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	<title>Renzo Paris &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Overbooking: Felice Piemontese e Renzo Paris</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2018/03/25/overbooking-felice-piemontese-renzo-paris/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Mar 2018 05:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Felice Piemontese]]></category>
		<category><![CDATA[Renzo Paris]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore D'Angelo]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; Nota di Salvatore D&#8217;Angelo su: Felice Piemontese (Il lavoro rende liberi – Stampa Alternativa collana Eretica, 2018 pagg.147 € 14,00) e Renzo Paris (Bambole e schiavi – Elliot collana Scatti, 2018 pagg.185 € 18,50) &#160; Raramente capita di leggere in successione due romanzi diversissimi per stile, impostazione e formazione degli autori, eppure simili per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft  wp-image-73086" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/Schermata-2018-03-15-alle-21.11.48.png" alt="" width="369" height="636" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/Schermata-2018-03-15-alle-21.11.48.png 437w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/Schermata-2018-03-15-alle-21.11.48-174x300.png 174w" sizes="(max-width: 369px) 100vw, 369px" />Nota</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Salvatore D&#8217;Angelo</strong></p>
<p>su:</p>
<p><strong>F<em>e</em>lice Piemontese</strong> (<a href="http://www.stampalternativa.it/libri/978-88-6222-610-3/felice-piemontese/il-lavoro-rende-liberi.html"><strong><em>Il lavoro rende liberi</em></strong> </a>– <strong><em>Stampa Alternativa collana Eretica, 2018 pagg.147 € 14,00)</em> </strong></p>
<p>e</p>
<p><strong>Renzo Paris</strong> (<a href="http://www.elliotedizioni.com/prodotto/renzo-paris-bambole-e-schiavi/"><strong><em>Bambole e schiavi</em></strong> </a>– <strong><em>Elliot collana Scatti, 2018 pagg.185 € 18,50)</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Raramente capita di leggere in successione due romanzi diversissimi per stile, impostazione e formazione degli autori, eppure simili per sottotesti.</p>
<p>È quanto mi è accaduto con Piemontese e Paris, autori rispettivamente di <em>Il lavoro rende liberi </em>e <em>Bambole e schiavi. </em></p>
<p>Lo dico subito, due romanzi che <em>catturano</em> e si fanno leggere con interesse. Riporto qui le mie suggestioni, senza nulla dire delle trame per rispetto di chi volesse leggerli.</p>
<p>Stile e struttura de <em>Il lavoro rende liberi </em>sono quelli dell’ <em>informe </em>(relazione): otto capitoli, ciascuno dei quali intessuti di sequenze <em>verbovisuali </em>da discorso libero indiretto, ma in prima persona, che scorre asciutto e senza intoppi ad opera del protagonista, Stefano Rinaldi, <em>cinquantino </em> professore di letteratura alla Sorbona, esperto di Guy Debord, l’autore de <em>La società dello spettacolo</em>, teorico e fondatore dell’Internazionale Situazionista.</p>
<p>Rinaldi, inquieto, precario professore di origini pugliesi trapiantato a Napoli e poi trasferitosi in Francia, vive con disincanto i turbolenti avvenimenti politici parigini, in una sorta di <em>esilio per disadattamento </em> dalla realtà napoletana, avendoci comunque lasciato gli anni migliori della sua vita e alla quale ritorna per subito rifuggirne, dopo un viaggio-confronto con la realtà di parigino d’adozione, a pro di una narrazione che si sviluppa in un futuro quasi presente &#8211; siamo infatti nel 2022, nel periodo in cui si stanno svolgendo i due turni delle elezioni presidenziali francesi.</p>
<p>La referenza narrativa è l’apologo politico; contesto, trama e riferimento <em>finzional</em>e sono quelli di <em>Soumission </em>(Sottomissione) di Michel Houellebecq<em>. </em></p>
<p>Piemontese, da seguace di Guy Debord, teorico del citazionismo dell’arte/nell’arte, ne utilizza ampiamente contesti, trama, personaggio e situazioni per ribaltarne però esiti e punto di vista, <em>mutatis mutandis</em>, in piena coerenza con quanto da lui prodotto come scrittore: penso a <em>Epidemia (1989) </em>romanzo con cui rileggeva/riscriveva <em>La Peste </em>di Albert Camus, riallocandolo a Napoli e nel micromondo radiotelevisivo napoletano dell’O.R.T.I. (Organizzazione Radio Televisione Italiana). Ma penso anche alle prove poetiche di <em>La città di Ys</em> e <em>Il migliore dei mondi.</em></p>
<p>Il François protagonista di <em>Soumission</em> è anch’egli un (quasi) <em>cinquantino</em> docente universitario, appassionato fino all’ossessione di J.K. Huysmans (1848-1907), autore di <em>Á </em><em>Rebours</em><em>, A ritroso (1884), </em>romanzo epocale sulla crisi del vecchio, inerte mondo borghese, paralizzato sulle soglie del Novecento e della definitiva nevrotica industrializzazione; romanzo di un personaggio, Jean Desseintes che osserva <em>controcorrente, a ritroso </em> il flusso di un mondo in cui non si riconosce, ma da cui, in definitiva, non riesce ad isolarsi, accettandone la deriva. Giusto quello che accade <em>– mutatis mutandis</em><em>&#8211;</em> anche al François di <em>Soumission</em> e a Stefano Rinaldi, il personaggio del romanzo di Piemontese, ossessionato non da J.K. Huysmans, ma da Guy Debord (1931-1994), artista, pensatore e filosofo postmarxista<em>, controcorrente</em> autore dell’altrettanto epocale saggio de <em>La società dello spettacolo (1967)</em>, sorta di <em>must </em>sessantottesco contro la società del danaro e dello spettacolo, cartina di tornasole della crisi del mondo post-industriale e dell’Occidente, i cui tratti sono nella spettacolarizzazione parossistica di ogni piega della vita quotidiana, sia nel micro che nel macro sociale. Toh, proprio l’epoca che c’investe in pieno, al tempo di facebook, di twitter, della <em>società liquida </em>e dei<em> non luoghi. </em>Un quadro di fondo, umano e sociale, che ritroviamo pari pari sia nel romanzo di Piemontese che in quello di Paris.</p>
<p>A leggere tra le pieghe del romanzo di Houellebecq e di Piemontese, referenze e sottili legami teorici non stanno solo nel riferimento letterario dei due protagonisti (Huysmans, Debord) ma anche in molto altro, che lascio individuare alla curiosità degli appassionati e/o dei potenziali lettori.</p>
<p>Direte, e Paris? E il suo romanzo, <em>Bambole e schiavi? </em>Che c’entra con Piemontese, esponente dell’avanguardia, seguace di Debord e delle sue rivoluzionarie teorie, sull’uso e riuso dell’arte in senso citazionista e in direzione ostinata e contraria alla classicità e alla tradizione, dal momento che Renzo Paris non è stato di sicuro un appassionato dell’avanguardia e del Gruppo 63?</p>
<p>C’entra, c’entra. Anche se l’apparenza di <em>Bambole e schiavi</em> direbbe di no.</p>
<p>Qui abbiamo tutt’altra trama, struttura e stile rispetto al romanzo di Piemontese. Trenta capitoli con intestazione illustrativa del contenuto, alla maniera del grande <em>romanzo francese ed europeo</em> del settecento; trenta capitoli serrati che contengono due romanzi e due narratori, giustapposti e/o intrecciati in maniera dialettica. <img decoding="async" class="alignright  wp-image-73087" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/Schermata-2018-03-15-alle-21.27.02.png" alt="" width="361" height="238" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/Schermata-2018-03-15-alle-21.27.02.png 503w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/Schermata-2018-03-15-alle-21.27.02-300x198.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/Schermata-2018-03-15-alle-21.27.02-120x80.png 120w" sizes="(max-width: 361px) 100vw, 361px" /></p>
<p>I personaggi principali sono Francesco Cosini<em> (</em><em>cognomen omen</em>, come vedremo), attempato scrittore in visita alla casa di Freud a Vienna, nel cui aeroporto incontra Dana, ventenne e bella ragazza di un villaggio dei Carpazi rumeni, in fuga da Berlino e da  un misterioso delitto che avrebbe commesso e diretta a Roma. Ingredienti adatti a sviluppare una trama in cui vengono ibridati generi e stili, in ispecie il <em>noir</em> e il romanzo dell’eroina settecentesca alla <em>Moll Flanders</em><em>, </em>ma anche il romanzo psicologico del Novecento europeo ed italiano via Joyce, Svevo e Moravia, con tocchi di classicità internazionale alla Philip Roth e Yasunari Kawabata (1899 -1972), giapponese autore de <em>La casa delle belle addormentate</em> (1962) pubblicato in Italia nel 1972 , premio Nobel per la letteratura nel 1968 ( appuntatevi l’anno), romanzo da cui Paris attinge, riportando lunghe citazioni che fanno da motivo conduttore dialettico e tematico in <em>Bambole e schiavi </em>.</p>
<p>Infatti siamo, col romanzo di Paris, alla dura e disincantata analisi di un tema ricorrente in letteratura: la vecchiaia, il decadimento, il desiderio <em>senza desiderio. </em></p>
<p>Le epigrafi d’apertura, dànno subito la chiave al potenziale lettore:</p>
<p><em>Lasso! Che bramo ancor, che più voglio</em></p>
<p><em>Se nulla cosa da voler mi resta</em></p>
<p><em>E son, senza disio, pien di disio?</em></p>
<p>(Ludovico Ariosto)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La donna a me non piaceva intera…ma a pezzi</em></p>
<p>(Italo Svevo)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Non ci si mette l’animo in pace, mai</em></p>
<p><em>Per vecchio che uno sia.</em></p>
<p>(Philip Roth)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il suo personaggio, l’attempato Francesco Cosini – scrittore, tre mogli e svariate amanti, alle prese con la giovane Elsina, che lo irretisce in una relazione estenuata, fatta di cupo, triste sesso sado-maso &#8211; ha lo stesso cognome di Zeno Cosini, il personaggio de <em>La coscienza di Zeno</em>, per non dire di Svevo come autore di<em> Senilità. </em>Francesco è ossessionato dal sesso: “<em>Il sesso è la mia tragedia. Bambole e schiavi!”</em> riferisce in un grido. E’ lui che narra in prima persona ed è lui che ci riporta le citazioni tratte da <em>La casa delle belle addormentate </em>di Kawabata, l’altro punto di riferimento letterario.</p>
<p>Paris ha già trattato il tema della vecchiaia, il tema dell’esser “<em>senza disio, pien di disio” </em>ne <em>Il mattino di domani, </em>volume di poesie uscito appena nel giugno del 2017, che ha preceduto di poco <em>Bambole e schiavi; </em>libri legati da uno stretto rapporto di <em>filiazione</em>, in quanto a temi. Nel primo c’è il riflettere del <em>settantino</em> Paris in quanto tale, attraverso la <em>voce poetica, </em>sulla <em>vita personale</em> nel corso della senilità, nel momento in cui la vive: ne vien fuori un ritratto <em>in chiaro</em>, organizzato strutturalmente nel ciclo delle stagioni, ma temi quadro di fondo e alcuni personaggi del reale sono, a ben vedere, gli stessi di quelli <em>fittizi</em> di <em>Bambole e schiavi:</em> una Roma <em>decadente</em> e decaduta, le strade frequentate dai colorati fantasmi delle etnie, la stazione Termini come una riva, sorta di Gange in cui si bagnano e/o approdano gruppi umani in cerca di salvezza, in fuga da mondi di fame, miseria e dannazione, <em>fantasmi</em> ai margini di un banchetto pullulante di accidiosi, sazi, disperati, assediati <em>internamente</em> da ben altre paure e fantasmi, in preda allo sradicamento, all’informe<em> blob</em> del presente fatto di luci e merci ormai asfittici. Su questo sfondo, che è anche europeo, si muovono, in <em>flashes</em> raccapriccianti, le ombre terribili e inquietanti dei terroristi islamisti, <em>nuovi barbari</em> le cui azioni e linguaggi violenti appaiono sempre più insensati, <em>paralizzanti</em>. <em>En passant,</em> questo è il medesimo sfondo che ritrovate ne <em>Il lavoro rende liberi </em>di Piemontese.</p>
<p><em> </em>Nel quadro ritroviamo Dana la Moldava, “…<em>silenziosa, / anoressica, non guarda mai negli occhi/le persone, si difende/dai giovanotti/ russi che vorrebbero condurla/ a battere in via Palmiro Togliatti./ E’ di religione ortodossa. Vive/ con dieci euro a settimana bevendo latte. /Ti ho rivista con il tuo giubbetto bianco/ dietro i finestrini di un autobus. / Ho rincorso inutilmente il tuo sorriso/ ironico, meravigliata delle mie attenzioni. / E io sono ancora qui a ricordare/ quel tuo improvviso ridere brutale”(</em>Il mattino di domani, pag.47).</p>
<p>Ecco un <em>fantasma </em>del reale che in <em>Bambole e schiavi</em> diviene la giovane co-protagonista e co-narratrice. Ecco, nelle terzine, il nucleo di uno dei due romanzi che formano il romanzo unitario di <em>Bambole e schiavi, </em>ecco il romanzo di Dana la Moldava, narrato in prima persona grazie a Francesco che ne registra, a pagamento, la storia e che noi possiamo leggere in presa diretta.</p>
<p>Dicevo del desiderio senza desiderio, della senilità e dell’ombra della morte. “(…) <em>Il desiderio/ si accontenta di guardare la vita/ degli altri, nelle mie passeggiate/affollate di ricordi spuntano/guance arrossate, occhi complici, /svogliati. E quando la luce/ridiventa chiara, autunnale, / il desiderio grida tutto il suo dolore. / (</em>Il mattino di domani pag<em>. 88)</em></p>
<p><em> </em><em>“(…) Non mi piace/marcire in una nicchia per trent’anni/sfamando gli insetti voraci. Mi chiedo/ come ho fatto a credere nella vita, /perché ho amato la consolazione/della scrittura. Il corpo detta legge, /vuole essere nutrito, protetto, vuole fare/l’amore finché dura. Anche lo spirito/non dura. Fuggo come posso la pira/che giunge. Ricorda che anch’io non sono più chi ero. O luce della vita, /lascia che abbiano fine le mie canzoni. / (</em>Il mattino di domani pag<em>. 107)</em></p>
<p><em> </em>Tutto ciò confluisce in <em>Bambole e schiavi, </em>ma trasfuso in un ritratto<em> in nero</em>, per una struttura fatta di due romanzi, due protagonisti, due voci e due punti di vista. Lo sdoppiamento reiterato serve da filtro, come a mettere distanza tra l’autore e una materia e dei personaggi duri, orribili nel loro disfacimento e negatività. Ma è anche un procedimento per <em>osservare</em>, a contrappunto, i lati in ombra della vecchiaia, del decadimento del corpo e della vita, attraverso personaggi quali l’<em>Architetto</em> e <em>l’avvocato Surace</em>, con quest’ultimo che richiama il pittore Balestrieri, <em>de La noia, </em>uno dei romanzi più noti di Alberto Moravia, ma un Balestrieri decrepito, impotente e tuttavia psicologicamente vorace; entrambi condividono lo stesso destino finale per mano, pardon, <em>per il corpo, </em>è il caso di dire, di Cecilia ne <em>La noia</em> e di Dana in <em>Bambole e schiavi</em>.</p>
<p>E Kawabata, che c’entra Kawabata?</p>
<p>C’entra e come. Eguchi Yoshio, il protagonista di <em>La casa delle belle addormentate </em>è un sessantasettenne che si reca in una casa di piacere frequentata da vecchi senza più desiderio che pagano per coricarsi con giovanissime donne, senza tuttavia avere rapporti completi con loro. Dunque lo stesso tema della vecchiezza e della decadenza, del desiderio senza pulsione fisica; Kawabata, inoltre, è un raffinato scrittore che ha scandagliato in profondità le regioni della coscienza in cui si incontrano sesso e pulsione di morte, gioventù e vecchiaia, leggerezza e decadenza, vita e morte. Paris nel suo romanzo lo utilizza come termine di paragone <em>alto</em>, rispetto alla materia terribilmente negativa che sta rappresentando.</p>
<p><img decoding="async" class="wp-image-73088 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/felix1.jpg" alt="" width="209" height="580" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/felix1.jpg 314w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/felix1-108x300.jpg 108w" sizes="(max-width: 209px) 100vw, 209px" />E Piemontese? E il suo Stefano Rinaldi de <em>Il lavoro rende liberi? </em>Che c’entrano con questi temi?</p>
<p>Anche qui, a leggere bene tra le righe della diversità di stili, generi e temi, c’è la <em>sottile linea rossa</em> della decadenza e della vecchiaia.</p>
<p>Nel romanzo di Piemontese <em>autore e personaggio</em>, sul tema, sono in rapporto dialettico, s’interrogano e si scandagliano l’uno attraverso l’altro. Ricorre spesso, nel <em>flusso di coscienza </em>del personaggio di Piemontese, il tema della solitudine, della vecchiaia e del decadimento, dall’inizio alla fine, in un crescendo che non è casuale ed è emblematico del <em>significante ipertestuale</em>, come si direbbe in termini specialistici.</p>
<p><em>“Tutto sta per finire, pensavo, presto ci sarebbero stati i primi segnali di marasma o di demenza, il venir meno delle funzioni vitali, insomma quello che il mio amico Spinelli definiva sprofondamento”</em> considera Rinaldi, nel finale, in uno dei suoi abituali flussi di pensieri. E va qui detto che Spinelli, caro amico cumano che Rinaldi rivede nel breve viaggio di ritorno a Napoli, si suicida lasciandogli una lettera da cui emerge la disperazione e la solitudine, la caduta delle illusioni e il senso ineluttabile della fine.</p>
<p>Ripeto, quello che più colpisce, nei romanzi di Piemontese e Paris, al di là della psicologia dei protagonisti, entrambi vili, inetti, sostanzialmente conformisti, è un sentimento pervasivo di un mondo confuso, in disfacimento, un diffuso senso di <em>vampirismo</em> autistico e di <em>caduta</em> che tocca in profondità il tessuto sociale, la sua coesione.</p>
<p>A ben vedere, poi, sia Piemontese (1942) che Paris (1944), due <em>settantini, </em>imbevuti di Sessantotto da sponde letterarie diverse, sono accomunati dall’amore per la Francia, la sua cultura e letteratura (Corbière, Mallarmé, Apollinaire, Breton, Debord, <em>l’école du regard</em> e il romanzo sperimentale); l’uno ha eletto Parigi a sua seconda patria, risiedendovi per lunghi tratti dell’anno, l’altro per anni docente di letteratura francese all’Università di Salerno prima e di Viterbo poi.</p>
<p>Il 1968, inoltre, è l’anno in cui Yasunari Kawabata, riceve, primo giapponese, il premio Nobel per la letteratura. Anno fatidico per i due romanzieri di cui tratto. Il primo, sull’onda e nell’humus di quel periodo, buttandosi a capofitto nelle prove di romanzo sperimentale e dei saggi di rottura rispetto alla tradizione letteraria, il secondo, cantore del fallimento degli ideali di quell’epoca con <em>Cani sciolti</em>, diventato un classico. Insomma, tutto si tiene.</p>
<p>Ma qual è, nelle mie suggestioni di lettura, il <em>significante ipertestuale </em>che accomuna il romanzo di Piemontese e quello di Paris?</p>
<p>È l’affresco di un mondo in crisi, la decadenza inarrestabile di una civiltà (quella occidentale) che ha perso la spinta propulsiva. La vecchiaia dei personaggi, vissuta o paventata, come metafora della vecchiaia di un mondo, di un sistema ormai senza grandi coordinate, i cui valori sono come svuotati, un mondo che si trascina <em>vampirizzando</em> coloro che vi affluiscono, quelli che sono comunque esclusi e mai ammessi alla mensa del ricco epulone (il capitalismo), come si inferisce attraverso Dana, la co-protagonista di <em>Bambole e schiavi </em>e come si legge in trasparenza nel suicidio di Spinelli e nel conformistico <em>accomodamento </em>di Rinaldi, il protagonista di <em>Il lavoro rende liberi.</em></p>
<p>A ben vedere, pur da sponde di stile e formazione diverse, Piemontese e Paris, sembrano suggerirmi un <em>affresco in nero</em> di un mondo confuso, aggrappato alle sue evanescenti certezze, roso dal cinismo, pronto a vampirizzare, divorare, masticare e sputare via popoli e persone in fuga dalla desertificazione: gli uni da quella geoeconomica, gli altri, abitanti della <em>vecchi</em>a Europa/Occidente, da quella <em> interiore. </em></p>
<p><em> </em>Sicché le convulsioni, la confusione politica e morale, la violenza parigina e francese dell’apologo di Piemontese, con gli esiti ribaltati rispetto a quello di <em>Soumission</em> di Houellebecq, il vile scivolamento del protagonista verso l’ineluttabile sottomissione ai nuovi vampiri del potere; lo <em>sprofondamento</em> dei Surace e dell’architetto, dello stesso Francesco assoggettato al gioco perverso di Elsina di <em>Bambole e schiavi</em>, emblemi di relazioni umane e sessuali segnate dalla violenza del potere, per quanto psicologico o economico e personale, e dalla sopraffazione, altro non sono che emblemi della <em>vecchiezza </em>di un mondo al capolinea, o quanto meno a un capolinea epocale, sullo sfondo del crollo delle grandi narrazioni ideologiche.</p>
<p>Il Rinaldi de <em>Il lavoro rende liberi</em>, aggirantesi col suo carrello per il centro commerciale (<em>non luogo</em> per antonomasia), contento di quel <em>piccolo piacere</em> di fronte alla gravità del disastro, che cinicamente/ciecamente riflette “<em>ma mi piaceva l’idea che forse, col passar del tempo, avrei avuto almeno qualcosa da rimpiangere”, </em>mentre la voce autoriale, qui e là nel romanzo, mimeticamente commenta, ora attraverso una quartina di Franco Cavallo, lasciata nello scritto del personaggio Spinelli – <em>non c’è dunque un futuro,/non c’è rimasto più niente,/ solo un brusio che si spegne,/solo qualcuno che si pente- </em> ora attraverso il flusso dei pensieri dell’ormai anestetizzato professore Rinaldi “<em>Forse, come aveva detto qualcuno, Shakespeare credo, se il mondo significa qualcosa, è che non significa niente, tranne che esiste. E si tratta di farlo continuare ad esistere”.</em></p>
<p><em> </em>C’è poco spazio per l’ottimismo consolatorio, com’è giusto. Forse solo Dana e la sua amica, quintessenze dell’ingenuità, le cui violenze e corruzioni umane subite, la cui <em>estraneità</em> a una qualsiasi forma di consapevolezza intellettualistica di sé che non sia la pura vitalità di sopravvivere sempre e comunque al male, pur di tornare al proprio villaggio, in fuga dagli <em>orrori del mondo ricco</em>, dopo essere state in fuga da quelli del mondo povero, lasciano spazio a un barlume di speranza nel futuro.</p>
<p>Forse nel <em>ribaltamento </em>dell’esito dell’apologo di <em>Soumission</em> operato da Piemontese in <em>Il lavoro rende liberi</em>, proposto all’intelligenza del lettore, perché consideri con lucida amarezza &#8220;gli eterni ritorni&#8221; del &#8220;fascismo strutturale&#8221; insito nelle forme del potere, sta quel minimo di luce, <em>Dal limite estremo e Sotto gli occhi dell’Occidente,</em> postindustriale e finanziarizzato, cento e più anni dopo i romanzi di Conrad, l’altro grande apolide della letteratura decadente tra Otto e Novecento.</p>
<p><em> </em>E Huysmans di <em>Á rebours</em><em>, </em>l’ossessione dell’intellettuale François di <em>Soumission</em><em>? </em>Che c’entrano? <em>Á rebours, </em>a ben vedere, è il romanzo chiave della letteratura francese di fine ottocento: segna il vero e proprio inizio del decadentismo, la linea di confine con il romanzo naturalista e l’apertura al Novecento letterario.</p>
<p>Ecco, Huysmans, Joyce, Svevo, Conrad, Kawabata, Moravia, Roth, Debord, Paris, Piemontese, autori diversi tra loro, eppure, fatte le debite proporzioni e detto delle differenze di scuola e di stili, mi sembrano tutti uniti dalla <em>sottile linea rossa </em>della letteratura di tipo decadente o <em>neodecadente, </em>chi per vie classiche, chi per vie sperimentali. Tutto si tiene, alla fine.</p>
<p>Potenza e forza della letteratura. <em>Pardon</em>, potenza e forza delle sue suggestioni.</p>
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<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
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<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Overbooking: Renzo Paris</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Aug 2017 05:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alida Airaghi]]></category>
		<category><![CDATA[Elliot Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Il mattino di domani]]></category>
		<category><![CDATA[Renzo Paris]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160; Nota critica di Alida Airaghi a Il mattino di domani di Renzo Paris &#160; &#160; Quanta voglia e rimpianto di vita, nell’ultimo volume di poesie di Renzo Paris (Celano, 1944). A cominciare dal titolo, così propositivo e aurorale (Il mattino di domani), per continuare poi nei temi affioranti in tutt’e quattro le sezioni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-69201" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/31T2aBFqjEL._SX325_BO1204203200_-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/31T2aBFqjEL._SX325_BO1204203200_-197x300.jpg 197w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/31T2aBFqjEL._SX325_BO1204203200_.jpg 327w" sizes="auto, (max-width: 197px) 100vw, 197px" /></strong></p>
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<p><strong>Nota critica</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Alida Airaghi</strong></p>
<p>a <a href="http://www.elliotedizioni.com/prodotto/renzo-parisil-mattino-di-domani/">Il mattino di domani</a> di Renzo Paris</p>
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<p>Quanta voglia e rimpianto di vita, nell’ultimo volume di poesie di <strong>Renzo Paris</strong> (Celano, 1944). A cominciare dal titolo, così propositivo e aurorale (<em>Il mattino di domani</em>), per continuare poi nei temi affioranti in tutt’e quattro le sezioni scandite stagionalmente, che dalla primavera dell’infanzia arrivano alla «ridicola vecchiaia» dell’inverno.</p>
<p>Sono ricordi, personali e collettivi: memorie familiari e sociali, percorsi di crescita culturale e politica. E sono paesaggi, istantanee folgoranti di città straniere o italiane (Mosca, Parigi, Marrakech, Helsinki, e l’amatissima Roma sempre più multietnica). Oppure amori, adolescenziali e maturi (la moglie Marina, amanti dimenticate o redivive, sconosciute esploratrici di Facebook); turbamenti sessuali e tentazioni trasgressive («Lolite di un attimo, ragazze curiose, / per favore, smettete di ricordarmi la vita», «Sono un conduttore erotico, / falotico. Vivo dell’altrui piacere. / Luttuoso, voluttuoso, paciere delle arrabbiate, / braciere delle / scostumate»).</p>
<p>E ancora i “cari fantasmi” che emergono dalle brume di un passato lontano ma affettuosamente rivisitato, con un sentimento di nostalgica riconoscenza (il mondo contadino dell’Abruzzo nativo, la madre, le maestre, i compagni di scuola, la gente semplice del paese; e poi gli amici poeti che non vivono più…).</p>
<p>Una sorta di rendiconto morale, di dettagliato inventario su guadagni e perdite dell’esistenza, che però lascia aperti vitalissimi spiragli di progettualità e joie de vivre, anche quando affronta la malinconia del tempo che passa, dello «stupore dell’ultimo tramonto», del distacco dalle persone e dalle cose amate: «Cara vita, che a poco a poco mi abbandoni», «Ho vissuto per ricordare e adesso // che la memoria si cancella, dove vado?».</p>
<p>Renzo Paris, prolifico romanziere, poeta e saggista &#8211; nonché traduttore, critico letterario e docente universitario -, non ha mai lesinato il suo impegno culturale e politico: sempre schierato a sinistra, a lungo collaboratore del Manifesto, di Liberazione e oggi del Venerdì di Repubblica, nei versi non dimentica le tragedie umanitarie contemporanee, la fame del terzo mondo, i profughi delle guerre mediorientali, il terrorismo, la disperazione degli ultimi a cui nulla può offrire riparo e consolazione: né la bellezza dell’arte e della natura, né &#8211; ovviamente &#8211; la poesia («la poesia / sarà pur sempre una cosa da ragazzi?».</p>
<p>Le composizioni di questa raccolta, tutte in terzine di vario metro, con rare indulgenze a rime, assonanze e calembour linguistici, sembrano ambire soprattutto a una chiara intenzionalità comunicativa, a una oggettività descrittiva che non lascia spazio a nebulose interpretazioni psicanalitiche: decise a rivendicare la propria prosaica adesione alla quotidianità dei gesti e dei sentimenti. Il loro autore continuamente ribadisce il suo ossessivo desiderio di partecipazione alla concretezza del reale, col timore che esso rimanga inappagato: «Nel mondo resto sempre a teatro», «Sono affollato di voci e di nessuna realtà». L’aggrapparsi tenacemente alle cose minime che osserva (insetti, uccelli, facce, parole di amore e amicizia) rimane allora il più solido ancoraggio per i mattini futuri.</p>
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]]></content:encoded>
					
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		<title>Pasolini, ragazzo a vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Nov 2015 06:47:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[borgate]]></category>
		<category><![CDATA[gianfranco franchi]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Paolo Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[Renzo Paris]]></category>
		<category><![CDATA[roma]]></category>
		<category><![CDATA[sessantotto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianfranco Franchi Pasolini è diventato un totem, nelle patrie lettere. È uno dei due totem della vecchia Scuola Romana: oggi, forse, è diventato più carismatico e influente di quanto fosse mai stato in vita; tanto che forse ha finito per surclassare il totem primo, Moravia. Il professor Renzo Paris, l&#8217;irrequieto cane sciolto dei sessantottini, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-57526" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/pasoliniparis.jpg" alt="pasoliniparis" width="317" height="499" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/pasoliniparis.jpg 317w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/pasoliniparis-191x300.jpg 191w" sizes="auto, (max-width: 317px) 100vw, 317px" />di <strong>Gianfranco Franchi</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Pasolini è diventato un totem, nelle patrie lettere. È uno dei due totem della vecchia Scuola Romana: oggi, forse, è diventato più carismatico e influente di quanto fosse mai stato in vita; tanto che forse ha finito per surclassare il totem primo, Moravia. Il professor <strong>Renzo Paris</strong>, l&#8217;irrequieto cane sciolto dei sessantottini, è sempre stato il biografo, e per certi aspetti l&#8217;irrisolto erede, del totem Moravia: un Moravia sentito come una figura paterna a rovescio, sentito come una misura di grandezza inconciliabile con certi aspetti del nostro tempo. Adesso, simbolicamente e direi inaspettatamente, Paris si mette a raccontare Pasolini: succede nel memoir <a href="http://www.elliotedizioni.com/pasolini-ragazzo-a-vita/"><strong><em>Pasolini ragazzo a vita</em> (Elliot, 2015)</strong></a>, un libro di ricordi, di meditazioni, di evocazioni negromantiche e di pellegrinaggi laici, una restituzione di atmosfere rivoluzionarie studentesche e borghesone e borgatare romanesche, un saluto al totem pasoliniano che non sconfina nell&#8217;agiografia e non rimastica il pettegolezzo, non sprofonda nella paranoia e tendenzialmente non cede ai nostalgismi. Cosa s&#8217;è ricordato di ricordarci, Renzo Paris? Che non dobbiamo dimenticare che c&#8217;è qualcosa di Pier Paolo Pasolini che continua a fare spavento, e che dobbiamo sforzarci di tenere presente, quando rileggiamo i suoi versi, i suoi scritti corsari, i suoi romanzi giovanili, il suo incompiuto <em>Petrolio</em>. Non è soltanto la sua morte truculenta, maturata in un contesto allucinante, per dinamiche perverse: è la sua doppia anima, quella che il totem odierno sta finendo per oscurare e rinnegare, è il Pasolini notturno, aggressivo, prepotente, violento, quello che probabilmente aveva sconcertato il giovane poeta Dario Bellezza per il suo estremismo. Quello che probabilmente non aveva nessuna intenzione di essere raccontato o riconosciuto pubblicamente. Ma proprio nessuna. “Hai presente San Sebastiano, crivellato di frecce? Ecco, Pier Paolo oscilla tra la croce e le frecce”, spiegava Bellezza a Paris, prendendo una certa distanza dal suo mentore. L&#8217;adorato cugino Nico Naldini aveva parlato chiaro nel suo “Come non ci si difende dai ricordi”: “Da tempo Pasolini aveva adottato il sadomasochismo anche con rituali feticistici: le corde per farsi legare e così immobilizzato in una sorta di scena sacrificale farsi percuotere fino allo svenimento. Non ne aveva mai fatto mistero, sia nelle ultime poesie, sia in quelle giovanili dove si era raffigurato come Cristo-giovinetta nel martirio della Croce”. Oscillava tra la croce e le frecce. Oscillava.</p>
<p style="text-align: justify;"> “Io qui sto parlando di un uomo che, se era estetizzante e un po&#8217; dannunziano nell&#8217;opera, nella vita era tutto il contrario, spaccato in due, il borghese diurno e l&#8217;amante notturno, travestito da borgataro, &#8216;ragazzo a vita&#8217;” &#8211; scrive Paris. Il borghese è il Pasolini cittadino, letterato di chiara fama e ripetuti scandali, incontrato da Paris nel 1966, quando lui era ventiduenne e il poeta friulano aveva più del doppio della sua età. “Non che il borgataro dei romanzi &#8216;Ragazzi di vita&#8217; e &#8216;Una vita violenta&#8217; non mi interessi. Mi piaceva di quei libri l&#8217;atteggiamento materno del narratore in terza persona, nei confronti dei suoi ragazzini”. Il Pasolini borghese aveva impressionato Renzo Paris per via dei suoi ripetuti silenzi, della sua esibita estraneità. “Di Pasolini ce n&#8217;erano almeno due, quello amicale e socievole della teppa di borgata e quello silenzioso dei salotti borghesi. Bellezza sosteneva che il salotto era l&#8217;ambiente borghese dove Pier Paolo recitava la parte dell&#8217;intellettuale, del poeta, del cineasta, del critico, dove, in giacca e cravatta, non si sarebbe permesso mai di uscire fuori dal seminato. Meglio tacere il vero pensiero che gli passava per la testa. E infatti tutti a esclamare: &#8216;Ma com&#8217;è dolce e buono Pier Paolo, parla poco e niente e invece&#8230;&#8217;. Tutt&#8217;altra cosa era Pasolini quando lasciava gli amici artisti e correva a cercare le marchette di Termini. E qui Dario rideva di gusto. &#8216;Quando lo vedo compunto a casa delle Madame Verdurin romane e poi lo confronto con l&#8217;omosessuale in azione, mi confondo e penso che sono due persone diverse, diversissime. La madre non dorme più, tutte le mattine lo aspetta, guardando se ha i segni delle botte sul corpo, le macchie di sangue sulla camicia”. Forse il totem sta oscillando. È questo che la nostra epoca trova difficile da decifrare, da accettare, da metabolizzare: questa schizzata ambiguità, questo comportamento autodistruttivo, questa metamorfosi etica ed estetica. Questa segreta cattiveria: si può dire che Pasolini menava? Si può accettare come idea che un poeta fosse così aggressivo e rude? Si può pensare che, come altrove ripete Bellezza, con i figli del popolo fosse, in quelle sue nottate feroci, “pedagogo alla rovescia”? Quando ero molto giovane – sono nato comunque tre anni dopo la morte del poeta Pier Paolo, e la sua assenza, a via Fonteiana e dintorni, si sentiva forte, lancinante, irrisolta – ho potuto parlare con qualcuno degli ex ragazzi di Donna Olimpia, nel quartiere Monteverde, per domandare perché di Pasolini mi sembrava non si potesse parlare troppo, nel quartiere, o comunque perché si faticava tanto a riconoscergli quella grandezza che certi suoi versi e tanti suoi scritti critici chiaramente raccontano. La risposta di quasi tutti loro, a parte uno, era nervosa, qualche volte proprio parecchio rabbiosa, molto simile, in certi accenti e per certi aspetti, ma con molta meno educazione, a quella che il poeta Dario Bellezza dava, negli anni Settanta, a Renzo Paris. Io questa cosa non sono mai riuscito compiutamente a metterla a fuoco. Non l&#8217;ho mai trovata possibile, non aveva linearità. La accetto, o meglio ne ho preso atto, ma non la capisco. “Pasolini ragazzo a vita” va spesso a sbattere addosso a questa risposta qui, come una falena su una lanterna: senza nessun intento di profanazione, senza nessun giudizio morale, si capisce, perché anzi questo libro è, sin dall&#8217;incipit, non soltanto un atto di profonda amicizia e di memoria, ma un&#8217;evocazione negromantica: Paris va sulla tomba del poeta, nel suo adorato Friuli, a Casarsa, e sulla tomba trova segni e simboli di chi cerca di richiamare alla vita uno spettro. È uno spettro carismatico, ma molto più complesso e contraddittorio di quello che potevamo sospettare. È un ricordo autentico, durissimo.</p>
<p style="text-align: justify;">“La memoria è tutto, mi dico” – scrive Paris. “Ma ci sono nomi che non mi vengono in mente nemmeno sotto tortura. Ed era gente con cui ho passato diversi anni della mia vita, gente con cui ho condiviso le lotte. Quando incontro uno di loro in transito nel mio quartiere, svicolo. Poi mi accorgo però che anche quello sembra svicolare. Forse è dovuto all&#8217;idea dell&#8217;immortalità, di cui ci si nutre in gioventù. Con la vecchiaia quell&#8217;idea si frantuma e dunque crolla anche il nome di chi doveva rimanere eterno. Da bambini la vita era una pagina bianca tutta ancora da scrivere. Da vecchi quella pagina, tutta scritta, si cancella a poco a poco”.</p>
<p style="text-align: justify;">Cos&#8217;altro c&#8217;è di notevole in “Pasolini ragazzo a vita”? C&#8217;è un discreto coraggio nello schierarsi, a distanza di tempo, con la stessa ostinazione e la stessa naturalezza, da certe parti. Ci si schiera con gli studenti contro tutto, ci si schiera con <em>Nuovi Argomenti</em> contro il Gruppo 63, ci si schiera a fianco di Laura Betti nonostante tutto (e soprattutto, nonostante “Qualcosa di scritto”, lettura che Paris tiene ben presente), ci si schiera contro Pasolini per la sua tirata reazionaria di Valle Giulia, ci si schiera contro i fascismi e contro i fascisti di ogni ordine e grado, con il lessico d&#8217;antan; ci si schiera contro la nostra epoca che sta trasformando il poeta Pier Paolo in un&#8217;icona pop, ridotta a due battute o giù di lì, a un amuleto, a un passepartout. Ci si schiera contro la degradazione della memoria, contro la corruzione della memoria. Ci si schiera contro l&#8217;ipocrisia di non ammettere che certi comportamenti erotici pasoliniani, certe sue amicizie ragazzine, oggi sarebbero considerate disastrose. Ci si schiera contro le semplificazioni cretine di intelligenze tanto complesse, e contraddittorie.</p>
<p style="text-align: justify;">E ogni tanto, a disorientarci parecchio, appare il Totem. “Lui non fumava neppure le sigarette, e io mi chiedevo come faceva a scrivere e filmare così tanto, senza una spinta. Elsa Morante si imbottiva di psicofarmaci, invece, per scrivere. Pasolini era, come Moravia, un igienista e un salutista di vecchio stampo. Voleva scandalizzare con le sue opere. La sua musa non lo abbandonò mai, neppure per un istante. Scriveva versi di getto, poi quelli che pensava di pubblicare li riscriveva più volte. Le sue gloriose terzine, con il passare del tempo, erano diventate pura prosa, come nella migliore tradizione del secondo Novecento. E la prosa era sempre più legata al diario delle emozioni provate nei suoi continui viaggi all&#8217;estero. Titolava &#8216;Comunicati all&#8217;Ansa&#8217; i versi del suo diario di viaggio. Voleva sporcare di prosa la sua poesia, fino a renderla irriconoscibile, voleva renderla &#8216;pratica&#8217;”. Così.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è un&#8217;ultima cosa che vorrei riferire. Questo libro è così profondo, come scavo nella memoria e sondaggio nell&#8217;inconscio, che finisce per restituire frammenti intensissimi del movimento studentesco che fu; c&#8217;è una scena in cui Paris racconta di una biglia, scagliata dai neofascisti, che gli spacca gli occhiali, poco prima un banco ha spaccato la schiena a qualcuno, c&#8217;è nell&#8217;aria una normalità della violenza, delle ferite e della morte che sconcerta, c&#8217;è un freddo da guerra civile che per la mia generazione è irragionevole, mai sperimentato. Ma qualcosa è successo anche a me, mentre leggevo certe scene e ritrovavo certe considerazioni di Paris, certi strascichi polemici e così via. Ho rivisto papà. Mio padre, caro Paris, aveva praticamente la tua età, era del 1945. Si chiamava Sergio Franchi, studiava Filosofia alla Sapienza, aveva gli occhiali, somigliava a Mastroianni, si definiva vigliacco praticante ma aveva le sue idee. Nella sua adolescenza, e in giovinezza, era comunista. Era sessantottino, era dalla tua parte. Probabile che vi siate conosciuti. Leggendo il tuo libro, a un tratto, mentre pensavo al sangue – perché questo libro è pieno di sangue – mi sono ricordato una scena di quando ero ragazzino, tredici anni. Papà stava nel suo studio, un pomeriggio, circondato da buste e bustoni. Stava buttando via un sacco di cose. “Papà, che fai?” “Lascia stare”. “Dimmi che stai facendo”. “Non voglio, non è il caso”. “Cosa fai?” “Butto via cose che tu non devi vedere, cose che non dovrai mai trovare. E le butto adesso, che ancora non capisci”. “E che cose sono?” “Sono le cose del mio Sessantotto. Lettere. Giornali. Ritagli. Cazzi miei. Cose che tanto tu non potrai mai capire”. “Aspetta, dai&#8230;”. “Lascia stare. Non ti immischiare. Non ti riguarderanno mai. Tu non puoi capire”. C&#8217;ero rimasto male, me n&#8217;ero andato dietro la porta e ogni tanto tornavo a controllare cosa faceva. Smaniava, sbuffava, fumava come un turco e buttava via di tutto. Ricordo però un bastone nero che si apriva e aveva una strana punta acuminata. Ricordo un&#8217;agenda con su scritto “1968” con diverse macchie di sangue sulla copertina. Non ricordo altro. Non ho potuto guardare quelle carte. Non ho potuto aprirle, non mi ci sono mai potuto confrontare, di certe cose mio padre, Sergio, non ha mai voluto parlare. Non s&#8217;è mai laureato in Filosofia, la Sapienza la considerava un luogo di sventura, invecchiando è diventato borghese, ha lavorato per un accordo storico tra Democrazia Cristiana e comunisti, è stato sindacalista tutta la vita. Quanta complessità, quanto riserbo, quanti silenzi. Quanti rimpianti. Quanto sangue.</p>
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		<title>Su &#8220;Scuola di calore&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Sep 2013 06:05:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe montesano]]></category>
		<category><![CDATA[Hans Magnus Enzensberger]]></category>
		<category><![CDATA[massimo rizzante]]></category>
		<category><![CDATA[Patrizia Cavalli]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia contemporanea italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Renzo Paris]]></category>
		<category><![CDATA[scuola di calore]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Montesano Fa caldo, e in un Paese abituate alla menzogna come a un cilicio, fa sempre più caldo di quanto dicano i rassicuranti telegiornali, e nel caldo sto leggendo libri di poesia chiedendomi se la poesia serva. Sfoglio, leggo, sonnecchio, sosto, mi sveglio, rileggo Scuola di calore di Massimo Rizzante, 108 pagine pubblicate [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Montesano</strong></p>
<p>Fa caldo, e in un Paese abituate alla menzogna come a un cilicio, fa sempre più caldo di quanto dicano i rassicuranti telegiornali, e nel caldo sto leggendo libri di poesia chiedendomi se la poesia serva. Sfoglio, leggo, sonnecchio, sosto, mi sveglio, rileggo <i>Scuola di</i> <i>calore</i> di Massimo Rizzante, 108 pagine pubblicate da effigie, e mi rispondo che no, la poesia non è utile, è indispensabile. <span id="more-46342"></span>Rizzante ha pubblicato raccolte di poesie e di saggi, tra cui <i>Lettere d’amore e altre rovine</i> e <i>Non siamo gli ultimi</i>, e ha tradotto Kundera e O.V. de L. Milosz antenato del più noto Czeslaw Milosz, ma con queste poesie è andato molto oltre, e ha scritto semplicemente uno dei più bei libri di questi anni di miseria dei sentimenti e della mente. Ma sentiamo Rizzante, subito, per esempio nel ritmo a lievi sussulti di <i>Malia</i>: “Lo stile di agosto, dopo un amplesso, è sempre lo stesso:/grilli moribondi, insonnia, torture al ventre, e infine troppe ore/a fissare i crittogrammi delle crepe che il tempo, quel piccolo/burocrate alcolizzato, si diverte a scrivere sui muri”, e poi l’attacco feroce di <i>Jlham</i>: “Il primo presentimento della mia morte/l’ha avuto mia madre, in auto, sulla strada per Essaouira,/mentre lo sperma di uno sconosciuto le sporcava il volto./ <i>Nothing like something, happens anywhere</i>//Il secondo è stato alcuni anni fa, a una mostra su Barcelò,/dopo un breve idillio nelle toilette del Prado. C’è un quadro, <i>Yo</i>,/un autoritratto corrotto dal tempo, invaso dalle termiti, corroso dai ratti,/con macchie di umidità atlantica al posto degli occhi…” con la chiusa commossa e tenera: “Ma, a questo punto, ci vorrebbe un erede/o almeno un lattante con due labbra d’annegato/che sbalzato dal grembo di una carcassa sul ciglio della strada/giungesse fino al mare e lì, per incanto, non avesse più fame”; poi ancora dei frammenti a caso da <i>Khadjia</i>, un <i>poème en prose</i>: “C’è uno che si sente diverso, un profeta che gioca con parole che non conosco: ‘essenza’… Poi si abbatte con i denti sul muschio bagnato della mia piccola caverna fino a farmi piangere. Poi grida: <i>Lacrimae rerum</i>!”; “Oggi i pensieri devono morire nell’eccitazione…” Che voce parla da queste poesie? In <i>Scuola di calore</i> si mescolano monologhi di donne e donne-uomini del Maghreb con voci storiche e letterarie del Novecento, i nazisti parlano di Picasso e la violenza del sesso è ovunque, ma la dolcezza trabocca dalle donne spezzate e l’arte diventa una forma di vita nel cui centro focale giace la rivendicazione della debolezza come la sola ricchezza da opporre allo sfacelo dell’aggressività, una scuola in cui il maschile sadomasochista si lasci insegnare tutto dal femminile liberato. <i>Scuola di calore</i> ha il tono inconfondibile dello scrivere quando è in viaggio verso l’essenziale, come la voce che parla in <i>Gabriela</i>: “So che il prezzo da pagare/per la libertà è la distruzione di <i>Homo economicus</i>. E’ così alto?/Davvero preferiamo un IPod a un nuovo amico?//Chi dice che nella storia dell’uomo gli imperi sono solo eccezioni/e che il regno di <i>Homo sapiens</i> è la democrazia, si ricordi dei Daiachi/e dei loro lobi deformati dal piercing, quando la sua testa mozzata/da un machete rotolerà ai piedi di un muro coperto di graffiti…” E se <i>Scuola di calore</i> è un vademecum per resistere alle mitologie del presente, e ingaggia una terribile battaglia frontale con l’oscena volontà di potenza sposata al Capitalismo spettacolare che è la sola religione del presente, è anche un taccuino sui cui foglietti sono segnati i luoghi dove andare ad abbeverarsi nella poca sapienza che ci resta, quella di Fatima-Zahra, la voce profonda che parla qui e chiede che sia fatto spazio a una civiltà fuori dalla sopraffazione, una civiltà che chiede sogni per vivere e non incubi per morire: “Che altro, mio profeta?/Primo, la povertà è al di sopra di tutte le leggi. Poi, non c’è salvezza/in nessun gregge. Infine, l’amore è mendicare senza orgoglio…” Fedele a una modernità troppo spesso sbertucciata dai post-qualcosa, Rizzante dà forma a una poesia che racconta e fa entrare il tempo narrativo della prosa nel verso in modo originale proprio perché volutamente pieno degli echi dei Maestri. Le poesie di <i>Scuola di calore</i> sono scritte in quartine in apparenza slabbrate e stremate, ma si inseguono ritmate su un parlato lapidario e cantato, colto e semi-colloquiale che concentra il lirismo in una punteggiatura che si fa misura e metrica, in un tono discorsivo che è in continuazione reso febbrile dai salti narrativi e dalle fratture linguistiche. Rizzante ci dice che la poesia può raccontare di noi qui e ora senza finire nei cul-de-sac dei Bonnefoy che hanno dimenticato che la poesia è sempre una visione della realtà <i>come è</i>, e non un gioco di specchi: <i>Scuola di calore</i> va esplorato e letto da soli, misterioso e insieme aperto e accessibile, perché è un raro esempio di cosa potrebbe ancora fare la poesia per dire cosa siamo e come potremmo trasformarci. E il tono colloquiale sembra vivere anche in altri libri usciti in queste settimane: <i>Datura</i> di Patrizia Cavalli, per Einaudi, e <i>Il fumo bianco</i> di Renzo Paris, per Elliot. In <i>Datura</i> la Cavalli si sottrae al carcere amato delle rime e dei metri esattissimi, e distende la voce in una poesia a tratti lieve e “alla mano”, nella quale le risorse di una signora della metrica sono al servizio di un ritmo quotidiano e lieve. Invece Paris continua la sua esplorazione della poesia colloquiale con terzine spogliate dalle rime e “povere”, rifacendosi in modo acuto e personale a Orazio e agli gnomici latini, mescolando all’ironia una commozione che il tono tra cantabile e quotidiano rende solo più forte. E in tono colloquiale ci parla anche l’Enzensberger di <i>Chiosco</i>, un libro del 1995 tradotto per Einaudi da Anna Maria Carpi, con Hans Magnus che ci porta in giro per il Moderno senza ripudiarlo e senza poterlo amare, attento e vigile a ogni spia di possibili uscite dal labirinto. Sì, in questo labirinto fa veramente caldo, e troppe Arianne sono state mutilate o si sono vendute ai padroni del labirinto: e allora facciamo il gesto minimo di sollevare piccoli libri e leggere poesia, non per svago, lo svago è l’ultimo giro di chiave alla cella della prigione, ma per respirare con ritmo umano, e ritrovare il filo, e Arianna, e la luce dolce in cui si potrà alla fine imparare ad amare.</p>
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