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	<title>Rabindranath Tagore &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Oleandri rossi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2009 05:30:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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		<category><![CDATA[Carabba editore]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani È che nel giardino della casa dove abitavo da ragazzetto a Desenzano del Garda – la casa del nonno materno, morto pochi mesi prima che io arrivassi in questo mondo – c’erano belle piante, l’ulivo, una volta mio padre provò anche a mettere le olive in salamoia, un vero disastro, il mandorlo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
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<p>È che nel giardino della casa dove abitavo da ragazzetto a Desenzano del Garda – la casa del nonno materno, morto pochi mesi prima che io arrivassi in questo mondo – c’erano belle piante, l’ulivo, una volta mio padre provò anche a mettere le olive in salamoia, un vero disastro, il mandorlo piuttosto maestoso, il glicine, con quei fiori dolci che noi succhiavamo pensando chissà che bontà, ma soprattutto c’erano gli oleandri , quello bianco, quello rosa chiaro e quello rosso vivo, che stava sotto l’ulivo e che io prediligevo.<span id="more-18416"></span></p>
<p>Per me il giardino era anzitutto un campo di giochi e anche il luogo dove d’estate si poteva stare tranquilli a leggere a giocare col meccano, mia infinita passione di tutta l’infanzia e adolescenza. C’erano pochi rumori, le donne che passavano nel vicolo su cui dava il cancello del giardino, che portavano la biancheria al “lavatoio”, a insaponare, sciacquare e strizzare forte, mica c’erano le lavatrici, almeno non a Desenzano.</p>
<p>Gli oleandri erano i miei preferiti, allora non sapevo che fossero velenosi, cosa che ho imparato di recente, e i loro fiori mi sembravano i più belli del mondo.<br />
<img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-18418" title="oleandro_rosso" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/oleandro_rosso.jpeg" alt="oleandro_rosso" width="595" height="490" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/oleandro_rosso.jpeg 595w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/06/oleandro_rosso-300x247.jpg 300w" sizes="(max-width: 595px) 100vw, 595px" /><br />
E poi mio padre parlava delle <em>talee</em>, diceva che gli oleandri si riproducono per talea. Non c’è niente di meglio per imparare una parola nuova che vederla in mano a qualcuno; mio padre tagliava accuratamente un rametto di oleandro e non mi diceva “questo è un rametto”, ma “questa è una talea”. Bel problemino di semantica per gli apostoli della designazione rigida: quell’oggetto lì, che aveva in mano mio padre, era un rametto o una talea? Il nome dipende, in questo come in tanti altri casi, dalla funzione: se lo stacchi dalla pianta per metterlo in un vaso e avere un po’ di verde in casa, lo chiami rametto, ma se hai in mente di utilizzarlo per riprodurre la pianta, allora lo chiami talea, miracoli della lingua.</p>
<p>Gli oleandri mi sono venuti dietro nella vita, e anche le loro talee: è così facile riprodurli che ci riesco persino io, basta tagliare appunto un opportuno rametto, o meglio una talea, e poi lasciarlo in un bicchiere d’acqua al buio per qualche settimana e lui mette un sacco di piccole radici bianche, dopodiché è fatta, lo metti in terra e lui parte. Poco dopo essere venuto ad abitare qui a Piacenza, sono andato in giro in bicicletta nei quartieri residenziali con le villette con giardino e ho tagliato qua e là qualche rametto da quelli dei miei colori preferiti. Sì, perché i fiori degli oleandri possono portare le sfumature più delicate, dal bianco abbagliante al rosso più acceso, passando per tutti i tipi di gialli, di rosa e di arancio, variabili di anno in anno e di stagione in stagione. E poi, quando cominciano a fiorire, non finiscono più, ho visto oleandri grandi come alberi completamente ricoperti di fiori, uno ad esempio nel cortile del dipartimento di chimica dell’Università di Milano, un posto squallido e pieno di magazzini di bombole e chissà quali altri spaventi chimici, ma illuminato in questo periodo da un oleandro meraviglioso di un colore appena sfumato in rosa da rimanere incantati.</p>
<p>Ma l’altra strada per la quale mi sono venuti incontro gli oleandri nella vita è quella dei libri che mi ha lasciato mia madre; tra questi alcuni volumetti dell’editore G. Carabba, di Lanciano (poi Carabba, quindi R. Carabba, oggi <a href="http://www.editricecarabba.it/">qui</a>), che negli anni venti e trenta del secolo scorso sfornava deliziosi volumi rilegati rigidi, in cartone leggermente stampato, col dorso decorato e scritto in oro, e una veste interna davvero bella (guardate l’immagine sopra per capire); nella collana “Scrittori italiani e stranieri” uscirono molto volumi di scrittori indiani come anche di opere religiose indiane, tra queste molte opere dello scrittore indiano <strong>Rabindranath Tagore</strong> (europeizzazione di <em>Thakur</em>), il primo asiatico vincitore del Nobel per la letteratura (1913), opere di poesie, di mistica e di teatro. Tra queste ultime ecco apparire, sul dorso amaranto con scritte in oro, <a href="http://www.parabaas.com/rabindranath/articles/brRedOleanders.html"><em>Oleandri rossi</em></a>, dramma in un atto. Rarefatta storia di oppressi e oppressori (<em>Raktakaravi</em> nell’originale, tradotto in inglese come Red Oleanders), nella quale la figura femminile di <em>Nandinî </em>– la Rallegratrice – riveste il ruolo centrale e più intenso, quello di chi vuole ridare dignità e vita ai minatori oppressi da un re assetato dell’oro delle sue miniere. Si fa portare dal fanciullo Kishôr, che solo conosce l’albero a cui attingere, una ghirlanda di oleandri rossi che prepara per il suo amato; inutile dire che il rosso dell’oleandro è simbolo d’amore ma anche di sangue, per l’appunto si tratta di un dramma, dove quindi entrambi gli elementi hanno un forte ruolo. Tutto il testo è percorso sì da una sottile tristezza, ma insieme a questa da una grande e piena gioia di vivere. Ecco ad esempio come Nandinî descrive (tenete conto che utilizzo la traduzione del 1925 di Clary Zannoni Chauvet) il suo amore per Ranjan, l’amato che ella crede fermamente alla fine giungerà:</p>
<p>«<span style="color: #ff0000;">… egli tiene un remo per mano e mi trasporta fra le acque tempestose; afferra per la criniera i cavalli selvaggi e galoppa con me per i boschi; scaglia un dardo tra le ciglia del tigre pronto all’assalto e con alte risa disperde il mio timore. Come gettandosi nel nostro fiume Nagai ne disturba la corrente diguazzando gaiamente, così disturba me con la tumultuosa sua vita. Disperatamente azzarda nel gioco tutto ciò che ha, e così mi ha vinta.</span>»</p>
<p><a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Rab%C3%AEndran%C3%A2th_Tagore">Tagore</a> scrisse in Bengali ma tradusse egli stesso in inglese (in Inghilterra aveva studiato) molte delle proprie opere e così esse divennero note in Occidente, tanto da valergli il Nobel. Fu anche nominato <em>Sir</em> dalla corona britannica nel 1915, titolo che categoricamente respinse nel 1919 in seguito al terrificante <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Jallianwala_Bagh_massacre">massacro</a> perpetrato il 13 aprile 1919 dalle truppe inglesi contro la popolazione civile della cittadina di Amritsar.</p>
<p>Una volta che abbiate cominciato a leggere Tagore, sarà difficile non cercare di allargarvi.</p>
<p>Adesso il mio balcone contiene vari oleandri, ma il migliore e più sviluppato è quello rosso, che da poco ha cominciato a fiorire, profumato e in grande abbondanza.</p>
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