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	<title>raul montanari &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Le interviste possibili: Raul Montanari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2015 06:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Bernardo Zannoni]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[le interviste possibili]]></category>
		<category><![CDATA[raul montanari]]></category>
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					<description><![CDATA[di Bernardo Zannoni Ho iniziato a leggere il Regno degli Amici che avevo poco da fare; tenevo il telefono staccato, non avevo appuntamenti, non volevo sentire nessuno, tantomeno me stesso. Siccome fuori c’era anche un ottimo sole, ho pensato bene di lasciarlo a chi avesse il sorriso abbastanza facile da festeggiarlo, il silenzio di casa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/MONTANARI.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft  wp-image-53575" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/MONTANARI.jpg" alt="MONTANARI" width="347" height="347" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/MONTANARI.jpg 635w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/MONTANARI-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/MONTANARI-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/MONTANARI-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/MONTANARI-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 347px) 100vw, 347px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bernardo Zannoni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho iniziato a leggere il <a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/raul-montanari/il-regno-degli-amici/978880621973">Regno degli Amici </a>che avevo poco da fare; tenevo il telefono staccato, non avevo appuntamenti, non volevo sentire nessuno, tantomeno me stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Siccome fuori c’era anche un ottimo sole, ho pensato bene di lasciarlo a chi avesse il sorriso abbastanza facile da festeggiarlo, il silenzio di casa mia era il più bello degli amanti.</p>
<p style="text-align: justify;">È un libro che non si perde in fronzoli, in arcuati giri di parole, dopo due pagine si viene scaraventati nella già scialba Milano degli anni ottanta e nell’arsura della sua estate, le facce dei protagonisti emergono dalle parole e ti si incollano agli occhi così come le situazioni a cui si prestano.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha un ritmo veloce, compatto, regolato da una punteggiatura ferrea; ogni frase lascia posto all’altra così come un capitolo incalza il seguente, si viene costretti su due binari che non possono finire che nella riga successiva e in quella dopo ancora.</p>
<p style="text-align: justify;">Se all’inizio si vive l’esperienza dell’amicizia tra un semplice gruppo di ragazzi, il ritorno a quel mondo segreto e pieno di scoperte che è l’adolescenza, la vera polveriera del romanzo è data dal personaggio di una ragazzina. Se infatti in un primo momento mi ero trovato più tra i vortici delle mie memorie giovanili che sulla storia in sé , il libro si riprende l’attenzione del lettore con un personaggio vivo, autentico, talmente genuino per come viene descritto, per come viene fatto parlare, muovere, agire all’interno della storia, che non si può non provare le stesse emozioni dei protagonisti. Lo stesso personaggio poi sarà il medesimo che spezzerà l’equilibrio della storia, che farà precipitare la trama in una lenta e dolorosa serie di eventi, che porterà ad un finale inatteso, clamoroso, ai limiti del surreale. Montanari con questo libro si dedica per la prima volta al mondo della pubertà, e se non in maniera delicata, lo fa in un modo tutt’altro che banale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Rispetto ai tuoi libri precedenti, nel Regno degli Amici ti dedichi interamente al mondo dell’adolescenza. Perché hai scelto di far muovere dei ragazzi nella tua storia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong>Anzitutto perché considero l’adolescenza l’età decisiva per la formazione dell’identità personale; penso che durante la pubertà ci si incontri con se stessi una volta per tutte, nasce il nostro vero Io, lo identifichiamo per la prima volta.</p>
<p style="text-align: justify;">In secondo luogo perché è l’età metafisica: in nessun’altra stagione della vita ci poniamo domande così radicali su noi stessi, sul destino, sulla vita. Quando si è più piccoli non si ha la lucidità necessaria, mentre da adulti il nostro rapporto con il mondo è scandito da una molteplicità di minuzie che ci distraggono dal porci delle questioni fondamentali.</p>
<p style="text-align: justify;">Per finire, l’adolescenza è anche il terreno di scontro fra l’amicizia e l’amore; la prima è basata sulla condivisione e sull’equità, il secondo invece ha una forza dirompente e si propone come sentimento di possesso esclusivo. Nel romanzo infatti, Demo vive l’amore per Valli clandestinamente, come un tradimento verso il gruppo, e questo porterà ad un evento traumatico che cambierà il tono della narrazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Rispetto ai personaggi e alla trama, appunto, si potrebbe definire il tuo libro come un’opera post-noir, ovvero il distaccarsi dalle figure tipiche del giallo per far vivere la storia a personaggi più ordinari. Quali sono i vantaggi di uscire da certi schemi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong>Non sento un particolare bisogno di staccarmi dalle figure del giallo, perché dopo aver pubblicato qualche romanzo noir negli anni novanta, mi sono dedicato a tutt’altro. La critica però ha insistito a definirmi sotto quest’etichetta, e allora ho coniato il termine post-noir proprio per indicare un superamento del genere.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giallo, come tutta la narrativa del genere, presuppone l’eccezionalità già nei personaggi (detective, assassini…) oltre a seguire schemi ben fissati (enigma-indagine-soluzione…); io racconto storie di persone normali che si ritrovano a vivere situazioni d’eccezione, dove la violenza fisica è uno dei possibili sbocchi a rapporti che oltre un certo limite diventano ingestibili. Cosa rimane del noir? Quello che storicamente l’ha preceduto: la tensione narrativa, il gusto di incollare il lettore alla pagina.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ecco, a proposito della violenza fisica, della tensione crescente nei tuoi racconti: perché fare sfociare una trama che si evolve sulle note di un amore giovane in tragedia? Perché hai scelto di far perdere l’innocenza di Demo con il sangue, piuttosto che con la scoperta del sesso?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong>Mi interessava che questa perdita dell’innocenza fosse collettiva e non individuale. Data la sua inesperienza e insicurezza, Demo vive la sessualità come qualcosa di attraente e al contempo di minaccioso, e sulla pagina il risultato di questo atteggiamento è una scrittura che rasenta il comico pur essendo legata a sentimenti profondamente personali del protagonista. Quando invece avviene il trauma è affascinante vedere la reazione del gruppo, il suo ricompattarsi intorno a quello che in fondo è il tradimento di uno di loro verso tutti gli altri. Oltre a questo ci sono dimensioni della maschilità e dell’adolescenza che sentivo il bisogno di mettere in scena: la violenza, la rabbia, il desiderio di vendetta che supera ogni calcolo delle conseguenze. Sono meccanismi narrativi che potevano scattare solo nel modo in cui ho raccontato gli eventi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il personaggio della ragazzina, Valli, ribalta completamente il senso dl romanzo. È una figura palpabile, viva, ammalia tanto i protagonisti quanto il lettore. Si nota che, rispetto alle descrizioni degli altri, non ti soffermi solo ai connotati e al carattere, scendi molto più in profondità. Ti sei ispirato a qualcuno? Magari ad un amore passato…</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong>Per la verità mi sono ispirato ad un amore presente, Valli infatti è la mia fidanzata. Naturalmente non ha l’età del personaggio del libro, anche se la prima volta che l’ho vista aveva giusto un anno di più della ninfa della Martesana; ancora oggi il suo aspetto fisico ha dei tratti adolescenziali per cui non si fa nessuna fatica ad immaginarla pescare le tinche con la rete come nel romanzo. Come dice Stevenson, è rarissimo creare un personaggio dal nulla: di solito si copia dal vero oppure si combinano elementi di più persone reali. Un’eccezione a questa regola invece è Ric Velardi, figura decisiva comparsa anche in due miei libri precedenti; non ho idea da dove sia uscito, non assomiglia a nessuno che io conosca.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un ultima domanda allora, Raul: nei tuoi racconti ci si imbatte spesso nella tematica del destino, nel dilemma della fede e sulla probabilità dell’esistenza di un disegno superiore dal quale è impossibile sottrarsi. Qual è il tuo rapporto con questi elementi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong>Se ti riferisci a Dio, un sentimento di nostalgia. Per me, come del resto per la maggior parte delle persone, era molto più facile vivere quando avevo quella fede ingenua da bambino, che proprio all’affacciarsi nell’età di cui abbiamo parlato è crollata sotto l’attacco simultaneo dei primi dubbi intellettuali e delle tempeste ormonali. Io ho nostalgia di Dio, è un dolore indimenticabile arrivare a credere che non esista, un danno atroce. Per questo, fra l’altro, ho una speciale simpatia per chi è riuscito a mantenere questa fede anche nel mondo problematico dell’età adulta, sempre l’abbia fatto con intelligenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Se invece ti riferisci al destino in senso proprio, penso che lo scontrarsi del libero arbitrio con il fato sia una grande tematica narrativa, il tema topico della tragedia greca. Trovo che la narrativa sia molto superstiziosa: perfino quando il narratore, come persona, è devoto al rapporto causa effetto dell’universo newtoniano, spesso non può fare a meno di inserire nella storia anticipazioni, presagi destinati ad avverarsi, divieti la cui trasgressione conseguirà una punizione inevitabile. È normale per uno scrittore credere che esista un copione già scritto a lato delle nostre vite, perché è esattamente quello che lui crea per i suoi personaggi; non a caso in una pagina del romanzo Demo osserva: “anche i personaggi di un libro credono di essere liberi, in fondo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/I_400_colpi.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-53624" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/I_400_colpi-1024x435.jpg" alt="I_400_colpi" width="700" height="297" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/I_400_colpi-1024x435.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/I_400_colpi-300x128.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/I_400_colpi-900x383.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/I_400_colpi.jpg 1280w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Notebook</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Due tre cose che mi piacerebbe dire a proposito dell&#8217;ultimo libro di Raul Montanari</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono dei libri da camera da letto, da leggere al chiuso e altri da panchina, assolutamente da sfogliare all&#8217;aperto. La cosa non dipende tanto dal contenuto, né tanto meno dalla voluminosità, quanto dal ritmo, dal passo che lo stile dell&#8217;autore porta sulla pagina. Tale andatura si associa, nella maggior parte dei casi, a una vera e propria &#8220;diagnostica&#8221; del lettore. Se alla lettura al chiuso corrisponde il campo della malattia, senza fare distinguo tra anima e corpo, dando per scontato quanto tutti sanno già della loro assoluta adesione ad una sola e unica natura, a quella all&#8217;aperto direi che si lega il terreno della convalescenza.<br />
Ho appena finito di leggere l&#8217;ottimo romanzo, il regno degli amici, su una panchina di fronte alla Dora, e quasi immediatamente mi si sono poste due domande. La prima, da cosa derivasse una così forte attenzione da parte dei romanzieri al tema dell&#8217;adolescenza e dall&#8217;altra se si potesse definire quell&#8217;età come &#8220;dell&#8217;eterna convalescenza&#8221;. Non voglio qui riprendere le magnifiche considerazioni di &#8220;baffone&#8221; Niietzsche sul tema, ma lasciare parlare i personaggi del romanzo, intervistarli quasi, inventando domande cui gli stessi rispondessero attraverso i tic, le fobie, le ossessioni di una consorteria tutta adolescenziale. Che cosa ci raccontano loro, senza dire, nella loro mutezza e mutevolezza dei corpi di fronte ai grandi cambiamenti della storia, a una mutazione antropologica tanto inarrestabile quanto inevitabile?</p>
<p style="text-align: justify;">Molte, tantissime cose che la sincerità della narrazione, il rigore mimetico dell&#8217;autore, offrono al lettore attraverso un uso intelligente della composizione, l&#8217;alternarsi dei fatti con la loro elaborazione che l&#8217;io narrante inscena senza mai cadere nella tentazione dell&#8217;onnipotenza di tanti narratori odierni. C&#8217;è un luogo, la casa abbandonata, un tempo, l&#8217;estate dell&#8217;82, una storia che è quella di un ristretto circolo di sognatori costretti al risveglio da incubi che l&#8217;irrazionale violenza del male riserva loro mettendo a dura prova ogni più autentica purezza. Perfino l&#8217;anima sanguina in queste pagine, nelle rêverie dei protagonisti, come quando ai ragazzi sanguina spesso il naso, ma si diverte anche, inventa ipotesi di cielo pure quando tutto sembra avvolto nel mistero, nel buio senza stelle. Nella convalescenza c&#8217;è innanzitutto il ricordo della malattia, la paura delle ricadute, la ripetizione dell&#8217;esperienza del dolore e come ognuno di noi sa, la trappola mortale è non capire fino in fondo quanto l&#8217;epoca della malattia possa alla fine rivelarsi come la più breve e intensa parentesi di autentica felicità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
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		<title>les nouveaux réalistes: Raul Montanari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Sep 2014 05:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[les nouveaux réalistes]]></category>
		<category><![CDATA[raul montanari]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; Il filo ritrovato di Raul Montanari     «Lasciami stare! Basta, basta!» «Dimmelo, Andrea. Dimmelo, e alla svelta.» «No!» «Dillo a me, Andrea. Altrimenti dovrai dirlo a loro.» Oh, sì. Certo che lo dirai, a loro. «Vuoi che chiami loro?» «Lasciami stare! Lasciami!&#8230;» Continua a muovere la testa, a scatti, disperatamente, per quanto glielo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_48773" aria-describedby="caption-attachment-48773" style="width: 287px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/024_EPINGL.jpg"><img decoding="async" class=" wp-image-48773" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/024_EPINGL.jpg" alt="foto di Philippe Schlienger" width="287" height="370" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/024_EPINGL.jpg 879w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/024_EPINGL-232x300.jpg 232w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/024_EPINGL-793x1024.jpg 793w" sizes="(max-width: 287px) 100vw, 287px" /></a><figcaption id="caption-attachment-48773" class="wp-caption-text">foto di Philippe Schlienger</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il filo ritrovato<br />
</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Raul Montanari</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>«Lasciami stare! Basta, basta!»</p>
<p>«Dimmelo, Andrea. Dimmelo, e alla svelta.»</p>
<p>«No!»</p>
<p>«Dillo a me, Andrea. Altrimenti dovrai dirlo a loro.» Oh, sì. Certo che lo dirai, a loro. «Vuoi che chiami loro?»</p>
<p>«Lasciami stare! Lasciami!&#8230;»</p>
<p>Continua a muovere la testa, a scatti, disperatamente, per quanto glielo consentono le corde che lo legano alla sedia. Io giro dietro e gli passo un braccio intorno alla gola, tirandolo verso lo schienale.</p>
<p>«Lasciami!» grida ancora lui, e la voce che echeggia sotto il soffitto basso di questa cella sotterranea è davvero la sua ‑ non è un sogno, questo, sta accadendo. Faccio forza con tutto il corpo per tirarlo indietro, premo contro la gola. Alla fine lui deve cedere, sempre urlando e dimenandosi, e allora gli infilo in testa il sacchetto di cellophane, lo stringo intorno al collo.</p>
<p>Lui si dibatte, convulso, cercando il respiro che non viene più. Prima grida, poi ansima senz&#8217;aria e infine fa quel verso strano che fanno tutti quando vengono torturati in questo modo, perché la tortura eguaglia tutti gli uomini, spiana le differenze, ma io in questo istante ricordo che da lui l&#8217;ho già sentito tanti anni fa, quell&#8217;unica estate in cui eravamo riusciti a mettere insieme i soldi per andarcene su un&#8217;isola, il nostro sogno fin da quando eravamo bambini &#8211; ci eravamo fatti sbarcare là con due ragazze per dimenticarci del mondo che non ci aveva ancora separati, e una mattina lui era scivolato da un ponticello di legno, un vecchio imbarcadero in rovina, e, insomma, io non capisco neanche adesso come poté succedere ma Andrea rimase incastrato lì sotto e stava annegando, e quando riuscii a trovare il modo di tirargli fuori la testa, quasi strappandogli i capelli, anch&#8217;io mezzo soffocato dagli spruzzi d&#8217;acqua salata mentre le due ragazze strillavano e non facevano niente per aiutarmi, e io piangevo per la paura e l&#8217;angoscia, proprio in quel momento sentii quel suono uscirgli dalla bocca &#8211; anzi, non dalla bocca. Non è come se uscisse dalla bocca, ma direttamente dalla gola, è il rumore della gola che cerca aria e non la trova, uno strano suono orribilmente morbido, come uno schiocco ovattato, qualcosa che mi fa sempre pensare a un pezzo di carne umida che urta contro un altro. Io non sapevo che l&#8217;avrei risentito fatto da tanti altri, e non sapevo &#8211; no, mai avrei potuto pensarlo, questo &#8211; che l&#8217;avrei risentito da lui. Perciò adesso glielo tolgo subito, il sacchetto.</p>
<p>Andrea rovescia indietro la testa, un grido strozzato inspirando aria in fretta, in fretta, proprio come quando lo avevo riportato sulla spiaggia piena di ciottoli che tagliavano le piante dei piedi. Gli afferro il mento, sempre da dietro, e lui si irrigidisce e geme, respirando come se volesse ingoiare tutta l&#8217;aria di questo mondo umido e giallastro, intorno a noi. Ha imparato ad avere paura delle mie mani, Andrea. Trema, quando lo tocco. È da due ore che trema così. Ora mi appoggio la testa di Andrea contro lo stomaco, e gli metto una mano sulla fronte sudata.</p>
<p>(Questa è la posizione per il Dentista, ma di solito bisogna essere in due a tenere il prigioniero. Io non l&#8217;ho mai usato, quel sistema, perché il sangue mi fa schifo. Nonostante il mestiere che faccio, il sangue continua a farmi schifo. Il mio e quello degli altri. C’è da ridere, no? Cerco sempre di non far buttare sangue a nessuno. I miei sistemi sono il Diavolo Blu, il Sottomarino, l&#8217;Acrobata, tutto pur di vedere meno sangue possibile. Una volta mi sono accorto per caso che una ragazza soffriva da pazzi il solletico e l&#8217;ho fatta parlare così, una piccola commessa di negozio, magra magra, mi è quasi morta sotto le dita, ma il capitano e gli altri mi hanno dato un soprannome idiota e allora mi sono scocciato e non l&#8217;ho fatto più.)</p>
<p>«Lasciami stare&#8230; basta&#8230;» riesce a dire Andrea, sempre tenendo il collo rigido ma senza cercare di strappare la testa dalle mie mani.</p>
<p>«Non hai capito» mormoro.</p>
<p>«Oh, Cristo, oh, Gesù, ti prego&#8230;»</p>
<p>«Andrea, non hai capito. Non uscirai di qui prima di aver detto dov&#8217;è lui. Cacciatelo bene in testa, e finiscila di fare l&#8217;imbecille. Dimmelo. Dillo a me.»</p>
<p>«Non posso.»</p>
<p>«Sì che puoi. Io lo so che puoi.»</p>
<p>«Non posso, non posso, non posso&#8230;»</p>
<p>Andrea ricomincia a piangere. Sento la testa sussultare piano fra le mie mani e contro la pancia. Mi mordo le labbra. Cerco di non guardarlo.</p>
<p>«Io lo so che puoi, e lo sanno anche loro» dico a bassa voce. «È meglio che lo dici a me. Non farmelo ripetere.»</p>
<p>«Va&#8217; all&#8217;inferno, bastardo maledetto» mugola lui, e poi alza la voce incrinata dal pianto. «Vuoi che lo dica a te perché così ti prenderai il merito, vero? Cosa ti daranno, una medaglia? Perché sarai stato tu a trovarlo? Cosa ti daranno, bastardo vigliacco? Dei soldi?»</p>
<p>Rimango sorpreso per un attimo, poi la rabbia ha il sopravvento, la rabbia e insieme una pietà che mi disgusta di me stesso. Stacco il mio corpo dalla testa di Andrea e lo colpisco sull&#8217;orecchio con la mano leggermente piegata a coppa, più e più volte. Lui si muove e lancia delle grida acute, come quelle di un uccello ferito o infuriato, poi si piega in avanti più che può, e allora lo prendo per i capelli proprio come quel giorno e gli tiro indietro di nuovo la testa, e lo colpisco così forte che la sedia si rovescia. Anch&#8217;io grido senza capire quello che dico, gridiamo tutti e due mentre lo prendo a calci come se lui fosse la mia vita che un giorno è diventata un lungo incubo fatto di carne, schifosa e oscena carne di uomo, e occhi senza quiete, e urla, e uomini e donne come cani, sì, come cani che ringhiano e piangono mentre li uccidi e ti mordono la mano mentre li soccorri.</p>
<p>Poi mi lascio cadere a terra, su quel pavimento lurido, la faccia vicinissima alla sua. Andrea ha tutti i lineamenti contratti &#8211; la bocca, la fronte, le guance gonfie e chiazzate di rosso e di viola.</p>
<p>«Non lo sai!» strillo per l&#8217;ultima volta, con una voce che non è più la mia. «Non lo sai cosa ti faranno!»</p>
<p>«Tanto mi ammazzerete lo stesso» riesce a dire lui, ma io vedo che gli ho fatto troppo male perché senta le proprie parole.</p>
<p>Appoggio la tempia al pavimento e chiudo gli occhi. Nella stanza si fa silenzio. Socchiudo gli occhi per un attimo, poi torno ad abbassare le palpebre.</p>
<p>Quante ore passate così, fianco a fianco sul letto dei miei ad ascoltare le cassette che ci registrava suo zio, il direttore della filarmonica, la gloria di quel paesino scalcinato. Bruckner, Wagner, Stravinskij, Debussy, tutto quel mondo nuovo che ci era venuto incontro e si era fatto conoscere, superando la noia degli inizi, la voglia di ritmo, di allegria, di ferocia, la voglia di un piacere più facile. Gli altri ragazzi non capivano, avevamo provato a far venire qualcuno ad ascoltare la musica con noi, almeno quelli che ci erano più simpatici, ma era stato inutile. Sempre più insieme, sempre più soli. Un paio di ragazze, sì, erano venute per la musica e per noi &#8211; ma naturalmente erano brutte. Le altre ascoltavano musica da ballo, e noi le disprezzavamo e intanto ci voltavamo sulla pancia e le sognavamo, premendo piano contro il materasso duro, le sognavamo ballare mentre Fafner e Fasolt costruivano il Valhalla fra immense mazze stamburanti e certe volte io mi mettevo a ridere, o era Andrea. Ridevamo piano, soffocavamo la risata nei cuscini, poi ci prendevamo a pugni mirando alle spalle e al petto, e avremmo dato qualsiasi cosa per averla in mezzo fra noi due, lì, ora, la più bella.</p>
<p>Allungo una mano per toccargli la faccia, ma è davvero molto gonfia. La mano rimase sospesa. Lui non la vede.</p>
<p>Scendo con la mano sulla spalla, e la appoggio piano. Lui ha un lieve fremito, fa per aprire gli occhi, ma non riesce.</p>
<p>«Resta così» gli dico a bassa voce. «Respira a fondo. Mi senti? Cerca di respirare con la pancia.»</p>
<p>Andrea prova a prendere un respiro profondo, lo fa tremando tutto come se questo gli costasse un grande sforzo, poi lascia uscire l&#8217;aria e una goccia di sangue gli cola da una narice, scende lungo la guancia e si ferma lì.</p>
<p>Anche il patto di sangue avevamo fatto. Ma certo. Con quel temperino mezzo arrugginito, la lama che sembrava quella di una sega in miniatura, e io mi ero preso una battuta da mia madre. Sorrido, al ricordo. Ma forse è solo un ghigno, ormai. Non sono più capace di sorridere. Il patto di sangue! E dire che a me faceva senso già allora, il sangue. Poi la mamma che mi insegue per tutta la casa con una ciabatta di gomma in mano. Suo padre, lo stesso. Per una settimana ci avevano impedito di vederci, e noi ci mandavamo i bigliettini come due fidanzati. Era suo zio che li portava da una casa all&#8217;altra, i biglietti. Nessuno avrebbe mai sospettato di lui&#8230; figuriamoci, il Maestro!</p>
<p>Stavolta rido davvero, un paio di sbuffi che sollevano polvere dal pavimento e gliela soffiano in faccia. Andrea arriccia il naso, il sangue riprende a colare. Prima gridava, adesso la polvere gli fa prudere il naso. Prima i calci, ora granelli di polvere, come una carezza. Mi sento svuotare.</p>
<p>«Andrea» lo chiamo, sempre a bassa voce.</p>
<p>Lui non risponde.</p>
<p>È da due anni e mezzo che sto nella milizia. Due anni e mezzo fra un mese. Abbasso gli occhi, come se mi rendessi conto solo ora di quanto tempo è passato da quel primo giorno. I soldati ci disprezzano come io e Andrea disprezzavamo quelli che ascoltavano la musica da ballo, ma siamo noi a fare il lavoro sporco, come questo. Due anni e mezzo. (Sì, mi sento svuotare. Le mie braccia sono vuote.) Da molto, molto più tempo non lo vedevo, Andrea. Forse da cinque anni. Avevamo litigato per una ragazza&#8230; proprio lei. La più bella. Ovvio, che finisse così.</p>
<p>Andrea apre gli occhi di colpo, quasi spaventandomi. Sono molto rossi. Non piange più, mi guarda e basta. La faccia è deformata dagli schiaffi che gli ho dato, perché ho picchiato più forte a destra.</p>
<p>Non so se sia il sangue che gli esce dal naso e si è di nuovo fermato, o la guancia tumefatta, o noi due sdraiati così per terra come due cretini, come se lui non stesse per venire torturato a morte, perché io lo conosco e so che non parlerà &#8211; è sempre stato un testone maledetto, anche con Anna se l&#8217;era voluta lui, si era impuntato su una questione di principio, stupido, idiota, stupido amico, e dire che lei amava te, ma improvvisamente era stata come una grande ondata di rancore, fra noi due, di odio accumulato per anni e anni, di cose non dette, di torti lasciati passare invece di affrontarli subito, lo vedo ancora uscire dalla stanza e chiudere la porta senza sbatterla, Anna lo chiama e io la prendo per un braccio e la fermo, poi il primo giorno, il secondo, e quasi di colpo è passato un anno: da un anno non ci vediamo e non ci sentiamo, allora io provo a telefonargli e lui è partito, sua madre taglia corto, deve avercela con me &#8211; e poi gli anni sono due, tre, quattro, tutto cambia intorno a me, lei non c&#8217;è più, ormai sono amico solo della paura, la mia e quella degli altri, e ieri portano qui tre prigionieri incappucciati e prima ancora che gli tolgano dalla testa quello straccio ho già capito che è lui, forse il corpo, forse le mani, so già cosa vedrò e giuro, lo giuro su Dio, so già cosa farò, chiederò di interrogarlo io, perché non voglio che siano loro a toccarlo. Ma io adesso non lo toccherò più.</p>
<p>No, non so se sia il sangue o la guancia gonfia o i ricordi o noi due sdraiati, oppure tutto quello che ho fatto e visto da quando sono qui, ma io non ti toccherò più. Andrea. Non so cosa succederà, perché loro verranno presto. Una calma che non conosco mi riempie a poco a poco. Mi fa quasi paura.</p>
<p>Sento già aprirsi una porta, in fondo al corridoio. Guardo l&#8217;orologio. Arrivano, Andrea. Ha richiuso gli occhi.</p>
<p>«Arrivano, Andrea.»</p>
<p>Ascoltami, idiota! Stanno arrivando!</p>
<p>«Andrea!»</p>
<p>Muove le labbra come se avesse sete. Ma certo che ha sete. Tutti chiedono da bere, dopo un po&#8217;. Un giorno una donna ne ha morsa un&#8217;altra sul seno, era il prezzo per avere un bicchiere d&#8217;acqua, continuava a morderla e il capitano rideva più di me e più di tutti. Il capitano sta arrivando, ora. La riconoscerei dovunque, questa voce.</p>
<p>«Andrea! Mi senti?»</p>
<p>«Va&#8217;&#8230; all&#8217;inferno&#8230;»</p>
<p>Rimango ancora un attimo a guardarlo, mentre i passi risuonano ormai appena fuori dalla porta. Andrea, Andrea. Ce l&#8217;ho davanti agli occhi, tutto, quello che ti faranno.</p>
<p>Poi smetto di pensare.</p>
<p>Smetto di pensare, all&#8217;improvviso.</p>
<p>La calma è totale, adesso, e la mia mente non c&#8217;è più. Niente pensieri, e niente ricordi. Bussano forte alla porta.</p>
<p>Mi alzo. La porta è chiusa a chiave dall&#8217;interno. Apro.</p>
<p>«Allora?»</p>
<p>Sono venuti tutti e tre, il capitano e i suoi due maiali tirapiedi. Stranamente grassi, stranamente simili. Li guardo come se li vedessi per la prima volta. Il capitano ha una bella faccia, ma è davvero molto grasso. Ora abbassa lo sguardo su Andrea, che ha aperto gli occhi.</p>
<p>«Allora, questo povero scemo?» Il capitano si volta verso di me. Io non rispondo. Lui ghigna. «Niente? E sì che ti sei dato da fare. Mmh?»</p>
<p>«Magari non abbastanza» dice uno dei maiali. L&#8217;altro ride.</p>
<p>Chiudo la porta e ci appoggio la schiena. I due maiali sollevano Andrea, lo mettono dritto.</p>
<p>«Va&#8217; a mangiare» dice il capitano, senza nemmeno guardarmi. «Ci pensiamo noi, qui.» Si volta verso uno dei due e accenna alla rete metallica, nell&#8217;angolo. «Là» dice. «Lo facciamo ballare un po&#8217;. Eh? Ti piace ballare? Balli con le ragazzine, tu?»</p>
<p>La faccia di Andrea rimbalza indietro, colpita dal pugno del capitano. I due maiali cominciano a slegarlo dalla sedia. Quando si piegano, il grasso trabocca dai loro fianchi e gonfia le camicie. Andrea tiene gli occhi chiusi.</p>
<p>«Di&#8217;, sveglia!» alza la voce il capitano, poi scende con la mano e fa qualcosa. Andrea grida. Ormai è quasi slegato. Ecco, ora è libero. I due maiali lo sollevano di peso per portarlo sulla rete. Il capitano si volta e mi guarda. «Va&#8217; a mangiare, ti ho detto» ripete, e si ravvia i capelli.</p>
<p>Il primo colpo lo prende alla pancia, e l&#8217;esplosione è assordante. I maiali lasciano cadere Andrea mentre il secondo colpo apre un buco nella fronte del capitano, che crolla in avanti. Ho un sibilo tremendo nelle orecchie. Il maiale più vicino cerca di estrarre la pistola, ma io ho fatto due passi avanti e lo prendo in pieno alla gola, poi subito l&#8217;altro, due colpi, uno sulla mammella destra e uno sotto la sinistra. L&#8217;automatica sobbalza nella mia mano. Il maiale allarga le braccia e cade sul pavimento. La sua testa urta le gambe del capitano.</p>
<p>Ora c&#8217;è fumo, qui dentro, e un odore diverso. Andrea ha aperto gli occhi fin dal primo colpo, e mi guarda. Io forse sorrido, non lo so. Il capitano e i due maiali sono carne morta sul pavimento. Andrea dice qualcosa che non sento.</p>
<p>Mi porto la pistola alla bocca, lecco il metallo, annuso la polvere da sparo. Scuoto la testa una, due volte.</p>
<p>Devo svegliarmi. Devo rimettermi a pensare, e in fretta.</p>
<p>Perché credo proprio che adesso bisognerà trovare un modo per uscire tutti e due da qui.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Santi in Gran Paradiso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Nov 2013 08:49:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Giorgio Scerbanenco-La Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[raul montanari]]></category>
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					<description><![CDATA[Gentile dottor Forlani, le allego la risposta del Festival alla lettera di Raul Montanari relativa al Premio Scerbanenco. Cordialmente La nostra risposta definitiva a una polemica strumentale sul Premio Scerbanenco. La polemica di un lettore/scrittore come Raul Montanari contro il Noir in festival di Courmayeur, che organizza da oltre un ventennio il Premio Giorgio Scerbanenco-La [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/CVT_Je-le-jure_6177.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-47038" alt="CVT_Je-le-jure_6177" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/CVT_Je-le-jure_6177-173x300.jpg" width="173" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/CVT_Je-le-jure_6177-173x300.jpg 173w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/CVT_Je-le-jure_6177.jpg 289w" sizes="auto, (max-width: 173px) 100vw, 173px" /></a><em>Gentile dottor Forlani,<br />
le allego la risposta del Festival alla lettera di Raul Montanari relativa al Premio Scerbanenco.<br />
Cordialmente</em></p>
<p><strong>La nostra risposta definitiva a una polemica strumentale sul Premio Scerbanenco.</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/11/26/incazzato-noir-raul-montanari/">La polemica di un lettore/scrittore come Raul Montanari contro il Noir </a> in festival di Courmayeur, che organizza da oltre un ventennio il Premio Giorgio Scerbanenco-La Stampa per il miglior romanzo noir italiano dell’anno, per noi non è particolarmente nuova. E’ difficile far accettare alla mentalità italiana, così incline alle consorterie e alle dietrologie, che qualcuno cerchi invece un metodo trasparente per combattere intrallazzi e favoritismi su valori immateriali come quelli della cultura e dei libri.</p>
<p>Il metodo da noi sperimentato e adottato negli anni forse non sarà il migliore o l’unico, di certo è semplice: consultiamo la platea dei lettori sulla rete e ne bilanciamo le scelte e le preferenze col voto ponderato di una giuria di esperti. Sul nostro sito per due settimane si possono votare 23 libri che rappresentano una prima selezione rispetto agli oltre 100 iscritti al Premio e la votazione viene promossa anche dalle nostre pagine Facebook e dal supplemento letterario de La Stampa.<br />
Alcuni di questi titoli non sarebbero nemmeno arrivati a importanti recensori come lo sono diversi dei nostri giurati se non fosse stato per il Premio, altri non avrebbero avuto l’attenzione che con gli anni il Premio ha richiamato, e non perché siano dei cattivi prodotti culturali, ma perché non sempre le case editrici investono sulla promozione dei loro libri o perché sono piccole o perché troppo grandi e con troppi titoli in catalogo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/youtube_profile.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-47039" alt="youtube_profile" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/youtube_profile-300x300.jpg" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/youtube_profile-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/youtube_profile-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/youtube_profile-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/youtube_profile.jpg 676w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
Anche i giurati oltre ai lettori esprimono il proprio voto ed è ovvio che il loro “peso specifico” abbia un valore<br />
diverso, proprio perché lo fanno per mestiere e con competenza (non certo per un compenso che di norma è poco più dell’ospitalità al festival e la nostra gratitudine). Capita ovviamente che non sempre il loro giudizio coincida con quello degli appassionati lettori e che quindi la somma delle due classifiche vada a vantaggio di opere magari non specialmente “promosse” sulla rete, ma certamente eccellenti come dimostra negli anni il palmarès del Premio Scerbanenco. Altre volte capita invece che i giudizi si sommino o che il favore popolare porti un titolo fino alla rosa della cinquina dei finalisti. Quest’anno è stato il caso del libro di Claudio Paglieri, arrivato quarto nella classifica dei più votati dai lettori e premiato con i voti di alcuni giurati che però, da soli, non avrebbero potuto farlo entrare nella cinquina ufficiale. Il solo voto dei lettori non ci garantisce che il titolo sia quello giusto, ci vuole la scelta combinata di lettori e critici. Gli uni controllano gli altri, e insieme si arriva alla trasparenza.</p>
<p>Come è inevitabile le polemiche fioccano lo stesso, quasi naturalmente. Spesso ci siamo chiesti chi ce lo fa fare ogni anno ad ascoltare l’amico degli amici degli scrittori o degli editori di turno che polemizza, per lo più in maniera maleducata, contro il Premio, spesso i giurati ci chiedono di lasciar perdere il voto dei lettori, perché troppo “fazioso”.</p>
<p>Ma noi siamo testardi, come spesso lo sono gli appassionati di questo genere, e continueremo a promuovere i libri noir in tutti i modi possibili, facendoli votare, facendone parlare, ma soprattutto facendoli leggere.<br />
<strong>Marina Fabbri</strong></p>
<p><strong>Ndr</strong> Il titolo del post si avvale di una piccola licenza poetica geografica giocata sulla prossimità del luogo in cui ha sede il festival, Courmayeur e la vicina vetta del Gran Paradiso dal cui versante orientale, verso la Val di Cogne, scende il Ghiacciaio della Tribolazione.</p>
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		<title>Incazzato &#8220;Noir&#8221; : Raul Montanari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Nov 2013 11:56:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Scerbanenco]]></category>
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					<description><![CDATA[Ricevo e volentieri pubblico questa nota di Raul Montanari (effeffe) Lettera aperta agli organizzatori del Premio Scerbanenco, nell’ambito del Festival Noir di Courmayeur. Potevate dirlo prima, che era tutta una messinscena! Mi sarei risparmiato la procedura macchinosa, grottesca, mortificante di dovermi iscrivere per votare al vostro malfatto sito, rimbalzare fra link impazziti, dover dare i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ricevo e volentieri pubblico questa nota di Raul Montanari (effeffe)</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/porte-couteaux-voodoo-black-edition.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/porte-couteaux-voodoo-black-edition-300x300.jpg" alt="porte-couteaux-voodoo-black-edition" width="300" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-47027" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/porte-couteaux-voodoo-black-edition-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/porte-couteaux-voodoo-black-edition-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/porte-couteaux-voodoo-black-edition-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/porte-couteaux-voodoo-black-edition.jpg 400w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>Lettera aperta agli organizzatori del Premio Scerbanenco, nell’ambito del <a href="http://www.noirfest.com/2013/scerbanenco.asp">Festival Noir di Courmayeur.</a><br />
</strong><br />
Potevate dirlo prima, che era tutta una messinscena!<br />
Mi sarei risparmiato la procedura macchinosa, grottesca, mortificante di dovermi iscrivere per votare al vostro malfatto sito, rimbalzare fra link impazziti, dover dare i miei dati personali inclusi addirittura gli estremi della carta d’identità (cosa che ho fatto con molta riluttanza, come tutti), perché così chiedevate per garantire la massima trasparenza e correttezza al voto della giuria popolare.<br />
Risultato?</p>
<p>Seconda questa povera giuria popolare, la cinquina dei finalisti doveva essere:<br />
<em><br />
1. Massimo Donati, Diario di spezie, Mondadori [222]<br />
2. Fabrizio Canciani, Acqua che porta via, Todaro Editore [156]<br />
3. Erica Arosio &#038; Giorgio Maimone, Vertigine, Baldini &#038; Castoldi [113]<br />
4. Claudio Paglieri, L&#8217;enigma di Leonardo, Piemme [98]<br />
5. Romano De Marco, A casa del diavolo, Fanucci [69]</em></p>
<p>Peccato che l’aggiunta dei voti “ponderati” della giuria tecnica abbia mandato all’aria la cinquina, confermando il solo Claudio Pagliari ed estromettendo gli altri quattro finalisti a vantaggio di Donato Carrisi, Simone Sarasso, Massimo Gardella e Marco Malvaldi.<br />
Per dare un’idea di quanto poco contassero i voti della giuria popolare, si noti che il primo classificato della cinquina definitiva, Donato Carrisi, aveva avuto quattro, ripeto: QUATTRO voti dai giurati popolari e si ritrova in finale con 964 voti, mentre Donati (222 voti popolari), Canciani (156 voti popolari) e gli altri se ne vanno a casa! E che dire del mio amico Marco Malvaldi? I giurati popolari avevano dato quattro, ripeto: QUATTRO voti anche a lui, eppure eccolo nella finale con 484 voti totali.</p>
<p>Ma non vi vergognate almeno un po’? Non siete imbarazzati?<br />
Abbiate coraggio, ditelo che tutta la strombazzata trasparenza richiesta al voto popolare conta quanto il letame, se alla fine l’unica cosa che vale sono i voti della giuria tecnica! Non state a far perdere tempo alla gente, non imbrogliate il popolo noir mettendo in scena una votazione ridicola che offende il festival e il suo legittimo orgoglio di essere il più grande evento italiano nella narrativa di genere!<br />
In venticinque anni e passa di frequentazione da addetto ai lavori del mondo dei libri ho visto un bel numero di cialtronate, ma questa dello Scerbanenco 2013 passa in pole position con uno scatto degno di Vettel.</p>
<p>Bisogna però darvi atto di avere raggiunto due notevoli risultati:<br />
<em><br />
1. Il ben noto complesso di inferiorità del noir non ha più ragione di esistere: avete dimostrato che nel mondo del noir ci si comporta esattamente come nelle liturgie dell’esecrata letteratura “alta”. L’allineamento è avvenuto al peggio e non certo al meglio, ma questo non deve preoccuparvi.<br />
2. E quei poveri di spirito che mettono in dubbio che il noir sia lo specchio della società? Eccoli serviti da questa perfetta metafora dell’Italietta nostra: un popolo di caproni che votano, illusi che la loro volontà collettiva conti qualcosa, mentre questa volontà viene tranquillamente sovvertita.</em><br />
Congratulazioni.<br />
<strong>Raul Montanari</strong></p>
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		<title>Fare l&#8217;indiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Mar 2013 07:30:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ di Gianni Biondillo (Lo scorso anno mi fu chiesto da Ranieri Polese un pezzo per il suo Almanacco che quell’anno aveva come tema l’editoria. Decisi perciò di parlare della mia esperienza sul web. Le cose che ora riporto qui non sono una novità per i lettori della rete, ma furono scritte come compendio per quelli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/ZIPPO-NATIVE.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-45159" alt="ZIPPO-NATIVE" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/ZIPPO-NATIVE.jpg" width="96" height="140" /></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>(<i>Lo scorso anno mi fu chiesto da Ranieri Polese un pezzo per il suo Almanacco che quell’anno aveva come tema l’editoria. Decisi perciò di parlare della mia esperienza sul web. Le cose che ora riporto qui non sono una novità per i lettori della rete, ma furono scritte come compendio per quelli della carta stampata. Le condivido ora in prossimità del <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/03/18/10-anni-fuori-dalla-pozzanghera-programma/">decennale </a>come viatico della festa.</i> G.B.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il dibattito culturale nel web per me &#8211; che non sono uno storico, che racconto queste cose quasi a memoria, senza neppure andare a consultare alcunché &#8211; inizia con<a href="http://www.clarence.com/contents/cultura-spettacolo/societamenti/"> <i>La Società delle menti</i></a>, rubrica fissa del portale Clarence. Non ricordo neppure se era il 2001 o l’anno appresso. Ho saputo poi che di letteratura, sociologia, filosofia, arte, etc. se ne parlava già prima, prima ancora della diffusione del web, con le BBS, con il Luther Blissett Project e con tante altre esperienze e aggregazioni attorno al nuovo mezzo tecnologico, nuovo per davvero, oggi quasi non ce ne rendiamo conto: rammento, per dire, che mi sentivo quasi un iniziato quando andavo al Centro di Calcolo del Politecnico per potermi connettere nella rete universitaria (sarà stato attorno al 1990) e comunicare con un amico che studiava alla Pennsylvania State University. Roba da film di fantascienza. Ho visto nascere il World Wide Web, ho consultato Internet anche dopo essermi laureato, l’ho usata come una gigantesca edizione delle pagine gialle, da architetto come strumento di lavoro, ma mai come qualcosa di strettamente connesso al dibattito culturale. Da questo punto di vista ero ancora troppo legato all’idea romantica delle riviste cartacee che leggevo (Nuovi Argomenti, Alfabeta, Linea d’ombra) o alla “terza pagina” dei quotidiani. Terza pagina spostata sempre più in fondo, che diventava decima, ventesima, al punto che oggi aspetto solo che venga dislocata dietro le pagine sportive, in fondo, assieme all’oroscopo, per poi sparire del tutto, definitivamente.</p>
<p>Credo cercai su Altavista (Google ancora non aveva preso piede) qualcosa attorno alla raccolta di poesie <i>Nelle galassie oggi come oggi.</i> <i>Covers</i> di Montanari, Nove e Scarpa. Trovai un pezzo di Giuseppe Genna. Divenne il mio appuntamento quotidiano. Ogni mattina, a studio, prima di scartabellare pratiche edilizie o di mettermi a disegnare passavo dalla <i>Società delle Menti</i> a vedere che aria tirava. C’era nella gestione &#8211; al contempo pop e culta &#8211; dei temi trattati da Genna una passione che sembrava ormai scomparsa dalle succitate terze (ma sempre più in fondo) pagine culturali, che apparivano al confronto bolse, rigide, ingessate. Devo dire che a distanza di oltre un decennio Genna da una parte e il collettivo <a href="http://www.wumingfoundation.com/index.htm">Wu Ming </a>dall’altra, restano sempre un passo avanti nella scoperta e declinazione ad uso culturale delle nuove tecnologie (Facebook, Twitter, etc.). Ma quello che all’epoca non sapevo è che da lì a poco mi ci sarei ritrovato immerso fino alla cintola anch’io.</p>
<p>Perché ancora non sapevo che nel novembre del 2001, dopo lo shock degli attentati terroristici dell’11 settembre, un gruppo di scrittori, poeti, intellettuali, aveva deciso di organizzare un convegno per fare il punto della situazione. <i>Scrivere sul fronte occidentale</i>, si chiamava quel guardarsi negli occhi. Decisero di utilizzare i proventi del libro che ne nacque per mettere on line una rivista, utilizzando uno strumento ancora poco frequentato in Italia, che permetteva a chiunque di pubblicare, “postare”, senza particolari conoscenze informatiche, contenuti sul web. Un blog. Inutile dire che a gestire l’operazione fu proprio<a href="http://www.giugenna.com/"> Giuseppe Genna</a>, il quale, all’ultimo, decise di defilarsi dal progetto per portare avanti una sua pagina personale. Così nacque Nazione Indiana, nel marzo del 2003. La cosa curiosa è che in teoria doveva essere rivista on line senza commenti. Ma per un errore di gestione i commenti furono lasciati aperti, credo se ne accorse Christian Raimo che ne lasciò uno, da casa sua a Roma.</p>
<p>Seguii subito Nazione Indiana come qualcosa di davvero nuovo, dirompente. Autori più o meno miei coetanei, che non riuscivano a trovare spazio nelle asfittiche pagine culturali, al posto di lagnarsi dello status quo intraprendevano percorsi alternativi, scevri da autocompiacimenti, reciproci favori, “marchette” editoriali. (Per inciso: ancora oggi vige su Nazione Indiana l’imperativo di non pubblicare recensioni che parlino di opere dei redattori o vicendevoli elogi, così come non abbiamo mai optato né per l’utilizzo di piattaforme gratuite, che implicavano la perdita della proprietà dei contenuti che abbiamo sempre considerato <i>Creative Common</i>, né abbiamo mai voluto pubblicità di alcuna sorta, sobbarcandoci gli oneri finanziari del progetto, rendendolo così libero da ogni eventuale, involontaria o meno, pressione esterna).</p>
<p>Il blog nacque in marzo. Solo a settembre, non ostante la frequentazione quotidiana, pubblicai il mio primo commento. Sentivo, ormai, di far parte di questa comunità che si disinteressava a quel principio di autorità (e autorialità) che bloccava il dibattito cartaceo e che invece, orizzontalmente, metteva assieme autori e lettori, scrittori e utenti. Il mio primo pezzo, nell’aprile 2004, fu pubblicato di rapina da Tiziano Scarpa. Si innamorò di un mio lungo e ironico commento e decise di trasformarlo in un post. In seguito postai i miei pezzi ospitato da Dario Voltolini, o da un giovane giornalista campano <i>free lance</i> che scriveva cose inaudite e rabbiose, Roberto Saviano. Pochi mesi dopo ricevetti l’invito di far parte della redazione. La cosa interessante è che io non conoscevo di persona praticamente nessuno. Lo racconto perché trovo in qualche modo esemplare, tipico, il modo in cui sono stato arruolato. Nel corso degli anni i redattori si sono avvicendati, alcuni, nel 2006 &#8211; fra cui Scarpa stesso, Antonio Moresco, Carla Benedetti (soci fondatori e appassionate anime critiche del blog) &#8211; lasciarono Nazione Indiana per contrasti interni. Contrasti espliciti, dichiarati, pubblicati sul sito stesso, nel quale nacque una discussione calda e coinvolta. Altri se ne sono aggiunti, invitati di volta in volta dalla redazione. Dei soci fondatori, dopo nove anni, sono rimasti solo Andrea Inglese e Helena Janeczeck. Eppure, non ostante la più antica critica al blog sia sempre stata che “Nazione Indiana non è più quella di una volta” (ce lo siamo sentiti ripetere già a pochi mesi dalla nascita), credo che lo spirito del blog, la sua tonalità, le sue modalità, i suoi intenti siano sempre gli stessi. Sogno, di mio, una Nazione Indiana dove nessuno dei presenti redattori sia a firmarlo, nelle mani di 20 giovani redattori, sconosciuti, pronti a portare avanti il progetto.</p>
<p>Progetto che, sinceramente, agli albori era visto dalla critica ufficiale, accademica, come qualcosa di curioso e poco interessante. Poco più di un covo di letterati freak frustrati. La stessa modalità dei commenti aperti, la critica spesso ingenerosa ai pezzi pubblicati che ne nasceva, inorridiva la vecchia guardia. E tutt’ora urtica. Anche perché, ammettiamolo, una sorta di male interpretata idea di libertà che circola dalla sua nascita su Internet trasforma, spesso, il web in un <i>far west</i> dove tutti possono dire tutto, trivialità, insulti, aggressioni, nascosti dietro l’anonimato non tanto del nome (mai avuto problemi a relazionarmi coi nickname) ma del corpo. Discutere così, a botta calda, senza guardarsi in faccia aiuta i livorosi – i “leoni da tastiera” li ha chiamati Wu Ming 3 &#8211; a scatenarsi, trasformando, spesso, lo spazio dei commenti, in tutti i blog, in un defecatoio dove c’è chi, per fare un esempio, spiega il teorema di Pitagora e chi, come se fosse sensato, dice di non essere d’accordo col filosofo greco. Ma altrettanto spesso non è così. Per me molte discussioni con gli utenti si sono trasformate in luoghi di arricchimento, di scoperta, di condivisione. Ecco, quest’aspetto giustifica, da sempre, la ragione dei commenti aperti, anche se per noi redattori significa una continua attenzione a evitare che le discussioni deraglino nell’insulto gratuito, spesso nei confronti dei meno bellicosi (io ho una procedura standard: gli insulti a me rivolti li tengo tutti, ma se viene maltrattato un mio ospite non ho problemi a cancellare il commento ingiurioso).</p>
<p>Parlo di Nazione Indiana ma questo racconto andrebbe allargato all’intero sistema di blog e siti letterari e culturali che nel frattempo stavano nascendo in quegli anni. Ognuno con la propria identità. Come <a href="http://vibrisse.wordpress.com/">Vibrisse </a>di Giulio Mozzi (precursore e grande pioniere del mezzo), <a href="http://www.zibaldoni.it/">Zibaldoni</a>, <a href="http://www.carmillaonline.com/">Carmilla on line</a>, nata per trasferire in rete una rivista cartacea diretta da Valerio Evangelisti, o come <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/">Lipperatura</a>, blog di Loredana Lipperini dal taglio giornalistico, <a href="http://www.minimaetmoralia.it/">Minima et Moralia</a>, <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/">La poesia e lo spirito</a>, <a href="http://rebstein.wordpress.com/">La dimora del tempo sospeso</a>, <a href="http://www.absolutepoetry.org/">Absoluteville</a>, <a href="http://www.ilprimoamore.com">Il primo amore</a>, fondato dagli autori che uscirono da Nazione Indiana, e tanti altri. L’elenco, il blogroll, è lungo e meriterebbe di essere fatto per intero. Anche perché l’insieme dei blog culturali ha da subito “fatto rete”: autori di un sito hanno pubblicato su un altro, oppure si sono spostati da una redazione ad un’altra, ci si è letti a vicenda, anche polemizzato, ma più spesso collaborato. Cercato, cioè, di fare massa critica.</p>
<p>Il “vecchio mondo” &#8211; fatto di critici, giornalisti, scrittori, editori &#8211; legato a ritualità novecentesche, iniziò, con lentezza e farragine a sentire il peso di questa avanguardia sgangherata che dibatteva animosamente in rete. Me ne resi conto un giorno, in libreria, quando vidi il libro di un giovane scrittore che nella quarta di copertina al posto di citare firme prestigiose della carta stampata metteva in bella evidenza i commenti positivi ricevuti dai lit-blog. “Ormai al mattino” mi disse un redattore di una grande casa editrice “iniziamo la nostra rassegna stampa accendendo il computer: cosa pubblica oggi Nazione indiana? Cosa Carmilla?”</p>
<p>Il lavoro di scouting fatto dalla rete in questi Anni Zero, dove l’editoria classica sembrava sempre più ridotta a fare cassa inseguendo gli umori del momento e chiudendo perciò tutti gli spazi possibili a scritture altre, differenti, è stato enorme. Pensiamo solo a come la più reietta, dall’editoria, delle attività di scrittura, la poesia, abbia trovato uno spazio dove esprimersi per davvero. Dalla rete sono nati autori che poi hanno trovato sbocchi editoriali. La rete ha dato attenzione ad autori che altrimenti rischiavano la smemoratezza. Anche autori internazionali, di enorme spessore (e qui, con un orgoglio un po’ beota, non ho vergogna a ricordare le traduzioni inedite di autori straordinari fatte su Nazione Indiana e poi ripubblicate, senza autorizzazione, dalla carta stampata. O i premi Nobel sconosciuti dalle pagine culturali nazionali che da noi avevano da tempo trovato spazio e recensioni).</p>
<p>Insomma, qualcosa era cambiato. Agli albori capitava sovente che pezzi pubblicati sui quotidiani venissero poi riproposti dalla rete. Nel tempo accadeva sempre più spesso il contrario: discussioni scaturite dalla rete diventavano argomenti della carta stampata. Esemplare il dibattito sul New Italian Epic che nacque in rete dal testo dei Wu Ming e che si propagò ben oltre il web diventando tema di convegni universitari non solo nazionali. E sempre più spesso autori, critici, accademici curiosi iniziarono a guardare alla rete con maggiore attenzione, intervenendo dapprima magari con automatismi professorali subito cassati da chi in rete ci stava da anni (e che ora un po’ si atteggiava da carbonaro detentore della netiquette) e poi sempre più vicino ai nuovi linguaggi e modalità. In questo modo sono nate altre realtà come <a href="http://www.doppiozero.com/">DoppioZero</a>, <a href="http://www.leparoleelecose.it/">Le parole e le cose</a>, <a href="http://www.alfabeta2.it/">Alfabeta2</a>, etc. così come chi aveva battuto da subito la strada del virtuale ha nel tempo cercato altre inclusive pratiche di scambio culturale: iniziative editoriali “tradizionali” &#8211; Il Primo Amore che diventa rivista cartacea, così come lo è Alfabeta2 &#8211;  “miste”, come le Murene, librettini pubblicati da Nazione Indiana ai quali abbonarsi on line (senza cioè la classica distribuzione in libreria) – ebook, performance, manifesti – penso all’attività del movimento <a href="http://www.generazionetq.org/">Generazione TQ</a> -, marce da nord a sud del paese – il “Cammina Cammina” organizzata da Il Primo amore -, ritrovi &#8211; penso alle Feste Indiane svolte al Castello di Malaspina in Lunigiana e all’Arci Bellezza di Milano -, e tanto altro ancora.</p>
<p>Questo per dire che ormai quelle che apparivano barriere pregiudiziali che definivano spazi incapaci di comunicare fra di loro, opposti quasi, si sono dimostrate fortunatamente fragili, creando così un modo inclusivo di concepire il campo della cultura, più ampio, variegato, ricco. Fatto di continui feedback fra i vari dispositivi di diffusione della cultura non maggioritaria, non pacificata, non arresa ai modelli omologanti imposti da un centro politico e ideologico che in questi anni difficili ha banalizzato e reso marginale l’idea di cultura in Italia.</p>
<p>Nazione Indiana ha nove anni. Non so se ci sarà ancora fra nove anni. Non so neppure cosa farò io fra nove anni, magari mi dedicherò alla danza classica, chi può saperlo. Nove anni di vita, sul web, sono un’era geologica. So che questi nove anni, a guardarli ora, retrospettivamente &#8211; ora che mentre scrivo queste righe do un occhio alla posta elettronica, leggo un messaggio su skype, controllo gli aggiornamenti sui vari lit-blog, rispondo ad un commento &#8211;  a guardarli, tutti assieme, mi sembrano passati in un soffio. Gli oltre settemila post pubblicati e le decine di migliaia di contatti unici mensili, invece, mi ricordano il lavoro enorme di resistenza culturale che siamo riusciti, redattori, ospiti e lettori, a produrre, tutti assieme. Gratis, senza alcun tornaconto, per pura militanza, per pura, anarchica felicità. Per amore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(<i>pubblicato col titolo</i> C’era una volta il blog. E poi gli indiani uscirono dalle riserve,<i> in:</i> Fare libri. Come cambia il mestiere dell’editore,<i> (a cura di) Ranieri Polese, Guanda, 2012</i>)</p>
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		<title>Love Out</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Feb 2012 18:32:34 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Pierfrancesco Pacoda</strong></p>
<p>C’è una doppia, possibile interpretazione del titolo della raccolta che Mauro Baldrati ha curato per Transeuropa, <em>Love out</em>. Potrebbe essere, la frase, un riferimento alla ‘banalità’ del bene, alla sua assordante normalità, quasi che potessimo ragionare di sentimenti adattando a essi la forza ‘fredda’ delle emoticons. Potrebbe però essere, <em>Love out</em>, un invito a fare outing, a rompere l’isolamento della passione, a riappropriarsi, togliendone il predominio alle boutique del centro, della sconcertante carica in movimento del cuore.<br />
Mi viene in mente, leggendo i bei racconti che sfilano nelle pagine eleganti di <em>Love Out</em> il più retorico e sofisticato ‘esercizio di stile’ che la cultura pop ha espresso sull’amore negli ultimi decenni, la canzone dei Frankie Goes to Hollywood, <em>The Power of Love</em>, una struggente ballata  dai toni epici talmente incisiva ed evocativa da mettere insieme l’amore di Betlemme, quello sacro, e quello ‘maledetto’ dei bassifondi così amati dalla gay oriented band della new wave inglese.<br />
Così fa Baldrati nelle pagine di Love Out, mette insieme racconti e poesie, rime e storie perché<br />
scalfito dall’idea che lo slogan (come proprio la ‘popular music’ ci ha insegnato) passa indenne attraverso i tempi instabili che viviamo e ci racconta molto di più di un corposo saggio di filosofia.<br />
Soprattutto, ci racconta chi siamo quando viviamo. E quando amiamo. Proponendoci un bel catalogo di ambientazioni che noi lettori possiamo, nella grande diversità delle nostre esperienze, trovare utili per ricostruire la nostra personale trama amorosa.<br />
Voglio dire che <em>Love Out</em> è utile. Aiuta. Risponde a una funzione didattica della letteratura. Troveremo sicuramente la pagina (o la rima) che sembra scritta su misura per noi. Come se l’autore sapesse perfettamente chi siamo. E ha scritto il suo racconto osservandoci, analizzandoci, per offrirci tante possibili soluzioni ai nostri dilemmi amorosi. Che è un po’ la funzione che avevano i fotoromanzi. O le più riuscite canzoni pop. Le ballate come <em>The Power fo Love</em>. Il Potere dell’Amore.<br />
Difficile (e forse nemmeno giusto) raccontare in poco spazio tutti i temi affrontati  dal gruppo variegato e nobile di scrittori e poeti che Mauro Baldrati, uomo che ama le trame nervose ai confini della fiction di crime stories, quelle che incredibilmente quando tutto sembra perduto indicano invece una via d’uscita, ha messo insieme e ha diretto.<br />
Hanno risposto all’appello celebrità come Tiziano Scarpa, Raul Montanari, Alan Altieri, Gianluca Morozzi e giovani promesse che, stimolate dal fascino ammaliatore di un argomento così terribilmente ‘fuori moda’, hanno giocato le loro carte più ambiziose, consapevoli di essere ai confini di quel baratro chiamato luogo comune. E, ognuno con il proprio fluire linguistico, ha riportato l’amore a casa.<br />
Perché, come dice Nanni Moretti, ‘Le parole sono importanti’, ed è di questo che deve parlare la letteratura oggi, di un senso che va esaltato e divulgato, di una semplicità gioiosa, che è propria di una parola come ‘amore’. Una parola che ripetuta all’infinito, descritta e resa protagonista della vita, come fanno gli autori di Love Out, impareremo a pronunciare, dopo aver  letto questo libro, con frequenza maggiore di quanto facevamo prima.<br />
Il merito è di tutti quelli che hanno accettato di essere parte di <em>Love Out</em> (molto efficace la copertina con il cuore in rilievo)  anche un po’ del curatore al quale gli ‘happy end’ piacciono molto.<br />
I fondi ricavati dalla vendita di questo libro vengono devoluti all’Associazione Volontaria di Assistenza Socio-Sanitaria e per i Diritti di Cittadini Stranieri, Rom e Sinti.</p>
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		<title>Il Cristo zen</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Sep 2011 06:30:41 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Indiana Editore]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/cristozen.png"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/cristozen.png" alt="" title="cristozen" width="148" height="210" class="alignleft size-full wp-image-40228" /></a> [<em>E&#8217; nata una nuova avventura editoriale: <a href="http://www.indianaeditore.com/">Indiana editore</a>. Sia ben chiaro, con Nazione Indiana non c&#8217;entra nulla, ma trovo sincronico che &#8211; oltre alla parola &#8220;Indiana&#8221; &#8211; ci sia, nelle prime pubblicazioni previste, proprio un libro di Raul Montanari, &#8220;ex-indiano&#8221;. Visitate il sito della casa editrice e scopritene la filosofia e gli intenti. Io, nel frattempo, vi pubblico l&#8217;introduzione di Raul al suo libro, che uscirà il 12 ottobre.</em> G.B.]<br />
.</p>
<p>di <strong>Raul Montanari</strong></p>
<p><em>Quali sono le diversità fra Buddhismo e Cristianesimo?<br />
Se si pensa che ci siano diversità, ci sono. Se si pensa che non ci siano, non ce ne sono.</em><br />
TAÏSEN DESHIMARU, La tazza e il bastone, storie zen.</p>
<p>Come tutti, ho incontrato prestissimo la parola di Dio, la Scrittura. Molto prima di incontrare non solo le scritture (quelle dei grandi poeti e romanzieri che mi hanno subito affascinato) ma molte cose della vita – accadimenti, misteri, emozioni – di cui la Scrittura mi parlava. <span id="more-40227"></span><br />
Col tempo, come molti, ho cominciato a occuparmi d’altro. La mia vita è diventata un lentissimo zoom, che lasciava sfumare ai lati le cose grandi e concentrava sempre più il suo focus sulle minuzie, sui dettagli che riempiono il quotidiano, qualunque sia la nostra strada o il nostro mestiere. Nei primi racconti che scrivevo trovavano ancora spazio brividi metafisici, ambizioni alla Totalità che spesso rimanevano tali per scarsa robustezza della mia voce di narratore. Quindi, man mano, ho cominciato a operare su progetti più vasti, i romanzi.<br />
Allora mi è successa una cosa strana. Mi sono accorto che più nelle cose che scrivevo mi addentravo nei particolari, nelle sfumature dei rapporti umani, nella descrizione di comportamenti estremi, di paure, desideri e tensioni che potevano sfociare perfino in atti criminali, più sentivo il bisogno che le letture, che accompagnavano questi mesi di lavoro dedicati alle vicende che narravo, tornassero ad avere il sapore rigenerante dell’assoluto.<br />
Così ho ripreso in mano la Bibbia. Ho colmato i varchi lasciati negli anni in cui avevo sì la fede, poi perduta, ma non avevo ancora la conoscenza del mondo e dei libri che mi poteva far capire e amare davvero il Libro per eccellenza. E, contemporaneamente, ho cercato anche altrove. E mi sono imbattuto nel Buddhismo zen.<br />
Ho avuto subito una sensazione di familiarità.<br />
Certe intuizioni dei maestri zen e dello stesso Buddha, le frasi secche, lapidarie, il senso della natura, l’anticonformismo, la libertà di pensiero e la forza delle soluzioni espressive, li ritrovavo anche nelle parole e nei comportamenti di Gesù. A volte immaginavo il Nazareno sullo sfondo dello Yang-tze o del monte Fuji. Oppure vedevo Hui-k’o, l’allievo perfetto, seduto fra i dodici apostoli ai piedi del maestro. O mi figuravo il grande Bodhidharma fra i sacerdoti del tempio di Gerusalemme, unico fra tutti a non stupirsi di quel ragazzino che conosceva la Legge quanto e più di tutti loro, e sulla Legge aveva idee nuove, sostenute da una forza misteriosa. Siddhartha parlava a Benares, nel parco delle Gazzelle, ai suoi primi cinque discepoli, e il Cristo passava poco lontano e si fermava ad ascoltare, con un’espressione di enigmatica comprensione sul volto; poi riprendeva il suo cammino.<br />
Nei libri che scrivevo di giorno, i miei personaggi correvano incontro al loro destino spesso buio; nelle ore notturne, una luce usciva dalle pagine schiuse. Dalle parole, dalla Parola.<br />
Per questo, vent’anni fa, ho immaginato per la prima volta di scrivere questo libro, dove confrontare e, dove fosse lecito, confondere volutamente gli insegnamenti che mi sembravano scaturire da una stessa Verità. Così primitiva, così potente, fatta di fiducia incrollabile, di abbandono consapevole al flusso degli eventi, di disciplina inflessibile prima verso se stessi che verso gli altri, di disprezzo per ogni vuoto, ridicolo, grottesco eppure onnipresente culto dell’esteriorità.<br />
Ma prima di mescolare bisognerà distinguere. E raccontare.</p>
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		<title>L’esordiente, di Raul Montanari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 May 2011 06:34:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Mauro Baldrati “Livio Aragona, lei è&#8230; il miglior gialllista italiano!” Glielo dice una signora adorante, ma continuano a ripeterglielo lettori, conoscenti, editori. “Torni a scrivere i suoi gialli” gli gridano dietro gli ospiti caciaroni di un delirante salotto televisivo dove lui partecipa come “opinionista”. A nulla valgono le sue proteste, le sue spiegazioni. Io [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<div id="_mcePaste">“Livio Aragona, lei è&#8230; il miglior gialllista italiano!”</div>
<div id="_mcePaste">Glielo dice una signora adorante, ma continuano a ripeterglielo lettori, conoscenti, editori. “Torni a scrivere i suoi gialli” gli gridano dietro gli ospiti caciaroni di un delirante salotto televisivo dove lui partecipa come “opinionista”.</div>
<div id="_mcePaste">A nulla valgono le sue proteste, le sue spiegazioni. Io non sono un giallista! ripete, digrignando i denti. Ma nessuno lo ascolta. Nessuno è interessato. Livio Aragona scrive gialli, punto e basta.</div>
<div id="_mcePaste">E’ questo l’ambiente dove vive, lavora, ama, si arrabbia il protagonista dell’ultimo romanzo di Raul Montanari, <em>L’esordiente</em>. Un mondo diviso in schemi, dove nulla sembra chiaro e definito e tutto sfugge, si sfilaccia. Si nebulizza. Livio Aragona è uno scrittore-scrittore, una figura classica, molto moderna ma – proprio per la sua modernità di aristocratico della giovinezza – condannato a dibattersi in un mondo morente. Il mondo dei premi letterari, anzi, del Premio (&#8230;), il cui nome completo è impronunciabile, pena lo scatenamento di ogni sventura possibile. Ha cinquant’anni, vuole vincerlo a tutti i costi, il Premio (&#8230;), perché sarebbe il coronamento della sua carriera. Però ha un problema: Livio Aragona scrive gialli. E il giallo è considerato letteratura “bassa”, di serie B. <span id="more-39003"></span>Per questo è deciso a scrollarsi di dosso questo marchio. Ma il Premio (&#8230;) per quest’anno è già stato assegnato. Perché è così che funziona. Il Premio se lo aggiudica soprattutto l’editore. Così Livio Aragona si prepara per il prossimo, col nuovo romanzo cui inizia a lavorare con impegno.</div>
<div id="_mcePaste">Come il suo autore, Livio Aragona è un docente di scrittura creativa. E da scrittore-scrittore ha le idee chiare sulla sua professione. Sa che per quelli come lui la scrittura è sofferenza, perché attinge direttamente dalla vita: “La tua vita diventa un  magazzino di cose utili per ciò che racconti. Mi serve qualcosa? Un oggetto da descrivere, un  mestiere, una paura, una città? Apro il magazzino e vedo se c’è, altrimenti cerco altrove.” E’ uno degli insegnamenti che impartisce ai suoi studenti, che passa in rassegna con la supervista a raggi X dello scrittore-scrittore. Già alla prima lezione riconosce i loro tic, le loro aspirazioni. E nota la bellezza delle ragazze, perché come tutti i personaggi maschili di Montanari è molto sensibile al fascino femminile. Soprattutto a quello di Veronica, l’allieva che, già il primo giorno, gli consegna un  manoscritto. Un romanzo inedito. Livio, infastidito (ogni volta la stessa storia!), cerca di rifiutare, ma c’è qualcosa di irresistibile in lei. Lo prenderà. Lo leggerà e lo troverà orribile.</div>
<div id="_mcePaste">Proprio da questa lettura al negativo inizia il vero romanzo. Veronica è un personaggio di tipo proustiano: sfugge alla sua comprensione, è depositaria del mistero che porta con sé ogni persona amata, che resta una creatura insondabile, inconoscibile, vagamente ostile nella sua essenza sfuggente. Livio si trova invischiato, innamorato perso, ma gli sfugge la personalità di Veronica, gli sfuggono i suoi scritti, che giudica sempre dozzinali, di nessuna qualità. Come si sbaglia. E noi come lo compatiamo mentre continua a ripetere a se stesso che tanto come scrittrice non ha futuro, che potrà pubblicare qualche libercolo per un editore minore.</div>
<div id="_mcePaste">Intanto continua a dibattersi nel suo mondo editoriale popolato da squali, critici tronfi e ottusi, manovre sottobanco per il Premio (&#8230;), cercando con rabbia, quasi con disperazione, di ripulirsi dal marchio di giallista. Quel mondo dove Veronica, giovane e veloce sirena, si muove con agilità. E dove otterrà un enorme successo, sempre non ammesso da Livio, che avanza lancia in resta con grandi e robusti paraocchi, finché è costretto ad accettare l’evidenza, e cioè che la sua distrazione morbosa scaturiva da una bruciante, mai ammessa gelosia professionale. La gelosia per la persona amata che non riesce a possedere fino in fondo, che gli oppone la sua giovinezza letteraria, la sua freschezza, tutte qualità che sente di avere perduto, sacrificate sull’altare della scrittura di professione, del mestiere.</div>
<div id="_mcePaste">Ma Veronica non è l’unica persona che gli sfugge, e della quale non vede il vero aspetto della personalità. Il convivente della sua ex moglie, Emiliano, un ex killer che lo inonda di complimenti con un linguaggio pomposo, continua a chiedergli soldi per pagare un maledetto debito. Gli spillerà 40.000 euro, mentre qualcosa inizia a cambiare, a intorbidirsi, proprio come si intorbidano le sordide manovre per riuscire a vincere lo stramaledetto Premio (&#8230;), che si tinge sempre più di toni noir, mentre si prepara uno scontro finale senza esclusione di colpi proprio l’ultima persona che si aspetterebbe di avere come avversario nella finale.</div>
<div id="_mcePaste">La progressione narrativa aumenta, il ritmo si fa sostenuto, tutto si complica e si attorciglia in un guanxi malato, negativo e violento. In questo Montanari, che proprio come Livio Aragona ha una solida esperienza di giallista, è un maestro. Sa dilatare al punto giusto le pause, sa portare il lettore verso un finale minaccioso, che precipita in crescendo verso una scena memorabile sul greto di un fiume, in una notte di pioggia che evoca l’epilogo di Cape Fear di Scorsese.</div>
<div id="_mcePaste">L’esordiente è un romanzo sull’intreccio tra vita e letteratura, tra letteratura ed editoria, tra vita e socialità, sofferenza, gelosia, tradimento. Un romanzo su un uomo, uno scrittore scaltro e accecato che cerca, senza riuscirci, di ritrovare la sua arte originaria, il coraggio, la sincerità brutale degli esordi, in un mondo dove tutto è decrepito e decomposto. Cerca di essere di nuovo un esordiente, soprattutto nella vita e nell’amore. E quando una vera esordiente gli si offre, accetta di incrociare la sua strada, e di amarlo, non la riconosce. Non vuole riconoscerla. Rifiuta il suo mistero, la sua libertà, e il suo talento. Dovrà soffrire ancora, e pagare di persona, per arrivare al satori finale, al Qi-gong di un uomo finalmente semplice: “Io ho finito, di scrivere. Magari domani avrò cambiato idea, ma adesso è questo che penso. Ho finito di scrivere. Vediamo se mi riesce di vivere, almeno.”</div>
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		<title>Le strane cose di Raul Montanari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Feb 2010 08:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>
		<category><![CDATA[raul montanari]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Esistono dei romanzi che seguono un percorso apparentemente obbligato, che neanche l’autore – talvolta identificabile col conduttore di una diligenza lanciata lungo un itinerario da lui stesso stabilito – riesce a modificare. Vanno avanti per i fatti loro, perché così sono stati iniziati, indirizzati. I motivi posso essere diversi: certe caratterizzazioni di personaggi molto forti, più forti del loro creatore, che vede ridursi sempre più i margini di manovra sulle loro vite e i loro destini; trappole morali, o etiche, o ideologiche, per cui alcune “sterzate” risultano impossibili senza cadute nei sentimenti bassi. Sono i cosiddetti romanzi pericolosi, perché l’autore rischia di ridursi a un semplice portavoce, ostaggio delle regole che lui stesso ha applicato alla storia e ai personaggi, scegliendo quel determinato impianto, quella struttura o sovrastruttura.<span id="more-31057"></span></p>
<p>E’ il caso dell’ultimo romanzo di <strong>Raul Montanari</strong>, <em>Strane cose, domani</em> (Baldini Castoldi Dalai, 2009), una narrazione che fila su una lama di rasoio, pronta a cadere, a negare se stessa, a lavorare per la propria autodistruzione, tanto più per un’affermazione netta e molto impegnativa del suo autore: “Se la scrittura non è etica non è scrittura” (intervista al mensile <em>Jesus</em>).</p>
<p>Etica. Come dobbiamo considerare il personaggio narrante, Danio Ascari, uno psicologo con pazienti esclusivamente femminili (e anche amiche e conoscenti, potrebbe essere una versione moderna de l’uomo che amava le donne), che fa il passaggio all’atto, cioè se le porta a letto? C’è da dire che quella dello psicologo è una categoria particolarmente avversata – anche sbeffeggiata – dal cinema, dalla letteratura, per motivi che sarebbe interessante approfondire (Valter Binaghi, nel suo prossimo romanzo in uscita da Perdisa Pop, addirittura lo uccide); tuttavia è una figura di riferimento importante per i pazienti, che riversano su di lui, attraverso il procedimento del transfert, sentimenti ancestrali, desideri, rancori, e tentativi di seduzione; accettare queste “proposte”, cioè passare all’atto, può rappresentare un danno notevole per la persona che chiede aiuto attraverso l’analisi. Danio lo fa, o l’ha fatto, ma l’autore, che si è lanciato in questa avventura narrativa che presenta trappole etiche, riesce a tenersi in bilico, con straordinario talento di equilibrista, con l’ironia, e un gioco sottile, insidioso, di impegno/disimpegno, di indifferenza/amore, di noia/rispetto. E’ pervaso da un taurismo sessuale che fa pensare a Henry Miller, l’eroe letterario metropolitano che batte la città tentacolare restando vivo, e felice, attraverso una furiosa attività erotica. A tratti sembra deridere le sue pazienti e amanti – tutte strafighe look velina – o le “depresse”, che definisce insopportabili, ma ci lascia anche capire che le rispetta, le capisce (tracciando delle mini-diagnosi con finezza psicologica e una cura dei dettagli invidiabili) e vuole aiutarle. </p>
<p>Danio le possiede, le donne, le ha possedute, asseconda i loro desideri, i loro capricci. E’ un tipo fisico, pratico, sincero, diretto, ed è per questo, gli rivela la ex moglie Eliana, che le donne lo desiderano, non perché è bello. E’ anche poco idealista, è materiale, almeno così sembra, così si propone a noi lettori. Finché un giorno, finalmente, conosce la ragazzina che ha abbandonato il suo diario su una panchina del parco Sempione, a Milano. Federica frequenta il liceo, è una persona tormentata, con tratti autodistruttivi, che si fa del male, producendosi ferite da taglio sulle braccia. Il diario è una delle copie che ha lasciato in giro, come messaggi nelle bottiglie, con lo scopo di farle ritrovare, come richieste di aiuto. Danio la rintraccia, con la collaborazione di una amante genio del computer, e parte un immediato processo di idealizzazione: Federica è il contrario delle veline, veste normalmente, non ha i soliti tacchi a spillo, le minigonne, le scollature mozzafiato, è avvolta in un poncho informe, e ha le maniche della maglia fin sulla punta delle dita. Danio se ne innamora subito, e cerca di entrare nel suo mondo. Un mondo oscuro, un mondo dannato. </p>
<p>E qui il rischio è davvero alto. L’autore si trova a dovere gestire il rapporto tra Danio e Federica, e <em>se la scrittura non è etica non è scrittura</em>, come impostarlo? Li farà scopare? Lui psicologo padre di famiglia separato, 48 anni, e lei studentessa della scuola superiore? L’etica, ovviamente, non riguarda la differenza di età, ma la distruzione dell’idealizzazione. Dopo averne fatto un oggetto misterioso, con infinite sfaccettature, una anti-velina, avatar di giovinezza, di malinconia, di durezza, di poesia, può abbatterla con un passaggio all’atto così sbrigativo e scontato? D’altra parte, se non la distrugge, se non la oltraggia inserendola nella sua dotazione di amanti, come può restare nell’idealizzazione in sé per sé, cioè lontano dalla vita vera, prigioniero di un assoluto, di una irrealtà, dei propri fantasmi interiori, del proprio narcisismo solipsista, che sta alla base dell’idealizzazione? Perché l’idealizzazione è un tiranno che non ammette eccezioni: anche Swann idealizza, applica a Odette le immagini di donne divine che prende dai quadri classici, mentre la donna reale, che lui non vede, è ordinaria, banale; anche Humbert idealizza Lolita, e la ferisce, la tiene prigioniera, ma finisce per esserne schiavo, e, proprio come Swann, lavora per la propria fine.</p>
<p>Con un simile enunciato, <em>se la scrittura non è etica non è scrittura</em>, di fronte a questo dilemma c’è da incartarsi. E invece con una soluzione che ci mostra la forza del suo autore, e il suo coraggio, Danio risolve l’impasse con un artificio geniale: sarà la stessa Federica a decidere per lui, a toglierlo dai guai, evitandogli un imbarazzante fallimento narrativo. Federica si fa donna terrena, con le sue paure, le sue debolezze, ma anche la sua forza, e lo fa crescere, lo fa maturare. Così la storia decolla, e prosegue in un crescendo che porta il lettore in una vicenda noir narrata con tecnica da maestro: entriamo nel mondo violento e abietto di Federica, la sua famiglia, tipi orribili, luoghi oscuri. Entra in azione anche il figlio Tommaso, un ragazzo che non lo chiama mai “papà”, ma appunto Danio, e un investigatore privato che non può non evocare Dudley Smith, il poliziotto marcio di Ellroy, gli stessi modi soft ironici che evocano violenze abissali, ma un Dudley buono, leale, una colonna del romanzo. Ci accompagnano i pensieri, gli incubi di Danio, che in passato ha ucciso due persone, perché è stato costretto, perché era nello stato delle cose, era nel karma, ma ha lasciato i cadaveri al loro destino, che tornano come spettri, creature del buio che lo seguono di giorno e di notte. </p>
<p>Procede fiero e cazzuto Danio, mena le mani, si arrabbia, affronta il mondo a muso duro, cerca di amare, cerca di cambiare la propria vita, cerca di sfuggire a un destino di uomo sconfitto, di solitudine, che gli appare dietro il velo delle sue facili conquiste. Cerca di riscattarsi. Perché <em>se la scrittura non è etica non è scrittura</em>.</p>
<p>Proprio per questo il finale può suscitare discussioni e conclusioni contrapposte. Ma essendo <em>Strane cose, domani</em> un libro pericoloso, che non permette molte deroghe, ci si chiede quale altro finale avrebbe potuto pretendere dal suo autore. Forse nessuno. Forse è l’unico possibile, vista la piega che hanno preso gli eventi, le avventure dei personaggi, la loro maturazione. L’unica conclusione logica di questo romanzo italiano, un testo da non perdere.</p>
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		<title>Nota per un vero compagno di classe</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Dec 2009 10:10:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Asilo nido Cip Ciop Pistoia]]></category>
		<category><![CDATA[Eduardo De Filippo]]></category>
		<category><![CDATA[Libro cuore]]></category>
		<category><![CDATA[raul montanari]]></category>
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					<description><![CDATA[Sui recenti fatti accaduti a Pistoia Raul Montanari ha scritto su facebook una nota struggente. Ne riporto un passaggio che vuole essere insieme denuncia ed omaggio, quando nel teatro della crudeltà il ruolo che si interpreta appartiene ai gesti e non alle parole. effeffe &#8220;No, le lacrime mi sono uscite alla scena incredibile del bambino [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sui recenti fatti accaduti a <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2009/12/03/visualizza_new.html_1623216668.html">Pistoia</a> Raul Montanari ha scritto su facebook una nota struggente. Ne riporto un passaggio che vuole essere insieme denuncia ed omaggio, quando nel<em> teatro della crudeltà</em> il ruolo che si interpreta appartiene  ai gesti e non alle parole. <strong>effeffe</strong></p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/fmQ_SBNky7w&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object></p>
<p><em>&#8220;No, le lacrime mi sono uscite alla scena incredibile del bambino che si alza fra gli altri, spaventati, sgomenti, seduti con quegli occhi dilatati in cerca di senso&#8230; il bambino che si alza e si avvicina alla piccola, la accarezza, la conforta sotto gli occhi stessi della sua aguzzina. Qualcuno deve dare un nome a questo piccolo eroe! Devono dirci qual è il suo nome, perché possiamo ripeterlo fra noi e ricordarlo, e augurargli felicità per tutta la vita. Voglio sapere come si chiamano i suoi genitori, stringere le loro mani, abbracciarli! Guardate che non soltanto il bambino affronta il rischio di prenderle anche lui (e non a caso è l’unico ad avere un gesto d’amore per la piccola vittima). No, lui per fare questo gesto così nobile e spontaneo ha dovuto vincere una battaglia interiore contro la voce vigliacca che gli diceva:<br />
“Ma lascia perdere, lascia stare, la maestra ha ragione, non vedi come rompe le scatole ‘sta bambina? Non senti come strilla? Non vedi che schifo, come si sbrodola? Dategliele, che le merita! Ancora un ceffone! Ancora!</em>”<br />
<strong>Raul Montanari</strong></p>
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