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	<title>Repubblica &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Dalla parte di Catilina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Apr 2019 05:00:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Pierluigi Cappello Ama le biciclette e la polvere degli sterrati, la Repubblica. Magari una solida Bianchi con i freni a bacchetta. D’estate, quando si accendono interminabili veglie, si racconta sotto i bersò, davanti ad un bicchiere di rosso, pane croccante, salame ben stagionato. La Repubblica preferisce le dozzine più che le unità, le voci [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pierluigi Cappello</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Cid-e-Cappello.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone wp-image-79090" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Cid-e-Cappello.jpg" alt="" width="400" height="269" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Cid-e-Cappello.jpg 567w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Cid-e-Cappello-300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Cid-e-Cappello-250x168.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Cid-e-Cappello-200x135.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Cid-e-Cappello-160x108.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
<p>Ama le biciclette e la polvere degli sterrati, la Repubblica. Magari una solida Bianchi con i freni a bacchetta. D’estate, quando si accendono interminabili veglie, si racconta sotto i bersò, davanti ad un bicchiere di rosso, pane croccante, salame ben stagionato.<br />
La Repubblica preferisce le dozzine più che le unità, le voci a una singola voce, ma, del coro, distingue una voce dall’altra. La si è vista sedere sui gradini di pietra, vicino alle fontanelle, o sulle soglie di casa, fumare trinciato forte e ridere di una risata spessa, abrasiva, un pugno di sabbia che viene su dalla pancia. Però, quando sussurra, è capace di intenerire le teste dei bambini. Se racconta, ha casa nella linea retta, nello sguardo retto e prudente perché sa che la memoria è capace di uccidere come di curare.<br />
Per questo si tiene lontana dalle parate dei reduci, indossa maglioni sformati di lana e tiene nel conto di un gracidare di rane scoppiate ogni forma di celebrazione.<span id="more-78234"></span><br />
Il tricolore non lo esibisce per troppo amore e non si conosce il numero dei suoi battesimi, in ogni caso si è fatta chiamare Vento, Tempesta, Riki, Giulia, Rosso, Alda, Temporale; con questi nomi è salita lungo sentieri di pietra, ha conosciuto la bocca umida dei boschi, il veleno degli agguati, lo scatto freddo degli otturatori.<br />
Sa che, qualche volta, la Storia separa uomo da uomo e carne da carne con la precisione di un bisturi e allora bisogna prendere parte, essere capaci di scegliere e, di ogni scelta, conoscere fino in fondo la crisi. Le sue scelte l’hanno condotta fin qui, in luoghi che stenta a riconoscere e sembra che abbia perso un po’ del suo orientamento perché la si vede camminare incerta, dinoccolata come una giraffa nella neve.<br />
Un uomo, che ne custodisce il nome dentro l’azzurro degli occhi, mi ha riferito che, comunque, se c’è da scegliere lei è più per Catilina e meno, molto meno, per Cicerone.</p>
<p style="padding-left: 390px;">al partigiano Cid Pierluigi Cappello</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(questo testo di Pierluigi Cappello è contenuto nel libro &#8220;Il partigiano Cid&#8221;, a cura di Danilo De Marco, con fotografie dello stesso fotografo, e con testi tra gli altri di Erri De Luca, Gian Paolo Gri, Tito Maniacco e Carlos Montemayor, pubblicato dal Circolo culturale il Menocchio, Montereale Valcellina [Pordenone], 2004; anche la fotografia di Pierluigi Cappello che ascolta il partigiano Cid è tratta dallo stesso volume; e lo stesso Danilo De Marco ci ha messo a disposizione &#8211; lo ringraziamo &#8211; la lettera inedita di Pierluigi Cappello che segue, che il poeta gli ha lasciato in eredità)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Al-cid-cappello.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-79091" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Al-cid-cappello.jpg" alt="" width="437" height="640" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Al-cid-cappello.jpg 437w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Al-cid-cappello-205x300.jpg 205w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Al-cid-cappello-250x366.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Al-cid-cappello-200x293.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Al-cid-cappello-160x234.jpg 160w" sizes="(max-width: 437px) 100vw, 437px" /></a></p>
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		<title>Il cinema silenzioso di Michelangelo Antonioni, pittore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Oct 2015 13:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Beppe Sebaste  Si inaugura in una galleria di Piazza di Pietra – Galleria Anfosso – una mostra di quadri di Michelangelo Antonioni. Se ne parla come se fosse la prima volta, uno svelamento. Ma non è così, non la prima volta che vengono mostrati, e per di più in quella stessa piazza. È però la prima [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Beppe Sebaste </strong></p>
<article id="post-6832" class="post-6832 post type-post status-publish format-standard hentry category-messaggi tag-anni-zero tag-calcutta tag-cinema tag-fallire-storia-con-fantasmi tag-michelangelo-antonioni tag-nemai-ghosh tag-pittura tag-silenzio clearfix has-post-title has-post-date has-post-category no-post-tag has-post-comment has-post-author">
<div class="post-content">
<div class="entry-content">
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-57545" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/antonioni-300x240.jpg" alt="antonioni" width="300" height="240" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/antonioni-300x240.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/antonioni.jpg 720w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Si inaugura in una galleria di Piazza di Pietra – <a href="http://www.arte.it/calendario-arte/roma/mostra-michelangelo-antonioni-pittore-20787">Galleria Anfosso</a> – una mostra di quadri di Michelangelo Antonioni. Se ne parla come se fosse la prima volta, uno svelamento. Ma non è così, non la prima volta che vengono mostrati, e per di più in quella stessa piazza. È però la prima volta senza Michelangelo. I suoi quadri sono cioè diventati merce, oggetti orfani confondibili con altri oggetti, indipendentemente dalla loro qualità, perché scorrono sullo stesso nastro scorrevole in cui tutto ciò che è “cosa” scorre. Quello che mi colpisce, come ogni volta, è la nostra ormai sistematica mancanza di memoria, e la nostra continua disponibilità alla baldoria degli “eventi”.</p>
</div>
</div>
</article>
<p><span id="more-57544"></span></p>
<div class="clearfix author-box">
<p style="text-align: justify;">Pochissimo conosciuti alla maggior parte del pubblico, i quadri di Antonioni a cui si dedicò con passione poco dopo il Duemila, furono già esposti a Piazza di Pietra in una grande mostra, allestita da Renzo Piano, col bel titolo <em>Silenzio a colori</em>. Il luogo scelto per mostrare il cinema silenzioso di Antonioni era non a caso il luogo  del rumore più persistente, il fragore metafisico oltre che sonoro della Borsa, come si vede nel suo film <em>L’Eclisse. </em>Era il il 30 settembre del 2006, giorno dell’ultimo compleanno, il 94°, di Michelangelo Antonioni. La sera del vernissage, il silenzioso Michelangelo passava tra la gente, nella sua carrozzina, e quando i commenti e le esclamazioni di fronte ai suoi quadri da parte di qualcuno che conosceva erano troppo insistenti, faceva con la dita della mano il segno di quando tocchi e fai frusciare i soldi, come se dicesse, sornione: “Allora comprateli, no?</p>
<p style="text-align: justify;">Di quello che scrissi all’epoca, sia nel catalogo che in due pagine dedicate all’evento sulle pagine domenicali de <em>la Repubblica</em>, per comodità scelgo la  versione, più breve, quella uscita sul giornale:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.beppesebaste.com/i-quadri-di-michelangelo-antonioni/" target="_blank">http://www.beppesebaste.com/i-quadri-di-michelangelo-antonioni/</a></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Avendo avuto il privilegio di far visita spesso a lui e ai suoi quadri in vista del testo che avrei scritto per il catalogo, quel giorno lo trascorsi in compagnia del maestro, fin dal pranzo di compleanno organizzato da Felice Laudadio alla Casa del Cinema, con pochi intimi. È dell’inverno scorso la  mia scoperta, in casa di un anziano e celebre fotografo nella città vecchia di Calcutta, Nemai Ghosh – già amico di Antonioni – che tutto di quel giorno era stato documentato da  sue fotografie (<em>v. qui sotto</em>). Coincidenza,  le sue fotografie dedicate a Michelangelo Antonioni sono esposte proprio in questo periodo a Calcutta, a cura del consolato d’Italia. (Ho raccontato quella agnizione, quasi un’avventura metafisica alla Corto Maltese, per la rivista <em>il Reportage</em>:  <strong><a href="http://www.beppesebaste.com/silenzio-a-calcutta-per-michelangelo-antonioni-e-nemai-ghosh/" target="_blank">http://www.beppesebaste.com/silenzio-a-calcutta-per-michelangelo-antonioni-e-nemai-ghosh/</a></strong> )</p>
<p><a href="http://www.beppesebaste.com/wp-content/uploads/2015/10/antonioni-compleanno-in-mostra.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-6845 size-medium" src="http://www.beppesebaste.com/wp-content/uploads/2015/10/antonioni-compleanno-in-mostra-720x540.jpg" alt="antonioni compleanno in mostra" width="720" height="540" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Adesso, in questa seconda mostra che tutti accolgono come se fosse la prima e unica, c’è un nuovo catalogo in cui appare la testimonianza recente di Enrica Fico Antonioni, che di Antonioni fu moglie e compagna. È un testo molto bello, che riporto qui integralmente:</p>
<p style="text-align: justify;">“Michelangelo è pittore. Certo che è un pittore. Ha sempre dipinto, ha sempre guardato come un pittore, ha guardato i colori, colto le sfumature, la bellezza dei paesaggi e dei volti, dei muri e della luce rarefatta, si è soffermato a gioire dell’armonia degli alberi fioriti o delle dune del deserto, ha ammirato l’estro nelle tele dei più grandi artisti, ma quello che ha guardato più di tutto è stato l’uomo che guarda, che dispone, che medita, come è scritto in una lettera di Giorgio Morandi a lui indirizzata. Per questo credo sia diventato regista, perché la curiosità di scoprire i sentimenti era più forte di tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è stato il suo compito, scavare nell’animo umano, a costo di incontrare una grande sofferenza. L’impegno che ha messo nel cinema è stato lo stesso che ha messo nella vita. Ha seguito una caparbia volontà di voler capire, di voler capire tutto. E io credo che alla fine ci sia arrivato a capire tutto. Avvolto nel suo morbido scialle color rosso fuoco, alla sua tarda età, il suo sguardo sapeva andare molto lontano e sapeva adagiarsi gentile sui colori delle sue ultime tele, finalmente libero, libero di giocare nella forma e nello spazio, nel colore puro o composto sapientemente, nella condizione che lo rendeva felice, quella astratta. Dipingere per lui era una gran gioia. I momenti dedicati alla pittura sembravano liberi dal tormento che il cinema poteva dargli, insieme alla soddisfazione di saper fare il mestiere che amava di più, ma che lo metteva sempre alla prova.<br />
Nei suoi ultimi anni, dal 2001, ha deciso di dedicare alla pittura tutto il tempo che gli rimaneva. Era al suo tavolo di lavoro tutto il giorno e tutti i giorni, assorbito nel colore, nella forma, nel silenzio, nella quiete del suo respiro. L’eleganza dei suoi gesti era disarmante, come sempre.<br />
La sua casa, la nostra casa si è riempita di colori e di improvvisa giovinezza. Invece di invecchiare sembrava affrontare il viaggio verso la morte immerso nella bellezza, quando dipingeva l’aria intorno a lui diventava leggera e sembrava che tutto quello che aveva imparato, osservato, letto, capito, si potesse disporre in un rosso, in un verde, nell’accostamento di molti colori, a volte mischiati e cercati per ore. Lui che stava perdendo la vista si è lasciato riempire le pupille di luce colorata e ha raffinato sempre di più il suo sguardo, per riuscire a vedere meglio quasi come con un senso superiore. Come quando una volta siamo usciti dal Prado, dopo essere stati giorni davanti a Velasquez, mi ha detto ‘ora vedo in modo completamente diverso’.<br />
La pittura che ha guardato lo ha sempre influenzato. La bellezza e l’eleganza lo hanno strutturato, cominciando dalla sua città, Ferrara. Per capire veramente Antonioni bisogna andare a Ferrara, la notte, con la nebbia o al tramonto per gustare il colore caldo dei muri di cotto sempre coperti da un velo di grigio. Nelle piazze di Ferrara si trova la pittura che ha voluto ricreare nei suoi fotogrammi. Le piazze vuote, il deserto dei sentimenti, il rumore dei passi di camminate solitarie, percorsi vuoti all’interno di sé stessi. Il De Chirico che si rivela a Ferrara era anche appeso alle pareti della sua casa romana, insieme a Morandi, a Bacon a Balla, Feininger, Baumeister. Una discreta collezione.<br />
Il bianco e nero dei suoi film era costruito per essere infinitamente ricco di sfumature, composto da centinaia di grigi. Una fotografia pastosa che rendeva i volti di pelle di pesca, gli abiti fruscianti nelle loro pieghe. Aveva il gusto di una ricerca della fotografia nitida, quasi come la percezione dell’occhio, studiata con i più grandi maestri, quelli che hanno insegnato a tutti. Con loro, Gianni di Venanzo, Enzo Serafin, Michelangelo ha conosciuto le scale dei grigi e la ricchezza della luce.<br />
Poi è venuto il momento di cedere al colore, di allontanarsi dalla nebbia, anzi di raccontarla con un occhio più distaccato. Si doveva preparare a raccontare le percezioni della sua natura più adulta, quella dell’uomo che sa stare nel deserto, o solo in una stanza deserta, di un uomo che non vuole appartenere a nessuna città, a nessun paese, per poter raccontare lucidamente di ogni cosa che vede.<br />
Con <em>Il deserto rosso</em> si è veramente affermato pittore. Ha letteralmente dipinto i suoi set, i fotogrammi sono diventati tele. I colori esprimono i sentimenti, ancora di più della posizione della macchina da presa. L’angoscia è grigia, l’amore è rosa. Sembra così semplice, ma è grigia anche la faccia di chi vende la frutta su un carretto anch’esso grigio, in una strada tutta grigia. Poi negli interni, col pretesto di raccontare le impressioni di un personaggio psicopatico, si concede a dipingere le pareti nella ricerca dei blu, dei viola, i verdi. Esprime la sua voglia di essere pittore. Come Rothko che aveva visitato nel suo studio a New York nel 1962, per l’uscita de <em>L’Eclisse</em>.<br />
Raramente Michelangelo riconosceva una grandezza negli artisti suoi contemporanei, invece considerava i quadri di Rothko superbi. Gli scriveva del quadro N.19, esposto alla mostra di Roma nel 1962: quest’opera è di una purezza e di una forza fenomenali, c’è tutto l’acciaio di New York nel colore del quadrato superiore, così isolato dal fondo scuro: ti dà il panico, un panico cosmico. Questa è l’angoscia dipinta. Straordinario.<br />
E ancora, in un’altra lettera. Caro Rothko, io e lei facciamo lo stesso mestiere: lei dipinge e io filmo il niente.<br />
E’ stato quel dipingere il niente che lo rendeva felice. Solo immerso nel colore ha creato superfici che potevano parlare il suo linguaggio, di nuovo trovare un’armonia, un canto senza parole”.</p>
<p style="text-align: justify;">La Castellina, 17 Agosto 2015</p>
<p style="text-align: justify;"> Il giorno della conferenza stampa di questa nuova mostra in una galleria privata, mi è venuto il ricordo di quella del 2006, dove mi fu chiesto di parlare. Quello che improvvisai doveva essere interiormente importante per me se dopo anni si è sedimentato in una pagina del mio nuovo romanzo,  <strong>Fallire. Storia con  fantasmi</strong>, di cui gli Anni Zero scandiscono i capitoli. Credo che quelle parole spieghino in qualche modo anche la nostra mancanza di memoria, dato il nostro stile di vita a imitazione di una tv che non viene mai spenta, e  che cancella se stessa ogni momento che passa. È un’altra idea del tempo, di ritmo, di lentezza, che rimandano sia il cinema che la pittura di Antonioni. Siamo ancora in grado di capirla, di accoglierla? Dunque, nel capitolo dedicato al 2006 del mio nuovo libro, a pag. 120-21 si legge questo, dedicato a Michelangelo Antonioni e all’illuminante subbuglio che condividere un po’ con lui creò dentro di me:</p>
<p><a href="http://www.beppesebaste.com/wp-content/uploads/2015/10/pag.121-su-antonioni.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-6833 size-full aligncenter" src="http://www.beppesebaste.com/wp-content/uploads/2015/10/pag.121-su-antonioni.jpg" alt="pag.121 su antonioni" width="350" height="466" /></a></p>
<p>“… Noi, dici, stiamo ancora aspettando che quei frammenti, oggetti senza più uso né scopo, finiscano di cadere. Non guardiamo verso l’alto per paura o per vergogna, e li aspettiamo sapendo che nulla d’importante, in nessun ambito, è nel frattempo avvenuto, nonostante il brusio e la nebbia di eventi. Nulla tranne questo cadere di cui da anni redigiamo il catalogo… ” (pag. 121).</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="author-bio">[articolo apparso su <a href="http://www.beppesebaste.com" target="_blank">www.beppesebaste.com</a> il 28/10/2015]</div>
</div>
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		<title>Miti Moderni/ 4: mondi possibili</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Dec 2014 06:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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		<category><![CDATA[Miti Moderni]]></category>
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					<description><![CDATA[di: Francesca Fiorletta Nei mondi possibili non esiste il passato, ciascuno si sveglia ogni mattina con gli occhi lividi e caldi, vuoti di sogni, le ciglia lucenti come una tabula rasa, e le giornate trascorrono tutte uguali, tutte diverse, all’insegna di un infaticabile e soporifero istinto di conservazione, lungo la linea gotica del presente progressivo. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_50161" aria-describedby="caption-attachment-50161" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-50161" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/Luigi-Ghirri-03-300x228.jpg" alt="Luigi Ghirri, Salisburgo, 1977" width="300" height="228" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/Luigi-Ghirri-03-300x228.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/Luigi-Ghirri-03.jpg 500w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-50161" class="wp-caption-text">Luigi Ghirri, Salisburgo, 1977</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">di: <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nei mondi possibili non esiste il passato, ciascuno si sveglia ogni mattina con gli occhi lividi e caldi, vuoti di sogni, le ciglia lucenti come una tabula rasa, e le giornate trascorrono tutte uguali, tutte diverse, all’insegna di un infaticabile e soporifero istinto di conservazione, lungo la linea gotica del presente progressivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei mondi possibili l’amore di giacenza si fa in mezzo alle stelle, col profumo di tiglio e le foglie d’arancio nelle orecchie.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei mondi possibili è essenziale l’alveare, il nido preparato coi cuscini per la fuga, la tisana della buonanotte servita fredda, col vino bianco, il bacio d’addio rubato tra i muschi e i licheni della seta.<span id="more-50160"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Nei mondi possibili non esistono elettrodomestici da riparare, il risciacquo dell’oblò non infeltrisce i maglioni di lana, i calici da tè non configgono con le posate da portata multietnica, quando suona per la strada il villano clacson dell’oblio.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei mondi possibili non urge firmare alcun contratto a tempo indeterminato, non si ratifica l’affitto ultraterreno dei posti letto in camera doppia con l’uso del balcone e del frigobar, non si stampano le ricevute dell’analista parlamentare, non si incancrenisce la pustola del pus sotto gli alluci divini, mangiati  a stento dalle pozzanghere di pioggia.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei mondi possibili non ci si annoia quasi mai con l’intrattenimento del prime time fuori formato, non passa in streaming l’ultimo film di quel regista ungherese prossimo alla pensione d’invalidità, non si obliterano le raccomandazioni in carta da bollo da spedire ai figli emigrati troppo presto, previa posta prioritaria, intransigente.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei mondi possibili i treni regionali volano sulle rotaie fatte di vapore, la pioggia acida sale sul cruscotto dell’automobile aziendale, direttamente congestionata dall’asfalto bollente di formiche, con l’ausilio di certi piccoli cerchi concentrici, a getto continuo, mentre il solleone riscalda le piscine coperte e i bambini non si ammalano mai di tosse cronica.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei mondi possibili l’usura del tempo lubrifica le giunture, rinsalda i legni ossidi venati col carbonio, spalma la cera lacca sui capelli già bagnati con l’impacco dell’aloe purificante, e si affetta la carta da parati coi guanti di stoffa.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei mondi possibili l’irriverenza asettica è una virtù deprecabile, la forza di gravità resta al solito non pervenuta, nel salotto del dentista, gli occhiali a specchio arrivano a costituire l’unico oggetto di culto per la moda zingara dell’ultimo secolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei mondi possibili inquadriamo tutti e otto gli annosi vizi teologali, erano molti di più, ma qualcuno è andato perso tra la folla del tempo e delle stagioni, senza filtrare mai dal basso, a manovella, il tepore prostatico e la geografia umbratile dei venti nani da giardino.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei mondi possibili si respira la musica new age, si ballano i poemi cavallereschi, si leggono le fotografie sbiadite direttamente immerse nel liquido amniotico della camera iperbarica.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei mondi possibili la cefalea si cura col tango, le analisi del sangue si fanno al luna park.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei mondi possibili per fare una telefonata basta avvicinare i palmi delle mani alle orecchie, e chiedere ai centralinisti del mare un calendario di appuntamenti in ritardo, le caselle evidenziate con le conchiglie.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei mondi possibili la tombola si gioca a ferragosto, il bridge è lo sport dei bambini normodotati, per i supereroi c’è il campionato di tennis in scatola.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei mondi possibili non esiste nemmeno il futuro, non ci si perde mai per strada, nessuno vuole arrivare davvero nel luogo prefissato, tutti dormono completamente immersi nell’acqua termale, a scanso di equivoci, dimentichi del resto.</p>
<p>(<a title="I mondi paralleli potrebbero esistere davvero. La fisica spiega il perché" href="http://www.repubblica.it/scienze/2014/11/30/news/i_mondi_paralleli_potrebbero_esistere_davvero_la_fisica_spiega_il_perch-100639051/?fb_action_ids=10205673663950361&amp;fb_action_types=og.recommends&amp;fb_source=feed_opengraph&amp;action_object_map=%7B%2210205673663950361%22%3A858791757486433%7D&amp;action_type_map=%7B%2210205673663950361%22%3A%22og.recommends%22%7D&amp;action_ref_map=%5B%5D">http://www.repubblica.it/scienze/2014/11/30/news/i_mondi_paralleli_potrebbero_esistere_davvero_la_fisica_spiega_il_perch-100639051/</a>)</p>
<p><a title="I mondi paralleli potrebbero esistere davvero. La fisica spiega il perché" href="http://www.repubblica.it/scienze/2014/11/30/news/i_mondi_paralleli_potrebbero_esistere_davvero_la_fisica_spiega_il_perch-100639051/?fb_action_ids=10205673663950361&amp;fb_action_types=og.recommends&amp;fb_source=feed_opengraph&amp;action_object_map=%7B%2210205673663950361%22%3A858791757486433%7D&amp;action_type_map=%7B%2210205673663950361%22%3A%22og.recommends%22%7D&amp;action_ref_map=%5B%5D"> </a></p>
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		<title>IMPUDENZE 2</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Aug 2011 07:07:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Piergiorgio Odifreddi Ieri e oggi Avvenire ha dedicato articoli alla questione. Sostanzialmente, argomentando che la Chiesa già paga tutte le tasse dovute per legge, e non è dunque tecnicamente un evasore. Essi fingono ovviamente di non capire che il problema sono invece, da un lato, le leggi che garantiscono principesche esenzioni. E, dall’altro lato, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Piergiorgio Odifreddi<br />
Ieri e oggi Avvenire ha dedicato articoli alla questione. Sostanzialmente, argomentando che la Chiesa già paga tutte le tasse dovute per legge, e non è dunque tecnicamente un evasore. Essi fingono ovviamente di non capire che il problema sono invece, da un lato, le leggi che garantiscono principesche esenzioni. E, dall’altro lato, quelle che forniscono principesche elargizioni.<br />
La “sconcertante assenza totale di fonti che i lettori possano controllare” è invece il seguente elenco, che non ho problemi a ripubblicare. Ricordando che si tratta di cifre tratte dal Secondo rapporto sulla laicità pubblicato da Critica liberale nel gennaio-febbraio 2006, e dal rapporto Enti ecclesiastici: le cifre dell’evasione fiscale dell’Ares (Agenzia di Ricerca Economica e Sociale) del 7 settembre 2006.<br />
Dunque, al miliardo di euro dell’8 per mille dei contribuenti, che molti credono ingenuamente essere l’unica elargizione statale alla Chiesa, va aggiunta ogni anno una cifra dello stesso ordine di grandezza sborsata dal solo Stato (senza contare regioni, province e comuni) nei modi più disparati.<span id="more-39940"></span><br />
Nel 2004, ad esempio, sono stati elargiti 478 milioni di euro per gli stipendi degli insegnanti di religione, 258 milioni per i finanziamenti alle scuole cattoliche, 44 milioni per le cinque università cattoliche, 25 milioni per la fornitura dei servizi idrici alla Città del Vaticano, 20 milioni per l’Università Campus Biomedico dell’Opus Dei, 19 milioni per l’assunzione in ruolo degli insegnanti di religione, 18 milioni per i buoni scuola degli studenti delle scuole cattoliche, 9 milioni per il fondo di sicurezza sociale dei dipendenti vaticani e dei loro familiari, 9 milioni per la ristrutturazione di edifici religiosi, 8 milioni per gli stipendi dei cappellani militari, 7 milioni per il fondo di previdenza del clero, 5 milioni per l’Ospedale di Padre Pio a San Giovanni Rotondo, 2 milioni e mezzo per il finanziamento degli oratori, 2 milioni per la costruzione di edifici di culto, e così via.<br />
Aggiungendo a tutto ciò una buona fetta del miliardo e mezzo di finanziamenti pubblici alla sanità, molta della quale è gestita da istituzioni cattoliche, si arriva facilmente a una cifra complessiva annua di almeno tre miliardi di euro. Ma non è finita, perchè a queste uscite vanno naturalmente aggiunte le mancate entrate per lo Stato dovute a esenzioni fiscali di ogni genere alla Chiesa, valutabili attorno ad altri sei miliardi di euro.<br />
Gli enti ecclesiastici sono infatti circa 59.000 e posseggono circa 90.000 immobili, adibiti agli scopi più vari: parrocchie, oratori, conventi, seminari, case generalizie, missioni, scuole, collegi, istituti, case di cura, ospedali, ospizi, e così sia. Il loro valore ammonta ad almeno 30 miliardi di euro, ma essi sono esenti dalle imposte sui fabbricati, sui terreni, sul reddito delle persone giuridiche, sulle compravendite e sul valore aggiunto (Iva).<br />
Come se non bastasse, alle esenzioni fiscali statali si aggiungono anche quelle comunali: ad esempio dall’Ici, “Imposta Comunale sugli Immobili”, in quanto gli enti ecclesiastici si autocertificano come “non commerciali”. La Legge n. 248 del 2006, approvata sotto il governo Prodi, garantisce infatti l’esenzione dall’Ici agli enti “non esclusivamente commerciali”.<br />
In tal modo i comuni italiani perdono un gettito valutato intorno ai 2 miliardi e 250 milioni di euro annui. La Santa Sede possiede infatti un enorme patrimonio immobiliare anche fuori della Città del Vaticano, in parte specificato dal Trattato del 1929: dal palazzo del Sant’uffizio a Piazza San Pietro a quello di Propaganda Fide a Piazza di Spagna, dall’Università Gregoriana al Collegio Lombardo, dalla Basilica di San Francesco ad Assisi a quella di Sant’Antonio a Padova, da Villa Barberini a Castelgandolfo all’area di Santa Maria di Galeria che ospita la Radio Vaticana, e che da sola è più estesa del territorio dell’intero Stato (44 ettari).<br />
Ma questi non sono che i gioielli della corona di una multinazionale che nel 2003 disponeva nella sola Italia di 504 seminari e 8.779 scuole, suddivise in 6.228 materne, 1.280 elementari, 1.136 secondarie e 135 universitarie o parauniversitarie. Oltre a 6.105 centri di assistenza, suddivisi in 1.853 case di cura, 1.669 centri di “difesa della vita e della famiglia”, 729 orfanotrofi, 534 consultori familiari, 399 nidi d’infanzia, 136 ambulatori e dispensari e 111 ospedali, più 674 di altro genere.<br />
I dati sono vecchi di qualche anno. Ma sappiamo tutti che i privilegi della Chiesa sono addirittura aumentati sotto il governo Berlusconi, grazie alla mediazione diretta di letterali “gentiluomini di Sua Santità” di provata fede, e altrettanto provata immoralità: ad esempio, Gianni Letta e Angelo Balducci, rispettivamente Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e Presidente Generale del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici.</p>
<p>Da Repubblica, 28/08/11</p>
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		<title>SATANISMO SUL WEB</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Jul 2011 21:08:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni Leggo su Repubblica di ieri, che il diavolo dilaga via Internet. Definito “un fenomeno sempre più in voga, quello dei gruppi e delle discussioni via Internet su tematiche a sfondo diabolico”, sta prendendo sempre più piede tra i giovanissimi. &#8220;In effetti &#8211; spiega don Gabriele Nanni, sacerdote che ha praticato esorcismi per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>Leggo su Repubblica di ieri, che il diavolo dilaga via Internet. Definito “un fenomeno sempre più in voga, quello dei gruppi e delle discussioni via Internet su tematiche a sfondo diabolico”, sta prendendo sempre più piede tra i giovanissimi.<br />
&#8220;In effetti &#8211; spiega don Gabriele Nanni, sacerdote che ha praticato esorcismi per molti anni e in varie parti del mondo &#8211; fino a non molto tempo fa questo era un fenomeno di nicchia. Con l&#8217;avvento di Internet e soprattutto dei social network, il fenomeno si è diffuso tra gli adolescenti e ormai il diavolo viene evocato anche attraverso il web&#8221;.<br />
Chi sono, mi domando, questi adolescenti italiani? Non sono forse stati educati con l’ora di catechismo di stato dalla prima elementare alla terza media, e magari anche con un supplemento annuale di due ore settimanali di “dottrina”, a dieci anni di età, in preparazione alla cresima e alla prima comunione? Ore durante le quali è stato loro insegnato che:<br />
&#8211; si può nascere da una vergine<br />
&#8211; si può essere figli di un dio<br />
&#8211; si può risorgere dopo la morte<span id="more-39506"></span></p>
<p>E’ stata pertanto decisa, continua l’articolo di Repubblica, l&#8217;istituzione di più corsi, presso l&#8217;Ateneo Pontificio romano Regina Apostolorum, per i sacerdoti esorcisti con l&#8217;obiettivo di sconfiggere le &#8216;demoniache presenze&#8217;. Il diavolo, rivela don Gabriele Nanni, ha una diffusione che varia a seconda della geografia, nel senso che ci sono paesi più colpiti di altri da Satana. &#8220;Ci sono paesi &#8211; spiega don Gabriele &#8211; dove il contatto satanico è più diffuso per antica tradizione o per una nuova stagione di contatti&#8221;. I più colpiti &#8220;sono quelli che lottano contro il maligno perché chi vive nella fede è anche il maggior antagonista del diavolo&#8221;.<br />
&#8220;C&#8217;è un&#8217;alta percentuale di chiamate che arrivano in vicariato a Roma in cui si chiede l&#8217;intervento dell&#8217;esorcista&#8221;, dice padre Cesare Truqui, veterano tra gli organizzatori dei corsi per esorcisti. L&#8217;argomento è talmente sentito che la diocesi di Frascati ha stilato addirittura un vademecum per difendersi da Satana. In esso, si spiega che ci sono preghiere da recitare &#8220;in casi di minore influsso del demonio&#8221;. Si tratta, spiegano, di &#8220;una raccolta di preghiere da recitarsi privatamente da parte dei fedeli, quando essi sospettano con fondatezza di essere soggetti ad influssi diabolici&#8221;.<br />
La diocesi ragguaglia anche sulle modalità di azione del diavolo. Di solito, spiegano, “sul web opera attraverso la tentazione e l&#8217;inganno; è mentitore. Può ingannare, indurre all&#8217;errore, illudere. Come Gesù è la Verità, così il diavolo è il bugiardo per eccellenza&#8221;. Nel dubbio sulla presenza di un influsso diabolico, &#8220;è necessario rivolgersi prima di tutto al discernimento dei sacerdoti esorcisti e ai sostegni di grazia offerti dalla Chiesa soprattutto nei Sacramenti&#8221;.</p>
<p>Se penso a questi adolescenti che si lasciano attrarre da satanismo e messe nere… Non vorrei offendere il sentimento di nessuno, ma la radice culturale misterica, irrazionale è mutuata da quelle “bianche”. E pure il lessico.<br />
Invece dell’ora di catechismo di stato &#8211; promulgato da insegnanti scelti dai vescovi e pagati dal contribuente italiano, aventi anche la possibilità, su semplice richiesta, di “passare” ad insegnare storia e filosofia &#8211;  sono favorevole all’insegnamento di un’ora di etica, basata sul rispetto della ragione e della natura, sullo studio armonico delle scienze,  dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, della biologia e dell’astrofisica. Occorre sostenere una educazione sanamente laica, nel rispetto della natura &#8211; intesa come la physis dei greci, l’essenza da cui tutto si genera e a cui tutto ritorna &#8211; e del metodo della scienza: della prova e della verifica. Un’educazione seria e rigorosa. Più seria e rigorosa di quella che impone l’irrazionale con nascite divine e resurrezioni. Un’educazione in cui, fin dall’inizio, si concepisca la vita con la morte, in inscindibile unità. Un’educazione alla natura e al relativo: quella che Keats definisce la negative capability: l’educazione al dubbio e alla verifica, alla mancanza di assoluti. Liberandoci una buona volta da quella gabbia organizzativa e dogmatica calata da Paolo in poi sul pensiero greco e su certi comportamenti etici normati dalla cultura ebraica.<br />
Altrimenti continuerà a lievitare fino a fagocitarci questo mostro di consumismo e padre Pio, di miracoli e volgarità, di ingiunzioni dogmatiche, satanismo e banalità a cui abbiamo lasciato campo libero.<br />
Nelle scuole italiane la resurrezione e il principio di gravitazione universale vengono trasmessi come se fossero verità analoghe, dalle stesse cattedre. Perché manca un vero convincimento laico, una vera forza culturale volta a rifondare gli insegnamenti: per l’appunto, un’etica. Laica.</p>
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		<title>SANTI TUTTI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 May 2011 18:40:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di MARCO PASQUA LA Curia di Palermo vieta una veglia di preghiera per le vittime dell&#8217;omofobia, in programma il 12 maggio nella parrocchia di Santa Lucia. Un appuntamento organizzato da &#8220;Ali D&#8217;Aquila&#8221;, un gruppo di cristiani gay e lesbiche, nell&#8217;ambito delle celebrazioni per il Palermo Pride, e che aveva potuto contare sull&#8217;appoggio del parroco, don [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di MARCO PASQUA</p>
<p>LA Curia di Palermo vieta una veglia di preghiera per le vittime dell&#8217;omofobia, in programma il 12 maggio nella parrocchia di Santa Lucia. Un appuntamento organizzato da &#8220;Ali D&#8217;Aquila&#8221;, un gruppo di cristiani gay e lesbiche, nell&#8217;ambito delle celebrazioni per il Palermo Pride, e che aveva potuto contare sull&#8217;appoggio del parroco, don Luigi Consonni. Al religioso, un missionario comboniano, è arrivato però lo stop dall&#8217;alto: l&#8217;arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, e il vescovo ausiliare, Carmelo Cuttitta, gli hanno imposto di ritirare l&#8217;autorizzazione per l&#8217;utilizzo dei locali della parrocchia. Un divieto che è stato ispirato ai principi contenuti nella Lettera ai vescovi della chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omossessuali dell&#8217;1 ottobre 1986, firmata dall&#8217;allora cardinale Joseph Ratzinger.<span id="more-38969"></span><br />
La veglia, che vuole ricordare le vittime dell&#8217;omofobia in Italia e nel mondo, non è la prima del genere a Palermo: ce ne sono state almeno altre quattro, a partire dal 2007. La novità, rispetto agli altri anni, è che quella del 12 maggio era stata inserita nel calendario degli eventi collegati al Palermo Pride, la manifestazione organizzata in difesa dei diritti delle persone Glbt e che culmina nella parata per le vie del centro storico, il 21 maggio. Un&#8217;associazione che la Curia evidentemente non ha gradito e che ha voluto respingere con questo divieto. Oltre al gruppo di omosessuali cristiani Ali D&#8217;Aquila, il momento di preghiera è stato organizzato anche dalla comunità di S. Francesco Saverio all&#8217;Albergheria, dalla Chiesa Valdese dello Spezio, e dalla Chiesa Evangelica Luterana.<br />
&#8220;La chiesa ci aveva concesso i locali &#8211; spiegano gli organizzatori di Ali D&#8217;Aquila, gruppo nato nel 2009 &#8211; e francamente siamo tristi e indignati per questo veto, che ci è stato comunicato da don Luigi Consonni, e neanche dall&#8217;arcivescovo. Con la nostra preghiera volevamo ricordare quanti soffrono a causa del pregiudizio omofobico&#8221;. Don Luigi Consonni, che è arrivato nella chiesa di Santa Lucia nel settembre dello scorso anno, ha voluto informare del divieto la sua comunità religiosa pubblicando una sintetica nota sul sito della parrocchia: &#8220;La Curia di Palermo, venuta a conoscenza dell&#8217;iniziativa, mi ha invitato al pieno rispetto delle norme date dalla Santa Sede al n. 17 del documento Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali dell&#8217;1/10/1986. Quindi mi è stato chiesto di annullare l&#8217;incontro di preghiera del giorno 12 p. v. nella parrocchia di Santa Lucia&#8221;.<br />
Un documento, quello cui si appella la Curia di Palermo, che prevede, per le persone omosessuali, un&#8217;assistenza anche di natura medica e psicologica, secondo quanto previsto dall&#8217;allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Joseph Ratzinger. Del resto, anche in altre sedi &#8211; le Nazioni Unite &#8211; il Vaticano si è contraddistinto per non aver voluto votare a favore della depenalizzazione del reato di omosessualità, mentre l&#8217;arcivescovo Silvano Tomasi, rappresentante della Santa Sede all&#8217;Onu, si è recentemente espresso contro il &#8220;vittimismo&#8221; degli omosessuali, in difesa del diritto di &#8220;criticare le unioni tra persone dello stesso sesso&#8221;.</p>
<p>Paola Concia, deputata lesbica del Pd, chiede intanto di poter subito incontrare l&#8217;arcivescovo di Palermo: &#8220;Il suo è un gesto cattivo, disumano. Con questo divieto offende i tanti cattolici omosessuali che ci sono. Voglio incontrarlo e voglio che mi spieghi, guardandomi negli occhi, perché vuole vietare una veglia il cui fine è, tra le altre cose, ricordare chi è morto per colpa dell&#8217;omofobia. Non voglio credere che le gerarchie ecclesiastiche si siano ridotte a questo. Perché non pensano al vero messaggio di Gesù e del Vangelo?&#8221;. Duro anche il commento di Arcigay, che, naturalmente, aveva incoraggiato e supportato questo momento di preghiera: &#8220;Siamo stupiti e addolorati. E&#8217; un veto che cancella la sofferenza di vittime inermi, di quegli stessi deboli che il Cardinale e la Chiesa si dicono votati a difendere senza distinzioni. La proibizione è anche un atto di aggressività, nella sua complicità a coloro che diffondono omofobia e odio&#8221;, afferma Daniela Tomassino presidente di Arcigay Palermo e portavoce del Palermo Pride. &#8220;Vietare una preghiera per le vittime dell&#8217;omofobia è solo l&#8217;ultimo degli insulti che le gerarchie rivolgono a gay, lesbiche e trans italiane&#8221;, attacca Paolo Patanè, presidente nazionale di Arcigay, che dice: &#8220;La Chiesa con quest&#8217;atto che vorrebbe mettere a tacere le vittime di un orrore quotidiano mostra, ancora una volta, di essere complice e grande sponsor dell&#8217;avversione alla dignità di milioni di persone&#8221;.</p>
<p>Il gruppo Ali D&#8217;Aquila ha comunque deciso che, d&#8217;intesa con gli altri movimenti che hanno aderito all&#8217;iniziativa, terrà comunque la veglia, presumibilmente di fronte alla chiesa, alle 21 dello stesso giorno: &#8220;Continueremo a pregare, anche davanti a porte che ci vengono chiuse&#8221;.</p>
<p>da Repubblica 06 maggio 2011</p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.40</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Mar 2011 07:38:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Fabrizio Tonello Mercoledi 2 marzo, commentando un articolo delle pagine culturali di Repubblica in cui si parlava di Giuda, la trasmissione Pagina Tre ha definito l’apostolo rinnegato “una figura controversa”. Proprio così: “controversa”. Giuda Iscariota. Secondo il mio dizionario “Devoto-Oli, una cosa è “controversa” quando esistono in merito opinioni differenti. Dal che devo dedurre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/giuda_giotto_s.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/giuda_giotto_s.jpg" alt="" title="giuda_giotto_s" width="293" height="319" class="alignleft size-full wp-image-38345" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/giuda_giotto_s.jpg 293w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/giuda_giotto_s-275x300.jpg 275w" sizes="auto, (max-width: 293px) 100vw, 293px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Mercoledi 2 marzo, commentando un articolo delle pagine culturali di <em>Repubblica</em> in cui si parlava di Giuda, la trasmissione <em>Pagina Tre</em> ha definito l’apostolo rinnegato “una figura controversa”. Proprio così: “controversa”. </p>
<p>Giuda Iscariota.</p>
<p>Secondo il mio dizionario “Devoto-Oli, una cosa è “controversa” quando esistono in merito opinioni differenti. Dal che devo dedurre che ci sono dei fanatici di Giuda, dei sostenitori di Giuda, dei critici moderati di Giuda e  dei “cerchiobottisti” su Giuda, questi ultimi guidati da Pigi Battista: aspettiamo un editoriale del <em>Corriere</em> in merito.<br />
<span id="more-38344"></span><br />
Per dare voce ai sostenitori di Giuda si potrebbe organizzare una bella puntata di <em>Porta a porta</em>, in cui Sgarbi e la Santanchè difenderebbero Giuda, mentre il compito di illustrare le ormai screditate tesi dei Vangeli sul suo presunto tradimento sarebbe affidato a Nicole Minetti (se costei fosse trattenuta dalle sue vicende giudiziarie, anche Alba Parietti potrebbe andare bene).</p>
<p>L’idea di definire Guda “una figura controversa” apre la strada a interessanti sviluppi sulle cosiddette pagine culturali: a quando una serie sui meriti di Hitler, una “figura complessa”? E possiamo fare a meno di un’approfondita inchiesta sull’umanesimo di Pol Pot, sicuramente una “figura da rivalutare”? Non vi piacerebbe un reportage sulla “dubbia figura” di Tamerlano, visto dal punto di vista di una delle sue guardie del corpo?</p>
<p>Una “figura controversa” è stata probabilmente anche Stalin, quanto meno fino al 1956, quando Krusciov fornì alcuni particolari sui processi di Mosca e i gulag. Sono passati 55 anni (cifra tonda) è il momento per rimettere in discussione le semplificazioni opera della propaganda imperialista.</p>
<p>Sono sicuro che Giuliano Ferrara non si farebbe pregare per pubblicare un ritratto di Torquemada visto dal suo fornitore di legna da ardere e fiammiferi (una “figura dubbia”) e Vittorio Feltri, tornato a scrivere dopo la fine della sospensione di tre mesi inflittagli da quei feroci giacobini dell’Ordine dei giornalisti, potrebbe recuperare in chiave positiva una “figura affascinante” come il Dr. Josef Mengele. Quanto ad Alessandro Sallusti, pare sia già in produzione un canotto gonfiabileda allegare al numero del 1° luglio del suo Giornale: avrà le fattezze di un’altra &#8221; figura tragica&#8221;: Benito Mussolini. </p>
<p>L’ingiustamente calunniato Jack lo Squartatore non era forse una “figura controversa” anche lui? E Jeffrey Dahmer (quello che si mangiava gli ex morosi tenuti qualche tempo nel freezer) non potrebbe essere definito una “figura discussa”?</p>
<p>Tra gli intellettuali italiani c’è ormai un consenso generalizzato sul carattere violento e totalitario delle “verità precostituite” della sinistra, quindi Piero Ostellino potrebbe intervenire su Giuda per difendere il principio liberale “meglio 30 denari che un pugno sui denti” mentre il ministro Biondi scriverebbe su: “Il caso Iscariota: la verità 2000 anni dopo” e Susanna Tamaro potrebbe tornare ai fasti degli anni Ottanta con il nuovo libro: “Va’ dove ti porta Giuda”.</p>
<p>A proposito: Ratzinger ha appena scritto un nuovo libro. Dice che Giuda era innocente.</p>
<p>(No, non è uno scherzo, dice proprio così. Io vi scrivo da Salt Lake City dove ho trovato asilo politico-intellettuale fra i mormoni).</p>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.35</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Nov 2010 10:30:06 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[elezioni americane]]></category>
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					<description><![CDATA[di Fabrizio Tonello Elezioni del Congresso negli Stati Uniti: trionfa il partito del tè. Netta sconfitta del partito del caffè, mentre alcuni risultati interessanti hanno ottenuto il partito della camomilla e quello della tisana al finocchio. Il partito della verbena e quella della rosa canina non hanno raccolto consensi fra gli elettori. Martedì 2 e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/TeaParty_web.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-37157" title="TeaParty_web" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/TeaParty_web-300x210.jpg" alt="" width="300" height="210" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/TeaParty_web-300x210.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/TeaParty_web.jpg 615w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Elezioni del Congresso negli Stati Uniti: trionfa il partito del tè. Netta sconfitta del partito del caffè, mentre alcuni risultati interessanti hanno ottenuto il partito della camomilla e quello della tisana al finocchio. Il partito della verbena e quella della rosa canina non hanno raccolto consensi fra gli elettori.</p>
<p>Martedì 2 e mercoledì 3 novembre sono state giornate faticose nelle redazioni, costrette a produrre pagine su pagine su un argomento –l’America- che confonde le idee anche ai più diligenti. Più o meno tutti i giornali si riferiscono alla galassia di gruppi sotto l’etichetta “Tea Party” come al “partito del tè”. Naturalmente, “party” significa anche “partito” ma, nel caso specifico, ha invece lo stesso significato che nello spot televisivo con George Clooney: “No Martini, no party”. Il riferimento è proprio a una festa, un party, come fu ironicamente battezzata l’incursione dei coloni americani nel porto di Boston il 16 dicembre 1773, quando i rivoluzionari gettarono in mare un carico di tè per protestare contro le tasse imposte dal parlamento inglese. I gruppi nati l’anno scorso per protestare contro gli aumenti delle tasse e l’aumento del deficit che attribuiscono ad Obama hanno scelto questo riferimento alla prima rivolta antifiscale della storia americana, un party che diede il via alla lotta per l’indipendenza.</p>
<p><span id="more-37154"></span></p>
<p>A dare il via è <em>Repubblica</em> (2 novembre, p. 17) che proclama d’autorità Ron Paul “senatore” facendo della famiglia Paul l’unica nella storia della repubblica a mandare al Senato contemporaneamente padre e figlio (quest’ultimo, Rand, è infatti stato eletto in Kentucky). Saranno mica nepotisti al Senato americano? In realtà Ron Paul è deputato. Così come il futuro speaker della Camera  John Boehner, che viene ribattezzato <em>Bonheur</em>, “felicità” in francese. Lo svarione ritorna anche il 4 novembre, a p. 6: ah, <em>quelle bonheur</em> questi giornali!</p>
<p>Guardiamo al solitamente accurato <em>Avvenire</em>, dove non riescono ad azzeccare lo spelling del nome di un senatore americano neppure per sbaglio: il senatore del Nevada faticosamente rieletto si chiama Reid, e non Raid, quello del Tennessee <em>Alexander</em> e non Alexandre. Ma i refusi sarebbero perdonabili se il redattore non scrivesse che i democratici avanzano “in alcuni Stati chiave come la California, il Connecticut e il Delaware”. A parte che difficilmente il Delaware (popolazione 865.000 abitanti) può essere definito la chiave di alcunché, sarà bene ricordare che i democratici si sono limitati a mantenere un seggio che era nelle loro mani dal lontano 1973, quando fu eletto per la prima volta come senatore l’attuale vicepresidente Joe Biden.</p>
<p>Giovedi 4 perfino il diligentissimo <em>Fatto Quotidiano</em> si fa cogliere in fallo (p. 13), attribuendo a John Dingell, il deputato del Michigan rieletto, “altri 4 anni alla Camera”. Peccato che negli Stati Uniti si voti per la Camera ogni due anni e non ogni 4. La notizia continua così: “si candida a diventare il più longevo deputato della storia degli Usa. Per ora è terzo ma i primi due (Carl Hayden e Robert Byrd) sono arrivati a quota 56 e 57 anni”. Byrd, in realtà, era un senatore dal 1958 (è stato anche deputato ma solo per 6 anni, dal 1952 al 1958). Quanto a Hayden, anche lui era diventato senatore dopo essere stato deputato.</p>
<p>Anche al <em>Foglio</em>, dove sono tutti gasati per i Tea Party, fanno le cose più semplici di quanto non siano: “Si dice che sia stata [Sarah] Palin a selezionare molti candidati” (che fonti, che precisione, che incisività!) “e che oggi 48 dei 77 dei suoi prescelti siano stati eletti –percentuale trionfale” (4 novembre, p. 3). Beh, ammesso che i numeri siano giusti, i posti in palio in questa tornata elettorale erano 510: 435 deputati, 37 senatori e 38 governatori. Se davvero Sarah ha appoggiato 48 candidati che hanno vinto, la sua percentuale di successo è il 9,4%, non esattamente “trionfale”. Al <em>Foglio</em> omettono poi di precisare che quattro candidati fortemente sostenuti dalla Palin, Sharron Angle in Nevada, Ken Buck in Colorado, Christine O’Donnell in Delaware e Joe Miller in Alaska (lo stato di cui la Palin era governatore) sono stati sconfitti, privando i repubblicani di una possibile riconquista del Senato che avrebbe avuto un impatto politico enorme. Qualche altro trionfo come questi…</p>
<p>Torniamo a <em>Repubblica</em>, dove l’infografica che accompagna gli articoli è sempre fonte di curiosità, un po’ meno di notizie esatte. Il 4 novembre (p. 3) si dice che un Congresso diviso, con la Camera in mano a un partito e il Senato a un altro “ha pochissimi precedenti. L’ultima volta fu nel 1930”. Infatti, basta risalire al 2001 per trovare un Senato democratico e una Camera a maggioranza repubblicana. Poi si potrebbe citare il caso del 1981-87, sei anni in cui i repubblicani, trascinati dall’elezione di Ronald Reagan, furono maggioranza al Senato mentre i democratici controllavano la Camera. Per quanto riguarda Marco Rubio, il repubblicano della Florida frettolosamente etichettato “l’Obama dell’ultradestra” sarà forse una speranza del suo partito ma certamente non è il “neogovernatore della Florida” (p. 6) perché è stato eletto senatore.</p>
<p>Una tesi originale sui motivi della sconfitta dei democratici la offre Fiamma Nirenstein sul <em>Giornale</em> del 5 novembre. Per l’autrice, il presidente paga l’insicurezza in politica estera: “chi può dimenticarsi il profondo inchino di Obama a re Abdullah d&#8217;Arabia, o il discorso all&#8217;Università del Cairo, un misto di sensi di colpa e di improbabili mani tese verso l&#8217;Islam?” Ecco, l’americano medio che è rimasto disoccupato, magari ha perso la casa, non sa come arriverà a Natale poteva dimenticarsi il profondo inchino di Obama a re Abdullah? No di certo: chi di inchino ferisce, di inchino perisce.</p>
<p>[l&#8217;immagine in apice viene da<a href="http://nomoreabsolutes.wordpress.com/page/2/"> qui</a>]</p>
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		<title>Sistema Repubblica?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Nov 2010 10:16:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Mantello]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Mantello C&#8217;è qualcosa di  grottesco nelle ultime rivelazioni giornalistiche targate Bunga Bunga ed è il “come”. Se cadrà qualcuno, sarà l&#8217;Icona, non certo il sistema di potere che c&#8217;è dietro all&#8217;Icona, il Vaticano, la Brianza e il Nord Est interiori, le mafie e i reality show. Mi disturbano, non poco, le modalità della [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: x-small;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/grande-fratello-9-a-torino.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-thumbnail wp-image-37106" title="grande-fratello-9-a-torino" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/grande-fratello-9-a-torino-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><br />
</span></span></p>
<p>di <strong>Marco Mantello</strong></p>
<p><span>C&#8217;è qualcosa di  grottesco nelle ultime rivelazioni giornalistiche targate Bunga Bunga ed è il “come”. Se cadrà qualcuno, sarà l&#8217;Icona, non certo il sistema di potere che c&#8217;è dietro all&#8217;Icona, il Vaticano, la Brianza e il Nord Est interiori, le mafie e i reality show. Mi disturbano, non poco, le modalità della caduta, l&#8217;idea che l&#8217;importante è farlo cadere, perché penso al &#8216;dopo&#8217;. </span></p>
<p><span>Certo poi l&#8217;icona si logora più facilmente per il Bunga Bunga, e non per le politiche di precarizzazione del lavoro (il libro bianco di Biagi, tanto comodo alle redazioni dei giornali generalisti), non per la partecipazione italiana a una guerra collegata ai soliti interessi economici che ruotano intorno al petrolio e alle nostre &#8216;macchine&#8217; (del resto su Repubblica, nei primi anni &#8217;90, si leggeva: che c&#8217;è di sbagliato?), non certo le politiche sull&#8217;immigrazione a punti. Lo scandalo del Bunga Bunga, cioè la pratica collettiva e al contempo concorrenziale del ficcarlo nel culo, regge sul presunto trattamento di favore riservato a una minorenne africana dalle forze dell&#8217;ordine e su modelli di famiglia del tutto cristiani. Perfino le proteste di piazza sulle ultime sparate dell&#8217;Icona vengono fotografate, oggi, su Repubblica online, da cartelli del tipo: &#8216;meglio omosessuale che pedofilo&#8217;, con firma sotto: &#8216;padre di famiglia&#8217;. Come se l&#8217;uomo comune di turno, la parte migliore del paese, appendendosi l&#8217;indignazione al collo per il mancato rispetto della gerarchia delle &#8216;colpe&#8217;, dovesse chiarire a se stessa e al mondo che indignati sì ma froci no.<span id="more-37105"></span><br />
</span></p>
<p><span>Due settori della Confindustria, negli anni ottanta, si contendono a suon di &#8216;lodi&#8217;, più che di &#8216;insulti&#8217;, il sistema informativo italico, tv e carta stampata. La cosa produce un effetto sul modo di fare politica,  consolidando in élite un piccolo sottobosco di gente che si conosce da una vita. Dagli anni ottanta a oggi, la stampa di sinistra ha prodotto sempre più &#8216;comici&#8217; ed  &#8216;eroi&#8217;. Quella di destra sempre più &#8216;avvocati&#8217; e &#8216;ballerine&#8217;.  Il tutto sorretto da efficientissimi uffici stampa. Sono loro, i moderni nipoti di padre Bresciani di cui parlava Antonio Gramsci. Sono gli italiani descritti ieri da Eugenio Scalfari, dando loro del &#8216;noi&#8217;, un ammasso di luoghi comuni generato in parte da questo sistema, e in parte da esso riflesso. Un ammasso di immutabili pregi e altrettanto immutabili vizi, identificati a priori nella faccia insanguinata dell&#8217;icona, dopo che un &#8216;pazzo&#8217; gli ha tirato addosso Milano: </span></p>
<p><span>&#8220;laboriosi, pazienti, adattabili, ospitali. Ma anche furbi, vittimisti, millantatori, anarcoidi, insofferenti di regole, commedianti. Egoismo e generosità si fronteggiano e così pure trasformismo e coerenza, disprezzo delle istituzioni e sentimenti di patriottismo” </span></p>
<p><span>In un film dell&#8217;anno scorso, Videocracy, il regista di un noto reality show azzarda un paragone fra la scatola televisiva, i suoi culi, le sue tette, i suoi colori, la sua &#8216;voglia di vivere&#8217;, i suoi Robin Hood,  e l&#8217;inconscio dell&#8217;icona, proiettato sulla penisola.</span></p>
<p><span>Gli italiani sanno. Gli italiani non stanno zitti, quantomeno in privato, e se non rischiano querele. Ma sopratutto una cosa va chiarita: che gli italiani sono.</span></p>
<p><span>La domanda allora è: che succederà dopo l&#8217;auspicabile crollo dell&#8217;icona più ridicolizzata, sputtanata e tristemente spontanea dell&#8217;ultimo mezzo secolo? Crolleranno anche i vizi e le virtù della penisola, associata a una sorta di immutabile individuo collettivo, che in questo periodo storico si è fatto un po&#8217; più stronzo del solito ma che in fondo non è cattivo? Sarà ancora possibile uscire dal giochetto delle identità, delle tasse, dell&#8217;apparire? Sarà possibile trasvalutare il nichilismo, il potere per il potere, oramai valori della tradizione accanto alla Fica , alla Telecamera e alle strade bene asfaltate, in una serie articolata di individui senza importanza collettiva? Persone che smettano di indignarsi quando vedono sui giornali il video col barbone sdraiato a terra e la gente che passa e se ne frega, e al contempo sono quella gente, che passa e se ne frega, persone che pretendono spazi pubblici, nei loro quartieri, nelle loro città, società politica e società civile, finalmente senza ossimori di sorta, uomini  e donne che leggono, magari non &#8216;letteratura italiana&#8217; degli ultimi quindici anni. Sarà possibile accettare l&#8217;idea di &#8216;andarci in perdita&#8217;, edificare  una sinistra alternativa ai salotti proustiani con tanto di casa Fiat e riprendere a parlare di &#8216;contenuti&#8217;, &#8216;programmi&#8217;, &#8216;stato sociale&#8217;, al di fuori degli innumerevoli dibattiti sul ruolo degli intellettuali, di questo perenne scimmiottare il linguaggio della destra e al contempo subirne l&#8217;egemonia, sarà possibile accettare l&#8217;idea che dietro il dominio delle parole c&#8217;è la dura materia degli interessi, economici in primis, che cambiando il modo di usare le prime, non si corrodono affatto i secondi, al massimo si parodizzano? O forse, più semplicemente, torneranno al governo le privatizzazioni, le liberalizzazioni, il precariato soft, le guerre umanitarie e un&#8217;idea astratta di &#8216;legalità&#8217;, che non ti fa capire se stai leggendo Repubblica, o un dispaccio di Fare Futuro? Vorrei che la sinistra italiana che non si riconosce nel pd, nei forcaioli e nei garantisti a oltranza, fosse unita almeno su questo: capire che abbiamo un bisogno disperato di &#8216;contenuti&#8217;, di &#8216;competenze tecniche&#8217;, di &#8216;conoscenza&#8217;. Altrimenti è determinismo, un sistema di puttanieri contro un sistema di &#8216;bravi borghesi&#8217;, che si fanno la guerra in pubblico, e talora cenano insieme, sulle rovine di terremoti, discariche e soldati morti. Nel migliore dei casi, vincerà il meno peggio. Ecco è questo, a mio avviso, l&#8217;eterno ritorno dell&#8217;uguale, che da mezzo secolo ti attanaglia alle radici, o ti fa espatriare. La sensazione di non essere mai usciti da questo paese. </span></p>
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		<title>ad aziendam</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 07:30:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[continua il dibattito iniziato con Pubblicare per Berlusconi di Helena Janeczek e proseguito con numerosi contributi sia in rete sia sui quotidiani e i settimanali nazionali. L&#8217;ultimo apparso su Nazione Indiana è Pubblicare per Mondadori? di Andrea Cortellessa.] di Stefano Petrocchi Sto seguendo con interesse il dibattito innescato su Repubblica dall’inchiesta di Massimo Giannini (19 [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/cornice_antica.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/cornice_antica.jpg" alt="" title="cornice_antica" width="380" height="299" class="alignnone size-full wp-image-36525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/cornice_antica.jpg 380w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/cornice_antica-300x236.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 380px) 100vw, 380px" /></a></p>
<p>[<small><em>continua il dibattito iniziato con <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/20/pubblicare-per-berlusconi/">Pubblicare per Berlusconi</a> di <strong>Helena Janeczek</strong> e proseguito con numerosi contributi sia in rete sia sui quotidiani e i settimanali nazionali. L&#8217;ultimo apparso su Nazione Indiana è <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/09/02/pubblicare-per-mondadori/">Pubblicare per Mondadori?</a> di <strong>Andrea Cortellessa</strong>.</em></small>]</p>
<p>di <strong>Stefano Petrocchi</strong></p>
<p>Sto seguendo con interesse il dibattito innescato su <em>Repubblica </em> dall’inchiesta di Massimo Giannini (19 agosto) e dal corsivo del teologo Vito Mancuso (21 agosto) sulla cosiddetta legge “ad aziendam”, che ha consentito alla casa editrice Mondadori di estinguere, in modo piuttosto vantaggioso per le proprie casse, un contenzioso ventennale con il fisco. Mancuso solleva un dubbio etico: è giusto pubblicare per un editore che approfitta di leggi promosse da un governo il cui capo è l’editore stesso? Molte risposte a questa domanda, contenute sia in interviste estemporanee sia in interventi più meditati, lasciano emergere tra osservazioni non sempre pertinenti un tema di grande rilievo: come percepiscono il proprio ruolo gli scrittori, specie in relazione a chi oggi organizza la produzione e la diffusione della letteratura (cioè gli editori)?<br />
<span id="more-36522"></span><br />
Ci stavo riflettendo su quando un’amica mi ha invitato a guardare l’editoriale di Giovanni De Mauro sul numero 861 di <em>Internazionale</em>. Il modo in cui qui viene risolto il dilemma posto da Mancuso è in effetti limpido: «Questione di principio interessante, ma che obbligherebbe tutti gli autori di ogni casa editrice a indagare sul corretto comportamento del loro editore». Ineccepibile. Eppure mentre leggevo mi è tornato in mente un pezzo dello stesso De Mauro di alcuni (non molti) mesi fa. Ci tornerò al momento opportuno su questo primo editoriale, per ora registro che mi è stato più utile del secondo per individuare meglio i contorni della discussione in corso.</p>
<p>A me pare che la maggior parte degli interventi soffra di una visione doppiamente riduttiva del caso: si tratterebbe per un verso di una vicenda che attiene all’amministrazione – sia pure disinvolta – dell’azienda, di cui i funzionari editoriali con cui un autore si rapporta non possono che essere all’oscuro, e per l’altro dell’ennesimo caso di legislazione occhiuta, come per esempio la depenalizzazione del falso in bilancio, fatto che comporta un livello di allarme civile ben maggiore, ma da cui le responsabilità di quei funzionari sono, di nuovo, sideralmente lontane.</p>
<p>Le due affermazioni sono senz’altro vere, ma trascurano un punto su cui anche Mancuso, forse per carità di patria, è molto sfumato. Scrive infatti che la Mondadori avrebbe goduto di «favori parlamentari ed extra-parlamentari». Giannini ne fa invece uno dei focus della sua ricostruzione, ipotizzando due cose: che prima della soluzione legislativa si sarebbe tentato di venire a capo della vertenza attraverso pressioni indebite sulla Corte di Cassazione; che questa attività illecita non sarebbe stata efficace senza l’approvazione in Parlamento di una norma che, rinviandone il pensionamento, avrebbe consentito al presidente della Cassazione di dirottare la decisione verso una sezione più malleabile della Corte. Giulio Mozzi ha condotto su <em>Vibrisse</em> una scrupolosa decostruzione, o per dir meglio una demolizione, del testo di Giannini, ma su queste circostanze ammette che «il vicedirettore di Repubblica continua a dire cose che sembrano un po’ dubbie», il che non vuol dire palesemente infondate. In ogni caso, la magistratura sta indagando sulla presunta «rete criminale creata per condizionare i magistrati nell’interesse del premier» (ancora Giannini). Ora, a me sembra che l’intreccio di azioni criminose e iniziative parlamentari ci porti ben oltre l’annoso problema del conflitto di interessi. Mi sarei aspettato perciò che i risvolti più oscuri del caso ricevessero un’attenzione maggiore, magari dubitativa, oltre che dalla matita blu di Mozzi anche nel resto degli interventi che ho letto.</p>
<p>Ho trovato invece, in quasi tutti, l’attestazione di come la struttura editoriale del gruppo Mondadori consenta a uno scrittore di sviluppare al meglio, e far conoscere a un pubblico vasto, le proprie capacità creative. Alcuni autori testimoniano il legittimo orgoglio di far parte di un catalogo prestigioso, per i nomi di ieri e per quelli di oggi, e la libertà intellettuale di cui godono all’interno delle diverse case editrici del gruppo. C’è chi elenca infine i rapporti di amicizia nati nell’<em>open space</em> di Segrate, e mentre snocciola nomi e cognomi si avverte il sapore stucchevole che in un dibattito pubblico assumono sempre le mozioni degli affetti.</p>
<p>Ciò che dà da pensare è anche qui un elemento di sottovalutazione. È come se lo scrittore (che ne sia consapevole o no) si autocollocasse a monte di una catena produttiva che prevede nelle fasi successive l’intervento paritetico di altri operatori (editor, redattori e così via). «Sono loro i miei compagni», dice Pennacchi con l’enfasi del sindacalista che è stato, ma anche quando Piccolo avverte «Come scrittore voglio essere giudicato per quello che scrivo e non per l’editore con cui pubblico», ho la sensazione di assistere a un paradossale tentativo di sottrarsi al rapporto fondante con i propri lettori in carne e ossa. Non più interlocutori privilegiati dell’autore per il tramite dell’editore, ma utilizzatori finali di un prodotto alla cui realizzazione collaborano diverse figure professionali tra cui l’autore (estremizzo ma non credo poi molto).</p>
<p>Dico paradossale perché si può leggere l’intervento di Piccolo sul giornale per cui scrive regolarmente (<em>L’Unità</em>, 26 agosto) e su cui negli scorsi mesi ha espresso preoccupazione, per esempio, per il lodo Alfano e per la legge bavaglio. Dunque si tratta di giudicare Piccolo non solo per i libri che pubblica con Einaudi, ma per ciò che dice su tutti gli argomenti sui quali accetta di intervenire. La separazione del maschio è un libro molto bello come i precedenti editi da Laterza, Feltrinelli, minimum fax, ma Francesco Piccolo rappresenta per i suoi lettori (posso dirlo perché sono da tempo fra questi) più dei libri che ha scritto.</p>
<p>Se Augias (<em>Repubblica</em>, 22 agosto) trasforma lo scrittore da auctor in audience, «Al Festival di Mantova, presentando il nuovo libro, solleverò pubblicamente la questione e ascolterò i lettori», siamo molto oltre l’epoca della scomparsa dei maître à penser. Del resto, si può immaginare Moravia che chiede ai suoi lettori cosa pensare? Antonio Moresco, dopo aver rivendicato su Il primo amore la necessità di elevarsi come scrittore al di sopra della contingenza (come se pubblicare per altri gli impedisse di pensare alle cose ultime), si chiede retoricamente quale responsabilità avesse Tiziano degli errori e orrori compiuti da Carlo V. Quel tipo di artista aveva però un nome preciso: era un cortigiano. È questo a cui ambisce Moresco? È questo che i suoi lettori gli chiedono?</p>
<p>Scrive Giovanni De Mauro sul n. 836 di <em>Internazionale</em>: «Tecnicamente si può già parlare di dittatura». È una questione di sostanza, specifica, non di forma. Seguono le coordinate esatte della situazione politica italiana a marzo 2010 – ma a settembre nulla è cambiato. Allora, tra le molte buone ragioni con cui autori come Ammaniti, Fois, Lucarelli, Moresco, Pennacchi, Piccolo motivano l’intenzione di non abbandonare (proprio adesso) il loro editore, ne manca una. Detta nel modo più semplice e diretto: perché l’opzione di pubblicare altrove deve restare aperta, almeno fin tanto che dura questo stato di cose. Aggiungerla sarebbe tutto quello di cui i loro lettori (posso dirlo perché sono da tempo fra questi) hanno bisogno. Sarebbe un modo per prendersi cura della sostanza del nostro vivere qui e ora.</p>
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