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	<title>razzismo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Torturarli a casa loro? Io sto con Samed</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Feb 2019 06:29:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Certo che vorrei essere un rappresentante della classe media durante le sue due settimane ufficiali di vacanza da passare in modo spensierato e certo che vorrei mantenere lo spirito anarchico che non vuole né patria né padroni, ma le notizie che inevitabilmente leggo sulle nuove strategie messe in opera dallo Stato italiano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-69328" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/voyage-en-barbarie-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/voyage-en-barbarie-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/voyage-en-barbarie-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/voyage-en-barbarie.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>di<strong> Andrea Inglese<br />
</strong></p>
<p>Certo che vorrei essere un rappresentante della classe media durante le sue due settimane ufficiali di vacanza da passare in modo spensierato e certo che vorrei mantenere lo spirito anarchico che non vuole né patria né padroni, ma le notizie che inevitabilmente leggo sulle nuove strategie messe in opera dallo Stato italiano con il solidale sostegno dell’Unione Europea per risolvere il problema del flusso di migranti dalla Libia all’Italia mi procurano un voltastomaco ben superiore rispetto a tutti i disagi della canicola epocale.<span id="more-69326"></span></p>
<p>Il problema dell’identità nazionale è che anche se tu vuoi essere un cittadino del mondo, libero da vincoli e pregiudizi, ampiamente propenso a ideali come l’internazionalismo dei poveri cristi, che una volta si chiamava « proletario », anche se tu sei insomma al di sopra delle bassezze del tuo paese, della sua classe politica, o più precisamente del suo governo, che comunque di riffa o di raffa è a sua volta una qualche espressione più o meno limpida di una maggioranza elettorale italiana, in un paese dove le elezioni – quando ci sono – sono libere, ossia senza alibi totalitari, ebbene nonostante le velleità cosmopolite e transnazionali quando il tuo paese d’origine e di cittadinanza, quello che ti ha stampigliato il passaporto per intenderci, si comporta in modo vergognoso e vile, non è che tu riesci a fluttuare indenne sopra quella vergogna e quella viltà. Vorresti incazzarti equanimemente per tutte le nefandezze che paesi, governi, con più o meno grande sostegno delle loro popolazioni, commettono in giro per il pianeta, ma alla fine nessun paese ti farà incazzare come <em>il tuo</em>, nessuna nefandezza ti imbratterà lo spirito, da cima a fondo, come quelle commesse, in nome tuo – anche se avessi bruciato in un rito perfettamente anarchico la cartellina elettorale – dal paese che ti fornisce la cittadinanza.</p>
<p>Quello che ho deciso di scrivere qui, in ogni caso, non vuole essere la semplice espressione di un’indignazione rivolta a persone che potrebbero essere in sintonia con essa, ma un tentativo di raccogliere alcuni elementi che la provocano per memorizzarli, per fissarli con sufficiente chiarezza al di fuori della nera notte dell’indignazione ritualizzata.</p>
<p>Il punto d’avvio della riflessione potrebbe essere <strong>lo sforzo del governo italiano per ridurre l’afflusso di migranti sulle coste siciliane</strong>, mettendo in riga, da un lato, il lavoro delle ONG che operano per soccorrere le imbarcazioni provenienti soprattutto dalla Libia, e contribuendo, dall’altro, a rafforzare i dispositivi di controllo libici sulle proprie coste.</p>
<p>Diverse sono state le letture critiche di questa azione governativa. Penso agli interventi di Alessandro Dal Lago e Luigi Manconi su “il manifesto”, alla <a href="http://www.medicisenzafrontiere.it/notizie/news/codice-di-condotta-la-lettera-di-msf-al-ministro-dellinterno">lettera di Medici senza Frontiere</a> al ministro Minniti, all’<a href="http://www.repubblica.it/cronaca/2017/08/05/news/saviano_io_sto_con_medici_senza_frontiere_e_quell_errore_di_introdurre_il_reato_umanitario_-172391749/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P5-S3.4-T1">editoriale apparso ieri su “Repubblica”</a> di Roberto Saviano, che si schiera con Medici senza Frontiere e chiarisce ulteriormente le ragioni che hanno spinto questa (e altre Ong) a non sottoscrivere il codice di comportamento che l’Italia vorrebbe imporre alle Organizzazioni umanitarie attive nel Mediterraneo.</p>
<p>Prima di occuparsi della disputa tra certe Ong e lo Stato italiano, bisognerebbe innanzitutto allargare un po’ lo scenario. L’Italia, all’interno di quella strana compagine politico-amministrativa che si chiama Europa, soffre di una posizione particolarmente sfavorita: ossia per la sua posizione geografica, così come accade alla Grecia, si trova a gestire frontalmente il grande flusso dei migranti proveniente dal continente africano e da alcune zone di quello asiatico, flusso di cui la Libia è il paese collettore principale; un paese senza struttura statale, in mano non solo a grandi fazioni politiche, ma a bande armate che agiscono senza controllo sul territorio. (Questa situazione di caos politico è poi la diretta conseguenza della guerra alla Libia di Gheddafi, inaugurata dalla Francia e poi sostenuta da un&#8217;ampia coalizione, che una volta detronizzato il dittatore non è stata in grado di favorire un processo di ricostituzione politica e sociale del paese.)</p>
<p>In questa situazione l’Italia ha grandemente ragione di chiedere che il peso della cosiddetta “accoglienza” non ricada esclusivamente su di lei, come previsto da un accordo europeo quale la Convenzione di Dublino. Ed è vergognoso che tutta la retorica della solidarietà tra Stati membri costantemente rispolverata dai burocrati della Commissione e del Parlamento Europei non sia minimamente visibile non solo nella volontà di modificare questo trattato, ma in quella d’imporre effettivamente una più equa e intelligente distribuzione dei migranti arrivati in Italia. Di fronte a questa difficoltà, la scelta dell’attuale governo italiano è stata quella di rinunciare a fare pressione sui più forti, l’Europa e gli Stati membri in essa più influenti politicamente, come la Francia e la Germania, per scaricare tutta la sua legittima frustrazione sui più deboli, ossia le ONG, additate come complici dei trafficanti di uomini. In questo modo, non solo (in maniera vile) si colpiva un soggetto più debole sul piano istituzionale, ma anche si <em>spostava il problema</em>.</p>
<p>Invece di preoccuparsi della mancata accoglienza dei migranti in arrivo sul continente, e di quella quota in essi di rifugiati, ossia di persone a cui formalmente le istituzioni europee e nazionali di molti Stati dovrebbero garantire secondo i loro principi giuridici e politici non solo una forma immediata di ospitalità, ma anche di protezione e sostegno attivo, ebbene invece di dibattere di questa debolezza politica dell’Europea e della contraddizione che essa fa nascere nei confronti dei suoi principi fondatori, l’attenzione pubblica può finalmente considerare coloro che salvano i migranti dalla morte in mare come una fonte importante del problema. Questa operazione propagandistica, talmente grossolana per la sua spiccata tendenziosità, dovrebbe ragionevolmente essere destinata a un immediato fallimento. La maggior parte dei media, invece, accodandosi a una campagna di tipo “diffamatorio” già in opera da alcuni mesi, è riuscita in qualche modo a rendere plausibile un tale camuffamento del problema.</p>
<p>Si può certo cominciare ad inoltrarsi verso astratte ipotesi di “favoreggiamento dell’emigrazione clandestina” o di occulte connessioni tra ONG e scafisti, ma rimane un fatto incontrovertibile: i migranti che cercano di raggiungere l’Europa per via mare sono costantemente esposti a un pericolo mortale e delle<a href="http://www.iom.int/news/mediterranean-migrant-arrivals-reach-115109-2017-2397-deaths"> cifre spesso ricordate dalla stampa o dalle stesse istituzioni internazionali</a> ci ricordano quante persone innocenti, uomini, donne e bambini sono già morte annegate nel Mediterraneo. Il problema, quindi, numero 1, il più urgente e fondamentale, che nessuna propaganda italiana, appoggiata dall’Europa, potrà far scomparire è quello delle migliaia di persone costantemente in pericolo di vita alle frontiere dell’Europa. <strong>Tutti sanno, in fondo, che la realtà non solo politico-amministrativa, ma anche culturale dell’Europa, non può davvero sopravvivere a un tale diniego esplicito e definitivo di umanità, quale sarebbe la trasformazione di queste morti alle proprie frontiere in un <em>non problema</em>.</strong> Tutti i valori che stanno alle basi dei suoi ordinamenti nazionali e transnazionali diventerebbero carta straccia. Non si avrebbe più alcun modo per distinguere il significato di termini quali “democrazia” e “diritto” da altri termini quali “fascismo” e “razzismo”, per esempio. I fascisti e i razzisti sono, infatti, coloro che assegnano a un gruppo irragionevolmente ristretto i requisiti dell’essere umano. Tutto ciò che sta al di fuori del loro riduttivo e limitato <em>noi</em> non è semplicemente degno di quella empatia elementare, che costituisce la condizione stessa per ogni reciprocità di tipo etico. La morte, in condizione disumane, di <em>uomini come noi</em> è un problema solo per chi riconosce questa reciprocità di base. Qui nessuno può discettare sulle “condizioni disumane” che determinano e caratterizzano queste morti, si può al massimo, come i razzisti fanno – che siano italiani oppure no –, discettare sul fatto che dei nigeriani, degli eritrei, dei ghaniani siano davvero altrettanto uomini quanto noi europei di carnagione pallida.</p>
<p>(In altri termini, i Salvini e tutti i suoi seguaci, si limitano a dire: “ma se questi non italiani muoiono al largo delle nostre coste, <em>non è un problema nostro</em>”. Le ONG come Medici senza Frontiere formulano un pensiero esattamente opposto. Cito dalla loro lettera al ministro Minniti: “Abbiamo sempre sottolineato che l’attività di ricerca e soccorso (SAR) in mare ha il solo obiettivo di salvare vite in pericolo e che la responsabilità di organizzare e condurre questa attività risiede innanzitutto nelle istituzioni statali. L’impegno di MSF e delle altre organizzazioni umanitarie nelle attività SAR mira anzitutto a colmare un vuoto di responsabilità lasciato dai governi (…)”. Le ONG come MSF, sovvenzionate anche da privati cittadini come il sottoscritto, risponde infatti: <em> il problema di salvare degli esseri umani è nostro, anche se sono gli Stati nazionali che se ne dovrebbero occupare</em>. Se non c’è un bagnino patentato per trarre fuori dall’acqua un povero cristo che sta affogando, lo farò io che sono quello più prossimo alla possibile vittima.)</p>
<p>Il problema, quindi, non può davvero essere negato, neppure da un governo vile e subordinato come il nostro, e neppure da una fredda e opportunista macchina istituzionale come quella europea. Si può al massimo camuffarlo, spostarlo, trovare dei falsi e facili nemici (le ONG) oppure degli inaspettati (e meno facili) alleati, ossia i signori libici della guerra. <strong> Su questo secondo fronte, delle alleanze, il governo italiano è riuscito ad essere non solo velleitario, come già l’Unione Europea e la Francia, ma anche grottesco. </strong> Dopo aver, infatti, assicurato che accordi erano stati presi per una fruttuosa collaborazione italo-libica, uno dei presunti alleati ha fatto sapere che avrebbe volentieri cannoneggiato navi italiane in acque libiche. Secondo la stampa, gli italiani avrebbero trovato una controparte collaborativa in una sola delle fazioni che detengono il potere in Libia, quella capeggiata dal “presidente” Fayez el-Sarraj, suscitando la reazione ostile di un’altra delle fazioni, quella del “maresciallo” Haftar. Sembrerebbe, infatti, che la Libia presenti attualmente poche caratteristiche che la possano candidare a un paese in grado di ricevere soldi dall’Europa e appoggi militari dall’Italia, affinché gli uni e gli altri siano messi a frutto efficacemente per limitare il traffico di migranti verso l’Europa, e tutto questo nel rispetto dei diritti umani. Il problema un po’ preso sottogamba in questa circostanza è il fatto che la Libia non è ancora attualmente uscita da una situazione di guerra civile, ma anche questa formula è forse riduttiva se applicata al caos politico e sociale presente nel paese. Un esperto dei servizi segreti francesi, <a href="http://www.atlantico.fr/decryptage/general-haftar-notre-allie-libyen-qui-menace-bombarder-bateaux-italiens-qui-viendraient-gerer-crise-migrants-alain-rodier-3128658.html">Alain Rodier, ne parla in una recente intervista</a>: “Il maresciallo Haftar ha tutte le carte militari in mano dal momento che il potere è disperso tra le milizie di Tripoli, di Misurata a nord-est del paese, i Tuareg e i Toubou al sud, gli Amazigh alla frontiera tunisina e tutti i gruppi che dipendono sia da Al-Qaida nel Maghreb Islamico sia da Daech. E questo senza contare che questo elenco è semplicistico perché la Libia unificata non esiste più e ogni porzione di terreno è controllato dal signore locale della guerra che si allea con l’uno o l’altro secondo l’evolversi della situazione.”</p>
<p>Anche su questo punto la propaganda del governo italiano risulta grossolana. Ciò che l’Europa ricca, pacifica, solida nelle istituzioni e prodiga di buoni propositi non riesce a fare, per gestire il flusso di migranti in arrivo, lo saprà fare per gestire il flusso in partenza, uno Stato-collassato in mano a fazioni in lotta tra loro, che governano grazie al semplice potere delle armi? Ci prendono davvero per imbecilli o per analfabeti di ritorno che non hanno mai letto un giornale dai tempi degli allori di Gheddafi.</p>
<p>Ma l’aspetto più grave è ancora un altro, che è rimasto in ombra anche in alcune reazioni critiche nei confronti del governo. Lo ricorda la già citata lettera di Medici senza Frontiere: “La Libia non è un posto sicuro dove riportare le persone in fuga, né dal territorio europeo né dal mare.” Qui la litote utilizzata sconfina nell’espressione quasi eufemistica. La Libia per un gran numero di migranti, un numero che resta difficile da determinare, è un luogo dell’orrore, un luogo che rievoca le più terribili e buie memorie europee, quelle dei lager e della tortura diffusa. Da questo punto di vista, non solo il governo italiano, ma anche la stampa generalista sembra soffrire di subitanee amnesie. Ma chi può pensare in buona fede che potremo <em>aiutare</em> i migranti “a casa loro”, ossia in Libia? Potremmo al massimo contribuire al fatto che essi <em>vengano vieppiù torturati</em> in Libia, che non è quasi mai casa loro, e da torturatori che non per forza sono esclusivamente di nazionalità libica, perché le bande criminali sembrano spesso associare carnefici di nazionalità diversa. <strong> A partire da almeno il 2015, Amnesty International aveva denunciato violenze sui migranti e rifugiati da parte di trasportatori, trafficanti e gruppi armati, ma anche da parte della guardia costiera e dei centri di detenzione libici. </strong> (Possiamo semplicemente rinunciare all&#8217;idea che in Libia esista una separazione chiara tra criminalità, gruppi paramilitari, polizia e esercito “ufficiale”.) Ma negli anni successivi, fino alle notizie circolate nei mesi di maggio e giugno di quest’anno anche sulla stampa italiana, è a poco a poco emersa <a href="http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/05/29/news/torture-stupri-pestaggi-ed-elettroshock-vita-inferno-mezra-lager-migranti-1.301173">la realtà spaventosa dei “mezra”</a>, ossia “magazzini” in cui i migranti provenienti da altri paesi dell’Africa vengono tenuti sotto sequestro per mesi e torturati per estorcere grosse somme di denaro alle famiglie rimaste nei paesi d’origine, a cui vengono inviate immagini di queste sevizie. Si è, infatti, passati ormai dallo stadio dell’inchiesta giornalistica <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/20/immigrazione-il-racconto-delle-torture-di-rambo-libia-cavi-elettrici-tubi-di-gomma-e-stupri-per-avere-il-riscatto/3674064/">a quello dell’inchiesta penale</a>, con tanto di presunti colpevoli, testimoni diretti e processi in corso.</p>
<p>Di queste faccende ne ho sentito parlare per la prima volta su una radio francese, dalle due autrici di un documentario del 2015 che s’intitola <a href="https://voyageenbarbarie.wordpress.com/"><em>Voyage en barbarie</em></a> e che ha cominciato a studiare il fenomeno di queste estorsioni attraverso sequestri e torture nella zona del nord-est del Sinai. In questo caso, le vittime sono soprattutto eritrei che fuggono la dittatura. Le informazioni fornite sul sito dedicato al documentario evocano le cifre di un gigantesco traffico di esseri umani. “Ad oggi, 50.000 persone sarebbero passare per il Sinai e 12.000 sarebbero morte sotto tortura. Nessun carnefice è stato arrestato. L’Egitto e Israele hanno lasciato prosperare questo traffico in totale impunità. I campi di tortura cominciano a proliferare nel Maghreb e in tutto il Corno d’Africa. Esistono già un centinaio di ‘case’ censite in Libia e altrettante nel Sudan e nello Yemen”.</p>
<p>Anche in questo caso, possiamo seguire i proclami del governo (“Partenze già crollate dell’80%”), oppure guardare i fatti ormai emersi e incontrovertibili: in Libia i migranti, quale che sia la loro condizione e provenienza, rischiano di essere torturati, stuprati, uccisi, che siano minori, adulti, uomini o donne.</p>
<p>Non è un bel mondo, lo è sempre di meno. Abbiamo governi e istituzioni transnazionali che sono come vecchi stregoni, pronti ad agitarsi, a gridare, per esorcizzare i problemi che affliggono la tribù. Nessuno può davvero crederci. È certo che tutto ciò &#8211; fare le pulci alle Ong, proclamare cooperazioni italo-libiche &#8211; ci permette di non vedere tutto questo orrore: gli annegati e coloro che rischiano l’annegamento, gli ammazzati sotto tortura, i sopravvissuti alla tortura, quelli che rischiano la tortura. I fascisti e i razzisti dicono che non è un “loro” problema. Se c’è una battaglia di civiltà, questa passa da qui. Se c’è oggi una battaglia antifascista e antirazzista passa da qui. Stare con Medici senza frontiere vuol dire stare per la salvezza di vite umane prima di tutto, quale sia la legge, l’umore dell’elettorato o del vicino di casa. E ci sono anche a livello quotidiano una quantità di cose che si possono fare e che vengono fatte. I fascisti e i razzisti gridano molto, e i media ne vanno pazzi e danno appena possono loro il microfono. Ma c’è un quantità di persone che lavorano più spesso silenziosamente per disfare la tela soffocante che queste persone vorrebbero creare intorno a noi, e dentro cui noi stessi finiremmo strangolati.</p>
<p>Mia moglie ed io quest’anno siamo diventati, in Francia, padrini di Samed, un ragazzo di diciassette anni proveniente dal Ghana. Samed tra i 15 e i 16 anni ha lasciato il suo paese, ha attraversato il Burkina Faso e il Niger per arrivare in Libia. Ha lavorato come aiuto meccanico in Libia cinque mesi. Non voleva venire in Europa, voleva andare a lavorare in Libia. Non era evidentemente cosciente della situazione in cui si trovava il paese. Non so che cosa abbia vissuto durante quei mesi. Di certo, si è deciso a partire, a tentare la fuga dalla Libia verso l’Europa. Me ne ha parlato come di un Far West. Comanda chi ha le armi. E le armi le hanno in mano quasi tutti.</p>
<p>Oggi Samed, in quanto minore non accompagnato, ha potuto godere di un sostegno e di una sistemazione da parte dello Sato francese. Non è un programma “privilegiato” per immigrati, è il programma che lo Stato francese destina a tutti i minori “orfani” o privi di sostegno familiare che si trovano sul suo territorio. Oltre a ciò, lui e noi possiamo godere di questa forma di ospitalità ulteriore e non istituzionale, che è l&#8217;affido a una famiglia d&#8217;accoglienza. Il <em>parrainage</em> si traduce in un rapporto concreto, affettivo, familiare. E Samed è diventato concretamente parte della nostra famiglia. Questo è solo un piccolo esempio di un’accoglienza cittadina, non istituzionale e nemmeno “umanitaria”, che può avere tanti volti e può esprimersi in tante e diverse occasioni. Io sto quindi con Samed, e sto con uno Stato non razzista, ossia che non distingue l’applicazione di diritti fondamentali secondo criteri di cittadinanza, e sto con le ONG che considerano che il problema di salvare delle vite umane è un <em>loro problema</em>, anche se è lo Stato che dovrebbe occuparsene.</p>
<p>*</p>
<p>L&#8217;immagine è tratta da un fotogramma del documentario <em>Voyage en Barbarie.</em></p>
<p>(7 8 2017)</p>
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		<title>NON IN NOSTRO NOME!</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jan 2019 12:00:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[DIRETTA TV L&#8217;arrivo di Sea Watch al porto di Catania. L&#8217;equipaggio sarà sentito dalla Procura della Repubblica di Catania. &#160; Viaggi Disperati: nel rapporto dell’UNHCR una panoramica del cambiamento nei flussi misti verso l’Europa Nonostante sia diminuito il numero di rifugiati e migranti che lo scorso anno sono entrati in Europa, i pericoli che molti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center><big><span style="color:red"><strong>DIRETTA TV</strong></span></big><br />
L&#8217;arrivo di Sea Watch al porto di Catania. L&#8217;equipaggio sarà sentito dalla Procura della Repubblica di Catania.<br />
&nbsp;<br />
<iframe class="rep-video-embed" src="https://video.repubblica.it/embed/dossier/migranti-2019/catania-la-sea-watch-arriva-al-porto-festa-e-abbracci-a-bordo/325882/326498&#038;width=640&#038;height=360" width="640" height="360" frameborder="0" scrolling="no"></iframe></center><span id="more-77650"></span></p>
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<p><center><iframe loading="lazy" src="https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fseawatchprojekt%2Fvideos%2F1267153623432339%2F&#038;show_text=1&#038;width=476" width="476" height="729" style="border:none;overflow:hidden" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" allow="encrypted-media" allowFullScreen="true"></iframe></center><!--more--></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/viaggi-disperati.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/viaggi-disperati-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-77673" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/viaggi-disperati-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/viaggi-disperati-768x1087.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/viaggi-disperati-724x1024.jpg 724w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/viaggi-disperati-250x354.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/viaggi-disperati-200x283.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/viaggi-disperati-160x226.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/viaggi-disperati.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 212px) 100vw, 212px" /></a><span style="color:red"><big><strong>Viaggi Disperati: nel rapporto dell’UNHCR una panoramica del cambiamento nei flussi misti verso l’Europa</strong></big></span></p>
<p>Nonostante sia diminuito il numero di rifugiati e migranti che lo scorso anno sono entrati in Europa, i pericoli che molti affrontano durante il viaggio sono in alcuni casi aumentati, secondo un nuovo rapporto pubblicato dall’<strong>Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR)</strong>, che illustra il cambiamento dei modelli dei flussi.<br />
Il r<strong>apporto Viaggi Disperati</strong> rileva come gli arrivi via mare in ​​Italia, provenienti principalmente dalla Libia, siano drasticamente diminuiti dal luglio 2017. Questa tendenza è continuata nei primi tre mesi del 2018, con un calo del 74% rispetto allo scorso anno.<br />
Il viaggio verso l’Italia si è dimostrato sempre più pericoloso: nei primi tre mesi del 2018 il tasso di mortalità tra coloro che partono dalla Libia è salito a 1 decesso ogni 14 persone, rispetto a 1 decesso ogni 29 persone nello stesso periodo del 2017.<br />
Negli ultimi mesi si è inoltre registrato un deterioramento molto preoccupante della salute dei nuovi arrivati ​​dalla Libia: un numero crescente di persone infatti sbarca in precarie condizioni di salute, mostrando segni di estrema debolezza e magrezza. [continua ⇨ <span style="color:red"><a href="https://www.unhcr.it/news/viaggi-disperati-nel-rapporto-dellunhcr-panoramica-del-cambiamento-nei-flussi-misti-verso-leuropa.html" rel="noopener" target="_blank"><strong>qui</strong></a></span>]</p>
<p>Il ⇨ <span style="color:red"><a href="https://data2.unhcr.org/en/documents/details/63039#_ga=2.168039841.1859849387.1548838206-1699841440.1548838206" rel="noopener" target="_blank"><em><strong>rapporto Viaggi disperati</strong></em></a></span></p>
<p><center><strong>WE HAVE A DREAM</strong> di <strong>Matteo Chiarello</strong><br />
<em>dall&#8217;Africa al Cara di Castelnuovo, 5 storie di rifugiati</em><br />
&nbsp;<br />
<iframe loading="lazy" src="https://player.vimeo.com/video/287419669?title=0&#038;byline=0&#038;portrait=0" width="740" height="416" frameborder="0" webkitallowfullscreen mozallowfullscreen allowfullscreen></iframe></p>
<p><a href="https://vimeo.com/287419669">WE HAVE A DREAM</a> from <a href="https://vimeo.com/matteochiarello">matteo chiarello</a> on <a href="https://vimeo.com">Vimeo</a>.</p>
<p>&nbsp;</center></p>
<p><center><iframe loading="lazy" style="border: none; overflow: hidden;" src="https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fseawatchprojekt%2Fposts%2F2193574034193999&amp;width=500" width="500" height="792" frameborder="0" scrolling="no"></iframe></center></p>
<p><center><iframe loading="lazy" class="rep-video-embed" src="https://video.repubblica.it/embed/dossier/migranti-2019/sea-watch-sindaco-di-siracusa-rischio-autolesionismo-a-bordo/325683/326299&amp;width=640&amp;height=360" width="640" height="360" frameborder="0" scrolling="no"></iframe></center>&nbsp;</p>
<p><center><iframe loading="lazy" class="rep-video-embed" src="https://video.repubblica.it/embed/dossier/migranti-2019/sea-watch-migrante-a-bordo-torturato-in-libia-ecco-le-mie-cicatrici-siamo-davvero-in-europa/325571/326187&amp;width=640&amp;height=360" width="640" height="360" frameborder="0" scrolling="no"></iframe></center>&nbsp;</p>
<p><center></p>
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true">
<p lang="it" dir="ltr">“La vostra solidarietà è importantissima”.</p>
<p>Kim, capo missione a bordo di <a href="https://twitter.com/hashtag/SeaWatch?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#SeaWatch</a>.<a href="https://twitter.com/hashtag/Siracusa?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#Siracusa</a> <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2764.png" alt="❤" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> <a href="https://t.co/VQo46lIt77">pic.twitter.com/VQo46lIt77</a></p>
<p>&mdash; Sea-Watch Italy (@SeaWatchItaly) <a href="https://twitter.com/SeaWatchItaly/status/1090281945001611265?ref_src=twsrc%5Etfw">January 29, 2019</a></p></blockquote>
<p><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script></center></p>
<p>&nbsp;<br />
img apertura da <a href="https://www.repubblica.it/cronaca/2019/01/31/news/sea_watch_migranti_catania-217897372/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S2.5-F5#gallery-slider=217930099" rel="noopener" target="_blank">qui</a><br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>( amare le creature abolire le frontiere)</title>
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					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2018/09/10/amare-le-creature-abolire-le-frontiere/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Sep 2018 05:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Gian Piero Fiorillo]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gian Piero Fiorillo Se sono giovani e stanno bene ti danno fastidio perché li vedi palestrati Se chiedono l’elemosina li disprezzi perché sono mendicanti Se protestano per vedere riconosciuti i diritti sul lavoro ti indignano perché loro almeno un                                [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Gian Piero Fiorillo</strong></p>
<p>Se sono giovani e stanno bene ti danno fastidio perché li vedi palestrati</p>
<p>Se chiedono l’elemosina li disprezzi perché sono mendicanti</p>
<p>Se protestano per vedere riconosciuti i diritti sul lavoro ti indignano perché loro almeno un                                                                  lavoro ce l’hanno e tanti italiani no, e poi tre euro all’ora per noi sono pochi ma in                                                                     Africa sono molti e le famiglie africane diventano ricche a nostre spese</p>
<p>Se vivono nelle baracche puzzano che non hai idea</p>
<p>Se dormono sulle panchine sono senza decoro</p>
<p>Se sono magri e allampanati facevano meglio a starsene a casa</p>
<p>Se rubano sono criminali</p>
<p>Se vestono all’occidentale sembrano scimmie del circo</p>
<p>Se portano i loro vestiti sono sospetti</p>
<p>Se occupano uno stabile sono fuorilegge</p>
<p>Se abitano in dieci un appartamento dividendo le spese devono essere sfrattati perché                                                                            rovinano l’immobile e lo deprezzano e poi in questo modo salgono gli affitti anche per                                                              mio figlio che va in città a studiare</p>
<p>Se mettono su un negozio sono foraggiati dalle mafie</p>
<p>Se rischiano di annegare per salvare un bagnante o si arrampicano per le balconate di un                                                                       palazzo per afferrare un bambino appeso alla ringhiera, che ti dicevo sono palestrati</p>
<p>Se muoiono dopo aver salvato un bagnante italiano, due piccioni con una fava</p>
<p>Se sono laureati, perché c’hanno pure l’Università in Africa?</p>
<p>Se sono poveri io che ci posso fare</p>
<p>Se vengono coi gommoni portano terroristi</p>
<p>Se dormono alla stazione portano la scabbia</p>
<p>Se sono negri come fanno a essere italiani, dico io – Io</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Io non sono razzista ma prima gli italiani</p>
<p>Io non sono razzista ma ognuno deve stare a casa sua</p>
<p>Io non sono razzista ma le armi i soldi per comprarsele ce l’hanno</p>
<p>Io non sono razzista ma diciamocelo i neri hanno un odore tutto particolare</p>
<p>Io non sono razzista ma si scopano le nostre donne a tutto c’è un limite</p>
<p>Io non sono razzista ma ridono!</p>
<p>e con quei denti bianchi che se penso quanto ho speso di dentista mi viene il nervoso</p>
<p>Io non sono razzista ma questi ci hanno il cazzo quanto un manganello</p>
<p>Io non sono razzista ma aiutiamoli <span style="text-decoration: line-through;">a morire</span> a casa loro</p>
<p>Io conosco tante brave persone negre ma mica mi fido ciecamente, eh no</p>
<p>Io quando salgono i rom mi sposto dall’altra parte dell’autobus e ci sto molto attenta</p>
<p>Io i rumeni e polacchi sai che ci farei, ci hanno tutti l’aiddiesse se va bene</p>
<p>Io quelli che si trascinano i bambini sulla metropolitana per farti venire il senso di colpa e                                                                              spillarti un euro li metterei in galera e butterei la chiave</p>
<p>Io buoni i mendicanti, stanno meglio di te e di me, te lo dico Io –</p>
<p>Io che non sono razzista ma la mia è la razza italiana – e chi favorisce lo straniero è razzista al   contrario</p>
<p>Io questi buonisti di merda perché non se li prendono in casa vitto e alloggio tutto a spese loro</p>
<p>Io trentacinque euro al giorno per trecentosessantacinque giorni consecutivi chi li ha mai visti</p>
<p>Io un albergo di lusso a spese dei contribuenti me lo sogno</p>
<p>Io ai terremotati italiani chi ci pensa nessuno</p>
<p>Io non ce l’ho con loro ma bisogna difendere la nazione</p>
<p>Io ero di sinistra ma la sinistra a me mi ha deluso</p>
<p>Io in questo mondo di merda siamo diventati che chi viene da fuori detta legge</p>
<p>Io questo ius soli ma che cazzo voldì</p>
<p>Io altro che previdenza, nero è il colore del loro lavoro se no che sarebbero negri a fare</p>
<p>Io gli farebbe la castrazione chimica preventiva</p>
<p>Io al caporalato ci darei una medaglia, li facessero schiattare uno per uno sarei contento – Io</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Io che non sono razzista ma l’infermiere nero non voglio che mi tocca</p>
<p>Io che non sono razzista ma se fossero pochi pure pure</p>
<p>Io che non sono razzista ma questi qui ci invadono il suolo</p>
<p>Io che non sono razzista ma si moltiplicano come le mosche</p>
<p>Io che non sono razzista ma portano un sacco di malattie</p>
<p>Io che non sono razzista ma me lo dici perché le carceri sono piene di stranieri</p>
<p>Io che non sono razzista ma mi ribolle il sangue quando vedo che i neri godono e gli italiani esplodono</p>
<p>Io quelli di seconda generazione sono i più pericolosi</p>
<p>Io lo dico per loro, è una deportazione programmata per abbassare il costo del lavoro</p>
<p>Io se muoiono in massa mi dispiace ma sono proprio tanti, nemmeno se ne accorgono</p>
<p>Io anche quelli che muoiono purtroppo si rimpiazzano</p>
<p>Io flussi programmati, vengono lavorano e quando finisce il lavoro tutti a casa, marsch, che ci                                                                          restano a fare qui, a rubare spacciare e molestare le donne?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Invece io radical chic</em></p>
<p><em>Invece io buonista dei tuoi coglioni</em></p>
<p><em>Invece io veterocomunista</em></p>
<p><em>Invece io mezzo liberale e mezzo socialista</em></p>
<p><em>e mezzo anarchico</em></p>
<p><em>Invece io ateo</em></p>
<p><em>Invece io cristiano</em></p>
<p><em>Invece io buono samaritano </em></p>
<p><em>Invece io crociano hegeliano marxista sensista</em></p>
<p><em>Invece io che mi si accappona la pelle quando vedo  </em></p>
<p><em>Invece io che ho buttato la televisione perché non voglio nemmeno più saperle certe cose</em></p>
<p><em>Invece io che vivo nella disperazione di un paese suicida per rancore, dove un Marcel diventa                                                                  ogni villan che parteggiando viene</em></p>
<p><em>Invece io, i miei giorni felici da bambino Marco Polo e Giulio Verne</em></p>
<p><em>            Ulisse Enea viaggi sentimentali e donchisciotti dietro a Dulcinea</em></p>
<p><em>             Furore e Joshua Slocum</em></p>
<p><em>Invece io, </em></p>
<p><em>              lo sai che cosa penso mentre mangio alla mensa della Caritas?</em></p>
<p><em>            </em></p>
<p><em>                                                 io penso che gli umani hanno un solo dovere </em></p>
<p><em>                                                 adesso, non domani, abolire le frontiere</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>L’insicurezza del lavoro e le passioni tristi. Contributo per una riflessione antifascista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Feb 2018 13:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[attentato di Macerata]]></category>
		<category><![CDATA[diritto d'asilo]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[neofascismo]]></category>
		<category><![CDATA[passioni]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese C’è tra gli esseri umani, almeno quelli fuoriusciti dall’egemonia del pensiero magico o di quello religioso, la credenza che una buona diagnosi sia indispensabile per una cura efficace. Fuor di metafora, se abbiamo capito cosa è successo a Macerata e dintorni, potremmo cercare di situare l’evento specifico in uno scenario che gli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>C’è tra gli esseri umani, almeno quelli fuoriusciti dall’egemonia del pensiero magico o di quello religioso, la credenza che una buona diagnosi sia indispensabile per una cura efficace. Fuor di metafora, se abbiamo capito cosa è successo a Macerata e dintorni, potremmo cercare di situare l’evento specifico in uno scenario che gli fornisca maggiore intelligibilità. Non so poi, in realtà, se un tale tentativo possa favorire in alcun modo migliori interventi terapeutici.</p>
<p>Quello che abbiamo visto a Macerata e dintorni è il palesarsi di un terrorismo politico di matrice razzista e neofascista, <em>giustificato</em> dalle forze politiche della destra che concorrono oggi alle elezioni legislative. Non solo, ma questa giustificazione ha una solida base nella società “civile”. <span id="more-72579"></span>(Non ho voglia di fare giochi di parole, mi limito alle virgolette.) Quanto non può essere sottovalutato nell’attentato di Macerata è che, intorno ad esso, si saldano per la prima volta con forza elementi diversi: l’ideologia razzista (che caratterizza la propaganda leghista dalle origini), l’ideologia nazifascista (che apparteneva ancora un decennio fa a gruppuscoli marginali), il populismo autoritario di Berlusconi (vecchio di più di vent’anni) e per finire un passaggio all’atto terrorista (tentata strage su cittadini inermi), rivendicato teatralmente in quanto tale. A ciò si aggiunga il fattore decisivo: l’imminente consultazione elettorale per il governo del paese. (Nella storia italiana, il fascismo mussoliniano ha avuto strada aperta nelle istituzioni dello stato anche grazie a un cinico, idiota, argomento di realpolitik: meglio averli dentro il governo, che fuori nella strade a provocare tafferugli.)</p>
<p>Mi fermo qui, perché non è mio interesse valutare le conseguenze politiche prossime di tutto ciò, né il clima “recente” che ha potuto favorire una tale situazione. Provo a fare qualche passo indietro rispetto alla scena del crimine. Una volta, nel vocabolario marxista, che era un vocabolario di lotta sindacale e partitica, si parlava di contraddizioni principali e contraddizioni secondarie. Oggi, tutto ciò che esce da quel vocabolario, a meno che non venga formulato entro gruppi di fedelissimi, suona di fronte a un uditorio più vasto come un frammento di enigmatica dottrina patristica. Ma quella faccenda di contraddizioni principali e secondarie non si può, malgrado tutti i rischi d’incomprensione, liquidare.</p>
<p>Proviamo quindi a mettere a fuoco (ancora una volta) uno scenario più vasto. L’insicurezza che i cittadini delle attuali democrazie liberali d’occidente conoscono è <em>per lo più</em> quella legata alle condizioni lavorative e salariali. La battaglia che tutti noi abbiamo combattuto o continuiamo a combattere, e con esiti diversi a seconda dei destini e delle occasioni sociali, è quella relativa al lavoro: come trovarlo, come tenerselo, come renderlo più tollerabile rispetto ai sogni di felicità personale e familiare, come renderlo più redditizio in termini di retribuzione salariale. L’insicurezza delle nostre vite, l’eterna minaccia che incombe sui nostri progetti, da quelli più importanti e coinvolgenti (scegliere il luogo in cui vivere, avere dei figli, ecc.), a quelli secondari (adattare alle nostre esigenze lo spazio domestico, realizzare delle vacanze, ecc.), dipende dagli esiti di questa battaglia. Alcuni sono consapevoli di averla persa, e molto rapidamente; per altri è una condizione perpetua, una sorta di guerra di posizione sfiancante tra arretramenti e avanzamenti; altri ancora – una cerchia molto più ristretta – sentono di averla vinta, e godono di una relativa sicurezza.</p>
<p>La novità storica di questa condizione di battaglia per la sicurezza personale e familiare è che essa non esce più, se non a sprazzi e in maniera passeggera, da una dimensione individuale, ossia <em>competitiva</em>. Ciò che noi scontiamo, e non solo come lavoratori di una certa classe, ma come società nel suo insieme, è la rottura di un fenomeno pendolare esistito nel mondo bellicoso del lavoro e del salario. La battaglia <em>per il lavoro</em> nel corso della lunga storia dei movimenti, dei sindacati, delle associazioni e dei partiti operai, ha sempre avuto almeno un duplice versante: quello della competizione individuale e quello della solidarietà collettiva. Quando il pendolo oscillava dal lato della solidarietà, tutti gli affetti gioiosi e tristi della guerra di tutti contro tutti sul luogo di lavoro si orientavano verso quella che è stata chiamata lotta di classe. Questa conversione di energie fisiche e spirituali è stato un vero miracolo conoscitivo e un progresso per l’intera umanità, di cui tutti dovremmo essere grati non solo al marxismo, ma a tutte le altre componenti ideologiche che l’hanno a vario titolo sostenuta.</p>
<p>Oggi non solo tutte le passioni gioiose (di riuscita, di affermazione di sé, di volontà di potenza) sono assaporate nel cerchio del destino individuale, ma anche tutte le destabilizzanti passioni tristi (paura, rabbia, frustrazione). Il veleno emotivo prodotto dalle battaglie quotidiane, sia che siano state vinte o perse, o che abbiano garantito il semplice equilibrio, non trova nessuna forma di catarsi collettiva, di condivisione e trasformazione. Questo veleno ci uccide a fuoco lento, anche quando non ci uccidono gli insuccessi palesi sul campo. Il pendolo delle passioni si è bloccato, la solidarietà della classe lavoratrice è svaporata e tutto ciò in seguito a una storia specifica, a una concatenazione di eventi, forse neppure troppo lineari, che vari studiosi marxisti e non hanno cercato in questi anni di ricostruire.</p>
<p>Vivere in una società ipercompetitiva come la nostra, è un incubo per tutti, questo è chiaro. <em>Winner </em>e <em>looser</em>: abbiamo pensato a lungo che questo schematismo un po’ barbaro fosse una specialità esclusivamente statunitense. Oggi, in Europa, siamo in grado di dimostrare di essere all’altezza di questa concezione così poco sociale di società. L’ipercompetizione non è solo una situazione concreta, che può essere verificata su quasi ogni luogo di lavoro: “se entro io, esce lui” o viceversa. È anche un sistema mentale, che assegna a tutti l’imperativo di distinguersi, di avere una qualche forma anche decaduta di successo, proprio quando le condizioni materiali della vita diventano sempre più incerte. Un tale sistema può funzionare se gonfia esageratamente le passioni gioiose di riuscita individuale e rimuove dalla scena quelle tristi. I tristi non hanno tempo di parola, accesso alla visibilità mediatica, sono ininteressanti. (Chi perde, insomma, ha sempre torto.) Ciò che invece galvanizza è l’elenco ininterrotto non delle “persone di successo”, ma dei “momenti di successo” delle persone. Si va prelevare minuziosamente ogni singola passione gioiosa per esporla, amplificarla, saturarla, così come i programmi di elaborazione delle immagini permettono di fare con i colori.</p>
<p>Chi si occupa delle passioni tristi, ricadute nel cerchio angusto, della sfera individuale? Le passioni tristi non sono mica cose “fotogeniche”, adatte alla spettacolo, alla spensieratezza, allo sfavillio delle luci. È materia incandescente e torva, sono cose di cui ci si vergogna e che si vorrebbe espellere da sé. Hanno del mostruoso le passioni tristi, per questo nessuno ne parla, gli vuole dare udienza, visibilità.</p>
<p>Qualcuno però ha capito che queste cose nascoste, oscene, intrattabili, possono essere straordinariamente redditizie. Qualcuno ha cominciato a capire che sullo smaltimento dei rifiuti affettivi individuali si può erigere un impero politico. C’è una straordinaria merda che qualche cinico e spietato magone può trasformare in oro elettorale. Tutti gli scarti affettivi che il mondo del lavoro produce, nell’attuale organizzazione della società capitalistica, sono stati lasciati alle imprese di smaltimento razziste e fasciste. Qui, però, vado già troppo velocemente, salto passaggi, prendo scorciatoie. Affinché l’impresa di smaltimento degli affetti tristi prenda la piega che ha preso oggi in Italia (e non solo in Italia), ci vogliono diverse precondizioni. Una almeno provo a formularla.</p>
<p>Non è vero che il razzismo sale dal popolo allo stato, e che lo stato, colpevole, se ne fa penetrare. Il razzismo, come affetto personale, come passione triste individuale, è sempre legato a una tara cognitiva, che la gente mediamente non possiede. È la tara delle generalizzazione indebita. Un po’ di buon senso guarisce questo errore cognitivo, che potremmo essere portati a fare in ogni ambito della nostra esperienza quotidiana. Questa mousse di salmone mi ha intossicato, tutte le mousse di salmone sono tossiche. Ovviamente, ci sono stati sempre dei gruppi ristretti di persone adepti della tara cognitiva, ma ciò probabilmente in ragione di altre circostanze molto specifiche. La crescista del razzismo come fenomeno di portata sociale non mi sembra essere legato alla vicenda di focolai ristretti di tale tara cognitiva, che poi – per contaminazione progressiva di insiemi più grandi – diviene un’attitudine popolare diffusa, e come tale destinata a trasmettersi anche alle istituzioni. Questo è probabilmente <em>uno </em>dei modi, attraverso cui il razzismo si diffonde e moltiplica. L’altro riguarda l’uso politico delle passioni tristi, che giacciono generalmente inutilizzate nelle cavità cupe della sfera privata. Ma vi è anche il razzismo organizzato dall’alto, per fini economici, di sfruttamento. È un sistema di discriminazione che funziona a cavallo tra istituzioni e imprese, e che salvaguarda in vario modo l’idea di una gerarchia “naturale” esistente nell’esercito della forza lavoro, gerarchia che assegnerebbe a gruppi specifici di persone (identificati per genere, etnia, religione o cultura) dei lavori scarsamente retribuiti. Non solo in Italia, ma anche in altri paesi europei, l’invenzione giuridica dell’immigrato illegale, che non data da alcuna emergenza geo-politica, offre all’imprenditoria privata e persino pubblica un esercito di forza lavoro a costi ridottissimi. Il campione assoluto della <em>flessibilità</em> sognata dal più audace sostenitore del neo-liberismo è il lavoratore irregolare. Con lui, tutti gli stramaledetti vincoli delle democrazie-liberali nei confronti delle forme pre-moderne di servitù, posso finalmente saltare. La responsabilità statale e imprenditoriale è quindi decisiva nel creare una prima condizione tangibile di diversità (è uomo sì, ma non cittadino, è lavoratore sì, ma fuorilegge) su cui la speculazione ideologica e politica razzista eserciterà la sua presa.</p>
<p>Ma il meccanismo di discriminazione di natura economica, e quello vittimario di natura ideologica, non devono farci dimenticare cosa costantemente deve nascondere il discorso xenofobo e razzista. Ogni volta che parlo di immigrati non parlo di lavoro, ogni volta che parlo dell’insicurezza che deriverebbe da una minoranza straniera, taccio sull’insicurezza che la maggioranza delle persone sperimenta ogni giorno sul luogo di lavoro. In tutto ciò, quello che rimane reale nella fantasmagoria razzista sono le passioni tristi, perché quelle sono già lì <em>prima</em> che lo straniero compaia, prima che il capro espiatorio sia stato designato. Sono quelle che ci portiamo dentro anche noi, con imbarazzo, anche se non cediamo alla tara cognitiva e all’espulsione indiscriminata della rabbia.</p>
<p>Anche noi siamo incazzati. E abbiamo un vantaggio su tutti i razzisti e i neofascisti: abbiamo individuato il nemico, quello autentico. Sappiamo cosa produce la nostra insicurezza e, quindi, la paura, la rabbia, la frustrazione, la vergogna che ne conseguono. Ma abbiamo per ora un grosso, terribile svantaggio. Non sappiamo queste passioni come condividerle e orientarle in una lotta giusta, che non sia solo fatta di rabbia, ma anche di gioia, non solo di paura, ma anche di speranza, non solo di vergogna, ma anche di orgoglio. Il raggio delle condivisione è sempre troppo corto. E ciò che si osa condividere è spesso qualcosa di gioioso. Anche le <em>nostre</em> di passioni tristi rimangono troppo spesso ignorate, raminghe, inutilizzabili. Se l&#8217;accusa reazionaria di &#8220;buonismo&#8221; ha un senso, è probabilmente questo. Noi dovremmo essere più capaci di usare la nostra rabbia, imparando a condividerla.</p>
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		<title>Nota di lettura sull’attentato di Macerata del 3 febbraio 2018</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Feb 2018 05:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[macerata]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Raos Se il terrorista di Macerata abbia avuto dei complici, lo stabiliranno le indagini. Gli ispiratori (i “mandanti morali”) devono essere oggetto di dibattito politico e sociale. Ma io, quando ho letto i primi articoli dopo l’attentato, d’istinto mi sono detto “Che bravi che sono stati!”, al plurale. Mi avevano colpito l’armonia logica [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Raos</strong></p>
<p>Se il terrorista di Macerata abbia avuto dei complici, lo stabiliranno le indagini.</p>
<p>Gli ispiratori (i “mandanti morali”) devono essere oggetto di dibattito politico e sociale.</p>
<p>Ma io, quando ho letto i primi articoli dopo l’attentato, d’istinto mi sono detto “Che bravi che sono stati!”, al plurale.<span id="more-72535"></span> Mi avevano colpito l’armonia logica delle azioni del terrorista e la completezza del messaggio che queste lanciavano.</p>
<p>Quindi, le frasi che seguono leggono le azioni di Luca Traini come accuratamente studiate.</p>
<p>1. L’attentato arriva al momento giusto della campagna elettorale, né troppo presto né troppo tardi. La speranza di chi lo ha concepito è dunque che si incida nel profondo dell’opinione pubblica, anche oltre la campagna elettorale stessa che pure è l’obiettivo primario.</p>
<p>2. Il terrorista è stato bene attento a non uccidere nessuno, cosa che avrebbe rischiato di suscitare orrore e sdegno. Questo errore da dilettanti era stato commesso con l’omicidio di Emmanuel Chidi Namdi, che difendeva sua moglie e che quindi, con la sua morte eroica, aveva ribaltato e neutralizzato il messaggio che si voleva lanciare. Oggi, invece, che si tratti solo di qualche ferito può dare senza grossi problemi la stura a chi dice “Lui è una testa calda, però è vero che noi [gli onesti, gli innocenti] non ne possiamo proprio più e qualcosa va fatto”.</p>
<p>3. I bersagli del terrorista erano i neri (bersagli istintivi, “visivi”), ma non ha dimenticato di sparare due colpi contro la porta di una sede del PD. A scanso di equivoci, per accertarsi che il messaggio arrivi anche in alto e che coinvolga anche gli elettori moderati ma favorevoli a <em>ius soli</em> eccetera.</p>
<p>4. Depone le armi e si fa arrestare senza resistenza davanti a un monumento ai caduti della Prima Guerra Mondiale. Qui siamo oltre la simbologia; questo è affondare una lama nelle radici mai risolte, mai abbastanza discusse, dell’identità nazionale.</p>
<p>Quindi, quando assisto a questa azione, come minimo mi dico che tutti questi anni di video dell’Isis sono davvero serviti a qualcosa.</p>
<p>La trovo di una raffinatezza estrema che va esposta e analizzata per opporsi alla narrazione che la sottende e le dà forma.</p>
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		<title>Ai direttori e alle direttrici delle reti televisive e delle testate giornalistiche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Feb 2018 23:51:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[macerata]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
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					<description><![CDATA[Siamo studiosi e studiose, scrittori e scrittrici, preoccupati dal dilagare dell&#8217;odio nei media italiani. Odio verso le donne, i migranti, i figli di migranti, la comunità Lgbtq. Un odio che è ormai il piatto principale di moltissimi talk show televisivi nei quali vige da tempo la politica dei microfoni aperti, senza nessuna direzione o controllo. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo studiosi e studiose, scrittori e scrittrici, preoccupati dal dilagare dell&#8217;odio nei media italiani. Odio verso le donne, i migranti, i figli di migranti, la comunità Lgbtq. Un odio che è ormai il piatto principale di moltissimi talk show televisivi nei quali vige da tempo la politica dei microfoni aperti, senza nessuna direzione o controllo. E spesso le parole che escono fuori da alcuni dibattimenti televisivi sono parole che mettono fortemente in crisi o addirittura contraddicono l&#8217;essenza stessa della nostra Costituzione, il richiamarsi a un patto antifascista e democratico.</p>
<p>L&#8217;attentato di Macerata, dove un simpatizzante neonazista ha cercato la strage di uomini e donne africani, è qualcosa che ci interroga nel profondo. Le vittime sono diventate il bersaglio di un uomo la cui azione terroristica si è nutrita della narrazione tossica veicolata non solo da internet ma anche dal mainstream mediatico. Dopo quello che è successo non possiamo restare in silenzio. Serve una maggiore assunzione di responsabilità, serve un nuovo patto fra chi fa comunicazione e i cittadini.</p>
<p>Le parole di odio, lo abbiamo visto chiaramente, possono tradursi in atti di violenza omicida. Azioni che, acclamate e imitate, rischiano seriamente di innescare una spirale di violenza. Per noi è evidente che il nodo mediatico ha contribuito a produrre e legittimare lo scatenarsi delle pulsioni peggiori. Per questo chiediamo ai media di non prestare più il fianco alla propaganda d&#8217;odio, ma di compiere anzi uno sforzo nel contrastarla. Intere fette di società (per esempio i migranti e i figli di migranti) nella rappresentazione mediatica esistono pressoché solo come stereotipo o nei peggiori dei casi come bersaglio dell&#8217;odio, contraltare utile a chi fa di una propaganda scellerata il suo lavoro principale.</p>
<p>Sappiamo che nei media lavorano seri professionisti che come noi sono molto preoccupati per la piega degli eventi. Servono contenuti nuovi, modalità diverse, linguaggi aperti e trasparenti. Non possiamo permettere che nel 2018, ad 80 anni dalle leggi razziali, ritornino quelle parole (e quegli atti) della vergogna. Dobbiamo cambiare ora e dobbiamo farlo tutti insieme. Ne va della nostra convivenza e della nostra tenuta democratica.</p>
<p>Quello che chiediamo non è un superficiale politically correct. Chiediamo invece una presa in carico di un mondo nuovo, il nostro, che ha bisogno di conoscersi e non odiarsi.</p>
<p>Antonio Gramsci scriveva: Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri. Dipende da noi non lasciar nascere questi mostri. Dipende da noi evitare che torni lo spettro del fascismo nelle nostre vite. Per farlo però dobbiamo lavorare in sinergia e cambiare i mezzi di comunicazione. E dobbiamo farlo ora, prima che sia troppo tardi.</p>
<p>Vanessa Roghi<br />
Helena Janeczek<br />
Igiaba Scego<br />
Sabrina Varani<br />
Christian Raimo<br />
Paolo di Paolo<br />
Michela Monferrini<br />
Frederika Randall<br />
Graziano Graziani<br />
Francesca Capelli<br />
Shaul Bassi<br />
Loredana Lipperini<br />
Shulim Vogelmann<br />
Amin Nour<br />
Reda Zine<br />
Sabrina Marchetti<br />
Amir Issa<br />
Alessandro Triulzi<br />
Francesco Forlani<br />
Fiorella Leone<br />
Francesca Melandri<br />
Ilda Curti<br />
Marco Balzano<br />
Alessandro Portelli<br />
Attilio Scarpellini<br />
Filippo Tuena<br />
Francesco M.Cataluccio<br />
Laura Bosio<br />
Gianfranco Pannone<br />
Antonio Damasco<br />
Franco Buffoni<br />
Evelina Santangelo<br />
Caterina Bonvicini<br />
Lisa Ginzburg<br />
Camilla Miglio<br />
Emanuele Zinato<br />
Andrea Inglese<br />
Andrea Raos<br />
Maria Grazia Meriggi<br />
Alessandra Di Maio<br />
Roberto Carvelli<br />
Francesco Fiorentino<br />
Grazia Verasani<br />
Caterina Venturini<br />
Alessandra Carnaroli<br />
Lorenzo Declich<br />
Gennaro Carotenuto<br />
Silvia Ballestra<br />
Chiara Valerio<br />
Marco Belpoliti<br />
Paola Caridi<br />
Marco Missiroli<br />
Alessandro Robecchi<br />
Valeria Parrella<br />
Nicola Lagioia<br />
Enrico Manera<br />
Jamila Mascat<br />
Maria Luisa Venuta<br />
Rossella Milone<br />
Giacomo Sartori<br />
Antonella Lattanzi<br />
Barbara del Mercato<br />
Amara Lakhous<br />
Rino Bianchi<br />
Carola Susani<br />
Roberto Carvelli<br />
Isabella Perretti<br />
Rosa Jijon<br />
Davide Orecchio<br />
Antonella Lattanzi<br />
Simone Giusti<br />
Simone Siliani<br />
Alberto Prunetti<br />
Chiara Mezzalama<br />
Elisabetta Mastrocola<br />
Teresa Ciabatti<br />
Andrea Tarabbia<br />
Antonella Anedda<br />
Elisabetta Bucciarelli<br />
Francesco Fiorentino<br />
Paola Capriolo<br />
Paolo Morelli<br />
Simona Vinci<br />
Giorgio Vasta<br />
Orsola Puecher<br />
Anna Tellini<br />
Marina Della Bella<br />
Antonio Scurati<br />
Vins Gallico<br />
Daniele Petruccioli<br />
Enrico Macioci<br />
Maria Grazia Calandrone<br />
Eraldo Affinati<br />
Elena Pirazzoli<br />
Leonardo Palmisano<br />
Emiliano Sbaraglia<br />
Maura Gancitano<br />
Marco Mancassola<br />
Rosella Postorino<br />
Alessandra Sarchi<br />
Carlo Lucarelli<br />
Giorgio Pecorin<br />
Gianni Biondillo<br />
Ornella Tajani<br />
Mariasole Ariot<br />
Giorgio Fontana<br />
Girolamo Grammatico<br />
Francesca Ceci<br />
Brunella Toscani<br />
Tommaso Giartosio<br />
Attilio Scarpellini<br />
Simone Pieranni<br />
Elisabetta Liguori<br />
Giuliano Santoro<br />
Orofino di Giacomelli<br />
Maria Grazia Porcelli<br />
Giovanni Contini<br />
Federico Faloppa<br />
Federico Bertoni<br />
Flaminia Bartolini<br />
Dario Miccoli<br />
Emanuela Trevisan Semi<br />
Alessandro Mari<br />
Tommaso Pincio<br />
Laura Silvia Battaglia<br />
Anna Maria Crispino<br />
Andrea Bajani<br />
Renata Morresi<br />
Francesca Fiorletta<br />
Federica Manzon<br />
Angiola Codacci Pisanelli<br />
Alessandro Chiappanuvoli<br />
Società italiana delle Storiche<br />
Benedetta Tobagi<br />
Giuseppe Genna<br />
Fabio Geda<br />
Daniele Giglioli<br />
Angelo Ferracuti<br />
Alessandro Bertante<br />
Riccardo Chiaberge<br />
Giorgio Mascitelli<br />
Gherardo Bortolotti<br />
Annamaria Ferramosca<br />
Anita Benedetti<br />
Letizia Perri<br />
Luisella Aprà<br />
Masturah Atalas<br />
Rosalia Gambatesa<br />
Barbara Summa<br />
Lorenzo D&#8217;Agostino<br />
Anna Toscano<br />
Fabrizio Botti<br />
Chiara Veltri<br />
Sergio Bellino<br />
Barbara Benini<br />
Valentina Mangiaforte<br />
Maria Motta<br />
Emanuele Plasmati<br />
Giuseppe Maimone<br />
Paolo Soraci<br />
Pina Piccolo<br />
Graziella Priulla<br />
Leonardo Banchi<br />
Valentina Daniele<br />
Massimiliano Macculi<br />
Susanna Marchesi<br />
Corrado Aiello<br />
Giovanni Scotto<br />
Liliana Omegna<br />
Domenico Conoscenti<br />
Francesco Falciani<br />
Mario Di Vito<br />
Ileana Zagaglia<br />
Maria Elena Paniconi<br />
Antonio Corsi<br />
Stefano Luzi<br />
Nicola Marino<br />
Barbara Lazzarini<br />
Antonella Bottero<br />
Camilla Mauro<br />
Pietro Saitta<br />
Gianni Montieri<br />
Francesca Del Moro<br />
Adam Atik<br />
Maurella Carbone<br />
Sabrina Fusari<br />
Francesa Perlini<br />
Antonella Bastari<br />
Donatella Libani<br />
Alessandra Pillosu<br />
Lidia Massari<br />
Gianni Girola<br />
Andrea Fasulo<br />
Lidia Borghi<br />
Roberta Chimera<br />
Gaetano Vergara<br />
Camilla Seibezzi<br />
Lisa Dal Lago<br />
Nicoletta Mazzi<br />
Annamaria Laneri<br />
Sandra Paoli<br />
Cristina Nicoletta<br />
Leonardo De Franceschi<br />
Olga Consoli<br />
Chiara Barbieri<br />
Valentina De Cillis<br />
Letizia Perri<br />
Angelo Sopelsa<br />
Alessandra Greco<br />
Simone Buratti<br />
Giacomo Di Girolamo<br />
MariaGiovanna Luini<br />
Costanza Matafù<br />
Lorenza Caravelli<br />
Elena Maitrel Cavasin<br />
Leopoldina Bernardi<br />
Donatella Favaretto<br />
Simona Brighetti<br />
Margherita D&#8217;Onofrio<br />
Ivana Buono<br />
Manuela Olivieri<br />
Maria Cristina Mannozzi<br />
Helleana Grussi<br />
Elisabetta Galeotti<br />
Antonio Sparzani<br />
Lorenza Miceli<br />
Laura Califano<br />
Lucio Nalesini<br />
Giulio Cavalli<br />
Simona Filippini<br />
Daniele Fusi<br />
Tiziana Barillà<br />
Francesca Riolo<br />
Cristina Cobianchi<br />
Vincenzo Mastropirro<br />
Federica Rocco Contin<br />
Paola Andrisani<br />
Sergio La Chiusa<br />
Federica Pulin<br />
Meris Angioletti<br />
Paola Minoia<br />
Paolo Dilonardo<br />
Giacomo Raccis<br />
Michele Turazzi<br />
Massimo Cotugno<br />
Alessandro Mantovani<br />
Moira Mattioli<br />
Francesco Gabellini<br />
Chiara Bertone<br />
Margherita Becchetti<br />
Maria Cristina Scarfia<br />
Ettore Siniscalchi<br />
Giuseppe Prosperi<br />
Simone Bachechi<br />
Francesco Iacono<br />
Giulia Bondi<br />
Seia Montanelli<br />
Cristiania Panseri<br />
Vincenzo Bagnoli<br />
Simone Ghelli<br />
Cristina Schiavone<br />
Tatiana Petrovich Njegosh<br />
Marta Bonetti<br />
Caterina Davinio<br />
Stefania Nardini<br />
Evelina Crespi<br />
Cristina Cilli<br />
Giovanni Pinto<br />
Giovanna Caporale<br />
Annamaria Giannini<br />
Giuliana De Rosa<br />
Paolo Polvani<br />
Silvia Palombo<br />
Carla Toffolo<br />
Laura Papini<br />
Giulia Lucarelli<br />
Emanuele Secco<br />
Marina Loro<br />
Marcella Corsi<br />
Elena Cimenti<br />
Alberto Ibba<br />
Eda Marina Lucchesi<br />
Riccardo Corrieri<br />
Barbara Tasca<br />
Marina Mercaldo<br />
Domenico Andreoli<br />
Simone Barillari<br />
Maria Anderlucci<br />
Donatella Degani<br />
Giulio Calella<br />
Francesca Coin<br />
Antonio Montefusco<br />
Nicola Perugini<br />
Alberica Bazzoni<br />
Maria Cristina Bertolo<br />
Alberto Piccinini<br />
Paola Rondini<br />
Ada Tosatti<br />
Giuseppe Rizza<br />
Damiano Sinfonico<br />
Eugenio Lucrezi<br />
Ivana Spaggiari<br />
Rossella Noviello<br />
Ettore Marini<br />
Giovanni Solinas<br />
Alessandro Vecchi<br />
Marco Giovenale<br />
Gianluca Cangemi<br />
Alessandra Terni<br />
Filippo Brunetti<br />
Simone Zafferani<br />
Lina Gonnella<br />
Luciana Losi<br />
Antonio Castore<br />
Primula Bazzani<br />
Federica Sgaggio<br />
Anna Cascella Luciani<br />
Clara Nubile<br />
Sandra Conti<br />
Carmine Vitale<br />
Maria Grazia Sampietro<br />
Lorenzo Mari<br />
Marco Vitale<br />
Caterina Sala<br />
Daniela Palumbo<br />
Marta Barone<br />
Federico di Vita<br />
Marco Giacosa<br />
Claudia Puddu<br />
Vincenzo Neve<br />
Jolanda Guardi<br />
Nadia Pedot<br />
Domenico Vuoto<br />
Viviana Fiorentino<br />
Lucia Marchitto<br />
Aurora Delmonaco<br />
Simona Baldelli<br />
Daniele Dottorini<br />
Daniele Barresi<br />
Pasquale Polidori<br />
Iacopo Ninni<br />
Giusi Montali<br />
Olimpia Affuso<br />
Annalisa Pomilio<br />
Kristine Maria Rapino<br />
Livio Romano<br />
Annalisa Lo Pinto<br />
MDaniella Svanini<br />
Aloisia Iocola<br />
Maurizio Cometto<br />
Maria La Tela<br />
Roberto Plevano<br />
Giulio Mozzi<br />
Alessandro De Vito<br />
Andrea Breda Minello<br />
Vincenzo Maccarrone<br />
Andrea Lanini<br />
Francesca Genti<br />
Romano A. Fiocchi<br />
Cristina Mariani<br />
Martina Gambini<br />
Massimiliano Manganelli<br />
Mirco Bovini Casciola<br />
Sabrina Minetti<br />
Marco Riccini<br />
Françoise (Kika) Bohr<br />
Sergio Renzetti<br />
Paola Silvia Dolci<br />
Marta Bricco<br />
Enrico Parizzi<br />
Marco Benazzi<br />
Sandra Mici<br />
Gloria Gaetano<br />
Debora Barletta<br />
MIchela Zucca</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Lettera aperta alla comunità maceratese (a tutela di quanto si è lasciato fuori)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Feb 2018 20:23:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></category>
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					<description><![CDATA[[ricevo e pubblico la lettera di Giorgiomaria Cornelio, giovane autore che da due anni vive a Dublino, ma ha vissuto i precedenti 19 a Macerata. E&#8217; un appello complesso, che stasera mi pare tanto più prezioso. Dopo aver vissuto il panico e lo choc di una città sotto assedio ieri mattina, la furia e i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>ricevo e pubblico la lettera di Giorgiomaria Cornelio, giovane autore che da due anni vive a Dublino, ma ha vissuto i precedenti 19 a Macerata. E&#8217; un appello complesso, che stasera mi pare tanto più prezioso. Dopo aver vissuto il panico e lo choc di una città sotto assedio ieri mattina, la furia e i fattoidi dei social, la solidarietà irresponsabile di alcuni, e poi le parole semplificatorie e roboanti di vari commentatori politico-televisivi, e ancora la rabbia e l&#8217;incredulità a ripensare alla messa in scena dell&#8217;attentatore, la foto fattagli in caserma che gira tra i social in stile rivendicazione jidahista, dopo questa massa di pulsioni incontrollate, bisogna subito tornare a pensare, e profondamente, e a rinsaldare una tradizione antifascista e una vocazione all&#8217;apertura che qui è ancora ferma, compatta, anche tra i più giovani. rm</em>]</p>
<p>Cari compagni,</p>
<p>la violenza imperdonabile è un sigillo di trascuratezza: consiste, cioè, nel misconoscere con ostinazione il carattere di una città. Nel pretendere, scioccamente, che si faccia parte di una comunità poiché si è italiani, indigeni, figli dei padri. Casa è, piuttosto, il luogo eletto a dimora del proprio nomadismo, del proprio rivolgimento, della propria testimonianza di passo: abitare non solo un paese, ma un’aria che si progetta come indizio di comunità. Macerata abita, da troppo tempo, soltanto la fodera della propria geografia, dimenticando la sua vocazione sotterranea, le sue arborescenze tutte sparse per gli anfratti, le sue presenze e i suoi “roveti ardenti” d’inarrivabile poesia. Per viverla, questa Macerata, occorrerebbe inventarsi (una volta ancora) di essere stranieri nella lettura dei suoi luoghi per restaurare una smemoratezza che è, nello stesso momento, un obbligo a ricordare, a sporgersi un tratto su un istmo di memoria che sempre allude a un oblio d’acqua. Si tratta di farsi custodi di un appello, di appellarsi a quanto per l’immediato ci è sconosciuto, ad una promessa di non appartenenza catacombale. L’unica storia possibile, ora, è la storia dei fiati lasciati fuori, delle testimonianze rimaste inascoltate che pure costituiscono un progetto a venire, e che per questo vanno custodite: una città è quanto sempre veniamo facendo, non quanto è dato per fatto. Un poeta maceratese, Remo Pagnanelli, scrisse:</p>
<p>«Forse, se ascolti bene, c’è l’eco di qualcosa che è accaduto prima e che, non per imitazione, lo ripeto, è innominabile. Altro non esiste e se doveva esserci è restato nel cielo delle infinite possibilità. Cercale anche per me.»</p>
<p>I fatti di questi giorni sono gli indizi di una violenta approssimazione: l’ostinarsi a rivendicare un’identità che sola garantirebbe la qualifica di “veri cittadini”. Ma costituire una comunità vuol dire sfollare la definizione dei suoi dati certi e smentire la naturalità del “primo uomo”.<br />
L’urto sismico costringe a ridefinire la propria geografia nella stessa maniera in cui una scossa sociale dovrebbe essere intesa come radicale occasione per ritrattare i propri modelli: farsi stranieri in casa propria è, oggi, una necessità ineludibile. Un piano di edificazione è possibile laddove si è disposti ad abolire le qualifiche e le specifiche fissate come immutabili, e laddove si è disposti a cercare e a custodire quanto trabocca dalla propria cronistoria cittadina.<br />
Non è più tempo, oramai, di liturgie della distruzione.</p>
<p style="text-align: left;">Giorgiomaria Cornelio</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>“Uè Africa”. Diario di un marocchino” di Youssef al-Hirnou</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/04/08/ue-africa-diario-un-marocchino-youssef-al-hirnou/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Apr 2017 05:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Mariangela Laviano]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
		<category><![CDATA[Uè Africa”. Diario di un marocchino]]></category>
		<category><![CDATA[Youssef al-Hirnou]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=67657</guid>

					<description><![CDATA[di Mariangela Laviano Nel leggere il titolo di questo libro, “Uè Africa”. Diario di un marocchino” di Youssef al-Hirnou, edito da Book Sprint, mi è venuta in mente un’altra espressione, “Uè Napuli”, utilizzata negli anni ‘50 e ‘60 dai piemontesi per indicare tutti i meridionali che emigravano nel Nord Italia, con le loro valigie di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mariangela Laviano</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/copertina_youssef.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/copertina_youssef.jpg" alt="copertina_youssef" width="437" height="624" class="alignleft size-full wp-image-67659" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/copertina_youssef.jpg 437w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/copertina_youssef-210x300.jpg 210w" sizes="auto, (max-width: 437px) 100vw, 437px" /></a>Nel leggere il titolo di questo libro, “Uè Africa”. Diario di un marocchino” di Youssef al-Hirnou, edito da Book Sprint, mi è venuta in mente un’altra espressione, “Uè Napuli”, utilizzata negli anni ‘50 e ‘60 dai piemontesi per indicare tutti i meridionali che emigravano nel Nord Italia, con le loro valigie di cartone chiuse con lo spago. Allora il richiamo del boom economico rappresentato a Torino dalla FIAT (oggi FCA) costituiva il “sogno” di tutti gli uomini e le donne del Meridione che desideravano assicurare ai propri figli prospettive di benessere che il Sud ancora legato a una economia rurale non era in grado di dare loro. Per costoro l’accoglienza non fu esaltante e, ancora oggi, si sentono gli echi di quei cartelli razzisti, rimasti indelebili nella memoria collettiva, del tipo “non si affitta ai meridionali” etc…<br />
Oggi quei “meridionali” sono gli immigrati stranieri, gente che “puzza”, è “diversa”  e  “che ruba il lavoro”. Questo è quello che emerge dal racconto autobiografico del marocchino al-Hirnou, una storia simile a quella di tanti italiani del Sud Italia in passato e di tanti immigrati stranieri di oggi, narrata attraverso le lenti di un’altra cultura, un’altra lingua un altro sistema di riferimenti. Nel raccontare la sua storia, dall’infanzia all’età adulta, senza tralasciare alcun minimo dettaglio all’improvvisazione, l’autore ci fa vivere i conflitti interiori, le sensazioni, piacevoli e non, scaturiti dalla lotta che lui stesso combatte, tra essere sé stesso o essere come gli altri vogliono che egli sia.<br />
Tra l’“assimilarsi” a una cultura e a una mentalità che non gli appartengono del tutto e a cercare di “integrarsi” valorizzando la sua diversità, l’autore affronta diverse tematiche che vanno dal razzismo alla violenza domestica, dal bullismo alle problematiche legate al tema dell’immigrazione.<br />
Di grande carica emotiva è il racconto del suo rapporto col padre e la madre, che se pur distanti dal loro paese d’origine, mantengono inalterata la divisione dei ruoli e tutto ciò che ne consegue, come se vivessero ancora in Marocco.  Tra le pagine si percepisce la sofferenza di Youssef che non riesce a essere sé stesso, a causa di un modo di vivere duplice, una vita “fuori” dove le sue origini vengono camuffate o addirittura cancellate e una vita “dentro”, cioè all’interno del suo spazio familiare in cui la Tradizione non può incontrare la Modernità.<br />
Significativo è questo passaggio: “Per anni e fino a poco tempo fa ho avuto una visione della vita totalmente distorta, una verità tramandata nell’ignoranza e nella disinformazione, nella paura e nella sofferenza celata. Fin da bambino tutto ciò che mi circonda cerca di raccontarmi una storia a cui dovrei credere senza pormi domande, per vent’anni sono stato accecato da una paura tradizionalista, ho messo a tacere le domande della ragione, ma le grida del buonsenso prima o poi riprendono il sopravvento e toccherà a te trovare le risposte che non hanno mai voluto darti”.<br />
Operaio FIAT fin dalle scuole superiori, Youssef ha un grande sogno, quello di diventare scrittore e, se lo diventerà, lo dovrà sicuramente alla sua caparbietà ma anche a quell’Italia, spesso razzista, ma da cui ha tratto una grande lezione: “Ho imparato a 24 anni che la tradizione non si può cambiare, le mentalità non si possono rivoluzionare, ma ciò che assolutamente non si deve commettere è l’errore di arrendere il proprio animo ad esse.” </p>
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		<title>Lo schiavista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Oct 2016 05:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Beatty]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Castoldi]]></category>
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					<description><![CDATA[(Silvia Castoldi ha tradotto per Fazi Editore un libro davvero interessante, Lo schiavista, di Paul Beatty, appena entrato nella short list del Man Booker Prize.  L&#8217;editore ce ne regala un estratto, il volume è in libreria dal 6 ottobre scorso. L&#8217;autore sarà a Milano, per Bookcity, il 20 novembre) di Paul Beatty So che detto da [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-64578" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/schiavista.jpg" alt="schiavista" width="320" height="484" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/schiavista.jpg 320w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/schiavista-198x300.jpg 198w" sizes="auto, (max-width: 320px) 100vw, 320px" />(Silvia Castoldi ha tradotto per Fazi Editore un libro davvero interessante, <em>Lo schiavista</em>, di Paul Beatty, appena entrato nella short list del Man Booker Prize.  L&#8217;editore ce ne regala un estratto, il volume è in libreria dal 6 ottobre scorso. L&#8217;autore sarà a Milano, per Bookcity, il 20 novembre)</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times, serif;">di<strong> Paul Beatty</strong></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times, serif;">So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente. Non ho mai evaso le tasse, non ho mai barato a carte. Non sono mai entrato al cinema a scrocco, non ho mai mancato di ridare indietro il resto in eccesso a un cassiere di supermercato, incurante delle regole del mercantilismo e delle prospettive di salario minimo. Non ho mai svaligiato una casa, né rapinato un negozio di alcolici. Non mi sono mai seduto in un posto riservato agli anziani su un autobus o su un vagone della metropolitana strapieni, per poi tirare fuori il mio pene gigantesco e masturbarmi fino all’orgasmo con un’espressione depravata e un po’ avvilita sul volto. Eppure eccomi qui, nelle cupe sale della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, con l’auto, quasi per ironia della sorte, parcheggiata in divieto di sosta su Constitution Avenue, le mani ammanettate dietro la schiena, il diritto di restare in silenzio che mi ha detto addio da un bel pezzo; seduto su una sedia dall’imbottitura spessa che, proprio come questo paese, non è affatto comoda come sembra. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times, serif;">Sono stato convocato tramite una busta dall’aria ufficiale col timbro «IMPORTANTE!» in grossi caratteri rossi, come l’avviso di una vincita alla lotteria, e da quando sono arrivato in questa città non ho mai smesso di stare sulle spine. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times, serif;">«Gentile signore», diceva la lettera. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times, serif;">«Congratulazioni, lei potrebbe aver già vinto! Il suo ricorso è stato selezionato tra centinaia di altri per un’udienza di fronte alla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America. Che grande onore! Le raccomandiamo caldamente di presentarsi con almeno due ore d’anticipo rispetto all’orario previsto per l’udienza, che si terrà alle ore dieci del mattino del 19 marzo, nell’anno del Signore&#8230;». Seguivano le istruzioni per raggiungere la Corte Suprema partendo dall’aeroporto, dalla stazione ferroviaria e dall’autostrada, e una serie di buoni da ritagliare per l’ingresso omaggio ad alcune attrazioni turistiche, ristoranti, bed and breakfast e simili. Non c’era firma. Solo una frase di commiato: </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times, serif;">Cordiali saluti, </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times, serif;">Il Popolo degli Stati Uniti d’America. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times, serif;">Il giudice capo presenta il caso. Il suo contegno spassionato da uomo del Midwest contribuisce parecchio ad allentare la tensione in aula. «Il primo dibattimento della mattinata riguarda il caso 09-2606&#8230;». Fa una pausa, si strofina gli occhi, poi si ricompone. «Il caso 09-2606, </span><span style="font-family: Times, serif;"><i>Me contro gli Stati Uniti d’America</i></span><span style="font-family: Times, serif;">». Nessun subbuglio. Solo un po’ di risatine, qualcuno che alza gli occhi al cielo e qualcun altro che esclama, schioccando la lingua: «Ma chi si crede di essere quel bastardo?». Lo ammetto, «Me contro gli Stati Uniti d’America» suona un po’ come un’autoesaltazione, ma cosa posso farci? Io sono Me. Letteralmente. Un discendente non particolarmente orgoglioso dei Mee del Kentucky, tra le prime famiglie nere a stabilirsi a sud-ovest di Los Angeles. Posso far risalire il mio albero genealogico fino al primo bastimento che sfuggì alla repressione autorizzata dagli Stati del Sud: il </span><span style="font-family: Times, serif;"><i>Greyhound</i></span><span style="font-family: Times, serif;">. Ma quando sono nato mio padre, seguendo la tradizione distorta degli intrattenitori ebrei che cambiano nome, e dei neri ansiosi con un impiego al di sotto delle proprie capacità che li invidiano, decise di abbreviare il nostro cognome, abbandonando quell’ultima </span><span style="font-family: Times, serif;"><i>e </i></span><span style="font-family: Times, serif;">ingombrante come Jack Benny abbandonò Benjamin Kubelsky e Kirk Douglas Issur Danielovitch Demsky; come Jerry Lewis abbandonò Dean Martin, Max Baer mise al tappeto Schmeling, i 3RD Bass si convertirono ai brani impegnati e Sammy Davis Jr all’ebraismo. Non avrebbe permesso a quella vocale in più di ostacolarmi, come era successo a lui. Papà amava ripetere che non aveva anglicizzato né americanizzato il mio cognome, ma l’aveva attualizzato; che io ero nato avendo già realizzato pienamente il mio potenziale e potevo quindi saltare la piramide dei bisogni di Maslow, la terza classe e Gesù. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times, serif;">Consapevole che le stelle del cinema più brutte, i rapper più bianchi e gli intellettuali più stupidi sono spesso gli esponenti più rispettati della loro professione, Hamp, l’avvocato difensore che somiglia a un delinquente, posa con gesto sicuro lo stuzzicadenti sul leggio, passa la lingua sopra la capsula d’oro di un incisivo e si sistema il completo, un doppiopetto bianco come i denti da latte e cascante come un caftano, che gli pende dalla figura magra come una mongolfiera sgonfia e, a seconda dei vostri gusti musicali, si intona oppure fa a pugni con la permanente chimica nera come l’aspide di Cleopatra e la tinta scura della pelle da kappaò al primo round di Mike Tyson. Quasi mi aspetto che si rivolga alla Corte dicendo: «Cari amici magnaccia ambosessi, magari avrete sentito dire che il mio cliente è disonesto, ma è facile parlare così, perché in realtà il mio cliente è un criminale!». In un’epoca in cui gli attivisti sociali conducono spettacoli televisivi e guadagnano milioni di dollari, non ne sono rimasti molti come Hampton Fiske, fessi </span><span style="font-family: Times, serif;"><i>pro bono </i></span><span style="font-family: Times, serif;">che credono nel sistema e nella Costituzione, ma rimangono consapevoli del divario tra la realtà e la retorica. E anche se non sono sicuro che lui creda davvero in me, ho la certezza che quando comincerà a difendere l’indifendibile non farà alcuna differenza, perché Hamp è un uomo che sul biglietto da visita ha scritto il motto: «Per i poveri ogni giorno è un casual Friday». </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times, serif;">Fiske ha appena finito di dire: «Col permesso della Corte», quando il giudice nero avanza quasi impercettibilmente sul sedile. Nessuno se ne sarebbe accorto, ma il cigolio di una rotella della sedia girevole lo ha tradito. E a ogni richiamo a qualche oscura sezione del Civil Rights Act, o a un precedente legale, il giudice si agita con impazienza, e la sedia cigola sempre più forte mentre il peso di quel corpo irrequieto continua a spostarsi da una floscia chiappa diabetica all’altra. Si può integrare l’uomo, ma non la pressione sanguigna, e la vena che pulsa furibonda al centro della fronte lo tradisce. Mi sta rivolgendo quello sguardo folle, penetrante, arrossato, che a casa mia chiamiamo lo sguardo Wil- lowbrook Avenue, dove Willowbrook Avenue è il fiume Stige a quattro corsie che nella Dickens degli anni Sessanta divideva i quartieri bianchi da quelli neri. Ma ormai, in questi tempi post bianchi, post “chiunque abbia due centesimi in tasca se l’è svignata”, l’inferno si estende su entrambi i lati del viale. Le rive del fiume sono pericolose, e mentre sei fermo all’incrocio in attesa che cambi il semaforo anche la tua vita può cambiare. Qualche abitante di passaggio del quartiere, che rappresenta un determinato colore o una gang, o magari una qualsiasi delle cinque fasi del lutto, può sporgere lo shotgun fuori dal finestrino del passeggero di una coupé bicolore, lanciarti l’occhiata feroce da giudice negro della Corte Suprema e chiederti: «Da dove vieni, coglione?». </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times, serif;">La risposta giusta, naturalmente, è: «Da nessuna parte», ma qualche volta non ti sentono in mezzo al baccano del motore senza marmitta, della rissosa udienza di conferma, dei media liberal che mettono in dubbio la tua credibilità, della subdola stronza nera che ti accusa di molestie sessuali. Qualche volta “Da nessuna parte” non è una risposta sufficiente. Non perché non ti credano, o perché “Chiunque viene da qualche parte”, ma perché non ti vogliono credere. E adesso, dopo aver perso la sua patina di civiltà aristocratica, questo giudice dal volto incazzato, seduto sulla sedia girevole dallo schienale alto, non è diverso dal gangster che scorrazza su e giù per Willowbrook Avenue, seduto sul sedile del passeggero solo perché ha uno shotgun in mano. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times, serif;">E per la prima volta durante il suo lungo mandato presso la Corte Suprema, il giudice nero ha una domanda da porre. Non è mai intervenuto prima d’ora, perciò non sa esattamente come fare. Lancia un’occhiata al giudice italiano come per chiedere il permesso, poi alza lentamente la mano paffuta, con le dita che sembrano sigari, ma è troppo infuriato per aspettare che gli diano la parola e sbotta: «Negro, sei pazzo?», con una voce sorprendentemente acuta per un nero della sua stazza. Ormai privo di obiettività ed equanimità, picchia sullo scanno il pugno grosso come un prosciutto con tale violenza che l’elegante, gigantesco orologio placcato d’oro appeso al soffitto proprio sopra la testa del giudice capo comincia a oscillare come un pendolo. Il giudice nero si avvicina troppo al microfono e inizia a urlare perché, anche se sono seduto a soli pochi metri di distanza dal suo scanno, le nostre differenze ci rendono lontani anni luce. Pretende di sapere com’è possibile che ai giorni nostri un nero possa violare i sacri principi del tredicesimo emendamento possedendo uno schiavo. Come ho potuto ignorare deliberatamente il quattordicesimo emendamento e sostenere che qualche volta la segregazione unisce le persone. Alla maniera di tutti coloro che credono nel sistema, vuole delle risposte. Vuole credere che Shakespeare abbia scritto davvero tutti quei libri, che Lincoln abbia combattuto la Guerra civile per liberare gli schiavi, che gli Stati Uniti abbiano partecipato alla seconda guerra mondiale per salvare gli ebrei e creare un mondo sicuro e democratico, e che Gesù e le proiezioni da due film al prezzo di uno stiano per tornare. Ma io non sono un panglossiano americano. E quando ho agito come ho agito non stavo pensando ai diritti inalienabili, all’orgogliosa storia del nostro popolo. Ho agito così perché funzionava, e da quando in qua un po’ di schiavitù e di segregazione hanno fatto male a qualcuno?, e anche se così fosse, chi cazzo se ne frega. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times, serif;">Qualche volta, quando uno è sballato come me in questo momento, il confine tra pensiero e parola si fa confuso. E a giudicare dalla bava alla bocca del giudice nero, evidentemente devo aver pronunciato l’ultima frase ad alta voce: «&#8230;chi cazzo se ne frega». Si alza in piedi come se volesse prendermi a pugni, con una bolla di saliva che gli sale dalle più remote profondità degli anni di studio alla Yale Law School sulla punta della lingua, pronta a partire. Il giudice capo urla il suo nome, e il giudice nero si trattiene e ricade sulla sedia, ingoiando la saliva, se non l’orgoglio. «Segregazione razziale? Schiavitù? Razza di bastardo senza palle, lo so benissimo che i tuoi genitori ti hanno educato meglio di così, cazzo! Avanti, andiamo a prendere la corda per impiccarlo!».</span></p>
<p align="JUSTIFY">.</p>
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		<title>Diario parigino 6. Su islamofobia e bigottismo (a margine del costumone).</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Aug 2016 12:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[Di Andrea Inglese &#160; Questo intervento ha un obiettivo specifico. Voglio cercare di mostrare che combattere l’islamofobia, o forme di razzismo esplicito antiarabo, che prosperano nell’opinione pubblica occidentale, non implica disconoscere o mettere in sordina la battaglia per la laicità, che considero sia, ovunque nel mondo, attraverso espressioni che possono avere storie e forme diverse [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo intervento ha un obiettivo specifico. Voglio cercare di mostrare che combattere l’islamofobia, o forme di razzismo esplicito antiarabo, che prosperano nell’opinione pubblica occidentale, non implica disconoscere o mettere in sordina la battaglia per la laicità, che considero sia, ovunque nel mondo, attraverso espressioni che possono avere storie e forme diverse da cultura a cultura, una precondizione indispensabile per una visione radicalmente democratica della società.<span id="more-64161"></span></p>
<p>Potrebbe sembrare che sfondi una porta aperta, almeno presso dei lettori che si definiscono di sinistra. E me lo auguro. Seguendo però pezzi di dibattito, sviluppatosi in ordine sparso su stampa, blog e facebook, intorno alla questione del burkini sulle spiagge estive e sulla necessità o meno di proibirlo, mi sono sentito un po’ a disagio, leggendo alcuni interventi antiproibizionisti. Dico subito che i sindaci di destra che hanno deciso di legiferare a livello municipale, per vietare a un numero irrilevante di bigotte di entrare nell’acqua con il costumone copri-tutto, sedicente islamico, lo hanno fatto per ragioni di pura propaganda islamofobica. Quindi trovo condannabile tale decisione e trovo fuorviante che, in nome del femminismo o della laicità, si voglia accreditare la ragionevolezza di una tale norma municipale. Il nerbo dell’argomentazione, in questo caso, mi sembra essere questo: come è possibile giustificare in modo umanamente intelligibile che un costumone bigotto, sia esso indossato in spiaggia per motivi religiosi, idiosincratici, o semplicemente modaioli, possa costituire una minaccia all’ordine pubblico, all’igiene, o alla decenza dei comportamenti? Un’analisi non particolarmente accademica o specialistica dovrebbe mostrare a sufficienza come a monte di tale polemica e decisione politica vi sia una giustificazione di tipo islamofobico e stigmatizzante. Trovo quindi bizzarro che la giusta reazione antirazzista finisca in alcuni casi per concentrarsi sul diritto a infilarsi il costumone bigotto, attitudine che è interpretata come una forma di libera espressione contro ogni discriminazione e maschilismo, finendo in alcuni casi per divenire persino l’avanguardia di uno spirito anticapitalistico e anticonsumistico. Nessuno ha paura che un costumone turbi l’ordine pubblico, e nessuno può crede veramente che quattro tipe supercostumate abbiano questi magici poteri. Da qui a concludere che le critiche rivolte alla donna che si scopre sono equivalenti a quelle rivolte alla donna che si copre, ossia sempre illegittime, maschiliste, se fatte da uomini, e razziste, se fatte da donne, mi sembra un passo non necessario. Come non mi convince chi considera illegittima una valutazione del costumone, a meno che non passi, in qualche modo, per il vaglio dei soggetti che lo portano e che quindi sembrerebbero in ultima analisi gli unici depositari del suo significato sociale e pubblico.</p>
<p>Per contrastare questi sindaci sceriffi, come tanti ne abbiamo avuti noi in Italia, leghisti o meno, che legiferavano sul mangiare nei parchi o sullo sdraiarsi nell’erba, parrebbe sia necessario mostrare la rispettabilità, anzi l’auspicabilità dei costumoni coprenti, cercando di trovare nelle intenzioni di chi li indossa delle possibili virtù emancipatrici e magari pure anticapitalistiche. Magari è meglio di no. E soprattutto non ce n’è bisogno. Non c’è bisogno d’incoraggiare i rigoristi religiosi per denunciare degli atteggiamenti islamofobici e razzisti.</p>
<p>Per altro, prendere troppo sul serio le supercostumate con atteggiamento multiculturale aggiornato, finisce per fare sia il gioco della destra, da un lato, sia dei rigoristi più ottusi, dall’altro. Cosa fa la destra, in Francia, ma anche in altre parti dell’Europa, venendo spesso accompagnata, se non anticipata da partiti e governi di sinistra? Prende quattro gatte che girano in spiaggia con il burkini, e dice: “Guardate a che orrore di sopraffazione e barbarie nei confronti della donna conduce la religione musulmana”. Prende, insomma, un’attitudine di una piccola minoranza di persone nel grande calderone dei popoli di religione musulmana, e la erge a espressione di una tendenza profonda, se non addirittura dell’essenza di un cosiddetto islam, che si ripeterebbe identico dalle regioni africane subsahariane fino all’Indonesia. (Quando la destra propone un discorso più accorto, circoscrive questa essenza all’islam praticato nel mondo arabo.) Coloro che, per combattere questo razzismo, difendono il diritto delle donne musulmane a mettersi il burkini, prendono insomma per buona l’indebita e perniciosa generalizzazione iniziale. In questo modo, finiscono per confermare l’equivalenza burkini e islam autentico, dimenticando che c’è una marea di donne arabe o donne semplicemente musulmane che non hanno niente a che vedere con il burkini, siano esse praticanti o meno. E questa equivalenza va benissimo a coloro che, in occidente e nel mondo arabo (o in paesi di religione musulmana), credono nello scontro di civiltà, e nell’idea di una incompatibilità tra “noi” e “loro”.</p>
<p>Chi non ci crede a questa equivalenza, invece, considera che ogni cultura, e ogni religione, deve fare i conti con le proprie forme di bigottismo, che certo non si possono eradicare, perché in qualche modo connaturate con la cultura e la religione stessa, ma dalle quali bisogna sapersi difendere, spesso con l’arma “dolce” dell’umorismo e della derisione. Ancora una volta, c’è una bella differenza tra demonizzare e assecondare. Si può essere contrari a indebite demonizzazioni, senza per questo abbassare la guardia. Anche perché il rigorismo religioso su una spiaggia davvero può fare ben pochi danni, ma quando si sposta sul terreno della politica può essere pericolosissimo, come il caso del crescente peso del messianismo ebraico nella politica di Israele dimostra o quello del fondamentalismo cristiano durante i mandati di George Bush, per citare paesi occidentali considerati campioni di “democrazia”.</p>
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