> o <em>Il sogno e il mondo infero</em>, per non parlare degli ultimi grandi bestseller internazionali, dal <em>Codice dell’anima</em> a <em>La forza del carattere</em> a <em>Un terribile amore per la guerra</em>. Chi ha letto i libri di Hillman sa che chi li aveva pensati e scritti non era solo uno scrittore e un pensatore, ma era, come lo aveva definito un celebre critico americano, «uno dei più veri e profondi guaritori spirituali del nostro tempo». Era questo che faceva, con i suoi libri, le sue conferenze, le verità aggressive, le idee sempre corrosive e eversive che ci offriva: vivificare le nostre menti e le nostre anime, rimetterle in contatto con le loro origini. Quando parlava o scriveva, rovesciando luoghi comuni e abitudini mentali, ci istigava a praticare una conoscenza che andasse anche al di là e al di qua del pensiero razionale.</p>
<p>Lo ha fatto fino all’ultimo istante della sua vita. Nella sua casa di Thompson, nel Connecticut, ha continuato a dialogare con una piccola cerchia di seguaci, amici e discepoli dalle estrazioni più varie, accomunati dalla pluriennale venerazione per lui e da quello che gli antichi greci avrebbero chiamato l’amore per la sophia, ossia, appunto, la filosofia. La sua è stata non solo una morte filosofica, ma da filosofo antico, l’<em>ars moriendi</em> &#8211; anche se non voleva la si chiamasse così &#8211; di un laico, pagano maestro di intelletto e soprattutto di anima. Perché alla scommessa, pacata e implicita, di restare pensante, lucidamente pensante e dialogante, di spingere la ricerca razionale fino all’estrema soglia della biologia, si sommava un’incessante attività di ricerca interiore, di introspezione psicologica: un esercizio estremo di quella «visione in trasparenza» di cui aveva parlato nei suoi scritti, e che lo ha portato all’ultima frontiera dell’io in uno stato di continuo ascolto dei messaggi della psiche, e non solo di quella conscia. Uno stato infero, ma sublime, nel senso etimologico latino del termine, <em>sub limine</em>, alla soglia, sul confine.</p>
<p>L’inesauribile curiosità per quello stato, che lo animava e di cui continuamente parlava come di una condizione nuova e sorprendente, era mantenuta a prezzo di un ridotto dosaggio di morfina e dunque di una sofferenza fisica affrontata con assoluto coraggio ma senza ostentazione né retorica, per non rischiare, come diceva, di peccare di <em>hybris</em>. Del resto, con la concentrazione e la lucidità che perseguiva in modo tanto accanito quanto stupefacente, anche il dolore era analizzato in termini sia filosofici sia psicologici, e molto spesso &#8211; in sintonia con un altro dei suoi grandi interessi di studio &#8211; in termini alchemici. Le immagini del processo di <em>dissolutio</em> e <em>coagulatio</em> e la descrizione in quel linguaggio di altre condizioni psichiche che via via si affacciavano &#8211; la <em>rubefactio</em> immaginativa, che precede la sublimazione nell’estrinsecazione della bellezza, la figura della rotatio, nel cui ciclo non si può mai dire cosa è superiore e cosa inferiore &#8211; dominavano spesso la parte più strettamente introspettiva e psicologica della sua analisi del morire.</p>
<p>Uno dei grandi blocchi americani di carta rigata gialla era sempre accanto al suo letto, perché chi si avvicendava a vegliare il suo sonno &#8211; Margot, la stoica, coraggiosa moglie, ma anche gli allievi e amici &#8211; potessero raccogliere e trascrivere le parole che pronunciava in sogno, per poi leggergliele al risveglio e analizzarle insieme a lui. Anche in questo esercizio adottava il sistema maieutico del dialogo, e l’ispezione del profondo portava a un’estroflessione e quasi condivisione dell’anima, a dimostrazione di un’altra delle grandi verità che aveva elaborato nella sua opera, prendendo spunto dai pensatori antichi, platonici e neoplatonici: che noi siamo dentro l’anima, e non l’anima in noi, che l’anima è uno spazio fluido che si può condividere. Se l’anima individuale si fa nel mondo (il concetto del «fare anima», tratto dalla definizione che Keats aveva dato del mondo come «la valle del fare anima»), noi tutti partecipiamo dell’<em>Anima del Mondo</em>.</p>
<p>Diceva che le parole gli alleviavano i dolori delle ossa come i cuscini che gli venivano continuamente sistemati nel letto da cui, come sapeva, non si sarebbe più rialzato, e che era stato portato in salotto, al centro della casa, di fronte alla grande vetrata aperta sull’abbagliante autunno del New England. Su un tavolino, a disposizione di chiunque volesse leggerle, una raccolta di poesie giapponesi sulla morte scritte da monaci zen o da autori di haiku. «Una radiosa gradevole / giornata d’autunno per viaggiare / incontro alla morte».</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1.jpg"><img decoding="async" class="size-large wp-image-40548" title="-1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1-1024x681.jpg" alt="" width="374" height="248" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1-1024x681.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1.jpg 1792w" sizes="(max-width: 374px) 100vw, 374px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1.jpg"><br />
</a></p>
<p><span style="color: #666699;">[Insieme a James Hillman, Silvia Ronchey ha curato <em>L&#8217;anima del mondo</em> (1999) e <em>Il piacere di pensare</em> (2004) entrambi pubblicati in Italia da Rizzoli]</span></p>
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