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	<title>pubblico &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Pubblico e poeti: una svolta civile?. Parte seconda.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Feb 2011 13:35:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Inserto teorico, partendo dall&#8217;interno. Per testo poetico di solito ne intendo uno che ha avuto una lunga gestazione e un lungo periodo di rimaneggiamento, necessari, ovviamente, per dire qualcosa di significativo, almeno nel contesto storico-sociale in qui viviamo. Allo stesso tempo sono convinto che l&#8217;atto poetico sia sostanzialmente una funzione del segno o di un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Inserto teorico, partendo dall&#8217;interno.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Per testo poetico di solito ne intendo uno che ha avuto una lunga gestazione e un lungo periodo di rimaneggiamento, necessari, ovviamente, per dire qualcosa di significativo, almeno nel contesto storico-sociale in qui viviamo. Allo stesso tempo sono convinto che l&#8217;atto poetico sia sostanzialmente una funzione del segno o di un insieme di segni: nello specifico quello che fa ragionare sul suo stesso significato – e questo è qualcosa che avviene all&#8217;interno dell&#8217;interpretante, sia esso il poeta stesso o un lettore qualsiasi. Diciamo però che chi scrive ha una responsabilità differente da chi semplicemente riceve un messaggio: ovvero di formularlo, e possibilmente di formularlo efficacemente. Per fare ciò egli ha a disposizione una serie di strumenti: una vera e propria scatoletta degli attrezzi: ora ci sono due strade che sarebbe a mio avviso possibile percorrere per ottenere in un lettore un ragionare sul senso, appagare o generare il pensiero critico, e credo che una delle due influisca più positivamente sul nostro immaginario perché può raggiungere un numero di riceventi maggiore, perché questa strada è quella tipica del piacere della narrazione, quella adatta a tramandare un contenuto, e ora la illustrerò.<br />
<span id="more-38062"></span><br />
1) abbiamo per molto tempo visto la poesia come un&#8217;arte che non avesse a che fare con il presente e con il domani, un luogo ad appannaggio esclusivo del passato, della tradizione, degli epigoni &#8211; degli dèi, e non dell&#8217;uomo, negli aspetti meravigliosi della sua quotidianità, della sua natura di sangue, di carne e di racconto. La poesia doveva suscitare uno stupore grossolano – barocco: il contenuto doveva essere premuto, rarefatto, la forma e le scelte lessicali ardite: la poesia doveva essere <em>avanguardia</em> se si parla di forma del linguaggio (e tracimare dal bacino del linguaggio naturale), misterica se si parla di veicolazione del messaggio (per l&#8217;accostamento stordente, rumoroso di segni), e così in una di queste versificazioni uno poteva e potrebbe leggere all&#8217;incirca qualsiasi cosa: meglio vendere libri bianchi, allora. E tutto ciò di cui non si era già parlato non poteva essere detto. Pensiamo a quanti sono i poeti che versano la loro opera in un immaginario contemporaneo che non sia <em>di seconda mano</em>, ovvero già elaborato dalla stessa tradizione poetica del Novecento, ridotto a stereotipo: e parlo dei genitori assenti e di figli cresciuti da TV e videogiochi, degli stessi videogiochi, della stessa TV, di internet, parlo della precarietà cronica, della cassa integrazione che riguarda un italiano su cento, parlo di Grande Fratello ecc.). Il poeta pensava di fare i conti solo con la poesia, e si è ritrovato a fare i conti con il mondo. La poesia doveva essere solo un gioco senza senso, un gioco per intellettuali, un elemento linguistico identitario nel quale riconoscersi come élite – piuttosto squallido, non credete? Non riesco a capire se sia vero che chi ha scelto questa strada del poetare abbia effettivamente una profonda competenza delle discipline che studiano il linguaggio umano (teoria della comunicazione) e filosofica (filosofia del linguaggio) e non una meramente storico-letteraria. Forse sì, ma se ne limita alla superficie: come dare in mano a un bambino un centro di lavoro a cinque assi. Se invece il caso è il secondo, ci troveremmo davanti a qualcuno che per progettare una macchina si limitasse ad abbonarsi a un settimanale di motori e, partendo da quelle fotografie di berline grigio antracite su carta patinata, si mettesse, con tutta la buona volontà di questo mondo, davanti al tecnigrafo – logico che, ignorando volutamente certe basilari nozioni di aerodinamica, di meccanica e scienza dei materiali, o non avendole proprio, non andrebbe molto lontano&#8230; Per quale motivo una persona dovrebbe essere tenuta dunque a leggere un testo il cui significato è volutamente offuscato dal emittente? Questo è quello che sono costretto a pensare quando leggo i segni dell&#8217;immaginario comune di questo paese, quell&#8217;immaginario che tutti partecipiamo ma che qualcuno non vorrebbe partecipare – per rinchiudersi in una torre d&#8217;avorio: la poesia che parla a ogni uomo è stata ammazzata da una élite letteraria che si esprime secondo i vizi della forma mentis che ho appena descritto, una élite letteraria che per di più ha l&#8217;ardire di definirsi di sinistra.</p>
<p>2) La poesia è l&#8217;arte del togliere. Il poeta – per usare una figura semplice – non è altro che il mare. Il mare che rivolta incessantemente i ciottoli delle rive e che in questo suo gioco d&#8217;erosione regala ai bambini di città, quelli con l&#8217;eritema che arrivano a frotte ogni estate sulle riviere della Liguria (almeno – una volta era così), quattro pietruzze cangianti di Portoro o dei vetrini luccicanti che non tagliano più, ma che dicono molto, molto del tempo, dei giorni, e della salsedine che brucia e di quello che siamo o siamo stati. La poesia è l&#8217;arte anche del raccontare. Sì, anche del raccontare. Viviamo in un mondo che ha un disperato bisogno di narrazioni, in un&#8217;Italia dove anche il poeta deve essere determinante con il suo mestiere nella generazione di un immaginario. Ecco, se quello della poesia fosse un luogo vorrei che questo fosse quello di incontro tra estetica e morale, tra forma e contenuto, un luogo che tutti, disponendo di competenze basilari, possano partecipare – tutti quelli che sanno leggere dovrebbero avere a disposizione della buona poesia fatta da professionisti della poesia, non da dilettanti allo sbaraglio che, se avessero scelto di fare i musicisti, si sarebbero fermati al primo arpeggio.<br />
Poesia anche per gli analfabeti di ritorno: e allora sarebbero necessarie trasmissioni radiofoniche e programmi TV di poesia (ma di poesia che dia la possibilità a chi la ascolta, a tutti quelli che la ascoltano, di provare emozioni, e penso a Luigi Nacci e all&#8217;esperienza della poesia performativa in generale), forse è inutile ricordare il discorso tenuto nel 1991 da Brodskij alla Library of Congress: “come soluzione estrema i clienti di tutti i motel nazionali dovrebbero trovare un&#8217;antologia della poesia americana nel cassetto di ogni stanza, accanto alla Bibbia, che sicuramente non farà obiezioni a questo accostamento, visto che non ha nulla da obbiettare alla vicinanza dell&#8217;elenco del telefoni”.</p>
<p>Ci dovrebbe essere poesia come si deve. Ma non poesia come si deve per me, per chi cerca di leggere un libro di poesia a settimana e ha studiato Lettere, poesia come si deve sia per uno che ha competenze di questo genere, sia per uno che queste non le ha proprio, poesia che sia in grado di farsi volere bene – la poesia come il Grande Cinema: dove creatività e competenze danno un prodotto qualitativamente raffinato ma allo stesso tempo di libero accesso, per tutti. Sì, voglio i Cameron e di Ridley Scott della poesia, voglio una <em>nuova epica italiana</em> per la poesia. Se vogliamo fare poesia per la gente, e se siamo davvero comunicatori competenti, non ci si deve accorgere leggendo i nostri lavori, di uno scollamento tra il mondo intellettuale e il mondo reale – perché il sapere deve essere al servizio della vita e non viceversa. In pratica, come scriveva Cartesio: “e avendo deciso di non cercare altra scienza se non quella che potevo trovare in me stesso oppure nel gran libro del mondo”.</p>
<p>Il poeta è, oltre al mare stesso, anche il vecchio uomo di mare, quello dalla pelle conciata dal sole, dal salino. Il vecchio uomo di mare che passa al setaccio giorno dopo giorno l&#8217;arenile ghiaioso, che raccoglie filtrato in sé quel poco che abbiamo in resto: il salvabile, il ninnolo perso dal bambino, il ciondolo laccato d&#8217;argento: il ricordo, un&#8217;immagine. Perché è vero, uno alla fine scrive principalmente per se stesso, per vederci chiaro. Ma se vuole comunicare qualcosa a qualcuno il suo poetare deve essere cosciente e responsabile – la raffinazione del senso che si ha in poesia è l&#8217;esercizio di cui vive quello che si potrebbe chiamare spirito poetico, è ciò in cui esso si determina. Se ne siamo coscienti non prenderemo tanto alla leggera il fatto di fare arrivare al pubblico la nostra poesia, questo significherà mettere a nudo la parte più sensibile della nostra persona: scrivere alla fine è proprio questo, far crollare ogni limite tra noi e l&#8217;altro, un atto di sincerità totale, di chiarezza, di libertà, di responsabilità; mentre leggere, invece, vuol dire lasciarsi lusingare dalle parole. Farsi, e non c&#8217;è niente di sbagliato in ciò – intrattenere. Leggere vuol dire condividere sì un significato generale ma soprattutto, e ciò è inevitabile e non va dimenticato, generarne uno nostro, soltanto nostro.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Un Nacci come pietra di paragone.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Luigi Nacci si distingue per praticare in modo cosciente una poesia &#8216;per la voce&#8217;. Questa è l&#8217;impressione che ho avuto parlando con lui e facendo da spettatore alle sue performance: al centro del suo lavoro c&#8217;è una volontà nobile, e non comune nel mondo della poesia italiana, quella di utilizzare la poesia per trasmettere un messaggio alla gente. Senza che questa debba essere stata precedentemente addestrata alla poesia di Accademia, o dei tanti neo-post-avanguardisti.</p>
<p>Nacci reinserisce così la poesia nella cornice dell&#8217;oralità, divenendo, a suo modo, un bardo dei nostri tempi. Ma Nacci tiene conto dei mezzi che i nostri tempi gli mettono a disposizione, la sua non è una fuga verso il passato ma l&#8217;ammettere la tangibilità dell&#8217;oggi. Con Nacci si può tranquillamente parlare di poesia come strumento di comunicazione e come forma di intrattenimento.</p>
<p>Solo parlando di poesia come strumento di comunicazione e come forma di intrattenimento è possibile restituirle diffusione all&#8217;interno della nostra società, restituirla al ruolo di genere letterario che le spetta rispetto a quello, che ora per alcuni ricopre, di credo religioso. E una nuova poesia civile non può che passare attraverso una riflessione di questo genere: come arrivare scuotere la sensibilità di più persone possibili?</p>
<p>Questo poesia per la voce, praticata da Nacci, da Voce, da Bulfaro, ha almeno, e ribadisco, almeno, la stessa dignità di una certa poesia del silenzio, quella che non racconta, che non dice, che maschera, che confonde, quella che non è &#8216;arte del togliere&#8217; e non è nemmeno &#8216;narrazione&#8217; sensibile del presente, ma al più diapositiva spezzettata, che solo un addetto ai lavori avrà la possibilità di ricostruire (e solo se avrà il tempo e la voglia di farlo) oppure, cosa che spesso accade, stereotipo.</p>
<p>La poesia per la voce differisce da una certa poesia del silenzio per vari motivi, tutti facilmente individuabili, nella poesia dell&#8217;oralità si deve fare i conti – sempre – con un pubblico, un pubblico che giudicherà, oltre alla fattura del testo che gli verrà proposto, la capacità che un poeta ha nel performarlo – non ci sono scappatoie di nessun tipo, né apparati critici che tengano, sali sul palco, esponi te stesso e il tuo lavoro, se va bene <em>bene</em>, se no <em>amen</em>. Un pubblico che non è spesso composto da poeti o critici, ma da cittadini comuni. Come del resto per un concerto musicale, dove gli spettatori non sono tutti poli-strumentisti.</p>
<p>In ogni caso l&#8217;avere un pubblico che apprezza la tua performazione non è frutto del caso, altrimenti non mi spiegherei perché anche in regioni piuttosto refrattarie alla poesia artisti come Nacci riescano a riempire un pub o un&#8217;aula universitaria, mentre gli altri, di una certa scuola del silenzio, che vantano, magari pubblicazioni Einaudi o Mondadori, non riescano ad essere protagonisti di eventi partecipati.</p>
<p>E qualcuno mi risponderà che questi portano avanti un serio e prestigioso impegno editoriale, bene, per quante migliaia di copie? Per quanti riceventi effettivi del loro messaggio? E con quale influenza sui più giovani, che nel tentativo di avere successo nel mondo della poesia si ridurranno a essere dei tristi epigoni di una cosa morta, disdegnando, a differenza di quanto avviene all&#8217;estero, soluzioni performative, di contaminazione, e via web.</p>
<p>Se nella poesia per la voce si cerca con gli strumenti della contemporaneità di trovare una soluzione allo stato di crisi della poesia italiana in una certa poesia del silenzio sembra che ci si sia ormai rassegnati: eppure ci sono realtà europee dove poeti più che vivi vendono decine di migliaia di copie all&#8217;anno, il caso dell&#8217;Olanda.</p>
<p>“Avrai poche cose ma quelle le avrai” un poemetto in cui Nacci ci dà prova della sua capacità di costruire un testo per la voce: ecco, dopo averlo sentito potrei dire che il tempo della poesia dell&#8217;oralità è il presente, tanti piccoli <em>presente</em>, uno dietro all&#8217;altro, ogni volta che una poesia viene raccontata. Questo non ci deve ingannare, sebbene la fruizione di un testo come questo sia immediata, estemporanea, qualcosa viralmente, continua ad agire dentro di noi, nel tempo, come per certe pubblicità-progresso che viste da bambini non ci lasciano mai. Qualcosa ci si incastra nella testa, presumibilmente tra il lobo dell&#8217;insula e l&#8217;aria di Broca, (Molesini direbbe nel cuore) e li vi rimane fino a quando non siamo tornati a casa&#8230; Ci dormiamo su. Trascorrono i giorni e non succede nulla, poi l&#8217;incubazione finisce e la febbre si alza. Come nella malaria queste suggestioni, ciclicamente si ripropongono; nel ricordo vago, sfumato, ci saranno degli elementi che spiccheranno, immagini, cromatismi per non parlare dei ritornelli, e forse proprio attorno a questi elementi, nel processo creativo del ricordare, andremo a generare un senso, il nostro senso, e quando qualcuno ci chiederà di raccontargli “Avrai poche cose ma quelle le avrai”, non potremo che aggiungere al ricordare altro del nostro <em>alfabeto del mondo</em>. Forse fra cento anni, scomparsa in una catastrofe l&#8217;informatica, di questa di questa sola poesia sopravviveranno, in nuove mitologie da dopo-apocalisse, strane memorie, e solo il titolo, e forse nemmeno quello, si sarà preservato dal lavorio della parola, delle migliaia di voci che avranno raccontato.</p>
<p><strong>Conclusioni per andare avanti.</strong></p>
<p>Immaginiamo un giovane poeta e l’esercizio non è tra i più difficili. Provvisto fin dall’adolescenza di una qualche sensibilità antropologica verso i suoi simili, verso ciò che lo circonda o sente alla tv, e nondimeno di un’attitudine a sondare certe domande con il fascino sbarazzino della parola, mettiamo pure abbia avuto la fortuna di uscire pressoché indenne, solo con qualche acciacco, dal <em>bronx </em>statale della scuola media superiore e abbia incontrato al liceo/istituto superiore uno di quei pochi sopravvissuti dinosauri didattici che ancora riescono a trasmettere, insieme a nozioni d’inutile italianistica, anche la passione per il senso di ciò che dice. E che quindi questo insegnante abbia avvicinato lo studente alla poesia. Il nostro cucciolo poetico si ritrova in un giorno provinciale qualunque a buttare già qualche verso – o meglio, ad andare a capo spesso. Se è bravo, ripete ciò che ha letto nell’antologia di scuola. Se è bravissimo, qualcuno gli ha messo tra le mani un libro di poesia (contemporanea, se c’ha molta fortuna) e prende ciò che capisce da quello. Ma in ogni caso, di lì a poco, se ne andrà a ripetere la lezione davanti a infiltrati professori universitari entrati con concorso truccato o con l’<em>ope legis </em>dell’Ottanta, e quindi per lo più ignari del connubio semantico tra ricerca e didattica (se non addirittura dello specifico portato lessicale di entrambe). Se il nostro <em>tamagotchi </em>delle patrie lettere è molto sfigato va anche a Lettere e Filosofia. In pratica, durante il suo percorso nessuno sarà formalmente autorizzato a insegnargli a leggere (non a scrivere – non è quello il compito) la poesia italiana contemporanea.</p>
<p>E qui, per decenza, ci fermiamo. Se non dopo aver detto che è a quest’età – e non a quarant’anni, come dicono i genii della sociologia poetica italiana – che inizia la sua carriera, obbligatoriamente da biforcarsi a seconda del suo sesso. Se è maschio, scriverà e si destreggerà tra leccate e versi. Se è femmina, verrà opportunamente squalificata dalla nascita, con un marchio a fuoco, grazie al connotato principale dell’Italia e della sua poesia: il Puttanismo. I poeti maschi (spesso i quarantenni di cui sopra) stanno perfezionando il metodo usato dai politici dal “sesso forte” per sbaragliare la concorrenza, ma finora il loro meccanismo si è concentrato soltanto sulle donne. L’innesco è questo: reclamare ad ogni occasione l’unico valore personale che non inferisce alla produzione letteraria della medesima. A ogni presentazione, al titolare dell’evento basterà elogiare davanti al pubblico la più o meno bellezza dell’interessata per confezionarle una piccola bara bianca. Poiché le valutazioni sulla poesia italiana si fanno agli incontri, privati e pubblici, tra tanti poveracci e pochi potenti (se è potente un anziano che ha un orto a fianco della scarpata ferroviaria popolar-nazionale…), il destino della “poetessa” è segnato indipendentemente da ciò che ha scritto o dal suo valore critico. Le valutazioni, ormai, non si fanno dentro il pubblico dibattito sulle riviste, sulle antologie e nei saggi sulla poesia italiana, dove ci si guarda bene da affrontare questioni di genere, poetica e stile, nonché di rapporti tra società, poeti e storia, nonché di comparazioni e prospetti teorici della e sulla poesia d’oggi, sui suoi poeti in attività. O, meglio, ci si guarda bene da dare un qualche peso a questi scritti nelle decisioni nella stanza dei bottoni sbottonati (l’immagine richiama a sé un doppio senso – che ci premiamo di esplicitare come sessuale per non correre il rischio di fraintendimenti).</p>
<p>Il mondo della poesia italiana è – qui simbolicamente, non sessualmente – un mondo di pedofili. Sul nascere, si fa in modo di violentare un giovane poeta in ciò che ha di prezioso per la poesia: che non è banalmente e ovviamente la sua, di poesia, ma la sua capacità d’apprendimento e la sua fortunata cronologia che lo spingerà a dover portare lui, un giorno, un poco più avanti quel testimone che, qualcuno, una decina (se non una ventina, trentina) d’anni fa ha preso tra le mani di una cosciente generazione per lasciarlo cadere mentre usciva dal bordello. Siamo giunti all’esasperazione, con una tale chiarezza d’intenti e capacità predittiva che altrettanto illuminata ci viene indicata la strada. Soltanto un moralismo altrettanto esasperato, da introdurre a forza nel mondo della poesia, potrà salvare i poeti; poiché la poesia è comunque più furba di noi e scappa, va altrove se trattata male, verso altri paesi e culture. Segnali in questo senso non tardano a farsi vedere in Italia, anche attraverso una serie di poeti che sono già fuggiti all’estero per volere o per necessità. Una formula verificabile, infatti, dice che la moralità di un poeta è direttamente proporzionale alle sue capacità poetiche. Se la sua condotta di fronte al testo subisce incrinature, anche il testo stesso ne risente, e in peggio. L’atteggiamento moralistico è cioè l’anticamera di un atteggiamento professionale, finalizzato all’attenzione del contesto e alla comunicazione come punto di arrivo della poesia.</p>
<p>Di seguito, il corrispettivo poetico dell’atteggiamento moralistico di alcuni poeti ha prodotto una “Nuova poesia civile”, che fa sentire tutta la sua distanza rispetto a un certo passato e all’immediato presente proprio in virtù del suo codice di comportamento. Non si tratta di chiamare in causa l’allineamento alle correnti ideologiche del secolo scorso: la poesia civile – e questa è storia – nasce come modalità di racconto della società sulla base dell’interpretazione che ne dava una certa ideologia, limitandosi, nei casi peggiori, a essere un surrogato poetico di una classe politica. La “Nuova poesia civile” ha, invece, dalla sua la modalità del discorso. Il suo fine è prettamente comunicativo, non dimostrativo: cogliendo esempi tra i fenomeni, i personaggi, le situazioni quotidiane della nostra società ha trovato il modo d’inserirli nel suo ritmo, nelle sue immagini, attraverso un contesto sociale da trasformare in messaggio poetico, certo dotato delle sue leggi particolari, ma che rende la poesia tangibile a lettori e persone di qualsivoglia livello, perché la stessa poesia con loro condividerà la materia prima, l’argomento, le questioni più brucianti e cruciali del nostro tempo. Conseguentemente, questo implica anche non comuni capacità d’invenzione stilistica per fare in modo che quelle questioni rimangano aperte e che la loro pressante attualità temporale non infici la resistenza del testo alla prova del futuro, delle generazioni che dopo di noi verranno. Solo che affinché quel messaggio sia comprensibile, non basta avere la stessa lingua, serve anche un’esperienza comune condivisa fra i due parlanti, con cui fare insieme strada (R. Daumal). Se poi qualcun altro diceva anche che il medium è il messaggio, parlare della realtà con la poesia significherà anche comunicare, e quindi divulgare, al pubblico la poesia stessa. E nel pubblico della poesia, composto quando va bene da poeti che leggono poeti, la divulgazione della poesia è oggigiorno quanto mai necessaria. Nell’agire, si tenga allora presente che la nostra moralità poetica influirà tanto sul fronte esterno quanto su quello interno. La moralità ci resta sempre Giano bifronte.</p>
<p>Matteo Fantuzzi, Lorenzo Mari, Francesco Terzago, Guido Mattia Gallerani</p>
<p>(<a title="prima parte" href="https://www.nazioneindiana.com/2011/02/03/pubblico-e-poeti-una-svolta-civile/" target="_blank">qui la prima parte</a>)</p>
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