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	<title>razionalismo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Calumet Voltaire della Festa Indiana: Afrodite e Immanuel</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Nov 2017 06:00:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani come certo ricordate da quanto detto qui, Wolfgang Pauli, il luminare della fisica del secolo scorso, era in ottimi rapporti, oltre che con Carl Gustav Jung, con la sua più stretta collaboratrice, Marie-Louise von Franz. In occasione del trentasettesimo compleanno di lei, il 4 gennaio 1952, le invia, come testimonianza di affetto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/marie-louise-von-franz-215x300.jpg" alt="" width="215" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-71016" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/marie-louise-von-franz-215x300.jpg 215w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/marie-louise-von-franz.jpg 350w" sizes="(max-width: 215px) 100vw, 215px" /><br />
come certo ricordate da quanto detto <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/07/27/pauli-e-la-guerra/" rel="noopener" target="_blank">qui</a>, Wolfgang Pauli, il luminare della fisica del secolo scorso, era in ottimi rapporti, oltre che con Carl Gustav Jung, con la sua più stretta collaboratrice, Marie-Louise von Franz. In occasione del trentasettesimo compleanno di lei, il 4 gennaio 1952, le invia, come testimonianza di affetto e di vicinanza, un breve dialogo da lui scritto dieci anni prima, quando si trovava a Princeton, negli USA, per sfuggire ai molti pericoli della guerra che devastava l&#8217;Europa. Questo dialogo è stato letto, al Calumet Voltaire del 28 ottobre scorso a Fano, dal sottoscritto, nella veste di Immanuel e dall&#8217;indiana Orsola Puecher nella veste di Afrodite. Il testo è il seguente:</p>
<p><strong><em>La lotta dei generi &#8212; Una commedia filosofica</em></strong></p>
<p><em>Afrodite e Kant</em></p>
<p><em>Afrodite</em>: vorrei anzitutto scusarmi di ricorrere all’aiuto delle parole per comunicare emozioni. Sarebbe certo più gradevole se io impiegassi a tale scopo soltanto carezze; ma ciò, a parte un piccolo numero di casi, non sarebbe gradevole per me. Per questo adopero parole per rendere accessibili le mie emozioni ai pensatori, i quali hanno emozioni così indifferenziate e fanciullesche che, senza carezze e senza parole, non sono in grado di indovinare le mie. . Indubbiamente le parole non sono che razionalizzazioni delle emozioni. Ci fu pur chi, in modo infantile e incosciente, disse “in principio era il verbo” e anche “cogito ergo sum”, mentre all’inizio vi erano naturalmente le emozioni, altrimenti mai sarebbero state trovate le parole e “amo, ergo sum”, e soprattutto mai sarebbero nati i pensatori.</p>
<p><em>Immanuel</em>: ma v’è pur tuttavia l’ampio campo della scienza, con i suoi metodi classificatori, con gli esperimenti e la logica!</p>
<p><em>Afrodite</em>: questa è l’eccezione che conferma la mia regola. I metodi scientifici possono essere usati solo nel ristretto dominio in cui non esistono le emozioni umane. La logica è sempre la stessa, sia che a Lei un certo oggetto piaccia o non piaccia, sia che io parli di una piccola mosca o dell’intero cosmo. I metodi scientifici possono anche essere razionalizzazioni di immaginazioni intuitive, ma questo a me non interessa. Quel che invece mi interessa è la loro indipendenza dal valore degli oggetti. In questo piccolo dominio – che mi diletta assai come passatempo, per prendermi un po’ di ferie dalle mie emozioni, cioè dalla vita vera – ci sono espressioni così straordinarie come vero e falso. A parte questa piccola eccezione, che Lei ha appena definito come un ampio campo, non esiste alcuna verità oggettiva.</p>
<p><em>Immanuel</em>: Satana, Anticristo, non indurmi in tentazione! Non c’è dunque alcun criterio oggettivo per il bene e il male? I dieci comandamenti non sono una verità oggettiva? Non vi è alcuno scritto per il sistema della morale?</p>
<p><em>Afrodite</em>: Vi sono certo scritti di questo tipo, ma si tratta di razionalizzazioni di emozioni. Ad esempio sta scritto “tu non ucciderai”. Questa è appunto una razionalizzazione dell’esperienza emotiva elementare della “cattiva coscienza” che gli uomini si sono costruiti dopo aver ucciso altri uomini. Queste parole, così scritte, sono necessarie per pensatori baby con emozioni deboli o per uomini malati che sarebbe bene rinchiudere in ospedali piuttosto che in prigione, ma certo non per adulti con sane, chiare e profonde emozioni.</p>
<p><em>Immanuel</em>: Lei dunque mi spinge in un dominio di completo soggettivismo in materia di fede e di morale. Secondo quanto Lei afferma non avrebbe assolutamente alcun senso  la domanda “Perché il signor X non crede in un Dio personale?” oppure “perché la signorina Y è così nazionalista?” Così come nell’ambito dell’amore tra persone non ha alcun senso chiedere “perché la signorina X non ama il signor Y?”  Tutto quello che Lei ha dire su questo è che certe parole suscitano certe emozioni in alcuni uomini, mentre ne suscitano altre, o nessuna, in uomini diversi. Se le emozioni di qualcuno non sono sensibili al quinto comandamento “tu non ucciderai”, non ci si può fare proprio niente. La grande idea diventa ora “soltanto” una razionalizzazione che non raggiunge più il suo scopo di riprodurre e guidare le emozioni. “Il signor X non è più guidato dal quinto comandamento, egli ucciderà”. “Nella nazione A le canzoni nazionali richiamano, in grandi raduni di folla, emozioni tali da spingere la nazione ad intraprendere una guerra contro la nazione B.”  “Il signor X non può soffrire la comunità e si rifiuta di partecipare alla guerra”. Sono sicuramente tutte realtà emotive semplici e loro razionalizzazioni, proprio come “la signorina X si innamora del signor Y”. Soltanto i pensatori baby si chiedono perché.<br />
Comincio a disperarmi: ciò non avrebbe dunque nulla a che fare con una verità oggettiva, perché riguarda solo sentimenti; devo prendere tutte queste reazioni emotive come semplici dati di fatto. Ci sono soltanto amore, odio ed emozioni, indipendenti e libere, ci possono essere ragioni che li motivano, ma non hanno alcun interesse. Non c’è alcuna responsabilità morale, non c’è nessuno spirito santo!<br />
Tutto questo non mi soddisfa, sento proprio di dissociarmene!</p>
<p><em>Afrodite</em>: Povero pazzo, non ho mai detto che le emozioni siano libere e indipendenti, anche se nego che esse siano direttamente influenzate dalle idee. I filosofi sensisti dicevano “nihil est in intellectu, quod non antea fuerit in sensu”. Mentre io dico “nihil est in intellectu, quod non antea fuerit in corde”. Le emozioni non sono mai isolate, così come Lei le ha descritte. C’è un legame segreto tra tutte le emozioni del mondo, anche se non viene percepito. Per questo le emozioni sono influenzate da altre emozioni e hanno una vita propria. Esse sviluppano una loro tendenza interna a crescere e a propagarsi, come le piante. Perciò devo far di tutto per unificare, e rafforzare, emozioni diverse, e devo impiegare qualsiasi mezzo per raggiungere questo scopo. La musica, la poesia, lo spirito – e persino Lei. Ammetto che La sto usando, tuttavia non creda di essere altro che uno strumento per tale fine. Lo chiami pure “crescita della coscienza” se vuole, ma non si dimentichi che la coscienza non consiste soltanto di parole, idee e pensieri. Ogni emozione che sia abbastanza chiara, intensa e profonda, di per sé fa crescere la coscienza, senza parole.</p>
<p><em>Immanuel</em>: Sono ben lieto di vedere che anche una donna usa la logica, e che Lei mi usa. Ma ho ancora molte difficoltà a proposito del soggettivismo morale e le sue terribili conseguenze come la guerra, la fame e la povertà. Abbiamo bisogno di un sistema morale valido in generale, come i dieci comandamenti. </p>
<p><em>Afrodite</em>: dapprima sono stata rinchiusa nella famiglia e nelle chiese, poi nei libri di filosofia e infine si è cercato di comperarmi per la mia utilità. Ho bisogno del male, della guerra e delle catastrofi per essere liberata. Finché rimango rinchiusa tutto andrà avanti sempre così e le Sue razionalizzazioni saranno inutili.</p>
<p><em>Immanuel</em>: soltanto in assenza dello spirito Lei non sarà mai liberata ed avrà sempre bisogno di me, così come io avrò bisogno di Lei. Lei stessa è soltanto uno strumento per raggiungere scopi lontani e sconosciuti. Perciò sempre ci saranno amore, matrimoni e bambini. Questi sempre chiederanno “perché?” e “che cosa venne prima, il pensiero o l’emozione?”, il che mi ricorda l’antica scherzosa domanda “viene prima l’uovo o la gallina?”. Quello che davvero venne prima fu qualcosa che era tanto pensiero quanto emozione, e anche intuizione e sentimento, qualcosa da cui origina la radice della vita e dove nascita e morte sono un tutt’uno. Se abbiamo una sufficiente intensità e ci spingiamo a questa profondità, ciascuno a suo modo, Lei vedrà che io sono un’immagine dentro di Lei, così come io vidi che Lei è un’immagine dentro di me. È questo lo scopo del vero matrimonio e ne è anche la causa prima, perché a tale livello di profondità scopo e causa prima sono la stessa cosa. E l’intera morale è racchiusa nella coscienza che ciascuno è un’immagine all’interno di chiunque altro. È vero che questa immagine è soltanto una razionalizzazione della vita, ma è anche vero che la vita è soltanto la realizzazione di un’immagine.</p>
<p><em>Afrodite e Immanuel</em>: E così per sempre nei secoli!</p>
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		<title>Looking for Giuseppe Terragni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Feb 2015 06:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sant’Elia]]></category>
		<category><![CDATA[Architettura moderna]]></category>
		<category><![CDATA[Como]]></category>
		<category><![CDATA[doppiozero]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Terragni]]></category>
		<category><![CDATA[razionalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo (Sta per essere pubblicato un libro, Negli immediati dintorni, nato dall&#8217;iniziativa di Viavai &#8211; contrabbando culturale Svizzera/Lombardia &#8211; in collaborazione con Edizioni Casagrande e con gli amici di Doppiozero. Nel volume c&#8217;è anche un mio testo, che qui vi allego. L&#8217;8 febbraio ne parlano Marco Belpoliti, Luigi Grazioli, Matteo Campagnoli e Alberto Saibene [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">(Sta per essere pubblicato un libro, <i>Negli immediati dintorni</i>, nato dall&#8217;iniziativa di <a href="http://www.viavai-cultura.net/">Viavai</a> &#8211; contrabbando culturale Svizzera/Lombardia &#8211; in collaborazione con <a href="http://www.edizionicasagrande.com">Edizioni Casagrande</a> e con gli amici di <a href="http://www.doppiozero.com/">Doppiozero</a>. Nel volume c&#8217;è anche un mio testo, che qui vi allego. L&#8217;8 febbraio ne parlano Marco Belpoliti, Luigi Grazioli, Matteo Campagnoli e Alberto Saibene a <a href="http://www.writersfestival.it/programma/">Writers</a>. <i>G.B.</i>)</span></span></span></p>
<figure id="attachment_50718" aria-describedby="caption-attachment-50718" style="width: 753px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_6569.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-50718" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_6569.jpg" alt="Giuseppe Terragni, ex Casa del Fascio, Como, 1932-36, ph. Giovanna Silva 2015" width="753" height="503" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_6569.jpg 753w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_6569-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_6569-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 753px) 100vw, 753px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50718" class="wp-caption-text">Giuseppe Terragni, ex Casa del Fascio, 1932-36, ph. Giovanna Silva 2015</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Le città non sono musei, c’è poco da fare. E meno male, viene da aggiungere. Sono organismi complessi, mutevoli, palinsesti su cui gli abitanti scrivono e cancellano segni di continuo. Anche per questo l’architettura è un’arte ibrida, sporcata con la vita quotidiana. È vero, molti architetti hanno segnato il volto di una città, e una persona, per fare un esempio, se volesse conoscere Palladio dovrebbe, soprattutto, girare per Vicenza. Ma le sue opere non sono di certo disposte una dietro l’altra, seguendo un ordine cronologico, così come appunto in un museo.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Penso a tutto questo mentre faccio la mia ennesima capatina a Como. Da Milano è poca roba col treno. In fondo è un viaggio che molte persone per lavoro fanno tutti i santi giorni della settimana. Ma per me venire a Como è sempre una specie di regalo, di piccola vacanza a portata di mano. Ci venivo da bambino con i miei genitori, quelle domeniche mordi e fuggi viaggiando sui treni delle Ferrovie Nord, ci sono tornato da studente d’architettura, ci vengo ora con le mie figlie. E non c’è volta che non provi a fare il mio personale pellegrinaggio razionalista, che non provi a capire come sia possibile che, dopo tutti questi anni, Giuseppe Terragni riesca ancora a stupirmi. Como è la sua città, lo sappiamo. Certo, ha lasciato in giro, fra Seveso ed Erba, fra Lissone e Milano, qualche manciata di opere, ma è qui che ha segnato il gusto di un intero territorio. E forse di un intero periodo, non solo in Italia.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">A voler consigliare al turista volenteroso un itinerario seguendo l’ordine topografico, dovrei dirgli di iniziare dall’Asilo Sant’Elia. A sud, in via Alciato, fuori dalla città storica. Che però è praticamente la fine del percorso umano del progettista. L’edificio assolve ancora oggi alla sua funzione, con decoro. Sembra anzi costruito da poco. A guardarlo appare incredibile che, mentre nel resto del paese la tipologia di queste costruzioni era ancora tetragona e monumentale, qui Terragni, consapevole di ciò che si teorizzava nel resto d’Europa, elaborasse edifici bassi, d’un solo piano, candidi, a misura di bambino, fin nello studio degli arredi. Ma oggi non mi posso fermare, sono di fretta. Devo, risalendo, tornare indietro nel tempo.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Non c’è molto da fare, le città non sono musei, l’ordine d’apparizione delle opere è sempre topografico, mai cronologico. Occorre saper saltare di palo in frasca, riconnettere le discrepanze. Che nel caso di Terragni, sperimentatore indefesso, si fanno così evidenti che pare abbia operato per decenni, quando invece la sua parabola umana è stata tragicamente breve. Salto Casa Pedraglio, una delle sue ultime opere, incompiuta, in via Mentana, e punto senza indugi verso il suo capolavoro.</span></span></span></p>
<figure style="width: 688px" class="wp-caption alignnone"><img decoding="async" class="" src="http://www.doppiozero.com/sites/default/files/imagecache/rub-art-preview/img_6525_0.jpg" alt="" width="688" height="459" name="immagini2" align="BOTTOM" border="0" /><figcaption class="wp-caption-text">Giuseppe Terragni, ex Casa del Fascio, 1932-36, ph. Giovanna Silva 2015</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Aggiro il centro, mi lascio alle spalle l’abside del duomo, supero la ferrovia e resto a contemplare la facciata della Casa del Fascio. C’è ancora qualche guida che la chiama, con un pudore che suona falso, Palazzo della Guardia di Finanza. L’adesione al Partito Nazionale Fascista determinò la sfortuna critica di Terragni, una sorta di onta incancellabile nella generazione storiografica del dopoguerra. Ridicolaggini. Non solo perché quella di Terragni fu una adesione imposta dall’alto, che accettò più per quieto vivere, </span></span></span><em><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">all’italiana</span></span></span></em><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">; non solo perché, nei fatti, anche promulgate le leggi razziali, non smise mai di frequentare amici, intellettuali e artisti ebrei; non solo perché, morto nel ’42 al ritorno dal devastante fronte russo, non poté come molti altri “ex-fascisti” riscattarsi vivendo gli anni della Resistenza, ma semplicemente perché, su tutto, la sua fu una architettura, qualunque fosse la sua intima ideologia politica, naturalmente lontana dalla retorica di regime.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Basti pensare che, mentre progettisti suoi coetanei (alcuni poi anche partigiani o deportati nei campi) riuscirono a edificare praticamente tutti in quel laboratorio di architettura fascista che fu l’Eur, l’unico progetto a rimanere sulla carta fu proprio quello del Danteum di Terragni e Lingeri: troppo poco retorico, troppo alto, troppo poetico per la greve propaganda di quegli anni.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Una Casa del Fascio così concepita, a ben vedere, poteva essere costruita solo qui, ai confini dell’impero italico, lontano da Roma, a pochi chilometri dalle brume calviniste. Neppure un balcone, un arengario, neppure un romanissimo arco, nessuna torre. Semmai una macchina formale perfetta. Un manifesto razionalista che sapeva essere autonomo, che guardava al mondo ma che conosceva perfettamente il valore del contesto, in polemica con le dottrine d’oltralpe. Lo dimostra il fatto che Terragni non ha rispettato nessuno dei cinque punti dell’architettura moderna che Le Corbusier imponeva a chi voleva essere </span></span></span><em><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">à la page</span></span></span></em><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, riuscendo a trovare lo stesso, anzi proprio per questo, una sua lingua davvero personale, scabra e poetica.</span></span></span></p>
<figure id="attachment_50719" aria-describedby="caption-attachment-50719" style="width: 753px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_5954.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-50719 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_5954.jpg" alt="" width="753" height="503" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_5954.jpg 753w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_5954-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_5954-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 753px) 100vw, 753px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50719" class="wp-caption-text">Giuseppe Terragni, Hotel Metropole Suisse, 1926-27, ph. Giovanna Silva 2015</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">L’incarico glielo affidano nel ’32, penso, mentre mi muovo verso piazza Cavour. Aveva 28 anni. Poco più che un ragazzo. Il razionalismo, in Italia – che poi significa a Como –, è stato una “cosa di ragazzi”. Lo erano Radice, Rho, Cattaneo, Sartori. La sua prima opera da laureato ventiduenne era stata il rifacimento della facciata dell’Hotel Metropole Suisse, quello che ho di fronte ora. Certo, nulla a che vedere con quello che sei anni dopo farà con la Casa del Fascio. Eppure si vede già la sua voglia di novità, di slancio verso il moderno, che qui ha un’inflessione viennese, secessionista. Ma era ancora un esercizio di stile, da ex studente del Politecnico. Basta proseguire, andare verso il Novocomum, verso lo stadio, quartiere all’epoca di nuova edificazione, per capire quanto la sua fosse stata davvero una battaglia civile ed etica, persino integralista, per la modernità.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Nel ’27 consegna un progetto alla commissione edilizia che poi, in cantiere, sconfessa radicalmente. Due anni appresso, compiuti solo 25 anni, tolte le impalcature rivela ai suoi concittadini questa sorta di transatlantico pronto a navigare nelle acque del lago. Uno shock. I rifacimenti del dopoguerra hanno deturpato la tavolozza cromatica dei serramenti (e qui Terragni guardava all’Olanda neoplastica e al costruttivismo russo), ma la massa tettonica, confrontata col contesto, resta considerevole.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Proprio qui dietro c’è Casa Giuliani-Frigerio, la sua ultima opera, progettata lavorando sulle sezioni e non sulle piante, mentre era al fronte. L’inizio di un nuovo percorso che purtroppo non sapremo mai dove lo avrebbe condotto. Lo so, detto così sembra che io sia preso da sacri e romantici furori. Ma forse per comprenderne il portato rivoluzionario dovremmo pensare che, mentre Terragni lavorava al cantiere del Novocomum, la città celebrava Alessandro Volta, il suo scienziato più insigne, col tempio a lui dedicato che formalmente pare provenire da un’altra epoca, da un passato pacificato e irrealistico.</span></span></span></p>
<figure id="attachment_50720" aria-describedby="caption-attachment-50720" style="width: 603px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_6586.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-50720" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_6586.jpg" alt="Attilio e Giuseppe Terragni, Monumento ai Caduti, 1931-33, ph. Giovanna Silva 2015" width="603" height="703" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_6586.jpg 603w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/IMG_6586-257x300.jpg 257w" sizes="auto, (max-width: 603px) 100vw, 603px" /></a><figcaption id="caption-attachment-50720" class="wp-caption-text">Attilio e Giuseppe Terragni, Monumento ai Caduti, 1931-33, ph. Giovanna Silva 2015</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #2a2a2a;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">E proprio a pochi passi da qui, a pensarci bene, il cerchio si chiude. Il Monumento ai Caduti sul lungolago è la sintesi materiale che tiene assieme due generazioni di giovani talenti lariani. La sua storia è presto detta: un primo progetto, il risultato di un concorso, rifiutato; poi l’idea lanciata da Marinetti di lavorare sul disegno della Torre Faro di Antonio Sant’Elia, il giovane architetto futurista morto al fronte; infine l’affido dell’esecuzione proprio a Terragni. Un passaggio di testimone inevitabile. Guardo il monolite di granito e diorite e mi commuovo. Ragazzi. Che hanno cambiato il modo di vedere l’architettura. Qui è il mio approdo, oggi. Il mio punto d’arrivo di questa passeggiata nella memoria urbana. Quanto vorrei fosse, però, un punto di partenza, logico, naturale, per ogni architetto che voglia davvero scrivere sul palinsesto della città con consapevolezza, con etica, con responsabilità.</span></span></span></p>
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		<title>Cesare Cattaneo, il ragazzo che volle farsi frate dell&#8217;architettura</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Sep 2014 05:00:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo A Como il mondo l’hanno salvato i ragazzini. Cento anni fa, circa. Architetti ragazzi, che non hanno mai conosciuto la vecchiaia, morti quando ancora i giovanili furori non erano stati sostituiti da un professionismo senz’anima.  Altri sono sopravvissuti al conflitto, hanno conosciuto l’euforia del dopoguerra, il boom economico; avrebbero potuto portare avanti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_48899" aria-describedby="caption-attachment-48899" style="width: 169px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/cesare-cattaneo.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-48899 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/cesare-cattaneo.jpg" alt="autoritratto giovanile di Cesare Cattaneo" width="169" height="228" /></a><figcaption id="caption-attachment-48899" class="wp-caption-text">autoritratto giovanile di Cesare Cattaneo</figcaption></figure>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>A Como il mondo l’hanno salvato i ragazzini. Cento anni fa, circa. Architetti ragazzi, che non hanno mai conosciuto la vecchiaia, morti quando ancora i giovanili furori non erano stati sostituiti da un professionismo senz’anima.  Altri sono sopravvissuti al conflitto, hanno conosciuto l’euforia del dopoguerra, il boom economico; avrebbero potuto portare avanti gli ideali dei loro compagni di viaggio ma non l’hanno fatto. Tutto era cambiato, cosa sarebbe stato dell’architettura italiana se i maestri ragazzini avessero avuto una sorte differente noi non lo sapremo mai. Sappiamo però cosa sono riusciti a fare in vita, per quanto breve.</p>
<p>Sappiamo cosa aveva sognato per la città futura Antonio Sant’Elia, architetto futurista, visionario e romantico assieme. Socialista interventista, che ha conosciuto la morte a ventotto anni sul Carso e non ha lasciato nulla di costruito nella sua Como. Ma quale altro architetto è mai stato più influente nell’immaginario collettivo globale? Forse persino più di Le Corbusier. Come possiamo guardare, per fare un esempio, <em>Metropolis</em> di Fritz Lang senza pensare a lui?</p>
<figure id="attachment_48900" aria-describedby="caption-attachment-48900" style="width: 433px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/scuola.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-48900" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/scuola.jpg" alt="asilo infantile ad Asnago" width="433" height="232" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/scuola.jpg 433w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/scuola-300x160.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 433px) 100vw, 433px" /></a><figcaption id="caption-attachment-48900" class="wp-caption-text">asilo infantile ad Asnago</figcaption></figure>
<p>Sappiamo cosa ha costruito Giuseppe Terragni, forse il più famoso dei razionalisti lariani. Sappiamo come da neolaureato, con un colpo di mano (un autentico abuso edilizio!), abbia portato l’architettura italiana nel dibattito europeo contemporaneo. Dal <em>Novocomum</em> alla <em>Casa</em> <em>Giuliani-Frigerio</em>, progettata mentre era al fronte russo, passano a malapena 15 anni. Riuscì in quel breve tratto di vita professionale a progettare e ritornare sui suoi passi, a ideare e mettere in dubbio, a creare e guardare oltre.</p>
<figure id="attachment_48903" aria-describedby="caption-attachment-48903" style="width: 296px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/fontana-21.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-48903" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/fontana-21.jpg" alt="Fontana a Como Camerlata" width="296" height="304" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/fontana-21.jpg 296w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/fontana-21-292x300.jpg 292w" sizes="auto, (max-width: 296px) 100vw, 296px" /></a><figcaption id="caption-attachment-48903" class="wp-caption-text">Fontana a Como Camerlata</figcaption></figure>
<p>Sappiamo cosa ci ha lasciato <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Cattaneo">Cesare Cattaneo</a>, il più giovane di tutti, così talentuoso che era ancora studente al Politecnico e già lavorava assieme a Terragni nel gruppo che vinse il concorso per il nuovo piano urbanistico per Como (ovviamente poi disatteso). Poche cose: un asilo infantile ad Asnago, costruito appena laureato e negli anni lasciato andare alla malora (oggi è finalmente di proprietà della <a href="http://www.cesarecattaneo.it/">Fondazione Cattaneo</a>, ma il costo di recupero è realisticamente esorbitante per un privato). Una fontana, disegnata assieme al pittore astrattista Mario Radice come ironico monumento al traffico, all’ingresso della città, essenziale e geniale come mai nessuna dopo, e sempre senz’acqua, con quell’ignavia tipica delle amministrazioni nei confronti dei monumenti moderni.</p>
<figure id="attachment_48904" aria-describedby="caption-attachment-48904" style="width: 349px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/cernobbio1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-48904" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/cernobbio1.jpg" alt="Casa a Cernobbio" width="349" height="431" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/cernobbio1.jpg 349w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/cernobbio1-242x300.jpg 242w" sizes="auto, (max-width: 349px) 100vw, 349px" /></a><figcaption id="caption-attachment-48904" class="wp-caption-text">Casa a Cernobbio</figcaption></figure>
<p>La casa a Cernobbio, capolavoro assoluto, sorta di prototipo edilizio modellato fin nei più intimi particolari, unica delle sue opere conservata con cura, amore anzi. Perché invece l’ULI (Unione Lavoratori dell’Industria), la sua più grande realizzazione, alle spalle della Casa del Fascio, progetto che sapeva persino superare in astrazione geometrica il lavoro del suo maestro-amico, fu poi deturpato nel dopoguerra con interventi e superfetazioni volute da Pietro Lingeri, uno dei progettisti originari, con quel classico disinteresse che hanno avuto gli anni del boom nei confronti di una architettura che anche se edificata sotto un regime era tutto tranne che “di regime”. Nient’altro? Nient’altro. Otto anni di vita professionale, poi la morte improvvisa a trentuno anni. Come ha potuto essere così coerente, così potente, persino matura, fin dagli albori la sua visione dell’architettura?</p>
<figure id="attachment_48905" aria-describedby="caption-attachment-48905" style="width: 273px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/uli-2.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-48905" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/uli-2.jpg" alt="sede ULI, fotografia dell'epoca" width="273" height="375" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/uli-2.jpg 273w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/uli-2-218x300.jpg 218w" sizes="auto, (max-width: 273px) 100vw, 273px" /></a><figcaption id="caption-attachment-48905" class="wp-caption-text">sede ULI, fotografia dell&#8217;epoca</figcaption></figure>
<p>Tutto il rigore di Cattaneo sta nella serie infinita di schizzi, disegni, dipinti, scritti, saggi, romanzi (sì, romanzi!), che fin da giovanissimo ha prodotto. Un vero e proprio laboratorio di scavo interiore, di pensiero curioso, di apprendimento vorace delle modalità e delle regole dell’arte. Il Cattaneo astrattista, purista, geometrico, esiste perché è esistito il paesaggista imberbe che disegnava indefesso tutto quello che i suoi passi incrociavano, o il giovane esegeta di Leopardi, assiduo lettore del recanatese al punto da vergare un lungo saggio sulla sua opera, o l’adolescente che nel chiuso delle sue stanze scriveva la sua autobiografia, sapendo che a sedici anni s’è vissuto ben poco (e non poteva sapere d’essere già a metà del suo percorso) e che quindi la sua sarebbe stata un’autobiografia “interiore”, “psicologica”.</p>
<p>Mi stupisco ogni volta dello stupore di chi immagina gli architetti disinteressati alla scrittura. È una visione piccina della cultura, fatta per compartimenti stagni, comoda per incasellare un personaggio in uno stereotipo, non certo per comprenderne la complessità. Letteratura e architettura, diceva John Ruskin, sono le uniche due discipline testamentarie di un popolo. Producono monumenti collettivi. Molti sono gli scrittori che hanno studiato architettura, molti gli architetti che hanno scritto. Dagli studi ad Harvard di John Dos Passos, passando per lo scrittore/architetto svizzero Max Frisch arrivando al <em>Booker Prize</em> Arundhati Roy, o al nostro Aldo Buzzi, coetaneo e concittadino di Cattaneo. Persino i Pink Floyd furono studenti al Politecnico londinese (e non dimenticarono i loro studi, basti pensare alla potente metafora del loro concept album <em>The Wall</em>).</p>
<figure id="attachment_48906" aria-describedby="caption-attachment-48906" style="width: 400px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/schizzo-cattaneo.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-48906" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/schizzo-cattaneo.png" alt="uno degli infiniti taccuini di Cattaneo" width="400" height="267" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/schizzo-cattaneo.png 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/schizzo-cattaneo-300x200.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/schizzo-cattaneo-120x80.png 120w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><figcaption id="caption-attachment-48906" class="wp-caption-text">uno degli infiniti taccuini di Cattaneo</figcaption></figure>
<p>Da vivo Cattaneo riuscì a pubblicare solo un libro, un saggio sui temi dell’architettura messi in forma di dialogo. Sapeva che attraverso i modi della narrazione sarebbero passati meglio i concetti che a cui teneva. Ma il suo <em>Giovanni e Giuseppe. Dialoghi di architettura</em> aveva appunto un precedente. Un (non) romanzo rimasto nel chiuso del cassetto per decenni, scritto ad appena vent’anni, <em>Paolo Pons</em>, che Gaffi è intenzionato a ripubblicare a breve.</p>
<p>È un libro dove la fantasia del giovane artista si scatena. Una sorta di guida di Como e dintorni, un viaggio, a piedi, fatto da Cesare stesso e dal suo alter ego Paolo Pons, colmo di dialoghi (appunto), di derive, mangiate, incontri surreali, battute fulminati, parodie, pagine di meta-letteratura e frammenti di ricordi autobiografici. Certo, un libro imperfetto, oggi si direbbe da “editare”. Ma dato che non era nato se non per gioco, un libro che sa raccontarci con chiarezza l’universo magmatico che pulsava nell’animo del giovane studente d’architettura.</p>
<figure id="attachment_48907" aria-describedby="caption-attachment-48907" style="width: 249px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/ritratto.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-48907" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/ritratto.jpg" alt="ritratto fotografico di Cattaneo" width="249" height="290" /></a><figcaption id="caption-attachment-48907" class="wp-caption-text">ritratto fotografico di Cattaneo</figcaption></figure>
<p>Anche la prima pubblicazione di un altro protagonista del movimento moderno italiano, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/11/30/rileggere-persico/">Edoardo Persico</a>, fu un romanzo, <em>La città degli uomini d’oggi</em> (ripubblicato nel 2012 da Hacca). E anche Persico, altra figura inquieta di quegli anni, morì giovane, d’una morte sospetta che fu indagata da Camilleri un paio d’anni fa. Quando lo scrisse aveva ventidue anni. Sembra quasi che attraversare la narrazione fosse obbligatorio per questi pionieri del gusto che cercavano forse su percorsi differenti da quelli usuali il loro “passaggio a nord ovest”. Come viandanti, come pellegrini.</p>
<p>In uno dei suoi ultimi scritti Cattaneo immaginava un convento di un “Ordine di frati architetti”, dove poter esprimere la vocazione dell’architettura, a differenza dei colleghi “portati alle soluzioni pratiche”. A capo del convento ci vedeva Giuseppe Terragni. L’amico però morì troppo presto. Cesare lo seguì il mese appresso. Non fecero neppure in tempo ad assistere all’otto settembre del ’43. Ma questa è un’altra storia.</p>
<p>A noi resta il suo patrimonio. Quello edificato, da restaurare e valorizzare, e quello scritto e disegnato, da diffondere e condividere. Per stima, per affetto. Per non perdere i legami con la parte migliore di un’Italia che aveva vent’anni quando le menti migliori di quella generazione avevano vent’anni. Eternamente giovani.</p>
<p>(<em>precedentemente pubblicato su</em> L&#8217;Ordine, <em>del 14 settembre 2014</em>)</p>
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