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	<title>Roberto Esposito &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>A QUESTA NOSTRA, MALEDETTA GENERAZIONE: LA SINISTRA ITALIAN THEORY</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Apr 2013 14:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[ di Giuseppe Allegri &#160; Premetto che sono di parte. Il libro di Dario Gentili, Italian Theory. Dall&#8217;operaismo alla biopolitica (Il Mulino, 2012, pp. 246, € 20) è “il” libro che avrei voluto leggere durante la mia prima “formazione”, sotto i banchi nella aule decrepite del mio ginnasio di provincia, in alcune, infinite ore di ozio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/IT.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-45303" alt="IT" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/IT-119x150.jpg" width="119" height="150" /></a> di <strong>Giuseppe Allegri</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Premetto che sono di parte. Il libro di Dario Gentili, <a href="http://www.mulino.it/edizioni/volumi/scheda_volume.php?vista=scheda&amp;ISBNART=24026"><i>Italian Theory. Dall&#8217;operaismo alla biopolitica</i></a> (Il Mulino, 2012, pp. 246, € 20) è “il” libro che avrei voluto leggere durante la mia prima “formazione”, sotto i banchi nella aule decrepite del mio ginnasio di provincia, in alcune, infinite ore di ozio e immobilismo al quale ci assoggettavano, per fortuna rari e rare, professori e professoresse persi nella loro immobile nevrastenia da compromesso storico.</p>
<p>Perciò, per me, il libro di Gentili è probabilmente il più godibile e formidabile repertorio di libri ed autori del pensiero filosofico-politico italiano di questo ultimo trentennio-quarantennio. Lo confesso: è il libro che avrei voluto scrivere, ad avere una qualche capacità!</p>
<p>Si parte dal “ritorno a Marx”, contro Hegel e tutte le dialettiche totalitarie, dell&#8217;eretico Galvano Della Volpe, emarginato a Messina dal PCI del <i>Migliore togliattismo </i>e dei suoi fedelissimi eredi. Si passa quindi al primo e secondo “operaismo”: il soggetto antagonista nel Mario Tronti del seminale <i>Operai e capitale </i>(1966) e il <i>Marx oltre Marx </i>di Antonio Negri, dopo esser passato per la critica <i>luddista</i> dello “Stato dei partiti” (1964: quando la Prima Repubblica era ai suoi, compromissori, albori) e per il celebre <i>Frammento sulle macchine </i>dei <i>Grundrisse </i>marxiani. Quindi Massimo Cacciari e il pensiero negativo, con Pier Aldo Rovatti e Gianni Vattimo che insieme aprono sulla crisi dei marxismi e ci conducono al “pensiero debole”. Giacomo Marramao che tenta la <i>deleuziana</i> “sintesi disgiuntiva” dell&#8217;universalismo della differenza, soprattutto la centralità del pensiero della differenza sessuale, dallo <i>Sputiamo su Hegel</i> di Carla Lonzi, in poi. Per chiudere con Roberto Esposito e Giorgio Agamben sospesi tra biopotere e biopolitica, oltre l&#8217;impolitico.</p>
<p>Questa è solo una carrellata degli spunti, interviste, chiose, analisi, commenti, ricostruzioni che si trovano in questo assai denso libro di Dario Gentili. È uno sguardo profondo e argomentato di un giovane, potente filosofo sull&#8217;<i>Italian Difference</i>, quel <i>Radical Thought</i> che conquista pagine di riviste, convegni e dipartimenti in giro per il mondo, mentre viene annacquato nelle salse timorose delle <i>Terze pagine</i> dei nostri ammuffiti quotidiani (<i>La Repubblica</i> e <i>Il Corriere della Sera</i> si rincorrono da anni nel vuoto “moderatume” delle loro un tempo effervescenti e gloriose pagine culturali) e nel chiacchiericcio da retrobottega di parrocchia della nostra, sedicente Accademia, per tacere dell&#8217;acquasantiera alla quale si abbevera quel che rimane del pensiero politico italiano di sinistra (leggere le ultime pagine della recente riedizione del volume di Stefano Fassina <a href="http://books.google.it/books?id=SHreVf8SX3oC&amp;pg=PA188&amp;lpg=PA188&amp;dq=stefano+fassina+il+lavoro+prima+di+tutto+monsignor+fisichella&amp;source=bl&amp;ots=CBzoX6u4Tu&amp;sig=-pCGgUo1B5ehSGcJjEmoYry4B3E&amp;hl=it&amp;sa=X&amp;ei=LL81Ufn-F4mctAbl8oG4Aw&amp;ved=0CDEQ6AEwAA#v=onepage&amp;q=stefano%20fassina%20il%20lavoro%20prima%20di%20tutto%20monsignor%20fisichella&amp;f=false"><i>Il lavoro prima di tutto</i></a>, Donzelli, 2013, per credere).</p>
<p>Per questo è ancora più prezioso ri-leggere il libro di Dario Gentili oggi, dopo lo <i>Tsunami </i>elettorale 2013, mentre tutti sono alla ricerca delle alchimie di una governabilità impossibile, dentro la permanente <a href="http://ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/02/27/una-crisi-italiana-alla-radice-della-teoria-dellautonomia-del-politico/">crisi italiana</a>, in cui il conflitto sociale sembra perdersi nella solitudine dell&#8217;impoverimento economico ed esistenziale. È un&#8217;esortazione a cercare le antiche e vicine tracce di una potenza analitica, critica e radicale degli appuntamenti mancati dalla società italiana e dalle sue istituzioni di governo, politiche e sindacali, soprattutto dalla sua parte “sinistra”.</p>
<p>Agli occhi del lettore, probabilmente forzando di molto le intenzioni dell&#8217;autore, appare evidente lo scarto tra l&#8217;alta capacità del pensiero filosofico-politico italiano di leggere e interpretare il (tardo-)moderno come crisi, scissione, conflitto, lotta, contrapposizione, contraddizione e al contempo le concezioni politiche che ne scaturiscono, incapaci di trasformare fino in fondo la realtà sociale e/o quella istituzionale.</p>
<p>È il fallimento della <i>Sinistra</i><strong>,</strong> che parla, sottotraccia e spesso in evidenza. La <i>sinisteritas </i>intesa come “parte maledetta” e al contempo “sconfitta”. E in questa sconfitta entra pienamente quella generazione nata sullo scorcio dei Sessanta e Settanta del Novecento, mentre questo pensiero critico sorgeva, e che ora entra in Parlamento sotto le insegne giustizialiste di quello che potrebbe diventare un <i>peronismo </i>digitale e reale, di lotta e di governo, di destra e di sinistra.</p>
<p>E “a questa mia, maledetta generazione” è l&#8217;esergo del libro di Dario Gentili. Riletta oggi sembra un&#8217;esortazione a giocare, da maledetti, la chance della sconfitta della sinistra politica: qui e ora. Senza timori reverenziali verso il passato, né uggiose posture verso il futuro, tanto meno opportunistiche esaltazioni del presente marketing del risentimento. Eppure sempre contro la gabbia d&#8217;acciaio dell&#8217;immobile compromesso storico che aleggia.</p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><strong><em>Articolo già apparso in </em>La furia dei cervelli,<em> 6 marzo 2013</em></strong></p>
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		<title>La società incivile e il diritto come campo di neutralizzazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Sep 2011 11:17:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniele Ventre Racconta Erodoto (Storie, I, 96-98) che i Medi, da poco liberatisi dagli Assiri, erano devastati dalla più totale anomia. Fra di essi si sarebbe distinto però un certo Deioce (il futuro fondatore mitico di Ecbatana, Hangmatana, il &#8220;Punto di incontro&#8221;), il quale, a differenza degli altri notabili e capitribù vicini, spiccava per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>Racconta Erodoto (Storie, I, 96-98) che i Medi, da poco liberatisi dagli Assiri, erano devastati dalla più totale anomia. Fra di essi si sarebbe distinto però un certo Deioce (il futuro fondatore mitico di Ecbatana, Hangmatana, il &#8220;Punto di incontro&#8221;), il quale, a differenza degli altri notabili e capitribù vicini, spiccava per equanimità e giustizia, virtù che indussero i Medi a eleggerlo re, così da non essere più soggetti all&#8217;aleatorietà destabilizzante di un mondo senza leggi.</p>
<p>Come tutti i miti, la leggenda di Deioce (nessun dato induce a identificarlo con il Daiukku che certe iscrizioni di VIII sec. a.C. dichiarano essere stato vassallo degli Assiri e amministratore della Media per loro conto) contiene in sé una verità metastorica che trascende l&#8217;aspetto evenemenziale del racconto preso di per sé stesso: in una situazione di anomia che mette in pericolo la comunità, l&#8217;argine che immediatamente la comunità stessa trova è il riconoscimento di un&#8217;autorità giudiziaria.</p>
<p><span id="more-39955"></span>In questa situazione qualcuno riconoscerà a tutta prima la condizione di eccezionalità (<em>Ausnahmezustand</em>) teorizzata nel controverso pensiero di Carl Schmitt: in uno stato d&#8217;eccezione, diviene organo sovrano quell&#8217;entità politica (che possa o meno identificarsi con una persona fisica) in grado di farsi garante della legalità -e talora accade che le condizioni di uno stato di eccezione siano precostituite ad arte. Da questo punto di vista, l&#8217;intero, precario equilibrio sociopolitico ed economico sembra destinato a reggersi unicamente sul controbilanciarsi reciproco di minacce di ritorsione, o di coazioni ricattatorie più o meno velate, in un rapporto distorcente, e intercambiabile nei ruoli, fra persecutore-salvatore e ribelle-iperadattato.</p>
<p>In realtà nel mito di Deioce, narrato da Erodoto, lo stato di eccezione, per quanto embrionalmente concettualizzato, ha un ruolo marginale. Il racconto erodoteo parte da una situazione di effettiva, endemica instabilità socioeconomica iniziale, legata a una situazione di anomia (fra i Medi, ribadisce sempre Erodoto, sarebbero stati fenomeni comuni le malversazioni, le razzie, le iniquità). In un simile contesto, Deioce diviene garante di legalità per la sua naturale autorevolezza di giudice equanime. La comunità dei Medi decide allora di tutelarne gli interessi per offrirgli la necessaria serenità e autonomia di garante al di sopra delle parti. Mancano, nel racconto Erodoteo, due connotati della tipica situazione d&#8217;eccezione schmittiana: l&#8217;anomia, o la disnomia, è una condizione originaria, endemica, non viene messa in evidenza nei suoi connotati di immediato, eccezionale, pericolo emergente; soprattutto, l&#8217;organo che infine diventa sovrano non appare delineato sin da subito come autorità che per sé stessa, pur emergendo dalla storia, si pone quasi come estranea e superiore al corpo sociale: Deioce, di quel corpo sociale, è piuttosto parte, e il suo riconoscimento come referente giudiziale primario è espressione della comunità stessa. Per altri versi estraneo al racconto erodoteo è anche l&#8217;insieme di connotati che nella dottrina politica moderna definiscono, per un certo aspetto, la figura del Leviatano di Hobbes, per un altro l&#8217;idea spinoziana dell&#8217;equilibrio politico basato su una sorta di diritto di guerra: non vi si può rinvenire al principio il quadro di un astratto <em>bellum omnium erga omnes</em>, ma quello di una concreta instabilità sociale, e non c&#8217;è nessun processo logico-additivo delle particole di potere sottratte ai singoli perché confluiscano nello Stato; non si assiste infine all&#8217;emersione di un mero equilibrio paritario di forze, ma alla mera convergenza, per convenienza operativa, attorno a una persona fisica che svolge la funzione di fonte animata del diritto  (<em>nomos émpsykhos</em>). Soprattutto, lo scenario di partenza del mito può essere definito, da diversi punti di vista, apolitico: sia nel senso schmittiano (manca l&#8217;opposizione di fondo fra amici e nemici e i Medi puntano piuttosto, scegliendo Deioce, alla neutralizzazione); sia nel senso hobbesiano e spinoziano, per i motivi che si sono detti; sia, soprattutto, nel senso greco, visto che non c&#8217;è fra i Medi un<em> nomos</em>, cioè un modello condiviso di relazione sociale, rappresentanza, comportamento affermatosi come legge in quanto consuetudine distintiva dell&#8217;identità di un corpo sociale, un ordine socioculturale identificato e identificante il cui rispetto è la condizione essenziale per attuare la propria<em> eleutheria</em>, libertà responsabile nella comunità, all&#8217;interno dello spazio pubblico. Quella che Erodoto delinea col mito storico di Deioce è l&#8217;evoluzione di una società apolitica i cui membri, per sfuggire agli inconvenienti dell&#8217;anomia, o meglio, di una disnormatività fonte di squilibrio, si mettono nelle mani di un organo magistratuale che neutralizzi i conflitti. La dimensione primordiale della leggenda storica narrata da Erodoto trova perfetto rispecchiamento nella dimensione della regalità originaria per come viene delineata da uno dei testi giuridico-politici più antichi della storia, il Codice di Hammurabi, iscrizione regale (insieme propagandistica e promulgatoria) in cui la sovranità si identifica per la capacità do &#8220;dare giustizia&#8221; al popolo, o meglio di &#8220;reggerlo, indirizzarlo, farlo procedere diritto, raddrizzarlo, definirne la direzione, stabilirne i diritti&#8221;, secondo le molteplici connotazioni della voce accadica <em>esheru</em> che contraddistingue tale funzione come propria e specifica del sovrano*. Allo stesso modo, nella Grecia pre-politica o proto-politica della tarda età geometrica (fra Omero ed Esiodo), il ruolo dei <em>basileis</em>, residuo di autorità venuto fuori dal naufragio delle monarchie micenee piombate nell&#8217;età buia, è quello di stabilire una<em> itheia dike</em>, una &#8220;giustizia diritta&#8221;, o meglio, andando all&#8217;etimologia dei termini, una &#8220;in<em>dic</em>azione retta&#8221; sul piano della norma. La stessa radice di termini italici e celtici come <em>rex</em> e <em>rix</em> (dalla radice i. e. *Hreg-, &#8220;reggere&#8221;, &#8220;dirigere&#8221;), mostra come, per convergenza evolutiva, nella politicità ancora in fieri o di là da venire delle società tribali arcaiche fra Europa e Medio Oriente, la sovranità intesa come punto di riferimento primario rivestisse questo ruolo di indicatrice della norma, in un sistema sociale dominato dalla sopraffazione, dalla a-norm-alità, dall&#8217;imporsi del più forte.</p>
<p>La situazione della Media di Deioce, il contesto per cui membri di un gruppo sociale impolitico e anomico rinvengono nella figura ipostatizzata del giudice l&#8217;unica ancora di salvezza, fornisce uno schema interpretativo abbastanza calzante circa la situazione dell&#8217;Italia del berlusconismo -intendendo il berlusconismo non tanto nella sua accezione ristretta, come pensiero della maggioranza di centrodestra, ma piuttosto nella sua accezione ampia, e più vera, di orientamento comune, per vari tratti, alla classe dirigente del periodo 1994-2011, al di là dello schieramento partitico. Un connotato essenziale dell&#8217;Italia berlusconiana, un fattore distintivo i cui sviluppi hanno radici lontane, è essenzialmente l&#8217;impoliticità. Non è nemmeno un caso che i due eventi scatenanti dell&#8217;<em>entpolitisierung</em> italica possano in larga parte individuarsi in due momenti tesissimi della nostra storia giudiziaria, il detonare del caso P2, al principio degli anni &#8217;80 del secolo scorso, e ovviamente l&#8217;esplosione di &#8220;mani pulite&#8221; -l&#8217;ora in cui parve, per riecheggiare alla lontana un noto articolo di Cesare Garboli, che l&#8217;ufficiale di Sua Maestà potesse davvero arrestare il nostro canceroso Tartufo. E ancor più banalmente, non è un caso che la risposta della classe dirigente (che continuo a non chiamare classe politica per evidenti ragioni), sia stata, di fatto, l&#8217;attuazione, sia pur in forma parzialmente attenuata, di quell&#8217;autoritarismo che serpeggiava nei progetti di sovversione più oscuri (piano di rinascita in testa), più o meno eterodiretti, della storia d&#8217;Italia fra la fine della seconda guerra mondiale e la fine della guerra fredda. Al configurarsi della svolta autoritaria morbida che il berlusconismo rappresenta, e che introduce una cifra comportamentale (prevaricatoria e prevaricatrice) riconoscibilissima, e deteriore, della socialità italica, hanno contribuito in egual misura quasi tutti gli schieramenti in cui la classe dirigente si divide: ovviamente la &#8220;destra&#8221;, come esplicito propulsore diretto del momentaneo riassestamento egemonico (che impropriamente alcuni chiamano cambiamento politico), ma anche la &#8220;sinistra&#8221;, che ha barattato la vecchia teologia negativa del potere, che le era propria nel contesto dell&#8217;antica dialettica DC-PCI, con l&#8217;acquiescenza (-complicità) fattuale ammantata di critica arguta (d&#8217;ora in poi gli orientamenti partitici italiani apparranno qui adorni, per evidenti motivi, di attenuative virgolette). In un simile contesto, l&#8217;emissione di norme e la loro attuazione non ha connotati di attività politica legislativo-esecutiva, ma si pone semplicemente come intermediazione economica di secondo livello: è un&#8217;attività dirigente di carattere meramente gestionale, che agisce sulle strutture economiche e culturali della società civile ammantandosi di una presunta infallibilità conferitale <em>in rebus</em>  dalla congiuntura e dalla sua interpretazione unidirezionale secondo la forma della ragion tecnica.  In questo senso la gestione delle forze socioeconomiche sul territorio (perifrasi che d&#8217;ora in poi sostituirà il termine &#8220;politica&#8221;, che non vi si identifica) produce una peculiare neolingua, centro e cardine della quale è l&#8217;espressione &#8220;azienda Italia&#8221;, che deve essere rimessa in pari o dismessa o smembrata, o anche abbandonata per le Bahamas con sbottamenti di turpiloquio, ove si ostini, misteriosamente, a non seguire muta e ossequiosa le indicazioni imposte dal direttore generale. Corollario: noteremo anche, incidentalmente, che come accesso all&#8217;attività-funzione di intermediazione economica di secondo livello, o di supergestione interaziendale sul territorio, o di regolamentazione economica di secondo ordine, la collocazione nella classe dirigente è stata in gran parte la via italiana al terziario avanzato. Altrove, per esempio negli USA, in bene come in male, certe attività di carattere gestionale di secondo livello, pur fortemente interfacciate con la politica, non vi si identificano. Non è un caso -e spero di sbagliarmi- che su larga scala il post-industriale italiano, se si esclude forse solo la telefonia cellulare, sia sostanzialmente abortivo: in realtà il nostro (feudal-)capitalismo postindustriale siede in parlamento, o nei consigli regionali, provinciali, comunali (se si esclude qualche eroica eccezione), e ai fini del benessere dell&#8217;intera società civile è un (feudal-)capitalismo postindustriale pletorico, e nella sostanza improduttivo. Quale sia poi, sul piano decisionale, l&#8217;efficacia dell&#8217;azione di un simile comitato di pietra (scheggiata), è evidente dal contraddittorio sull&#8217;ultima finanziaria, che certo non pareggerà il bilancio, ma sicuramente si mangerà un altro pezzo più o meno sostanzioso dei nostri &#8220;diritti&#8221; di &#8220;cittadini&#8221; (ancora una volta, in un tripudio obbligato di virgolette).</p>
<p>La gestione-regolamentazione delle forze socioeconomiche del territorio non conosce reali divisioni fra schieramenti, ma solo tensioni fra gruppi di interessi in perpetua cerca di riassestamento egemonico. L&#8217;<em>input</em> politico delle elezioni, dominate da una superficiale propaganda di colori, viene mediaticamente indirizzato (per dirla con Dahrendorf e con Chomsky) e viene poi ridotto e normalizzato da un <em>output</em> non lineare -così che l&#8217;elettore &#8220;conservatore&#8221;, votando a &#8220;destra&#8221;, potrebbe vedere non attuata la sospirata secessione dal sud degenere o potrebbe assistere al governo di un lenone vagamente pedofilo, mentre l&#8217;elettore &#8220;progressista&#8221;, votando a &#8220;sinistra&#8221;, potrebbe veder sancito il precariato e la depauperazione della scuola pubblica -ma c&#8217;è da ricordare che il più delle volte l&#8217;<em>output</em> per l&#8217;elettore è indifferente. La gestione-regolamentazione non concepisce nemmeno la divisione montesquieuiana dei poteri. Il supremo gestore mediatico, chiunque egli sia, crea il suo partito-azienda, o meglio, il suo <em>staff</em> di pubbliche relazioni, detenendo l&#8217;esecutivo e neutralizzando il parlamento. Al di là della gridata gogna, le dinamiche di congiuntura e riassestamento lo hanno di fatto, per lungo tempo, posto al riparo della pur blanda confutazione elettorale. L&#8217;unico fattore residuale, non ridotto, della vecchia tripartizione dei poteri, è la magistratura, in particolare la magistratura penale, che il<em> cast</em> gestionale non è finora del tutto riuscito a rendere &#8220;innocua&#8221;. Accade così che nella società impolitica, e sostanzialmente in-civile, dell&#8217;Italia contemporanea, la &#8220;riforma della giustizia&#8221; sia il salto dell&#8217;asino di ogni riassestamento egemonico incompiuto, e nello stesso tempo sia, in determinati periodi, ipostatizzata, quasi mitizzata, una sorta di redivivo Deioce per tribù iraniche in coma disnomico. Ed è perciò che l&#8217;ultimo fronte violento di lotta interna, l&#8217;ultimo vero e proprio<em> bellum civile</em>, sull&#8217;alto piano istituzionale, con morti e feriti, è sorto intorno alla magistratura, con i suoi eroici nomi (da Livatino, a Falcone, a Borsellino), insteriliti e sviliti nella stanca ripetizione delle pubbliche commemorazioni, che consegnando l&#8217;eroe al passato, lo riuccidono nei fatti celebrandone nel nome l&#8217;apoteosi -considerando per di più che nel nostro tempo la memoria o è un <em>optional</em> o è, nella migliore delle ipotesi, un&#8217;interpretazione funzionale all&#8217;oggi. Questa ipostatizzazione nasce da un dato di fatto: dei vecchi poteri, quello giudiziario-magistratuale è l&#8217;unico a non essere stato (in senso filosofico) ridotto, è l&#8217;unico rimasto nella sostanza autonomo, per quanto corruttibile esso sia. In pratica, è l&#8217;ultimo organo istituzionale che, per quanto sia spesso degenere e inefficiente  e brontosaurico e corruttibile nella prassi, si oppone ancora di principio al<em> cast</em> gestionale con l&#8217;inquietante imprevedibilità di un interlocutore ontologicamente autonomo, che per sua natura non può essere totalmente ridotto, né <em>de iure</em>, né <em>de facto</em>, né<em> in re</em>, né <em>in dicto</em>, ad alcuna componente economica sul territorio, sia essa industria o banca o mafia o religione.</p>
<p>L&#8217;ipostatizzazione della legge, e del magistrato in specie, non è ovviamente un rimedio. Prima di tutto, corruttibilità, inefficienze, arbitrii, rimangono a ferire il cittadino comune, che non può scatenare il potere dei <em>media</em> -che anzi, in presenza di un processo penale diventato spettacolo, lo travolgono, disinterpretando ogni dettaglio privato e reinserendolo nell&#8217;ottica del crimine a cui l&#8217;ipotetico colpevole è ormai associato, morta la presunzione d&#8217;innocenza del diritto penale moderno. Soprattutto, la magistratura, nella sua residuale autonomia, è sì irriducibile, il che è irrinunciabilmente un bene, ma è anche potenzialmente fuori controllo. Appare evidente a chiunque il degrado giuridico di una società in cui una pletora di dispositivi normativi (chiamarli &#8220;leggi&#8221; è improprio) spesso in potenziale contrasto fra loro,  apre sovente la via, nella contingenza del dibattimento civile o penale, all&#8217;interpretazione della norma e della procedura (uso i termini con voluta, parziale, improprietà, in senso metaforico) -e  la proliferazione di leggi e la pericolosità dell&#8217;esercizio del diritto penale <em>sibi permissus</em> emergeva per esempio, sotto altri cieli, per altri problemi, in tempi e luoghi non sospetti, o meno sospetti dei nostri, almeno per certe questioni, (Francia, 1966), in un aureo libretto di denuncia dei magistrati Denis Salas e Antoine Garapon, <em>La république penalisée</em>, nel quale si stigmatizzavano le potenziali storture di cui è capace una legislazione minuta che abbia l&#8217;occhio alla discrezionalità, sia pur socioeconomicamente non &#8220;ridotta&#8221;, del magistrato, e che trasforma il cittadino nell&#8217;ospite mal sopportato di una casa di correzione.  Tornando a noi, e ai nostri sospettissimi tempi, nella sostanza dei fatti, se la società italiana degli anni &#8217;10 del XXI secolo è regredita, fra governo e parlamento, &#8220;federalismo&#8221; ed &#8220;autonomie&#8221; locali, alla dimensione prepolitica che vigeva agli albori della protostoria, prima del codice di Hammurapi e della civiltà che lo ha prodotto, il massimo che questa società in-civile è riuscita a darsi, come orizzonte ideale, è l&#8217;ipostatizzazione discontinua di una figura di magistrato-giustiziere che soggettivamente decide nella contingenza del giudizio. Un giudizialismo improprio che invoca l&#8217;intervento<em> ex machina</em> (<em>iuridica</em>) di una divinità bifronte, i cui poteri, di fatto fuori controllo, si sperano astrattamente limitati a un certo ambito -e non possiamo nemmeno parlare di deriva giustizialista, che è un fenomeno diverso, meno ibrido, più netto, tipico di civiltà giuridiche di prassi e credibilità sociale più mature. Così, nello spazio pubblico lacerato da mille singolarità, il cittadino abdica alla sua responsabilità politica, mentre il magistrato diventa, per altri aspetti, l&#8217;auspicato censore cosmico di quelle singolarità, il tecnico del sociale sforacchiato, la figura a cui si richiede, su varia scala, il riparo del pubblico guasto.</p>
<p>I paradossi dell&#8217;assenza del politico, che nascono da questa situazione, sono molteplici e tutti suscettibili di pericolosi sviluppi. Al fondo, rimane il paradosso dell&#8217;autorità, additato già nel 1921, alla vigilia dell&#8217;avvento fascismo, da un maestro defilato del diritto italiano, Giuseppe Capograssi, che in un&#8217;opera a suo tempo misconosciuta (<em>Riflessioni sull&#8217;autorità e la sua crisi</em>), identificava la matrice della politica nell&#8217;autorità come espressione positiva della partecipazione responsabile dell&#8217;individuo al costituirsi della comunità. Sia il <em>cast</em> gestionale sia la massa degli uomini comuni, intimamente impolitici, incivili, alieni anche solo all&#8217;idea di assunzione autorizzante di responsabilità, cercano piuttosto autoritarismi deresponsabilizzanti -di qui la dialettica impropria fra il presidente criminale e la magistratura senza qualità. E da questa dis-assunzione di responsabilità, la dimensione umana ne esce es-autor-ata, sul piano cognitivo (avere autorità significa poter dire <em>auctor sum</em>, sostengo in buona fede e in buona fede lotto per ciò che sostengo, pronto ad accettare la smentita) e sul piano etico-politico -al punto che è possibile il rovesciamento di ogni coordinata assiologica, così che il precario che lotta per il suo diritto al lavoro diviene, nelle parole di Brunetta, &#8220;la parte peggiore d&#8217;Italia&#8221;, la cultura diventa, nelle parole di Tremonti, un&#8217;attivitià voluttuaria con cui &#8220;non si incartano panini&#8221; (non sarà mai stato nei ristoranti danteschi del centro di Firenze), un mafioso pluriomicida diventa, nelle parole di un Dell&#8217;Utri, addirittura &#8220;un eroe&#8221;, il pluralismo e il pensiero laico diventano, nelle parole di Woitila e Ratzinger, &#8220;pericoloso relativismo&#8221; e &#8220;false luci del mondo&#8221;. Espressione pubblica del paradosso dell&#8217;autorità è il paradosso della comunità. Vi sono certo uomini e le donne che, magari a partire dai cosiddetti movimenti &#8220;antipolitici&#8221; (che a questo punto sono in realtà genuinamente<em> politici</em>,  la vera antipolitica essendo truffaldinamente e saldamente attestata nel palazzo, a &#8220;destra&#8221; come a &#8220;sinistra&#8221;, dall&#8217;impero mediatico alla tecnostruttura bancario-burocratica, passando per la dirigenza FIAT), sostengono con più sincerità e coscienza, fra gli altri temi di punta, l&#8217;azione della magistratura contro il <em>premier</em> criminale: ma anche così, non bisogna mai dimenticare un dato. C&#8217;è il serio rischio che il punto di riferimento per la ricostituzione di una <em>com-munitas</em>, cioè di una società in cui ognuno è titolare di un <em>munus</em>, contributo-remunerazione sociale (per seguire alla lontana Roberto Esposito), sia una delle tante cerchie di <em>im-munes</em>, di membri di un ordine professionale riverito e forte che ha, ben ritagliato nello spazio pubblico, il suo <em>témenos</em> di prerogative di casta. A un livello più ampio, mentre i più diversi centri di potere (grande capitale, classe dirigente, chiesa cattolica, mafie) si ritagliano a vario titolo e in vari contesti spazi sempre più larghi di immunità, e lo spazio vitale dell&#8217;<em>homo com-munis</em> viene così svilito, sminuito e diminuito sempre di più, insieme alla sovranità e all&#8217;autorità pubblica, si cerca diffusamente nell&#8217;ambito del diritto (inteso in senso ampio di funzione giuridica e godimento di diritti irrinunciabili) quello che con Schmitt possiamo chiamare un campo di neutralizzazione dei conflitti storico-sociali, un ambiente socioculturale dove riparare, a cui ricondurre ultimativamente i conflitti, perché siano risolti e neutralizzati -Schmitt vedeva nella tecnica come dominio sulla natura il campo di neutralizzazione dominante nell&#8217;età contemporanea. Fatto sta che mentre la tecnica è di per sé un campo di neutralizzazione cieco (come Schmitt stesso  nota), in pratica non è un vero campo di neutralizzazione, ma solo un insieme di apparecchiature prostetiche, nel frattempo ognuno dei sullodati centri di potere ha la forza di tutelare i suoi privilegi a danno di tutti, almeno fin dove cominciano i privilegi di un altro centro di potere; ogni centro di potere cerca di legittimarsi a partire dal suo pacchetto di non negoziabili diritti; ogni centro di potere definisce il suo specifico campo di neutralizzazione, avendo la forza di piegare almeno in parte a proprio vantaggio il diritto in senso giuridico; ogni centro di potere, nella crassa materialità della sua deriva storica e della sua riduzione economica, ha abdicato alla sua autorità (significherebbe altrimenti riconoscere l&#8217;autorità altrui in un clima di valorizzazione dell&#8217;altro), in nome di un autoritarismo particolare; ogni centro di potere (partito chiesa impresa cosca) non concepisce l&#8217;altro nella problematica dialettica di interlocutore-avversario (<em>iustus hostis</em>), ma cerca di ridurlo a termini nulli, fagocitandolo, o di annientarlo (mediaticamente economicamente fisicamente), se si dimostra irriducibile, consumandosi in una guerra di dissipazione sociale senza uscita qualora l&#8217;avversario non sia eliminabile.</p>
<p>In questo contesto, il diritto è un concetto vuoto, senza autorità, la moltiplicazione dei diritti si traduce solo in moltiplicazione delle tutele, e dunque dei controlli, la società incivile oscilla fra la situazione somala della disintegrazione tribale, la situazione algerina dello stato d&#8217;eccezione permanente e un totalitarismo strisciante perché, ancora una volta, <em>in rebus</em>, la libertà diviene semplicemente una <em>libertas</em> senatoria, tutela dell&#8217;<em>immunitas</em> di alcuni a danno della <em>communitas</em> svilita di tutti gli altri (&#8220;libertà della chiesa&#8221;, &#8220;popolo delle libertà&#8221; etc.), il ricorso all&#8217;ipostasi decentrata del magistrato essendo ormai solo più l&#8217;invocazione incerta e asfittica di un Cesare ancora di là da venire, o di un altro Deioce, fondatore di una nuova Hangmatana, di un nuovo Punto di Incontro.</p>
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<p>________</p>
<p>*Rimando a tal proposito all&#8217;articolo  <a title="Il codice di Hammurabi: promulgazione di norme o celebrazione del buon regno?" href="http://www.jus.unitn.it/cardozo/Review/2005/Lanfranchi.pdf">Il &#8220;codice&#8221; di Hammurabi: promulgazione di norme o celebrazione del buon regno?</a> di Giovanni B. Lanfranchi</p>
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		<title>La Vie en Rose</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jul 2009 06:32:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Francesca Bellino La pratica dell’aborto selettivo tra indiani, cinesi e pakistani elimina milioni di bambine l’anno, secondo l’Onu. La tecnologia favorisce crudeli tradizioni si eliminazione sistematica: le ecografie sono un mercato prospero in India. Come si posiziona, in questo contesto, la libertà di scelta? Le opinioni di Matha Nussbaum, Amartya Sen, Remo Bodei e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/fiocco_cicogna_rosa-copy.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/fiocco_cicogna_rosa-copy.jpg" alt="fiocco_cicogna_rosa-copy" title="fiocco_cicogna_rosa-copy" width="480" height="480" class="aligncenter size-full wp-image-19341" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/fiocco_cicogna_rosa-copy.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/fiocco_cicogna_rosa-copy-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/fiocco_cicogna_rosa-copy-300x300.jpg 300w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a></p>
<p>di<br />
<strong>Francesca Bellino</strong></p>
<p><em>La pratica dell’aborto selettivo tra indiani, cinesi e pakistani elimina milioni di bambine l’anno, secondo l’Onu. La tecnologia favorisce crudeli tradizioni si eliminazione sistematica: le ecografie sono un mercato prospero in India. Come si posiziona, in questo contesto, la libertà di scelta? Le opinioni di Matha Nussbaum, Amartya Sen, Remo Bodei e Roberto Esposito</em>   </p>
<p>Il tradizionale modo di dire diffuso in tutto il mondo “Auguri e figli maschi”, in India acquista un senso concreto e tragico che rispecchia uno dei paradossi più grandi incarnati oggi dal Paese. Lo sviluppo tecnologico e il miracolo economico non hanno cancellato valori culturali e usanze dell’antica tradizione tra cui quella di desiderare un figlio maschio, preferenza che rientra nella più ampia attitudine indiana delle discriminazioni di genere a danno delle donne. Nell’“Incredibile India”, nonostante dal 1994 viga una legge che proibisce la pratica degli aborti selettivi di feti femminili e consideri illegali le ecografie prenatali che permettono di conoscere il sesso del nascituro, si registra un aumento del fenomeno con cifre allarmanti che hanno causato uno squilibrio demografico tra maschi e femmine quasi superiore a quello cinese dove vige la “politica del figlio unico”. Negli ultimi vent’anni “le donne mancanti”, così definite dall’economista Amartya Sen, sono state oltre 20 milioni.<br />
<span id="more-19340"></span></p>
<p>Ma se in passato molte bambine morivano nei primi anni di vita perché la famiglie, in particolare quelle più povere, concentravano lo scarso cibo sull’alimentazione dei figli maschi lasciando le piccole in denutrizione, in epoca moderna la causa maggiore della disuguaglianza di natalità è stata la diffusione dell’aborto, reso legale nel 1972 e facilitato dall’espansione delle innovazioni tecnologiche. Oggi addirittura nelle campagne rurali sono arrivati apparecchi portatili per le iconografie “fai-da-te” che agevolano le famiglie nel praticare il “feticidio femminile” appoggiate spesso da medici disposti a ignorare la legge, anche perché raramente viene comminata una pena ai trasgressori. In una serie di reportage mandati in onda della televisione indiana “Sahara Samay” sono stati presentati dati scioccanti: almeno cento medici, sia del settore pubblico sia privato, si sono dichiarati disposti a praticare aborti selettivi. “La tariffa media è di 44 euro, ma può crescere a seconda dell’avanzamento della gravidanza. Per i resti? Basta prendere un risciò e farsi portare al fiume” ha detto uno di loro. Questa attitudine dei medici indiani è confermata dai numeri delle vendite di apparecchi ecografici in India. In un’inchiesta del “Wall Street Journal”, V. Raja, responsabile del settore sanitario della General Electric per l’Asia meridionale, ha dichiarato che “la società vende 15 modelli diversi il cui costo varia dai 100 mila dollari (70.700 euro) per gli apparecchi più sofisticati a colori, ai 7.500 (5.300 euro) per quelli in bianco e nero, e che spesso vengono strette intese con le banche per aiutare i medici a finanziare l’acquisto di tali apparecchiature, specificando però non devono essere utilizzate per la determinazione del sesso degli embrioni”. I risultati di queste vendite sono: un giro d’affari di 77 milioni di dollari (54,5 milioni di euro) nel 2006, con un aumento del 10% rispetto all’anno precedente, e la circolazione in India di circa 16 milioni di apparecchi ecografici illegali venduti anche a persone prive di formazione medica. Il tema dell’aborto, dunque, smaschera le contraddizioni dell’India globalizzata e permette di aprire un dibattito sulla coesistenza nella legge indiana tra legalità dell’aborto in generale e illegalità di quello di feti femminili.</p>
<p> <em>“L’aborto è praticabile legalmente quando la donna è gravemente malata e il proseguimento della gravidanza può essere pericoloso per lei e per il bambino e quando le cattive condizioni economiche in cui vive la donna le impediscono il regolare svolgimento della gravidanza e il mantenimento del figlio</em>” spiega l’avvocato  Prem Murti Shandiyla. Secondo un rapporto pubblicato l’anno scorso dall’Uniceff su “La condizione dell’infanzia nel mondo” in India si registrano ogni giorno 7 mila nascite femminili in meno rispetto alla media mondiale e le cause sono socio-economiche. Un figlio maschio è preferito perché perpetua il nome della famiglia ed è considerato “forza-lavoro”, soprattutto nelle campagne, mentre una donna con il matrimonio deve abbandonare la propria casa per diventare “proprietà” di un’altra famiglia ed considerata “un cattivo investimento” perchè richiede una dote elevata per conseguire un buon matrimonio. <em>“E’ ormai evidente che il modello della disuguaglianza di genere in India si è spostata da quella nella mortalità a quella nella natalità </em>– spiega Amartya Sen, Premio Nobel per l’Economia nel 1998 – <em>ma peggio ancora, esistono prove evidenti che i sistemi tradizionali per combattere la disuguaglianza di genere come l’adozione di politiche per aumentare l’istruzione femminile e la partecipazione economica delle donne, non sono sufficienti a sradicare questa tendenza”. “L’incidenza degli aborti basati sul sesso inoltre </em>– aggiunge Sen &#8211; <em>non si può spiegare solo con la maggiore disponibilità di strumenti medici per accertare il sesso del feto: il Kerala e il Bengala Occidentale, che non sono stati deficitari, possono contare almeno sulle stesse strutture mediche di Stati deficitari come il Madhaya Pradesh, l’Haryana o il Rajastahan. Se in Kerala e in Bengala Occidentale il ricorso agli aborti basati sul sesso non è frequente, vuol dire che la domanda è bassa, non che esistono gravi ostacoli nell’offerta di questo particolare servizio. Il fenomeno, quindi, va al di là delle risorse economiche, della prosperità materiale e della crescita del Pil, ma affonda le radici nelle influenze culturali e sociali”</em>. Il Premio Nobel che lega l’Economia all’Etica, per il quale lo sviluppo di un Paese si misura con il benessere delle persone e la giustizia sociale e non con il Pil, sottolinea che in India “<em>prevalgono ancora valori maschilisti da cui le stesse madri possono non essere immuni. Per loro occorre, quindi, non solo la libertà di azione, ma anche quella di pensiero: libertà di mettere in discussione e analizzare le convinzioni ereditate e le priorità tradizionali”</em>.</p>
<p> La filosofa Martha Nussbaum, docente di Legge ed Etica all’Università di Chicago, fa sua l’idea di Sen per il quale la libertà non è solo mancanza di coercizioni, ma anche messa in opera di risorse e apporti istituzionali tali da dare a tutti le stesse “capacità” (“quel che ciascuna persona può davvero essere e fare”), peculiarità che per Nussbaum corrisponde ai diritti. Nel suo libro “Giustizia sociale e dignità umana” la filosofa cita lo Human Development Report del 1999 redatto dal Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite che dichiara che nessun Paese tratta le donne bene quanto gli uomini e punta l’accento su come le minori opportunità date alle donne di vivere libere e godere dei propri diritti influisca sul loro benessere emotivo. Per Nussbaum, quindi, è <em>“accettabile la posizione di essere contro l’aborto selettivo e a favore di quello in generale perché bisogna tener presente che il feticidio femminile è una conseguenza della discriminazione di genere ed è quindi l’espressione di una disuguaglianza. Scegliere di abortire in generale, invece, ha a che fare con la libertà della donna di pianificare il corso della sua vita e di conseguenza è un aspetto legato all’uguaglianza di genere. Se si considera che la tutela della libertà di scelta non richiede soltanto la difesa formale delle libertà fondamentali, ma anche dei presupposti materiali per metterle in pratica, è naturale che se una donna scopre di essere incinta di una femmina e sa che vivrebbe male o potrebbe morire di fame perché non ha i soldi per prendesi cura della figlia e darle una dote, potrà provare il desiderio di non trovarsi in questa situazione e sceglierà di abortire”.</em></p>
<p> Il filosofo italiano Remo Bodei analizza, invece, il fenomeno dell’aborto selettivo all’interno del più ampio tema dello sviluppo delle biotecnologie e del mutamento dei parametri tradizionali dell’esistenza. <em>“Quel che appariva legato alle dure e imperscrutabili necessità del mondo si trasforma in oggetto di scelta, in un “antidestino</em>” scrive in “Una scintilla di fuoco”. Sul tema delle “donne mancanti” concorda con Nussbaum: “<em>si può essere in favore dell’aborto per gravi ragioni ed essere contro la selezione basata sul sesso, sia perchè tale discriminazione è semplicemente odiosa, sia perchè altera la cosiddetta “sex ratio”, per cui nascono 105 maschi su 100 femmine in modo che a venticinque anni d’età siano 100 a 100, poi il numero dei maschi diminuisce e muoiono in media circa sei anni prima delle donne, e provoca squilibri nella popolazione”</em>. “<em>Ricordo</em> – aggiunge Bodei &#8211; <em>che anni fa, in Inghilterra, si concesse alle donne indiane e pachistane di abortire oltre il terzo mese. I risultati furono che su seimila feti, la quasi totalità erano di sesso femminile e gli altri, si potrebbe malignamente aggiungere, erano il risultato di una cattiva lettura dell’ecografia</em>”. </p>
<p>Della stessa opinione è Rita Bernardini, segretaria del Partito Radicale in Italia, fazione politica che dagli Anni 70 ha combattuto l’aborto clandestino ed è stata fautrice dell’attuale regolamentazione della cessazione di gravidanza. “<em>E’ vero che l’India è una democrazia e vive un periodo di grande vitalità, ma fin quando la donna sarà sottomessa e vittima di disuguaglianze, fenomeni come l’aborto selettivo continueranno a verificarsi, ed è atroce. La strada per superare il problema può essere quella di dare voce a queste donne. L’aborto è sempre un dramma, ma se molte lo scelgono sono da comprendere per le forti discriminazioni che subiscono, la presenza di una cultura tradizionalista ancora forte e le difficili condizioni in cui spesso sono costrette a vivere. Basta pensare che in India 700 milioni di persone non hanno neanche accesso ai servizi igienici”</em>. Per il filosofo italiano Roberto Esposito “<em>il feticidio femminile rientra nella pratica “tanatopolitica”, di politica della morte, che ha toccato il suo apice mortifero nel nazismo, ma che si riproduce in tutti i casi in cui l’aborto diventa collettivo, ossia viene esteso a gruppi umani in base a questioni di razza, di genere, o a convenienze economiche e demografiche”</em>. “<em>L’aborto </em>(tema che ha trattato nel libro “Bios. Biopolitica e filosofia”, Einaudi, tradotto in Argentina da Amorrortu) – aggiunge &#8211;  <em>è sempre un atto doloroso, ma quando assume un carattere di massa diventa una forma di steriminio legalizzato da parte dello Stato. Che ciò sia stato vietato in India costituisce un indice importante della svolta democratica di questo Paese e un’indicazione positiva per tutta l’area geopolitica asiatica”</em>. “<em>Per una donna indiana non è facile scegliere di abortire: è come rifiutare un dono prezioso”</em>. Lo sottolinea la dottoressa indiana Nancy Myladoor. “<em>Per cultura – dice &#8211; In India ogni donna sogna una famiglia e dei bambini. Molte di loro, infatti, per sfuggire all’ignoranza e al maschilismo decidono di tenere il loro bambino anche senza il supporto della famiglia e del marito. Per aiutarle nel momento in cui vengono rifiutate dalla famiglia e dalla società sono nati nel Paese molti orfanotrofi e centri di accoglienza. Dal ’97 io, insieme a mio marito Thomas, ne gestiamo uno a Thodupuzha in Kerala dove attualmente ospitiamo 50 mamme e 180 bambini, dando loro un tetto dove vivere e la possibilità di imparare un mestiere che le rende autosufficienti nel momento in cui decideranno di andar via”</em>. </p>
<p>Sono tante anche le iniziative nel Paese per reagire al problema dello squilibrio delle nascite e per sensibilizzare e incentivare le donne a non scegliere la strada del feticidio femminile. La città di New Delhi ha lanciato il “Girl Child Protection Scheme”, un piano per la protezione delle bambine che consiste nell’offerta di 5 mila rupie (100 euro) per ogni bambina che nasce. La somma viene depositata su un libretto di risparmio, vincolato in banca fino al compimento del 18esimo anno. La ragazza potrà rilevare la sua dote, compresa di interessi maturati nel tempo, a patto che abbia frequentato la scuola fino alla maggiore età. Lo Stato settentrionale del Punjab, invece, offre ogni anno un premio di 5 mila euro al villaggio agricolo che avrà la più alta percentuale di bambine fra i neonati. Il Governo indiano, insieme al Plan International, ha addirittura prodotto una soap-opera sul tema. Si intitola “Nata dall’anima” e narra la storia di una madre impossibilitata a scegliere per sé, costretta dalla famiglia del marito a un parto cesareo prematuro per liberarsi del feto indesiderato. Situazione ancora troppo ricorrente in India nonostante la legge lo vieti!</p>
<p><em>pubblicato  su “N”, inserto culturale del <a href="http://www.clarin.com/">“CLARIN” </a>(quotidiano di Buenos Aires)  e tradotto dall&#8217;autrice per NI.<br />
</em></p>
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