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	<title>ray bradbury &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Se me li sono persi: &#8220;Ritornati dalla polvere&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Dec 2014 06:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Eugenio Lucrezi]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura di fantascienza]]></category>
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					<description><![CDATA[di Eugenio Lucrezi RAY BRADBURY, Ritornati dalla polvere, traduzione di Giuseppe Lippi, strade blu Mondadori, Milano 2002 È di questi giorni la notizia del ritrovamento di un nutrito corpus di epigrammi di Posidippo, poeta alessandrino che nel terzo secolo gareggiava per fama con Callimaco. Fino ad oggi di lui rimaneva, insieme ad una ventina di [&#8230;]]]></description>
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<p>di <strong>Eugenio Lucrezi</strong></p>
<p>RAY BRADBURY, <em>Ritornati dalla polvere</em>, traduzione di Giuseppe Lippi, strade blu Mondadori, Milano 2002</p>
<p>È di questi giorni la notizia del ritrovamento di un nutrito corpus di epigrammi di Posidippo, poeta alessandrino che nel terzo secolo gareggiava per fama con Callimaco. Fino ad oggi di lui rimaneva, insieme ad una ventina di frammenti inclusi nell’Antologia Palatina, poco più che il nome, sbiadito dalla povere del tempo. Se di colpo Posidippo è diventato il poeta meglio conosciuto del suo tempo lo si deve alle cure, devote quanto quelle profuse dagli antichi imbalsamatori nel compiere l’operazione inversa, con cui oggi si scartocciano le mummie egizie; ed al fortunato ritrovamento, tra le fasce di una di queste, di un metro e mezzo di papiro recante i segni, fissati in eterno dalle resine, di centocinquanta epigrammi.</p>
<p>Ben altro destino toccava, nell’epoca dell’immenso impero britannico, alla gran copia di sacchi d’ossa e catrame pescati nelle tombe, che venivano usati senz’altro, per la loro eccellente infiammabilità, come combustibile per le caldaie dei treni. Così il <em>Nefertiti-Tut-Express</em> attraversava veloce la valle dei Re, mentre «i fumi neri che riempivano l’aria erano infestati dai cugini di Cleopatra che bruciavano». Ce lo dice Bradbury all’inizio di questo romanzo macabro e gentile, che portando le mummia nelle atmosfere country dell’Illinois ci sorprende almeno quanto a suo tempo ci spiazzarono i Clash di <em>Rock in the Casbah</em>, seppure all’incontrario.</p>
<p>Come le <em>Cronache marziane</em>, che nel 1950 segnarono il folgorante esordio di questo autore, <em>From the dust returned</em> risulta dall’accorpamento di più racconti; come «la grande armada di polvere sepolcrale» che ne affolla le pagine, proviene da un lontano passato, addirittura dal 1945, quando le prime pagine di questa che oggi è una sola, magnifica, narrazione videro la luce su una rivista pulp alla quale il venticinquenne Ray vendeva le sue visioni per mezzo centesimo a parola. Cinquantacinque anni sono tanti, come pochissimi sono i nove giorni impiegati per la prima, pressoché definitiva, stesura di <em>Fahrenheit 451</em>, il suo libro più famoso (non il più bello): ma ogni racconto ha la sua storia, e poi l’idea dei pompieri mandati in giro a bruciare i libri piuttosto che a spegnere gli incendi gli venne ai tempi di McCarthy, in piena caccia alle streghe, e non c’era un minuto da perdere.</p>
<p>Questo romanzo di undici lustri ci dà conto del raduno di una multiforme famiglia di fantasmi in una grande casa «che aveva preso forma come un sogno di Ramsete completato da Napoleone» su una solitaria collina del nuovo mondo; dell’orgiastica festa e delle bizzarre avventure cui danno vita i non morti, lì convenuti dai più remoti angoli del globo per testimoniare gli oscuri ricordi «su cui l’umanità ha costruito nuovi edifici di carne»; infine della precipitosa fuga cui gli spettri sono costretti dalla marea crescente dell’incredulità umana, dall’onda della noncuranza che tutto cancella.</p>
<p>In una di queste pagine memorabili, Bradbury elenca i suoi maestri, che sono Shakespeare e Poe, Dickens e Kipling. Non è un caso che questo scrittore sia stato uno degli autori preferiti di Sergio Solmi, amico della <em>science-fiction</em> e del Leopardi del <em>Coro dei morti nello studio di Federico Ruysch</em>.</p>
<p>da <em>Diario</em>, 14 giugno 2002</p>
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		<title>pop muzik (everybody talk about) #6</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Dec 2010 07:23:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[2010]]></category>
		<category><![CDATA[Fuck Me Ray Bradbury]]></category>
		<category><![CDATA[musica pop]]></category>
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					<description><![CDATA[Fuck Me, Ray Bradbury / Rachel Bloom. 2010]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe title="Fuck Me, Ray Bradbury / Rachel Bloom. 2010" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/embed/e1IxOS4VzKM" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Fuck Me, Ray Bradbury / Rachel Bloom. 2010</p>
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		<title>Libertà letteraria e censura della tiratura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[carla benedetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Nov 2004 16:56:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alfredo salsano]]></category>
		<category><![CDATA[André Schiffrin]]></category>
		<category><![CDATA[benedetta centovalli]]></category>
		<category><![CDATA[editoria indipendente]]></category>
		<category><![CDATA[fahrenheit 451]]></category>
		<category><![CDATA[françois truffaut]]></category>
		<category><![CDATA[Gian Carlo Ferretti]]></category>
		<category><![CDATA[Raffaele La Capria]]></category>
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					<description><![CDATA[di Benedetta Centovalli A vent’anni dalla morte si onora con i suoi film un grande regista, François Truffaut. Così mi è capitato di rivedere con curiosità e una punta di apprensione, per paura che il tempo avesse fatto giustizia del ricordo, uno dei suoi film più noti, Fahrenheit 451. Ma che diavolo manderebbero a memoria [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Benedetta Centovalli</strong></p>
<p><img decoding="async" alt="loadimage.cfm" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/loadimage.cfm" width="120" height="144" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" /> A vent’anni dalla morte si onora con i suoi film un grande regista, <strong>François Truffaut</strong>. Così mi è capitato di rivedere con curiosità e una punta di apprensione, per paura che il tempo avesse fatto giustizia del ricordo, uno dei suoi film più noti, <em>Fahrenheit 451</em>. Ma che diavolo manderebbero a memoria gli uomini-libro se Truffaut girasse adesso la sua pellicola? Il film, ispirato al romanzo di <strong>Ray Bradbury</strong>, poneva domande inquietanti sul valore e sul significato della lettura, sulla logica del potere volta al controllo e alla manipolazione della verità, domande di bruciante attualità.<br />
<span id="more-663"></span><br />
“Un sistema il cui ideale sarebbe quello di fare del libro un prodotto derivato e dell’editoria un luogo di scambio di potere che si manifesta per cominciare con la capacità d’interdire mediante la cosiddetta censura del mercato la manifestazione e la diffusione di opinioni non conformi”, scriveva <strong>Alfredo Salsano</strong>, scomparso prematuramente pochi mesi fa, nella sua Presentazione all’edizione italiana di un libro importante e provocatorio: <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8833912108/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8833912108&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Editoria senza editori</em></a> di <strong>André Schiffrin</strong>, pubblicato da Bollati Boringhieri all’inizio del 2000. Una denuncia lucida e coerente della deriva del mondo editoriale, stretto tra informazione e entertainment, stritolato appunto dalla logica del fast food, della planetarizzazione della cultura, dove pochi autori molto vendibili si impongono ovunque come la griffe di una potente multinazionale.</p>
<p>Figlio dell’ideatore della “Pléiade”, direttore fino al 1990 di una delle più prestigiose case editrici newyorkesi, la <strong>Pantheon Books</strong>, fondatore poi della sigla indipendente <strong>The New Press</strong>, Schiffrin racconta puntuale la mutazione genetica del pianeta editoriale avvenuta nell’ultimo decennio del secolo passato negli Stati Uniti, fotografia di ciò che sta accadendo in Europa e in Italia.</p>
<p>Da attività artigianale, quasi familiare, con profitti modesti e collegata alla vita intellettuale del paese, alle grandi concentrazioni editoriali internazionali che pretendono solo significativi obiettivi di profitto allineati agli altri business (giornali, televisione, cinema…). Con la conseguente trasformazione della catena editore-distributore-libraio, dove la piccola e media editoria di cultura e il libraio indipendente scompaiono insieme alla possibilità di orientare le scelte del lettore secondo riconoscibili percorsi. La <strong>dittatura del best seller </strong>regna nella confusione, desertifica e azzera le differenze, la capacità di selezionare.</p>
<p>Un’editoria senza editori e senza librai, afferma Schiffrin. Un’editoria senza progetto, senza cultura. Un’editoria dove l’omologazione delle proposte è totale, dove ci si nasconde dietro l’alibi della qualità declinata tiratura per tiratura, e non secondo criteri e valori identificabili, così come libro per libro si valuta la tenuta di una collana senza alcuna visione d’insieme, né orizzonte di crescita. Vogliamo provare a spiegare cosa significa qualità? In fondo la qualità non significa nulla per se stessa, ma solo in relazione a un contesto, solo se traduce una necessità in cui riconoscersi.</p>
<p><strong>Raffaele La Capria </strong>in un’intervista recente motivava così quello che sta succedendo: “Semplicemente – diceva – tutti sanno scrivere un libro che sembra un libro scritto bene. Non c’è una divisione netta tra cattiva e buona letteratura, vi è una buona-cattiva letteratura che è quella che per lo più fanno gli editori oggi. Praticamente l’80% dei libri che escono, libri ritenuti pubblicabili e pubblicati, sono buona-cattiva letteratura. Libri scritti bene, con gli aggettivi al loro posto, il periodo ordinato e ben strutturati. Questi libri, però, non hanno l’anima, sono disanimati, è una letteratura disanimata, che però va per la maggiore perché è quella che si vende di più”.</p>
<p>La qualità tante volte evocata si disfa in cattiva qualità quando non derivi da scelte che generano appartenenza e che possono concorrere alla formazione di un’immagine decifrabile di editore.</p>
<p><strong>Gian Carlo Ferretti</strong> nella prima parte della sua esaustiva Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003 (Einaudi, Torino 2004) racconta l’epoca degli editori protagonisti (Mondadori, Rizzoli, Bompiani, Einaudi, Garzanti, Feltrinelli, Longanesi) e dei letterati editori (Vittorini, Pavese, Calvino, Debenedetti, Sereni, Bazlen, Bertolucci, Bassani, Sciascia) che operano nel nostro paese dagli anni Trenta e che accompagnano l’editoria libraria italiana dall’inizio artigianale o preindustriale all’affermazione di una vera e propria industria culturale fino alle soglie dell’attuale processo “concentrazionario”. All’epoca dei grandi editori c’era una “personalizzazione del progetto e della strategia”, si perseguiva una politica d’immagine fondata sulla politica d’autore, il lavoro editoriale era orientato alla definizione di una riconoscibile e forte identità di progetto e di catalogo, che in larga parte si realizzava nelle differenti collane. L’analisi circostanziata di Ferretti non produce solo una storia (e una puntigliosa geografia) dell’editoria italiana, ma offre come controtesto l’allarmata registrazione dei rischi e delle responsabilità del crescente potere dell’apparato, insomma quello che è successo negli Stati Uniti è accaduto anche in Italia e il volume di Ferretti ne è accurata e partecipe narrazione.</p>
<p>Oggi ogni libro deve essere redditizio per sé. Alla politica d’autore si è sostituita la politica di titolo o altrimenti detta politica della tiratura e come risultato un ventaglio di proposte dagli accostamenti a dir poco arditi, con divaricazioni e disaggregazioni pericolose e confuse.</p>
<p>Evocata da Schiffrin, la censura del mercato, domina incontrastata sovrana. Se si pensa che un libro venderà meno di un certo numero di copie (del primo libro di <strong>Kafka</strong> si stamparono <strong>800</strong> esemplari), si decide di non pubblicare quel libro e quell’autore, e questo colpisce soprattutto gli esordienti e gli autori ad alto tasso di letterarietà oppure la saggistica impegnata. Basata “sulla esistenza o no di un pubblico precostituito per ciascun libro”, la censura della tiratura rovescia un apparente metodo liberale in vera e propria minaccia all’accesso del sapere: “Di conseguenza, quel che si ricerca è l’autore noto, il tema di successo e i nuovi talenti o i punti di vista originali e critici difficilmente trovano il loro posto”.</p>
<p>Il rischio è di rinunciare al progetto, all’esercizio della critica, la fine della democrazia e della possibile formazione di un sentimento civile comune, relegando la ricerca culturale nella sfera dell’eccentricità o dello specialismo e dell’accademia. Quale editore può davvero fare a meno di utilizzare il rasoio settimanale delle classifiche dei best seller?</p>
<p>Alla fine del suo volume Ferretti dichiara di parteggiare per l’epoca degli editori protagonisti, “l’editoria fatta da chi pensava i libri piuttosto che limitarsi a fabbricarli” e affida alla piccola editoria il compito di tenere vivo il senso di questo mestiere. Allo stesso modo il pamphlet di Schiffrin si chiudeva su una nota positiva, l’anello che non tiene nella catena che imprigiona al mercato: pensare per paradosso nel mondo globalizzato che “certe forze arcaiche come il nazionalismo e il campanilismo” possano diventare utili alleati nella battaglia per una cultura indipendente. In entrambe le conclusioni un invito alla riflessione sul significato e sul valore dell’identità culturale, sulla libertà di espressione e su come difenderli.</p>
<p>Nel film di Truffaut i libri sono condannati al rogo in un paese dittatoriale del futuro (?). La temperatura a cui i libri prendono fuoco è 451° Fahrenheit. La temperatura a cui brucia la libertà. E’ questa la frase con cui Michael Moore ha lanciato il suo esplosivo documentario su Bush, sollevando un polverone sul rapporto tra informazione e potere, informazione e verità. E su queste parole è chiamato a riflettere ancora una volta chi oggi abbia a che fare con i libri.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;<br />
<em>Parte della relazione tenuta al convegno &#8220;Avventure e disavventure del libro di letteratura&#8221;, Roma, 28-29 ottobre 2004, e pubblicata su &#8220;Il messaggero&#8221;, 30.10.2004</em></p>
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