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	<title>racconto inedito &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Ragno Tigre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 Jul 2016 05:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Betta]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
		<category><![CDATA[ragno tigre]]></category>
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					<description><![CDATA[di Federico Betta  A vederlo così era come se stesse affogando. Si muoveva tutto veloce, saltava di qua e di là, dal suo manuale al video, e poi dal video ai suoi appunti e poi si fermava, tirava un respiro, guardava lo schermo e ricominciava a sbracciare coi suoi stupidi fogli. Lo so, è impossibile, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-63741" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/ragnotigre.jpg" alt="ragnotigre" width="243" height="457" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/ragnotigre.jpg 243w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/07/ragnotigre-160x300.jpg 160w" sizes="(max-width: 243px) 100vw, 243px" />di <strong>Federico Betta </strong></p>
<p align="JUSTIFY">A vederlo così era come se stesse affogando. Si muoveva tutto veloce, saltava di qua e di là, dal suo manuale al video, e poi dal video ai suoi appunti e poi si fermava, tirava un respiro, guardava lo schermo e ricominciava a sbracciare coi suoi stupidi fogli. Lo so, è impossibile, ma sembrava come se venisse risucchiato dentro quel coso.</p>
<p align="JUSTIFY">Da quando ha cambiato lavoro non ha smesso di nominarlo. Fino al Natale scorso, ha continuato a ripetere che in America ce l&#8217;hanno tutti e qui, invece, siamo ancora mezzi contadini per colpa dei russi.</p>
<p align="JUSTIFY">Era la cosa che voleva di più al mondo, l&#8217;unica che gli avrebbe cambiato la vita, che avrebbe cambiato la vita a tutti noi. Ma la mamma non era d&#8217;accordo: diceva che con le assicurazioni non aveva ancora ingranato e prima o poi dovevamo cambiare la macchina. Quando lei tirava fuori quella storia lui spariva dalla stanza e urlava &#8220;La macchina va benissimo!&#8221;</p>
<p align="JUSTIFY">Questa volta, però, non voleva solo comprarlo, non voleva solo far crepare d&#8217;invidia lo zio Giorgio. Questa volta voleva proprio convincerci che era la cosa giusta da fare: &#8220;Senza di lui mi passano tutti avanti.&#8221;, diceva sempre.</p>
<p align="JUSTIFY">Alla fine, la botta giusta gliel&#8217;ha data la storia del muro e per quasi due mesi, da quel nove novembre fin sotto Natale, è diventato insopportabile. Continuava a stressarci che finalmente potevamo fare il grande salto anche noi, che lui quella cosa l&#8217;aveva aspettata tutta la vita. È arrivato a dire che non comprarlo era come se i rossi avessero perso con tutti, a parte che contro di noi: &#8220;Se non cavalchiamo le macerie, per noi è la fine!&#8221;.</p>
<p align="JUSTIFY">A quel punto anche mamma non ce l&#8217;ha fatta più e gli ha attaccato un messaggio sullo specchio del bagno: &#8220;se proprio ci tieni, è giusto che tu lo prenda.&#8221;</p>
<p align="JUSTIFY">Era il 22 dicembre, sabato: io stavo facendo colazione, pronto all&#8217;ultimo giorno di scuola, e mamma, al solito, passava la pezzetta sulle maniglie della cucina.</p>
<p align="JUSTIFY">Ho sentito un toc toc, strano, leggerissimo, e ho alzato la testa vedendo mamma che si era fermata anche lei. La porta della cucina, lentamente, si è aperta e, dopo qualche secondo, è spuntata la faccia di papà, con un gran sorrisone e quel bigliettino appiccicato sul naso. Ci ha guardati, prima mamma e poi me, e come una tigre pronta all&#8217;assalto si è avvicinato a bere il suo caffè. Appena la tazzina ha toccato di nuovo il tavolo, mi ha guardato e ha detto: &#8220;chi mi accompagna al negozio invece di andare a scuola!?&#8221;.</p>
<p align="JUSTIFY">Mamma l&#8217;ha puntato e senza dire una parola gli ha lanciato lo straccio. Papà l&#8217;ha schivato e si è tuffato dietro me, con il foglietto ancora sul naso: &#8220;Roooarr&#8221;, ha fatto. Mamma, asciugandosi le mani nel grembiule, ha raccolto la pezza e, alzando gli occhi al cielo, ha detto: &#8220;va be&#8217; va, a Natale siamo tutti più scemi.&#8221;</p>
<p align="JUSTIFY">Ci siamo preparati come per andare in spedizione: acqua, frutta, due Mars e Polo a tutto spiano. Mamma ci ha guardati salire in auto dalla porta di casa e, quando mi sono voltato perché papà ha grattato incastrando la terza, lei era ancora lì.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8220;Siamo indietro, Fra! Il mondo è nel futuro e noi giochiamo ancora col fax.&#8221;</p>
<p align="JUSTIFY">La storia del muro per lui è stata fondamentale, come se una cosa che succede a mille chilometri potesse cambiare le cose anche da noi: &#8220;le brigate rosse, la p2, la Dc, ma ti sembra un Stato normale? Se non ci fossero loro, secondo te, avremmo tutti &#8216;sti casini?&#8221; Per lui, il muro di Berlino è sempre stato il simbolo del potere dei russi e adesso, che finalmente è caduto, tutto il mondo si darà una regolata. E anche qui da noi, secondo lui, sarà tutto diverso, perché non avremo più quella cosa a farci ombra. Di questo è proprio convinto: &#8220;da quando hanno tirato giù quell&#8217;obbrobbrio &#8211; così dice sempre lui, obbrobbrio con quattro b &#8211; finalmente anche noi possiamo diventare un paese normale. Siamo già in ritardo, Fra! Se non stiamo al passo, ci asfaltano!&#8221;</p>
<p align="JUSTIFY">A me, in fondo, non sembra che sia successo chissà che. I russi, sì, se la sono presa in quel posto, ma non scherziamo, quelli sono i russi: mica sono tutti idioti come tispiezzoindue. E poi, anche se non tornano i russi, arriveranno i cinesi. Sicuro! Mi ricordo ancora quella scena, con quel tipo davanti alla fila dei carri armati; l&#8217;hanno fatta vedere centomila volte. &#8220;Un ragazzo! Un ragazzo da solo, vedi cosa può fare?&#8221; Papà si esaltava come ai film di Rambo, ma io ho sempre pensato sì, un ragazzo da solo lo fanno vedere alla tv, ma quello è uno, uno solo, e gli altri morti ammazzati? Eh? Non contano niente?</p>
<p align="JUSTIFY">&#8220;Quelli sono cinesi, Fra! Non si capiscono neanche tra di loro. Ma sai quanti sono? Ora che si mettono tutti d&#8217;accordo, qui, ne facciamo uno grande come una casa!&#8221;.</p>
<p align="JUSTIFY">Ecco, da quando aveva mollato la fabbrica per lanciarsi con le assicurazioni &#8211; &#8220;Fra, questo è il mio piano americano!&#8221; &#8211; il mondo girava attorno a quel coso. &#8220;Basta imparare due tasti e fai tutto più veloce. I miei capi, in America, ne hanno due a testa. Altro che russi, Fra! Questo, questo è il futuro.&#8221;</p>
<p align="JUSTIFY">Quel giorno, sabato 22 dicembre, il piano americano di papà doveva fare, finalmente, il grande salto: quel coso, dopo averci rotto le palle per un anno, stava arrivando. Grazie al magico presepe e alla faccia della Ritmo scassata, infatti, stavamo per comprare il nostro primo computer.</p>
<p align="JUSTIFY">Era gasatissimo, come i bambini che aspettano il gelato. Ma, secondo me, non aveva fatto bene i calcoli. Era sabato, ultimo giorno prima della chiusura natalizia, in giro c&#8217;era un casino allucinante e cercare quel coso è stato una specie d&#8217;incubo. Mamma gli aveva detto &#8220;Ma perché non lo prendi su Postal Market?&#8221; ma lui non ha voluto sentire storie: &#8220;comprare cose serie per corrispondenza? Ma va&#8217;, non lo fanno neanche in America!&#8221; E così abbiamo girato tutti i negozi e i negozietti della nostra bella città sotto il dirupo e, a ogni ora che passava, mi sembrava sempre più di cadere in fondo a un buco, come nella trappola di quegli insetti assurdi. Quand&#8217;ero bambino ce n&#8217;erano tantissimi a casa del nonno, si chiamano Formicaleone, ma non so perché li ho sempre chiamati Ragno Tigre. Forse perché mi facevano paura, nascosti in fondo al loro buco, con le pareti così ripide che le formiche, appena ce le buttavo dentro, erano quasi sicuro spacciate.</p>
<p align="JUSTIFY">Con i primi due tipi è stato tranquillo. Loro hanno detto: &#8220;mi dispiace, è tardi, bisognava ordinarlo&#8221;, e lui, come niente fosse, ha fatto finta di guardare le macchine fotografiche e ha detto: &#8220;Be&#8217;, certo, il 22 dicembre, ovvio&#8221;. Dal quarto negozio in poi, però, aveva la pelata bagnata come i vetri quando piove. E dopo il centro commerciale, quello nuovo attaccato all&#8217;autostrada, quasi quasi finiva male. Erano le quattro e mezza e il tizio con la targhetta sulla camicia sorrideva da dietro il bancone: papà aveva gli occhi pieni di fuoco e io mi sono messo in mezzo per portarlo via. Altro che Ivan Drago.</p>
<p align="JUSTIFY">Era praticamente buio e il fondo del fosso ci stava aspettando. Sentivo il respiro feroce di un mostro pronto a saltare fuori per inghiottirci, ogni persona in mezzo alle scale era un artiglio del nemico e seguivo papà che gli spintonava a destra e sinistra per arrivare prima alla macchina. Nel piazzale ha grattato due volte per incastrare la prima e poi è partito facendo un salto. Io ho chiuso gli occhi e ho gridato: &#8220;attento!&#8221; Lui ha inchiodato e ha urlato contro una vecchia che non si muoveva. Lei si è girata e senza capire cosa stava succedendo ci ha salutato con la mano.</p>
<p align="JUSTIFY">Annegare, cadere in un buco, farsi mangiare le gambe da un Ragno Tigre, volevo dirgli di andare a casa, che l&#8217;avremmo comprato dopo Natale, ma lui, come tutte le formiche disperate che ho lanciato in quelle trappole, era pronto a tutto.</p>
<p align="JUSTIFY">E, infatti, ha avuto l&#8217;ultimo scatto: è partito facendo fischiare le gomme e abbiamo infilato il casello.</p>
<p align="JUSTIFY">Anche le formiche facevano così. Arrivate sul fondo del buco, era come se impazzivano: cominciavano a muoversi di qua e di là, saltando sui granelli di sabbia come per volarci sopra, come quando al mare stai annegando e, anche se sei distrutto, dai le ultime bracciate, ancora più potenti delle altre. A vedere la scena ti verrebbe voglia di dare una manata e salvarle, vorresti sentire l&#8217;abbraccio di mamma che ti alza, ma invece stai fermo, perché sei attirato anche tu in qualche cavolo di modo magnetico, da quel mostro che può schizzare fuori e tirarti sotto.</p>
<p align="JUSTIFY">Aggrappato al volante non c&#8217;era verso di fargli prendere un pezzo di Mars. &#8220;C&#8217;è un giorno nell&#8217;anno, Fra, no grazie, un giorno solo, ho detto no grazie, uno tra tutti gli altri trecentosessantaquattro giorni, che deve andare come si deve, com&#8217;è sempre andato.&#8221;</p>
<p align="JUSTIFY">Saltando nella corsia di sorpasso, guardavo la luce dei fanali scassati della Ritmo, e pensavo che la cosa bella delle formiche nel fosso è che alcune, quelle che ce la mettevano davvero tutta, riuscivano a salvarsi.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8220;Lo sai perché nel presepe mettiamo anche quel tizio che dorme, eh? E quegli altri&#8230; quello che fa le castagne, eh? Per esempio? Cosa c&#8217;entra?”</p>
<p align="JUSTIFY">Papà era schizzato a centotrenta e mi chiedevo se avremmo sfasciato la Ritmo o ci saremmo salvati anche noi. Per mantenere la calma distruggevo una Polo dopo l&#8217;altra, ipnotizzato dalla lancetta del contachilometri che tremava terrorizzata anche lei. &#8220;Perché così, quando a mezzanotte mettiamo il bambinello, tutte quelle cose, quelle persone normali, diventano magiche!&#8221; Senza staccare gli occhi dalla strada, ha suonato a una Mercedes che non lo faceva passare e ha rubato dal cruscotto l&#8217;ultimo pezzo di Mars.</p>
<p align="JUSTIFY">&#8220;E io, eh? Me lo spiega quel cretino con la targhetta, cosa scarto io a Natale?&#8221;</p>
<p align="JUSTIFY">Erano ormai quasi le sei e papà ritardava a rallentare per mettersi in coda al casello di uscita. Passando in fianco alle macchine, ha fatto i fari e suonato a un furgoncino col telone strappato: con una finta uno-due che sembrava Rocky, l&#8217;ha fatto fermare e si è infilato al suo posto.</p>
<p align="JUSTIFY">Quando la stanga si è alzata &#8211; stavamo volando sui granelli di sabbia &#8211; e il tipo del furgoncino ci malediceva &#8211; come sbracciamo per la paura di affogare &#8211; ho chiuso gli occhi inghiottito da un mostro &#8211; cammini tranquillo e poi cadi in un fosso &#8211; e quella vanga che ha spaccato tutto mi ha invaso la testa &#8211; il buco in un vetro è come nella sabbia.</p>
<p align="JUSTIFY">Era quasi Natale anche lì, io avrò avuto dodici o tredici anni. Stavamo caricando, proprio in quella Ritmo appena comprata, gli attrezzi da portare al nonno: dovevamo aiutarlo a piantare un grosso pino che voleva addobbare in mezzo al giardino. Avevamo la terra, un piccone, un vaso gigante e una vanga, molto lunga. Era tutto sistemato, e papà, per ridere, mi ha sollevato facendo finta di mettere nel baule anche me. Io ridevo, come al solito quando fa lo scemo: &#8220;Dai, mettimi giù, dai, il nonno ci aspetta.&#8221; Ma lui continuava a farmi girare e con una mano, da dietro, ha sbattuto il portellone della macchina.</p>
<p align="JUSTIFY">Bum!</p>
<p align="JUSTIFY">Tenendomi sollevato, dopo un momento, si è voltato e, quando mi ha lasciato andare, ho capito cos&#8217;era successo: il manico della pala avanzava fuori dal vetro sfondato della Ritmo nuova.</p>
<p align="JUSTIFY">A me si è aperta la bocca e ho fatto un passo indietro. L&#8217;ho detto io, che era lunga. Lui è rimasto immobile, come ipnotizzato da quella pala che aveva distrutto la macchina. In tutto quel silenzio mi ha spaventato un rumore: era stato come un urlo, ma un urlo basso, come tappato, e veniva dal secondo piano. Mamma si era affacciata alla finestra e ci guardava con una mano davanti alla bocca.</p>
<p align="JUSTIFY">Lui si è voltato verso di me, poi ha guardato lei, e con la faccia grigia è rimasto lì fermo, tra la mano di mamma, la mia bocca aperta e la macchina bucata. Io guardavo tutto e non sapevo cosa dire.</p>
<p align="JUSTIFY">Al telefono col nonno cercavo di non farmi scappare quella storia &#8211; &#8220;Ma cos&#8217;è successo? Dove siete?&#8221; &#8211; e mi passava in testa un sacco di roba: c&#8217;era il presepe, c&#8217;era papà, il nonno, l&#8217;albero di Natale, la mamma, la vanga, l&#8217;orsetto di peluche &#8211; &#8220;Digli di sbrigarsi, se viene buio non si fa più niente!&#8221; &#8211; e tutte quelle cose si distruggevano una sull&#8217;altra, come le palle di sabbia schiacciate su una montagna sempre più alta.</p>
<p align="JUSTIFY">Se ce la metti tutta il mostro non ti prende: se ti muovi, se fai ancora due bracciate, non annegherai mai, così mi diceva, così mi ha sempre detto, devi dare sempre altre due bracciate. E lui se ne stava lì, davanti alla pala nel vetro della Ritmo nuova, con il nonno che urlava per fare il buco dell&#8217;albero.</p>
<p align="JUSTIFY">Era una buca grande, talmente grande che sembrava la trappola gigante di un Ragno Tigre. Era un fosso enorme che s&#8217;ingrandiva sempre di più, un buco nell&#8217;acqua è come nella sabbia, un buco nel vetro che diventa infinito e risucchia tutto, compreso me, il nonno al telefono e anche il tipo del furgoncino dietro di noi, anche se tutto era successo quattro anni prima.</p>
<p align="JUSTIFY">È strano come le cose di tanti anni fa sono sempre qui. Come quel muro caduto a Berlino, che ci ha fatto fare il grande salto, come me, adesso, davanti alla porta del sua stanzetta. Lo guardo, chiuso là dentro da mesi, davanti a quel coso che gli fa la faccia più grigia del buco nella Ritmo. E vorrei entrare e dirgli no, dai, lascia stare, non serve a niente. Vorrei dirgli che è lo stesso, anche se hai distrutto il vetro della macchina nuova, vorrei dirgli chissenefraga di tutto, fai ancora due bracciate papà!</p>
<p align="JUSTIFY">E invece non faccio niente, rimango fermo, zitto, e lo guardo che piano piano smette di agitarsi. Sembra attaccato a un attrezzo che non gli da più energia. O forse i grandi capi, quelli in America, quelli che ne hanno due, proprio quelli che non sbagliano niente, gli stavano succhiando via tutta la vita. E lui se ne sta fermo immobile, senza sapere cosa fare, tra i miei occhi e il computer, come me, quella volta della vanga, tra i suoi occhi fissi e la mano di mamma.</p>
<p align="JUSTIFY">Ivan Drago, la caramella intorno al buco e il tipo con la targhetta. La tigre, i cinesi, la donna nel parcheggio, il telone strappato e le formiche che non sono mai spacciate fino alla fine. Dai, ancora due bracciate, dai papà, ancora due.</p>
<p align="JUSTIFY">Ci sono i pastori, la capanna, Maria, Giuseppe, il bue e l&#8217;asinello, e quando a mezzanotte arriva il bambino, tutto diventa magico. Anche la stella, lassù nel cielo, la stella magica con la coda, ferma immobile a brillare. Ancora due bracciate, volando sui granelli, ancora due, ancora due, se no diventi grigio, sempre più grigio, ancora due papà, se no cadi giù, ancora due, ti prego papà, vola, vola impazzito su quei maledetti granelli, se no sparisci, perché il muro è caduto, la fabbrica è chiusa, abbiamo il computer, sparisci, sparisci assieme a tutto il resto, come le formiche, quelle spacciate che non ce la fanno più.</p>
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		<title>I momenti prepotenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 May 2011 07:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[marco mazzucchelli]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
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					<description><![CDATA[I momenti prepotenti / Marco Mazzucchelli Ecco, sono sveglio. È mattina. Nel letto di fianco sta un corpo sotto le coperte, una testa di capelli bianchi. Fuori il sole, l’albero muove le sue fronde, d’improvviso verde. Fino a ieri notte nevicava, mi sento ancora il freddo dentro le nocche delle mani, sotto le guance. Schiaccio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>I momenti prepotenti / Marco Mazzucchelli</h2>
<p>Ecco, sono sveglio.<br />
È mattina. Nel letto di fianco sta un corpo sotto le coperte, una testa di capelli bianchi. Fuori il sole, l’albero muove le sue fronde, d’improvviso verde. Fino a ieri notte nevicava, mi sento ancora il freddo dentro le nocche delle mani, sotto le guance. Schiaccio il pulsante che ho al collo e arriva un’infermiera, bassa, mora. Mi saluta, mi chiama per nome. Mi toglie la coperta di lana e sono rannicchiato in una pozza di sudore. Dice infastidita &#8220;Ma chi continua a dartela questa?&#8221; e mi aiuta a mettermi seduto sulla spugna pregna del materasso. Davanti a me le pareti rosa carne. È la prima volta che la vedo.</p>
<p>Sto davanti alla televisione.<br />
Sono in una stanza con altre teste bianche, tutti zombie in carrozzella, parcheggiati. Le schiene schiacciate contro gli schienali e gli schienali contro le pareti rosa carne del corpo centrale dell’edificio. Le pareti esterne dell’edificio come schiene curve sotto la neve. Mi concentro sulle pubblicità, perchè non mi sfuggono, riesco a completarle; all’improvviso realizzo che non faccio mai a tempo a tentare di muovere le gambe, che non mi abituerò mai all’odore che emaniamo. In corridoio un andirivieni di infermiere e persone in visita; entrando si sbottonano i giacconi e si slacciano le sciarpe. I loro volti non riesco mai a completarli. Guardo i fiocchi di neve cadere dalle loro maniche, accasciarsi sul linoleum e scomparire. Ne contemplo la vita.<span id="more-38671"></span></p>
<p><em>Rannicchiato sul<br />
Pavimento del bagno<br />
Fuori nevica</em></p>
<p>Eccomi. Sono seduto davanti a due donne.<br />
Una è sulla cinquantina, forse di più, l’altra è una ragazza. Hanno sopracciglia meste e occhi stanchi di indagare. Non so se devo spezzare il silenzio, e così completare questo momento. Dalla porta entra un uomo. Si ferma a parlare con un’infermiera, con un cappello panama nella conca della mano destra guarda verso di me. Sostengo il suo sguardo, non ho mai abbastanza tempo per provare disagio. Saluta l’infermiera e mi viene incontro incerto. Si abbassa, si inarca, come un animale porta il suo muso vicino al mio. Mi dice &#8220;Ciao, sono Italo&#8221;, fa una pausa. &#8220;Eravamo in classe insieme&#8221;. Gli sorrido per cortesia, per smussare gli angoli di questo momento prepotente, ma guardandolo negli occhi scuoto la testa. Mi sorride sconsolato e mi stringe forte il braccio, cercando di dare più senso al mondo in cui sono costretto a vivere. Lui non lo sa che la sua presa da uomo, al pari dei miei pensieri di uomo, è inconsistente e in un attimo verrà spazzata via dall’inverno. Mi chiudo la vestaglia sul cuore freddo e gli chiedo se non siano tutti vestiti un po’ troppo leggeri.</p>
<p>Sono stato svegliato.<br />
O forse non riuscivo a dormire. Il pavimento di linoleum riflette fino a qui le luci notturne della sala centrale. La testa bianca affianco a me russa, gorgheggia. È sfuocata, immobile, sprofondata; una macchia informe nel buio blu. Le finestre del corpo nord dell’edificio sono file di denti spalancati sul mondo di fuori. Sono stato tutta la sera con mia figlia a giocare con la neve e lo slittino. Ho le mani e i piedi congelati, mi fanno male. Cerco di completare questo ricordo attraverso il dolore, fino a che un torpore soporifero mi allaga la schiena giù dalla nuca.</p>
<p><em>Senza volto<br />
Mia bambina profumata<br />
Curva di neve</em></p>
<p>Eccomi, sono davanti a una finestra.<br />
La carrozzina immobile, le parti in metallo gelide. Una coperta di lana nasconde le mie gambe. Il corridoio è deserto, fuori il cielo è grigio e la neve degli ultimi due giorni è scomparsa in un attimo. Tra le mani ho un quaderno con infilata tra le pagine una BIC blu. Sul quaderno ci sono scritti haiku. La mano è la stessa, sconnessa; solo i primi due sono scritti diversamente. Una calligrafia femminile, giocosa, di una ragazza. Torno all’ultima pagina, impugno la biro e</p>
<p>Sono davanti a una finestra.<br />
Il sentore di un torpore dietro la nuca. Fuori il cielo è grigio. La neve degli ultimi due giorni è scomparsa in un attimo. Tra le mani ho un quaderno, dentro è infilata una BIC blu. Lo richiudo e spingo la carrozzina verso la sala delle visite. Il metallo delle ruote è ghiacciato. Il corridoio è deserto</p>
<p>Ecco, sono davanti a una finestra.<br />
Fuori il cielo è grigio, piove. La pioggia deve aver lavato via tutta la nevicata degli ultimi due giorni. Tra le mani ho un quaderno con infilata tra le pagine una BIC blu senza tappino, non completa. La impugno e nevica dietro alla mia corteccia cerebrale. Rialzo lo sguardo per trovare le parole. È un pomeriggio buio, nel vetro registro l’immagine appena accennata di un cranio bianco. Mi sposto, fuggo la visione di me per non dover aspettare di scordarla.</p>
<p><em>Sei tutta denti<br />
Ridi sullo slittino<br />
Aspettando me</em></p>
<p>Ho le gambe sotto il tavolo.<br />
La schiena di un’infermiera scompare oltre la porta della sala mensa. Sono l’ultimo rimasto nel cupo grigio-azzurro dei pomeriggi di questa stanza. Lo stereo è spento, sui tavoli ci sono solo bottiglie di acqua aperte e tovaglioli afflosciati, unti da carni spossate. Sotto la coperta sento le ginocchia invernali, ho le ossa delle spalle congelate. Davanti a me un piatto di pasta pallida e umida, il sugo che ai bordi s’è coagulato in una crosta. La forchetta nella mano destra e la sensazione di non aver mai avuto fame. D’un tratto da una stanza in fondo al corridoio arrivano delle urla, un rantolo continuo. Lo sconnesso crepitio respiratorio dell’animale che ha paura di morire e gli zoccoli dei dottori che dalla loro saletta corrono sul linoleum.</p>
<p>Eccomi seduto sul water.<br />
La carrozzina è affianco a me nel bagno attrezzato per disabili, con piastrelle bianche e pareti rosa carne. Un’infermiera senza volto mi starà aspettando fuori. Devo chiamarla, ma non c’è fretta. È una cosa che saprò di dover fare anche tra dieci minuti, quando mi sarò scordato di essere quello che sono in questo momento e che poi credo sarò. Tengo lontano lo sguardo dalle mie gambe lattescenti e dai genitali molli, voglio liberarmi del loro ricordo come quando ci si pente di aver fatto o detto qualcosa di tremendo. Un infermiere bussa ed entra. Mi aiuta a rivestirmi senza dire niente, perché sa che le sue parole andrebbero perse per sempre; ma non sa che il silenzio delle cose non dette è più terribile del silenzio delle cose dette e non ricordate. Mentre mi aiuta nella rotazione per mettermi seduto sulla carrozzina, intravedo nello specchio una testa bianca che gira e si abbassa, il profilo di un cranio che non vorrei vedere mai e che invece vedrò ogni volta con l’irruenza e lo spavento della prima volta.</p>
<p><em>Una sera sorda<br />
Le tue risa da bimba<br />
Denti di neve</em></p>
<p>Mi stringono il braccio.<br />
Alzo la testa e un signore è curvo su di me. Mi dice &#8220;Ciao, sono Italo. Eravamo in classe insieme&#8221;. Poi si volta e saluta una donna sui cinquanta e una ragazza che mi sono sedute di fronte. La signora gli dice che oggi fa freddo, che una nevicata come quella di ieri erano vent’anni che non si vedeva. Tutti e tre si girano verso di me e mi fissano. Capisco di essere molto lontano dal poter completare questo momento, i motivi stessi la mia presenza qui. La ragazza sorride, si butta in avanti dalla sedia e mi dice &#8220;Sai papà, ho trovato lavoro, adesso posso andare a vivere da sola!&#8221;. Mi prende le mani per cercare di rendermi completo. Per un attimo lo sono, ma lo dimenticherò. Dentro di me, l’inverno dei sentimenti.</p>
<div style="margin-right: 20px; margin-left: 20px;">Sono due giorni e due notti che nevica. Dopo mangiato ho preso mia figlia e lo slittino e siamo scesi in strada. Non passa nessuna macchina, il semaforo cambia colore inutilmente. Metto mia figlia sullo slittino e la tiro. Corro in mezzo alla strada, poi giro di colpo e la faccio rotolare nella neve. La sua risata si propaga, rimbalza tra i fiocchi e si amplifica in un’eco. Mi dice &#8220;Ancora papà, ancora!&#8221;. Le macchine parcheggiate sono soffocate dalla neve, i paraurti non emanano odori. Le case che danno sulla strada hanno finestre illuminate, sono come denti, e tutto tace. Ogni volta che mia figlia cade la prendo e la rimetto sullo slittino, ride, mi dice &#8220;Ancora!&#8221;. Quando mi stringe le braccia al collo è come un piccolo cuore caldo. I nostri aliti di fumo sono colonne che arrivano fino alle stelle e si congelano nella notte; si abbassa la sciarpa e mi bacia, si ritrae un poco per colpa della barba. Mi dice &#8220;Papà punge!&#8221;. Riprendo in mano la corda che ho legato allo slittino, poi sento come un piccolo schiocco nella testa e mi ritrovo con la faccia nella neve e un ronzio nelle orecchie.</div>
<p><em>Sogno sempre te<br />
Ogni cinque minuti<br />
D’inverno ci sei</em></p>
<p>Alzo la testa.<br />
Una donna sui cinquanta si sta mettendo il cappotto. Le sue scarpe sporche di neve hanno lasciato una pozzanghera ai piedi della sedia. Affianco a lei una ragazza, si sta sistemando la sciarpa</p>
<p>Sono seduto sulla carrozzina.<br />
Appiccicato al muro, mi trascino verso la finestra tirandomi al corrimano. È un inverno spaventoso, non finisce mai. Il gelo mi indurisce le cartilagini, mi divora il cuore freddo e mi sembrano anni che non vedo la luce del sole. So che un tempo tutte le persone avevano una faccia e tutte le vite erano complete. Una donna entra nel mio campo visivo e mi saluta, mi dice che ci vedremo domani. Ha una camicia di lino. C’è anche una ragazza. Si china su di me e mi bacia, non mi ritraggo. Prende il quaderno che ho sulle gambe, me lo mette nella mano destra e la stringe fino a farmi male. Mi bacia ancora, con le lacrime agli occhi. Mi riversa addosso il suo dolore, lo fanno tutti. Il dolore ci completerà.</p>
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		<title>un&#8217;altra vita di Johnny Tossi (1977-2006) [1]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jan 2011 09:36:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[gaffi]]></category>
		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
		<category><![CDATA[un'altra vita di johnny tossi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio Roma, 1977 Tra poco ne fa venti. Un mese e li compie, di settembre. Le pagine del suo diario sfogano dal cuore di uno che non diventerà mai adulto e s’accontenterà di un commento sbagliato per odiare e per sempre, o di sguardi gentili per il contrario, né dimenticherà e vorrà vendicarsi, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/1.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/1.jpg" alt="" title="-1" width="300" height="300" class="alignnone size-full wp-image-37854" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/1.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/1-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong><a href="http://davideorecchio.wordpress.com">Davide Orecchio</a></strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Roma, 1977</em></p>
<p>Tra poco ne fa venti. Un mese e li compie, di settembre. Le pagine del suo diario sfogano dal cuore di uno che non diventerà mai adulto e s’accontenterà di un commento sbagliato per odiare e per sempre, o di sguardi gentili per il contrario, né dimenticherà e vorrà vendicarsi, e di ogni pensiero, fantasia o storia che caverà dal suo sacco attribuirà il leading role a un Io da titoli in grassetto e rulli di tamburo, protagonista, eroe, immortale. Meglio abituarsi in fretta a uno stile acerbo come un limone a gennaio, immaturo nell’opporsi al tempo per restare quello che è, ostile ai processi, nemico dei flussi, arrabbiato col divenire. Ama i fumetti di Quino, le storie di Oesterheld, il rugby, i film western e la birra Quilmes. Ecco un assaggio di Johnny: “Mi piacciono anche i camperos e i jeans attillati che esaltano le dimensioni del mio pisello, ogni giorno più grosso”. Chi direbbe che è il giornale intimo di un profugo?</p>
<p>Porta i capelli ricci e lunghi come Mario Kempes senz’averne spalle e magrezza. Anzi è già sovrappeso. Ama i jeans di un amore non ricambiato che i calzoni ripagano col conio del ridicolo, traducendogli le cosce in prosciutti e il sedere, beh, il sedere… Cammina molto per la città dov’è naufragato in sopralluoghi che non hanno inizio né fine, perché quando si ferma già progetta i prossimi o ricorda i passati.<br />
<span id="more-37838"></span><br />
Non ha lavoro ma ha tempo e lo usa per consumare spazio. Però non dimagrisce. Quelli del sindacato lo sfamano. Gli hanno trovato un letto. Dicono che ora deve darsi da fare. Gli hanno fatto conoscere altri come lui. Quando va in visita al Centro, per il pranzo e la cena, li incontra tutti. Arturo Coloccini, che è arrivato a Roma da un anno, gli chiede in quale prigione stava e la risposta è: Una qualsiasi. E a quale gruppo politico appartiene? A nessuno.<br />
E perché sei espatriato?<br />
Per non finire al camposanto.</p>
<p>Coloccini gli presenta Castrillo, poeta portegno che ha perso due figli e vive a Roma dal settantatré. Castrillo dice che Johnny assomiglia al suo primogenito e nel dirlo gli s’inumidiscono gli occhi. Johnny lascia parlare ma non gli crede, poi sul diario (tornato a casa dall’appartamento di Castrillo a Monteverde) annota di aver conosciuto “un altro predicatore. Uno che gioca con le parole. Uno che si riempie la bocca di saggezze”. Coloccini, che si è accorto della diffidenza di Johnny, qualche giorno dopo lo prende da parte, gli offre un caffè al bar di via Giolitti (dov’è il Centro) e gli chiede come mai ha fatto il difficile con Castrillo. Forse perché è un montonero? Non ti fidi dei montoneros? Se Johnny lo degnasse di una risposta, sarebbe una domanda: Che me ne frega dei montoneros? E riguardo a Coloccini non ha dubbi (lo sa il diario): “Non mi piace. Fa troppe domande. Io non faccio domande e non voglio sentirne. Sono venuto fin qui per farmi interrogare? Già la vita è una merda. Compito per i prossimi giorni: stare alla larga da Coloccini”.</p>
<p>Piazza Vittorio è il suo quartiere preferito per gli odori del mercato e le facce da gangster e una prostituta tra via Manzoni e Conte Verde cui dedica una poesia che non riporto ma ne riassumo il senso nella mancanza di denaro, “altrimenti…”. Gli piace la pizza al taglio con pomodoro, mozzarella e alici. La domenica si concede un panino con senape e salsiccia acquistato dagli ambulanti di Porta Portese. Ogni lunedì chiama la madre a Buenos Aires. Lui racconta per primo, poi tocca a lei in uno scambio non di informazioni ma di parole per scaldarsi. Divide un appartamento in viale Giulio Cesare con una famiglia di boliviani. Dorme nella stanzetta in fondo al corridoio. La porta della camera è di legno e vetro colorato; Johnny vede le ombre arancioni dei boliviani e loro vedono la sua. Si chiede se quelle placche piene di bitorzoli sappiano setacciare stati d’animo come fanno con i corpi. Pensa che il vetro non lo protegga abbastanza. Pensa che se uno vuole vedere, vede. E se vuole sapere, saprà.</p>
<p>Ogni tanto passa dal Centro una psicologa di Mar del Plata con un occhio sporgente come una vite stretta male e le dita senza unghie e uncinature annerite sull’avambraccio. Johnny esclama alla congrega: Che schifo! Qualcuno lo gela: sono segni della tortura. Qualcun altro mormora: questo non si regola. La psicologa però non s’accorge di nauseare Johnny e gli si affeziona. Gli chiede se fa brutti sogni o ha brutti ricordi. Tutti e due, tutti brutti, risponde Johnny che non si trattiene come uno scolaro al quale cade la cartella sulla scale ed escono matite, quaderni, temperino e compasso, la gomma da cancellare rimbalza lontano e le monete per la merenda rotolano via. Ecco come si sente Johnny, stupito perché parla. Ricordo la prigione, la cella e le brande. Ricordo i detenuti, cinque insieme a me. Ricordo il Negro, lo Zoppo, Pennello, il Chino. Ma a questo punto Johnny controlla l’out of control, solidifica il flusso, si disciplina. Ricordo poco. Non voglio ricordare. Ricordo noi cinque nudi, i vestiti allacciati in una corda, che ci caliamo dalla finestra. Ricordo il bosco e il freddo. Ricordo i cani. Poi s’accende una sigaretta come ha visto fare nei film agli eroi che disprezzano le parole. María, che è il nome della psicologa e s’è accosciata per terra nel cortile del Centro, gli chiede se ricorda la tortura. Lui continua a fumare, scosta la domanda con un gesto della mano, guarda da un’altra parte anche per non guardare María.<br />
Non sono pronto per questo.<br />
Ma certo, ti capisco.</p>
<p>Scopre le lasagne e la trippa e del cibo parla volentieri. Confessa a Coloccini che mangerebbe ogni giorno timballi e la carbonara solo a mettersi in bocca due rigatoni gli fa amare la vita. “I pezzetti di guanciale mi rendono felice. Se ho il pecorino e l’uovo non ho bisogno d’altro.” Ridendo Coloccini nota che s’accontenta di poco. Frequenta una trattoria a via Marsala dove ordina sempre un primo e mezzo litro di bianco. Vicino a dove abita s’accomoda invece per cene sbrigative in una rosticceria dove il suo piatto fisso sono i pomodori al riso e in alternativa cosce di pollo allo spiedo. Impara alla svelta l’italiano ma non legge i giornali. Non legge neanche quelli argentini che si rimediano al Centro, se non per sfogliare le pagine sportive coi risultati del River. Tra gli altri esuli c’è chi lo guarda con sospetto per la sua indifferenza politica, per le opinioni che non esprime e le parti che non prende. Qualcun altro invece lo difende: secondo Coloccini, ad esempio, Johnny è solo un coglioncello senza idee in testa (non sfugga che il disprezzo è in realtà una protezione). Naturalmente Johnny non conosce questi pareri, pur intuendo che esistono.</p>
<p>Si masturba almeno due volte al giorno, anzi la notte. Manda a memoria ragazze per strada, sull’autobus e nei bar come farfalle da collezione. Ogni corpo di donna è il seme che Johnny è pronto a ricevere per crearne il ricordo. Una donna che sale sull’autobus, il segno delle sue natiche che si sporgono. Il seno di una ragazza plasmato dal vento o in parte scoperto. La bocca di una, le gambe di un’altra. Quando è fortunato, uno sguardo che lo infuoca. Ciò che accade è il padre, mentre Johnny (che vede tutto) è la madre sempre fertile. Ricordi che hanno la vita breve di un insetto, inscatolati da Johnny che poi a casa li può liberare, e li usa. Una volta usati, spariscono. Forse dopo qualche giorno ritorneranno, ma solo i più belli. Oppure diventano materia di sogno o di avventura dell’animo, non più sensuale, immaginata per una vita migliore. Fantastica incontri, congettura amplessi. Ragazze salvate da Johnny, ammirate dalla superiorità di Johnny, attratte senza rimedio da Johnny gli si danno o gli dichiarano amore. Città che capitolano, ponti che s’abbassano, porte che si schiudono. Si fida del suo diario, dove mancano tracce dell’Argentina nel senso dello stupro politico. Non sembra che Johnny l’abbiano stuprato e per lui il passato non consiste in nulla, è vapore. Mentre una pagina su due la riempie di sconcezze. Scriverle vale ancora più che farle, è la promessa di un gesto. Eppure Johnny si definisce “un tipo romantico. Potenziale e poderoso schiantatore di passere ma galantuomo, enigmatico”. A suo modo “capace di fedeltà”, sebbene “inventivo succhiatore di pesche”.</p>
<p><span style="color: #800000;">[Questa è la prima parte (in quattro parti) di Un’altra vita di Johnny Tossi (1977-2006), una storia inedita di un manoscritto inedito di un autore inedito. Il primo libro di narrativa di Davide Orecchio esce per Gaffi nel 2011]</span></p>
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