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	<title>Riccardo Ielmini &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Lana e les biches</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Apr 2014 06:30:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[ di Riccardo Ielmini &#160; Filava tutto liscio, alla fine dell’estate 1989: il Muro al suo posto, la Democrazia Cristiana primo partito, io spencolato sul mio futuro, in cerca del disperato amore eterno. Tutto liscio, quando mio padre mi disse che il giorno dopo lo avrei accompagnato a trovare «il senatore». «Giovanni, fai una bella doccia» [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/Tuffo.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47979" alt="Tuffo" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/Tuffo.jpg" width="335" height="182" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/Tuffo.jpg 335w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/Tuffo-300x162.jpg 300w" sizes="(max-width: 335px) 100vw, 335px" /></a> di<b> Riccardo Ielmini</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Filava tutto liscio, alla fine dell’estate 1989: il Muro al suo posto, la Democrazia Cristiana primo partito, io spencolato sul mio futuro, in cerca del disperato amore eterno. Tutto liscio, quando mio padre mi disse che il giorno dopo lo avrei accompagnato a trovare «il senatore».</p>
<p>«Giovanni, fai una bella doccia» intimò. Eppure sapeva che i suoi quattro figli erano sempre puliti, perché mia madre, con la sua pervicacia cattolica, ci aveva educato ad avere cura della nostra igiene personale. Eravamo gente semplice, e la pulizia era una delle armi che avevamo a disposizione per dire la nostra. Perciò non capii subito quello che invece mi fu chiaro strada facendo, e cioè che a mio padre premeva molto facessi bella figura. Papà era un mite assistente sociale e non era mai stato il tipo del politico baciapile, impegnato a trovare improbabili sponde per garantirsi una poltrona: troppo idealista, mon père, troppo buono per arrampicarsi sulla ruota panoramica stando in equilibrio sopra una vasca di pescecani. Mi confidò che aveva solo bisogno di confrontarsi con «il senatore» a proposito di alcune scelte urbanistiche che lo angustiavano come sindaco della nostra cittadina: un gigantesco lotto vista lago Maggiore che i socialisti premevano diventasse edificabile. «Una porcata», commentò mio padre con inaspettata brutalità: ma eravamo nel 1989, e i socialisti da un pezzo stavano mandando tutto a ramengo. Io questo non lo sapevo, come non sapevo che proprio a partire dal parere del senatore le cose avrebbero smesso di filare lisce per papà e per tutta la famiglia De Ambrosis: altrimenti glielo avrei detto – papà, non ci andiamo, io non faccio nessuna doccia per nessuna bella figura.</p>
<p>«Va bene» dissi, invece, pronto alla mia abluzione, perché ero un sedicenne educato e rispettoso, e le mie brevi, intermittenti e velleitarie rivolte al suo nume sarebbero scoppiate troppo tardi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per quel che ne sapevo dai discorsi galleggiati a mezz’aria sulla tavola del pranzo domenicale in casa De Ambrosis, «il senatore» – non lo si nominava mai per nome, ed io, che a quel tempo mi ero invaghito di Morrissey, non sopportavo l’aura da ancien regime di cui era circonfuso – il senatore, appunto, era stato, per lungo tempo, capofila della corrente democristiana della Base, e vantava un cursus honorum di tutto rispetto, che affondava le sue radici nell’inviolabile mito della Resistenza e si librava, gemmando in varie direzioni, fino all’olimpo delle più alte poltrone dello Stato. «Il senatore». Saremmo andati a trovarlo nella sua villa dalle parti di Morcote, lago di Lugano, dove risiedeva dopo aver sposato, negli anni del boom, la bizzosa rampolla di una potente famiglia della Svizzera italiana. Dalle nostre parti, su, al Nord, dicevano avesse addomesticato la ragazza (i più maligni, invece, che fosse stato addomesticato da lei). Si erano conosciuti quando il senatore era stato primo firmatario di alcune leggi a tutela dei frontalieri, la categoria che aveva sempre sollecitato le mie fantasie – una miscela di terroni, fuoriusciti, contrabbandieri e avventurieri di ogni sorta. E poi «aveva attaccato su il cappello», come diceva, sprezzante, nonna Regina, l’arcigna matrona di casa De Ambrosis, gelosa del nostro milieu piccolo provinciale, tutto dieci comandamenti, cervello fino e maniche tirate su.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il viaggio durò poco più di un’ora. Il senatore ci accolse al termine di un vialetto che avevamo percorso a bordo della nostra Fiat 131. Si presentò in puro stile lombardo: sorriso parco, stretta di mano gentile, voce rarefatta. Era diverso da quello che mi ero immaginato. Sembrava impossibile che quella figura dimessa, di altezza media e con capelli bianchissimi potesse aver raggiunto posizioni di vertice nel partito d’Italia: non con quella camicia ordinaria con le maniche arrotolate al gomito. Era diverso, ma non vinceva i miei sospetti. Nonna Regina e mia madre mi avevano tirato grande con l’idea che ricchi e potenti meritassero sempre, e a priori, gelido scetticismo, ed io ero un loro discepolo fedele.</p>
<p>«Ah, lei è Giovanni, il figlio del <i>nostro</i> sindaco De Ambrosis» disse, amichevolmente avvolgendo le mie spalle con un braccio per guidarmi verso l’ingresso della villa. Aveva detto <i>nostro</i> per sottolineare che era pur sempre venuto grande nella stessa cittadina in cui ero cresciuto. Fui infastidito da quell’accorciamento unilaterale di distanze.</p>
<p>L’abitazione era maestosa: bianca e su due piani, con tetti spioventi che venivano giù in ogni direzione. Ci portò dentro. Le grandi finestre al pian terreno erano spalancate: era una giornata afosa. Intorno a noi, la luce lattiginosa dei mattini di fine estate nel distretto dei laghi.</p>
<p>Il senatore chiamò sua moglie. La donna apparve immediatamente. Ora mi stringeva la mano: una distinta signora di mezz’età, snella, con un vestito leggero, verde, su cui era appuntata una vistosa spilla d’oro. I capelli, biondi, erano tenuti in ordine da un cerchietto che scopriva un volto di cerbiatta, chiaro e deciso. Conclusi che le voci su di loro erano tutte manchevoli: quei due si erano addomesticati a vicenda, come succede fra ricchi e potenti.</p>
<p>Ci fu un breve andirivieni di cortesie: la consegna di un bouquet che mia madre aveva avuto cura di far preparare per il mattino stesso e la finta meraviglia per il panorama del grande parco verde che scendeva raso fino ad un piccolo boschetto di tigli, oltre il quale c’era il lago. La moglie del senatore ci fece accomodare in salotto, che sembrava colorato con pastelli Caran d’Ache. Una domestica depose prontamente, su un tavolino basso di vetro, caraffe con succo d’arancia, e biscotti.</p>
<p>«Ti fermi a pranzo, De Ambrosis?» chiese subito il senatore. Mio padre accettò l’invito senza nemmeno consultarmi. La moglie del senatore comunicò con fervore che sarebbe andata ad «organizzare il pranzo» (un’espressione che mi fece toccare la distanza fra il ménage di quella lussuosa residenza e il nostro stile di vita, orgogliosamente arroccato ad un’aurea modestia). La sentii parlottare con la domestica che era apparsa poco prima: aveva un tono di voce fermo ed autorevole. La regina della maison. Poco dopo riapparve in salotto e venne verso di me.</p>
<p>«Lei si annoierà, Giovanni, in mezzo a questi due signori» disse scoprendo un sorriso pieno di civiltà e buone maniere. «Senta: mia figlia è giù, al lago. Vada là, oltre quel boschetto di tigli: vede?» disse, avvicinandosi e prendendomi dolcemente per il braccio. Aveva un profumo deciso, da donna di mezza età che abitualmente cammina sui parquet e sprofonda in grandi sofà. «Le chieda di farle fare un’uscita sul lago. Abbiamo una piccola barca, ormeggiata nella darsena». Mi dava del lei e mi usava formule di cortesia, ma ogni gesto comunicava che nel suo regno non c’era spazio se non per pragmatismo, ordine, sicumera.</p>
<p>Io feci un cenno a mio padre, come per avere da lui l’assenso. Sentivamo entrambi di non essere al posto giusto, ma mia madre, con il piglio della professoressa che era, una volta mi aveva citato una frase del Vangelo a proposito di volpi e tane: mi sembrava potesse andare bene per l’occasione, così trovai ragionevole dover mandare giù il boccone che mi veniva offerto. Mi avviai lungo la pelouse rasata, in mezzo alla luce prealpina, posata ovunque come l’annuncio di una prossima decomposizione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La ragazza era distesa su un asciugamano, e indossava un costume bianco intero, con una fibbia argentata sulla vita. Aveva una sigaretta nella mano destra, occhiali scuri e ascoltava qualcosa da un walkman appoggiato sulla pancia, mugolando qualcosa da labbra carnose, troppo rosse. Il volto era quello di sua madre. Di fianco a lei un tavolino strapieno di libri, vestiti gettati alla rinfusa, bicchieri e bottiglie. Su un angolo libero occhieggiava un’audiocassetta fuji con una scritta in pennarello blu: <i>Poulenc – Les Biches</i>. Immaginai che la ragazza stesse ascoltando proprio quella: dondolava ritmicamente la gamba. Era longilinea senza essere alta, e le gambe e le braccia mostravano nitide linee muscolose, guizzanti sotto i colpetti ritmici che le percorrevano. Aveva gli occhi chiusi, probabilmente: non si accorse di me.</p>
<p>Mi sedetti sull’erba senza presentarmi. Guardai verso il lago: nemmeno un centinaio di metri al largo sfilò una piccola barca a motore, con lo scafo rosso e grigio. A bordo quattro ragazzi a torso nudo che si voltarono verso di noi, vociando forte qualcosa di sconcio. La ragazza non fece una piega. Io, invece, mi alzai, perché uno di quelli ancheggiava e, indicandomi, mimò un coito. Misi le mani sui fianchi, piantato come un giudice biblico, pronto a dire qualcosa. Avrei voluto protestare qualcosa sulla mia rispettabilità e sul mio onore. In campo sessuale il massimo di trasgressione fino ad allora era stato commettere atti impuri (aspettando il disperato amore eterno): come dopo aver visto un poster di Samantha Fox esibito dai miei compagni al liceo dopo una lezione di educazione fisica – lo stimolante per una gara sulla lunghezza del pene.</p>
<p>«Idioti» sentii dire vicino a me. «I soliti debosciati» aggiunse la voce. La ragazza si era tirata a sedere, aveva rannicchiato le gambe, strette nelle braccia muscolose, e stava attorcigliando attorno al walkman il filo delle cuffie. <i>Debosciati</i>. Una parola che non conoscevo e che non avrei dimenticato mai. La ragazza puntò una mano per terra, fece leva e si alzò in piedi. Senza guardare verso di me, alzò il dito medio e lo mostrò lungamente alla ciurma che stava allontanandosi dal nostro grandangolo. Lei sì, aveva l’aria di un giudice biblico.</p>
<p>«Tu sei il figlio dell’amico di mio padre, no?» aggiunse, le mani sui fianchi. La luce biancogrigia la straniva: era bella.</p>
<p>«Giovanni. Giovanni De Ambrosis» dissi, tendendole la mano come se dovessi stringere un affare milionario.</p>
<p>«Eliana» disse, senza ricambiare la stretta. Posò il walkman sul tavolino. «Ma è un nome da vecchi, no? Facciamo che mi chiami Lana, va bene? io mi faccio chiamare così, come la vecchia attrice, Lana Turner». Fece una pausa e poi, sorridendo, concluse: «Mi sa che non sei nemmeno chi sia: vero, ragazzino?».</p>
<p>«<i>Le piogge di Ranchipur</i>. Richard Burton e Lana Turner» recitai in un fiato. Era uno dei vecchi film che nostra madre – con il suo debole per i vecchi attori – ci aveva permesso di vedere in televisione, benché il quotidiano cattolico, che lei consultava per avere l’imprimatur, lo giudicasse «<i>accettabile con riserva</i>».</p>
<p>«E bravo il nostro Giovanni. Allora non sei un ragazzino da quattro soldi. Quanti anni hai?» chiese. Si era appoggiata al tavolino e mi fissava, ora. I capelli castani erano raccolti in uno chignon, le unghie porpora. Su tutto, le labbra eccessive.</p>
<p>«Sedici anni» risposi.</p>
<p>«Un ragazzino. Immaginavo» commentò. Sembrò voler dare un’aggiustata al disordine apparecchiato sul tavolino, mentre io traguardavo lo sguardo altrove e mettevo le mani nelle tasche dei miei bermuda, composto come uno stopper in barriera. Alla fine le cose sembravano esattamente nello stesso disordine, ma alla rovescia. Ripose la fuji nel contenitore.</p>
<p>«Sto preparando un balletto da Poulenc. Il musicista. Conosci?».</p>
<p>«No» risposi.</p>
<p>«Avevo ragione. Sei un ragazzino». Poi, finalmente, si levò gli occhiali scuri e mi guardò. Aveva occhi affilati e chiari. «È un balletto. <i>Les Biches</i>. È francese. Vuol dire <i>le</i> <i>cerbiatte</i>. È una storia erotica. Voglio dire: sesso, sai?». Estrassi le mani dalle tasche e mi misi a braccia conserte, come dovessi essere interrogato in latino.</p>
<p>«Comunque» continuò lei «è un balletto che sto preparando. Sono un ballerina classica» disse. Io continuavo a restare fermo, mentre Lana raccoglieva dal tavolino una polo inglese blu e la indossava. Decisi che nella mia vita avrei indossato sempre polo come quella.</p>
<p>«Allora, ragazzino. Cosa facciamo? Torniamo in casa?».</p>
<p>«Tua madre dice di portarmi a fare una gita sulla barca, quella che è nella darsena» risposi. Lei guardò il cielo, si rimise gli occhiali da sole e calzò delle scarpe di tela.</p>
<p>«Sai remare?».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ci spingemmo al largo. La mia vogata era sicura. Per due anni avevo praticato canottaggio per allargare le spalle e diventare più armonioso, perché mia madre diceva che assomigliavo a George Peppard: un talento da non sprecare, diceva lei. Si trattava di una bella barca a remi, con gli scalmi lucidati di fresco e le sponde brillanti. Il sole era quasi a piombo su di noi, ma la nuvolaglia opaca e il vapore d’afa lo sparpagliavano dappertutto. Immaginai che la ciurma dei debosciati stesse bordeggiando le darsene in cerca di femmine.</p>
<p>«E cosa fai nella vita?» chiese lei all’improvviso.</p>
<p>«Il liceo» risposi.</p>
<p>«E poi?».</p>
<p>«E poi, cosa?».</p>
<p>«Cosa fai nella vita? Ci sarà qualcosa che gli altri non fanno e che fai solo tu. Io, per esempio, ascolto Poulenc». Non erano eccessive solo le labbra: ogni frase giganteggiava. Io, messo in un angolo, vergognosamente in adorazione. Ero un ragazzino di sedici anni e non avevo mai pensato che potessi fare, avere, essere qualcosa che gli altri non facessero, avessero, fossero. Però ascoltavo Morrissey, avevo visto quel film con Lana Turner; avevo un debole per le passioni brillanti, non mi piacevano i ricchi, e adoravo quelli con il talento. Forse era questo che sognavo di diventare. Passionale, povero, talentuoso – sì, avevo sedici anni.</p>
<p>«Intanto che ci pensi, ti va di fare il bagno?» interruppe. Non aspettò la mia risposta. Si alzò in piedi, levò t-shirt ed occhiali e si gettò in acqua, lasciando che la barca dondolasse al suo slancio. Io non avevo mai fatto il bagno nel lago: nostra madre ci aveva elencato la sfilza di malanni d’acqua dolce e di «giovani vite spezzate» (come diceva lei, teatralmente) dalle insidie del lago, e noi ce n’eravamo stati buoni al nostro posto.</p>
<p>«Allora?» incalzò lei non appena riemerse dall’acqua scura in cui l’avevo vista sparire. Si aggrappò alla sponda e fece dondolare la barca. Aprì la bocca in un sorriso biancoscarlatto e bagnato. Io afferrai i remi, deciso a presidiare me stesso. Lei rimase così, guardando chissà dove. Poi disse: «Aiutami a salire». Le tesi la mano. «No. Non così. Mi aggrappo alla sponda e mi afferri per i fianchi, d’accordo?», aggiunse, ma non era una proposta, e nemmeno una richiesta. Mi sforzai di non sembrare impacciato, e feci forza sulle braccia. Aveva un corpo leggero, con i fianchi compatti. Venne su con un colpo di reni preciso e veloce.</p>
<p>«Bravo ragazzino» commentò. «Un vero cavaliere». In un angolo della barca c’era un vano chiuso. Lo aprì e tirò fuori un asciugamano che avvolse attorno al corpo.</p>
<p>«Sai quanti anni ho?» chiese. «Ne ho venti» continuò, senza aspettare la mia risposta. «Ne ho troppi. Anche se ballo Poulenc, non ho quasi più speranze di carriera. Il senatore e mia madre hanno detto che è l’ultima occasione, questo balletto. Poi mi seppelliscono in una scuola di economia». Non c’era rimpianto nelle sue parole: solo dati di fatto. Anche lei diceva «il senatore». Io fissavo la linea del corpo e le rotondità zuppe dei seni. Il resto non contava più niente.</p>
<p>«Ti piaccio, ragazzino?»: mi spiazzò. Forse se ne era accorta. «Ti piacciono le mie tette? No, perché mi dicono che non sono un granché. Guardami bene» disse alzandosi in piedi proprio davanti a me. Aveva detto «tette». A me. Sulla pelle c’era una patina d’acqua, e mi arrivava l’odore del lago misto al profumo di crema solare. «Dai, mi piacerebbe un tuo parere» aggiunse, e dal vano da cui aveva preso l’asciugamano estrasse anche un pacchetto di sigarette e due lattine di birra. «Allora?» continuò, accendendo la sigaretta e stappando una lattina.</p>
<p>«Sei bella» risposi. Mi tese l’altra lattina, ma io feci un cenno per dire che no, non mi andava.</p>
<p>«Bugiardo. Dillo ancora» e diede una lunga sorsata di birra.</p>
<p>«Sei bella» mi affrettai a ripetere. Era bellissima, non bella. L’ultima volta che l’avevo detto ad una ragazza era stato su un treno delle sei del mattino verso la città, in prima liceo: una iniziazione cui i ragazzi più grandi ci obbligavano, assieme alla misurazione dei vagoni in fiammiferi.</p>
<p>Lana, allora, gettò per terra l’asciugamano, si mise in ginocchio e si avvicinò alla mia faccia. La prese fra le mani e mi baciò. Mi respirò in bocca fiato caldo. Sapeva di alcool.</p>
<p>«Morivo dalla voglia» disse, staccandosi da me. «Come sei diventato rosso. Proprio un ragazzino con la riga nei capelli». Si attaccò alla lattina, sdraiandosi lunga, con la testa appoggiata alle mie gambe. Io passai la lingua sulle labbra, la barca ferma in mezzo al lago, i remi ciondolanti in mezzo all’afa e un’eccitazione che faceva a pezzi i miei turbamenti, le gare di lunghezza del pene, i poster di Samantha Fox. Doveva essere il disperato amore eterno, questo.</p>
<p>«Accarezzami i capelli» intimò. Aveva sciolto lo chignon e i capelli lunghi e lisci erano stesi, bagnati, sui miei bermuda, come nastri di posidonia. Io li accarezzai una sola volta, sfilandoli fra le dita. Avevo paura. Lei finì di bere, poi disse: «Riportami a casa».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La darsena aveva una scalinata ripida, come quelle che infestavano i miei sogni adolescenziali. Lana procedeva davanti, la sagoma agile stagliata sulla luce che arrivava dall’apertura in alto.</p>
<p>«Sai come si sono conosciuti, mia madre e il senatore?» chiese all’improvviso. Si fermò: eravamo quasi al termine delle scale, dove la luce che arrivava dal giardino dava rilievo incerto alle pietre grezze delle pareti. Reggeva con una mano la lattina vuota e i vestiti. «Per caso, qui, ad una festa per quella famosa legge sui frontalieri». Ravviò i capelli umidi e sorrise. «Però noi due non ci sposeremo. Magari più in là, quando crescerai un po’, vero?». Io rimasi a guardarla, da sotto in su, prendendo sul serio ciò che non andava preso sul serio. Ma io ero fatto così: sui miei sedici anni poggiavano certezze assolute. Mentre camminavamo sul prato verde, appaiati, lei disse: «Ti manderò l’invito per assistere al mio balletto, vuoi?». Io dissi qualcosa di gentile, anche se mi sembrava che assistere ad un balletto classico fosse un cedimento, una cosa da ricchi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma l’invito non arrivò mai.</p>
<p>Giunse, invece, l’autunno e con esso le lezioni liceali sulle rarefatte, inarrivabili dame dell’amor fou e dello Stilnovo, e con loro dimenticai cos’era baciare una ragazza che sapeva di alcool. E poi venne giù il Muro. La Democrazia Cristiana cominciò a flettere, mio padre perse le elezioni e poi tutto cambiò e smise di filare liscio. E Lana? Mi vergognavo a chiedere di lei. Un giorno colsi al volo una discussione fra mio padre e mia madre: dicevano che «il senatore» era un uomo distrutto, con quella figlia fuggita in quel posto di Zurigo. Intuii stessero parlando di Platspitz, quello che nonna Regina chiamava con ribrezzo «il parco dei drogati», ogni volta che mi metteva in guardia dagli amici che bucavano scuola per andare in Svizzera a comprare sigarette. Nelle mie fantasie salvifiche immaginavo di cercare Lana, tirarla fuori di lì e portarla al sicuro, afferrandola una volta ancora per la vita esile, i suoi seni bagnati che aderivano al mio corpo di sedicenne. Ma tutte le mie fantasie salvifiche duravano una stagione, come i balbettii del mio cuore.</p>
<p>Un giorno, però, passando per la Casa del Disco a Varese, entrai e acquistai <i>Les Biches</i> di Poulenc. Tornai a casa e, ascoltando il tripudio di note che folleggiavano nel magma dei sogni e dell’euforia tardoestiva, immaginai Lana come una cerbiatta che volteggiava, con i suoi lombi guizzanti, sulla inesorabile corruzione del mondo, della vita, di tutto.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Storia di una guarigione</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Sep 2013 06:30:16 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Monte Nudo]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/08/monte-nudo.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-46282" alt="monte-nudo" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/08/monte-nudo.jpg" width="451" height="253" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/08/monte-nudo.jpg 451w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/08/monte-nudo-300x168.jpg 300w" sizes="(max-width: 451px) 100vw, 451px" /></a>di <strong>Riccardo Ielmini</strong></p>
<p>Il sant’uomo, ci dissero, era ospite dei benedettini, all’Eremo, sul pendio meridionale del Monte Nudo. L’avevano ospitato anche se nessuno dei pezzi grossi della Chiesa si era pronunciato, nemmeno in via provvisoria, sulle sue visioni, o sulle guarigioni, o quello che era. Il sant’uomo, ci dissero, era lassù, bazzicava nei boschi di qui e di là dal versante svizzero; questo ci dissero, se volevamo vederlo, o toccarlo, o pregare con lui. Dissero questo a noi tre, che non tornavamo su, a Verbate, dal 1979, quando il buen retiro di famiglia era la villa liberty di nonno Karl, affacciata sul lago Maggiore. Allora, nel ’79, io e mio fratello non avevamo ancora vent’anni. Quando tornammo, sulle tracce del sant’uomo, era il settembre ’96. Eravamo tornati, noi tre irriconoscibili, dopo la telefonata di mio padre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Ciao Francesco», aveva detto la voce, riempiendo il mio attico spencolato su Milano. «Sono papà».</p>
<p>«Ciao. Cosa vuoi?». Mi misi a sedere, accesi l’abat-jour e guardai l’orologio alla parete, in fondo alla camera da letto. Le tre. Fuori c’era vento. Mi alzai, cordless in mano, e andai alla finestra: sotto di me, la metropoli sconfinata e silente.</p>
<p>«Ho bisogno di te. Domani mattina, verso le nove».</p>
<p>«Sai che ore sono?».</p>
<p>«Allora, domani mattina. Vieni a casa, non in ufficio». Non lo sentivo da un paio d’anni – l’ultima volta per il funerale di mamma. Quella voce non mi era mancata. Non stava iniziando una riappacificazione in stile hollywoodiano, dissi a me stesso. Niente alleluja da figliol prodigo. Le rogne fra noi erano corse troppo a fondo per tornare indietro con un colpo di cancellino sulla lavagna. Io avevo ferito le sue ambizioni su di me, quando, nel 1982, ero scappato in Germania inseguendo i miei sogni di gloria. Che colpo per lui, quando mi aveva visto in televisione ancheggiare come un cretino sui pezzi dance che avevo piazzato in classifica fra il 1983 e il 1985. E io, proprio come il cretino che ancheggiava in tv, avevo azzerato l’adorazione nei suoi confronti quando mio padre aveva fatto correre la voce che per lui ero un paio di foto sbiadite dal passato, e basta. Al telefono la voce pareva incupita. La mia era un calco della sua, e a questa fedeltà genetica dovevo il mio successo nello showbiz. Avevo cantato, con questa <i>sua</i> voce, refrain ambigui con eloquenti mugolii femminili di sottofondo, su basi elettroniche campionate dal mio produttore. E il gioco era fatto. Nel giro di tre anni ero riuscito a vendere tre milioni e mezzo di dischi: ero diventato il «dance master italian <i>hammer</i>» – i deejay giocavano a storpiare in inglese il mio cognome, Martelli, un’altra cosa che dovevo a mio padre. Avevo messo da parte una piccola fortuna, e poi investito quasi tutto in immobili – un albergo in società a Formentera, e una decina di appartamenti qua e là per quell’Europa. Ammirai ancora Milano per un pugno di secondi. Poi feci il numero e lo richiamai. Sì, adesso sembravo il figliol prodigo.</p>
<p>«Papà. Francesco».</p>
<p>«Cosa c’è».</p>
<p>«Perché mi hai chiamato?».</p>
<p>«Sono malato» replicò.</p>
<p>«Cos’hai».</p>
<p>«Vieni domani, alle nove. A casa».</p>
<p>Ero tornato a Milano nel ’93, per mettere in piedi un’agenzia di moda. Belle ragazze magrissime e furbe per la stagione delle sfilate. Io e lui non ci eravamo né incontrati, né cercati. Due Martelli dispersi in due milioni di persone, come in quella vecchia canzone che mia madre fischiettava piantando rose nel giardino della villa, su, al Nord.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Passai a prenderlo e lo trovai pronto, con una borsa bianca. Si alzò. Mi strinse la mano come fossimo due vecchi soci in un affare andato così così. Era invecchiato male. Chissà invece come dovevo apparirgli io, sotto la maschera da forever young che ci ostinavamo a coltivare, io e i vecchi colleghi-one-shot, con le nostre stupide battute sulle pollastrelle da camerino.</p>
<p>«Andiamo» disse.</p>
<p>Il vento aveva accampato una lunga sequenza di nuvole grigie che ci scortarono lungo l’autostrada A8. Mi disse che dovevamo andare a Verbate, e non mi azzardai a chiedere perché. Fu quando uscimmo dall’autostrada, per costeggiare la piana del lago di Varese, che mi raccontò delle sue intenzioni.</p>
<p>«C’è un uomo, dalle nostre parti». Aveva sempre detto <i>nostre</i> per indicare Verbate, a due passi dalla Svizzera, anche se noi eravamo di Milano. Ripeteva che erano le <i>nostre</i> parti da quando, nel 1943, i Martelli erano sfollati per scampare ai bombardamenti. «C’è un uomo. L’ho visto in televisione. Guarisce la gente, fa miracoli, vede cose. Voglio parlare con lui».</p>
<p>Ascoltai guardando dove le nuvole si scontravano con il sipario delle Alpi, e sembrava finire il mondo. Uno che guarisce e vede cose: un santone, pensai. Andiamo da un santone, accidenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Arrivammo a Verbate in tarda mattinata. Mio padre aspettò che parcheggiassi l’auto, poi mi disse che avremmo alloggiato al Sempione, l’unico albergo di Verbate – una costruzione fredda che aveva sempre fatto piccolo cabotaggio: sciatti rappresentanti senza fortuna, coppie di ambulanti, comitive di donne attempate in viaggio con una federazione sindacale. Non ci aveva mai dormito nessuno di famiglia: un tempo, prima che tornassero definitivamente a Colonia, c’era la villa del nonno, che ci accoglieva con la solita battuta sulle «zimmer a pagamento». Nella hall dell’hotel ci aspettava Giovanni, mio fratello. Fu una sorpresa, vederlo. Si era trasferito a Zurigo, dove faceva il cardiochirurgo. Invidiabile carriera, la sua, con i suoi viaggi newyorkesi alla fine degli anni Ottanta, i suoi master, le sue pubblicazioni e le sue due mogli – la seconda era una ragazzina dieci anni più giovane di lui, un’ossuta modella belga passata anche per la mia agenzia. Giovanni aveva la faccia tirata a lucido ed era stretto in un completo grigionero che lo rendeva glaciale più della stretta di mano che mi diede dopo aver abbracciato mio padre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Papà ha un carcinoma ai polmoni. Grave» disse quando restammo soli, al bar della hall.</p>
<p>«Non sapevo nulla» risposi imbarazzato, sorseggiando il mio Martini.</p>
<p>«Gliel’hanno diagnosticato un paio di mesi fa. Hanno escluso la lobectomia. Ha già fatto un ciclo completo di radioterapia. Se i risultati non sono buoni, dovrà fare la chemio». Parlava come se fossi il parente di uno dei suoi pazienti, o come fossimo due sconosciuti che si trovano a parlare per forza di causa maggiore, in un posto, e in un momento in cui non vorrebbero trovarsi. «Il cuore invece è sano. È forte. Il cuore di un toro. Perciò soffrirà molto a lungo». La frase galleggiò in mezzo alle note jazz che arrivavano dallo stereo acceso. Giovanni, prima che ciascuno prendesse la propria strada, era stato la mia stella cometa: il primo ad uscire in barca a vela, il primo a provare i deltaplani lanciandosi giù dal Monte Nudo, il primo ad attraversare a nuoto il lago nelle furenti estati di Verbate.</p>
<p>«Sai perché siamo qui?» gli chiesi.</p>
<p>«Per il santone» rispose sorridendo.</p>
<p>«E cosa credi che faremo?».</p>
<p>«Quello che vuole papà. Gli accordi sono che facciamo così, poi lui si fa visitare da un mio collega, a Zurigo. E decidiamo il da farsi».</p>
<p>«E cosa faremo, in concreto?».</p>
<p>«Cerchiamo il sant’uomo, lo troviamo, papà ci parla o non so cosa. Poi ce ne torniamo tutti dove siamo venuti. E papà si fa curare, se è possibile».</p>
<p>Mi diedero una camera con le finestre affacciate sul lago. Oltre la strada, l’imbarcadero. Rimasi tutto il pomeriggio a guardare i traghetti che si succedevano con il loro inimmaginabile carico di vita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dunque il sant’uomo era su, al Monte Nudo. Bella montagna, pensai, per andare a fare l’eremita, o quello che era: un panettone di boschi di robinie e castagni, e poi, all’improvviso, ai millecinquecento di quota, un cucuzzolo, una prateria battuta dai venti e dal sole. Impiegammo un quarto d’ora dall’albergo, a bordo del fuoristrada di Giovanni, per arrivare dove finivano le carrabili, e cominciava la vecchia mulattiera per l’Eremo. L’aria era umida, e l’erba gonfia di rugiada e vapore, e, camminando sulla mulattiera, si scivolava sui ciottoli che lastricavano il fondo. Ci fermammo un paio di volte a riprendere fiato. Giovanni controllava mio padre: nel silenzio del bosco potevamo sentire distintamente il respiro corto di un uomo vecchio, di un uomo malato. Pensai alla stagione eroica dei miei quattordici anni, quando mio padre stava per diventare un pezzo grosso della società del nonno – cave, sabbia, e tutto il resto della baracca – e ciò nonostante trovava tempo per arrampicarsi con noi su cime alpine con nomi altisonanti. Mi chiesi perché le cose non erano rimaste così immeritatamente brillanti. Conclusi in due secondi che se era andata così, noi eravamo colpevoli. Forse eravamo stati troppo distratti e irriconoscenti quando nostra madre ci portava sotto le sfilate di ex voto nella chiese e un qualche dio aveva permesso che sperperassimo le nostre fortune.</p>
<p>All’improvviso arrivò una ragazza, scalpicciando sul fondo della mulattiera, di corsa. Ci passò accanto, facendo un rapido cenno con la testa. Indossava grandi occhiali scuri, e mentre ascendeva, leggera, lasciò nell’aria un profumo di frutta. Restammo a guardarla, come da bambini si guarda una farfalla che entra in casa e poi esce, e sparisce nel blu. Quando la ragazza fu oltre la curva del sentiero, e si confuse con le piante e i cespugli, sorridemmo, noi tre, come non facevamo da secoli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ci volle poco meno di un’ora per arrivare all’Eremo – un rudere rimesso a nuovo dal lavoro muscolare e paziente dei benedettini. Il bosco  diradò, e si aprì una piana con una roccia bianca: e sopra, l’Eremo. Come ci vide arrivare, un uomo ci venne incontro. «Il santo non c’è» disse guardandoci come uno scolaro disorientato.</p>
<p>«E dov’è?» chiese Giovanni. Mio padre si sedette su un masso.</p>
<p>«Dicono che è più su ancora, nei boschi».</p>
<p>«E quando torna?».</p>
<p>«Il padre superiore dice che non si sa mai a che ora».</p>
<p>«Cosa facciamo?» chiesi.</p>
<p>«Andiamo a cercarlo» rispose mio padre, inaspettatamente risoluto.</p>
<p>«Papà, <i>resti</i> qui. Vai dentro, chiedi ospitalità nell’Eremo» intervenne Giovanni. Mio padre cercò di prendere fiato, poi fece un cenno con la testa come per dire che sì, era ragionevole.</p>
<p>«Com’è?» chiesi a due donne sedute sulla pietra assieme all’uomo.</p>
<p>«Il sant’uomo? Alto. Un uomo alto, con i baffi, e gli occhi azzurri. Ha il cielo, ha il cielo benedetto in quegli occhi» disse una, infervorandosi come nostra madre, quando ci portava alle memorabili sfilate di ex voto.</p>
<p>«Lui vede, vede qualcosa. Qui, dove preghiamo» disse l’altra, accennando al boschetto sulla destra. Non sembravano facce da creduloni. Nella loro eleganza misurata sembravano usciti da un romanzo di Jane Austen.</p>
<p>«Cosa? Cosa vede?» chiese Giovanni.</p>
<p>«Lui vede. Vede una donna, una donna celeste» rispose la prima donna.</p>
<p>«La Madonna. È la Madonna» interruppe l’uomo con fervore.</p>
<p>«Il vescovo non ha ancora confermato» ribatté lei pragmaticamente.</p>
<p>«Comunque vede qualcosa, e qualcuno è guarito» si stizzì l’uomo.</p>
<p>«Sì, sì» disse lei. L’altra donna aveva seguito la conversazione guardando verso mio padre, seduto sul masso a riprendere fiato.</p>
<p>«Papà. <i>Resti</i> qui» disse di nuovo Giovanni. Mio padre si alzò, ed entrò nell’Eremo. Noi costeggiammo il muro, e riprendemmo a camminare. La mulattiera si arrestava: da lì ci sarebbe stato solo il sentiero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’estate del ’77 – pensai – l’ultima volta che siamo passato di qui, io e Giovanni, sotto una tempesta tracimata nera dalle Alpi. L’acqua ci era scivolata incontro, infangandoci le caviglie, erodendo il fondo del sentiero, con le radici degli alberi sospese a mezz’aria. Io e lui come cavalieri nella bufera, e il cielo sferzato da saracche furenti. E ricordai anche che, fradici ed estatici, ci eravamo messi a gridare versi di vecchie canzoni nel vuoto davanti a noi, verso il lussureggiante arcobaleno che aveva tagliato la valle, alla fine della burrasca. Te lo ricordi, Giovanni, il ’77? – avrei dovuto chiedergli. Invece dissi: «Dove sarà l’uomo?».</p>
<p>«Non lo so. Da qualche parte» rispose lui.</p>
<p>«Sì, ma se ha tagliato fuori sentiero, sarà difficile trovarlo».</p>
<p>«No, avrà seguito il sentiero. Tutti seguono il sentiero» continuò Giovanni. Procedeva senza girarsi: adoravo ancora seguirlo, la fantastica figura di spalle che mi apriva il mondo. Mi voltai per vedere in basso: ormai eravamo fuori tiro per tutti e per tutto. In alto il cielo era diventato grigio.</p>
<p>«Sta facendo brutto. Forse pioverà» dissi.</p>
<p>«Sssst» comandò Giovanni facendomi un cenno con la mano. Si piegò sulle ginocchia come un capitano di brigata partigiana, dove il sentiero, con un gomito, seguiva le gobbe del pendio. «Hai sentito?» aggiunse sottovoce.</p>
<p>«No» risposi. Aria fredda risalì dal canalone alla nostra destra.</p>
<p>«Sssst» intimò, di nuovo. Si sentiva un rumore confuso – di rotolamento, di foglie e sterpi. Un rumore in avvicinamento.</p>
<p>Poi, dall’ultima striscia di bosco che ci sovrastava, sul pendio alla nostra sinistra, qualcosa piombò su di noi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Giovanni si accorse per primo. Balzammo via appena in tempo. Una massa scura si piantò sul sentiero. Era un grosso animale.</p>
<p>«Un cinghiale!» esclamai. Restammo fermi, ad osservarlo per qualche secondo.</p>
<p>«È vivo» disse mio fratello. «È ferito» aggiunse. C’era una freddezza nel modo in cui diceva quello che diceva: come gli auguri per Natale e Pasqua per mantenere le promesse a nostra madre.</p>
<p>«Gli hanno sparato. Guarda la zampa» aggiunse. Presi l’iniziativa e mi chinai sul corpo del cinghiale: il sangue sgorgava dalla ferita e colava sul sentiero. Quindi mi piegai sulle ginocchia, per ascoltare il respiro. Era una bestia che incrociava il mio cammino, come quella volta, attraversando la Foresta Nera, durante il tour promozionale del 1984, quando la mia faccia riempiva le fanzine: io e il mio produttore avevamo quasi travolto un cervo balzato fuori dalla macchia. L’auto si era fermata ad un palmo dal suo manto, e avevamo avuto il tempo di ammirare le maestose corna. La bestia ci aveva fissato per qualche secondo e avevo desiderato toccarla. Ora perlustravo il cinghiale che si dibatteva, e provai lo stesso desiderio. Fu a quel punto, quando stavo per chiedere a mio fratello cosa avremmo fatto, che <i>lui</i> comparve, sbucando di corsa, dal gomito del sentiero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un’apparizione. Non ridimensionerò l’impressione che mi fece, il sant’uomo. Un uomo alto, biondo: una specie di vichingo, con lunghi baffi che gli marcavano la faccia, un camicione a scacchi rossi e neri, i pantaloni di velluto al ginocchio, le calze di lana grossa, e gli scarponi vecchia scuola. Un’apparizione che correva scomposta sul sentiero.</p>
<p>«Ehi!» gridò, avanzando balzelloni. Io mi alzai, staccandomi dall’animale ferito, e capii subito che era lui: lui era il sant’uomo. C’erano le indicazioni dei vecchi, giù all’Eremo, ma io lo intuii lì, quando smise di correre, dondolando la lunga smagrita figura e arrotolando le maniche della camicia: mi sembrò un grande bambino, qualcuno che poteva assomigliare all’idea che avevo di un sant’uomo. Non un vegliardo gonfio della sua nomea. No: un grande bambino biondo, con gambe magre e piedi lunghi.</p>
<p>«Ehi» ripeté. I baffi folti sapevano di antico vezzo.</p>
<p>«È ferito» dissi, per giustificare d’essere accovacciato vicino alla bestia.</p>
<p>«Sono stati i bracconieri. L’ho visto scivolare giù per il pendio» disse l’uomo. Sembrò quasi non accorgersi di Giovanni. Gli passò di fianco, con il suo passo baldanzoso, si chinò sul cinghiale e sembrò sussurrargli qualcosa. «Piove, fra poco» aggiunse. «Portiamolo al riparo. Bisogna togliere il proiettile». Era piegato sotto il peso dello zaino. Ci fu un attimo di silenzio, con il vento che soffiava più forte e le prime gocce d’acqua battenti.</p>
<p>«Bisogna sollevarlo, piano. Non possiamo trascinarlo. Dove lo portiamo?» chiese Giovanni.</p>
<p>«Di qui» e fece segno dalla parte da cui eravamo venuti. Oltre i castagni c’era una parete rocciosa, e uno squarcio la attraversava. Si alzò sulle ginocchia. Al suo cenno eravamo pronti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nella caverna eravamo finalmente all’asciutto. L’uomo doveva esserci già stato.</p>
<p>«Accendiamo il fuoco» disse, e si avvicinò ad un mucchio di sassi disposti in cerchio. Prese della legna. Filò dritto in fondo alla caverna e tornò con un contenitore di plastica. Aprì e versò del liquido che fece incendiare rapidamente i ceppi. Caldo e luce riempirono la cavità.</p>
<p>«Siete venuti a cercarmi» disse, mentre si chinava sul cinghiale.</p>
<p>«Sì» rispose Giovanni. Fuori pioveva e tuonava forte.</p>
<p>«L’ultimo temporale prima dell’autunno» sentenziò l’uomo. «Adesso c’è da salvare lui» disse indicando la bestia. Lo guardai meglio, illuminato dalla luce del fuoco. Poteva avere cinquant’anni.</p>
<p>«Cosa vuoi fare?» chiesi.</p>
<p>«Gli togliamo il piombo che ha nel fianco, e poi si vedrà».</p>
<p>«Io sono un medico» intervenne Giovanni.</p>
<p>«Bene, dottore. Aiutami» disse, ed estrasse un lungo coltello dallo zaino. Fu rapido: scaldò la lama sul fuoco e incise la pelle dell’animale – noi l’avevamo afferrato per le zampe e le tenevamo ferme, ogni volta che fremevano agli affondi del ferro bollente. Sembrava di essere in un film con John Wayne. Poi toccò mio fratello, che prese del filo che l’uomo aveva pescato in una tasca della camicia, e ricucì la ferita – e fu la prima, fu l’unica volta che ebbi il privilegio di vedere all’opera le sue mani da milioni all’anno: veloci, precise, sicure.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Cosa volete che faccia?» chiese l’uomo, quando tutto si era concluso – piombo estratto, ferita suturata, cinghiale avvolto in un plaid a scacchi gialloverdi: un lavoro da dio.</p>
<p>«È per nostro padre» dissi. «È malato e ha letto di te: che guarisci le persone, che vedi qualcosa. È così, no?»</p>
<p>«Vedo qualcosa» ripeté lui, sorridendo, e sedendosi vicino al fuoco. Estrasse una pipa dallo zaino, e accese il tabacco con un legnetto arroventato. Spirali di fumo carezzarono la volta della grotta. Ogni gesto che compiva ridicolizzava la futilità delle nostre vite.</p>
<p>«E tu non puoi curarlo, dottore?» chiese a Giovanni.</p>
<p>«Ci sono cose che non si possono curare» rispose mio fratello.</p>
<p>«Lo so» disse, esalando fumo denso dalla bocca. «Io sto morendo» aggiunse. L’animale, sdraiato su un fianco, emise un leggero fischio che si esaurì, come aria che esce dal foro di un copertone. «Sto morendo. Un anno fa, mi hanno detto che c’era solo da aspettare. Così ho preso armi e bagagli e sono salito quassù» raccontò. Il fuoco balbettava e l’uomo aggiunse un ceppo nodoso. «Una notte di agosto mi sono svegliato all’improvviso» continuò «e c’era una luce, più giù, nel cuore del bosco, a due passi dall’Eremo. C’era luce, e mi sono avvicinato. E ho visto qualcosa. L’ho vista, credo: era bellissima. La Bellissima. Non diceva niente, non ha mai detto niente, nemmeno le volte successive». Si lisciò i lunghi baffi. «È vero, dottore» riprese volgendosi a Giovanni. «Non si può curare, non tutto. Non si può curare, eppure si guarisce». Ancora oggi mi capita di pensare a quelle parole, e al fatto che pensai subito che non si potesse non credere, al grande bambino, anche fossero state balle colossali, tutte le dicerie su di lui. «Avrei voluto essere geloso di quella luce, della Bellissima» continuò. «Tenermela per me. Ma ho finito per parlarne con i padri dell’Eremo. Così è arrivato qualcuno, e poi altri ancora. È stato così per mesi. Poi qualcuno ha detto che avevo fatto qualcosa per lui. Che era guarito, o cose simili». Aspirò ancora, come stesse parlando di qualcosa che lo riguardava appena.</p>
<p>«Chi è la bellissima?» chiese mio fratello.</p>
<p>«Una donna. Bellissima. Ho smesso di sentirmi morto».</p>
<p>«La Madonna?» incalzò Giovanni. A me già non serviva sapere altro. Era la Bellissima, come la chiamava il grande bambino. Mio fratello, invece, faceva così anche quando nostra madre ci portava ad accendere candele sotto i cuori argentati degli ex-voto. Lui non credeva ad una virgola delle spiegazioni di nostra madre.</p>
<p>«Non lo so. Dico solo che è bellissima». Guardava le volute di fumo. «E vostro padre?» chiese.</p>
<p>«All’Eremo. Non ce la faceva» risposi.</p>
<p>«Io non posso vederlo, oggi, né domani. Devo portare questo cinghiale nel bosco, su, alle tane». Gettò lo zaino e si distese, appoggiandovi la testa.</p>
<p>«Sì, capisco» disse Giovanni, guardandomi. Ci fu silenzio per un paio di minuti. Io continuai a fissare il respiro corto del cinghiale.</p>
<p>«Sta per spiovere. Uscirà il sole» riprese lui.</p>
<p>«Ci prepariamo» disse mio fratello.</p>
<p>«Guarirà?» chiesi. Io agli ex-voto avevo sempre voluto credere.</p>
<p>«Se passerà la notte» rispose lui.</p>
<p>«Allora addio» tagliò corto Giovanni.</p>
<p>«Non dite di avermi incontrato» disse lui. Misi lo zaino sulle spalle, e mi avviai. Giovanni mi precedeva. Prima di uscire, accarezzai il cinghiale. Feci un cenno con la mano all’uomo, ma lui aveva chiuso gli occhi, e dondolava una gamba, canticchiando.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il sentiero era diventato un pantano. L’aria era satura di vapore, e di gocce come spilli che piovevano dagli alberi. Giovanni ed io puntavamo energicamente i talloni nel fango.</p>
<p>«Non diciamo niente a papà» disse.</p>
<p>«No».</p>
<p>«È un uomo che muore» aggiunse.</p>
<p>«Sì» confermai, ma non sapevo se stesse parlando di nostro padre, o del sant’uomo.</p>
<p>«Chissà come si chiama» disse lui, alludendo forse all’uomo, forse alla Bellissima, cui entrambi stavamo segretamente pensando. Ma in quel momento comparve il sole, e tutto tornò semplice e chiaro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Credo che mio padre avesse capito, quando ci vide sbucare dal sentiero. Mi guardò come lo avevo visto fare quando ero quasi affogato nel lago, l’estate del ’71, cadendo dal mio optimist. Io non avevo fatto piagnistei e lui mi aveva guardato come per sollevarmi da un peso. Fece lo stesso quando lo trovammo seduto dove l’avevamo lasciato. «Scendiamo» disse lui, mettendosi davanti al gruppo. Scivolavamo sui ciottoli della mulattiera, ancora bagnati. Non si parlò del sant’uomo. Mai più l’avremmo fatto. Ad un certo punto, eccola, la ragazza. La sentimmo arrivare alle nostre spalle: saltellava sui ciottoli, leggera, illuminata dal sole. Ci fermammo a bordo del sentiero.</p>
<p>«Buongiorno» disse con voce brillante.</p>
<p>«Buongiorno» rispose mio padre.</p>
<p>Forse era lei che il sant’uomo aveva visto, chissà; o qualcuno del genere, doveva essere – pensai. Rimasi fermo a guardarla scendere, leggera come aria pulita. «Francesco». Era la voce di mio padre. «Andiamo» aggiunse.</p>
<p>«Sì» risposi. Poi feci due balzi, battendo con la mano sulla spalla di Giovanni, e mi misi in testa al gruppo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In certi pomeriggi, quando Milano sale al mio attico con i suoi rumori feroci, allora penso al sant’uomo. O a quello che è rimasto di lui, dell’aura sacra che lo aveva avvolto per qualche tempo. Ho provato a seguire la sua vicenda, da lontano, spulciando in riviste che non avrei mai pensato di sfogliare. Forse volevo sapere cosa ne era stato dell’animale, se era valsa qualcosa tutta quell’acqua presa, e la lama nella carne, e il piombo buttato fuori dalla ferita, e il fuoco preistorico. Ho messo via una decina di articoli – il sant’uomo? tutta infatuazione popolare: visioni e guarigioni e tutto il resto, con tanto di testimoni, e sopralluoghi. Così dicevano i giornali. Un imbroglione. Eppure io l’avevo visto, il grande bambino che correva balzelloni. Ad un certo punto, poi, ho smesso di cercare notizie su di lui. Ho cominciato a coltivare la speranza che il cinghiale fosse ricomparso nei boschi, e che il sant’uomo se ne fosse andato, da qualche parte, con la Bellissima. Andato, puff!, sparito. È questo che ho immaginato, senza parlarne con nessuno, fino a quando mio padre è morto, l’anno scorso. Allora, quando siamo rimasti soli nella camera mortuaria dell’ospedale, ho ricordato a Giovanni di quella volta sul Monte Nudo. Giovanni mi ha guardato. Sembrava volesse dirmi: non fare il sentimentalone, alla tua età. Così ci siamo messi a ridere, lì, nella camera mortuaria, con il corpo di mio padre davanti a noi, composto, elegante, severo, e abbiamo pensato a quanto tempo era passato, e mio fratello era convinto che fosse successo tutto nel ’98, e io a dirgli, a insistere – no, ti sbagli, era il ’96, papà è rimasto vivo altri dieci anni, dieci anni esatti sono trascorsi da quando abbiamo diviso la grotta con il sant’uomo. Giovanni non mi ha dato ragione, come faceva con nostra madre; ha guardato in alto, e poi ha fatto un cenno, come per dire che era stato quel che era stato, e basta, che l’importante era che fosse accaduto. Poi ha aggiunto che saremmo dovuti tornare, lassù – magari ci si mette d’accordo, una di queste volte. Una delle sue balle. Ho detto di sì, come ho sempre fatto con tutto ciò che mio fratello mi ha proposto negli anni, anche se sapevo che non saremmo mai saliti sul Nudo. Ho detto di sì, come se avessi bisogno di sperare di rivedere qualcosa, o qualcuno. Quando penso tutte queste cose, in certi pomeriggi, e guardo in basso Milano, e lontane, nella foschia chiarissima, eccole, le Alpi celesti e verdi di boschi, allora avvicino la poltrona alle vetrate accese dal sole, mi siedo, allungo le gambe, incrocio le braccia dietro alla testa e respiro, respiro, respiro.</p>
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		<title>Caccia alla tigre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Mar 2012 07:30:51 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Antonio Ligabue]]></category>
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di <strong>Riccardo Ielmini</strong></p>
<p><em>In memoria di Simone Cattaneo</em></p>
<p>Quando il mio amico Walter Primi tornò a casa, nella tarda primavera di quell’anno, non era più lo stopper che faceva coppia di centrali con me nei tornei estivi, quando ci chiamavano<em> gli spietati</em>. E nemmeno il chierichetto senza fronzoli, con la cotta troppo corta che gli scopre le caviglie, il chierichetto di cui si fida ciecamente don Toni. Il giorno che tornò, in licenza o congedo o vattelapesca, era qualcos’altro. Come se mi avessero spedito un fantoccio con il suo nome scolpito nel dna, o una specie di risvolto sbiadito della manica. Un Walter al contrario, un maglione visto di dentro, con tutte le cuciture, l’etichetta e i fili disordinati. Non assomigliava neppure lontanamente al gigante diabolico che mi faceva un cenno con gli occhi brillanti per dirmi che avrebbe preso lui l’attaccante – e fossi stato io, il centravanti, avrei dato tutto l’oro del mondo per non trovarmi, novanta minuti, a meno di un metro di distanza da lui. Come in tutte le coppie che funzionano, io facevo il partner. Io ero la spalla, il buono, il mite. Negli anni d’oro mi mettevo al centro della difesa; cercavo di non pensare a tutta l’angoscia che mi rammolliva le gambe; provavo a chiudere fuori i rumori del mondo; mi segnavo con la croce: e poi, occhi su Walter. Lui era fermo, le mani sui fianchi, il respiro regolare, le gambe piantate a terra, divaricate come i soldatini di piombo della sua collezione, la faccia quadrata e larga, i capelli corti e brillanti d’acqua, e tutto il suo metro e 95 che sembrava non finire mai, prolungato a dismisura nell’ombra sotto i fari del campo. Come una fortezza. Come il vecchio blockhaus austro-ungarico sporgente sul lago, vicino al campo, sferzato dai venti di tramontana. Ecco cosa mi sembrava, ecco perché a quel punto mettevo da parte coscienza, tentennamenti, paure, e pensavo solo alla battaglia che stava per cominciare.<br />
Andò avanti così per due o tre estati, all’inizio degli anni Novanta. Chi metteva su una squadra per un torneo, pensava a qualcuno che non avesse pietà per nessuno. Walter Primi: presente. Poi lui chiamava me e mi diceva il posto, e l’ora. E la paga. Mai giocare solo per il piacere della partita – una questione di principio per lui: altrimenti non ti rispettano più, diceva rimproverandomi le sciocchezze alla De Coubertin imparate da mio padre. Ma a quel tempo ero nella stagione dei grandi rivolgimenti, di mio padre caduto giù dal piedistallo di capitano dell’industria per la storia del fallimento, e Walter mi pareva abbastanza degno di prendere il suo posto. Aveva un suo codice. Una lista di paroloni che lui chiudeva sempre così: <em>e Soldi</em>. Mi aveva riempito la testa con il suo decalogo di comportamento in campo, come dovessi caricarmi sulle spalle il male del mondo. E tutto per una partita di calcio. Ma per lui le cose andavano così.<br />
Era stato l’unico dal quale avessi accettato la lavata di testa per aver lasciato l’università – anche questa «una questione di principio» come sosteneva mentre bevevamo una birra giù, al bar Vela, una domenica di fine agosto del ’94 che non dimenticherò mai. Sì, c’era stata la morte di mia madre, e la brutta storia di mio padre. Ma non era sufficiente, diceva lui, perché mi sgonfiassi come una camera d’aria. Io lo ascoltavo, ma che credibilità aveva lui, per mettermi davanti questioni di principio? Non aveva smesso di dar retta ai principi ai quali lo avevano educato i suoi deliziosi genitori? Non aveva tirato per il collo il destino pensato per lui da suo padre – mettersi in sella alla piccola azienda di antifurti che sponsorizzava almeno la metà dei tornei estivi ai quali partecipavamo? Non aveva deciso da solo cosa fare della sua vita, sprezzando il buon senso, subito dopo la visita militare? Finito il liceo, era partito per la naia. Poi la ferma volontaria. Poi le missioni di pace, e tutto il resto. Forse era la sua dirittura, era questo a tenermi sulla corda, a renderlo inimitabile? Uno che sapeva cosa fare, dove andare. Ed eccomi servito, io con i miei tentennamenti.<br />
Allora, al tempo di quelle memorabili estati del ’95, ’96 e giù di lì, quando tornava a casa per la licenza lunga, allora avreste dovuto vederlo, Walter Primi,<em> lo spietato</em>, arrivare in scivolata, da dietro, sull’ala leggera lanciata in porta, e far schizzare il pallone oltre la rete di recinzione, con l’ala che vola via e da quel momento gironzola spaurita a dieci metri dall’area, poveraccio. O vederlo svettare con i gomiti altissimi in cima ad una mischia di sudore e sangue. Avreste dovuto vederlo, all’apice della sua fama, quando eravamo tutti e due al culmine della nostra parabola di centrali di difesa. Gente cresciuta quando i calciatori non erano fighetti con il codino e gli orecchini e i tatuaggi, come diceva lui per chiarire qual è la gerarchia dei valori. E chiudere i giochi, beato lui.<br />
Chi l’avrebbe detto che le cose sarebbero andate così. Fossero passati i canonici vent’anni da quei momenti, avremmo tirato le somme di qualcosa – io e lui: ehi, ti ricordi com’era vent’anni fa? Qui c’era poco da tirare le somme. Dieci anni nemmeno dopo le nostre stagioni d’oro ci eravamo ritrovati, in un pomeriggio di maggio, ad ammirare le nostre inconcludenze. Solo che Walter era davvero irriconoscibile, con il suo metro e 95 di durezza appallottolato su se stesso. Io, invece, lo stesso incompiuto di dieci anni prima: il mio lavoro di magazziniere con l’incubo della cassa integrazione, le migliaia di libri letti, e i tre romanzi iniziati e piantati a metà della seconda stesura.</p>
<p>Comunque, era tornato a casa. All’improvviso.<br />
Non aveva avvisato nessuno perché non voleva passare per uno di quegli eroi che il vecchio circolo di destra, a Verbate, aspettava di celebrare. Così mi disse. I vecchi rompicoglioni con le loro foto color seppia sulla decima mas, diceva lui. E non voleva nemmeno incrociare quelli della sezione degli alpini. O qualche ragazzino pacifista che gli appioppasse sulle spalle una di quelle assurde bandiere multicolori, gridando frasi incomprensibili e vuote sui destini dell’universo. Quelle puttanelle con vestiti da figli dei fiori comprati a centocinquanta euro, diceva. Alla larga, por favor.<br />
Ci si vedeva giù, al bar Vela, come se il tempo non fosse passato, e fossimo sempre stati lì, per dieci anni e più. Magari fosse stato così. Mi precedeva sempre al primo tavolo a sinistra, nella veranda appoggiata sul lago, di traverso. Arrivandogli di sbieco, lo osservavo: i gomiti appoggiati al tavolo e le mani giunte, i suoi 195 centimetri accartocciati su qualcosa. Questo era quello che pensavo: ma forse erano le mie fantasie di scrittore introspettivo. O il bisogno di vedere che era diverso, come se avesse una vita da farsi perdonare. Guardava lontano, da qualche parte, nel chiarore del lago, dove non c’è niente da guardare se non le sagome fantasiose che pullulano all’occhio, in quel bianco di lattigine e nebbiolina.<br />
«Non chiedermi niente» mi aveva detto il primo giorno che ci si era visti.<br />
«Ok» avevo detto io. Ancora oggi mi chiedo se fu la scelta giusta, far finta che non fosse successo niente – e cosa mai doveva essere successo mentre lo scarrozzavano su e giù per le montagne fredde e spoglie dell’Afghanistan, nei giorni in cui io vivacchiavo aspettando che succedesse qualcosa per me, senza crederci davvero, che sarebbe successo qualcosa?<br />
«È così chiaro» aveva aggiunto indicando il cuore invisibile del lago. «Come il posto in cui morire. A sceglierlo. Così». Gli venivano fuori queste frasi. Altro che stopper senza pietà, altro che fortezza. Altro che giganti di pietra. Un singhiozzo senza pianto. Un lamento senza vestiti strappati e urla di dolore. Straziante, per me.<br />
«Troppo bianco» avevo detto io.<br />
«No, bianco giusto. Come latte, come nascere ancora».<br />
Quando attaccava così, non sapevo più cosa dire. C’era qualcosa di fuori posto nei suoi discorsi. Non che la cosa mi pesasse – il mio amico Walter aveva qualcosa di lirico, di sopra le righe, qualcosa che nemmeno lui aveva sospettato di avere. Solo che ogni sua parola sembrava saltar fuori da qualcosa di pazzesco, di abnorme. Come le cose che dici sotto anestesia.<br />
«Una volta ho visto una donna. Una vecchia. L’ho vista in faccia e nel corpo. Un sobborgo di Kabul. Senti, ascoltami. Era senza bende, veli, e tutto quel nero che copre le donne in quel buco del mondo. Una vecchia bellissima, giuro. In una casa, durante un pattugliamento. Lei mi ha visto. Aveva appena preparato il bagno, o qualcosa del genere, in una tinozza. Potevo sentire il suo odore. Non aveva paura. Aveva i capelli lunghissimi, bianchi. La luce che veniva da fuori – una luce accecante che sbatteva sulle pareti terrose del tugurio – le faceva brillare i capelli. Li stava pettinando, o tirando, lentamente. Ha smesso di pettinarsi, e mi ha guardato – aveva visto che ero lì, ma aveva continuato per un po’ a fare come se non ci fossi. Poi mi ha fatto un segno, con la mano. Così – mi fece vedere – come passarsi un coltello sulla gola. Non ho capito cosa volesse dirmi, se voleva dirmi qualcosa: non c’erano minacce lì intorno. Zona bonificata, come dicevo ai miei uomini. È venuta verso di me, e poi – eravamo a due metri, e aveva un odore fortissimo, di incenso – ha chiuso la porta della sua stanza. Mi sono avvicinato, e ho ascoltato. Cantava. Un canto come stesse piangendo. Sentivo l’acqua intanto, muoversi. Ho guardato su, nel cielo, e verso le montagne. Era un cielo pieno di sole, accecante, bianco. E ho pensato che c’era così tanto bianco che avrei potuto perdermi, dimenticare tutto – la donna, i miei uomini, la guerra, tutto. Poi non ho sentito più la sua voce. Allora ho aperto la porta. La donna era sdraiata nella tinozza. Aveva i polsi tagliati. È morta dieci minuti dopo. No, non fare quella faccia – evidentemente dovevo sembrare il ragazzino che ero sempre, di fronte alla vita –. Era bellissimo. La luce accecante che veniva dalle finestre e dal tetto, e la donna che rantolava, e il sangue. Non sono riuscito a fare altro che stare lì a guardare».<br />
«Come adesso» dissi io.<br />
«No. Quello è un altro mondo. Non è per noi».<br />
«Anche qui si muore».<br />
«Sto parlando di un’altra cosa».<br />
«E di cosa parli, accidenti, Walter?».<br />
«Luce, silenzio, vuoto. Un altro mondo. Io dovevo passare di là. E adesso so le cose».<br />
«Quali cose, per Dio?» Mi faceva spazientire. Tutto: vederlo così, sentirlo blaterare frasi sconnesse. Ridatemi il mio amico Walter, lo stopper senza pietà, il soldato duro e inflessibile. Ridatemelo, costi quel che costi.<br />
«Le cose che ci aspettano in quel biancore. Non ne hai idea. Liberazione. Non libertà. <em>Liberazione</em>».<br />
Avevo mollato il colpo. Mi sembrava tutto campato in aria, e mi sentivo venir su dallo stomaco il senso di pietà e commiserazione, proprio quello che non volevo avere parlando con il mio amico Walter. Mi raccontava storie così tutti i giorni. Un’altra volta disse che si era chinato sul corpo di un morto per sentire l’odore di mirra nella sua mano. O di quando si era vestito come un afgano, e aveva girovagato nei dintorni di Kabul per vedere sgozzare le capre, e ascoltare il riso dei bambini. Eppure era lui a dirmi di non chiedergli niente. Col passare del tempo ho cominciato a dubitare che fossero storie vere. Se non avessi saputo da sua madre e dai giornali delle sue note di merito, a Kabul, le sue parole sconclusionate e i suoi racconti mi sarebbero parsi del tutto folli. Cercavo di seguire il filo flebile della sua logica. Quando mi pareva di afferrarlo, quel filo, lui scantonava e non ti lasciava andare giù, all’inizio del groppo dal quale srotolava tutte quelle visioni. Ti guardava, sorrideva, ordinava un’altra birra, e amen.</p>
<p>Per un paio di settimane l’appuntamento quotidiano fu dopo le cinque e mezza del pomeriggio giù al bar Vela. Non sapevo cosa facesse tutto il giorno, mentre io ero al lavoro. Non sapevo nemmeno cosa facesse di notte. Avevo l’impressione che quell’ora che passava con me, davanti a due birre chiare, con la temperatura dell’aria che preannunciava l’estate, ogni giorno di più, fosse come una specie di ora d’aria, o una seduta gratis dallo strizzacervelli. Solo che io non ero una guida spirituale o cose del genere. Mai stato. Non che non mi sarebbe piaciuto: quando ero un ragazzino avevo un debole per le cause perse, per le storie di missionari ai quali mandavamo il riso raccolto nell’atrio della scuola elementare, per i gentiluomini mossi da un’ispirazione divina, o giù di lì, che mollano tutto e infilano le mani nelle piaghe della lebbra o nelle ferite dell’anima. Ma nel 2004 ero solo un uomo di poco più di trent’anni senza arte né parte. Uno specchio generazionale? No. Solo uno dei tanti. E davanti a me il mio amico Walter con i suoi racconti campati in aria, lo sguardo alla ricerca di qualcosa, e il suo metro e 95 traballante.</p>
<p>Poi, un giorno, all’improvviso, è saltato fuori con quella storia.<br />
«Sai cosa vorrei fare, vecchio Sam?» mi chiamava così da quando eravamo seduti allo stesso banco, in terza elementare. Io avevo mandato giù un goccio di birra, e a sentirmi chiamare così mi ero ricordato del compito di latino che gli avevo passato in seconda liceo, quando io promettevo una mirabile carriera e per mia madre rappresentavo la quintessenza del bravo ragazzo, il figliolo-immaginetta da mettere sul comodino prima di dormire. Bei tempi.<br />
«Cosa?»<br />
«Ho visto i leoni, allo zoo di Kabul. Un posto di merda. Merda. E dentro quei leoni mezzi morti di fame. E quei dannati animalisti intorno a fare casino. Nel bel mezzo della guerra, gli animalisti con i fotografi e i giornalisti. E i leoni mezzi morti».<br />
Da quando aveva cominciato a parlare aveva già lasciato almeno tre frasi a metà, ed io ero rimasto interdetto sul da farsi. C’era un balbettio infantile nelle sue parole, nel suo modo di muoversi. Un che di rompete le righe e si salvi chi può. Se l’avessi messo in un campo di calcio si sarebbe ripreso? O avrebbe vagato sulla linea della trequarti chiedendosi cosa fare? Pensai una cosa che non avrei creduto: povero Walter, pensai. Ecco cosa feci.<br />
«Ero sulla camionetta che ci portava da una parte all’altra dell’Afghanistan, e pensavo a quei leoni. Al caos che c’era intorno. Al fatto che loro non se ne accorgevano davvero, perché erano stremati e spaventati, con la bava che gli veniva giù dalla bocca. Uno schifo. I leoni. Avevano occhi affamati. Di liberazione, qualunque cosa fosse. Avrei dovuto abbracciarli. O farmi sbranare, se ne avevano le forze. O sparargli un colpo. O portarli giù, al vecchio zoo safari».<br />
Di nuovo si era fermato. Provai ad immaginarmi la scena. Il gigante Walter su una camionetta del corpo degli alpini che scende in mezzo al deserto e alle montagne vicino a Kabul, con il vento che gli morde via la pelle dalla faccia. Walter lo spietato va a prendersi i leoni – per pietà, per pura pietà – e li trascina via e li carica su un cargo, vigilandoli fino a che non sono in salvo, giù, allo zoo safari. Pazzesco.<br />
«Vogliono chiuderlo» dissi.<br />
«Cosa?»<br />
«Il vecchio zoo safari».<br />
Era vero. Una campagna animalista ferocissima e una serie di incidenti, in pochi mesi, avevano sputtanato una delle più solide istituzioni di Verbate. Tutti noi c’eravamo stati almeno un paio di volte, nella nostra vita, con i nostri genitori. Ah, le allegre scampagnate nella foresta, come Orzowei alle prese con i Masai. E le visite guidate con la scuola, quando capitava di trovarsi a giocare con scolaresche provenienti da posti mai sentiti. Mi era capitato di incontrare il vecchio Attilio. Il vecchio aveva messo su la baracca alla metà degli anni Settanta, dopo un illuminante viaggio in Africa. Era invecchiato con le sue bestie. «Sabotaggi, Sam, non incidenti» mi aveva confidato appoggiandosi al mio braccio. Mio padre era un suo vecchio amico, e con me aveva il modo di fare di uno zio d’America, con i suoi stivaloni e il cappellaccio di pelle.<br />
«Ci sono stati degli incidenti. Fuoco giù ai vecchi padiglioni. E foto di animali in condizioni pessime. Lo chiuderanno presto» dissi a Walter.<br />
«E il vecchio ‘Tilio?» mi chiese. Era a casa da una settimana ed era la prima volta che lo vedevo interessarsi a qualcosa. Come se all’improvviso il velo di latte che gli si era calato addosso si squarciasse, e tornasse a brillargli lo sguardo fiero da gioventù hitleriana. Anche Walter conosceva bene il vecchio, perché un’estate – non una qualsiasi: era l’estate della maturità – ci aveva preso a lavorare per un mese allo zoo. Sveglia prestissimo per la distribuzione di cibo agli animali, per la pulizia delle gabbie, per il deposito di rifiuti. Ci aveva pagato bene, a sufficienza per la prima vacanza da soli: sacco a pelo, ostelli, ragazze abbordate sulla spiaggia e via dicendo.<br />
«Il vecchio ‘Tilio dice che sono sabotaggi, non incidenti».<br />
«Bastardi». Aveva già fatto i suoi conti. Aveva già deciso da parte stare. Lo guardai mentre beveva la sua birra. La mano che restava appoggiata al tavolo tremava. Me ne accorgevo solo in quel momento.<br />
«Andiamo dal vecchio?» mi chiese.<br />
«Adesso?». Ero stanco morto. Domani ho il turno sei-due, avrei voluto dirgli. Non siamo tutti a casa in licenza, avrei dovuto aggiungere. Noi abbiamo da fare, siamo gente che lavora, accidenti, altro che fantasmagorie afgane e malinconie da disadattato. Ma non dissi niente, o dissi di sì: quella mano che tremava sul tavolo mi faceva più paura di quando lo vedevo avventarsi senza pietà sugli attaccanti.</p>
<p>Dopo la visita allo zoo safari non si fece più vedere, né sentire, per almeno un mese. Io non lo cercai, è vero. Non sono il tipo che va a stanare le volpi. Mai stato. Pensai che forse cercava di mettere ordine in quella sua testa piena di luci, e chiarori e magie. La sua testa piena di <em>liberazione</em>, come aveva detto lui quella volta, calcando la pronuncia e facendo un gesto nell’aria con la mano, come se fosse Lawrence D’Arabia. D’altra parte non eravamo più ragazzini: eravamo uomini, ognuno con una vita da far quadrare, tutto sommato. E anch’io, in quei giorni di maggio in cui la natura diventa troppo verde e blu per sopportare il fatto di stare qui e vivere, anch’io avevo le mie preoccupazioni, i miei progetti velleitari, i miei libri da leggere, i miei racconti da buttar giù nel silenzio della camera. Allora sentivo mio padre strascicare i piedi, al piano di sotto, come un’anima in pena alle prese con tutti i ricordi ingombranti di una vita – speranze, rimpianti, rimorsi, e mia madre. Io, di sopra, mi sforzavo di scrivere cose che sarebbero piaciute a La Capria – è questo che pensavo, povero illuso. La Capria, nientemeno: l’unico grande scrittore italiano del Novecento. Un uomo che insegue i suoi flebili sogni, ecco cos’ero. Eppure: chi poteva darmi torto? Chi poteva additarmi come un ingrato, se non chiamavo Walter e non gli chiedevo di uscire dal suo guscio di riservatezza, o oblio, o paura, e venire giù, al Vela, a farsi una birra? Magari incontriamo il figlio del sindaco D., e dai, Walter, ci mettiamo a raccontare tutta la stagione allievi del 1988-89, quando eravamo imbattibili e il figlio del sindaco D. faceva il centravanti, e tu lo pestavi forte negli allenamenti, per farlo diventare più duro, che ne dici Walter? – credete che a questo, a questa retorica il mio amico avrebbe dato corda? Magari arriva anche il Malerba, e ci offre da bere, con quella sua faccia da filosofo perdente, ma ci offre da bere e si mette cavalcioni sulla balaustra del lungolago, e ti chiede di raccontargli com’è il deserto, allora Walter ci stai? – pensate che lui avrebbe accettato, allora? Io non lo cercai, è vero. Per quanto ne sapevo, Walter poteva anche essere ripartito – mai capito io la questione della licenza, e del congedo, e vattelapesca. Poteva essere andata così, se mi mettevo a rigirare la frittata. Un vecchio amico torna confuso e disorientato dalla guerra. Dice cose insensate o quasi. Non è più lo stesso gladiatore di dieci anni prima. Non è più il valoroso soldato che ci avevano detto. Ma poi recupera le forze, come i personaggi di quei romanzi sui sanatori. Lava via tutte le scempiaggini nel sole di casa sua. E torna sul fronte, dove è nato per stare. Senza salutare – e questo è davvero Walter Primi. Non poteva essere così? E poi, non era stato lui, qualche anno prima, a chiudere i ponti con me, a dedicarsi anima e corpo alla sua carriera militare così gonfia di promesse? Ero stato forse io a convincerlo ad entrare nell’esercito? Perciò non mi sentivo in debito, né in dovere di tirarlo fuori dal buco in cui si era cacciato – anche se in fondo avevo capito, sapevo che era davvero un buco. Un fondo di caffè che non si poteva interpretare. Altro che luce, altro che chiarori e rivelazioni. Povero Walter.</p>
<p>Aveva ragione lui, invece. Quel blaterare di <em>liberazione</em>, che arriverà, oh se arriverà. In quei furenti giorni di maggio tutto quel chiarore sarebbe diventato rivelazione di qualcosa, almeno per lui, o per quello che restava del mio vecchio amico roccioso.<br />
Era notte. Dolce, e chiara, e tutto il resto.<br />
«È scappata le tigre» lo sentii dire, con la voce da Caronte che aveva una volta. Mi aveva telefonato lui.<br />
Guardai la sveglia digitale sul comò.<br />
«Walter, sono le due, cosa..?»<br />
«La tigre, giù allo zoo, è scappata. Le puttanelle hanno aperto le gabbie. Mi ha chiamato il vecchio ‘Tilio, mentre ero in giro per il bosco». Dopotutto, aveva finalmente la voce di uno vivo, accidenti – fatti, tempi, personaggi: non quel suo blabla campato in aria.<br />
«Dov’eri? Dove sei?» chiesi io.<br />
«Su, al bosco. Il vecchio mi ha chiamato. Mi ha detto che la tigre non c’è più. Gabbia aperta. E tracce verso il bosco. Ti chiamo da qui. La tigre, la tigre!» e sentivo che avrebbe voluto gridare, ma tratteneva la voce. Vecchio vademecum militare, pensai. Muoversi nella foresta senza che il nemico possa sentirti.<br />
«E cosa ci fai nel bosco? Vieni via, sono le due»: stentavo io stesso a credere a quello che stavo dicendo. Ma era tutto vero. Vera la telefonata, inaspettatamente vera la sua voce, vera la sua presenza nel bosco alto di Verbate, ad est dello zoo safari.<br />
Dunque era così. Forse passava il giorno a dormire e di notte girovagava per i boschi. Era un’anima in pena baciata dalla luna che filtra fra i rami. Cos’era diventato? Uno sciamano, un fauno, un satiro malinconico e invecchiato? O forse il tragicomico rabdomante di se stesso, un poveraccio sconclusionato alla ricerca del suo spirito?<br />
«E cosa vuoi?» chiesi. Cominciavo a vederci più chiaro, e la cosa mi sembrava sempre più pazzesca.<br />
«Raggiungimi. Vieni all’incrocio del sentiero con la pista da cross, sopra la torbiera. Partiamo da lì».<br />
Conoscevo bene il posto. Per tutti gli anni Ottanta era stato uno dei crocevia di tossici di eroina a Verbate. Uno snodo dal quale ci mettevano in guardia le nostre madri, quando partivamo, con le nostre vecchie bici saltafoss. Era l’angolo di confluenza di tre sentieri, nel punto di accesso al rettilineo di partenza della vecchia pista da motocross abbandonata. A un tiro di schioppo dallo zoo. Avevano chiuso la pista – dopo due campionati italiani e un mondiale di sidecar – quando erano partiti i lavori per la costruzione del safari, a fine anni Settanta.<br />
«Ma sono le due di notte» gli ripetei. Dovevo sembrare un disco rotto.<br />
«Vieni. Porta la torcia» e chiuse la chiamata.<br />
Restai a guardare i led rossi della sveglia che bucavano il buio della mia stanza. Da bambino passavo un sacco di tempo rannicchiato sotto le coperte, con la torcia accesa in mano. Il nascondiglio segreto, dicevo a mia madre quando entrava e mi chiedeva cosa stessi combinando, con quell’aria da profugo o terremotato – coperta aggrovigliata, capelli arruffati e briciole di biscotti sparsi sul pavimento. Bei tempi. Mi alzai dal letto, infilai la tuta da lavoro, le mie scarpacce antinfortunio, e scesi giù.</p>
<p>Ci vollero dieci minuti di macchina.<br />
Walter mi aspettava, seduto su un ceppo di castagno. Sembrava davvero uno sgusciato fuori dal sogno di una notte di mezz’estate. Quando mi vide arrivare fece un cenno con le braccia, alzandosi, perché spegnessi il motore e i fari della mia Ford. Accostai e scesi. Dal bosco arrivava fortissimo l’odore di pollini e muschi. Come quando mi portavano, le sere di maggio, a recitare il rosario nelle piccole cappelle votive diroccate, che inaspettatamente tempestavano i sentieri del bosco dai giorni della Controriforma. Allora era davvero tutto incredibile – mia madre come una ninfa che vola nei boschi, mio padre come la quintessenza dell’energia, e io al centro dell’universo. Era successo secoli prima.<br />
«Ciao» dissi dirigendomi verso di lui.<br />
«Stai chino. L’aria diffonde il tuo odore» fu la sua risposta. E chi dovrebbe sentirlo, il mio odore? – volevo dirgli.<br />
«Ora. Seguiamo il sentiero fino alla prima morena, poi facciamo la vecchia pista» mi intimò. Aveva la faccia sporca di terra, come i marines che vedevo nelle fiction dopo il lavoro. Faceva sul serio.<br />
«Hai la torcia? Da’ qui, vado avanti io» aggiunse. Si alzò e cominciò a camminare: da dietro sembrava il gigante di una fiaba, o un cavaliere errante sui sentieri della sua intuizione folle, o il vecchio stopper che imprecava gelido al limite dell’area, portandoci, su tutti! verso la linea del fuorigioco. La luce della torcia toccava le morene di fili d’erba e arbusti, sfiorate dalla brezza che disperdeva i pollini. Camminando potevo sentire le punte delle felci che mi toccavano le gambe, come il solletico di mille invisibili dita.<br />
E ci inoltrammo nel bosco.</p>
<p>C’era un silenzio naturale. Camminavamo senza nemmeno sentire i nostri passi, senza avvertire le nostre traslazioni a pelo d’erba, come se fluttuassimo sulle punte della vegetazione. Ci guardavamo intorno. Dall’altro lato della montagnola, dove c’era il serpente di terra e sassi della vecchia pista, sulle morene di robinie, altre luci bucavano il buio. Un fascio, attraverso le trame degli alberi, sparato in alto, verso il cielo, la luna e Dio – se c’è. Altri ricercatori. Ci arrivava il loro bisbiglio bambinesco. Noi eravamo in silenzio, invece. E al buio. Noi eravamo a caccia. Acquattati fra le felci, ci saliva il sentore della terra nera, e di tutto quello che era lì in macerazione, da secoli, sotto le nostre pance. Walter mi faceva dei cenni, con indice e medio allineati e vicini, come fossimo due controfigure in un film di guerra.<br />
Oltre alla sua faccia di terra, quel suo parlare con le dita era l’unica parvenza del soldato che era stato, e che inspiegabilmente non era più. Come se la scia luminosa sulla quale aveva cavalcato in quegli anni, su su verso il successo che tutti gli pronosticavano, come se quella scia fosse stata tutto un abbaglio, un clamoroso bluff al quale lui stesso aveva creduto, da quando era venuto da me, freddo e luminoso, a dirmi che aveva «messo la firma», nel ’94 o giù di lì. Che gli fosse capitato qualcosa di tremendo mentre era di stanza nei dintorni di Kabul, non l’avevo nemmeno pensato. Non era tipo da facili sentimentalismi. Non uno che si faccia abbindolare da suffragette pacifiste o da vecchi medici di organizzazioni non governative. E nemmeno uno interessato a scoprire i drammi di un popolo, di una terra. Non era mai stato un cuore tenero da redimere. Ma quel gesto, quelle due dita unite ad indicarmi i movimenti da fare – perché la tigre non ci vedesse, non ci sentisse, non sapesse niente di noi – era l’unica traccia di ciò che era stato: il resto era soltanto un fantoccio molle preda di fantasmi e fantasie.<br />
Ed io? Perché l’avevo seguito? Perché mi ero fatto trascinare – letteralmente – in quell’assurda e pericolosissima scampagnata notturne per i boschi? Cosa pensavo di fare, smettere di fare il mezzo fallito e buttarmi in ritardo di quindici anni nel gorgo della vita, come Hemingway, che da ragazzo aveva rappresentato per me la quintessenza stessa dello scrittore che avrei voluto diventare e non sarei mai stato? O volevo fare il profeta disarmato che ammansisce le belve – oh miracolo! – io, minuscolo San Francesco, piccolo Orfeo del millennio? O mettermi a giocare a Sandokan e finalmente, con trent’anni di ritardo, stavolta, diventare l’eroe dei romanzi di Salgari che avevo amato? No. Balle. Era per Walter. E per il brillio sinistro che ghignava nei suoi occhi – quello era. E anche per il formicolio che aveva ripreso a scuotermi come prima di scendere in campo per la finale. Stava succedendo, ecco tutto – e quando succede il resto sono particolari. Illuminazione. O Liberazione. O qualsiasi altra cosa uno voglia dire. Sentivo distintamente i nostri respiri. Percepivo gli odori del mondo. Avevo cominciato a vedere l’impercettibile spostamento della luna, in cielo. E delle costellazioni, dove le frasche diradavano e piccole parentesi di cielo si aprivano sopra di noi. Di là, sulla montagnola opposta, ancora luci alla rinfusa, disordinate, scendevano. Gli uomini delle ricerche stavano pattugliando il bosco. Cercavano la Tigre. Noi no: noi eravamo a caccia, disarmati. La faccenda era diversa, completamente. Walter mi fece il segnale – avanzavamo sugli avambracci, respirando il profumo di milioni di esseri esalanti sotto di noi. Lui sembrava un lunghissimo serpente uscito da una storia diabolica: ma non importava. Importava essere lì. Walter, io, e la Tigre. Noi sulle sue tracce, e lei sulle nostre.</p>
<p>Vidi la Tigre quando ormai la Tigre aveva visto noi.<br />
Dall’altra parte, sul pendio, non c’erano più luci. Gli uomini alla ricerca erano scomparsi in fondo al valloncello, ai piedi del bosco dove eravamo noi. Non ci arrivava nemmeno l’eco delle loro parole di richiamo. Erano come lucciole spente sotto una cappa.<br />
Walter era immobile, gli occhi fermi, puntati in avanti, e il suo ghigno. Chi non lo aveva conosciuto nei suoi giorni di grandezza, avrebbe pensato che fosse cinico, e scettico. O che fosse un povero fallito, se lo avesse visto in quei giorni: un ragazzaccio fatto a pezzi dalle sue debolezze e da fantasmi che avevano piantato il loro vessillo nel suo cervello fragile. Io lo guardavo davvero, e sapevo cosa stavo guardando: vita immobile, un grumo di nervi pronto ad esplodere. Mi fece un cenno rapidissimo, con le due dita unite. Io ero troppo impaurito per decodificare subito quello che voleva dirmi. Non sarei sopravvissuto più di un’ora, senza Walter. Mi fece ancora il segnale. Aveva la faccia di uno che ha già fatto i suoi conti. Di uno che sa già come andrà a finire, perché finirà esattamente come lui vuole che finisca.<br />
Guardai avanti. La Tigre era sdraiata su un fianco. Sembrava di terracotta smaltata, una di quelle cose kitsch che ci sono sopra i camini. Il suo pelo si accartocciava flaccido sui rametti e sulle foglie sparsi attorno. Bellissima. Guardava verso di noi, e cadenzava il respiro. Anche lei sapeva cosa sarebbe successo, e sembrava aspettare. Solo io non avevo chiaro un bel niente, o avevo frainteso tutto, come sempre. Avevo solo paura, una dannata paura.<br />
Walter mi guardò, allora. Ghignò, il corpo puntellato sui gomiti, la testa ripiegata, le gambe lunghissime, come una coda. Altro che fantasie lattiginose, e pause lunghissime nei discorsi, e tutta quella pappa molle che mi aveva gettato addosso, come stesse delirando, nelle serate al bar Vela. Signore e signori, ecco a voi Walter Primi, lo spietato.<br />
Chissà come dovevo sembrargli. Chissà cosa pensava del suo vecchio compagno di difesa, del mio sorriso di circostanza, ora che capivo di essermi cacciato davvero nei guai. Durò un attimo: incrociammo i nostri occhi, e insieme tutta la parentesi terrena che fino ad allora avevamo misteriosamente condiviso. Poi feci quello che dovevo fare.<br />
Mi alzai, senza guardare niente – il bosco, il sentiero, la Tigre, Walter. Niente. Mi alzai e cominciai a correre, io un’ombra duplicata dalla mia stessa ombra notturna, sotto la luce della luna.<br />
Anche Walter si alzò.<br />
Anche la Tigre, allargando le fauci ed emettendo un suono rauco e primitivo.<br />
Io correvo, inciampando ovunque.<br />
La Tigre balzò verso di noi, verso di me.<br />
Mi voltai, scivolando ed annaspando.<br />
In piedi, fermo, c’era Walter. Si tirò su le maniche. Non so perché lo fece. Fu un gesto stupido. Un gesto grandioso.<br />
La tigre emerse biancoarancione dalla lunga serie delle felci. La vidi caracollare, prima, e poi prendere una lunga rincorsa. Walter rimase fermo. Si piegò sulle ginocchia. Prese posizione. Non lo vidi in faccia. Non si voltò. La tigre emise il suo grido di guerra. La vidi ancora balzare in avanti, come pescando le forze dall’accumulo della sua prigione dorata, giù allo zoo. Balzò ancora, e ancora. Poi, fu in campo aperto, fuori dalle felci. Una magia, vederla dove anni prima avevamo lasciato le nostre biciclette e ci eravamo inoltrati nel bosco. Dove ero passato con mio padre e mia madre, vent’anni prima. La Tigre. Era immensa. Era bellissima.<br />
Di fronte a lei, verticale e freddo, Walter. Come la statua di Stefano davanti ai lapidatori, quella che avevamo davanti quando servivamo messa.<br />
Anche lui era balzato fuori – fuori dalle felci, fuori dalla terra, fuori da tutto quello che lo aveva imprigionato. Balzò fuori, all’aperto, sotto la luna e le stelle, sotto Dio.<br />
Lo vidi correre, luminoso, verso dove sapeva di dover andare. Correva verso la Tigre. Poi più nulla, come una liberazione.</p>
<p><em>Riccardo Ielmini è nato a Varese nel ’73. Ha vinto il Premio Chiara Inediti 2011 con la raccolta di racconti</em> Belle speranze <em>(Macchione 2011).</em></p>
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