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		<title>Non fate come me</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 09:30:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Enrico Donaggio Incrocio sotto casa corpi e volti appena scorti di là dal mare, al telegiornale. Pugni al cielo, sventagliate di mitra, grida di vittoria o paura tra bandiere che bruciano e piedi in fuga. Sono proprio loro: giacche di pelle come guappi anni Sessanta, tute da ginnastica degne di arresti domiciliari, qualcosa di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em></em>di <strong>Enrico Donaggio</strong></p>
<p>Incrocio sotto casa corpi e volti appena scorti di là dal mare, al telegiornale. Pugni al cielo, sventagliate di mitra, grida di vittoria o paura tra bandiere che bruciano e piedi in fuga. Sono proprio loro: giacche di pelle come guappi anni Sessanta, tute da ginnastica degne di arresti domiciliari, qualcosa di sgualcito per sempre nel viso e nelle mani. Parlano e fumano attorno a un carrello della spesa zeppo di volantini pubblicitari, gli stessi che maledicono ogni giorno la buca delle lettere. <span id="more-41717"></span>Disgraziati che passano il giorno a infilare carta sudicia nei portoni: quel che aspetta le loro controfigure in rivolta, se tutto andrà bene, il giorno che riusciranno ad arrivare qui, nel centro di Torino, da Siria, Egitto o da altre miserie in scompiglio.</p>
<p>Energie indocili e feconde, qui già consunte e vane. Di fronte a questa scena cerco in quel che sento e so una scheggia d’intuizione che preservi da confusa mestizia, che aiuti a ridurre uno scarto e uno spreco, tenendo insieme per un attimo storia, politica e vita. La nostra: che fino a ieri collezionavamo incolumi esotismi in quelle terre low cost, nulla volendo intendere di sangue e violenza; e ora ci scaldiamo il cuore disquisendo di tumulti, rivolte e barconi di profughi, empatia per delega a eccitare dottissime inerzie. E la loro, della quale oggi colgo solo due estremi: mettere a repentaglio la vita armi in mano e consumarla ficcando reclame lungo il viale di casa.</p>
<p>Una possibile via d’uscita da questa schizofrenia comporterebbe – da parte nostra – una dissociazione di pessimo gusto. Il gesto di chi, obeso inquieto e nauseato, trovasse la faccia per raccomandare ai morti di fame una dieta alternativa; insieme alla petulanza di profetare che il nostro ingozzarsi, al quale potrebbero finalmente avere accesso, li condannerebbe a una tristezza più subdola di quella patita finora. Di riconoscere insomma, almeno a loro, quel che solo chi ha troppa panza e famiglia, qui da noi, finge ancora di non avere inteso: che il nostro stile di vita è una stella morta. Non avrà smesso di brillare, ma si tratta di un miraggio. E, soprattutto, non vale la pena.</p>
<p>Comodamente liquidabile come tartuferia pretesca, questo consiglio di sputare nel piatto in cui mangiamo costituirebbe l’unica cosa onesta – inutile magari, però almeno non ipocrita – alla nostra portata. Smetterla di lacerarsi tra identificazione sterili (volere essere anche noi come o addirittura meglio di loro, nei cieli autistici dell’immaginario politico) e dinieghi concretissimi di quelle aspirazioni nell’esistenza di ogni giorno. Confessare il segreto più ricco di speranza che si possa regalare a qualcuno, l’unico che possediamo con piena cognizione di ammanchi e ricavi: «Non fare come me». Un’ammissione che trasformerebbe la meta del loro coraggio in progetto o scommessa entusiasmante ed enigmatica per tutti: inventare insieme un modello diverso e nuovo di felicità privata, sociale, politica. Un’eventualità di fronte alla quale anche gli ospiti più ingrati d’Occidente deporrebbero riconoscenti – almeno per un attimo – boria, sconforto e inquietudine.</p>
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