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	<title>Robert Boyle &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Gli ultimi desideri di Boyle: alchimia e luce.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Apr 2012 09:30:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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		<category><![CDATA[alchimia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Continuando quanto vi raccontavo a proposito della lista dei desideri del nostro Robert Boyle, molte altre cose potrebbero formare oggetto della nostra curiosità e del nostro stupore, per esempio il desiderio di saper foggiare il vetro nelle forme più adatte, ormai del tutto realizzato, o quello di fabbricare armature sia estremamente leggere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/ecco-il-Sole-300x199.jpg" alt="" title="ecco il Sole!" width="300" height="199" class="alignleft size-medium wp-image-42252" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/ecco-il-Sole-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/ecco-il-Sole-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/ecco-il-Sole.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><br />
Continuando quanto <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/04/02/la-lista-dei-desideri-di-robert-boyle-medicina-e-geografia/">vi raccontavo</a> a proposito della <a href="http://indianfoodreviews.blogspot.it/2011/04/24-wishes-of-robert-boyle.html">lista</a> dei desideri  del nostro <strong>Robert Boyle</strong>, molte altre cose potrebbero formare oggetto della nostra curiosità e del nostro stupore, <span id="more-42251"></span>per esempio il desiderio di saper foggiare il vetro nelle forme più adatte, ormai del tutto realizzato, o quello di fabbricare armature sia estremamente leggere che estremamente dure e resistenti, un po’ passato di moda ― anche se, a ben pensarci, le tute antiproiettile&#8230; ―, o quello di fabbricare navi adatte a navigare con ogni vento possibile e del tutto inaffondabili, anche questo non veramente realizzato; molte, sì, ma io vorrei invece soffermarmi innanzitutto sul desiderio numero 13, nel quale ricorre una parola molto inusuale nel lessico inglese odierno, la parola <em>alkaest</em>, o meglio <em>alkahest</em>, di provenienza squisitamente alchemica; alchemica in quanto proveniente dagli scritti di Paracelso (1493-1541), che disse di averla coniata a partire da parole arabe; il che è anche possibile, Paracelso, nato ad Einsiedeln, in uno dei tre cantoni svizzeri originari, quello di Schwyz, era piuttosto orgoglioso del suo sapere e si faceva chiamare <em>Paracelsus</em> per asserire di essere allo stesso livello di Aulo Cornelio Celso, romano della Gallia, illustre naturalista ed esperto in arti mediche vissuto nella prima metà del I secolo d. C.</p>
<p>Il termine <em>alkahest</em> indicava, secondo Paracelso, e così ripreso da Boyle, il <em>solvente universale</em>, il liquido in grado di sciogliere qualsiasi materiale, liquido che si pensava affine al mercurio, data la proprietà di quest’ultimo di sciogliere, cioè di formare un amalgama, diremmo oggi, ad esempio con l’oro; particolare importanza rivestiva il mercurio per gli alchimisti, tanto che distinguevano il mercurio solvente semplice, che era un’acqua estratta secondo i principi della <em>Grande Opera</em> ― in buona sostanza i principi fondanti dell’alchimia ― dai vapori secchi, viscosi, acidi, capaci di sciogliere i metalli; il mercurio solvente composto, che era mercurio cui era stata aggiunta un’altra sostanza che ne faceva davvero la sostanza perfetta, che scioglieva ogni altra, inizio di ogni processo; e infine il mercurio comune che era l’estratto ottenuto operando sui minerali che ne contenevano.<br />
E dunque qui abbiamo il Boyle ancora imbevuto della dottrina alchemica, che sogna questa sostanza universale <em>ri-solutrice</em> ― anche in senso etimologico ― di ogni problema materiale. Ma l’uomo Boyle è uno e il suo mondo è <em>insieme</em> alchemico e moderno: la vera apoteosi della sua fantasia desiderante sfocia nell’ultimo desiderio, che davvero apre un orizzonte sconfinato: <em>A Perpetuall Light</em>, una luce eterna, una luce che mai scompaia e che non richieda sforzo per essere mantenuta.<br />
Una prospettiva universale: il <em>Big Bang</em>, come se l’immaginano ― o forse come lo desiderano ― gli scienziati di oggi, fu un enorme scoppio di luce iniziale, destinato a durare per tutto l’universo e per tutto il tempo, perché la luce che si propaga incessantemente nello spazio continua inalterata, non si attenua, non si esaurisce; se la luce colpisce un oggetto materiale, direte voi, si ferma e scompare, già, così sembra, in realtà tutti i corpi, a qualsiasi temperatura essi si trovino, emettono luce (naturalmente il termine luce va inteso qui come sinonimo di radiazione elettromagnetica) e più sono caldi e più emettono; dunque quando un corpo “ferma” e così distrugge la luce che lo incontra, il primo effetto di ciò è il riscaldamento del corpo stesso, che quindi emette immediatamente altra e maggiore radiazione.</p>
<p>Questa abbagliante richiesta di luce perpetua ha molti e illustri rimandi, dall’invocazione di Goethe morente ― <em>mehr Licht</em>, <em>mehr Licht!</em> ― riecheggiata nei foscoliani <em>Sepolcri</em> [«perché gli occhi dell’uom cercan morendo / il Sole; e tutti l’ultimo sospiro / mandano i petti alla fuggente luce.»], alla preghiera cristiana per i defunti ― <em>lux perpetua luceat eis</em> ― alla passione sconfinata di Einstein per la luce, che fece sì che egli ponesse a fondamento di tutta la sua teoria appunto questo straordinario e unico fenomeno naturale.<br />
Per Einstein la luce era l’unica cosa che poteva sottrarsi alle “normali” leggi della fisica: la velocità della luce, misurata da qualsiasi sistema di riferimento doveva risultare sempre la stessa ― come spiegavo più estesamente <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/12/10/una-barca-non-piu-in-cielo/">qui</a>  ― quei famosi 300.000 chilometri al secondo (circa) che tutti sanno e che, ormai ne siamo certi, nemmeno i più scaltri neutrini riescono ad eguagliare.</p>
<p>Negli ultimi due o tre anni della sua vita Robert Boyle, che morì il 31 dicembre del 1691, si dedicò a preparare un proprio lascito per il futuro, e malgrado egli non sia riuscito a terminare quelle “importanti ricerche chimiche” che aveva in mente, lasciò però nel testamento istruzioni e una apposita dote per inaugurare le <em>Boyle lectures</em>, lezioni annuali di argomento teologico, che ancora oggi si tengono, con una certa regolarità ― si veda ad esempio <a href="http://www.gresham.ac.uk/lectures-and-events/the-boyle-lecture-the-legacy-of-robert-boyle-then-and-now">qui</a>, un tipico esempio di britannica tradizione.</p>
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		<title>La lista dei desideri di Robert Boyle: medicina e geografia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Apr 2012 10:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Christiaan Huygens]]></category>
		<category><![CDATA[coordinate geografiche]]></category>
		<category><![CDATA[Isaac Newton]]></category>
		<category><![CDATA[problema delle longitudini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Come, ehm, certamente ricorderete da questo post di quasi quattro anni fa, l’illustre Christiaan Huygens (13 anni più vecchio di Newton), per persuadersi che il suono per propagarsi aveva bisogno dell’aria, ricorreva a “la macchina che Mr Boyle ci ha fornito, e con la quale ha fatto così tante belle esperienze.” : [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-42089" title="Robert Boyle" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Robert-Boyle-256x300.gif" alt="" width="256" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Robert-Boyle-256x300.gif 256w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/Robert-Boyle.gif 299w" sizes="(max-width: 256px) 100vw, 256px" /><br />
Come, ehm, certamente ricorderete da <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/05/12/etere-3-in-hollandia-christianus-hugenius-natus-est/">questo post</a> di quasi quattro anni fa, l’illustre <strong>Christiaan Huygens</strong> (13 anni più vecchio di Newton), per persuadersi che il suono per propagarsi aveva bisogno dell’aria, ricorreva a “la macchina che Mr Boyle ci ha fornito, e con la quale ha fatto così tante belle esperienze.” : questa gli permetteva di togliere l’aria da un recipiente a tenuta e di toccare con mano, per dir meglio, con l’orecchio, che il suono non si trasmetteva in assenza d’aria.<span id="more-42088"></span><br />
Questo Mr Boyle, suo quasi coetaneo (1627-1691) fu un personaggio davvero notevole nell’Inghilterra del Seicento: a vero dire era irlandese di nascita, ma solo perché il padre, Richard Boyle primo conte di Cork, altolocato personaggio della società britannica, si era recato in Irlanda prima della nascita del figlio per certi suoi affari di terre.<br />
Mentre per quel che riguarda la sua vita e le sue opere ci si può riferire senz’altro per esempio <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Robert_Boyle">qui</a>, quel che mi interessa ricordare di lui è il suo ruolo di <em>cerniera tra antico e moderno</em>, ruolo suo del resto come anche di altri scienziati dell’epoca, primo fra tutti lo stesso Newton; mentre infatti essi avevano nella loro formazione salde radici alchemiche, furono d’altra parte iniziatori e inventori di metodi e concezioni che li rendono dei veri precursori della scienza moderna.</p>
<p>Come sempre accade nelle storie e nella storia, la memoria degli uomini è selettiva, parziale e spesso opportunistica. Nei libri di testo di fisica si ricorda di lui la <em>legge di Boyle</em>, talvolta nota come legge di Boyle-Mariotte, doppio nome dovuto a una di quelle dispute sulla priorità della scoperta che non riescono ad appassionarmi quasi mai; questa legge viene studiata persino sui testi di fisica del liceo, anche per la sua semplicità. Essa infatti recita che «in un gas &#8212; ora dovremmo dire &#8220;in un gas perfetto&#8221;, ma su ciò tornerò prossimamente &#8212; che sia mantenuto a temperatura costante, il prodotto della pressione per il volume rimane costante»: un altro modo di dirlo è che, sempre in un gas mantenuto a temperatura costante, pressione e volume sono tra loro inversamente proporzionali: raddoppiate uno e dimezza l’altra e viceversa. Legge che Boyle enunciò per la prima volta rispondendo alle obiezioni che gli andava rivolgendo un certo gesuita (Francis Line, che insegnava al collegio gesuita inglese di Liegi). Siamo nel 1660, Boyle aveva costruito appunto una “machina Boyleana”, con la quale sperimentava con l’aria rarefatta, fino a pubblicare i risultati nell’opera <em>New Experiments Physico-Mechanicall, Touching the Spring of the Air, and its Effect</em>.</p>
<p>Ma una delle cose più strabilianti di Boyle fu la sua <span style="color: #ff0000;"><em>wishlist</em></span>, la sua lista dei desideri, l’elenco delle scoperte che egli si aspettava dalla scienza del futuro: elenco per molti versi sorprendente e di notevole preveggenza. Lo trovate <a href="http://indianfoodreviews.blogspot.it/2011/04/24-wishes-of-robert-boyle.html ">qua</a>, e qui mi limito a sottolinearne qualche aspetto.<br />
Il punto 2 anzitutto, «il recupero della giovinezza, o almeno di qualche suo tipico marchio, nuovi denti, un nuovo colore dei capelli», ampiamente esaudito, si direbbe, <em>ad abundantiam</em>.<br />
Il punto 5 è più sorprendente: «Il saper curare le ferite a distanza», e si amplia nel punto 6: «curare le malattie a distanza o almeno mediante trapianto», pensate a cosa possono alludere, e a quali sviluppi futuri. Notate che la parola inglese “transplantation”, documentata dal 1601 ha esattamente il senso suggerito dalla parola italiana trapianto, e trae la sua ovvia origine dal contesto botanico.<br />
Il punto 7: «raggiungere dimensioni gigantesche», è dei pochi punti rimasti ancora inattuati, anche perché non sembra che sia nei sogni dell’uomo contemporaneo avere tali ingombranti dimensioni.<br />
E il punto 9: «accelerare la produzione di cose a partire dai semi», pure di una straordinaria modernità, in realtà se ancora non riusciamo ad accelerare veramente i processi naturali, possiamo però facilitarli facendoli avvenire in condizioni ottimali. Mentre il sogno alchemico permane e anzi si amplia assai nel punto 12: «La trasformazione di specie nei minerali, negli animali e nei vegetali», una completa trasformabilità in natura, il sogno di una padronanza totale dell’uomo sulla materia.<br />
E infine il numero 16: «un modo certo e utilizzabile per trovare le longitudini»; questo sì che era un problema cruciale per tutti i naviganti, come sanno tutti quelli che hanno letto <em>L’isola del giorno prima</em> di Umberto Eco.<br />
Proviamo a farci un’idea oggi della difficoltà a quei tempi del “problema delle longitudini”.<br />
Per sapere dove si è occorre “fare il punto”, quindi calcolare latitudine e longitudine.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-42094" title="Coordinate geografiche" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/Coordinate-geografiche.jpg" alt="" width="582" height="433" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/Coordinate-geografiche.jpg 582w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/Coordinate-geografiche-300x223.jpg 300w" sizes="(max-width: 582px) 100vw, 582px" /></p>
<p>La latitudine è facile, basta guardare l’altezza del Sole (ammesso che appaia) a mezzogiorno, mentre per calcolare la longitudine quando sei in un posto sconosciuto e nuovo, in mezzo al mare o su qualche terra incognita, devi sapere a quante ore di distanza sei dal posto di longitudine zero, cioè ― per internazionale convenzione stipulata nel 1884 ― dal meridiano di Greenwich, e per fare questo devi avere un orologio che continui a funzionare regolarmente per giorni e settimane, il tempo del viaggio; se hai un tale orologio, che hai tenuto rigorosamente regolato sull’ora di partenza, sai a che ora è mezzogiorno a Greenwich e puoi calcolare quante ore di differenza, in più o in meno, ci sono col mezzogiorno del posto dove sei ― il quale mezzogiorno, anche qui, è osservabile se riesci a vedere il Sole nel suo punto più alto. Cioè ci vuole un orologio che duri nel tempo senza fermarsi e senza anticipare o ritardare sensibilmente, e questo era il grande problema. Ora il nostro Huygens aveva appunto inventato l’orologio a pendolo nel 1656 (Galileo era già morto da 14 anni e non aveva portato a termine alcun definito progetto  di orologio), ma è facile capire che su una nave che viaggia sulle onde un orologio a pendolo non cammina regolarmente neppure per un minuto, e questo sembrò una difficoltà insormontabile; cosa che Boyle non mancò di notare, inserendo alla sua <em>wishlist</em>, al punto 17, questo apposito desiderio: «l’uso del pendolo in mare e nei viaggi e sua applicazione agli orologi». Il che cominciò a realizzarsi con l’invenzione della sospensione cardanica, che è un altro bel capitolo di storia della scienza/tecnologia. Chi è curioso di saperne di più su questa straordinaria invenzione, nota sin dall’antichità, ma non applicata ai pendoli sulle navi, può andare a vedere <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Gimbal">qui</a>.<br />
Su altri punti tornerò in seguito.<br />
[la figura qui sopra è presa da <a href="http://www.vialattea.net/eratostene/gloss/coordinategeografiche.html">qui </a>.]</p>
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