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	<title>rap &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Da Bizet a Twitter. Stromae e una variazione sulla Carmen</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2015 05:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[adattamento]]></category>
		<category><![CDATA[Carmen di Bizet]]></category>
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					<description><![CDATA[di Ornella Tajani Quoi du reste, ici, maintenant, d&#8217;une Carmen? A blank parody, una parodia vuota: così Fredric Jameson definisce il pastiche, una forma prodotta dal desiderio destoricizzante dell’epoca postmoderna, che consisterebbe in un rimaneggiamento di materiali già noti privo di qualsiasi carica satirica. Non è dello stesso avviso Linda Hutcheon, che in varie sue [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Quoi du reste, ici, maintenant, d&#8217;une Carmen?</em></p>
<p><em>A blank parody</em>, una parodia vuota: così Fredric Jameson definisce il pastiche, una forma prodotta dal desiderio destoricizzante dell’epoca postmoderna, che consisterebbe in un rimaneggiamento di materiali già noti privo di qualsiasi carica satirica. Non è dello stesso avviso Linda Hutcheon, che in varie sue opere (fra cui <em>The Politics of Postmodernism</em>, 1989, e <em>A Theory of Adaptation</em>, 2006) evidenzia il potere sovversivo di ogni forma di adattamento, parodico ma non solo, e dunque si oppone anche alla concezione jamesoniana del pastiche. Per Hutcheon, il pastiche è una forma estetica che rientra nella stessa costellazione semantica dell’adattamento; quest’ultimo è un procedimento che consente di smuovere le vecchie opinioni precostituite, i clichés consolidati, rimescolando temi e stili e così fornendo nuova linfa a motivi già noti. Il pastiche <em>de-doxifies</em>, si può dire riciclando un termine caro a Hutcheon. Nelle conclusioni al volume del 2006, la studiosa si preoccupa di precisare cosa <em>non</em> è adattamento: una citazione breve, o un accenno a un motivo musicale noto. La caratteristica dell’adattamento sta nel suo essere una ripetizione senza duplicazione: l’ipotesto, cioè il testo originario, per usare la terminologia di Genette, deve essere riconoscibile ma deve al contempo generare qualcosa di nuovo.</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="UKftOH54iNU"><iframe title="Stromae - carmen (Clip Officiel)" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/UKftOH54iNU?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>In un articolo che contiene quattro letture della Carmen, lo studioso H.M. Leicester afferma che, a un livello imparagonabile a tutte le altre, l’opera di Mérimée prima e di Bizet poi si è fatta discorso, cioè si è espansa nel corso di quasi due secoli inglobando molteplici interpretazioni, immagini, teorie, stereotipi: forse perché il suo personaggio continua a possedere un elevato potenziale di ambiguità, e dunque resta camaleontico. Che se ne voglia porre in risalto il carattere etnico, l’indole ribelle o il fascino fuori del comune, Carmen continua a rappresentare la <em>otherness</em> e dunque continua a prestarsi a molteplici adattamenti e pastiche, superando la selezione culturale imposta dai tempi e ispirando riletture culturospecifiche.<br />
La Carmen del cantante belga Stromae fa parte del suo ultimo album <em>Racine carrée</em>; il videoclip è uscito il 1 aprile 2015 ed è diretto da Sylvain Chomet, il regista di <em>L’illusionista</em> e <em>Appuntamento a Belleville</em>. A un primo ascolto, niente di particolarmente originale: il pezzo sfrutta una delle arie più famose dell’opera di Bizet, <em>L’amour est un oiseau rebelle</em>, cioè la Habanera, e lo rimpasta con influenze elettroniche e pop-rap. L’esperimento di fare del rap sulla Carmen è talmente poco nuovo che nel 2001 era già uscito <em>Carmen: A Hip Hopera</em>, un film musicale e completamente rap di Robert Townsend, con protagonista Beyoncé. Quest’ultimo, secondo Hutcheon, si ispirava molto anche al film adattamento del ’54, <em>Carmen Jones</em>, che già prevedeva una trasposizione della narrazione in tempi e luoghi affatto differenti rispetto all’opera di Bizet; inoltre, guardando alcuni dei video presenti su YouTube, si fa fatica a riconoscere la traccia anche soltanto musicale dell’ipotesto, che invece, come detto, è una delle qualità di un buon adattamento. Non così nel caso del pezzo di Stromae, che riprende la melodia e alcuni dei versi del brano originale decontestualizzando la narrazione e citando il personaggio di Carmen soltanto nel titolo. Il cantante dà vita a un ipertesto che non solo rappresenta «an acnkowledged transposition of a recognizable other work», ma anche «a creative and an interpretive act of appropriation» e «an extended intertextual engagement with the adapted work». Sintetizzando nella sua Carmen le tre caratteristiche dell’adattamento stilate da Hutcheon, Stromae lavora alla melodia e al testo in modo da tessere una dialettica di rimandi, creando in questo modo un ipertesto che dialoga con il proprio ipotesto.<br />
Vediamo la prima strofa:</p>
<p style="text-align: left;">L’amour est comme l’oiseau de Twitter                                       <em>L’amore è come l’uccellino di Twitter</em><br />
On est bleu de lui, seulement pour 48 heures                            <em>Ci piace da morire, solo per 48 ore</em><br />
D’abord on s’affilie, ensuite on se follow                                     <em>Prima ci iscriviamo, poi ci followiamo</em><br />
On en devient fêlé, et on finit solo                                                <em>Ne andiamo matti e finiamo da soli</em><br />
Prends garde à toi !                                                                       <em>Stai in guardia!</em></p>
<p>L’incipit, salvo lo scarto finale, è il medesimo dell’aria di Bizet, nella quale Carmen prende la parola per la prima volta e, mentre canta un inno alla bellezza e alla imprevedibilità dell’amore, al contempo mette in guardia dal pericolo in cui incorre chi si innamora di lei; naturalmente non è difficile scorgere nel metaforico <em>oiseau rebelle</em>, impossibile da addomesticare, una personificazione della stessa protagonista dall’indole selvatica e irrequieta.<br />
Stromae invece trasforma l’uccello ribelle nell’uccellino azzurro che è il simbolo di Twitter, un servizio di networking in cui gli scambi sono particolarmente rapidi: con l’allitterazione affilie/follow/fêlé/finit, l’autore sintetizza le dinamiche da social attraverso le quali tutto, incluso l’amore, si esaurisce nel giro di poche ore. Il bersaglio del pezzo è proprio la plastificazione di sentimenti e identità che si verifica quando la addiction per i social è massiva: <em>Prends garde à toi</em>, avverte Stromae, riprendendo le stesse parole di Carmen, la quale mirava invece a mettere in guardia Don José e il pubblico dai pericoli della passione, un <em>enfant de Bohême</em> senza legge, imbrigliabile.<br />
La denuncia di Stromae non ha nulla di nuovo e si limita a cavalcare l’onda della critica ai social, mostrando, anche attraverso il video, l’incapacità ad amare cui l’alienazione da smartphone può portare: nel videoclip, il cartone animato del cantante è perseguitato da un uccello azzurro che diventa sempre più grosso e cattivo man mano che ci si avvicina alla fine, e sempre più ingombrante nella relazione d’amore del protagonista, della quale seguiamo le tappe. L’efficacia del pezzo sta secondo me nell’aver scelto, per una implicita rivendicazione di una emotività autentica, da ricercarsi al di fuori dello schermo, e per una denuncia della latitanza dei sentimenti dalla quotidianità attuale, proprio un’aria celebre a livello mondiale per essere un inno all’amore. La costruzione del pastiche è dunque perfettamente speculare e non delude le aspettative cui dà vita quel primo verso simmetrico e incisivo: dall’amore ribelle, indomabile, all’amore ai tempi di Twitter. Dal cliché di una Spagna incandescente al ritornello dell’apatia da schermo. Dal pericolo della passione bruciante a quello della dipendenza da un apparato telematico che divora.<br />
Lo svilimento dei rapporti umani si accompagna all’alienazione da consumismo, cui la <em>addiction</em> da social network non è estranea: così in questa Carmen l’<em>enfant de Bohême</em> diventa un <em>enfant de la consommation</em>, che pretende sempre più scelta e per il quale la legge del mercato vale anche nel campo dei sentimenti.<br />
«Quest’uccello del malaugurio, se c’è bisogno lo metto in gabbia», tuona il protagonista contro la fidanzata, mentre il grosso animale azzurro troneggia ormai nel letto in mezzo a loro, e qui c’è proprio un ribaltamento, poiché la Carmen di Bizet nell’ultimo atto dichiara: «Jamais Carmen ne cédera. Libre elle née, libre elle mourra». Si parla di libertà e prigionia: il verso «tu crois l’éviter, il te tient» (pensi di scansarlo, lui ti tiene in pugno), che nel brano di Bizet si riferisce all’amore, con Stromae ha per protagonista Twitter. Carmen muore libera, e nel suo caso la «comunità» in cui vive e cui non vuole rinunciare, ossia quella gitana, è il simbolo stesso di questa libertà. Tutt’altro caso è invece quello del pezzo di Stromae e della sua community sociale che rende schiavi: dopo una corsa verso il precipizio in cui il cantante cavalca <em>l’oiseau Twitter</em> insieme, fra gli altri, a Obama e alla regina Elisabetta, risuonano le ultime parole indirizzante all’amante: « Un jour tu verras, on s’aimera/Mais avant on crèvera tous, comme des rats» (Vedrai, un giorno ci ameremo/Ma prima creperemo tutti, come topi).<br />
L’operazione di Stromae ha un gusto decisamente postmoderno e si rivela un buon esempio di pastiche, una forma indefinibile e contraddittoria che amalgama, cita, ironizza omaggiando. Lo stesso Genette, nel suo pur dettagliatissimo studio strutturalista <em>Palimpsestes</em> sulla transtestualità, si ritrova spesso a rivederne la definizione; con lui anche il più convenzionale esempio di pastiche, ossia l’imitazione dichiarata dello stile di un autore (gli esercizi di stile <em>À la manière de</em>), cambia nome ed è definito <em>charge</em>, caricatura. Eppure, quando nel finale affronta un breve excursus nel campo musicale, Genette ammette che con l’opera lirica il discorso transtestuale diventa particolarmente complesso.<br />
La verità è che forse oggi occorre distinguere il pastiche letterario “classico”, proustiano, una forma che per l’autore della <em>Recherche</em> rappresentava una varietà di lettura critica e che era incentrato sull’imitazione dello stile di un autore (vedi i <em>Pastiches</em> editi da Marsilio a cura di Giuseppe Merlino), dal pastiche inteso in senso postmoderno; è in questa direzione, mi sembra, che vanno alcuni studi più recenti, come <em>Pastiche: Cultural memory in Art, Film, Literature</em> di Ingeborg Hoeste, la quale definisce questa forma «a blend of differents ingredients», riprendendo il riferimento culinario all’etimologia del «pasticcio» italiano. Da un lato, dunque, il pastiche che è imitazione di un autore o un’opera celebri; dall’altro un mélange di elementi presi in prestito da testi preesistenti.<br />
La Carmen di Stromae non è un vero adattamento perché non duplica la storia della protagonista originale; ma è un pastiche che ha alcuni elementi in comune con l&#8217;adattamento delineato da Hutcheon, perché sovverte convinzioni e aspettative del pubblico, sia formalmente (dal registro operistico al rap), sia dal punto di vista del contenuto (il tema dell’amore è declinato in tutt’altro senso e prende altre strade). Così Hutcheon conclude il suo discorso: «Evolving by cultural selection, traveling stories adapt to local cultures, just as populations of organisms adapt to local environments». Possiamo dire che Stromae firma un pastiche geoculturale della sommaria eppur indimenticabile filosofia dell’amore cantata da Carmen nella Habanera; ed è singolare pensare che già per Bizet questa aria musicale fosse il rimaneggiamento di una Habanera composta circa dieci anni prima da Sebastian Iradier, il quale l’aveva intitolata «El arreglito», ossia «L’arrangiamento» in spagnolo; dal punto di vista della melodia, il pezzo di Stromae sarebbe dunque un adattamento al cubo.<br />
Seguendo quel «perverso impulso di de-gerarchizzazione» da cui Hutcheon si dichiara mossa nella sua <em>Theory of Adaptation</em>, forse anche il pezzo di Stromae finisce con l’allargare le maglie del discorso ormai vastissimo sulla Carmen.</p>
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		<title>Parole per un rap</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jan 2014 07:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Gian Pietro Fiorillo]]></category>
		<category><![CDATA[pazzi]]></category>
		<category><![CDATA[rap]]></category>
		<category><![CDATA[risperdal]]></category>
		<category><![CDATA[zyprexa]]></category>
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					<description><![CDATA[Di Gian Pietro Fiorillo &#160; io sono pazzo, pazzo / io sono pazzo tutto anzi strapazzo / se mi strapazzo troppo mi sollazzo / ma poi mi giro e dormo o parto a razzo / io sono pazzo, pazzo / e parlo per parlare e mi sbarazzo / del mondo, e con che furia / [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center">Di <strong>Gian Pietro Fiorillo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">io sono pazzo, pazzo / io sono pazzo tutto anzi strapazzo / se mi strapazzo troppo mi sollazzo /</p>
<p align="center">ma poi mi giro e dormo o parto a razzo / io sono pazzo, pazzo / e parlo per parlare e mi sbarazzo / del mondo, e con che furia / gli faccio le boccacce / rendo pane raffermo per focacce / e gli spacco la faccia, sono feccia / e freccia sono e arco / non vado in nessun posto ma dove vado sbarco / occupo e sbanco e gioco / e prendo il banco / io sono a un tempo spendaccione e parco / spendo il mio tempo inutilmente e calco / come scena la vita come un palco / e per cortili inutili scorrazzo</p>
<p align="center">fra i debosciati vivo del palazzo / ma dopo torno a casa e lì sferruzzo / con i libri proibiti e se mi faccio il mazzo / non te lo vengo a dire non capisci / che studio tutto il giorno e che m’ammazzo / che ci vuoi fare / che ci vuoi fare / che ci vuoi fare / sono pazzo, pazzo / sono solo un ragazzo / e sono sano / e sano / e sano / e sano / e sano / come un pazzo</p>
<p align="center"><i>(coro) sapete noi pazzi non siamo / la brutta impressione che diamo / eppure non siamo neppure / le sterili miti creature / che fanno la questua d’amore / non siamo neppure un cartello / per fare il dottore più bello / credeteci abbiamo un cervello / ed un cuore / proviamo la gioia / proviamo il dolore / sappiamo perfino pensare / diverso dall’operatore / di cui non sappiamo che fare / ma non glielo diamo a vedere / avrà pure lui da campare / di questo suo porco mestiere</i></p>
<p align="center">e sono pazzo sono perché urlo / mi burlo dei cazzoni ma non ciurlo / nel manico e denuncio chi lo fa  / e sono pazzo pazzo se sul prato  / mi distendo e m’addormo anzi beato  / dopo avere affogato in piscina l’avvocato / e il giudice pirlato  / che venne ad interdirmi / l’ho frullato col girmi / e sono pazzo pazzo sulla spiaggia / non me ne frega un cazzo della pioggia / a dire il vero detesto la bambagia / perché mi fa venir la pappagorgia / e sono pazzo e sono pazzo e grido / e rido se il destino mi minaccia / con il suo ghigno spastico mi abbaia / come un mastino mastico la ghiaia / ma poi basta un festino ed è bonaccia / del grugno del destino me ne frego / dico a me gli occhi plìs così lo strego / e la morte per me è soltanto un segno / è finita la gara e incomincia il convegno / contegno / contegno / contegno / ragazzi / marionette / giovani donne e vecchi ve ne prego</p>
<p align="center">/ mantenete il contegno / nel giorno del trapasso ad altro Regno</p>
<p align="center"><i> </i></p>
<p align="center"><i>(coro) sapete noi pazzi non siamo / la brutta impressione che diamo / eppure non siamo neppure / le sterili miti creature / che fanno la questua d’amore / non siamo neppure un cartello / per fare il dottore più bello / credeteci abbiamo un cervello / ed un cuore / proviamo la gioia / proviamo il dolore / sappiamo perfino pensare / diverso dall’operatore / di cui non sappiamo che fare / ma non glielo diamo a vedere / avrà pure lui da campare / di questo suo porco mestiere</i></p>
<p align="center">io sono pazzo e passo giù in cantina / perché quel topo nero si avvicina / l’avevo chiuso in frigo stamattina / mi porge qualche cosa una mentina / ma no non è una menta è medicina / io sono un pazzo passero lo vedi / sono solo una pezza per i piedi / sono il divanoletto su cui siedi / prendo le medicine e il corpo puzza / in pochi mesi moltiplica la stazza / e sono pazzo e pazzo anche di più</p>
<p align="center">se prendo lo zyprexa e il risperdal / se mescolo la merda che mi date  / con la droga da strada e le fottute / che d’ogni tipo e prezzo voi spacciate / dietro la protezione della scienza / che serve solamente / per lavarvi la coscienza / son malato di mente / e di cervello / perché il cervello voi me lo ammalate / con l’aloperidolo e l’aripiprazolo / con altre terapie poi mi ammaliate / mi bidonate</p>
<p align="center">ma con un po’ di coca mi riprendo / e vado al lungofiume quando è notte / preferisco le botte</p>
<p align="center">a quei cancelli chimici che mi somministrate / cimici sottopelle che iniettate / che ci rendono bestie maltrattate / e che ci fanno urlare / urlare / urlare / urlare / e piangere e pisciare dentro al letto / scappare e rifugiarsi nella pancia dell’orsetto / pisciare con i cani sul muretto / se mi venite a prendere mi getto / da questi cinque piani ora mi butto / e non è ancora tutto nossignori / nostra dama è la donna di dolori</p>
<p align="center"><i> </i></p>
<p align="center"><i>(coro) sapete noi pazzi non siamo / la brutta impressione che diamo / eppure non siamo neppure / le sterili miti creature / che fanno la questua d’amore / non siamo neppure un cartello / per fare il dottore più bello / credeteci abbiamo un cervello / ed un cuore / proviamo la gioia / proviamo il dolore / sappiamo perfino pensare / diverso dall’operatore / di cui non sappiamo che fare / ma non glielo diamo a vedere / avrà pure lui da campare / di questo suo porco mestiere</i></p>
<p align="center">io sono pazzo cazzo / cazzo cazzo cazzo cazzo – e stracazzo / io sono pazzo tutto anzi strapazzo / se mi strapazzo troppo mi sollazzo / ma poi mi giro e dormo e vaffanculo al cazzo / io  sono pazzo pazzo / dico le parolacce sul terrazzo / le grido al tutto il mondo e non m’ammazzo</p>
<p align="center">/ di vino ho sempre piene le borracce / rendo pane raffermo per focacce / e se mi stai sul cazzo io ti spacco la faccia / e sono feccia / sono letame e scarico di cuccia / se posso mi nascondo nel soppalco / quando vengono a prendermi / li scalcio e li scappuccio / e divento invisibile / come carta velina / e divento risibile / come carta di riso / e divento irascibile / come il vento che infuria / e che sfotte la gente troppo seria / e i poveri impiegati disgraziati / che credono d’averci ammortizzati / e i pavidi infermieri / che non lo sanno e sono / solo carabinieri / io sono pazzo cazzo / io per cortili inutili scorrazzo / fra i debosciati vivo del palazzo / frequento case chiuse per far piacere al cazzo / ma dopo torno a casa e lì sferruzzo / con i libri proibiti e se mi faccio il mazzo / non te lo vengo a dire non capisci / che studio tutto il giorno e che m’ammazzo / che ci vuoi fare / che ci vuoi fare</p>
<p align="center">/ che ci vuoi fare / sono pazzo e cazzo / sono solo un ragazzo / e sono sano / e sano / e sano / e sano / e sano / come un pazzo <i></i></p>
<p align="center"><i> </i></p>
<p align="center"><i>(coro) sapete noi pazzi non siamo / la brutta impressione che diamo / eppure non siamo neppure / le sterili miti creature / che fanno la questua d’amore / non siamo neppure un cartello / per fare il dottore più bello / credeteci abbiamo un cervello / ed un cuore / proviamo la gioia / proviamo il dolore / sappiamo perfino pensare / diverso dall’operatore / di cui non sappiamo che fare / ma non glielo diamo a vedere / avrà pure lui da campare / di questo suo porco mestiere</i></p>
<p align="center">e sono pazzo sono perché urlo / mi burlo dei cazzari ma non ciurlo / e sono pazzo pazzo se sul prato / mi distendo e m’addormo anzi beato / io sotterro in giardino l’avvocato / dopo averlo affogato in piscina / e il giudice cretina / che venne ad interdirmi / l’ho frullata credetemi col girmi</p>
<p align="center">/ e l’ho mandata / a cercare il nirvana con i vermi / e sono pazzo pazzo sulla spiaggia / detesto la violenza e la distanza / fanno cagare i medici con la condiscendenza / stampata sulla faccia / io faccio breccia / per quei pochi tatuaggi sulle braccia / per i capelli lunghi con la treccia / perché mangio il briccino e me la rido / del chimico frustino che mi danno / in vena e alla capoccia fanno danno / danno / danno / fanno / Gesù perdona loro se non sanno / non me ne frega un cazzo detesto la bambagia / perché mi fa venir la pappagorgia / e sono pazzo e sono pazzo e grido / e rido se il destino mi minaccia / con il suo ghigno spastico mi abbaia / come un mastino mastico la ghiaia</p>
<p align="center">/ ma poi basta un festino ed è bonaccia / del grugno del destino me ne frego / dico a me gli occhi plìs così lo strego / e la morte per me è soltanto un segno / è finita la gara e incomincia il convegno / contegno / contegno / ragazzi marionette / giovani donne e vecchi ve ne prego / mantenete il contegno / nel giorno del trapasso ad altro Regno / io sono pazzo e passo / giù in cantina / perché quel topo nero si avvicina / l’avevo chiuso in frigo stamattina / mi porge qualche cosa una mentina / io sono un pazzo passero lo vedi / sono solo una pezza per i piedi / prendo le medicine e il corpo puzza / in pochi mesi moltiplica la stazza / e sono pazzo e pazzo anche di più / se prendo lo zyprexa e il risperdal / se mescolo la merda che mi date / con la droga da strada – e puttanate / che d’ogni tipo e prezzo voi spacciate / dietro la protezione della scienza / che serve solo per lavarvi / la coscienza / son malato di mente / e di cervello / perché il cervello voi me lo ammalate / con altre terapie poi mi ammaliate / mi bidonate</p>
<p align="center"><i> </i></p>
<p align="center"><i>(coro) sapete noi pazzi non siamo / la brutta impressione che diamo / eppure non siamo neppure / le sterili miti creature / che fanno la questua d’amore / non siamo neppure un cartello / per fare il dottore più bello / credeteci abbiamo un cervello / ed un cuore / proviamo la gioia / proviamo il dolore / sappiamo perfino pensare / diverso dall’operatore / di cui non sappiamo che fare / ma non glielo diamo a vedere / avrà pure lui da campare / di questo suo porco mestiere</i></p>
<p align="center">io sono pazzo e kazzo con la kappa / quando m’inkazzo picchio con la zappa / io sono un verme amici e datemi la pappa / in fondo sono solo lo smandrappa / sono un bambino piccolo che scappa</p>
<p align="center">/ benché quello che vuole lui ce l’abbia / ma sa giocare solo a far castelli / di rabbia / rabbia / rabbia / rabbia / rabbi / rab / ra / r / rap / rapì / rapito</p>
<p align="center"><i> </i></p>
<p align="center"><i>(coro) e rapirono il pazzo tra la folla </i>/ <i>ne fecero un pupazzo con la colla </i>/ <i>lo appesero al reparto psichiatrico </i>/ <i>e dissero alla madre non è niente </i>/ <i>è malato di mente </i>/ <i>ne faremo un perfetto demente </i>/ <i>ve lo restituiremo </i>/ <i>entro quindici giorni </i>/ <i>improrogabilmente </i></p>
<p align="center">/ <i>sapete, spiegava il dottore </i>/ <i>non contano i sogni o il dolore </i>/ <i>è solo questione </i>/ <i>di neurotrasmissione </i>/ <i>il giovane l’ha squilibrata </i>/ <i>non gliela faremo bilanciata </i>/ <i>i pazzi sapete non sono </i>/ <i>del tutto diversi da un sano </i>/ <i>è solo che sono malati </i>/ <i>ma noi ve li diamo guariti </i>/ <i>diciamolo fanno impressione </i>/ <i>se sbavano un poco e il tremore </i>/ <i>non deve turbarvi in eccesso</i> / <i>abbiamo dei farmaci adesso </i>/ <i>che fermano il battito stesso </i>/ <i>del cuore </i>/<i> talvolta il malato poi muore / però posso dirvi in coscienza / che questo prescrive la scienza / signora noi siamo soltanto / dei medici ancora il trapianto / non c’è del cervello / di certo sarebbe più bello / col bisturi e con il coltello / e il trapano appeso a tracolla / però con la chimica odierna / facciamo miracoli, senta / se ce lo dà in pasto due giorni / facciamo che il pazzo / non torni mai più / ad essere il pazzo che fu</i></p>
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		<title>Apocalissi quotidiane &#8211; a Monza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 15:08:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Kaos One]]></category>
		<category><![CDATA[Poesiapresente]]></category>
		<category><![CDATA[rap]]></category>
		<category><![CDATA[Regie Gisbon]]></category>
		<category><![CDATA[Slam Poetry]]></category>
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					<description><![CDATA[GIOVEDì 04 MARZO ALLE ORE 21 presso il Teatro Binario 7 &#124; via Turati 8, piazza Castello, Monza (di fianco alla stazione FS) “APOCALISSI QUOTIDIANE” Regie Gibson (USA), reading -prima assoluta- Kaos One (MI), intervista e lectio magistralis &#8211; + MONZA POETRY SLAM: slammers vs rappers Chiara Daino (GE), Adriano Padua (RG), Scarty (MB), Sparajurij [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>GIOVEDì 0<strong>4 MARZO</strong> ALLE ORE <strong>21</strong><br />
presso il <strong>Teatro Binario 7</strong> | via Turati 8, piazza Castello, <strong>Monza</strong>  (di fianco alla stazione FS)</p>
<p>“APOCALISSI QUOTIDIANE”<br />
<strong>Regie Gibson</strong> (USA), reading -prima assoluta-<br />
<strong>Kaos One</strong> (MI), intervista e lectio magistralis &#8211;<br />
+ <em>MONZA POETRY SLAM</em>: slammers vs rappers<br />
Chiara <strong>Daino</strong> (GE), Adriano <strong>Padua</strong> (RG),  <strong>Scarty</strong> (MB), <strong>Sparajurij Lab</strong> (TO), <strong>Vaitea</strong> (MI)</p>
<p>è un evento di <em>Poesiapresente</em></p>
<p>Questo evento sarà una serata di ordinaria apocalisse.<br />
L’idea di porre a confronto i mondi del poetry slam e del rap si è sviluppata partendo da “IncastRImetrici vol. 2” (Arcipelago Edizioni, Milano 2010) a cura di Marco Borroni, antologia sui linguaggi metropolitani che accosta e analizza questi due fenomeni artistico-letterari.<br />
<span id="more-31530"></span><br />
Ad unire Regie Gibson, Kaos One e il Monza Poetry Slam 2010, il carattere apocalittico delle composizioni che attraversa le scene di vita quotidiana narrate.</p>
<p>Regie Gibson, (qui un assaggio video http://www.youtube.com/watch?v=si2Bm245-CM) carismatico poeta e performer statunitense, tra i più rinomati a livello internazionale, coinvolgerà il pubblico con i suoi versi e il suo canto afroamericano. Conosciuto in Italia, nella sua unica apparizione, come vincitore del “Big Boat Poetry Slam” dell’International Absolute Poetry Festival di Monfalcone nel 2008, ritorna in Italia presentando per la prima volta un corpus significativo della sua produzione poetica (traduzioni di Anna Castellari).</p>
<p>L’altra special guest della serata sarà Kaos One (http://www.myspace.com/onekaos), al secolo Marco Fiorito, classe ‘71. Formatosi musicalmente in seguito alle precedenti esperienze, prima come Breaker poi come Writer, è stato ed è tuttora, indiscutibilmente, uno dei più apprezzati nonché longevi artisti che il panorama HipHop italiano abbia mai avuto. Kaos presenterà, come mai aveva fatto finora, una lectio magistralis, rigorosamente underground, sulla sua ricerca di scrittura (introduce Marco Borroni).</p>
<p>A chiudere il Monza Poetry Slam 2010: “sfida” a colpi di versi tra poeti e rapper italiani. Ospiti cinque voci nazionali, tra le più rappresentative ed emergenti nei propri rispettivi ambienti. Sarà il pubblico, come sempre accade in uno slam, a decidere il vincitore.</p>
<p>http://www.poesiapresente.it <http ://www.poesiapresente.it/>  info@poesiapresente.it<br />
347/0685951 – 340/2880586</p>
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		<title>Uomo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Feb 2006 13:30:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[mondo marcio]]></category>
		<category><![CDATA[rap]]></category>
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					<description><![CDATA[di Michele Monina [Il trasloco di Michele Monina pare biblico. E’ per questo che, di comune accordo, abbiamo deciso di pubblicare il suo articolo uscito su Diario il 20 gennaio scorso, al posto di un pezzo scritto apposta per NI. Per, diciamo, placare i sensi di colpa nei confronti di Andrea Barbieri, che chiedeva delucidazioni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Michele Monina</strong></p>
<p><a class="imagelink" title="milano_jam" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/Milano_Jam.jpg"><img decoding="async" id="image1744" height="83" hspace="5" vspace="5" align="left" alt="milano_jam" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/Milano_Jam.thumbnail.jpg" /></a></p>
<p><em>[Il trasloco di Michele Monina pare biblico. E’ per questo che, di comune accordo, abbiamo deciso di pubblicare il suo articolo uscito su</em> Diario <em>il 20 gennaio scorso, al posto di un pezzo scritto apposta per NI. Per, diciamo, placare  i sensi di colpa nei confronti di Andrea Barbieri, che chiedeva delucidazioni sul fenomeno Mondo Marcio in un suo commento (</em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/01/05/dentro-una-scatola/" target="_blank"><em>qui</em></a><em>); sperando così di captare la sua benevolenza. Sicuramente non riuscendoci. G.B. ;-) ]</em></p>
<p>Milano, città del fumo. L’incontro con Mondo Marcio avviene in un angolo di strada, come dentro il testo di una sua canzone. È mezzogiorno, e ci si incontra per una colazione da <em>Spizzico</em>. Fuori è arrivata la prima neve, a rendere più ovattato il traffico prenatalizio di Corso Buenos Aires.</p>
<p><span id="more-1741"></span>Oggi la città del fumo e un po’ meno grigia del solito, mi viene da pensare, mentre dal cd player escono le note di <em>Dentro la scatola</em>, primo singolo di <em>Solo un uomo</em>, album con cui il giovane rapper milanese debutta per una major, la Virgin, dopo l’esordio avvenuto due anni fa con una piccola etichetta indipendente. Mondo Marcio arriva all’appuntamento col giornalista, cioè con me. È inconfondibile, nonostante sia imbacuccato per il freddo con una gigantesca giacca a vento nera e un cappello di lana che ne lascia a malapena intravedere gli occhi. Ho davanti questo ragazzotto di appena diciannove anni alto circa un metro e novanta dalla voce profonda che mi chiede se prendo un caffé o un pezzo di pizza, dimostrazione che artista e giornalista sono spesso regolati su fusi orari differenti, per lui la colazione è la prima colazione, per me è il pranzo.<br />
“Uomo, tra pochi giorni parto per Los Angeles, vado a registrate il mio primo video. A Los Angeles, uomo&#8230;” Uomo. Mondo Marcio mi chiama uomo, mentre mi parla davanti a un bicchiere di carta pieno di caffè americano (una vera schifezza, sia chiaro). Ha senso, visto che ho esattamente il doppio dei suoi anni, e probabilmente sono più vecchio dei suoi genitori. Ma Mondo Marcio non mi chiama Uomo per questioni anagrafiche, né per scimmiottare lo slang dei suoi colleghi americani. Questo l’ho capito già anni fa, quando il suo nome ha cominciato a farsi largo, con violente spallate,  nella schena hip-hop di Milano. Mondo Marcio, così si è sempre fatto chiamare, anche in quelle sue prime esibizioni in freestyle, era un ragazzino che si faceva notare come una mosca bianca nel marsma omologato del <em>Chiringuito</em> (locale dalle parti di via Farini), nelle serate Show Off, quelle organizzate da Bassi Maestro e da Rido. Lo si notava non solo per il suo essere così giovane, ma soprattutto perché dava l’aria di essere un solitario, uno che aveva trovato nel rap una via di salvezza a una vita altrimenti segnata. E in più lo si notava per le sue rime, sempre affilate, compatte come un muro, pronte a sperimentazioni verbali e stilistiche.<br />
“L’altro giorno è uscito un pezzo sul <em>Corriere della Sera</em> che parla di me,” prosegue, mentre addenta una Margherita. “Mia madre ha ritagliato l’articolo e l’ha attaccato al frigo con una calamita, e anche i tipi della <em>Virgin</em> si sono esaltati. Peccato che da quel pezzo io esca come una specie di ragazzo difficile con la chitarra in mano. Pensa, dicono che canto la vita di strada&#8230; e poi mi chiamano per nome, anche nella foto c’è scritto il mio nome, mica Mondo Marcio&#8230;” Siamo a inizio dicembre, e già sta cominciando il lancio dell’album, Solo un uomo, che uscirà solo a fine gennaio. Potere delle major, e di un artista che è riuscito a farsi ben volere da discografici che fino a questo momento si sono sempre tenuti distanti dall’hip-hop, se si esclude la fortunata esperienza di Caparezza, artista in tutti casi sui generis. “Non posso assolutamente lamentarmi della Virgin, anzi. Lì mi stanno davvero coccolando. Non hanno assolutamente cercato di cambiare il mio modo di comporre, i temi delle mie canzoni. Ci hanno creduto sin dall’inizio e hanno addirittura scelto una canzone dura come Dentro la scatola come singolo, uno dei brani più tosti dell’album. A proposito, che ne pensi?” Che ne penso? Questa dell’essere fagocitati dalle major è da sempre la paura di chi, ancora giovane (sia anagraficamente che artisticamente) si affaccia nel mondo dei grandi. Una paura legittima, specie se si fa parte di una nicchia di mercato, o di quella che come nicchia di mercato viene vista da chi il mercato poi lo fa e lo disfa. <em>Dentro la scatola</em> è una canzone dura, molto dura. Lo è musicalmente, col suo incedere cupo, vagamente eminemiamo e lo è nel testo, affilato come una lama arruginita. In <em>Dentro la scatola</em> Mondo Marcio non fa sconti nel raccontare la propria storia, quella di un ragazzo cresciuto nella parziale assenza del padre, affidato alle “cure” degli assistenti sociali, passato attraverso difficoltà economiche, e approdato a poco edificanti situazioni di strada, non sempre ascrivibili nei marcati margini della legalità. Una ottima scelta, mi viene da pensare, un ottimo biglietto da visita, specie se si ascoltano anche le altre tracce di <em>Solo un uomo</em>, tutte altrettanto dirette e sincere.<br />
“La mia paura, è che la canzone uscirà come singolo per le radio il 16 dicembre (nei negozi arriverà solo il 21 gennaio, una settimana prima dell’uscita dell’album, NDR), proprio sotto Natale. E diciamo che la mia non è proprio una canzone da cantare sotto l’albero. Però è anche vero che il fatto che sia stata scelta come primo singolo dimostra che la casa discografica vuole presentarmi per quello che sono”. Ma chi è veramente Mondo Marcio, questa è la vera domanda arrivati a questo punto. “Io sono Mondo Marcio. Infatti fatico non poco a rispondere a questa domanda. Non è che abbia scelto questo nome per interpretare un personaggio. Le canzoni di questo album, Solo un uomo, così come quelle del lavoro uscito per l’etichetta indipendente o del Mixtape (sorta di album fatto in casa, tipico del rap americano, una specie di appunti in musica messi a disposizione del pubblico&#8230;), come pure quelle dei miei freestyle, parlano della mia vita, dei marci che mi circondano, delle cose che ho visto per strada, in giro per Milano. Nessuna finzione. Nessuna posa. Io sono Mondo Marcio e canto la vita di strada&#8230;” Mondo Marcio scoppia in una fragorosa risata, mentre con le braccia finge di suonare la chitarra. Il riferimento è ancora al pezzo del <em>Corriere della Sera</em>, in cui, oltre a paragonarlo a Luca Carboni, lo dipingono come una sorta di cantautore esistenziale, invece che  a un rapper di talento quale è. In realtà dovrà farci l’abitudine, se a due mesi dall’uscita dell’album la soglia di attenzione nei suoi confronti è già così alta, del resto il <em>Corriere</em> è il principale quotidiano nazionale, e non capita proprio tutti i giorni di finirci dentro. Se per la stragrande maggioranza della gente, quella che non segue la scena hip-hop, e che quindi non sa chi siano, per dire, un Fabri Fibra o i Cor Veleno (non sto qui a spiegarvi chi sono, ovviamente, ma un giro su google vi potrebbe dare una mano, in tal senso&#8230;), il rap è quello degli stacchetti “ballati” dalle veline, o intonato da Giucas Casella all’interno del reality Show <em>Il Ristorante</em>, non deve sorprendere che per descrivere un giovane talento come il suo si ricorra a paragoni con Luca Carboni, cantautore il cui universo, in realtà, sembra davvero distante da quello messo in scena da Mondo Marcio.<br />
“Spero proprio che alla gente arrivi la mia musica, le mie canzoni. Solo quelle. Le canzoni devono essere al centro dell’attenzione.” Le canzoni, in effetti sono proprio le canzoni di Mondo Marcio a colpire, come un pugno sul naso. Anche se è innegabile che, specie per chi non segue l’hip-hop, il rischio grande è che uno che racconta un mondo così ben definito, possa essere confuso come un clone di Eminem. “Io ho un grande rispetto per Eminem e tutto quello che ha fatto. Anche se io ho cominciato a fare rap ascoltando più che altro 2Pac Jay-Z, ma anche perché erano altri tempi. Allora mi sono rinchiuso in casa e ho cominciato a lavorare alle mie basi e a scrivere le mie rime. Il fatto che abbia avuto una vita difficile ha sicuramente contribuito alla composizione delle mie canzoni, visto che la mia vita è dentro le mie canzoni, ma quello che racconto è il mio mondo, non quello di Eminem&#8230; anche se non mi dispiacerebbe arrivare ad avere il suo conto in banca, perché ho un grande rispetto di chi arriva ad avere un grande conto in banca, io&#8230;” L’Eminem italiano. Questo, in effetti, è l’etichetta con cui  potrebbero vendere Mondo Marcio sul grande mercato, se quelli della <em>Virgin</em> avessero voglia e intenzione di comunicare bene l’universo complesso di questo giovanissimo artista (ha solo diciannove anni, non dimentichiamolo&#8230;). E non che essere etichettato come l’Eminem italiano sia un’offesa, è chiaro, ma le etichette servono solo a chi ha poca voglia di approfondire. A onor del vero va detto che, almeno per ora, il rischio è stato fugato da un atteggiamento piuttosto propositivo tenuto dall’etichetta di casa EMI. “Anche l’idea di girare il video a Los Angeles un po’ mi spaventa. Non perché io non voglia volare fino in California, uomo, ci mancherebbe altro, ma perché l’idea di girare con Marco Solom, che mi hanno spiegato essere uno dei migliori videomaker in circolazione, mi carica di responsabilità. Mi sembrava quasi troppo, ma se me l’hanno proposto significa che ci credono e io di loro, della Virgin, mi fido. Del resto finora si sono sempre comportati bene. Io gli ho fatto ascoltare alcune delle mie nuove canzoni, perché ne ho scritte davvero molte, e gliene ho fatte ascoltare solo una selezione. A loro sono piaciute e mi hanno affidato a un produttore esecutivo, una persona cui hanno affidato un budget per la registrazione dell’album. Allora siamo andati in uno studio di Pavia e lì sono state risuonati dal vivo gli strumenti che io avevo inciso con le macchine a casa. Poi ho registrato le voci, ho avuto alcuni ospiti, come Torme o Fish, e abbiamo finito il lavoro. Le basi le ho prodotte tutte io, tranne una che mi ha dato Fish (cortesia ricambiata dal nostro, che rappa in un brano del nuovo album dell’ex Sottotono). E in tutto questo la casa discografica si è limitata a tirare fuori i soldi, senza entrare nel merito delle canzoni, cioè senza chiedermi di cambiare le basi o di togliere alcune rime. Nessun tipo di censura, o di indicazione di stile, ma semmai incoraggiamenti e consigli, come quello di ascoltare il brano di Alberto Radius, che confesso non avevo proprio mai sentito in vita mia, che poi è diventato il motivo dominante del brano Ancora qua. In Virgin mi hanno rispettato, del resto ormai sono un loro artista, come Lenny Kravitz o Pharrel Williams&#8230;” mentre lo dice, sempre ridendo di gusto, Mondo Marcio mi fa vedere una card grigia su cui sono riportati i nomi di tutti gli artisti della casa. Anche se il suo nome è scritto tutto attaccato, inconvenienti di essere una specie di esordiente. Esordiente che invece è ben conosciuto negli ambienti dell’hip-hop, ambienti che, probabilmente, vedranno come un tradimento il suo passaggio a una major. Il solito discorso di chi si vende al mercato&#8230;<br />
“Guarda, l’ho già detto prima, io faccio le mie cose senza interferenze, situazione non sempre possibile quando si lavora in piccole realtà. In più vengo ben pagato per farlo, e visto che questo è il mio lavoro, mi sembra più che legittimo cercare di guadagnare il più possibile senza sputtanare il mio operato. Se a qualcuno non vanno bene le mie scelte, e non piacciono le mie canzoni, perché è soprattutto alle canzoni che bisognerebbe guardare quando si tratta di album, il mercato offre altre possibilità. Io sto già guardando a domani&#8230;” Un domani che vedrà Mondo Marcio impegnato in una turnè? “Ci stiamo già pensando, anche perché è da quella che arrivano i veri soldi, più date si fanno più si guadagna. E poi, magari, in futuro non mi dispiacerebbe guardare un po’ a fuori dell’Italia. Ma qui sto proprio sognando&#8230;” L’intervista finisce con queste parole. Ci salutiamo, con quella serie di gesti delle mani che mi rimangono sempre estranei, forse per questioni anagrafiche. Esco da <em>Spizzico</em> che ha già smesso di nevicare. Il traffico e lo smog hanno già reso la neve una poltiglia nera e  appiccicosa, benvenuti nella città del fumo, direbbe Mondo Marcio, strana figura mitologica, per metà Eminem e per metà Luca Carboni.<br />
<em>[La striscia a fumetti (cliccateci sopra) e tratta da </em><a href="http://www.rapper.it" target="_blank"><em>questo</em></a><em> sito.]</em></p>
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