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	<title>racconto &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il ginkgo di Tienanmen</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Nov 2021 06:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[bonsai]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
		<category><![CDATA[Tienanmen]]></category>
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					<description><![CDATA[[ Il 5 giugno di trentuno anni fa, un omino cinese armato di un sacchetto di plastica fermava una colonna di carri armati. Era l&#8217;ultima pagina della rivolta di piazza Tienanmen. Mi sono chiesto più volte cosa potesse contenere quel sacchetto. È così che ho scritto “Il ginkgo di Tienanmen”, la storia che chiude la raccolta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-83069" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/tank-man.jpg" alt="" width="649" height="427" /></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">[ <i>Il 5 giugno di trentuno anni fa, un omino cinese armato di un sacchetto di plastica fermava una colonna di carri armati. Era l&#8217;ultima pagina della rivolta di piazza Tienanmen. Mi sono chiesto più volte cosa potesse contenere quel sacchetto. È così che ho scritto “Il ginkgo di Tienanmen”, la storia che chiude la raccolta “Racconti da un mondo offeso”. </i>r.a.f.]</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">di <b>Romano A. Fiocchi</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Da sedici anni  me ne sto buono buono sul davanzale di una finestra in un casermone di edilizia popolare, alla periferia di Pechino. Da sedici anni non faccio altro che osservare. Da sedici anni le cose che osservo sembrano immuni da qualsiasi sostanziale variazione. Due soli panorami. Quello che chiamo il panorama numero uno si trova dietro una lastra di vetro impolverata, al di là della quale distinguo delle forme geometriche: in basso un rettangolo di asfalto, di fronte tre parallelepipedi di cemento, in alto un rettangolo di un azzurro opalino. Di notte i due rettangoli, prima quello di sotto poi quello di sopra, si fanno neri, e i tre parallelepipedi aprono qua e là qualche sgranato occhio luminoso. Il panorama numero due dà verso l’interno. Qui lo spazio è delimitato dalle pareti di un cubo. In due punti lontani tra loro le pareti sono interrotte da una porta di legno verniciata di nero e da una porta di legno verniciata di bianco. Al centro dell’ambiente, sul pavimento, un tavolino con il ripiano in fòrmica rossa, su cui pende una lampadina appesa a un filo. Nell’angolo a destra, un divano a due posti di colore verde, con il rivestimento di velluto in parte lucido per l’usura. Di notte il divano diventa un letto e vi si corica un omino cinese. È piccolo, chiaro di pelle, con i capelli dritti e scuri, non diverso da tutti i cinesi che ho visto talvolta attraversare il rettangolo di asfalto del panorama numero uno.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Se non conosco il nome dell’omino, posso però dirvi il mio. Mi chiamo Pu-Yi. Questo nome me l’ha dato Xiao Qin. Xiao Qin è giovane e snella, con i capelli neri e lisci raccolti in una treccia lunghissima. Non so quando sia successo, la mia coscienza non ha percezione del tempo: io mi rendo conto solo degli spazi, dei movimenti, di ciò che accade in un luogo senza sentimento di cronologia. Il tempo per me non esiste, esistono le cose e i fatti. So che sono trascorsi sedici anni da quando mi trovo su questo davanzale solo perché l’omino me lo ripete spesso. Ma sedici anni per me è solo un numero. Sedici anni fa equivale a oggi. Ciò che accadde allora sta accadendo oggi insieme a ciò che accadrà domani. Forse dipende dal fatto che io non ho sogni, non posso quindi distinguere la realtà dalla non-realtà. Vi so dire soltanto che una sera in cui entrambi i panorami erano già piombati nel buio, qualcuno ha premuto l’interruttore della luce elettrica e Xiao Qin ha fatto irruzione nel panorama numero due, entrando dalla porta di legno verniciata di nero.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">«E tu come ti chiami?» mi chiede non appena mi vede.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">«Non ha un nome» risponde l’omino. «È un ginkgo.»</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">L’omino ha detto il vero. Sono un ginkgo biloba. Quando non ero che poco più di un seme, fui selezionato per finire in un penjing, uno di quegli inquietanti paesaggi di rocce e piante in miniatura che i cinesi fanno stare dentro una ciotola. Poi qualcuno decise di prendermi così com’ero e di fare di me un penjing di piante, ossia un semplice bonsai. Sono originario della provincia del Chekiang, da dove arrivano tutte le ginkgoacee come me. Noi ginkgo siamo piante antichissime, veri fossili viventi, per questo abbiamo maturato una predisposizione naturale a crescere miniaturizzati dentro una ciotola. Cerco di spiegare tutte queste cose a Xiao Qin, ma lei non capisce una sola parola.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">«Ti chiamerò Pu-Yi» mi dice. «Pu-Yi era il nome dell’ultimo imperatore.»</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">«È un nome bellissimo, Xiao Qin» dice l’omino.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Xiao Qin gli si avvicina: «Anche questa notte ha un nome bellissimo, è la Notte delle Notti».</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Così dicendo si denudano insieme e si coricano sul divano letto. La lampadina appesa al filo interrompe la sua incandescenza e la stanza sparisce di nuovo nel buio. Ben presto l’oscurità è attraversata da strani suoni, gemiti, sospiri, infine torna il silenzio.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">L’omino si mette a raccontare qualcosa. Apprendo così che fa il giardiniere nella Città proibita. Il luogo è ormai un museo, ma lui sostiene che sia ancora abitato dalle ombre degli antichi imperatori. Al calare del sole, queste ombre vagano per le ottomilasettecentosette stanze: ora si fermano a leggere proclami, ora amoreggiano con le concubine, ora vestono pesanti armature e fanno volteggiare spade da combattimento. Anche il padre dell’omino è stato giardiniere della Città proibita. È lui che gli ha insegnato come curare noi bonsai, come potarci rami e radici, come leggere il più piccolo segnale di sofferenza dal bordo ingiallito di una foglia o da una macchia impercettibile affiorata sul tronco. Gli ha spiegato come intervenire, ora attraverso il nutrimento, ora attraverso procedimenti meccanici, ora semplicemente parlandoci. Ma lui, da quando l’anima del padre ha raggiunto nel sonno gli antichi spiriti, si è dimenticato di quest’ultima raccomandazione. È stata Xiao Qin a ricordargliela. Le piante sono vive, e ai vivi bisogna parlare, sempre, nonostante possa sembrare che non ci capiscano.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Da allora l’omino si è messo a recitarmi dei veri e propri monologhi. Quando rientra alla sera mi racconta di Xiao Qin, di quanto sia incantevole la sua voce, quanto lucenti i suoi capelli, e di quanto lei ami le piante. Xiao Qin studia botanica all’università statale ed è un membro attivo del comitato studentesco. Si trovano ogni pomeriggio, quando lui finisce il lavoro alla Città proibita e lei esce dalla Biblioteca nazionale. È figlia di un membro del PCC, ma non condivide le idee di suo padre. L’omino la ospita altre volte. Come sempre si accarezzano, si denudano a vicenda, si coricano nel suo divano letto. Li sento ridere e gemere. E poi parlare, parlare a lungo, di cose strane che chiamano diritti umani, di uguaglianza, di libertà.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Un giorno l’omino torna dal lavoro. Non mi parla di lei, ma di Hu Yaobang. Hu Yaobang è morto di infarto. La scomparsa di un riformatore come lui ha scatenato una protesta mai vista che sta sconvolgendo Pechino. Gli studenti sono scesi in piazza. Il segretario generale Zhao Ziyang sembra voler esercitare un’opposizione moderata nei confronti della manifestazione, ma il primo ministro, Li Peng, sta adottando la linea dura. Sostiene che siano le potenze straniere a tirare le fila della protesta. Storia inventata o meno, l’unica cosa certa è che il malumore sta montando, che in piazza scendono sempre più persone, e che l’esercito si sta preparando per fermarle. Non so se dipenda da questo, ma il panorama numero uno è cambiato. Di notte i due rettangoli si fanno neri, ma anche i parallelepipedi sono neri, gli occhi luminosi restano serrati. Anche il panorama numero due è diverso: l’omino entra al buio e sembra non abbia nessuna intenzione di premere l’interruttore della luce elettrica. Mi parla comunque: «Lo sai, Pu-Yi? Il mondo non è più lo stesso. C’è un uomo, Liu Xiaobo, che si sta battendo per cambiarlo. Senza violenza. E tutti noi siamo con lui, anche Xiao Qin. Se va avanti così gli daranno il Nobel per la pace, magari alla memoria. Lo sai, Pu-Yi? Gli studenti hanno costruito un’enorme statua di polistirolo che assomiglia alla Statua della libertà di New York. L’hanno chiamata Dea della democrazia. Sai cosa hanno fatto i soldati? L’hanno distrutta».</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Un giorno lo sento entrare, nel buio sferra il suo pugno di omino contro una parete del cubo: «L’hanno arrestata, Pu-Yi! La polizia ha arrestato Xiao Qin. Per fortuna è intervenuto suo padre e l’hanno subito rilasciata. Lo sai, Pu-Yi? Questa storia non mi piace per niente. Ho tanta paura per Xiao Qin. Io voglio ancora ridere insieme a lei, voglio ancora passare le notti a raccontarci tante cose, a sentire la sua voce, a respirare l’odore dei suoi capelli».</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Finché un giorno succede una cosa che mai avrei potuto prevedere. L’omino invade il panorama numero due quando c’è ancora la luce del sole (questa non riusciranno mai a spegnerla, me lo ripete sempre). Prende con sé una borsa dai manici di pelle e un sacchetto di plastica bianca e si ferma davanti a me: «Tieni a mente questa data, Pu-Yi: cinque giugno 1989» mi dice.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Figuriamoci! Una data da tenere a mente, a me, un ginkgo, che sa di aver passato sedici anni su un davanzale solo perché gliel’hanno detto! Noi ginkgo non abbiamo coscienza del tempo, siamo piante che hanno attraversato i millenni di questo pianeta senza che niente e nessuno potesse modificare il nostro modo di vivere. Quest’omino è davvero un tipo strano! Perché mai, poi, dovrei ricordare una data?</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">«E ora andiamo, Pu-Yi» continua lui. «Xiao Qin ha bisogno di noi.»</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Mi ficca così nel sacchetto di plastica e per la prima volta lascio il davanzale. Solo ora mi accorgo che il mondo è fatto di un numero infinito di panorami che si sovrappongono. Forse è questo il senso del tempo: panorami che si accatastano uno sopra l’altro, all’infinito. Dentro il sacchetto di plastica i suoni mi giungono ovattati, ma le immagini sono nitide. Da sedici anni su un davanzale, ora sono un ginkgo che cammina. L’aria di Pechino mi stimola, mi fa pensare. Anche se i miei sono piccoli pensieri, i pensieri di un bonsai. Le strade sono piene di altri omini, molti vestiti come lui: camicia bianca, pantaloni neri, giacca beige. In mezzo a loro sfrecciano biciclette con cassette di plastica o di legno montate sul parafango posteriore, alcune su entrambi i parafanghi. Una di esse si ferma. La guida Xiao Qin. Ha la treccia raccolta sulla nuca, in testa un berretto grigio con l’ala che le copre gli occhi. Indossa pantaloni blu stretti alla caviglia con una molletta. Parlano insieme, Xiao Qin e l’omino, si sfiorano le guance, si toccano le mani. Io sono sempre qui, oscillo nel sacchetto di plastica appeso al polso dell’omino. A un tratto si separano. Xiao Qin rinforca la bicicletta e si allontana in velocità. L’omino fa un gesto, grida qualcosa, alza il sacchetto di plastica verso di lei come se volesse mostrarmi. Ma Xiao Qin è già lontana. Restiamo lì, l’omino immobile in mezzo alla strada, io immobile dentro il sacchetto. La gente ci sciama attorno come fossimo una statua. Ma qualcosa sta accadendo, un fiume di folla arriva dalla direzione opposta, dalla Città proibita. Alcuni corrono, le biciclette faticano a infilarsi, tutti parlano, gridano qualcosa, indicano di là, verso piazza Tienanmen. È una marea ondeggiante di teste e di braccia che sembra la corrente del fiume Chaobai. Sono tutti molto giovani, forse studenti, i visi stravolti.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">«Che c’è? Che succede?» urla l’omino.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Nessuno gli dà retta. L’omino si toglie la giacca, si rimbocca le maniche della camicia. Il sacchetto e la giacca sono ora nella mano destra, nella sinistra la borsa dai manici di pelle. Ci incamminiamo controcorrente, ricevo dei colpi, fuggitivi che urtano il sacchetto di plastica. Ma noi ginkgo siamo robusti, soprattutto quando ci riducono a un bonsai.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-83071" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/mondooffeso-667x1024.jpg" alt="" width="329" height="495" />Arriviamo così nel grande viale Chang’an, vicinissimo a piazza Tienanmen, lungo la strada per la Città proibita. Il vociare della gente va scemando e viene sovrastato da un rumore di ferraglia e di asfalto che si sgretola. Sul viale non c’è nessuno se non, in fondo, una colonna di carri armati che procede verso di noi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">L’omino mi solleva all’altezza del suo viso. Quest’omino è pazzo, mi dico. Lui mi parla: «Cosa faresti tu se stessero per schiacciare centinaia, migliaia di bonsai come te, solo perché si ribellano alla loro condizione di bonsai?».</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">È decisione di un attimo, l’omino con grandi falcate si porta al centro di viale Chang’an.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">[&#8230;]</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">(Romano Augusto Fiocchi, <i>Racconti da un mondo offeso</i>, Bookabook, dicembre 2018)</span></span></span></p>
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		<title>Il buon vicinato</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/03/02/il-buon-vicinato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Mar 2020 05:30:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Il buon vicinato]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Delos]]></category>
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					<description><![CDATA[di Simone Delos Traslocare è un po’ morire. L’ho fatto sei volte. Ovunque andassimo, mia madre rimaneva stanziale per un massimo di due anni, poi via. Con Sabrina è la prima volta. In affitto per il tempo necessario, ora siamo in una casa dove poter abbattere i muri. Negli anni la mia asocialità è scesa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Simone Delos </strong></p>
<p>Traslocare è un po’ morire.<br />
L’ho fatto sei volte. Ovunque andassimo, mia madre rimaneva stanziale per un massimo di due anni, poi via.<br />
Con Sabrina è la prima volta. In affitto per il tempo necessario, ora siamo in una casa dove poter abbattere i muri.<br />
Negli anni la mia asocialità è scesa a patti con la sua, più sana, estroversione.<br />
Ora siamo una coppia di categoria riservata ma socievole all’occorrenza.<br />
Sabrina ha alle spalle due anni di sofferenza. Vera.<br />
Un dolore che non è servito a nulla, che è stato anche mio, ma suo di più, che non ha affrancato nessuno dei due.<br />
Sopravviviamo nutrendoci degli stati euforici random, l’uno dell’altra. A volte si ingoia una pasticca, altre si piange.<br />
Per il momento l’idea di poter abbattere muri ci sostiene. Ci dà una prospettiva.<br />
L’appartamento è in una palazzina in cortina. Un quartiere di parrucchieri e bar, età media tendente al basso. Coppie, come noi.<br />
Abbiamo un cane. Che è una persona. Si chiama Spritz, e ci ricorda come ci siamo conosciuti.<br />
Camera, cameretta, bagno, salone con angolo cottura è un bel balcone quadrato per Spritz. Lui ha già trovato l’angolo giusto da dove guardare il mondo. Noi ci stiamo lavorando.<br />
Oggi sono tre giorni che abbiamo finito di imbiancare e sistemare un po’. Ci suonano alla porta che è domenica pomeriggio.<br />
“Ciao, siamo i vostri vicini, quella porta lì” (indica la porta).<br />
“Io sono Laura, lui è mio marito Joseph e questo piccoletto&#8230;” (si tocca un pancione di almeno otto mesi) “&#8230; Lui si chiamerà Andrea”<br />
Metto una mano sulla spalla di Sabrina e sorrido io.<br />
Hanno la nostra stessa età, ad occhio, lui alto come un giunco di bambù, porta occhiali con montatura colorata e l’espressione di chi vuole dire cose che non riesce a mettere insieme. Lei bionda, caschetto, rotonda. Gli occhi di chi è già mamma, di chi lo è sempre stata.<br />
“È davvero un piacere ragazzi”, faccio io. “Noi siamo Marco e Sabrina e dentro c’è Spritz, ma entrate pure che vi offriamo qualcosa”.<br />
Mentre entrano mi sembra di sentire lo scricchiolio dei tendini di Sabrina, tutto il suo corpo è concentrato a mantenere ordine.<br />
Si inizia a parlare del quartiere, dei lavori di loro, dei nostri. Di viaggi e matrimoni.<br />
Forse per un momento ci era riuscita, mia moglie, forse quel provare, quello spingere in fondo erano serviti. Era una prova questa. Avrei voluto dirle: brava amore mio, brava mille volte e poi altre mille, parafrasando Catullo.<br />
Quella parte di vita ingaggiata per torturarci era però ancora in servizio.<br />
“E voi”? fa la bionda all’improvviso.<br />
“Ad Andrea&#8230;” (si tocca il pancione, lo fa continuamente, lo fa troppo)<br />
“&#8230; Servirà un amichetto o amichetta per giocare sul pianerottolo no”?<br />
Era una cosa anche carina a suo modo. Una inconsapevole promessa di un’amicizia duratura basata sulla condivisione della maternità.<br />
Non fu quella la prima volta, ma forse fu la volta in cui Sabrina riuscì a stupirmi di più.<br />
“Sai Laura, questa cosa che tu hai detto non avverrà. Perché io non posso avere figli e quindi così”.<br />
Mi alzai appena dalla sedia, Laura finse un colpo di tosse, Joseph stava per dire qualcosa.<br />
“Sì, è stato un duro colpo. Stiamo cercando un modo di superarlo, ci hanno detto che non siamo gli unici ma questo lo sapevamo già, si può convivere con questo, ci hanno anche detto”.<br />
Poi le cadde letteralmente la parola. Come una pigna che si stacca dal pino e viene giù, bam, giù secca. Le vidi inumidirsi gli occhi piano, come per pudore, come se bagnarsi troppo in fretta fosse maleducato.<br />
La vicina bionda, Laura, le si avvicinò naturalmente, una solidarietà antica, quella tra donne quando si parla di maternità.<br />
Tutta teoria. Cazzo della teoria.<br />
Joseph disse qualcosa, mi pare sul calcio, ma io non ce l’ho quel controllo. Non ci sono mai riuscito Io a spingere giù.<br />
Mi alzo.<br />
“ Toccala pure Laura, non ha la lebbra sai? Non succede niente al tuo bel pancione rotondo se tocchi una donna sterile!”. Mi guardano entrambi con pauroso stupore.<br />
Sabrina ormai piange.<br />
“Ti sembra una cosa morta? Mia moglie, dico, ti sembra una cosa morta?”. Laura aggrotta le sopracciglia e il viso muta in una grossa mela. Fa per alzarsi, Joseph pure.<br />
Vedo che prima di allontanarsi accarezza il viso di Sabrina.<br />
“Pena? Pietà? Misericordia? Noi abbiamo tutto! E lei, lei è una donna libera!”<br />
“Stai zitto per cortesia!”. Mi urla contro Sabrina, e la voce ha quelle crepe che conosco bene. Non la ascolto, anche io ho la mia ferita privata.<br />
I vicini sono alla porta.<br />
“È che ci abbiamo messo un anno! Un anno per crederci, alla vita che continua anche senza, a un amore che continua anche senza!”.<br />
Chiudono la porta.<br />
“Un anno&#8230;”. Dico a me stesso, perché Sabrina è già di là.<br />
Mi siedo sul divano, lo faccio lentamente, non voglio far rumore.<br />
I muri da abbattere ci sono ancora, Spritz gioca con una palla rossa.<br />
L’avevo letta da qualche parte, questa caratteristica del dolore.<br />
Che funziona un po’ come lo scarico di un lavandino. Le cose, i capelli, li spingi giù. Poi una mattina ti trovi in una pozza di acqua torbida.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La polacca</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/02/28/la-polacca/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Feb 2020 06:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Mirfet Piccolo]]></category>
		<category><![CDATA[pizza]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mirfet Piccolo Le piaceva farlo così, senza guardarlo: con la gamba sottile abbracciava la coscia di lui e con il pube ancora caldo e umido si premeva e stringeva un poco; la clitoride era un bacio lieve sul fianco dell’uomo con il quale era in amore. E poi diceva: – Raccontami ancora quella storia. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="size-full wp-image-82657 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/PIZZA.png" alt="" width="633" height="336" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/PIZZA.png 633w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/PIZZA-300x159.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/PIZZA-250x133.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/PIZZA-200x106.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/PIZZA-160x85.png 160w" sizes="(max-width: 633px) 100vw, 633px" /></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">di <strong>Mirfet Piccolo</strong></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Le piaceva farlo così, senza guardarlo: con la gamba sottile abbracciava la coscia di lui e con il pube ancora caldo e umido si premeva e stringeva un poco; la clitoride era un bacio lieve sul fianco dell’uomo con il quale era in amore. E poi diceva:</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Raccontami ancora quella storia.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Con la testa posata sul suo petto nudo e lo sguardo lontano dal suo, Fiona aveva la libertà di vedere meglio ciò che le raccontava. La stanza dell’albergo era troppo grande per tutto lo squallore che conteneva, ma sarebbe andata bene, si era detta Fiona appena varcata la soglia, sarebbe andata bene comunque perché la voglia di stare di nuovo insieme era tanta e quella era, doveva esserlo, semplicemente la stanza che in un hotel a quattro stelle riservavano a chi richiedeva il day-stay per mezza giornata</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Quale storia?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Quella di quando eri in Polonia per lavoro e hai conosciuto quella ragazza.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">La polacca? Dici quella?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Sì, lei.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">La mia </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT"><i>Polish girl</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Davanti agli occhi di Fiona c’era una cassettiera fuori moda e di dubbio gusto, e che molto probabilmente era stata brutta anche quando era di moda per via della fattura fintamente pregiata; accanto, sulla sedia dall’imbottitura logora, lui aveva posato il suo giubbino. Nonostante il lieve squallore che la circondava, o forse proprio in virtù della mancanza di un contesto gradevole, Fiona riuscì ancora una volta a ricostruire l’immagine di lui da ragazzo brillante agli esordi della sua carriera di auditor in giro per il mondo: giovane e audace, i capelli in posa con il gel e la risata fragorosa con i colleghi per la strade di Varsavia dopo una giornata di lavoro. E questa volta aggiunse anche la luce gialla dei lampioni che cadeva a cascata sulla strada che li aveva poi condotti nel locale dove avevano incontrato il gruppo di ragazze.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Ma lei, non ti ricordi proprio come si chiamava?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Perso nella memoria, anche perché dopo non ci siamo più visti.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">E com’era? Fisicamente, dico.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Normale, una ragazza normale. Come te, come tante. Vestita normale, un po’ acqua e sapone.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Ma in che momento ti ha detto di essere una prostituta, prima o dopo?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Me lo ha detto lì, al pub. Si chiacchierava. Ma non stava mica lavorando in quel momento. Era fuori con le amiche. Una ragazza normale. Non era una vera prostituta, lo faceva solo ogni tanto, per bisogno.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">E ci sei rimasto male?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">No, te l’ho già detto. Era simpatica e molto carina. Tutto qui.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">E poi?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">E poi abbiamo parlato di altro.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Di cosa?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Boh, e chi se lo ricorda. Però ricordo che mi piaceva il suo accento quando provava a parlare in italiano. Lì lo imparano un po’ tutte.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Questa dell’accento era un’informazione nuova. Non ne aveva mai parlato. Fiona ripensò a quando lui, emiliano, la prendeva un po’ giro sottolineando le </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT"><i>e</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT"> troppo aperte del suo accento milanese: chiudi quelle </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT"><i>e</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">, le diceva, non sono mica le tue gambe, e la guardava con quel sorriso un po’ rapace e un po’ scherzoso.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Forse la ragazza polacca aveva imparato l’italiano dalle canzoni di Eros Ramazzotti, e allora Fiona immaginò una ragazzina magra, con i capelli lisci e lunghi sulle spalle e le cuffie alle orecchie, china sulla scrivania della sua stanza a trascrivere su un diario i testi delle canzoni. Una ragazza normale, una ragazza come tante.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Poi lui lamentò di avere il braccio addormentato. Per mettere a tacere il formicolio, nel muoversi sollevò la gamba destra e dal quel sollevamento Fiona vide emergere un piccolo buco sul lenzuolo bianco; che posto ridicolo, pensò. Quando abbassò di nuovo la gamba, il buco scomparve dalla sua vista.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">La sua stanza, ti ricordi com’era la sua stanza?</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Giovane. Ragazza acqua e sapone. Ragazza come tante. Prostituta. Fiona avrebbe voluto sapere di più della stanza della ragazza polacca. Aveva anche lei poster di cantati e attori famosi, e vestiti in disordine su una sedia e scarpe sempre in giro? Ma lui si fermava sempre qui: era una stanza come tante, la stanza di una ragazza giovane.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Lo baciò sul petto, poi ripose nuovamente la testa su di lui e con il dito iniziò a disegnare una costellazione invisibile in cui i suoi nei erano i pianeti e lei con il dito li circumnavigava e poi li univa per formare animali fantastici e divinità. Fiona non aveva mai visto così tanti nei su un uomo e ormai li considerava un tratto distintivo del suo corpo.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Nelle giornate tra un incontro e l’altro, quando lui per lavoro doveva spostarsi in altre località, non vedeva l’ora che arrivasse il momento di andare a dormire così da togliere dalla sua vista la presenza astiosa della sua coinquilina e potere, finalmente, stringere il cuscino e con gli occhi chiusi richiamare alla mente tutta la costellazione del suo corpo nudo. Le sembrava di averlo al suo fianco e così si addormentava.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Ma io non ho capito la dinamica. Dopo il pub, come è successo che siete andati a casa sua? Te lo ha chiesto lei o glielo hai proposto tu?</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Fiona fu sorpresa e soddisfatta da se stessa: era la prima volta che gli faceva questa domanda eppure ora che era uscita dalla sua bocca le sembrò di grande importanza. Questa sì che è una bella domanda, si disse.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span lang="it-IT">È</span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT"> venuto così, parlando.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Parlavate un po’ in inglese e un po’ in italiano, giusto?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Sì.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">E quindi, come è successo? Te lo ha chiesto lei o sei stato tu?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Sai quel genere di sguardi, no? Quelli che vogliono dire tutto. Poi ci siamo dati qualche bacio lontano dalle amiche ed è venuto così, di andare da lei. Lì è facile, è sufficiente dire loro che le porti in Italia.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Le dita della mano di Fiona si fermarono e si rifugiarono nel palmo; la costellazione subì un piccolo, netto collasso.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Adesso però aveva fame, aggiunse, voleva uscire a mangiare qualcosa, e si divincolò dall’abbraccio immobile. Quando lei gli ricordò che avevano la stanza prenotata ancora per un’altra ora, lui le disse che non era importante, che non si preoccupava mai dei soldi che spendeva se erano stati spesi bene. </span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Stiamo stati bene anche questa volta, no?</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Fiona disse di sì, sì certo, sì. Sollevò il busto e dal letto lo seguì con lo sguardo mentre andava in bagno; lo sentì aprire la porta e poi chiuderla, sentì che girò chiave. </span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Guardò verso la finestra: la luce che filtrava era intrisa di granelli di polvere che fluttuavano vicini e non cascavano mai. Fece per alzarsi dal letto, e da un movimento distratto del piede il piccolo strappo sul lenzuolo si allargò. Fiona provò un immediato imbarazzo: guardò in direzione del bagno – lui era sotto la doccia e non sarebbe certo uscito in quel momento – e poi di nuovo il buco sul lenzuolo. Infine si alzò del tutto e con il lenzuolo superiore e poi con il copriletto coprì ogni cosa. </span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Ancora nuda, andò alla finestra. La camera si affacciava su un parcheggio che in quel momento era parzialmente deserto. Oltre la recinzione che delimitava il parcheggio notò un appezzamento di terra erbosa con delle bestie. Sembravano lama, o forse erano alpaca? Era un posto strano per tenere degli animali come quelli. Da quella distanza le era impossibile distinguerli e forse, si disse, forse non sarebbe stata in grado di farlo neppure da vicino. Sapeva che i primi sputavano e i secondi no, ma cos’altro?</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Secondo te quelli sono lama o alpaca?</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Andò anche lui alla finestra. Fiona avvertì il calore della sua pelle umida e profumata, e provò il desiderio di togliergli quell’asciugamano che gli cingeva la vita e fare ancora l’amore. Non poteva dire che lui fosse, tecnicamente, un amante perfetto (per raggiungere l’orgasmo, infatti, lei sapeva come muoversi, e cioè come contrarre i muscoli del suo utero), ma era un uomo taciturno e affascinante e aperto al mondo, ed era il primo uomo della sua vita recente che non l’aveva fatta sentire miserabile per via della sua condizione di donna quarantenne affittuaria di un appartamento in condivisione con un ragazza ben più giovane di lei.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Non lo so. Penso che siano la stessa cosa, stessa sostanza. Dai, muoviti ché ho fame.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">E lui si voltò e iniziò a rivestirsi.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Sono certa che non sono la stessa cosa. Però neppure io so la differenza, non me la ricordo più.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Fiona chiuse la porta alle sue spalle e non girò la chiave. Il bagno era piccolo e i sanitari ingialliti dal tempo ma in fondo, pensò mentre faceva la pipì, non era così importante; l’importate era stare bene insieme, fare scorta di ricordi belli per i giorni a venire che non avrebbero potuto passare insieme. Si pulì, tirò lo sciacquone e andò sotto la doccia.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Quando Fiona uscì dal uscì dal bagno, lui si era già messo il giubbino.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Sono davvero affamato, vestiti così andiamo a mangiare qualcosa.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">La porta principale dell’Hotel dava su di una strada stretta e molto trafficata, ma l’aria leggera e fresca della primavera arrivata in anticipo era piacevole. Lui mise le mani nelle tasche del giubbino e lei si aggrappò al suo braccio. Ripensò alla stanza dell’Hotel che si stavano lasciando alle spalle: era davvero squallida, la peggiore tra tutte quelle in cui erano stati nel corso di quelle settimane, e si disse che avrebbe fatto in modo, per la prossima volta, di mandare fuori casa per una giornata intera la sua coinquilina. Le avrebbe parlato, era disposta pure a pagarle un soggiorno presso qualche località termale. Qualsiasi cosa pur di avere uno spazio di normalità amorosa prima della partenza di lui.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Hai fame anche tu?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Adesso che mi ci hai fatto pensare, ho molta fame.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Vediamo che troviamo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Più avanti c’è la metropolitana. Posso portarti in un posto speciale.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Fiona conosceva un buon ristornante cinese che distava solo quattro fermate di metropolitana. Poi avrebbe potuto portarlo al parco a fare una passeggiata. Era un bel parco, il più grande della città. Ma continuò a camminare appesa al suo braccio senza svelargli i suoi piani: voleva sorprenderlo, voleva condurlo verso tutto ciò che c’era di bello in città, voleva dargli in regalo dei ricordi belli.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Quando hai detto che parti?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">La settimana prossima.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">E ritorni?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Ancora non lo so, non dipende da me.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Poi lui si fermò. Qui facciamo prima, disse, e la trascinò dentro a una piccola pizzeria al taglio.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Hai detto anche tu di avere molta fame, no?</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Fiona sorrise e rispose sì, certo, sì. Pensò che sì, aveva ragione lui, anche lei aveva molta fame e in fondo ciò che contava era stare bene insieme. E per un attimo le sembrò di essere tornata una ragazzina in pausa pranzo con le compagne di università. Sentì che c’era posto per la spensieratezza.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Il locale era piccolo ma non troppo pieno. Trovarono due posti su degli sgabelli alti, in prossimità di uno specchio grande quasi quanto tutta la parete.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Tu quale vuoi?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Margherita va bene, ma con doppia mozzarella se è possibile, e con le olive.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Fiona vide una smorfia di irritazione nel suo viso, ma le sembrò buffa e perciò la fece sorridere. Dal grande specchio, poteva vedere il riflesso delle sue spalle chiuse nel giubbino e ripensò alla costellazione di nei ed ebbe la sensazione di esclusività, di conoscere qualcosa che nessuno lì dentro poteva sapere. Decise che gli avrebbe anticipato i suoi piani – la metropolitana a pochi passi, la passeggiata nel parco tutto da scoprire – e che gli avrebbe fatto una sorpresa ben più grande. </span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Lui tornò con le pizze fumanti nei piattini di plastica; il rosso del pomodoro era vivo e luccicate del succo e dell’olio. Fiona addentò il primo boccone ma si scottò. Aprì la bocca e rise e con la mano fece il gesto di farsi aria. Nel riflesso dello specchio vide un gruppo di ragazzine divertite: erano belle, vivaci, e anche Fiona si sentì un po’ come lo loro e quasi felice.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Sei davvero goffa.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Senti, la metropolitana è a pochi passi da qui. In cinque fermate siamo a un parco molto bello. Te lo faccio scoprire io, è davvero bello e antico. Per fare una passeggiata, dico, poi potremmo stenderci un po’ al sole. </span></span><span lang="it-IT">È</span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT"> davvero molto bello, uno dei miei luoghi preferiti.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Poi decidiamo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">E magari la prossima settimana potresti venire da me. Alla mia coinquilina antipatica dico di lasciarmi la casa libera. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Pensavo che l’Hotel andasse bene. Avevi detto anche tu che l’anonimato era meglio, così non dovevi chiedere a nessuno. Siamo più indipendenti, no?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Se lei non c’è siamo liberi. Non ti preoccupare, ci penso io. Tu non ti devi preoccupare di niente. Fidati.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Lui addentò un altro boccone e masticò un po’, e si portò il tovagliolo alla bocca e non aveva finito di deglutire che: </span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Con te invece è difficile, sai?, rendi le cose complicate. </span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Fiona abbassò lo sguardo sul suo trancio, e portò la pizza alla bocca e strinse i denti e sentì il bruciore scavarle la bocca e poi la gola, lo sentì scendere; l’allegria delle ragazzine rimbombava come un’eco nella sua testa e tutt’attorno e non c’erano più altri suoni né spazi. Non esisteva nient’altro.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">
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		<title>Il dottor Willi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Feb 2020 05:30:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Il Dottor Willy]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Mari]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Michele Mari Sono il padre dell&#8217;uomo con il mare dentro e, sebbene abbia fatto di tutto per evitarlo, sto per morire. Non sono spaventato, la stanchezza, la disillusione quotidiana l&#8217;ha reso accettabile: è per lui, nato dalla mia carne e che di questa ha preso solo il manto sottile necessario a rivestirlo e impedire [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Michele Mari</strong></p>
<p>Sono il padre dell&#8217;uomo con il mare dentro e, sebbene abbia fatto di tutto per evitarlo, sto per morire. Non sono spaventato, la stanchezza, la disillusione quotidiana l&#8217;ha reso accettabile: è per lui, nato dalla mia carne e che di questa ha preso solo il manto sottile necessario a rivestirlo e impedire che l&#8217;acqua fuoriesca, uno strato che non posso chiamare pelle, tanto è trasparente come la superficie del mare a riva. Ributtante, aggiungo, e meraviglioso. Anche adesso, mentre lo osservo di sottecchi, sdraiati uno di fianco all&#8217;altro sui lettini di un albergo in alta montagna, i raggi del sole fuoriusciti da cime lavanda, prima di annullarsi dentro la notte estiva illuminano ora quell&#8217;agglomerato di alghe tremolanti sotto la superficie del ventre, ora la risacca che, dal petto, monta senza un rumore fino alla base del collo.<br />
Superata la prima infanzia, rassicurato sulla sua sopravvivenza –fu il dottor Willi di Innsbruck a dover ammettere il miracolo tangibile di una persona alimentata e riempita dall&#8217;acqua, e salata com&#8217;è al largo nei giorni in cui il mare si tende sotto un vento di settentrione –è a questo pensiero, alla sua esistenza dopo che la mia sarà conclusa, lui pupazzo fluido in mezzo alle asperità, che io dedicai angoscia e veglie interminabili. Sempre da solo perché, quando si trovò di fronte un neonato piegato in due come un pantalone sul braccio dell&#8217;infermiera, una zampogna cascante, braccine e gambette rugose a penzoloni, e che emanava quell&#8217;odore salmastro e corroborante oppure di alghe cotte dal sole e, occorre dirlo, nauseabonde, secondo che accostassimo il naso al viso piuttosto che alle numerose pieghe dove nei neonati si ferma il sudore, mia moglie scosse la testa senza dire una parola, si morse il labbro fino a far colare un rigo di sangue sul camicione bianco e, non appena fu in grado di andarsene dal piccolo ma attrezzato ospedale sulle pendici del monte Zirler, si dileguò, non dando più notizie di sé.<br />
Ricordo che esaminai mio figlio, mentre trascorrevo la notte con lui in quella stanzetta d&#8217;ospedale dove avrei vissuto le successive 365; non dormendo, cercando di comprendere che cosa fosse accaduto e in quale punto oscuro della genesi, perché il mio bambino avesse più in comune con un aquario che con gli altri nuovi umani tra le braccia di genitori impacciati. Presto, forse quella stessa notte, l&#8217;ira o un inderogabile senso di protezione per quella creatura più indifesa delle altre, trasformò la domanda in un&#8217;altra meno oziosa e però affacciata su risposte che niente avrebbe potuto illuminare: che cosa sarebbe successo dopo.<br />
Lo spogliai. Il sonno era pesante, l&#8217;avevano nutrito artificialmente e il latte si era fermato, creando una chiazza perlacea lì, dove un neonato avrebbe avuto il proprio stomaco minuto, per poi espandersi in bollicine pallide. Tenendolo in verticale, gli organi in miniatura si avviarono pigramente verso il basso: nuotavano dentro un liquido che opponeva una resistenza viscosa, simile –o era il primo confronto in cui incappasse la mente– alle lampade a forma di missile con le bolle di cera variopinta dei primi anni settanta, e che da ragazzino amavo tanto.<br />
In poco più di un minuto, attorno alle caviglie e da lì salendo fino sopra al ginocchio si erano accatastati senza logica i polmoni, il triangolo rosso-bruno del fegato e altri organi flosci, uniti tra loro da filamenti che avrei voluto rigidi e di cui nessuno avrebbe capito la natura, nonostante indagini e raffronti con l&#8217;anatomia di qualunque forma di vita conosciuta.<br />
Era una clessidra vivente: la giravo e il contenuto scendeva, oppure risaliva, sistemandosi con calma e senza che lui desse mostra di risentirne. Ribaltando mio figlio con delicatezza, gli organi ritrovavano il loro posto. Non erano troppo precisi nel ricollocarsi ma, anche di questo, non sembrava accorgersi. Il solo organo a non allontanarsi dalla sede era il cervello, più piccolo del normale, saldo nel cranio trasparente. Forse, pensai, non riusciva ad attraversare la strettoia della gola. E il pensiero ostruì la mia.<br />
Quella prima notte tenni una lampada dietro di lui per studiare ogni corrente e anfratto di quel mare iridato. Cercavo uno scheletro, speravo che la natura avesse fornito un sostegno, ma non c&#8217;era niente che somigliasse a un osso o non oscillasse al primo urto. Mi calmai ricordando che non esiste neonato capace di restare seduto.<br />
Arrivò l&#8217;alba; il sole, inondando il corpicino addormentato, portò alla superficie un limpido reticolo oro e turchese, per restituire poi al mio sguardo velato di lacrime, ogni sfumatura di azzurro, via via più impenetrabile in prossimità di quella che mio figlio, pur rivelandone eccezionalmente l&#8217;ideale dislocazione, non possedeva: la colonna vertebrale.<br />
Lo girai, mi ostinai: il centro restava prigioniero delle tenebre.<br />
Ora che siamo seduti a cena ancora una volta uno di fronte all&#8217;altro, alti uguali e protetti dal paravento che l&#8217;hotel è rapido a piazzare di sera in sera, estate dopo estate, devo riconoscere che, nonostante la mia dedizione più che trentennale, ben poco è cambiato. Nemmeno il silenzio tra noi. Nessun tentativo di comunicare ha avuto successo. Il suo aprire la bocca sembra rispondere a una necessità meccanica, o di incrementare la quantità d&#8217;ossigeno.<br />
Non saprò mai ciò che lui pensava e se ne era capace; peggio: temeva e desiderava, perché allora sarei stato un padre, sì, non un voyeur. Amore imponderabile di padre, passione timorosa e che parla quando si è troppo lontani, per sentire. Io ne so qualcosa. Chi sono stato per lui, contenuto dall&#8217;attività immutabile che egli stesso contiene? La mia solitudine si nutriva del convincimento della sua; poi, quando nell&#8217;espressione rivedevo la consueta serenità disinteressata, tornava a soffocarmi la mia. La solitudine è mio figlio. Ha l&#8217;età che avevo quando è nato lui.<br />
L&#8217;acqua di quel mare interiore non è più cristallina; il cibo ingerito ha posato una nebbia sbiadita, simile al plancton al microscopio o alla neve appena smossa in una palla di vetro. Il mio stupore non è però diminuito di fronte all&#8217;inusitata capacità di sciogliere i bocconi e di espellerli così da non lasciare concrezioni sul fondale, (del vetro mi verrebbe da dire accettando che l&#8217;errore riveli la mia volontà di passarci sopra uno straccio, quando si tratta del rivestimento interno della pelle); permettendomi, proprio ora, dopo che il figlio, da me accudito, ha ingerito la trota salmonata all&#8217;aneto servita il giovedì, di distinguere nei dettagli l&#8217;articolato profilo della barriera corallina principale che, negli anni dello sviluppo, prese il posto del bacino. E se un frammento di carne resta impigliato tra i denti delle madrepore, i policheti e altri organismi di cui non ho imparato i nomi si affrettano a pulire il proprio domicilio.<br />
Talvolta essere l&#8217;unico ad aver assistito a questa come a ogni procedura del suo esistere, fa sorgere il dubbio di essermi inventato tutto; perché ho fatto in modo che mio figlio non si presentasse mai a tavola o di fronte a qualcuno, se non indossando una tunica molto più ampia del necessario, un indumento che non richiedesse la spiegazione degli improvvisi rigonfiamenti e avvallamenti sotto il tessuto. Che cosa rispondere a chi già non giustificava il suo perenne procedere sulla carrozzella, un ragazzo di cui erano visibili occhi e bocca, essendo il resto del volto fasciato, il capo coperto perché il cervello non si trovasse nudo come in un barattolo di formaldeide; per poi camminare appeso al mio braccio e, pur lento, prudente, suscitando nel corpo una concatenazione di onde proporzionali alla velocità di movimento. Mi dispiace non aver mostrato a nessuno l&#8217;incantevole braccio (curiosa corrispondenza) di mare che termina in falangi verdazzurre, con miriadi di bollicine ripiene di fitoplancton cremisi.<br />
E&#8217; stata una vita tormentata e soprattutto laboriosa: lo sforzo incessante di non presentarmi sconfitto davanti a lui, mi ha probabilmente ammalato. Riconoscendomi, oltre la tovaglia sparecchiata, nei suoi occhi trasognati e della trasparenza pietosa di meduse affiorate, davanti al rosa vibrante delle nostre rocce dolomitiche, io provo però fino in fondo il piacere dell&#8217;equità. L&#8217;enigma con cui ho convissuto per trent&#8217;anni e che sto per abbandonare, insieme all&#8217;incapacità di risolverlo, ha risvegliato e stretto i nostri vincoli di sangue. Il mistero si è impadronito del mio amore e non ha ceduto spazio, ma l&#8217;ha tenuto in vita fino a qui, alla vigilia del mio e suo dissolvimento. E&#8217; stato un fatto compiuto e sono grato.<br />
Abbiamo attraversato insieme i confini della ragione, sigillata dentro un&#8217;acqua su cui non si è poggiato cielo o vento. Avrà sognato un&#8217;isola su cui posare un&#8217;impronta? Non ho invidiato un figlio normale. Ogni strada è buona se percorsa tutta, diceva mio padre.<br />
Ancora bambino mi costrinse al silenzio e alla segretezza. Poteva crescere per diventare l&#8217;incredibile e grottesco caso dell&#8217;uomo con il mare dentro. Preferii comprare il riserbo del personale di quell&#8217;ospedale tirolese, minacciando tutti, in caso avessero rivelato un dettaglio di quell&#8217;evento straordinario, delle peggiori ritorsioni. Il mio avvertimento fu una bottiglia scagliata contro il muro. Spaventati, ammutolirono, io calmo, un minuto per scegliere un destino. Decisione giusta e l&#8217;intuizione che il dottor Willi soltanto avrebbe potuto accompagnarci in una spedizione oltre il sistema solare della fisiologia, fece il resto. Il dottor Willi, mio testimone, spalla nell&#8217;incredulità, fu la coscienza critica, portatore di una conoscenza incapace a dare risposte. Almeno una, aritmetica, elementare. Perché noi siamo fatti per sette decimi d&#8217;acqua e lui dieci.<br />
Lo stetoscopio appoggiato sopra un cuore che all&#8217;improvviso, anche se mio figlio rimaneva immobile, beccheggiava come un gavitello o era nascosto da un&#8217;alga che volteggiava dopo essersi staccata dai coralli che parodiavano la gabbia toracica. Il dottor Willi rinunciò, né c&#8217;era bisogno di cure: mio figlio si era dimostrato un ecosistema autosufficiente. Tornava però a trovarci ogni settimana nel nostro chalet a metà costa, battendo con le nocche sulla vetrata intiepidita dal sole pomeridiano. Con il viso ben rasato, il capello corto, il fisico compatto, regalava ore di concretezza alla nostra fragilità, alla comune deriva.<br />
Prima di entrare, confessò il giorno in cui mio figlio festeggiò cinque anni, aveva sempre avuto paura di non trovarlo vivo. Oltre ai rischi prevedibili e che esaurivano i prontuari medici –e se una lama avesse provocato la fuoriuscita dell&#8217;acqua, sarebbe bastata una trasfusione allo stesso grado di salinità?– c&#8217;erano quelli sconosciuti. E se i molluschi che con l&#8217;adolescenza avevano colonizzato gli arti si fossero rivelati nocivi per l&#8217;organismo? Tentare con la somministrazione forzata di gamberetti famelici? Imparammo a memoria manuali di biologia marina.<br />
Il dottore è suo padre tanto quanto me; meglio, perché avrebbe saputo dargli più risposte.<br />
Il mare. Dentro. Tornava di continuo l&#8217;immagine di un nuotatore. Inutile. Lui stava diventando un uomo con il mare dentro. L&#8217;inversione diventò una sfida: assicurato il bambino a una routine efficace, trascorsi ogni giorno cercando l&#8217;origine di questo ribaltamento. Lo cercai lì, dove poteva trovarsi. Nella mia storia.</p>
<p>Gli ospiti dell&#8217;albergo si sono intanto ritirati in salotto a progettare passeggiate per l&#8217;indomani bevendo acquavite di frutta. Per noi è già l&#8217;ora della buonanotte, quando, per puro egoismo, mi dispiace abbandonarlo: al buio, appena si addormenta e le sue attività rallentano di colpo, gli organi e gli altri inquilini del mare cambiano colore, accendendosi di fluorescenze vivaci; non mi stanco di guardare l&#8217;intelligente sistema d&#8217;illuminazione d&#8217;emergenza che mio figlio attiva la notte, creando sulle pareti della stanza lo stesso sfuggente diorama di una lucetta per bambini. Esponendolo alla luna, ho visto la famosa strada d&#8217;argento attraversare il suo corpo.<br />
<span id="more-82766"></span><br />
Dorme nudo, senza tunica. Lo bacio anche questa notte sulla fronte che s&#8217;infossa un po&#8217;. Ho stabilito che lui provi qualcosa: traduco così una fugace lucentezza nello sguardo, smarrito nel mio. Mi ero illuso che la risposta fosse il sollevarsi del suo cuore quando era invece la reazione al contatto con un corpo estraneo, più caldo. Mi sdraio sul letto, nella stanza accanto alla sua, la porta comunicante spalancata, ma non ho mai ricevuto richieste. Quando sono intervenuto, lo devo al mio intuito, tardivo.<br />
Era bambino, decisi di fargli scoprire il mare. Novembre, un vento triste trascinava nuvole ancora più afflitte sopra l&#8217;oceano. Non c&#8217;era nessuno. Sempre più entusiasta man mano che mi avvicinavo alla riva trascinando il pesante passeggino sulla sabbia, mi domandavo quale sarebbe stato l&#8217;effetto. Avrebbe visto una casa? Un&#8217;affinità liquida?<br />
Per un&#8217;ora non successe niente. Restammo immobili: mio figlio appoggiato a me, le gambe tra le mie, a un passo dall&#8217;acqua verdastra di una mattinata bretone. Fu il mare a muoversi, ritirandosi da noi e facendo emergere alghe e rocce, restringendosi in pozze luccicanti risucchiate da un fondale senza vita; la marea si stava abbassando a gran velocità. Mio figlio uscì dal torpore: la faccia sembrò asciugarsi, trascolorò. Aveva cominciato a raggrinzirsi davanti a me. Erano passati dieci, venti minuti. L&#8217;acqua usciva dalla sua bocca spalancata. Non riuscii a chiuderla, era acciaio. Credetti di perderlo. Le palpebre non potevano nascondere un&#8217;onda nerastra che saliva dal profondo. Presi in braccio quel corpo risucchiato da un vortice interiore e scappai, rischiando, nella fretta, di strappare il suo involucro, maledicendomi per non aver pensato alla luna, alla marea, allo sconquasso che la gravità avrebbe provocato alla sua placida pozza. Anche in quell&#8217;occasione aveva taciuto. Avrebbe dovuto dubitare di suo padre?<br />
Ci volle una settimana, perché il corpo tornasse al normale turgore e l&#8217;omeostasi riprendesse il controllo. Mi chiusi con lui nello chalet, vivendo per lui, senza abbandonarlo un secondo, sperando che per effetto dello choc, qualcosa dentro di lui si sarebbe risvegliato: per punirmi. Urlavo contro di me, incoraggiandolo a ripetere: come hai potuto? Non mi allontanai più dalle montagne. Stabilii di non scendere sotto gli ottocento metri di quota: bastava evocare il passato distante milioni di anni e in cui un mare tropicale copriva queste vette, per sentirmi male.<br />
Fu raccontando per la centesima volta l&#8217;episodio della marea al dottor Willi, a notte fonda –fuori infuriava la prima bufera invernale– e cercando l&#8217;ennesima espiazione, che giunsi senza accorgermene a un&#8217;ipotesi del perché mio figlio fosse nato con il mare dentro e non fuori. Il dottore mi ascoltava con il bicchiere stretto in mano mentre, da una zona a lungo inesplorata della memoria, si snodava l&#8217;aneddoto contenente una richiesta disperata, una mia supplica che, al tempo dei fatti, non avevo giudicato colpevole, piuttosto l&#8217;espressione di un diritto essenziale, una liberazione.<br />
“Stavo passando le vacanze di Natale in Tailandia, con i miei genitori. Eravamo su un&#8217;isola vicina a Phuket, abitata ancora da pescatori con quelle barche tipiche dal doppio bilanciere. Allora avvampavo per ogni cambiamento: temevo la noia, la polvere sopra le giornate. Era naturale girovagare, mettermi alla prova, collezionare crepe nelle superfici lisce: avevo quindici anni.<br />
“Ero un buon nuotatore. Quattro, cinque miglia marine non rappresentavano un problema. Un pomeriggio, mentre gli altri sonnecchiavano per ripararsi dal caldo, mi diressi al largo, sicuro di raggiungere un&#8217;isoletta che avevo studiato dalla riva. Era disabitata, di notte scompariva totalmente nel mare: volevo lasciare lì un segno qualsiasi del mio passaggio, rubare un frutto esotico da un albero e tornare prima che fosse buio.<br />
“Nuotavo nell&#8217;acqua fin troppo calda, procedevo con vigore, forse troppo sicuro delle mie possibilità e l&#8217;isola non si avvicinava; restava un barbaglio all&#8217;orizzonte, ma il mare era così docile da farmi sentire un suo eletto. Avevo quindici anni. Arrivato quasi a metà, l&#8217;isola non solo non si avvicinava, aveva cominciato a spostarsi; nonostante cercassi di mantenere una direzione costante, continuava a ripresentarsi a sinistra. Mi giravo, raddoppiavo l&#8217;energia delle bracciate, ma l&#8217;isola non era più davanti. Mi trovavo nel bel mezzo di una corrente che, per quanto forte, dalla riva non aveva dato segni di presenza; ero nelle sue mani segrete, la vista appannata dallo sforzo, mentre tentavo di soppesare distanze e opportunità, sollevando di qualche centimetro la testa sopra la sterminata spianata blu. Ciò che non avevo mai conosciuto attraversò il mio corpo come una fune di ghiaccio tirata fuori dalla bocca. La paura. La paura dei cento metri vuoti su cui ero sospeso, non più solido di una lettera caduta da una nave. Il terrore di non tornare, di essere perduto, parola su cui fantasticavo e dava dipendenza a quell&#8217;età, e che ora toglieva il fiato. Alzai di più la testa, per vedere una barca, una scalfittura qualsiasi in quell&#8217;orizzonte di un&#8217;indifferenza terrificante; ma i pescatori erano rincasati e i turisti non si avventuravano senza di loro. M&#8217;immaginai dall&#8217;alto: intento a spostare una massa che non aveva fine. Un chiodo dentro una parete blu”.<br />
Mentre parlavo, alla base della finestra la neve aveva formato uno zoccolo spesso e duro che contrastava con la vaghezza della notte. Nonostante il camino e l&#8217;isolamento perfetto delle case montane, stavo rabbrividendo. Guardai il dottor Willi. Lui annuì, io non capii a cosa, teneva alle labbra il bicchiere di whisky vuoto da mezz&#8217;ora.<br />
“Mi arrestai lì, facendomi trasportare dalla corrente verso il mare aperto. Guardavo il cielo sopra di me quasi non l&#8217;avessi notato prima, preoccupato di quell&#8217;arrossamento ai bordi che indicava il rapido passare del tempo. Lottavo contro il panico e vincere era forse possibile, ma non capivo cosa fare della vittoria e iniziavo a sentire i crampi e il freddo; non riuscivo a impormi di ragionare per lanciare un&#8217;ultima scommessa. E il panico irruppe tranciando i pensieri, lasciando balbettii. L&#8217;acqua m&#8217;invitava con lusinghe fatali: abbracciandomi, voleva che io entrassi di più in lei, così che potesse entrare in me. Diventare una cosa sola. Ricominciai ad aggredire la corrente&#8230;”.<br />
“E poi”? Vedendomi impallidire, il dottor Willi mi aveva versato da bere.<br />
“Poi mi fermai in quella che a me sembrò una trasparente oasi di pace. Non era vero, ma la paura era stanca. Il corpo stremato, il passato concluso e il futuro vuoto, o meglio viveva lì, piccolo come me, su un&#8217;inesistente terra d&#8217;acqua che il mio terrore aveva inventato perché non me ne andassi da lui.<br />
“Fu allora che pregai il mare di restare fuori da me, di lasciarmi in pace e non avvicinarsi più di così. Mi rivolsi a lui come se fosse disposto ad ascoltarmi, supplicai le onde di non trasformarmi in un uomo con il mare dentro, promettendo qualsiasi cosa, mettendo in gioco il futuro mio e di ogni essere vivente, con una bocca bruciata dal sale. Non posso ricordare l&#8217;istante perché fu astratto e grandioso, mi schiacciava e sollevava: il motore del piccolo fuoribordo dell&#8217;hotel gettava la sua celestiale musica d&#8217;ingranaggi oltre le pulsazioni della testa e lo sciabordio dei flutti. Più forte ancora, mio padre gridava il mio nome&#8230;“.<br />
Ecco arrivata la mia sera. Il solstizio d&#8217;estate è passato da poco e la temperatura è così mite d&#8217;averci permesso di cenare all&#8217;aperto, grati alla persistenza della luce in cielo, seduti all&#8217;ultimo tavolo della terrazza su cui i vacanzieri si dimostrano rapiti dalla bellezza. Mio figlio è di fronte a me. Immobile e ormai addormentato. La luna ha trascinato sopra di noi la sua calma sovrana. L&#8217;odore di fieno ci fa visita; inebria, tanto è giovane. Rido pensando alla recita del plancton luminescente che sta per iniziare.<br />
Non intendo svegliare chi ha vissuto in un sogno per salutarlo proprio ora: sono sicuro che mio figlio mi perdonerà, da qualche parte, tra le sue sabbie e i coralli dalle ridicole corna colorate.<br />
Ho capito che quando la natura esaudisce una tua richiesta eccessiva, il resto della vita non basterà a subire le conseguenze di quella generosità smisurata.<br />
Il dottor Willi sta salendo con la sua vecchia Volvo da cui ha tolto i pacchi di libri comprati e non letti per accogliere mio figlio. Dopo il mio racconto, aveva provato a consolarmi, quel caro dottore. “La sua è immaginazione, pensiero magico”, non capendo che, senza quel senso di colpa, niente, per me, avrebbe avuto senso.<br />
L&#8217;acqua del mare è tornata. Anzi, non si era allontanata da me ma sto per incontrarla per la prima volta. Non è mai stata così vicina, è ovunque e mi arrendo senza resisterle, conto le stelle e riprovo: non riesco a parlare. E come potrei. Nel momento in cui finalmente prendo il largo, vengo a conoscere tutto di lui.</p>
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		<title>Quello che c’è sotto</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Feb 2020 06:00:53 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Andrea Dei Castaldi]]></category>
		<category><![CDATA[gabbiano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Dei Castaldi È strano dirlo, per me che sono nato a pochi chilometri da qui, ma non ho mai passato una notte a Venezia. Lo dico mentre ci stringiamo i cappotti e ci allacciamo le sciarpe attorno al collo, guardando il fiato salire come fumo contro il cielo nero sopra le nostre teste. Da San [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-82653" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/gabbiano.jpg" alt="" width="449" height="327" />di <strong>Andr</strong><strong style="letter-spacing: 0.05em;">ea Dei </strong><strong style="letter-spacing: 0.8px;">Castaldi</strong></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">È strano dirlo, per me che sono nato a pochi chilometri da qui, ma non ho mai passato una notte a Venezia. Lo dico mentre ci stringiamo i cappotti e ci allacciamo le sciarpe attorno al collo, guardando il fiato salire come fumo contro il cielo nero sopra le nostre teste. Da San Sebastiano l’intrico delle calli deserte ci disorienta quando camminiamo svelti come a volerci lasciare dietro il freddo che ci si è aggrappato addosso all’uscita dell’osteria. </span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Hanno dovuto sbatterci fuori che eravamo gli ultimi ma abbiamo mangiato e bevuto bene, dice Luca con quel suo modo soddisfatto di scandire le parole e di ascoltarsi la voce, e nel silenzio perfetto i passi sul selciato ci inseguono come un’eco. Le nostre donne, aggiunge allora beffardo, lanciando un’occhiata veloce dietro di sé e poi cercando la mia complicità con lo sguardo che il vino e l’ora tarda hanno reso un poco fosco. Anch’io mi volto appena a cercare le sagome esili delle ragazze che camminano un po’ discoste da noi tenendosi a braccetto. Quando se ne restano indietro e parlano fitto con quell’aria buia sulla faccia vuol dire che stanno parlando di noi, dico. Non ci si può fare niente, dice lui ridacchiando. Come in quella poesia di Borges, aggiunge, sono come tutte le altre, ma sono loro. Anch’io ci faccio sopra una risata, ma mi esce stonata, come fasulla, e per un attimo mi guardo indietro colpevole. Tra poco è Natale, mi ritrovo a pensare, ed è già passato un anno da Buenos Aires, dalla vita che credevo sarebbe stata e non è mai cominciata. </span></p>
<p class="western"><span style="font-size: medium;">Usciamo da sotto un portico e quasi ci sorprende il vuoto smisurato di Piazza San Marco. L’hai mai vista così, mi chiede Luca, senza un’anima? Io scuoto la testa mentre l’attraversiamo, sentendomi piccolo e forse più solo di prima. Ci si fanno attorno archi e colonne e cornici e pietre scolpite come fantasmi bianchi e sdegnosi, e la quinta dorata della Basilica si staglia sontuosa e incerta quanto un fondale dipinto. Pensa che qui c’era solo il mare, dico ammirato e insieme perplesso. Questo è l’uomo, dice soltanto Luca, che sembra d’un tratto a corto di parole. Qualcosa si muove poco lontano da noi nel mezzo della piazza. La sagoma di un grosso gabbiano increspa il buio in brevi sussulti. Ci avviciniamo fermandoci a pochi passi, finché mettiamo a fuoco il profilo affilato dell’uccello, fiero e ritto sulle zampe, ora immobile come fatto di pietra. Il becco è una lama ricurva da cui pendono sfilacciati brandelli rossastri. Per un istante ci fissa dal nero del suo occhio vuoto e selvaggio, furioso nel suo vederci come traguardandoci, per poi tornare implacabile a straziare la carcassa di un piccione che giace informe sulle pietre come un involto di stracci. Nemmeno quando ci raggiungono le ragazze riusciamo a distoglierci dal guardare ammutoliti la bestia che fa ciò che deve fare. Vedo Chiara stringersi a Luca e aggrapparsi fiduciosa al suo braccio, e sbadigliare senza chiedersi troppo. Cristina invece mi si fa accanto, e qualcosa le impedisce di annullare la breve distanza che ci separa. Le guardo la linea della fronte e le sopracciglia che si accartocciano sopra allo sguardo scuro, negli occhi sgranati qualcosa di simile alla paura. D’un tratto tutto ciò che ci sta intorno mi pare posticcio e traballante, c’è qualcosa che stride e che scuote i paraventi e le impalcature e la piazza intera. È quello che c’è sotto, qualcosa con cui dovremo fare i conti. Da stanotte non ci s’inganna più.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Paesino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Feb 2020 07:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Maddalena Fingerle]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Maddalena Fingerle Anche se ci sono cresciuto, questo non è il mio mondo. Mia madre è uguale a mia sorella che è uguale a mia cugina che è uguale a mia zia che è uguale all’altra mia zia che è uguale all’altra mia cugina che è uguale alla cugina di mia cugina che è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-82383" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/dorf-3766232_640.jpg" alt="" width="800" height="531" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/dorf-3766232_640.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/dorf-3766232_640-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/dorf-3766232_640-250x166.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/dorf-3766232_640-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/dorf-3766232_640-160x106.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>di <strong>Maddalena Fingerle</strong></p>
<h3>Anche se ci sono cresciuto, questo non è il mio mondo. Mia madre è uguale a mia sorella che è uguale a mia cugina che è uguale a mia zia che è uguale all’altra mia zia che è uguale all’altra mia cugina che è uguale alla cugina di mia cugina che è uguale a mia madre e quindi a mia sorella, a mia cugina, a mia zia e all’altra mia zia e all’altra mia cugina. È che qui si tromba tra cugini. Non che ci sia niente di sbagliato, eh, se non fosse che io di cugine ne ho soltanto due, se non si contano le cugine delle cugine e no: quelle non contano. Una è molto bella e l’altra è molto brutta. Quella molto bella, Bertrud, sa di esserlo e ha la fortuna di avere molti cugini tra cui scegliere. Quella brutta, Heidrun, sceglierà ciò che le lascerà Bertud e io dentro di me fantastico che Bertud scelga me, anche se so che non sarà così: tra i cugini io sono quello strano. Sono l’unico che non sa il dialetto e mio fratello, Bert, è davvero bello e anche mio cugino Bertfried, quello biondo, è davvero bello. In realtà siamo tutti biondi, ma di un biondo tendente al castano, mentre lui è biondo biondo. Le donne invece sarebbero come noi, ma si tingono di un colore finto ed ecco: sono tutte uguali. Berthold invece è meno bello di me, ma ci sa fare e quando si vanta delle mucche che ha né io né Bert né Bertfried né gli altri cugini abbiamo la minima chance di gareggiare contro di lui. Berti invece è timidissimo e forse ci gioca su; mia cugina infatti si intenerisce quando lui diventa tutto rosso. Lo fa anche quando Berto balbetta e allora non so mica se ho qualche chance: io non sono né davvero bello né davvero misero.</h3>
<h3>Qui ci sono torte e rinfreschi, sedute infinite, discussioni su chi è morto, su chi è cresciuto, sui divorzi, e io non so proprio che dire. Finisce l’elenco dei vivi e dei morti, ed ecco il discorso sulle mucche, di cui scopro con sgomento il prezzo; un breve conto ed è ovvio che non posso competere con Berthold. Bertrud vuole Berthold, si vede, penso: che le posso offrirle io? Ho libri, sì, però qui se leggi sei solo un eccentrico con sogni eccentrici che vuole cose eccentriche, teoriche, inesistenti; un inetto che non vive nel mondo vero. Poi? Delle penne, sì, però Bertrud delle penne se ne fotte. Sì, ho pure CD e libricini pieni di scritte, però sono tutte cose che non servono. Sono invidioso di mio cugino Berthold e rifletto: forse non mi recherò lì, resterò qui e gli ruberò tutte le mucche oppure gliele ucciderò, eh, che scene! Così sì che si discuterebbe di me. Non più il cugino mediocre né scemo né sveglio. O forse no.</h3>
<h3>Quando finiamo, facciamo il solito giro, poi puliamo la tomba di famiglia. «Quando morirò voglio un’urna, non una tomba» dico io, provocando imbarazzo tra i cugini, zii, mamma, papà; tutti rossi di rabbia. «Dai, non si fa: occuparsi di una tomba, di fiori, di annaffiatoi, di un corpo morto: una cosa idiota!» Papà mi tira uno schiaffo. L’altro idiota schizza acqua santa con un ramo di ulivo: un dio. Sicuro, lui sa comportarsi. Poi mi si avvicina, mi sussurra: la nostra tomba – guarda, io una toccatina, quasi quasi – bisogna sia la più curata; sono uno stupido, non capisco la dinamica, quindi sto zitto con il capo chino.</h3>
<h3>Quando torniamo dai miei, mia cugina Bertrud, quella bella, viene con me in cameretta e mi dice che anche lei è per cremare i morti, ma qui mica lo puoi dire. È vero, ha ragione: perché l’ho detto? Il mio letto è perfetto perché mia madre l’ha fatto poco fa; mia cugina cade indietro, le coperte ripiene di penne d’oca, dice che non è vero quello che dicono gli altri: mi vede bello e intelligente e lei mi appoggia per la città e per la carriera. Dice proprio: io ti appoggio. Mi avvicino e cado anche io accanto a lei e le chiedo «Rimani qui?», lei mi guarda con l’aria dolce e quell’aria dolce mi fa finire il liceo e partire. Non mi guardo più indietro, non mi vergogno più perché quando vedo un vitello venire al mondo mi viene da vomitare e perché ho, a differenza loro, la vergogna del corpo nudo, perché utilizzo il congiuntivo quando va utilizzato e non me ne frega niente che non ho i piedi per terra, non faccio il miele e non mungo le mucche.</h3>
<h3>Qua però passo per strano uguale. Saluto la gente per strada. Che gay! Ok va bene; sono gay e arretrato, secondo loro, ok, va bene. Frequento un corso ed è un vero bordello, la gente parla strano; e sono ancora gay e arretrato. Ok, va bene: accetto e resto muto. La gente scopre però da dove vengo e ora non sono solo gay e arretrato: sono quello che deve farcela, deve assolutamente farcela perché sono qua da solo, e ora sono pure poveretto, oltre che gay e arretrato. L’esame va bene e sono contento quando prendo un bel voto, ma non lo racconto a nessuno perché va bene passare per gay e arretrato e poveretto, ma ora basta.</h3>
<h3>Al paese oggi al circolo del caffè siamo solo mio padre, mia madre, Bert e io. Deve essere successo qualcosa, credo, ma cerco di stare calmo. Mi siedo, bevo caffè e butto giù qualche morso della torta burrosa. A parlare è mio padre. Dice che Bertrud ha deciso: si sposerà. Lui lo sa dallo zio. Resta zitto, guarda mio fratello, poi me, scuote la testa e tace. Mi ricordo che Bertrud mi appoggia e sorrido, mio padre si alza, si risiede, sta per parlare, ma poi resta zitto. Mia madre gli tocca la spalla e lo guarda, lui le sorride e dice che Bertrud ha scelto me, dice che Bertrud sposerà me, ma lui come fa a dire di sì? Bert ha qualcosa da offrire, ha le idee chiare, lui sì che sa che cosa vuole, e poi si sa comportare, il dio. Io sto zitto. Pure mio fratello-dio tace, poi dice che, se voglio, posso lavorare da lui. Scuoto la testa e mia madre mi dice di essere saggio, ormai sei adulto, le dico che voglio studiare e lei mi dice basta, sempre queste cazzate, si tratta di cose serie e allora le dico che porterò Bertrud fuori di qui, la libererò, mio padre ride. La città posso scordarmela e allora dico che lei potrà scordarsi di me. Lo dico e vedo subito il terrore sui volti di mamma e papà.</h3>
<h3>«Guardate che anche lei preferisce essere bruciata.» La mamma dice un’Ave Maria e un’altra e un’altra e un’altra, sistema la cucina, mentre papà esce dalla stanza. Mi viene da ridere, Bert impallidisce. «Mi sembra che si è già bruciata» dice. Si sia, deficiente: si sia.</h3>
<p>Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/LudmilaUjezd-8000249/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=3766232">Ludmila Mottlova</a> da <a href="https://pixabay.com/it/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=3766232">Pixabay</a></p>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Feb 2020 08:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Canneva]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Canneva Una voce distante mi telefonò quella mattina in clinica per chiedermi di restarci fino al primo pomeriggio. Richiesta superflua, poiché io ci lavoravo in quel posto e ci stavo volentieri anche dodici ore al giorno. Continuò elencando stancamente le mie doti di medico che mi facevano, a detta sua, uno fra i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-82376 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/vhs-1322179_640.png" alt="" width="640" height="428" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/vhs-1322179_640.png 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/vhs-1322179_640-300x201.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/vhs-1322179_640-250x167.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/vhs-1322179_640-200x134.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/vhs-1322179_640-160x107.png 160w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /><br />
di <strong>Marco Canneva</strong></p>
<h3>Una voce distante mi telefonò quella mattina in clinica per chiedermi di restarci fino al primo pomeriggio. Richiesta superflua, poiché io ci lavoravo in quel posto e ci stavo volentieri anche dodici ore al giorno. Continuò elencando stancamente le mie doti di medico che mi facevano, a detta sua, uno fra i migliori chirurghi del paese. Immaginai che parlasse per altri perché gli incensi lasciavano pensare a una rassegnazione che aveva me come oggetto, come se la voce si rivolgesse a qualcuno di morente o vissuto nel passato. Scacciai queste impressioni e mi accomodai nei cerimoniali. Mi piaceva infatti essere considerato solo un chirurgo. Forse perché da bambino pensavo che chi portasse un camice, o una qualsiasi uniforme, lo portasse ininterrottamente: che dormisse, amasse, facesse la spesa, persino la doccia, sempre indossandolo. Ho sempre creduto che fosse un buon contrappeso per l’anima.</h3>
<h3>Dopo pranzo raggiunsi la stanza che mi era stata indicata, al cui interno non c’era nessuno. Al centro una sedia sotto a un tavolo di legno su cui erano posati una videocassetta e una pesante cartella da cui spuntavano fogli sparsi, come fette di prosciutto da un panino. Appoggiato a una parete un mobiletto su cui stava un televisore, fra di essi un videoregistratore. Mi sedetti al tavolo, aprii a caso il faldone più o meno alla sua metà, e iniziai a leggere qualche riga: all’imperativo c’era scritto che al paziente occorreva un taglio d’occhi ben preciso; il colore di questi era invece solo un dettaglio perché le giuste lenti a contatto avrebbero sopperito alla differenza cromatica. Più sotto si sottolineava invece l’esigenza di un labbro inferiore carnoso e di gote asciutte, senza tracce di grasso. Di certo in altre pagine avrei trovato delle foto che mi avrebbero detto di più, ma all’improvviso mi scoprii annoiato, cosa non molto abituale in me. Uscii dalla stanza e feci due passi nel corridoio deserto fino al tavolino basso su cui era appoggiato il telefono di servizio. Vicino a questo un distributore automatico di bibite. Curiosai distratto al suo interno, poi notai la piccola finestra aperta sopra di esso, di cui non mi ero mai accorto. Oltre questa gli ultimi due piani di un palazzo. Oltre ancora, un cielo sporco, come se si trattasse di un vetro impolverato in qualche salotto o studio.</h3>
<h3>Ritornai lentamente nella stanza senza che il desiderio di studiare le carte si fosse fatto più vivo. Visionai allora il filmato. Si apriva con alcune scritte, avvertimenti legali che ignorai. Mandai avanti il nastro fino al volto di un uomo che parlava. Un uomo conosciuto, intendo conosciuto non solo da me, ma da molti, quasi tutti, un politico famoso. Nella prima sequenza il suo labbro scimmiesco oscillava con aria enfatica su un microfono. In un’altra, seduto su una poltrona, dialogava, più rilassato, con un presentatore televisivo. Mandai ancora avanti fino a trovarlo con aria decisa, a monologare, scarno, davanti a un parlamento silenzioso, quasi intimorito. Spensi il televisore. A quel punto mi accomodai sulla sedia, aprii il faldone e lo lessi dall’inizio.</h3>
<h3>Dopo un po’ che leggevo avvertii dei passi di più persone nel corridoio, il cui rumore crebbe fino ad arrestarsi. Poi la porta davanti a me si aprì ed entrò un uomo non molto alto, col viso increspato dall’insonnia e seminato da una barba irregolare. Portava la mano sinistra nella tasca dei pantaloni, ma nulla faceva pensare a un gesto disinvolto quanto al goffo tentativo di proteggere qualcosa. Mentre i passi fuori si allontanavano, l’uomo mi salutò. Pensai fissandolo: si assomigliano molto, chi lo ha scovato è stato bravo. Pensai: adesso lo saluto, ancora un attimo. Poi pensai con sollievo che era troppo tardi per farlo e che di grasso sulle guance non ce n’era, e che era una cosa in meno di cui preoccuparsi. Il labbro era invece troppo sottile, ma non importava perché il collagene che avrei iniettato l’avrebbe trasformato in una piccola salsiccia. Poi disse di chiamarsi Amadeo, ma a me interessava solo quanta carne avrei dovuto tagliare e cucire. Lui se ne accorse e i suoi occhi si abbassarono, lontani sulla tasca sinistra all’interno della quale intuivo il muoversi nervoso delle dita. Persi altra umanità quando mi alzai dalla sedia, mi avvicinai e feci due passi intorno a lui per analizzare profilo e nuca, le spalle ossute e le scapole distanti su cui era appesa una maglietta grigia. Nonostante le carte non lo richiedessero, forse per eccesso di zelo, mi soffermai sullo scheletro ben definito e lo immaginai come pasta molle da modellare. Poi, forse fraintendendo la mia indagine a tergo, si sentì in dovere di assicurarmi che non gli era stata fatta violenza, non molta. A quel punto volli indagare l’immobilità del braccio sinistro, ma non appena lo toccai l’improvviso sospiro, feroce e trattenuto di Amadeo mi fece desistere. Tornai allora sul suo viso, sugli occhi che mi facevano preoccupare: intendiamoci: né ernie di grasso né palpebre ipertrofiche lo differenziavano dall’originale, dal politico, l’anatomia era pressappoco identica. Ma il groviglio di muscoli che circondava il bulbo aveva una mobilità unica che di certo affondava nel carattere di Amadeo.</h3>
<h3>Conoscevo la chirurgia necessaria in questi casi, sapevo che portava a una cicatrizzazione lunga, ignoravo invece il tempo che avevo a disposizione. Andai al tavolo e sfogliai il faldone in cerca di tempistiche e, in loro assenza, di un contatto, magari un numero telefonico. Quando ormai fui certo che non ci fosse nulla che potesse servirmi, il telefono nel corridoio squillò. Mi sentii in dovere di rispondere: lasciai la stanza con al centro Amadeo, dritto nella sua posizione contorta. Raggiunsi spedito la cornetta per poi stupirmi di trovarci dall’altro capo la voce distante. Mi aveva anticipato come se mi avesse seguito attraverso i muri o attraverso il cielo tinto di un blu innaturale, che ora stavo un’altra volta guardando attraverso la finestra.</h3>
<h3>Chiesi e la voce mi intimò di fare presto perché c’era poco tempo. Quanto tempo, chiesi. Dapprima fu riluttante, poi, come se poco importasse se sapessi o non sapessi, mi disse di più. Scoprii che entro un mese il tipo della videocassetta, il politico, avrebbe dovuto tenere un discorso a reti unificate. Un messaggio che i suoi oppositori e i suoi compagni di partito non si aspettavano. O che invece attendevano, ma evitavano di parlarne con un pudore venato di paura e di fede. Aggiunse però che alcuni di loro si erano spogliati della fede, non della paura, come di una maglietta sporca, e reclamavano segretamente più candore. La voce aggiunse che, al suo posto, Amadeo avrebbe dovuto recitare altre parole davanti alle telecamere, e che no, non conosceva il testo, il copione, e che non gli interessava, ma di certo sarebbe stato un discorso solido perché non era il tempo di idee e di princìpi. Poi mi uscì una sciocchezza: cosa ne pensasse il politico di tutto questo. Al mio orecchio, prima che la voce riagganciasse, giunse un qualcosa fra il silenzio e un verso soffocato da una lastra di plexiglas.</h3>
<h3>Nello stesso momento in cui posai la cornetta, avvertii un respiro sopra la mia spalla sinistra. Mi voltai e Amadeo era lì, non so da quanto tempo, con un sorriso abbozzato. Nella mano destra, la sola libera, aveva due monete che infilò nella fessura del distributore causando l’uscita di un paio di lattine di cola. Le aprì entrambe e una me la porse. Pensai che un paziente non avrebbe dovuto offrire da bere al suo chirurgo, che sono cose che si fanno solo fra esistenze che scalpitano per diffondersi. Dopo mi chiese se mi sentivo utile. Tirai giù un sorso di cola e orrendamente risposi che tutti serviamo a qualcosa. Fece finta di niente e volle sapere del mio lavoro. Da quanto tempo operavo. Che ne facevo della carne in eccesso. Su cosa stessi lavorando in quel periodo. Gli raccontai che stavo mettendo giù qualcosa di sperimentale che agiva sul profondo, dalla pelle al sistema nervoso, da fuori per il dentro. Amadeo sorrise. Un procedimento, continuai, che modificava il volto per cambiare i pensieri del paziente, anche il suo carattere, anche la personalità, la persona. Sciorinai dati e risultati e di tanto in tanto Amadeo mi diceva distratto: è molto bravo in quello che fa. E io continuavo, anche se la conversazione iniziava a languire, cercando di allontanare quell’attimo che chiamiamo “senza speranze”. Arrivò comunque e ci ritrovammo entrambi, silenziosi, a osservare attraverso la finestra l’imbrunire. Poi Amadeo disse che finalmente non c’era più nessuno dall’altra parte, e continuava a guardare in alto. Gli chiesi cosa intendesse. Credo che fra qualche anno, disse, non ci sarà più bisogno di noi. Qualcuno, o qualcosa per quel qualcuno, osserverà la persona che non gli piace, che dice cose che non vanno bene. Magari attraverso uno schermo, come quello della televisione, magari attraverso il cielo, come adesso. E un attimo dopo, grazie a qualche magia o a calcolatori che ora ignoriamo, il politico, il giornalista o il magistrato, il non gradito insomma, dirà cose che non avrebbe mai affermato. Non potrà farci nulla, come preso da altre volontà. Arrivati a quel punto…</h3>
<h3>Poi Amadeo si interruppe e perse il tono sognante. Neanche per un attimo pensai che fosse pazzo tanto che rimasi lì, fermo, aspettando che continuasse. Ma lei è un bravo chirurgo, riprese portando lo sguardo sulla mia figura, quando quel momento arriverà qualcosa troverà di certo da fare. Anch’io mi osservai, posai gli occhi sul mio camice e provai una leggerezza torbida. Gli chiesi allora che ne sarebbe stato di lui. Sarò sempre io anche con un’altra faccia, rispose quasi di buon’umore. Poi tirò finalmente fuori dalla tasca la mano sinistra e l’aprì. E ogni secondo che mi separa da quel momento, continuò con lo sguardo sull’orecchino a goccia d’ambra posato al centro del palmo, è un secondo in più per un’altra persona.</h3>
<p><em>Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/Joshua_Willson-876211/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=1322179">Joshua_Willson</a> da <a href="https://pixabay.com/it/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=1322179">Pixabay</a></em></p>
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		<title>Al merceto di Cermenate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jan 2020 06:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[condizione femminile]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Tripodi]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Pino Tripodi  il mercato è un merceto. a cermenate il merceto è un mercato scarsamente  italico. ci sono meno italioti che a marrakesh sia tra i mercenti ma anche tra i marcanti compratori di frutti e verdure spilli e mutande calze e giacconi a riparare il freddo da questo caldo incombente e novembrino. non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Pino Tripodi</strong></p>
<p><strong> </strong>il mercato è un merceto. a cermenate il merceto è un mercato scarsamente  italico. ci sono meno italioti che a marrakesh sia tra i mercenti ma anche tra i marcanti compratori di frutti e verdure spilli e mutande calze e giacconi a riparare il freddo da questo caldo incombente e novembrino. non fa ancora freddo né lo farà ma lo dovrebbe fare e allora i poveri si apprestano ad attenderlo anche se non arriverà più. i poveri non comprano quello che non hanno, comprano quello che possono. comprano con gli occhi tumefatti da quelle mercenzie che esondano in bel vedere dalle loro capienze. vorrebbero comprare 6 banane, ma ne comprano due, una per il marito che forse sta lavorando e l&#8217;altra per il figlio maschio che prima o poi speriamo molto prima andrà a lavorare. i poveri vedono tutto, hanno famelico sguardo, ma ritrosia nell&#8217;acquistare. gli occhi marciano avanti, le mani stazionano bloccate in retroguardia, frenano quegli occhi spavaldi e gonfi dal desiderio rappreso d&#8217;acquistare a volontà. è triste il volere senz&#8217;alcuna possibilità d&#8217;acquistare. il volere senza possibilità d&#8217;acquisto è l&#8217;unico potere che manca tanto ai diseredati.</p>
<p>i poveri aspettano il mercoledì per uscire dalle galere. i poveri che sciamano al merceto il mercoledì non si vedono il lunedì o il martedì o giovedì venerdì sabato e domenica. non si vedono mai negli altri giorni perché i poveri non sono maschi. i maschi hanno licenza di vedersi. i poveri del merceto cermenatesco sono donne. l&#8217;unico maschio che si vede con affanno gironzolare tra le bancarelle del merceto è povero anche lui, ma  non è della medesima povertà. è un vecchietto che fruga nella sua testa cercando di capire se in quel merceto sia ormai vietato agli italioti poveri e anziani come lui qualcosa comprare. non è vietato, no, ma è come se lo fosse perché non ci sono altri italioti vicino a lui. gli italioti mercantano altrove dove la puzza della fame si vede di meno. la puzza della fame si sa è più indigesta del lardo fritto nella sugna, ma se per miracolo non si vede diviene più digeribile del brodo di zucchine tenerine.</p>
<p>dice il vecchietto italiota qui ci sono solo donne di marrakesh che non sa bene dove si trova sa soltanto che sono donne arabe di qualche paese forse l&#8217;egitto il marocco la tunisia no l&#8217;eritrea che conosce meglio per vicende italiote d&#8217;altri tempi. sa soltanto che ci sono solo donne scappate su licenza maritale dalla prigione familiare che si accalcano presso le bancarelle. sono scappate su licenza per un&#8217;ora dice. un&#8217;ora d&#8217;aria alla settimana neanche al 41 bis trattano così i reclusi. loro sono recluse peggio che nel 41 bis. lo dice e lo dice forte con la raucedine che scoppia nella gola. sciamano per un&#8217;ora, tonde e grasse mostrando solo l&#8217;ovale del viso perché il resto è femmina e non si deve vedere. è peccato. è peccato mostrare i capelli. è peccato uscire per più di un&#8217;ora alla settimana per fare la spesa grossa. è peccato non sfasciarsi il corpo che pesa sulle gambe più di tutta quella mercenzia stipata sui furgoni dalle ruote sgonfie. il vecchio povero e italiota dice che quelle donne sono arabe, brutte e grasse. vestite con quei copertoni a deprimere ogni forma, capaci di ammosciare ogni anelito di desiderio nel maschio che non sia il marito. invece il marito è contento che la moglie sia così sfasciata e grassa e brutta e povera e carcerata. è l&#8217;unica assicurazione contro la malvagità del male che la porta a desiderare, che è capace di rendere meretrice anche la più fedele a muhammad. la gelosia atavica e ancestrale dice le rende così recluse e non c&#8217;è nessuna legge in grado di liberarle. ci vorrebbe qualcuno povero dice con una cesoia che si mette a tagliare quelle orrende vesti. e allora pensa che quel qualcuno potrebbe essere proprio lui. lo  pensa e diventa meno triste. non ce l&#8217;ha più con le arabe che rovinano la piazza dell&#8217;una volta suo merceto cermenatesco. adesso sa cosa fare. compra con i pochi spiccioli che trova nel taschino dei pantaloni di velluto liso un paio di lunghe forbici di metallo. compra e comincia a tagliare le vesti delle recluse che urlano, urlano, si dimenano ma non tentano di bloccarlo. ha trovato le energie per tagliare tutte le vesti che trova. gliele taglia e gliele strappa da dosso, poi si mette a tagliare quelle delle bancarelle che vendono quelle orribili vesti. gli arabi che vendono se la ridono. le arabe che comprano imprecano contro il tagliatore e inseguono la tagliatrice. la tagliatrice è una ragazza appena svelata apparsa all&#8217;affrontata all&#8217;improvviso accanto all&#8217;italiota. la tagliatrice agita con forza le forbici. io non vi taglio le vesti urla. vi sforbicio l&#8217;anima. sentitela la vostra anima tagliata dalle mie forbici. ssciack. ssciack. il vecchio maschio italiota vi  taglia le vesti. io vi taglio l&#8217;anima.</p>
<p>le arabe dall&#8217;anima sforbiciata del merceto cermenatesco sono adesso tutte svestite e smutandate. senza indumenti si sentono strappate da ogni verità,  nude in un mondo sconosciuto. rimangono vestite solo di velo a coprire i capelli. i capelli loro sì che si salvano dalla vergogna. il resto affonda nella melma liberatoria della civiltà italiota mentre la tagliatrice, araba anche lei, viene rinchiusa per mezzo di un tso in un ospedale da cui dopotutto potrà respirare più dell&#8217;ora d&#8217;aria consentita alle sue sorelle. il tagliatore dall&#8217;animo acquietato non si sente più solo, rinchiuso nell&#8217;ospedale psichiatrico accanto alla giovane sorella apparsa all&#8217;improvviso all&#8217;affrontata dopo tre giorni, tre secoli, tre mille anni in cui tutti la davano per morta per sempre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>circolare circolare</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/01/15/circolare-circolare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jan 2020 07:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[antonio iannone]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Iannone gocitati dalla folla. chi avrà faticato abbastanza (perché c’è lavoro e lavoro) sopravvivrà nella tradizione: i pigri e i deboli diverranno la portata principale del banchetto di Chronos. ancora le ruote batteranno chilometri d’asfalto, deborderà il corpo oltre la cabina: un paio di brande, pochi metri quadri di frigo incastonato in una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Iannone</strong></p>
<h3>gocitati dalla folla. chi avrà faticato abbastanza (perché c’è lavoro e lavoro) sopravvivrà nella tradizione: i pigri e i deboli diverranno la portata principale del banchetto di Chronos. ancora le ruote batteranno chilometri d’asfalto, deborderà il corpo oltre la cabina: un paio di brande, pochi metri quadri di frigo incastonato in una crepa all’ombra del cambio, il profilo di un passeggero, di fianco, a chiacchierare – bisognerebbe essere in due, sostare per scambiarsi di posto e mescolarsi nell’illusione del gioco, pur quando si dorme: mai il vento o la pioggia o il cielo sono stati così vicini. la parodia di un soffitto: che accade, sotto? sotto-sotto: sotto la terra, dove riposano i padri di tutti. il volante ripiegato in insegna di riposo, la marcia disinnescata: persino il passeggero sonnecchia dalla solita regione d’esistenza: minuta, certo: eppure qualcuno giurerebbe di aver sentito russare. il dialogo non viene che nell’accidente di una voce dall’abitacolo: strada chiusa, dice – oppure, tamponamento: nient’altro; solita compassione. preferisce il silenzio: soffia un gorgoglìo. persino il gusto della noia bisogna strappare, il disturbo di un grattacapo – faticare senza preoccupazioni: la strada, soltanto la strada. non che costringa, segnala-ostenta l’esistenza dritta, le curve della Legge, le scorciatoie persino: i più abili si affidano alla memoria, almeno: magari confondersi, condursi su una cattiva strada: memoria da leone, dice. non che del leone sia la virtù più evocata, ma tutto quanto è del leone (brutalità, astuzia, volizione, persino la criniera resa lucente dall’aurora) dev’essere eccellente – maschio, lui: ruggisce alle femmine, procaccia la selvaggina, difende il branco; starci, nella giungla: altro che la strada. a posta di tanto in tanto tirerebbe il volante a destra, insinuando il guardrail, tanto per saggiare la facoltà di sgrovigliarsi da un cumulo di lamiere: lo ammonisce una piccola calamita di fronte: la moglie che tiene in braccio il figlio, una preghiera: non correre, pensa a noi. per voi corro, pensa; e svolta.</h3>
<h3>metà per il cuore, metà per il fegato, un quarto contro il colesterolo (polistirolo<em>, </em>dice: ma scherza); un’intera razione in granuli per tutti gli altri mali (mal di testa, mal di schiena, etc.), ma a stomaco pieno, altrimenti una contro il reflusso; anche solo dieci anni prima… incombe ormai l’età adulta: non conosce altra stagione se non quella rigogliosa dell’adolescenza; era allora nient’altro che aneddoto, fugace rivelazione di un quotidiano senza prologo né epilogo, il sonno congedava il grumo di avvenimenti di cui il giorno era stato investito: le discussioni oziose sul bagagliaio dell’auto, una ragazza dalle gambe in bellavista, la mano ai fratelli per lo scarico merci, le coccole femminee e sororali; poi il sonno. a passeggio per i vicoli, le straducole, gli archi di mattoni, sempre a casa si tornava; pareva fatta apposta la città per radicarvisi; incidente, dice la voce, comprì, risponde reggendo col pollice l’illusione dell’alterità. dello scontro non scorge che il profilo di un coagulo, pare che un camion abbia insinuato l’abitacolo di un’auto: sul manto della strada, lievi chiaroscuri; l’ambulanza divora i corpi, esibisce la sirena, scompare: dal loggione con vetro lo spettatore sostituisce il proprio volto a quello di uno dei disgraziati; il telo lo acceca: non è vero che il buio somiglia al nulla, da vivo potrebbe sfiorare il rovescio delle palpebre: è morto, invece; che ne sarà della moglie, del figlio?</h3>
<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-81819" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/camion2-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/camion2-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/camion2-250x166.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/camion2-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/camion2-160x107.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/camion2.jpg 640w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></h3>
<h3>meglio a loro…</h3>
<h3>senso di dio è un flusso circolatorio: del sangue che si diffonde per il corpo permettendo l’esistenza biologica; del turbinio autostradale che trasporta le merci oltrefrontiera: frammenti del vitto, anzitutto; corredo della neo-imprenditoria globale. mai che si possa starsene da soli, senza costrizione della prigionia – facile saccheggiare, assassinare, frodare, soltanto per la quiete della cella, le cure dell’istituzione; c’è pure chi aspira alla follia, propria o dei cari, senza distribuzione del ciclo sonno-veglia (si propende per la seconda), senza le preci che ammoniscono: “non correre, pensa a noi”, il cagnolino in plastica che scuote il musetto al sobbalzare di un dosso, il ritratto del Cristo posato al fondo del palchetto: soltanto altre targhe, si scorgono: distese di targhe fin quando può l’occhio. poi sopraggiunge la miopia. di fianco, superfici di Autogrill nel solido abbaglio della civiltà: si tirano le tende, la marcia, il volante; si dorme.</h3>
<h3>bussano a notti alterne, ticchettano sulla portiera, con le dita a volte, per non disturbare troppo, in elemosina dell’argià: tendono la mano, si distinguono in chi si contenta di pochi centesimi lasciati cascare da una fenditura, chi invece desidera uno scambio legittimo, una prestazione. bruciano tutti, solleticano: lontano da casa?, dicono – si affacciano accenti sdentati, tu? lontano da casa?, tenendo annodati i muscoli, schiacciano il naso al piccolo vetro dal lato-passeggero (passeggeri: conducenti in attesa) e battono, lontano da casa? lontano da casa? – esibiscono la merce alludendo con la mano inoperosa, l’altra conserva l’equilibrio: schiudono le labbra nella forma del cerchio, stringono le dita e muovono il braccio insieme con la lingua, a formare nella bocca un gonfiore a tempo: pantomima e simulazione dell’osceno. dall’occhio aperto, poiché si vanta di tenerne uno in allerta persino quando dorme, scopre il volto appiccicato alla cabina: è appena un tratteggio, mantiene incastonata nel mezzo del collo la colpa della virilità. una donna l’avrebbe ignorata, un maschio è un affronto. quando raggiunge il suolo per affrontare l’attentato più nessuno disturba l’ordine della notte: una fantasia? un fantasma.</h3>
<h3>addio sonno.</h3>
<h3>tra la branda e il soffitto c’è meno di un braccio; gli pare si accorci ogni settimana di un paio di millimetri, quanto basterebbe a schiacciarlo prima di un anno; deve pisciare. si nasconde all’ombra della quinta ruota, licenzia le asole dai bottoni e brandisce il grumo di carne con entrambe le mani; l’urina fluisce tra l’autoarticolato e l’asfalto. lo sorvegliano? gli sembra che un volto erompa dalla notte; se lo scovasse adesso, il mendicante (preferisce assimilarlo alla classe dei mendicanti che a quella delle puttane), mentre l’arma gli si ritrae dalla superficie delle mani…</h3>
<h3>sovrastare dall’alto il sesso ormai turgido gli restituisce la memoria della giovinezza: quante volte ha scorto quella geometria? nessuna per cui gli riesca l’arte della reminiscenza. Seduto su una poltrona dell’abitacolo lascia colare sulle mani dell’acqua da una bottiglia. il sesso è imprigionato dalla stoffa dei boxer, eppure la sollecitazione affiora; gli pare che i colleghi (concorrenti, li chiamano dall’ufficio) dormano tutti. non una tenda socchiusa, qualcuno a spiare; ha serrato pure le sue. la biografia gli si restituisce nella forma dell’aneddoto: tutto sommato, un’opera lineare.</h3>
<h3>la figlia di … è distesa sul letto a cosce allargate, esibisce la natura senza imbarazzo, a dire: eccola; lui tiene in mano un pezzo di legno: la figlia di … è ninfomane<em>, </em>gli pare. pronuncia il termine con un gusto particolare, un’inclinazione della voce fin troppo compiaciuta, a dire: è ammalata, che possiamo farci, noialtri? ce l’ha nel sangue. non è che un buco, poi. poiché la ricorda nella sola prospettiva dell’osservatore, il viso è sostituito da chissà quale altra reminiscenza: solo il grumo lacera di tanto in tanto la soglia del tempo. il grumo e l’impresa: l’ha raccontata tante di quelle volte, nell’ecolalia di chi ricordi non ne possiede abbastanza da dispensarne senza esserne rapinato, che risale ormai dalla narrazione all’immagine. istante per istante avvicina al buco il rametto sino a ricolmarlo: simulazione del pene, sonda: ci entra giusto-giusto. Lo insinua nel corpo governando il piacere con le mostruosità della Cosa; lo spaventa sostituirlo con il pene: preferisce reiterare la parodia. finché un grido più acuto non è preludio di un afflusso di sangue: allora strappa l’oggetto – è peggio. il boschetto è adesso non già occultamento, ma segnale.</h3>
<h3>dal mezzo-patria attraversa un paio di corridoi, una rampa; le targhette alle porte segnalano gli impieghi più singolari di un organismo enorme, capace di respiro: se un ufficio si arresta, tutti gli altri soccombono; BOLLE SCARICO MERCI, dice uno, BOLLE CARICO MERCI, un altro, seguono DIRETTORE, RECLAMI, COLLOQUI. la ragazza del secondo ufficio è bruna, di una straordinaria giovinezza, il solito rimpianto di non aver trent’anni di meno – non gli è bastato che l’adolescenza sembra non esserglisi mai esaurita, ma trent’anni di meno…, bellissima, sono l’autista di…, dice il cognome del padrone costringendo in esso l’intera genealogia imprenditoriale, stanno caricando in magazzino, ho portato il documento. l’esordio è pronunciato con la disperazione di chi prova a intervenire su una realtà cui non partecipa: se la ragazza non commetterà errori sarà per non tradire le aspettative dell’uomo che le ha detto: bellissima. sorride appena, batte sulla tastiera, osserva, stampa, domanda una firma, lo congeda.</h3>
<h3>vuoi campare o vuoi morire?,  il medico si serve di una brutalità sagace, come dire: la vita è tutto; se vuoi morire, continua, continua a fumarti quaranta sigarette al giorno, in un anno al massimo avrai raggiunto il proposito, si compiace dell’arguzia, se vuoi campare, devi smettere non oggi, conclude, ma <em>ieri</em>. due anni prima gli è morto un cugino di tumore allo stomaco, un pezzo d’uomo di un metro e novanta, neppure di fargli visita prima che si spegnesse del tutto se l’è sentita. prima o poi Si muore nell’indifferenza.</h3>
<h3>l’ultimo dei fratelli, il favorito della sorte: avevano già fatto tutto gli altri, gli fu concessa un’adolescenza tranquilla: il maggiore patisce l’intervento della sclerosi, un altro si dispera per una malattia di cuore; delle femmine conosce poco.</h3>
<h3>il vino lo abbruttisce; appena la testa gli si posa sul cuscino della branda comincia la ruminazione; la mente che prima gli era riuscito di concentrare sul solo orizzonte della strada sin quasi a lambirlo proietta sul soffitto (sempre più basso) ambizioni di pensiero: brani, nient’altro che brani: propositi, residui di memorie, lampi discorsivi. finché il sonno che viene è un sonno esausto, cattivo. non dirò dei sogni poiché non si può conoscerli, tuttavia qualcuno lo racconta. il padre il padre…, se di giorno lo opprime soltanto negli abiti a lutto con cui si obbliga a ricordarlo, nel sonno si personifica in coscienza: allora parla, valuta, interdice. fa il suo mestiere di padre.</h3>
<h3>la madre in vent’anni non l’ha mai sognata.</h3>
<h3>lo accoglie da sveglio lo stesso orizzonte, un accenno di crepuscolo, unica promessa nella fluttuazione: l’orizzonte, come la strada nelle line continue e tratteggiate, nelle strisce pedonali, nei pedoni inaccorti, è stabile; gli sembra a volte di partecipare a quella stabilità; basta che qualcuno gli si affianchi perché il gioco riprenda. la radio trasmette del progetto ONE+, da giorni non si discute d’altro; comunica un paio di incidenti: un’ambulanza ha tamponato un’auto; un autoarticolato, di che azienda? un rumeno ubriaco…, è scivolato fuori dalla strada: nessun morto. non correre, pensa a noi, e accelera. dovunque, musica leggera.</h3>
<h3>si crede di non raggiungere il traguardo dell’età adulta, poi si comincia a lavorare: prima i cocomeri venduti in cambio di patate, mele, lattuga, infine la strada: per il latte in polvere del figlio. quanto ne beve, l’ingordo; latte di farmacia perché cresca sano e forte, com’è cresciuto lui a carne di cavallo. non gli è più consentita possibilità d’errore, è un padre ormai, deve starsene per strada lucido e sano. con un ago intriso d’inchiostro si era bucherellato l’apice della spalla sinistra sino a raggiungere una forma di cuore tutta storta: senza ragione; diceva soltanto che se l’era fatto in carcere, non era vero.</h3>
<h3>la strada si dirama, sono stanco, pensa, stanco. sei anni prima il padrone gli aveva detto: scènditene, avrebbe potuto occuparsi delle relazioni con i nuovi assunti: certo nessuno straordinario lo avrebbe mai distinto da un impiegato d’ufficio; la strada gli restituiva nelle privazioni un’ombra di libertà. un lupo solitario, così dice. sta bene, sta bene dice alla moglie al cellulare, sto per fermarmi, adesso mangio qualcosa: sanno parlare solo di cibo, quegli altri. una cassiera gli sorride, avrà neppure vent’anni: trent’anni di meno</h3>
<p><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/circolare-circolare-di-Antonio-Iannone.pdf" target="_blank" rel="noopener">PROSEGUE QUI: IL RACCONTO COMPLETO (.PDF)</a></strong></p>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Dec 2019 07:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Maddalena Fingerle]]></category>
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					<description><![CDATA[di Maddalena Fingerle Mi confessa che prega Dio che i piedi non le crescano più, e aspetta e ascolta. Perché?, le chiedo io. Sennò non potrò più danzare, mi dice lei. Io non voglio che smetta di danzare e prego pure io, anche se non ci credo, ma è meglio pregare in due che pregare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Maddalena Fingerle</strong></p>
<p>Mi confessa che prega Dio che i piedi non le crescano più, e aspetta e ascolta. Perché?, le chiedo io. Sennò non potrò più danzare, mi dice lei. Io non voglio che smetta di danzare e prego pure io, anche se non ci credo, ma è meglio pregare in due che pregare da soli, le dico. Visualizzato, c’è scritto. Me la immagino mentre visualizza e non risponde. Perché visualizza e non risponde? Forse ha solo visualizzato e non ha letto, è diverso, penso, e le scrivo: visualizzi e leggi o visualizzi e non leggi? Visualizza e non risponde. Le scrivo tutti i giorni: allora, novità? Come stanno i piedi? Lei visualizza, forse legge, forse non legge, sicuramente non mi risponde. Io aspetto, aspetto, controllo: niente, nessuna risposta.</p>
<p>Quarantadue, mi scrive un giorno, dopo qualche mese; prega, aspetta, ascolta e io prego con lei, aspetto con lei, ascolto con lei. Poi però penso: quarantadue di piedi è un’enormità! Soprattutto per una donna. Ma mi piace lo stesso e le scrivo tutti i giorni e le chiedo: ancora uguali? Lei non mi risponde più. Non ci avevo pensato che lei penserà che sono proprio un tipo strano e quindi le scrivo: non sono mica un tipo strano, che so, un feticista, eh.</p>
<p>Ogni mattina, prima del caffè, apro il portatile e vado sul suo sito: la guardo, la studio, chiudo il portatile e vado a fare le prove. Mi dimentico del caffè, lo prendo di corsa, mentre controllo le mail, i messaggi: visualizzato, c’è scritto. Però lei c’è sempre, anche quando visualizza e non risponde, forte e sottile, nella foto che ho scelto come salvaschermo: pare una candela che si scioglie all’incontrario. Sì, perché le candele che si sciolgono vanno in giù, mentre lei va in su. Non è mica facile non passar per pazzi, lo so. Durante le pause, sudato, torno a guardarla: è ancora meravigliosa, meravigliosa come lo era prima del caffè, la mia candela all’incontrario. Va contro natura, capovolge le leggi naturali con una semplicità spiazzante. Vado sulla sua pagina. Controllo i messaggi, nessuna risposta. Per sicurezza guardo le mail, ma so che non ha senso. La sera, quando torno a casa e sento il corpo pesante, mi addormento guardandola in video. Si sfiora l’occhio con il palmo della mano, danza anche da ferma, si vede il fumo della sigaretta, sorride. È scontenta, è sincera, è viva, mi dice. Cerco una lingua con cui esprimermi, le dico, in dormiveglia, i muscoli stanchi dalle prove. Prova con la mia, dice lei, mentre sento gli occhi chiudersi lentamente. In sogno sento la sua mano ossuta e ruvida che mi sfiora l’occhio e le chiedo perché non è mai contenta, mai soddisfatta. Lei non mi risponde neanche in sogno, ma io non mi offendo.</p>
<p>Un giorno le chiedo: Parli Italiano? Non Ancora, mi risponde. Mi risponde! Le dico: sei così leggera, posso danzare con te? Lei mi fa domande, tantissime domande. Mi fa domande! Mi dice: so essere anche pesante. Lo so, rispondo ed è vero che lo so; le chiedo: Parli Italiano? Non Ancora, mi dice lei. Ma non ho fretta, lo imparerà. L’inglese ancora non lo sa. Però ascolta, non parla, resta in silenzio e io la guardo.</p>
<p>Mia moglie è gelosa, è stanca e un po’ se ne fotte. Andiamo a cena e io le racconto di lei, di quando era piccola, mentre origliava i discorsi dei clienti, di uomini e di donne come noi ora, sotto al tavolo. Ascolta. Mentre sua sorella pela le patate e serve ai tavoli. Guardo sotto il tavolo, ma lei non c’è. Fa domande, domande e nessuno risponde. Anche lei serve ai tavoli. Anche lei pela le patate. Non vuole attirare l’attenzione, è silenziosa, anche se danza fin da piccola.</p>
<p>Anche mia moglie è silenziosa, ultimamente, anche se non danza, lei non ha mai danzato. Le racconto che lei salta e saltella sulle cose fin da piccola, danza, sfiora gli oggetti con la fronte. Sui tavoli e i piatti e i prati e i fiori, quei fiori rosa e rossi, dico a mia moglie che alza le sopracciglia. Salta, saltella, danza, ascolta, capisci? Mia moglie non capisce e alza gli occhi al cielo. È di gomma, si piega su sé stessa, lei, è stupenda, si piega e io la guardo, è delicata, dico. Cazzo vuol dire, <em>lei</em>?, urla mia moglie. Lei, la donna, la danzatrice, la coreografa, rispondo. Ma vaffanculo, mi urla mia moglie e gli altri clienti si girano e mi guardano e si vede che pensano: che stronzo, quello lì. Per fortuna non mi rovescia il vino addosso, non mi lancia oggetti, non fa scenate, ma si limita a dire: non ci posso credere. Mia moglie dice che è un’ossessione, la mia, che chiede il divorzio, se continuo così, dice, le dico: stai calma, non esagerare, ci stanno guardando tutti. Lei dice: stai calmo, non esagerare, <em>ti</em> stanno guardando tutti.</p>
<p>Mi fa male la schiena, mi dice un giorno, in un messaggio privato. Mi agito e non ci credo, mi ha scritto, le dico: sei forte. E si vede, credo, anzi no: io lo vedo, che le fa male la schiena, ma non si ferma, non si ferma mai e io tifo per lei. Vola e atterra sulle cose, mentre mia moglie fa le valigie e se ne va. Esagerata, le urlo, stronza, penso perché non risponde nemmeno lei.</p>
<p>Per distrarmi guardo un video. La luce si accende, la musica non parte, lei aspetta. Tiene la posizione, attira l’attenzione. La schiena le fa male, lo so, ma no: non si nota. E la vedo, in quella posizione, come inizia a crescere, cresce e cresce e diventa grandissima ed è piccolissima. Si è trasformato qualcosa. È solida e liquida e arde davanti a me. Le dico: sei stupenda. Mi dice: grazie, anche se non capisce. Le dico: mi ha lasciato, mi dice: mi dispiace e io le dico: restiamo in contatto e lei mi dice: restiamo in contatto. Restiamo in contatto e io le scrivo, la vedo, la guardo. L’ascolto, visualizzo, rispondo. Lei non mi vede, non mi guarda, non mi ascolta, visualizza e non mi risponde.</p>
<p>È calma e nervosa e ha una grande pace dentro di sé, un grande vuoto dentro di sé. Ormai i piedi non ti crescono più, le dico un giorno e lei ride: è vero. Ringrazia, ormai, non prega più Dio. Piedi che ora però le sanguinano e le fanno male. Sono distrutti, usati, logorati, consumati. Ha fame, però, mi dice, è un serpente affamato che striscia, ha fame e sete di cose che non sa e di domande e di limone mischiato con zucchero e gelato. Le preparo zucchero e gelato e so che si ricorda di me. Le piace assottigliarsi, entrare dentro al corpo e al movimento, lo osserva e io con lei. Me lo fa vedere, lo vedi? Muta forma, diventa liquida, pura, profonda. Non pensa, succede. Non pesa, succede. È liquida e scorre nelle strade, si perde negli angoli e inonda tutto. Il limone mischiato con zucchero e gelato è pieno di api che danzano e muoiono e io le lascio lì, godendomi lo spettacolo.</p>
<p>Mi spalmo di lei e le sue ossa sono lucide. È aria, parla di noi, a noi, senza parlare. Non mi senti?, urla mentre cade, perpendicolare, il volto che si sta frantumando a terra, ma non cade. Non si frantuma. Rimane a un millimetro da terra. Le chiedo: Parli Italiano? Non Ancora, mi dice. Non servirà, vedrai, mi dice. La leggo, sullo schermo del portatile, durante la pausa pranzo. È un pezzo di giocattolo che spunta da uno zaino nero a pois, la guerra, la Germania. Non mi vedi? I ricordi. I piedi sulla sedia, la sedia che cade, e non cade, rimane appesa, sospesa nell’aria: è un video. È diventata l’aria che ferma il viso, che ferma i piedi. Apre un nuovo mondo, vediamo diversamente, se la guardiamo. È diventata grande, grandissima e io salto e lei mi prende al volo, la sfioro, un fantasma mi fa cadere a terra. Io salto e lei mi prende al volo, la sfioro, un fantasma mi fa cadere a terra. Io salto e lei mi prende al volo, la sfioro, un fantasma mi fa cadere a terra. Io salto e lei mi prende al volo, la sfioro, un fantasma mi fa cadere a terra. Sfiniti continuiamo mentre lei chiede a sé e chiede a me e cade, cade, cade, non cade, non cadiamo. Dà forma alle cose, voliamo. C’è un muro che ha l’odore del prato, ronzano mosche: lei cade, non cade, cade, oddio cade, non cade. È stupenda, è davvero stupenda. È magra e leggera e nodosa. Mi sento vicino, mi capisce, parla di me, mentre si gira, rigira, si gira, mi guarda. La leggo, sono stanco, gli occhi si chiudono, si riaprono: vive la morte, dà la vita, il corpo che si trasforma, diventa madre, non sono il padre, poi acqua, poi aria e ti annoda la gola, mentre segui il tacco che sale sulla scala, si arrampica e cade, non cade, rimane appeso, è fermo, è in aria, si ferma, è fisso e in movimento e cade, si appoggia. Come riesce a trasformarsi un corpo, però. Non devi far nulla, fa tutto da solo, sussurra lei. Io sono offeso e ferito e adirato perché ha un figlio da un altro e non ci penso, che stronza però.</p>
<p>Mi faccio la doccia, vado a letto, apro il portatile, non va più. Mi ha cancellato, penso, poi capisco che non è così, non va più niente. Non c’è più nessuno. Lei non esiste più e io non dormo più.</p>
<p>Le scrivo lettere, a mano, mi tornano tutte indietro. Ne scrivo una, poi due, poi tre e quattro. Una torna, due tornano, tre tornano e quattro in tutto tornano indietro. Ci riprovo, scrivo la quinta, ci scrivo solo: vuoi danzare con me? La spedisco per raccomandata con ricevuta di ritorno. Aspetto e aspetto e quando mi arriva la cartolina so che ha visualizzato, ma non ricevo risposta. Me la immagino che firma e legge e magari ride di me.</p>
<p>Chiamarla non si può perché il numero non ce l’ho. Chiedo alla mia vecchia insegnante, ma nemmeno lei ce l’ha, chiedo a tutti, tutti quelli che conosco e a quelli che non conosco, per strada, al ristorante. Nessuno lo sa, il suo numero.</p>
<p>Le ho provate tutte e provo anche l’ultima. Scrivo a matita il suo nome e sotto il mio messaggio, arrotolo il foglio e lo infilo nella Corona vuota, lo so che non è elegante, ma è l’unica che ho in casa e se la dovrà far piacere. No, non posso, me ne rendo conto appena lo penso e vado al ristorante sotto casa, compro il vino, il proprietario si vede che pensa che non sono uno tanto a posto, ma non gli do motivo per mutare idea. Prendo un nuovo foglio, scrivo il mio messaggio, mi scolo il vino, anzi no: ci provo, ma è troppo per me. Non sono uno smidollato e mi scolo il vino, ci devo riuscire, faccio fatica. La sciacquo, la metto a scolare, rileggo il messaggio e lo rileggo e lo rileggo ancora, non sono lucido. Faccio fatica, ma alla fine riesco a infilare il messaggio ed esco. Vado verso il fiume ciondolando un po’, con un gesto teatrale e perfettamente controllato nonostante il mio stato di stordimento la lancio all’indietro e penso: spero che mi leggerai. Ma non c’è modo per saperlo e aspetto.</p>
<p>Ricomincio a pregare, anche se non ci credo, e chiedo che mi legga, prego più lei che altri, in verità, anche se so che non può sentirmi, ma lo faccio lo stesso. Realizzo che mi manca vederla nei video e seguire i movimenti del suo corpo, leggere le storie della sua infanzia e scriverle; sapere che visualizzava era rassicurante. Vederla online, sapere che c’era, che esisteva, che si muoveva, ora non so niente di tutto ciò e me la immagino con tantissimo dolore alla schiena, con tantissimo dolore ai piedi.</p>
<p>Lei ora non c’è più, non risponde e io continuo a non dormire. Prego, prima di sdraiarmi, anche il postino: che mi porti la lettera che aspetto. Prego tutti, oramai, sono disperato. Chiudo gli occhi e a mani giunte prego il fiume che porti a lei il mio messaggio. Prego me stesso di smetterla di pregare, ma non lo vedo che è ridicolo? Non funziona, visualizzo perfettamente, ma mi ignoro e continuo a pregarmi.</p>
<p>Non serve a niente stare con gli occhi sgranati, sdraiato in questo letto e così mi alzo, mi vesto ed esco. Cammino pesantemente, di notte; mi trascino per le strade della città, la cerco, tra rumori e rumori e non la trovo. I visi stanchi, annoiati, il rumore dei tacchi e i fiori colorati. I visi tristi alle fermate. È ovunque, invece, lo capisco ora: la sento, la vedo, la trovo. È nei visi stanchi e annoiati della gente, nel rumore dei tacchi e nei fiori colorati, nei visi tristi alle fermate. È qui, con me, come non lo è mai stata prima. La vedo. Corre e la rincorro, la fermo, si schiaccia contro il muro, sono dietro di lei, si schiaccia di nuovo contro il muro, con la faccia, è viva. La tocco, la fermo, la trattengo. Danziamo, tra le urla, le risate, i colpi di tosse. Tre passi indietro, non mi toccare. Indossa un vestito nero con fiori rossi e scappa via, senza far rumore. La tengo con la corda che le stringe la vita, la tiro verso di me, scappa via da me, la tiro verso di me, mollo la corda e scappa via. La rincorro, cade a destra, la raccolgo, cade a sinistra, la raccolgo, si gira, ruota, trema, prendiamo a calci l’acqua finché non siamo stanchi. Le mani tra i capelli, si strofina le mani contro il viso, sale su di me, i piedi nudi, tre passi su di me seduto, si arrampica, i piedi ancora più nudi, il vestito lungo, rosa pallido. I piedi nudi nella neve, come piaceva tanto a sua madre, i piedi nudi sul palco, come piace tanto a me. Gli arti si trasformano, non sono più arti, non ci sono parti, pezzi: è un tutt’uno che scivola e ruota e vola, nuota, piove e ci mescoliamo, giriamo come trottole, l’acqua sul vestito che è appiccicato alla pelle e fa parte di noi, salta. Viaggiamo all’interno dell’uomo e scappiamo via. Calpestiamo i fiori, questi mille fiori finti, insieme. La prendo con due mani e la lancio in aria, e lei mi urla: chi sei? Sono io, dico io, e la riprendo. È difficile, siamo sinceri, mi dice lei, tu non sei sincero. Io lo sono, dice lei. Ma tu no. Io no, non ci riesco. Chi sei?, mi chiede. Sono io, non piace. Mi chiede: sai chi sei? Le dico: sì, certo che so chi sono. Mi dice: no, sii sincero. Ti vergogni? Sì, dico io, ma penso: forse, non lo so. Siamo noi due, fidati, che cosa provi? Non lo so. Pensaci. Non lo so, urlo, e preferivo guardarla in internet. Paura, dico, alla fine. Perfetto, dice, fammela vedere. Non ci riesco, provaci, non ci riesco, provaci, danzala, non ci riesco, danzala: ci riesco. Sai chi sei? Sì. Hai paura? Sì. Sai chi sei? Sì. Sai chi sei? Sì. Fammi vedere la tua paura, le faccio vedere la mia paura, danzo, mi chiede: sai chi sei? Le dico: no. Fammi vedere che non lo sai. Danza. Danzo. Glielo faccio vedere, che non so chi sono. Mi chiede: di che cosa sei orgoglioso? Mi accascio a terra. Di niente, le dico. Sei stato sincero, mi dice, lo vedi? Sì, lo vedo, le dico. È faticoso?, mi chiede. Sì, lo è, le dico. La odio, penso.</p>
<p>Mi tocca, è diventata terra e mi entra negli occhi. Che fai, piangi?, mi chiede. È normale, mi dice, non ti preoccupare. È che non ci sei più, dico. Che cosa ti muove?, mi chiede. Dove vai?, le chiedo. C’è una forza che porta la fronte a terra e ti fa cadere, le dico, ti ferma un attimo prima, mi dice. Ne senti l’odore, diciamo. È fiducia? Provo troppo, le dico. Viene da dentro?, mi chiede. È nodosa e vive ancora, penso.</p>
<p>Parla italiano, nessun italiano.</p>
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