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	<title>regione lazio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>essere o non essere . . .</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Sep 2012 06:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[amleto]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[ingiustizia]]></category>
		<category><![CDATA[regione lazio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Ci sono state, e ci sono, nella mia vita, come probabilmente in quella di molti altri, occasioni nelle quali ho sentito l’urgenza di richiamarmi a qualche puntello di base, di ripetere il riferimento a qualche testo fondamentale, di ritrovare una bandiera sotto la quale riconoscermi; urgenza squisitamente soggettiva, frutto solitamente di un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<iframe width="480" height="360" src="http://www.youtube.com/embed/5ks-NbCHUns?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Ci sono state, e ci sono, nella mia vita, come probabilmente in quella di molti altri, occasioni nelle quali ho sentito l’urgenza di richiamarmi a qualche puntello di base, di ripetere il riferimento a qualche testo fondamentale, di ritrovare una bandiera sotto la quale riconoscermi; urgenza squisitamente soggettiva, frutto solitamente di un accumulo di sdegno, di una rabbia montata a poco a poco e fatta traboccare da qualche ultima goccia, di una contingente, ma forte, forse eccessiva, valutazione pessimistica della umana natura. Non sarà così diversa, fatte le debite differenze di intensità e di importanza, dall’urgenza e dalla rabbia che portò i milanesi a fare le barricate delle cinque giornate contro l’intollerabile oppressione austriaca, o i francesi a prendere la Bastiglia contro lo strapotere dei nobili e dell’ultimo Capeto, e di tutte le occasioni nelle quali i tanti oppressi hanno provato e talvolta efficacemente saputo ribellarsi contro i pochi oppressori.</p>
<p>L’esca che mi ha fatto scattare qualcosa nella testa stavolta ― <em>si parva licet</em>, naturalmente ― è quella costituita dall’ultimo episodio di malaffare e ruberia scoperto nel bel paese, quello della regione Lazio, nel cui <em>fiorito</em> merito non intendo minimamente entrare, visto poi che è ormai strombazzato ai quattro venti per le orecchie di ognuno; e che certo non sarà né il più grave, né l’ultimo di una nutrita serie, recente e non recente.</p>
<p>Il testo di riferimento che proprio istintivamente mi è saltato davanti agli occhi è forse il più famoso testo della letteratura inglese, il celebre monologo che Shakespeare fa pronunciare ad Amleto nella prima scena del terzo atto della tragedia omonima: Amleto ha appena finito, nell’ultima parte del secondo atto, di istruire una compagnia di attori appena arrivata ad Elsinore affinché recitino un testo che faccia arrossire di vergogna lo zio Claudio, regnante e novello sposo della madre di Amleto, ma anche recente assassino del proprio fratello, legittimo re di Danimarca, Amleto padre di Amleto. Nella scena prima del terzo atto il re e la sua novella sposa, ed ex cognata, Gertrude, vogliono far incontrare Amleto con Ofelia, per saggiare le vere intenzioni del principe, che nel frattempo si fingeva pazzo per ingannare appunto il re usurpatore ed avere una mano più libera per la sua vendetta. </p>
<p>Amleto passeggia nella reggia e così comincia (una traduzione italiana possibile ad esempio <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Essere_o_non_essere">qui</a>)</p>
<blockquote><p><em>To be, or not to be: that is the question:<br />
Whether &#8216;tis nobler in the mind to suffer<br />
The slings and arrows of outrageous fortune,<br />
Or to take arms against a sea of troubles,<br />
And by opposing end them? </em>
</p></blockquote>
<p>L’essere e il non essere qui non hanno il sapore Parmenideo astratto e universale, ma entrano immediatamente nelle stanze dell’uomo e sono sinonimi della lotta contro l’ingiustizia o invece dell’assuefazione rassegnata al potere e all’ingiusto volere dei potenti. Cosa è più nobile, sopportare nella propria mente oltraggi e sofferenze o davvero ribellarsi e dunque far cessare quel mare di angoscia e di dolore: preziosa ambiguità quella di <em>arms</em> che in tutta la tragedia conserva il doppio senso di “braccia” e di “armi”.<br />
Insomma <em>essere</em> significa insorgere, realizzare la propria natura di uomo tra gli uomini, con pari diritti e pari opportunità e significa quindi non tollerare che altri si arroghino diritti e poteri illegittimamente conquistati.<br />
Amleto prosegue:			</p>
<blockquote><p><em>To die: to sleep;<br />
No more; and by a sleep to say we end<br />
The heart-ache and the thousand natural shocks<br />
That flesh is heir to, &#8216;tis a consummation<br />
Devoutly to be wish&#8217;d. To die, to sleep;<br />
To sleep: perchance to dream: ay, there&#8217;s the rub;</em></p></blockquote>
<p>ecco la soluzione che sembra più facile ― da «desiderarsi devotamente» ― la soluzione del sottrarsi, dello sfuggire alla vita intera, per far finire quel <em>heart-ache</em>, quel dolore al cuore e del cuore e quei «mille naturali turbamenti» che costituiscono la nostra terribile eredità di uomini. Ma qui, si obietta Amleto, qui nell’incertezza che avvolge ciò che avviene dopo la morte «Morire, dormire, forse sognare» sta la difficoltà, <em>the rub</em> è tipicamente nel gioco delle bocce qualsiasi ostacolo che impedisca alla boccia di percorrere il cammino stabilito. Ed è questo l’ostacolo che fa esitare il sofferente dal togliersi di mezzo definitivamente, l’incertezza del dopo, interrompere il cammino della boccia non si sa dove porti.</p>
<blockquote><p><em>For in that sleep of death what dreams may come<br />
When we have shuffled off this mortal coil,<br />
Must give us pause: there&#8217;s the respect<br />
That makes calamity of so long life;<br />
For who would bear the whips and scorns of time,<br />
The oppressor&#8217;s wrong, the proud man&#8217;s contumely,<br />
The pangs of despised love, the law&#8217;s delay,<br />
The insolence of office and the spurns<br />
That patient merit of the unworthy takes,<br />
When he himself might his quietus make<br />
With a bare bodkin? who would fardels bear,<br />
To grunt and sweat under a weary life,<br />
But that the dread of something after death,<br />
The undiscover&#8217;d country from whose bourn<br />
No traveller returns, puzzles the will<br />
And makes us rather bear those ills we have<br />
Than fly to others that we know not of?</em></p></blockquote>
<p>Non perde l’occasione Shakespeare per un piccolo elenco di mali che opprimono l’uomo del suo tempo, dalle male azioni degli oppressori all’insolenza delle cariche ufficiali ― come non sentire una carica di acuta modernità ― ; ma la coscienza dell’incertezza ci rende tutti codardi:</p>
<blockquote><p><em>Thus conscience does make cowards of us all;<br />
And thus the native hue of resolution<br />
Is sicklied o&#8217;er with the pale cast of thought,<br />
And enterprises of great pith and moment<br />
With this regard their currents turn awry,<br />
And lose the name of action. </em>
</p></blockquote>
<p>E nessuno più osa, né togliersi di mezzo, né prendere le <em>arms</em> e ribellarsi contro il mare dell’ingiustizia dilagante.<br />
C’è però un momento, questo è il messaggio che ho sentito forte e chiaro, in cui occorre smettere di leggere Shakespeare e dare coerente seguito al proprio coraggio e alla propria più autentica natura di uomini.</p>
<p>[ho usato, come ormai tutti fanno, il testo con ortografia modernizzata; chi volesse vedere l&#8217;originale vada <a href="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/0/05/Bad_quarto%2C_good_quarto%2C_first_folio.png">qui</a> a vedere i <em>quartos</em> e il <em>first folio</em>]</p>
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		<title>CROCIFISSI E SCONCERTATI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Mar 2011 16:22:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[claudia koll]]></category>
		<category><![CDATA[diritto allo studio]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo leuzzi]]></category>
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		<category><![CDATA[polverini]]></category>
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					<description><![CDATA[Un prato sterminato, un mare di fango, 5000 ragazzi. No, non è Woodstock, ma il santuario del Divino Amore, a Roma. Le note che accompagnano la giornata non sono quelle di Jimi Hendrix, ma del musical della Star Rose Academy, fondata dalle suore orsoline e guidata da Claudia Koll, ormai lontanissima dalla versione “Tinto Brass”. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Un prato sterminato, un mare di fango, 5000 ragazzi. No, non è Woodstock, ma il santuario del Divino Amore, a Roma. Le note che accompagnano la giornata non sono quelle di Jimi Hendrix, ma del musical della Star Rose Academy, fondata dalle suore orsoline e guidata da Claudia Koll, ormai lontanissima dalla versione “Tinto Brass”. Il tutto sotto l’occhio vigile di monsignor Lorenzo Leuzzi, direttore della Pastorale universitaria e neo cappellano di Montecitorio. Anche lui infangato fino ai polpacci. E no, non è nemmeno la giornata mondiale della gioventù promossa dal Vaticano, ma un appuntamento organizzato dall’ufficio scolastico regionale col vicariato di Roma per orientare i maturandi di tutte le scuole del Lazio (pubbliche e private) alla scelta universitaria.</p>
<p>Il luogo, aveva comunicato il ministero a tutti i dirigenti scolastici, non è scelto a caso, ma “sottolinea l’intento” del convegno. Perché “il santuario del Divino Amore è meta tradizionale di pellegrinaggi che si svolgono soprattutto di notte (…). Il pellegrinaggio, lungo cammino attraverso la notte, è evocativo di un messaggio simbolico per i nostri giovani: la vita che viviamo e che costruiamo incontra momenti di buio e sforzo, soprattutto quando si affrontano scelte importanti”. La circolare si concludeva prevedendo addirittura che “le istituzioni scolastiche, nella loro autonomia”, valutassero “l’opportunità di riconoscere la partecipazione degli studenti come credito formativo”.<span id="more-38476"></span></p>
<p>Ieri, sul prato del santuario, i ragazzi più che a un pellegrinaggio sembravano in gita. Gli stand allestiti erano sei. Il primo, riservato all’accoglienza, dove i presenti potevano ritirare il loro pacco “dono”: borsa, maglietta e cuscino. Infatti la struttura più grande, quella sotto cui si sono rifugiati appena ha cominciato a piovigginare, non aveva sedie. Poi quattro gazebo, divisi per settore, dove gli studenti trovavano informazioni sull’ambito scientifico-tecnologico, artistico-letterario, giuridico-economico e bio-antropologico. Insieme alle università pubbliche (anche se i cartoni di depliant della Sapienza erano quasi tutti chiusi) quelle private. In prima fila, naturalmente, la Luiss. Poi l’università lateranense, la Cattolica, la pontificia salesiana, la pontificia auxilium, il campus bio-medico. Private battevano pubbliche almeno 6 a 3. Vicino un’altra sola struttura, per la Pastorale universitaria. Nessuna informazione sull’ente per il diritto allo studio o su altre associazioni studentesche.</p>
<p>Gli artisti dell’accademia della Koll si sono esibiti nel pomeriggio, ed erano ormai solo poche centinaia di ragazzi attenti allo spettacolo. Gli altri, sparsi nelle poche parti asciutte del prato. “La mia vita ha senso? – cantava una ragazza dal palco – credo che Dio abbia un progetto sulla mia vita”. Qualche gruppo si è allontanato. Subito dopo la celebrazione della messa, presieduta dal rettore dell’università lateranense, monsignor dal Covolo. Del resto, per romasette.it, giornale on-line della diocesi di Roma, l’evento è promosso “dall’Ufficio scuola cattolica, pastorale scolastica, pastorale universitaria e pastorale giovanile del Vicariato di Roma”. Il ministero non è mai citato.</p>
<p>Impossibile, tramite l’ufficio scolastico regionale, ricevere una risposta per capire a quanto ammonta la spesa per un evento di queste proporzioni e in che parte lo Stato lo abbia finanziato. Quindi ci siamo rivolti a una società di organizzazione eventi, la Goodlink, per capire quale può essere la cifra in ballo. “Considerando che organizza lo Stato e non un privato, quindi ipotizzando numerose convenzioni – spiegano – possiamo stimare una spesa sicuramente superiore ai centomila euro. Ma se non ci fossero accordi, crescerebbe ancora”.</p>
<p>Ecco che, senza vedere con i propri occhi lo sviluppo dell’evento, molti genitori dopo aver letto le informazioni sulla giornata si sono opposti all’obbligo di far seguire ai propri figli l’orientamento. E in molti licei, come il Plauto per esempio, chi non è andato al Divino Amore oggi dovrà giustificare l’assenza. “A mia figlia – spiega la madre di un’alunna – hanno negato anche il diritto allo studio, perché è dovuta restare a casa. E ora avrà solo altre due ore per l’orientamento in una unica facoltà. E’ incerta ma non potrà vederne due”.</p>
<p>Un nutrito gruppo di genitori del liceo Tasso ha definito l’iniziativa “una vergogna”. “Ma vi rendete conto di quello che hanno avuto il coraggio di fare? – dice un genitore – si tratta di un evento con una forte impronta confessionale pagata con soldi pubblici. Esclude chi appartiene ad altre confessioni religiose o chi religioso non lo è. E vale anche come credito formativo. Uno scandalo”.</p>
<p>La Regione Lazio, con l’assessore alla Formazione e Lavoro, Mariella Zezza, ha messo il cappello all’iniziativa spiegando che “l’orientamento per noi è un aspetto fondamentale del sistema dell’istruzione che forma per il mondo del lavoro”. A rispondergli la consigliera Idv, Giulia Rodano: “C’è sicuramente da chiedersi perché la Regione Lazio e il ministero abbiano promosso una giornata di orientamento scolastico con un taglio quasi confessionale o senz’altro non caratterizzato dalla laicità che dobbiamo esigere dall’istruzione pubblica. Chiederemo spiegazioni ufficiali agli assessori regionali competenti”.</p>
<p>Da “Il Fatto Quotidiano”, 15 marzo 2011</p>
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		<title>Il paese degli esami (a)normali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2009 07:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianluca Monti L’aggettivo normale è spesso utilizzato in rifermento al nostro paese, quasi sempre (e purtroppo) in proposizioni interrogative. I giornali, i blog, le discussioni nei bar sempre più spesso si chiedono se l’Italia sia un paese normale. Pur in assenza di una risposta definitiva, si invoca, a scanso di equivoci, il ritorno alla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-16321" title="482f03e47a836_normal" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/482f03e47a836_normal-300x274.jpg" alt="482f03e47a836_normal" width="300" height="274" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/482f03e47a836_normal-300x274.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/04/482f03e47a836_normal.jpeg 520w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>di <strong>Gianluca Monti</strong></p>
<p>L’aggettivo <em>normale</em> è spesso utilizzato in rifermento al nostro paese, quasi sempre (e purtroppo) in proposizioni interrogative. I giornali, i blog, le discussioni nei bar sempre più spesso si chiedono se l’Italia sia un <em>paese normale</em>. Pur in assenza di una risposta definitiva, si invoca, a scanso di equivoci, il ritorno alla <em>normalità</em>. Concetto fumoso quello della normalità.<br />
<span id="more-16320"></span><br />
E il dizionario non aiuta. Con il suo laconico <em>riferibile alla consuetudine o alla generalità</em> non fissa i confini entro i quali misurare la consuetudine, generando così degli equivoci enormi. Limitandosi ai contesti italiani, molte cose possono apparire normali. Come ad esempio i costi delle linee ferroviarie ad alta velocità. La Torino-Milano costerà 62,7 milioni di € a Km, costo del tutto simile a quello della Firenze-Bologna (76,3 milioni di € a Km) e non molto più di quanto sia costata la Roma-Napoli (30,5 milioni di € a Km). Oltrepassando i confini nazionali la presunta normalità si dilegua: la Parigi-Lione è costata 9,7 milioni di € a Km (- 85%), la Tokio-Osaka 8,5 milioni di € a Km (- 87 %) .</p>
<p>E anzi, il dizionario ci confonde perché dice che normale è ciò che è <em>conforme alla norma</em>, fondendo alla anglosassone maniera il concetto di consuetudine con quello di legge. In Italia, con i tempi processuali che corrono sul posto ed i codici più farraginosi d’Europa, né la giurisprudenza né la legge hanno il tempo di stabilire cosa sia la normalità.</p>
<p>I matematici, forse più rigidi, si rifanno al latino: normale è, senza dubbio, la retta perpendicolare al piano. Non è chiaro se questo debba avere implicazioni sulla trasversalità di certi atteggiamenti politici, sempre pronti a trovare accordi su specifici argomenti di particolare interesse. I chimici sono invece più comparativi: normale è la soluzione contenente una quantità di sostanza equivalente ad un’altra di riferimento. Normale può essere, inoltre, il risultato di un esame di laboratorio, sulla base di valori di riferimento. Si ritorna così alla necessità di un modello di riferimento rispetto al quale definire la normalità.</p>
<p>Ora bisogna chiarire che nel nostro paese non tutto ha un prezzo più alto rispetto agli altri paesi europei. Prendiamo, ad esempio, le analisi del sangue: le tariffe, similmente agli altri paesi europei, sono definite dai sistemi sanitari regionali, prendendo a riferimento un tariffario nazionale. Il tempo di protrombina, un esame che 350 mila italiani in terapia anticoagulante eseguono con cadenza anche settimanale e dal quale dipende (drammaticamente) il loro tasso di mortalità, ha una tariffa nella Regione Lazio pari a 2,87 €. In Francia la tariffa è pari a 5,40 €, in Germania 4,08 €, in Svizzera 7,68 €. Si dirà bene, benissimo, considerata la congiuntura difficile per la sanità italiana.</p>
<p>E non proprio. Perché in Italia la consuetudine (il costo) non sempre coincide con la norma giuridica (la tariffa). Nessuno infatti è in grado di stabilire quanto costi, ad una struttura pubblica, eseguire un tempo di protrombina. E questo perché i costi del personale, della struttura, dell’informatizzazione, dello smaltimento rifiuti biologici, dell’energia, delle provette, sono tutti divisi in reparti, competenze, capitoli di bilancio differenti. E questi costi superano di 3 o 4 volte il costo dei reagenti. E, allora, dato che il conto è maledettamente difficile da fare, i bilanci pubblici non riportano mai i costi, ma le <em>valorizzazioni</em> . E cioè il prodotto del numero di esami per la tariffa prevista; così tutto torna. O quasi. Perché ad un certo punto la confusione fra costo e tariffa si è fatta tanto grande che si è pensato di abbassare la tariffa per generare risparmio nella spesa sanitaria. E visto che si è in vena, si decide di riportare in auge il tariffario <em>Bindi</em> del 1996 , già abolito dal Consiglio di Stato nel 2001 per la sua illegittimità . Insensato si dirà.</p>
<p>E non proprio. Perché solo la metà delle analisi si esegue nelle strutture pubbliche. L’altra metà si esegue in strutture private accreditate. E il costo, in questo caso, coincide con la tariffa. Tant’è che la tariffa, prima della ulteriore riduzione, era ferma da molti, molti anni. E tanto per far capire dov’è la ratio, si impone alle strutture private un ulteriore sconto del 20%. Sconto da devolvere non al cittadino, ma al sistema sanitario regionale. Al lordo. Generando così il paradosso del franchigiato: il fanchigiato è in gergo il cittadino che paga interamente per i suoi esami perché non raggiunge la soglia della franchigia prevista . E il 20% dei suoi soldi finiscono nelle casse del Sistema Sanitario Regionale. Non sorprende che il Tar del Lazio, assieme ad altri cinque T.A.R. d’Italia, abbia annullato tutto e sollevato questioni di costituzionalità. La Suprema Corte però ha respinto, motivando in buona sostanza che il mero trascorrere di 13 anni non consente, in linea di principio, di ritenere un tariffario inadeguato. Inoltre se la tariffa è tanto bassa da non coprire i costi, i laboratori accreditati hanno sempre la possibilità di smettere di erogare analisi.</p>
<p>Nel frattempo si prende un bel respiro e si decide di ristrutturare la rete dei laboratori d’analisi, promuovendo la formazione di megalaboratori pubblici, secondo quanto suggerito dal Ministero . Nella Regione Lazio, ad esempio, i circa 550 laboratori d’analisi, che da anni si fanno carico dei pazienti presidiando il territorio, dovrebbero essere soppressi per decretato nanismo e sostituiti da 40 megalaboratori . L’intento dichiarato è il risparmio di scala, basandosi sull’automazione dei processi analitici. Peccato che, come la maggior parte delle attività sanitarie, la porzione automatizzabile del processo generi solo una piccola quota dei costi. Tutto il resto riguarda l’interazione con il paziente e la sua domanda di salute: accettazione, prelievo, gestione, validazione, consulenza. E niente di tutto questo è automatizzabile oltre lo stato attuale, salvo voler rinunciare alla qualità della prestazione. Non a caso alcuni fra i più importanti patologi clinici italiani si sono pronunciati contro simili aberrazioni, evidenziandone i pericoli socio-sanitari.</p>
<p>Non è possibile inoltre chiedere ai pazienti di spostarsi di centinaia di Km per raggiungere il megalaboratorio. Bisogna quindi predisporre una rete di punti prelievo che organizzino trasporti dei campioni a temperatura controllata e consegna garantita entro poche. Nella regione Lazio si dovrebbero trasportare circa 5-10 milioni di provette l’anno con consegne quotidiane, tutte contenenti materiale altamente deperibile e a rischio biologico, fra circa 300 località diverse. Con un costo medio a prestazione fra 3 e 4 €, semplicemente non c’è margine economico per organizzare una simile rete logistica. Tant’è che le regioni che hanno operato una simile ristrutturazione spendono più della Regione Lazio. Solo che non si vede, perché questi costi sono imputati su capitoli di bilancio differenti. Nessuno inoltre sembra percepire che il trasportare materiali biologici non solo è maledettamente costoso, ma costituisce una delle principali fonti d’errore pre-analitico, a causa della estrema deperibilità di questi campioni. Inoltre un centro prelievi per definizione non può fornire le competenze necessarie alla corretta erogazione ed interpretazione dei test. Il laboratorio non più come erogatore di prestazioni sanitarie, ma come erogatore di numeri, che si sperano esatti.</p>
<p>Ma cosa c’entra tutto questo con la normalità del paese? Certo, può apparire anormale chiudere i laboratori sul territorio, liberamente scelti dai pazienti (e remunerati a costo certo e inferiore alle medie europee nel caso dei privati), per sostituirli con 40 megalaboratori pubblici a costo decisamente incerto e avversi alla comunità scientifica. Bisogna però considerare che i megalaboratori implicano mega-strutture, mega-direttori, mega-bilanci, mega-appalti, mega-assunzioni. Le rette parallele finalmente convergono e tutto ritorna alla, italianissima, normalità.</p>
<p><strong>E ancora&#8230;</strong></p>
<p>1. Tanto per non sbagliarsi la regione non ci ha ancora pagato la differenza fra tariffario Bindi e tariffario in vigore. Notoriamente se il Tar parla contro la regione non ascolta.</p>
<p>2. Lo sconto del 20% a cui siamo sottoposti (sconto che finisce nelle mani della regione e non dei cittadini) è al giudizio della corte costituzionale, che non ha alcuna intenzione di pronunciarsi rapidamente. E quando lo farà, per non danneggiare le casse delle già disastrate regioni italiane, quasi sicuramente deciderà che anche gli ospedali devono restituire il 20% dei finanziamenti ricevuti (!!!!). Tanto le Asl sono aziende che, a norma di legge, non possono fallire e possono quindi accumulare debiti indefinitamente, specialmente se questi debiti sono nei confronti della Regione. Eventualmente in caso di mancanze di cassa possono non pagare i fornitori. Ad oggi si stima che le pubbliche amministrazioni abbiano debiti pari a circa 70 Miliardi di € (ha letto bene MILIARDI). Buona parte di questi sono debiti delle Asl con i fornitori come noi.</p>
<p>3. Il governo sta elaborando una nuova ipotesi tariffaria che, quasi certamente, comporterà una riduzione delle tariffe, in virtù, naturalmente, delle magiche possibilità di risparmio ottenibili con l’automazione di larga scala. La cosa è ben vista da parte dei grandi gruppi industriali del settore (Assobiomedica). A tariffe ridotte infatti i piccoli e fastidiosi privati muoiono per asfissia, e le prestazioni si fanno tutte in ospedale, dove, a quanto pare, a nessuno importa se si riesce in effetti ad andare in pareggio, semplicemente perché nessuno fa i conti nella maniera adeguata.</p>
<p>4. La regione ci alita sul collo, dicendo che dobbiamo chiuderechiuderechiudere le strutture piccole, ma piccole non si sa quant’è (certo se è 500 mila conteggiati a loro modo siamo tutti morti). Speriamo di riuscire a trovare un accordo che sembra però sempre più lontano. Anche perché metà della dirigenza della regione è stata arrestata per lo scandalo Angelucci e le mani rimaste senza manette sembrano essere cadute come per magilla, nessuno firma più niente.</p>
<p><strong>Il paese degli esami (a)normali</strong> è stato pubblicato sulla rivista dell’ordine dei chimici.</p>
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