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		<title>Myspace killed the lysergic-star. Una lettura de Gli interessi in comune di Vanni Santoni</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Sep 2008 06:30:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni Ne Gli interessi in comune, secondo libro di Vanni Santoni, scrittore trentenne di Montevarchi nel Valdarno, appaiono chiari due protagonisti: la lunga adolescenza di un gruppo di ragazzi nell’arco di dieci anni (1996-2006) ed il luogo dove le loro vicende si intrecciano, Figline Valdarno, il demone della provincia. Gli interessi sono quelli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone" src="http://www.eventiesagre.it/images/upload/image/culturali/firenze%20-%20gli%20interessi%20in%20comune%20-%20vanni%20santoni.jpg" alt="" width="224" height="350" /></p>
<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Ne <em><a href="http://www.ibs.it/code/9788807017629/santoni-vanni/interessi-comune">Gli interessi in comune</a></em>, secondo libro di <strong><a href="http://sarmizegetusa.wordpress.com/">Vanni Santoni</a></strong>, scrittore trentenne di Montevarchi nel Valdarno, appaiono chiari due protagonisti: la lunga adolescenza di un gruppo di ragazzi nell’arco di dieci anni (1996-2006) ed il luogo dove le loro vicende si intrecciano, Figline Valdarno, il demone della provincia. Gli interessi sono quelli che teoricamente fanno da collante nei rapporti interpersonali: in questo caso però il titolo è preludio ad un certo beffardo cinismo che percorre tutta la narrazione. <span id="more-8525"></span>Il gruppo è infatti un’entità relativamente variabile, nata quasi per caso tra i frequentatori di uno stesso posto. Al bar Miro si ritrovano fin dalle superiori Iacopo, il Mella, il Malpa, il Paride, il Sasso, Mimmo, Sandrone ed infine il Dimpe. Attorno a loro ruotano indimenticabili comprimari, che ogni lettore “provinciale” riconoscerà subito come familiari: Loriano che c’è sempre, anche se mai invitato, colpevole di non capire le dinamiche di inclusione del gruppo; il discotecaro dai vestiti lindi e accessori improponibili da sfigato (tipo: marsupio fluorescente), che nessuna donna si può filare; e soprattutto il Torcia ed il Pelle, anagraficamente fuori tempo massimo per aver doppiato la maggiore età, ma protagonisti di leggende memorabili. I famosi interessi sono le droghe, che fanno dei protagonisti degli entusiasti “psiconauti”, secondo un’autodefinizione di uno dei protagonisti, che sperano di non diventare “psiconaufraghi”. I capitoli, che prendono il nome della sostanza di volta in volta sperimentata, quasi un moderno catalogo di principi psicoattivi, si raccontano le avventure di un gruppo che altrimenti avrebbe ben poco da dirsi. Il formidabile elenco e le vicende bizzarre che capitano ai ragazzi allucinati (dallo smarrimento spazio-temporale sulle colline pistoiesi dopo assunzione di ketamina, ad un presunto rito con tanto di unguento fantasmagorico per aspiranti streghe, ad una regressione allo stato fetale dopo un cocktail di sostanze tra cui figura l’amanita muscaria – lo sgabello del rospo, il fungo dei Puffi), possono ricordare <em>Paura e disgusto a Las Vegas</em> del compianto <strong>Hunter S.Thompson</strong>, padre del giornalismo gonzo e mancato sceriffo della contea di Pitkin in Colorado con lo slogan <em>Freak Power!</em>, dove i due protagonisti, Thompson medesimo ed il suo scellerato avvocato, in trasferta nel Nevada per seguire una gara motociclistica all’inizio dei Settanta, finiscono a sconvolgersi con ogni tipo di farmaco e droga a disposizione, con risultati dal comico al grottesco. Oppure richiamare “la scimmia sulla schiena” burroughsiana, o, restando in patria, i personaggi (spesso in parte o del tutto autobiografici) del genio di <strong>Andrea Pazienza</strong>, dal giovane Andrea in Penthotal, al “cattivo” Zanardi, a Pippo il più “fuori” della compagnia Disney, al capolavoro assoluto di Pompeo diviso tra la vocazione artistica e l’eroina che placa ogni ansia e insofferenza. Ma i personaggi di Santoni non stanno rovesciando il grande sogno americano o rifuggendo lo spettro di una guerra vergognosa (in Thompson era il Vietnam); non sembrano nemmeno inclini alla sperimentazione estrema di <strong>William Burroughs </strong>né a ricalcare le orme dei <em>Drugstore Cowboys </em>di <strong>Gus Van Sant</strong>, rapinando farmacie in giro per la provincia; né hanno l’eccesso di sogno, violento ribellismo, lancinante disperazione degli alter-ego di Pazienza. Soprattutto non agiscono negli anni Settanta, il periodo d’oro delle droghe psicotrope di <strong>Timothy Leary </strong>e del magic bus <em>Further </em>di <strong>Ken Kesey</strong>, della rivoluzione pacifista, dell’amore universale, dei fiori nei cannoni, ed infine del rifiuto nichilista del movimento punk, ma all’alba del duemila, dove vige la legge del consumo. Più vicini semmai, anche temporalmente, agli antieroi dei libri dello scozzese <strong>Irvine Welsh</strong>, sebbene lontani dal degrado in cui tendono a sfociare questi ultimi e non destinati ad una vita da tossicomani o da tossicodipendenti. Le droghe sono descritte principalmente quali prodotto più o meno fruibile della società consumistica, intercambiabile con altri – se le generazioni precedenti si riconoscevano in idee ed ideologie, le attuali si definiscono in base alla merce soggetto delle loro fantasie – <em>drug-addicted, techno-addicted, fashion-addicted </em>e, ora più che mai, <em>internet-addicted</em>. Non è un caso che verso la fine del romanzo arrivi l’uso di posta elettronica e myspace come ultima frontiera d’aggregazione dopo il bar, gli “strippi chimici”, l’agonia dei raduni musicali estivi, i rave. I simboli e sintomi di una certa generazione sono tutti presenti: dalla discoteca all’università infinita, ai giochi di ruolo, alle carte <em>Magic</em>, ai punkabbestia con cani (o viceversa), all’Inter-Rail con tappa obbligata ad Amsterdam per ogni ragazzo italiano d.o.c. Eppure, sebbene si presti generosamente ad una critica sociologica, il romanzo di Vanni Santoni non è propriamente definibile come opera generazionale: il manifesto con cui si apre, frutto di uno dei personaggi e non dell’autore, è stilato tutto al negativo, elencando ciò che i ragazzi non sono o aspirerebbero ad essere, apparendo più che una dichiarazione di ideali (inesistenti), un’operazione volta a fissare qualcosa di se stessi, <em>qualcosa</em> di non totalmente compreso, più che a definire nettamente la micro-epoca dei giovani di fine millennio. Questo <em>qualcosa</em> che non si esprime, che non si afferra, ma rieccheggia sia nei protagonisti che nel lettore (specialmente se loro coetaneo), emerge dallo stile della scrittura, che alterna al divertito compiacimento di un’eterno presente di dialoghi tra il cinico e l’ironico ed accadimenti spesso esilaranti, un tono quasi epico, arcaicizzante, malinconico. Premesso che qui il linguaggio dipende prima di tutto dalla toscanità di cui è intriso &#8211; nei bar, nei circoli delle province toscane, tra i vecchi ed i giovani di qualsiasi estrazione sociale, si parla veramente così, mescolando battute sagaci ed irriverenti a racconti che sembrano emergere dalle nebbie di gesta e tempi remoti, mentre invece si riferiscono all’altro ieri &#8211; questa lingua sottolinea benissimo la precarietà in cui agiscono i nostri prodi ed il tentativo (loro o di Santoni o di entrambi), di ancorarla. Precarietà che proviene da quei <em><a href="http://myfreefilehosting.com/f/c6e5337d65_0.31MB">Personaggi precari</a></em>, titolo e tema del primo libro dell’autore, il cui debito è evidente nei capitoletti-lampo tra quelli principali, dove i personaggi sono impressi uno ad uno come su carta fotografica in situazioni tipo della loro esistenza. Sia la provincia che l’adolescenza appartengono alla categoria del precariato: entrambe né carne né pesce, sempre schiacciate da forze maggiori (la natura della campagna e le promesse della grande città; il fantasma totalizzante dell’infanzia e le aspettative, i successi o i fallimenti dell’età adulta), incomprensibili perfino a se stesse. I ragazzi sono infatti soli: vedendo il gruppo dall’interno, Santoni sceglie di non narrare ad esempio il rapporto con i genitori, che, quando evocati, appaiono in tutta la loro distanza dai figli, nella loro assenza come punti di riferimento perfino affettivi. Le ragazze rappresentano tutt’al più l’oscuro oggetto del desiderio di alcuni (Iacopo, il Dimpe) o confermano l’affidabilità ed il buon carattere di altri (il Sasso, che ha la ragazza fissa). È un romanzo tutto al maschile, che se da una parte fa arricciare il naso alle lettrici, dall’altra inquadra benissimo certa misoginia e sodale chiusura dei gruppi adolescenziali. Gli unici adulti che meritano una qualche esplorazione sono i suddetti Torcia e Pelle, che sarebbero a tutti gli effetti disadattati ed emarginati nella società adulta normale, il primo emblema della dipendenza, dalle droghe alle sfide di <em>Magic</em>, il secondo maniaco ossessivo-compulsivo e non particolarmente acuto (non perdetevi le ali di compensato…), delle buone maniere a suon di cazzotti, ma acquistano sfumature mitiche da novelli Peter Pan agli occhi dei ragazzini. Allora è a questo punto più giusto dire che il libro di Santoni non affronta una generazione, ma una condizione dell’essere, che di volta in volta è identificabile nella giovinezza, nella vita di provincia, nell’irrequietezza, nella sperimentazione di stati alternativi, sebbene artificiali, nella condivisione di esperienza. I ragazzi non hanno niente da dirsi che vada oltre la discussione sulle droghe e la rievocazione di un passato prossimo da sballati: deprivata dell’humus psicoattivo la conversazione langue; non sono toccati dalla lama del dolore o della perdita (sebbene disagio e suicidio facciano capolino, per entrare subito nella leggenda e nel dimenticatoio), eppure mentre gradualmente si arriva alla fine e qualcuno si allontana dal gruppo, il catalogo lisergico è sempre più chiaramente un vocabolario di stati emotivi, legati più che alle sostanze al momento e ai protagonisti, entrambi irripetibili, perduti. Sembra di avvertire la disperazione tenue che coglie Iacopo, emigrato nella realtà di Firenze, per scoprire che non è poi così diversa da Figline. Di dieci anni di <em>nulla</em>, ai ragazzi resta la nostalgia per il luogo del passato, per l’essere stati insieme, comunque, con o senza grandi scambi intellettuali, esattamente come, e questa volta il paragone calza a pennello, agli <em>Amici miei </em>di <strong>Mario Monicelli,</strong> dopo anni di <em>zingarate </em>&#8211; i <em>loro </em>interessi in comune &#8211; resta la partecipazione corale ad un tempo, l’amicizia (quel qualcosa che non sapevamo nominare), il bene effimero e inspiegabile dell’affetto.</p>
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