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		<title>Do you remember la solidarietà?</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Oct 2007 17:27:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[remo bassino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Remo Bassini  Due ricordi. Magari imprecisi. Ero ragazzo. Un giornale scrive che i portuali di Genova hanno fatto uno sciopero contro il regime di Pinochet. Proseguo nella lettura. Nello stesso giornale c&#8217;è scritto che alcuni diplomatici del governo di Pinochet sono stati ricevuti &#8211; c&#8217;è anche la foto: sorridono tutti &#8211; dal governo cinese, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Remo Bassini </strong></p>
<p>Due ricordi. Magari imprecisi.<br />
Ero ragazzo.<br />
Un giornale scrive che i portuali di Genova hanno fatto uno sciopero contro il regime di Pinochet. Proseguo nella lettura. Nello stesso giornale c&#8217;è scritto che alcuni diplomatici del governo di Pinochet sono stati ricevuti &#8211; c&#8217;è anche la foto: sorridono tutti &#8211; dal governo cinese, nonché maoista, nonché comunista. Bene. <span id="more-4539"></span><br />
Qualche anno dopo.<br />
Sto leggendo un libro di Merli sulla storia del Movimento sindacale italiano. Siamo a cavallo tra gli anni ottanta e novanta. Lavoro in fabbrica. Ma sto anche preparando un esame universitario. E quel libro mi piace. Leggo di episodi di solidarietà lontani nel tempo. Di lavoratori italiani che, venuti a conoscenza di un lungo sciopero in Francia, fanno collette, raccolgono viveri, vestiario da spedire agli scioperanti. Senza retorica si può scrivere che si toglievano il pane dai denti per degli sconosciuti. Fratelli di sfruttamento, però. Dunque fratelli.<br />
Arrivo a tre mesi fa.<br />
Ora, che son diventato grande, dirigo un piccolo giornale di provincia. Mi telefona una donna. Che poi incontro, per farmi raccontare, raccontare bene. Sul posto di lavoro è perseguitata da un tipo, sembra sia una persona disturbata. Dispetti pesanti. No: pesantissimi. Perché non è solo un dispetto ritrovarsi i vetri della macchina infranti. Assumo informazioni. Il tipo è noto. Prende di mira una donna per volta. Sceglie un soggetto debole. Poi magari si piazza di fronte a casa di questa &#8220;prescelta&#8221; dalle 23 alle 3 di notte. Fermo, appoggiato al palo della luce. A fissare la casa. Va oltre, il soggetto: aggredisce, picchia. Rimedia così denunce, che poi sbolliscono: la magistratura ha ben altro a cui pensare.<br />
La faccio breve. Ieri sera riesco a mettere in contatto tre donne che hanno subito pressioni, minacce, botte anche. Perseguitate per anni da una persona malata. Donne che l&#8217;hanno denunciato, ma una volta c&#8217;è stata di mezzo l&#8217;amnistia, una volta la denuncia non era comprovata da prove e testimoni, una volta&#8230;<br />
Hanno vissuto anni della loro vita in modo folle.<br />
Accusate dai loro stessi mariti, magari: <em>Se quello fa così vuol dire che lo provochi.<br />
</em>E i colleghi? I dirigenti? Il sindacato?<br />
Mentre queste donne mi raccontano (dicendomi: tanto non si può fare niente) mi viene in mente un collega giornalista che fu messo sotto scorta per minacce ricevute dalla camorra. Per un anno e mezzo. Quando la gente mi incontrava, mi ha raccontato questo collega, si girava dall&#8217;altra parte.<br />
Penso a lui. E a queste donne. Che hanno vissuto e stanno vivendo in mezzo a gente che si volta dall&#8217;altra parte. Così, dicono, non abbiamo guai alle nostre auto.<br />
E penso alla storia del movimento sindacale del Merli, alla solidarietà.<br />
Magari non era vero niente. Come i campi di concentramento: tutta retorica giudaico-comunista.<br />
(Ho fatto un pezzo di fondo sul mio piccolo giornale, oggi. Ma dove viviamo?).<br />
 </p>
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