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	<title>rivolte &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>London revisited</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Aug 2011 09:20:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Marco Mancassola Ho saputo che i disordini erano scoppiati anche a Brixton quando sulla metropolitana hanno annunciato che il treno non avrebbe fermato in quella stazione: era chiusa per “vandalismo”. Nel frattempo i disordini si erano sparsi in varie parti della città e a Tottenham, a pochi passi da dove vivo, si sentiva ancora [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong><a href="http://www.marcomancassola.com/marco_mancassola_a_nord/"> Marco Mancassola</a></strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/6a0105351f2394970c015390a19e17970b1.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/6a0105351f2394970c015390a19e17970b1-300x190.jpg" alt="" title="6a0105351f2394970c015390a19e17970b" width="300" height="190" class="alignnone size-medium wp-image-39848" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/6a0105351f2394970c015390a19e17970b1-300x190.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/6a0105351f2394970c015390a19e17970b1.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Ho saputo che i disordini erano scoppiati anche a Brixton quando sulla metropolitana hanno annunciato che il treno non avrebbe fermato in quella stazione: era chiusa per “vandalismo”. Nel frattempo i disordini si erano sparsi in varie parti della città e a Tottenham, a pochi passi da dove vivo, si sentiva ancora l&#8217;odore di bruciato nell&#8217;aria. Le macchine incendiate erano state rimosse in fretta, ma avevano lasciato lunghe sagome annerite sull&#8217;asfalto.</p>
<p>“Negli altri paesi le rivolte scoppiano per domandare democrazia o far cadere un governo, qui scoppiano per assaltare i negozi”, afferma un amico anglosassone quando infine lo raggiungo a Brixton. Joe mi accompagna a vedere il negozio di attrezzature elettriche Currys a un centinaio di metri da casa sua. Lo hanno saccheggiato poche ore prima. Non c&#8217;è molto da vedere oltre alle solite vetrine infrante, serrande abbassate ormai inutilmente, un mucchio di merce calpestata sulla soglia.<span id="more-39845"></span></p>
<p>Quella sera le sirene urlanti, elemento già fin troppo tipico nel paesaggio sonoro della capitale, riempiono le strade. Le volpi del boschetto in fondo alla strada, che di solito col buio si avventurano fuori, schizzano via al passaggio di ogni convoglio di polizia. In tivù un notiziario sta facendo il punto sugli avvenimenti globali con un montaggio di immagini in diretta: a un tratto, una piccola epifania. Sullo schermo diviso in due si vede da una parte un edificio in fiamme a Croydon, Londra sud, dall&#8217;altra la campanella di chiusura della borsa di New York alla fine dell&#8217;ennesima giornata nera. Il caos per le strade e il tonfo finanziario. L&#8217;accostamento ha qualcosa di così emblematico da lasciare muta, per qualche secondo, persino la voce del loquace commentatore.</p>
<p>Il rapporto diretto fra speculazioni finanziarie e impoverimento delle fasce deboli, fra politiche economiche e disperazione giovanile, è un argomento lampante e viene usato da più parti, in questi giorni, per abbozzare letture politiche degli avvenimenti inglesi. Mentre i tabloid invocano la tolleranza zero, gridano allo scandalo dei baby-rivoltosi (“Un saccheggiatore di 7 anni!” era il titolo di una recente copertina) e applaudono la polizia quando usa maniere forti, l&#8217;opinione pubblica liberal si interroga sul fallimentare contesto economico-educativo in cui crescono i ragazzi dei quartieri difficili.</p>
<p>Gli amici politicizzati mandano link di analisi rivoluzionarie. In tutta Europa, come in occasione di altre sommosse di strada, varie voci salutano l&#8217;avanguardia della sollevazione prossima ventura. Letture a cui sfugge, forse, il carattere scivoloso dei fatti inglesi. La velocità con cui la protesta per l&#8217;uccisione da parte della polizia del giovane Mark Duggan si è trasformata in una cronaca di saccheggi, incendi e atti vandalici estranei a ogni ordine simbolico – i negozi colpiti erano a volte di grandi catene, molte altre negozietti a conduzione familiare – parla di un tipo di sommossa che si beffa delle analisi, delle letture, delle sovrastrutture politiche e degli stessi ordini simbolici.</p>
<p>Su Youtube, i video di Grime Report celebrano questa obliquità tra politico e non politico, tra ciò che è possibile militanza e ciò che è la semplice appartenenza a una gang. Grime è il nome del genere musicale, una forma di hip-hop, sviluppato da anni nei ghetti londinesi. I video in questione mostrano montaggi di immagini delle rivolte e dei luoghi devastati con il sottofondo di brani incalzanti. Un nuovo genere a metà tra il videogiornalismo e il videoclip. Sempre su Youtube, ha fatto scalpore il video di un ragazzo ferito durante le sommosse. Sputa sangue sull&#8217;asfalto. Alcuni dei saccheggiatori si avvicinano, sembrano volerlo aiutare, mentre altri in realtà si avvicinano da dietro, gli aprono lo zaino e lo derubano con noncuranza. Il video, nella sua banalità, ha qualcosa di disturbante: seppure riferito a un episodio isolato, sembra delineare un orizzonte di singoli all&#8217;attacco, senza molta solidarietà reciproca.</p>
<p>Chi vive a Londra conosce la cronaca quotidiana di omicidi, aggressioni, coltellate che hanno per protagonisti gli adolescenti della città. Gli adolescenti girano per i quartieri, sfaccendanti, con le loro scarpe da ginnastica bianchissime, assorbendo le contraddizioni di un&#8217;intera metropoli, di un&#8217;intera società. Quando l&#8217;inquietudine trova la scintilla per diventare disordine, ecco che l&#8217;evento prende forma quasi di estremo flash-mob, happening del qui e ora, sfogo febbrile a metà tra la disperazione di chi non ha nulla da perdere e il rito anarchico-liberatorio. Spaccare tutto è appagante. Questi ragazzini “senza coscienza” non fanno ciò che il nostro inconscio di adulti occidentali, di fronte agli scricchiolii macabri del sistema, sempre più spesso sogna di fare?</p>
<p>Croydon brucia, le borse crollano. Condannabili o meno, dotate di rivendicazioni ideali oppure occasioni di saccheggio vigliacco, le sommosse urbane – plurali, con pulsioni diverse, intrecciate tra loro e a volte indistinguibili – sembrano avere un&#8217;aria drammaticamente inevitabile. Ken Livingstone, ex sindaco di Londra, dice in tivù che questi ragazzi “non pensano di fare parte di questa società”. In fondo non siamo a casa di Margaret Thatcher? La profetessa del neoliberismo, colei che affermava: “La società non esiste.”</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/6a0105351f2394970c0153909a66fa970b-800wi.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/6a0105351f2394970c0153909a66fa970b-800wi-300x225.jpg" alt="" title="6a0105351f2394970c0153909a66fa970b-800wi" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-39849" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/6a0105351f2394970c0153909a66fa970b-800wi-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/6a0105351f2394970c0153909a66fa970b-800wi.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Molta gente, nelle giornate clou degli scontri e dei saccheggi, è andata a mangiare nei ristorantini di Dalston: sapeva che erano aperti. E il motivo per cui erano aperti era che i ristoratori e i negozianti turchi della zona avevano chiamato amici e parenti, con mazze da baseball, a fare la guardia delle proprie vetrine. Ha funzionato. Le gang dei ragazzini sono passate per la zona ma, tranne l&#8217;assalto a un negozio della catena JD Sports, non hanno osato altro.</p>
<p>Basterebbe questo episodio per suggerire che negli scontri di Londra si sono intrecciati vari fattori, comprese le tensioni tra comunità diverse – comunità razziali, come del resto accade da decenni in questo paese; comunità anagrafiche, con gli adolescenti con felpa e cappuccio a formare una comunità a sé. I tre uomini di origine asiatica morti a Birmingham sono stati uccisi in questo modo, investiti da un&#8217;auto mentre facevano la guardia a una pompa di benzina.</p>
<p>Le autorità, d&#8217;altro canto, incoraggiano l&#8217;autodifesa: secondo il quotidiano Guardian, la polizia avrebbe distribuito istruzioni ai commercianti londinesi sull&#8217;“uso ragionevole della forza” per difendere le proprietà. Le vendite online di strumenti di autodifesa sono lievitate: Amazon.co.uk ha visto crescere a livelli esorbitanti, nelle ultime ore, le vendite di mazze “sportive”. Un clima da far west in cui i poveri, ancora una volta, sembrano pronti a massacrarsi a vicenda.</p>
<p>Un fondo speciale di venti milioni di sterline è stato intanto annunciato dalle autorità londinesi per i danni subiti dalle attività commerciali. Si attendono dettagli su come sarà distribuito. Ne potranno beneficiare solo i negozi indipendenti, magari privi di assicurazione, o anche quelli di grandi catene? Catene di abbigliamento sportivo come Foot Locker o JD Sports, tra le più colpite, dovrebbero forse iniziare a considerare i danni da sommosse urbane come fisiologici: sono i negozi dove gli stessi ragazzi delle periferie lavorano o provano a lavorare, comprano oppure rubano. I negozi che definiscono il loro stile, che loro adorano e che poi, a quanto pare, alla fine incendiano. Il ciclo è completo. Il cortocircuito totale.</p>
<p>A un paio di giorni dalla fine delle violenze, i cappucci delle felpe sono su, come sempre. Gli adolescenti camminano sotto il cielo livido di un&#8217;estate che quest&#8217;anno non è mai arrivata. Il sei per cento dei giovani londinesi sotto i 19 anni, dice una statistica del Centre for Social Justice, appartiene a una gang. Le gang di strada “censite” sono 257. In un altro articolo, assai profetico, comparso sul Guardian a fine luglio, si parlava della chiusura dei youth club nei quartieri del nord di Londra, dovuta ai tagli sociali che hanno ridotto del 75% il budget dei servizi giovanili. In molte aree, i youth club erano l&#8217;unica alternativa alla socialità delle gang. La loro chiusura, combinata con i tagli all&#8217;istruzione, avrebbe portato a grossi problemi nelle strade, annunciava un operatore sociale.</p>
<p>Eppure nelle strade di Londra, si sa, tutto scorre con cinica velocità. La città si scrolla di dosso la cenere dei roghi. I turisti belgi e francesi che vengono in giornata a fare shopping a Oxford Street, approfittando del cambio favorevole, sembrano non aver neppure sentito parlare delle rivolte. Business as usual, come si dice qui. Fino magari alle prossime fiammate. Fino ai prossimi roghi altrettanto veloci. Sotto il cielo livido sembra difficile, al momento, trovare il modo di immaginare qualcos&#8217;altro: roghi estemporanei, atroci e intermittenti.</p>
<p>articoli pubblicati su  Il Manifesto, <em> con i titoli, &#8220;Nelle borse, nelle strade&#8221; e &#8220;Business as usual&#8221;, 11 e 12 agosto 2011. </em></p>
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		<title>Rivolte e nuovi media</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jun 2011 12:30:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Tiziano Colombi Dopo le proteste e gli scontri che hanno segnato la fine del regime del dittatore Ben Alì è comparsa sui muri di Tunisi la scritta: “Merci le peuple! Merci Facebook”(1). Il graffito sembra avvalorare le numerose tesi giornalistiche che nel raccontare le rivolte di questi mesi in Medio Oriente hanno spesso usato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/tahrir-square-31-january.png"><img decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-39177" title="tahrir-square-31-january" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/tahrir-square-31-january-150x150.png" alt="" width="150" height="150" /></a>di <strong>Tiziano Colombi</strong></p>
<p>Dopo le proteste e gli scontri che hanno segnato la fine del regime del dittatore Ben Alì è comparsa sui muri di Tunisi la scritta: “Merci le peuple! Merci Facebook”(1). Il graffito sembra avvalorare le numerose tesi giornalistiche che nel raccontare le rivolte di questi mesi in Medio Oriente hanno spesso usato espressioni come “rivoluzioni di Twitter” o “rivoluzioni di Wikileaks”.</p>
<p>Questo orientamento tuttavia appare più come una riduzione di complessità riferita a eventi tanto drammatici quanto complessi. Numerosi gli interventi di esperti dei media e professionisti del settore, accademici e non, che hanno provato ad approfondire l’analisi sulle “nuove rivoluzioni”.</p>
<p><strong>Rivolte virtuali.</strong><br />
Tra quanti hanno definito il ruolo dei social media quantomeno rilevante nella genesi dei fatti del nord Africa troviamo l’autorevole blogger politico Andrew Sullivan (2). Egli ritiene che quando i ricordi e gli accadimenti dell’ultimo anno potranno essere analizzati con più calma si noterà il contributo fornito alla causa dei ribelli da piattaforme come Twitter e Facebook. Sullivan parla a questo proposito di un aiuto importante sia per quanto concerne la mobilitazione sia la circolazione di informazioni.<span id="more-39176"></span></p>
<p>Elizabeth Dickinson fa notare come i cablo di Wikileaks abbiano consolidato il malcontento dell’opinione pubblica tunisina fornendo particolari sul sistema di corruzione costruito dalla famiglia di Ben Alì: &#8211; i tunisini non avevano bisogno di altre ragioni per protestare ,quando sono scesi in piazza nelle scorse settimane &#8211; i prezzi alimentari erano in aumento, la corruzione era dilagante, e la disoccupazione era sconcertante. Ma potremmo anche contare la Tunisia come la prima volta in cui Wikileaks ha spinto le persone oltre il limite (3)-.</p>
<p>Anche Manuel Castells ha sottolineato il ruolo fondamentale della rete nella riorganizzazione del flusso informativo durante le lotte del Maghreb: &#8211; Al Jazera ha raccolto le informazioni diffuse su internet dai cittadini usandole come fonti e ha organizzato dei gruppi su Facebook, trasmettendo poi gratuitamente le notizie sui cellulari. Così è nato un nuovo sistema di comunicazioni di massa costruito come un mix interattivo tra tv, internet, radio e sistemi di comunicazione mobile. La comunicazione del futuro è già usata dalle rivoluzioni del presente (4)-.<br />
Sempre Castells si sofferma sui tratti innovativi assunti dalle rivolte proprio grazie ai nuovi media: &#8211; senza questi nuovi modi per comunicare la rivoluzione tunisina non avrebbe avuto le stesse caratteristiche: la spontaneità, l’assenza di leader, il protagonismo di studenti e professionisti, con i politici dell’opposizione e dei sindacati che hanno dato sostegno a un processo ormai avviato (5)-.</p>
<p>In tutti gli interventi sopracitati l’accento è posto sull’influenza positiva avuta dalle nuove forme di aggregazione e comunicazione offerte dal web. Una posizione che trova nelle teorie di Clay Shirky la sua elaborazione più efficace: &#8211; gli strumenti sociali non creano l’azione collettiva, semplicemente ne rimuovono gli ostacoli. Questi ultimi sono stati però così significativi e invasivi che, nel momento in cui vengono rimossi, il mondo comincia diventare un mondo diverso. Ecco perché i cambiamenti più significativi non sono basati sulle tecnologie scintillanti e complesse, ma piuttosto su strumenti semplici e facili da usare […]. Le rivoluzioni non avvengono quando le persone abbracciano nuove tecnologie ma quando adottano nuovi comportamenti (6)-.</p>
<p>E’ forse qui che si possono rintracciare elementi di novità nell’introduzione dei social media nella pratiche di opposizione da parte della società civile. Nessun legame di causa ed effetto. I popoli dell’Egitto, della Tunisia, della Libia e prima di loro il Movimento Verde in Iran non hanno trovato in Twitter o in Facebook gli elementi fondanti del loro agire sociale. Tuttavia coloro i quali hanno potuto accedere a queste piattaforme alternative hanno modificato quantomeno la percezione di eventi tanto destabilizzanti introducendo uno scarto mai verificatosi fino a oggi.<br />
Ecco come ancora Clay Shirky definisce il nuovo scenari: &#8211; internet aumenta la vita sociale del mondo reale piuttosto che offrire un mondo alternativo. Invece di diventare un cyberspazio separato, le reti elettroniche si stanno radicando profondamente nella nostra vita (7)-.<br />
L’equazione di Jeff Neumann bene si presta a riassumere il contenuto di quanto detto finora: &#8211; Did social media have an effect on events in Tunisia? Undoubtedly, yes. Is this a social media revolution? Absolutely not (8)-.</p>
<p><strong>Rivolte reali.</strong><br />
Se da una lato dunque sono in molti, seppur eterogenei, i pareri positivi sull’influenza delle nuove tecnologie di rete nelle azioni di piazza di questi mesi, altrettanti sono coloro che hanno manifestato dubbi e perplessità.</p>
<p>La prima obbiezione trova riscontro nei dati di cronaca.  Scrive infatti il giornalista americano David Rieff: &#8211; se l’insurrezione tunisina ha avuto una causa scatenante, bisognerebbe cercarla in un gesto politico tutt’altro che virtuale. Parlo della decisione di Mohamed Bouazizi – un ambulante di Sidi Bouzid, una cittadina nella Tunisia centrale – di darsi fuoco per protestare contro la polizia che gli aveva sequestrato il carrettino e i prodotti che tentava di vendere […]. E’ stato il suo gesto a scatenare le prime manifestazioni antigovernative in Tunisia, imitato da varie altre persone che si sono immolate un po’ dappertutto dall’Egitto alla Mauritania. Nelle narrazione dei cyberutopisti, i gesti di auto immolazione non trovano posto: sono troppo lontani dalla mentalità di noi occidentali. Invece Twitter e Facebook sono considerati indispensabili per il nostro stile di vita. In realtà quando facciamo il tifo per i tweets di piazza Tahrir, tifiamo per noi stessi (9)-.</p>
<p>I social media ritratti come icone rivoluzionarie rispondono a quell’aspetto della media logic che vede nella personalizzazione la chiave del racconto giornalistico, il logo di Twitter sostituisce l’immagine di Che Guevara. Servono leader per raccontare le rivoluzioni e le folle eterogenee scese in piazza in tutto il Maghreb non sono mediaticamente appetibili in tal senso.</p>
<p>Un ulteriore aspetto può essere preso in considerazione: il concetto di “cronocentricity”(10), formulato da Tom Standage a proposito del telegrafo. Si tratterebbe in sostanza di una fascinazione temporale per le tecnologie del presente tale da far supporre a quanti ne fanno uso che queste siano il volano della storia. Ignorando per esempio che:- la blogosfera iraniana non è solo il luogo dove le donne alzano la bandiera dei diritti negati, i giovani criticano la polizia, i riformisti auspicano i cambiamenti e i giornalisti combattono la censura; è anche il luogo dell’Olocausto negato, della difesa della rivoluzione islamica, della mobilitazione degli studenti pro Ahmadineijad (11)-.</p>
<p>Sul versante della smitizzazione del valore della rete come macchina sovvertitrice delle dinamiche di potere si muove l’autore di <em>The Net Delusion</em> Evgeny Morozov, ricercatore di origine bielorussa che insegna a Stanford: &#8211; non mi sono mai sognato di avanzare la tesi che le dittature, una volta diventate digitali, sarebbero divenute invulnerabili alla protesta popolare e al cambiamento democratico. Sarebbe una argomentazione ridicola, resa anzi ancora più ridicola dal ruolo che essa assegna alla tecnologia come motore di eventi politici e sociali. Chiunque pensi che la tecnologia possa far regnare per sempre i dittatori sarebbe altrettanto fuori strada di chi pensa che la tecnologia serva a far trionfare i dissidenti basta che aprano abbastanza profili Facebook. Nessun tipo di controllo di internet può risolvere il problema della disoccupazione. Guardando alla Tunisia e all’Egitto, vedo due regimi che non sono stati particolarmente capaci a governare il flusso informativo (oltre agli altri numerosi errori commessi). Le cose sarebbero potute andare in modo differente se la polizia segreta di Mubarak e i suoi pierre fossero stati altrettanto dotati di quelli cinesi?Possibile (12)-.</p>
<p>Due aspetti vengono dunque messi in evidenza: la tendenza a rappresentare il mondo  attraverso il filtro di una sorta di “orientalismo tecnologico” (13) e la poca attenzione riposta nelle possibili controindicazioni dei nuovi network sociali,  soprattutto in contesti politici venati di autoritarismo.<br />
Emblematico in tal senso il caso della “democrazia con regole cinesi” di cui parla Paola Stringa dove anche un colosso come il motore di ricerca Google ha dovuto arrendersi, per restare sul mercato, ai diktat del governo di Pechino: &#8211; la partita della comunicazione, dei blog e dei social network in Cina è una partita geopolitica, anche se i casi di scontro con multinazionali del settore non sono ancora rientrati nelle agende governative mondiali, ma potrebbero presto entrarci se internet diventa un nuovo pilastro della politica estera degli Stati Uniti, come hanno fatto pensare alcune dichiarazioni del segretario di Stato Hillary Clinton all’indomani del caso Google, sul fatto che una nuova cortina dell’informazione stia calando su larga parte del mondo (14)-.</p>
<p>Alto è dunque il grado di incertezza che governa lo sviluppo delle nuove tecnologie. A grandi potenzialità corrispondono altrettante criticità. Occorre dunque prendere atto della possibilità che le teorie elitiste di Gaetano Mosca e Roberto Michels potrebbero valere anche per il mondo della rete: &#8211; […] Chi dice organizzazione, dice tendenza all’oligarchia. L&#8217;organizzazione ha nella sua fisionomia spiccati lineamenti aristocratici. Il meccanismo dell&#8217;organizzazione, col produrre una struttura robusta, provoca nella massa cambiamenti notevoli o addirittura sostanziali. Gli è che essa inverte il rapporto tra il condottiero e i condotti. In origine il duce non è che il servitore della massa. La base dell&#8217;organizzazione sta nell’uguaglianza fra tutti gli organizzati. Tutti i membri dell&#8217;organizzazione vi godono gli stessi diritti.<br />
[…] Ma il formarsi di rami speciali di attività, la differenziazione politica che è conseguenza inevitabile dell’estendersi dell’organizzazione, induce necessariamente i soci a darsi una così detta direzione tecnica, ed a conferire ogni potere effettivo, come cosa che esige specifiche qualità e competenza, ai soli capi. […] L&#8217;organizzazione_quindi scinde definitivamente ogni partito in una minoranza che governa e in una maggioranza che ne è governata (15)-.</p>
<p>Nemmeno un “positivista” come Shirky allontana questa idea quando sostiene: -[…] una verità fondamentale dei sistemi sociali: nessuno sforzo nel creare valore di gruppo può avere successo senza una qualche forma di governo. I gruppi che attualmente adottano gli strumenti sociali formano un’ala sperimentatrice della filosofia politica, e possono trovare una risposta alle difficili domande sulla gestione delle aggregazioni. Uno degli aspetti più notevoli dello sfruttamento del valore sociale è che i gruppi tendono a essere omeostatici, vale a dire resistenti alle pressioni esterne. L’esempio classico dell’omeostasi è la temperatura corporea dell’individuo. Gli esseri umani hanno una temperatura interna di circa 36.5°C sia che si trovino nel Sahra sia che si trovino nell’Artico. Anche un gruppo, una volta formato, può raggiungere l’omeostasi, trovando modi per rimanere unito anche quando l’ambiente cambia (16) &#8211; .</p>
<p>Da qui allora la necessità di pensare a nuovi “format di partecipazione” secondo una definizione di Juan Carlos De Martin, il quale, proprio come Michels, parla di potere come capacità di organizzazione. Stare in rete dandosi regole condivise, puntare sull’alfabetizzazione informatica (17). Lo scopo è evitare la deriva di uno strumento che, nato libero per motivi tecnologici, potrebbe anche divenire strumento di coercizione.</p>
<p>In tal senso, il G8 di internet promosso dal presidente francese Sarkozy, sembra andare in direzione opposta: &#8211; […] a leggere il programma dell’e-G8 Forum sembrerebbe che Internet sia quasi esclusivamente dominio di aziende private. Non solo, infatti, l’organizzazione del forum è stata affidata a Maurice Lévy, il proprietario di una delle più grandi agenzie pubblicitarie al mondo, ma il programma è pervaso di amministratori delegati, lasciando la società civile e le università, le vere madri di Internet, in nettissima minoranza. È dunque legittimo chiedersi quale sia la vera agenda del Forum: confronto reale sul futuro della Rete o semplice messa a punto di decisioni già prese da relativamente pochi attori?(18)-.</p>
<p>Nelle parole scritte da Mosca ne <em>La classe politica</em>, testo lontanissimo dal trattare tematiche inerenti al web eppure sorprendentemente attuale, si legge: -cento che agiscono sempre di concerto  e di intesa gli uni con gli altri trionferanno su mille presi uno a uno che non avranno alcun accordo fra loro (19)-.</p>
<p><strong>Cyberottimisti e Cyberpessimisti.</strong><br />
Uno degli interventi che ha maggiormente alimentato il dibattito sul tema delle rivolte e dei nuovi media è stato quello di Malcolm Gladwell sul The New Yorker (ripreso in Italia da Internazionale con il titolo “Twitter non fa la rivoluzione”). Il teorico del “punto critico” analizzando i principali aspetti del movimento per i diritti civili che agli inizi degli anni ’60 portò in America a una svolta sul tema della questione razziale rileva: &#8211; […] il movimento per i diritti civili fu più simile a una campagna militare che a un contagio […] era militanza ad alto rischio. Era anche, e soprattutto, una forma di militanza strategica: una sfida all’establishment, organizzata con precisione e disciplina (20)-.<br />
Caratteristiche queste antitetiche rispetto alla struttura dei social media e alla loro organizzazione: &#8211; è la distinzione fondamentale tra la militanza tradizionale e la sua variante online: i social media non sono organizzazioni gerarchiche. Sono strumenti per creare reti, che sono l’opposto per struttura e carattere, delle gerarchie, le reti non sono controllate da un’unica autorità centrale, le decisioni vengono prese per consenso, e i rapporti che legano le persone al gruppo sono deboli.  […]. Non possono pensare in modo strategico, sono cronicamente più inclini ai conflitti e agli errori. Com’è possibile compiere scelte di strategia o di orientamento filosofico quando tutti i membri sono sullo stesso piano? (21)-.</p>
<p>Per Gladwell l’orizzontalità della comunicazione non è un fattore in grado di consolidare la militanza politica. Al contrario questo sarebbe il difetto più evidente delle rivolte nordafricane. La mancanza di un ordine e di una leadership come quella incarnata dalla chiesa nera e dal suo vertice indiscusso Martin Luther King non sono elementi di contorno ma il fondamento del successo di una strategia di opposizione e rivendicazione.</p>
<p>Di parere opposto è Henry Jenkins direttore del Comparative Media Studies del Mit. Egli infatti riprendendo il concetto di “adhoc–crazia” categorizzato dallo scrittore di fantascienza Cory Doctorow scrive: &#8211; all’opposto di una burocrazia, una adhoc-crazia è un’organizzazione caratterizzata dall’assenza di gerarchie. Al suo interno, ogni persona contribuisce ad affrontare un particolare problema affidandosi alle proprie conoscenze e capacità, e i ruoli di leadership si alternano con il variare dei compiti. Una adhoc-crazia, perciò, è una comunità del sapere che trasforma l’informazione in azione (22)-.</p>
<p>Di certo il modo in cui gli individui condividono lo spazio pubblico e articolano il loro agire sociale sta subendo profonde trasformazioni. Siamo di fronte a una rivoluzione? Difficile dirlo.<br />
Oggi forse la posizione più pragmatica e condivisibile è quella del filosofo Slavoj Žižek: &#8211; nel confronti del cyberspazio si dovrebbe adottare un comportamento “conservatore”, come quello di Chaplin nei confronti del sonoro nel cinema: Chaplin, più di molti altri, si rese conto dell’impatto traumatico della voce, in quanto intruso estraneo, sulla nostra percezione del cinema. Allo stesso modo, l’attuale processo di transizione ci permette di percepire ciò che stiamo perdendo e ciò che stiamo guadagnando – questa percezione diventerà impossibile nel momento in cui abbracceremo totalmente, e ci sentiremo pienamente a casa nelle nuove tecnologie. In breve, abbiamo il privilegio di occupare il posto di “mediatori evanescenti”. Un tale atteggiamento chapliniano ci obbliga a resistere al fascino seduttore dei due miti contemporanei riguardanti il cyberspazio, il quali si basano entrambi sul luogo comune per cui oggi siamo nel bel mezzo del passaggio dall’epoca del modernismo [&#8230;] a quella postmoderna della dispersione [&#8230;] (23)-.</p>
<p>Note.<br />
(1) Paolo Zanuttini, Così nasce una democrazia senza troppa paura dell’islam, Il Venerdì, 29 aprile 2011.</p>
<p>(2) Andrew Sullivan, Could Tunisia be the next Twitter revolution?, The Daily Dish, www.theatlantic.com , 13 gennaio 2001.</p>
<p>(3)  Elizabeth Dickinson, The first Wikileaks revolution?, www.foreignpolicy.com, 13 gennaio 2001.</p>
<p>(4) Manuel Castells, I gelsomini tunisini viaggiano in rete, Internazionale, 4/10 febbraio 2011.</p>
<p>(5) Ibidem.</p>
<p>(6) Clay Shirky, Uno per uno, tutti per tutti. Il potere di organizzare senza organizzazione, Codice edizioni, Torino, 2009, pag.119.</p>
<p>(7) Ivi, pag 146.</p>
<p>(8) (I social media hanno forse avuto un effetto sugli eventi in Tunisia? Sì, senza dubbio. Dunque questa è la rivoluzione dei social media? Assolutamente no ). Jeff Neumann, Social media didn’t oust Tunisia’s president – the Tunisian people did, www.gawker.com, 15 gennaio 2011.</p>
<p>(9) David Rieff, La rivoluzione di Twitter non riempie la pancia, Internazionale, 18/24 febbraio 2011.</p>
<p>(10) Tom Standage, The victoria internet: the remarcable story of the telegraph and the nineteenth century’s on-line pioneers, Barkley Trade, 1999.</p>
<p>(11) Paola Stringa, Blogdemocrazia. Come si forma oggi l’opinione pubblica, Carocci editore, Roma, 2011, pag.81.</p>
<p>(12) Filippo Sensi, Il lato oscuro della rete (intervista con Evgeny Morozov), Europa, 16 aprile 2001.</p>
<p>(13)  Edward W. Said, Orientalismo. L’immagine Europea dell’Oriente, Feltrinelli, Milano, 2002.</p>
<p>(14) Paola Stringa, Blogdemocrazia. Come si forma oggi l’opinione pubblica, Carocci editore, Roma, 2011, pag.73.</p>
<p>(15) Roberto Michels,  La democrazia e la legge ferrea dell&#8217;oligarchia : saggio sociologico, Roma, Cooperativa Tipografica Manuzio, 1910.</p>
<p>(16)  Clay Shirky, Uno per uno, tutti per tutti. Il potere di organizzare senza organizzazione, Codice edizioni, Torino, 2009, pag. 2011.</p>
<p>(17)  Juan Carlos De Martin, Maurizio Ferraris, Carlo Infante, Potere del web. Poter del web, (conferenza Biennale Democrazia), 15 aprile 2011.</p>
<p>(18) Juan Carlos De Martin, Nuove regole per internet, La Stampa, 25 maggio 2011.</p>
<p>(19) Gaetano Mosca, La classe politica, Laterza, Bari, 1966, pag.54.</p>
<p>(20) Malcolm Gladwell, Small change, The New Yorker, 4 ottobre 2010.</p>
<p>(21) Ibidem.</p>
<p>(22) Henry Jenkins, Cultura convergente, Apogeo, Milano, 2007, pag. 27</p>
<p>(23) Slavoj Žižek, L’epidemia dell’immaginario, Biblioteca Meltemi, Roma, 2004, pag . 186 – 187.</p>
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		<title>Per un nuovo spirito (del/la) Comune [nel 140° anniversario]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Mar 2011 08:24:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[Comune di parigi]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
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					<description><![CDATA[Ci sono anniversari iper-celebrati, altri dimenticati. Oggi sono passati 140 anni dallo scoppio della rivolta comunarda parigina. Quando Lecomte voleva far sparare sulla folla per prendersi i cannoni di Montmartre e i soldati fraternizzarono con la folla e con la Guardia Nazionale. Pubblico il video della canzone (con i disegni di Otto Gabos a illustrarla): La [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono anniversari iper-celebrati, altri dimenticati. Oggi sono passati 140 anni dallo scoppio della rivolta comunarda parigina. Quando Lecomte voleva far sparare sulla folla per prendersi i cannoni di Montmartre e i soldati fraternizzarono con la folla e con la Guardia Nazionale. Pubblico il video della canzone (con i disegni di Otto Gabos a illustrarla): <em>La Comunarda</em>, il cui testo fu scritto da me e da Francesco Forlani, immaginandoci una storia d&#8217;amore sulle barricate &#8211; perché la rivolta ha sempre in sé una smisurata promessa d&#8217;avvenire. mr<br />
<br /><iframe loading="lazy" title="YouTube video player" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/embed/O6HDzXCogQ8" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Sulla spiaggia di Ez Zauia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Mar 2011 12:38:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[libia]]></category>
		<category><![CDATA[Natalia Castaldi]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia contemporanea italiana]]></category>
		<category><![CDATA[rivolte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Natalia Castaldi La conta dei morti nella piazza di Ez Zauia sfidava il rosso dei pomodori allineati nel cortile le mosche ronzavano il canto funebre delle carogne . cercavo di dirti una parola ma correvano forte troppo forte e gridavano via anche la mia voce che si spegneva corta sul tuo viso . avrei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">di <strong>Natalia Castaldi</strong></div>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/Ez_Zauia_01.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-thumbnail wp-image-38426" title="Ez_Zauia_01" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/Ez_Zauia_01-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<div>La conta dei morti nella piazza</div>
<div id="_mcePaste">di Ez Zauia sfidava il rosso</div>
<div id="_mcePaste">dei pomodori allineati nel cortile</div>
<div id="_mcePaste">le mosche ronzavano il canto funebre</div>
<div id="_mcePaste">delle carogne</div>
<div id="_mcePaste">.</div>
<div id="_mcePaste">cercavo di dirti una parola</div>
<div id="_mcePaste">ma correvano forte troppo forte</div>
<div id="_mcePaste">e gridavano via anche la mia voce</div>
<div id="_mcePaste">che si spegneva corta sul tuo viso</div>
<div id="_mcePaste">.</div>
<div id="_mcePaste">avrei voluto trovare fiato da soffiare al sangue</div>
<div id="_mcePaste">pomparti il cuore dirti che ancora dovevi lottare</div>
<div id="_mcePaste">.</div>
<div id="_mcePaste">mi trascinarono via ancora in ginocchio</div>
<div id="_mcePaste">uno per braccio</div>
<div id="_mcePaste">vedevo solo polvere [polvere e rumore<span id="more-38425"></span></div>
<div id="_mcePaste">.</div>
<div id="_mcePaste">sono tornata a cercarti</div>
<div id="_mcePaste">nel velo nero</div>
<div id="_mcePaste">della luna come faro</div>
<div id="_mcePaste">ma non c’eri</div>
<div id="_mcePaste">.</div>
<div id="_mcePaste">stamattina mi hanno detto che stanno scavando buche</div>
<div id="_mcePaste">sulla spiaggia dove correvamo fino alle onde</div>
<div id="_mcePaste">.</div>
<div id="_mcePaste">Eri il più piccolo, quello ribelle,</div>
<div id="_mcePaste">il mangilibri che cantava in inglese</div>
<div id="_mcePaste">non ti capivo, t i  c r e d e v o</div>
<div id="_mcePaste">guardavi il mondo come un animale selvatico</div>
<div id="_mcePaste">d e s t i n a t o  a l l a  v i ta</div>
<div id="_mcePaste">e ridevi e ti facevi serio</div>
<div id="_mcePaste">sfidando il cielo</div>
<div id="_mcePaste">perché la povertà non diventasse miseria</div>
<div id="_mcePaste">e la dignità significasse giustizia.</div>
<div id="_mcePaste">Io sorridevo della tua follia</div>
<div id="_mcePaste">mi sentivo libera nel tuo respiro</div>
<div id="_mcePaste"><em> dove sei adesso?</em></div>
<div id="_mcePaste">Qui cadono tutti</div>
<div id="_mcePaste">Volevo portare dei fiori</div>
<div id="_mcePaste">dove hai lasciato il tuo sangue</div>
<div id="_mcePaste">con quello di Anuar e Fa’ez e gli altri amici</div>
<div id="_mcePaste">ma non sopravvive più nulla in questa terra</div>
<div id="_mcePaste">i colori sanno di fumo</div>
<div id="_mcePaste">il grigio brucia le congiuntive</div>
<div id="_mcePaste">.</div>
<div id="_mcePaste">Mi asciugo gli occhi</div>
<div id="_mcePaste">Ho mani secche strette nei pugni</div>
<div id="_mcePaste">e unghie nere piene di terra</div>
<div id="_mcePaste">Tahir ha detto che stanno reclutando anche le donne</div>
<div id="_mcePaste">quelle più giovani e veloci</div>
<div id="_mcePaste">Domani mi daranno il fucile di uno di quei venduti</div>
<div id="_mcePaste">che hanno sgozzato ieri</div>
<div id="_mcePaste">.</div>
<div id="_mcePaste">Cercherò di ucciderne più che posso</div>
<div id="_mcePaste">prima di raggiungerti sulla nostra spiaggia</div>
<div id="_mcePaste">Rasha e Halima sono al sicuro con i bambini</div>
<div id="_mcePaste"><em> Forse domani correranno per noi</em></div>
<div id="_mcePaste"><em> dentro le onde.</em></div>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Ciò che penso dei riot romani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Dec 2010 08:57:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Ivan Carozzi]]></category>
		<category><![CDATA[riforma Gelmini]]></category>
		<category><![CDATA[riot]]></category>
		<category><![CDATA[rivolte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Ivan Carozzi Parto col piede sbagliato, con un&#8217;excusatio: non sono stato, per esempio, tra quelli che gioirono quando un pezzo di granito finì sulla faccia di un vecchio. Rispetto ai fatti del 14 dicembre, invece, ho avuto da subito una reazione diversa. Il titolare di un gigantesco conflitto d&#8217;interessi è a capo di un governo moribondo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">di <strong>Ivan Carozzi</strong></div>
<div>Parto col piede sbagliato, con un&#8217;excusatio: non sono stato, per esempio, tra quelli che gioirono quando un pezzo di granito finì sulla faccia di un vecchio. Rispetto ai fatti del 14 dicembre, invece, ho avuto da subito una reazione diversa. Il titolare di un gigantesco conflitto d&#8217;interessi è a capo di un governo moribondo amalgama di cricche di analfabeti, affaristi e camorristi; è alleato di un partito che se venticinque anni fa fu portatore d&#8217;istanze condivisibili è oggi portatore d&#8217;istanze razziste e rancore; è il seminatore di discredito e volgarità; è il maieuta del peggio, della meschinità, dell&#8217;egoismo, ed è accusato di essere stato allevato da Cosa Nostra. Un&#8217;accusa devastante sulla quale non ha mai sentito il dovere e la decenza di chiarire. E&#8217; un bugiardo. Ostenta buon umore mentre il Paese si è trasformato in una gigantesca comunità precaria e in un campo di sversamento di liquami. Il 14 dicembre si è votata la fiducia al suo Governo grazie ad una compravendita di parlamentari spudoratamente testimoniata in numerose interviste rilasciate dai parlamentari corrotti medesimi.<span id="more-37579"></span></div>
<div id="_mcePaste"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/uyxwDV9iKaI?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></div>
<div id="_mcePaste">Uno di questi parlamentari, il giorno della fiducia, ha pagato un gruppo di bengalesi inconsapevoli per sfilare con uno striscione che illustrava il suo grettissimo pensiero autoassolutorio. Accetto che la corda prevalente del mio Paese sia la commedia, lo accetto, mi diverte e ne vado anche in un certo senso fiero, ma un Paese così volgarizzato e derubato del suo futuro recita un copione che da troppo tempo non è più quello della commedia: “Un Paese di musichette, mentre fuori c’è la morte”.</div>
<div id="_mcePaste"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/ZIkgAkJftAE?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></div>
<div id="_mcePaste">Chi può  dire quando sia giusto appiccare un incendio, rimuovere un sanpietrino, incendiare la</div>
<div id="_mcePaste">macchina di un cittadino incolpevole? Non è mai giusto, specie per la macchina del cittadino</div>
<div id="_mcePaste">incolpevole, ma ci sono momenti in cui -una campana che suona- tutto diventa lecito, almeno per lo spazio di un pomeriggio, perchè ogni segno è stato passato. Molte delle testimonianze raccolte tra gli studenti, purtroppo sottovalutate da Roberto Saviano, raccontano di un tumulto generale e spontaneo, nato per contagio nel momento in cui si è diffusa la notizia che il Governo prima descritto, nelle modalità prima descritte, aveva ottenuto la fiducia. Non sorprende la presenza di gruppi organizzati o la fuga degli studenti spaventati, ma il dato di una quota consistente di manifestanti che ha preso parte attivamente al tumulto, fabbricando armi trovate per strada, o che, con il classico applauso, ha apertamente e ineditamente solidarizzato con i casseur. Il rapporto di analogia con gli anni &#8217;70, e con la giornata romana del 12 marzo &#8217;77, può essere meditato e discusso, ma il modo in cui molti commentatori lo hanno fatto somiglia a quello con cui, per esempio, i media americani misero in rapporto la nube di cenere sopra le twin towers con quella sopra le navi da guerra di Pearl Harbour. Cioè un uso strumentale e impulsivo della storia, patriottico e bellicistico, e dall&#8217;altra di tipo esorcistico, come scritto venerdì scorso da Alessandro Dal Lago. Piazza del Popolo, invece, ci racconta qualcosa di vergine, inedito e nascente. Ecco, in questo virgolettato di uno studente rimasto anonimo, il sapore della prima volta:</div>
<div id="_mcePaste">“Bellissima manifestazione. Ci hanno dipinto come teppisti: eravamo quasi tutte persone pacifiche che si sono difese dalle aggressioni. Mi chiedi se c’erano gruppi organizzati, questi fantomatici Black Bloc? Non ho alcuna pratica di scontri in piazza, ma per quel che ho visto, a parte qualche piccolissimo gruppo organizzato, tutte le persone che hanno tenuto il centro di Roma contro le cariche della polizia erano persone come me, visibilmente inesperte, senza caschi o altro . Persone che per la prima volta in vita loro hanno messo un’auto di traverso o cose del genere. E si vedeva. Ci chiedevamo l’un l’altro: se dobbiamo fermare una carica, tu sai come si fa una Molotov? E nessuno lo sapeva”.</div>
<div id="_mcePaste">Per molti dei manifestanti coinvolti nella rivolta, immagino che il momento in cui la notizia del</div>
<div id="_mcePaste">voto di fiducia si è diffusa, come un proiettile passato da cranio a cranio, debba aver rappresentato il kairos, l’istante apicale in cui ci si scuote di dosso anni di torpore, si esce dal tempo berlusconiano, e la protesta violenta e irrazionale scaturisce di colpo da un’intima, impolitica, non ideologica, fonte legittimante. Come razzi si fuoriesce dai propri corpi e l&#8217;aria intorno brucia.</div>
<div id="_mcePaste"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/7BpuN-vJ01Y?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></div>
<div id="_mcePaste">Secondo Confcommercio Lazio, una prima stima dei danni si aggira intorno ai 15-20 milioni di euro. Io ritengo che quel giorno, di ogni auto bruciata, e di ogni colpo preso e inferto da manifestanti e polizia, l&#8217;unico responsabile sia questo Governo. Ho provato ad immaginare che cosa avrei fatto io, se fossi stato a Roma e avessi deciso di calare il passamontagna. Non credo che avrei sentito invadermi dal calore della comunità proletaria, come scrisse a suo tempo Toni Negri, ma credo che avrei sentito affluire il sentimento esondante e liberatorio, persino disgiunto da quello degli altri manifestanti, che avrebbe spinto la mia mano a terra per raccogliere una pietra dal selciato e lanciarla contro i sovvertitori delle istituzioni e della democrazia. Finalmente avrei fatto qualcosa &#8216;in my name&#8217;. Oppure mi sarei cagato sotto.</div>
<div id="_mcePaste">Questa non è apologia della violenza e della devastazione, che mi ostino a ripudiare, ma la storia di una giornata eccezionale che racconta un punto di non ritorno, un limite non più valicabile alle frustrazioni, alle</div>
<div id="_mcePaste">lesioni psichiche e sociali accumulate in questi anni, alle ferite profonde portate alla democrazia, che ti costringe a porti in contraddizione con i tuoi stessi convincimenti, a farti esplodere. Doveva accadere, prima o poi, ed è per me una bella notizia che sia accaduto.</div>
<div id="_mcePaste">Dirò più avanti perché.</div>
<div id="_mcePaste">Che ci fossero infiltrati o meno, nella rivolta, resta significativo ma ininfluente. Più significativo,</div>
<div id="_mcePaste">come un amico mi ha fatto notare, è che la rivolta sia nata contestualmente all’arresto di Assange e alla diffusione dei cablogrammi diplomatici ad opera di Wikileaks. Cioè in un momento in cui la generazione dei nativi digitali, diversamente da Frattini, scopre la possibilità tecnologicamente offerta di una trasparenza assoluta del potere: la possibilità quindi che quel potere si renda responsabile delle proprie azioni e che del suo operato renda conto ai cittadini che rappresenta. A Roma, invece, il Governo ha risposto con un tenebroso raddoppio di opacità, indossando quel passamontagna istituzionale che è la costruzione della zona rossa. Ha risposto arretrando cupamente rispetto al proprio tempo, e imbottendo di rumore bianco lo spazio di comunicazione tra sé e le giovani generazioni. Emilio Fede ha invocato la chiusura di Facebook…</div>
<div id="_mcePaste">Roberto Saviano</div>
<div id="_mcePaste">Non mi soffermo sui passaggi più banali della lettera pubblicata su Repubblica da Saviano. Come il riferimento automatico agli anni ’70 (gli anni ’70 rimossi, che oggi però tornano a fare da schermo</div>
<div id="_mcePaste">all’analisi di una giornata). O quell’accenno povero e polemico al passamontagna di Marcos. Preferisco spendere due parole sul rischio a cui la giornata del 14 dicembre espone ciascuno di noi, e di cui lo stesso Saviano, saggiamente, non credo paternalisticamente, scrive. Vengo al cuore della cosa: la violenza. Penso all’incendio romano come ad un segnale di vita su di un pianeta morto, ad un cambio di passo, non come alla scoperta, da parte di una generazione, di un metodo non politico di gestire lo scontro e risolversi all’obbiettivo. Credo che la maggioranza degli studenti ne sia consapevole. Credo che la stragrande maggioranza di chi ha dissentito da Saviano, dissentisse appunto dalla sua lettura pigra e banalizzante dei riot romani, gli rimproverasse il fatto di non aver compreso il carattere nuovo ed eccezionale della giornata, il carattere specifico di quella rabbia. Ma nessuno, mi è parso, ha fatto vera apologia della violenza. Saviano, mi pare, non ha colto il punctum della fotografia di Piazza del Popolo. Credo altrettanto che questa coscienza acuta e larga, questa posizione che comprende e assolve la violenza di un giorno, sia fragile, pronta a smarrirsi, nel momento in cui il Governo continuerà a mostrarsi sordo e sempre più, senza infingimenti, un conglomerato di affaristi pronto a chiudere l’ultimo bottone della camicia nera.</div>
<div id="_mcePaste"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/4DiAZZmfmzY?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></div>
<div id="_mcePaste">Inoltre, il deputato Pdl e Presidente della Commissione Difesa della Camera dei deputati Edmondo Cirielli, in un’interrogazione parlamentare presentata il 15 dicembre scorso:</div>
<div id="_mcePaste">“A parere dell’interrogante il militare di cui sopra si sarebbe trovato nelle condizioni previste dagli artt. 51, 52 e 53 del Codice Penale, eppure non ha ritenuto di utilizzare l’arma d’ordinanza, mettendo in pericolo innanzitutto la sua vita, e poi anche quella dei suoi colleghi e, più in generale, il perimetro di sicurezza per cui era stato predisposto il servizio di Ordine Pubblico, atteso che la pistola poteva anche essergli sottratta e utilizzata dagli aggressori”…un invito a sparare.</div>
<div id="_mcePaste">Salvo sorprese, ma figuriamoci, Berlusconi continuerà a mantenersi sordo alle proteste, a farsi</div>
<div id="_mcePaste">di gomma e indifferente alle inchieste giornalistiche e della magistratura. L’immagine più calzante ed emblematica delle capacità d’interlocuzione con gli studenti, i precari, i terremotati, resta, a mio avviso, quella fissata un paio di anni fa in uno scatto in cui Daniela Santanchè, fuori da Montecitorio, mostrò il dito medio ad un gruppo di manifestanti dell’Onda. Prevedo quindi un crescendo autoritario, una lievitazione dello strato di cerone sul volto dell&#8217;informazione, un divenire Psylvio di Silvio. Sono purtroppo del parere che gli studenti continueranno a non essere ascoltati. L’opzione violenta, per questa ragione, si farà ancora più invitante e automatica. Dopo due anni di proteste, dopo essere saliti sui tetti, dopo aver occupato i monumenti, trovando un punto di contatto magico tra te e la storia del tuo Paese, saltando di netto il tempo in cui sei nato, il tempo di Berlusconi, ma non sei stato ascoltato, ecco, come non pensare a fare dell’Italia un enorme cassonetto incendiato? Allontanare questo pensiero di morte credo sia compito di tutti, dopo il 14 dicembre. Non ci si può condannare ad un tale pensiero ossessivo, ai fantasmi omicidiari (Chi non vorrebbe uccidere La Russa, dopo quel video?) ma tanto meno all’umiliazione di essere governati da questo esecutivo e venire impunemente consegnati ad un futuro senza speranza. La soluzione, la ricerca di un’alternativa, credo che vada trovata con un divino terzo occhio politico, che sappia spingersi oltre il ‘900 e l’alternativa arida e miserabile tra violenza e rassegnazione.</div>
<div id="_mcePaste">
<p>La testimonianza, risalente a qualche giorno fa, di Benedetta, zia di Cristiano, il quindicenne rimasto a terra durante gli scontri: &#8220;In un primo tempo era svenuto, ma si è ripreso quasi subito anche se era sotto shock e in stato confusionale. Per un giorno intero non ricordava nulla. E&#8217;stato prima portato in  ambulanza al Fatebenefratelli sull&#8217;Isola tiberina, dopo poche ore è stato trasferito al San Giovanni dove gli è stata riscontrata la frattura scomposta del setto nasale, la frattura dell&#8217;osso temporale ed un ematoma sub-epidurale. Ed è quest&#8217;ultima cosa la più preoccupante. Bisogna aspettare e sperare&#8221;.</p>
<p>[pubblicato su precariementi.splinder.com]</p>
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