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	<title>Roberto Saviano &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Un bacione a Saviano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 May 2019 12:31:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot La parola è già movimento, atto, agire: qualcuno la sta ascoltando, e l&#8217;ascolto produce, incide, traccia. L&#8217;ascolto, anche quando passivo, è sempre attivo. Le ultime dichiarazioni del Ministro degli Interni, un videomessaggio vagante nei social, pronunciato con la stessa leggerezza del mezzo, dice qualcosa che non può sparire nell&#8217;invisibilizzazione che il mezzo, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/3IxBoULQ59M" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>La parola è già movimento, atto, agire: qualcuno la sta ascoltando, e l&#8217;ascolto produce, incide, traccia. L&#8217;ascolto, anche quando passivo, è sempre attivo.</p>
<div dir="ltr">
<div>
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<p>Le ultime dichiarazioni del Ministro degli Interni, un videomessaggio vagante nei social, pronunciato con la stessa leggerezza del mezzo, dice qualcosa che non può sparire nell&#8217;invisibilizzazione che il mezzo, nella sua produzione ipervelocizzata, in cui tutto ciò che appare, appare per un secondo e poi slitta, e slitta fino a scomparire.<span id="more-79406"></span></p>
</div>
<p>Probabilmente è anche questa una scelta voluta: dire, e potersi permettere il lusso che il detto venga presto tralasciato.</p>
</div>
<p>Ecco, io non credo che le dichiarazioni che partono da un bacio ad un uomo sotto scorta dai suoi 26 anni, che è minaccia, un bacio che poi dal singolo si estende a tutte le figure che (da sempre, dall&#8217;inizio) ha attaccato, si possano tralasciare, ci si possa scorrere sopra, accanto, forse dichiarare per un momento il proprio disgusto, e poi aggiungere: suvvia, non ha presa, suvvia, si sgonfierà, suvvia, non ha peso, il peso cade, è già caduto.</p>
</div>
<p>Perché Salvini non è un&#8217;eccezione, un&#8217;eccedenza, un elemento meteora solitario. Quel respiro d&#8217;odio, che dice perversamente: godo nell&#8217;angosciarti/nell&#8217;<wbr></wbr>angosciare, è una cifra che va considerata del nostro tempo.</p>
</div>
<p>Che entra negli interstizi, nel discorso comune, dove non c&#8217;è più nemmeno l&#8217;imbarazzo e il rossore nel dichiare il proprio disgusto e l&#8217;odio verso l&#8217;Altro.</p>
</div>
<div>Salvini nasce e si muove all&#8217;interno di queste coordinate storiche e sociali che fanno da risonanza armonica: lui parla, viene ascoltato, gli altri parlano, lui ascolta, lui ridice. In parte a capo di un discorso che lui stesso genera, in parte portavoce di una narrazione che negli anni si è radicata.</div>
<div></div>
<div>Non può passare nel silenzio un video, la parola in cui viene dichiarato l&#8217;intento e il desiderio di decidere per la vita &#8211; perché di questo si tratta &#8211; di soggetti a rischio, in pericolo, in un paese in cui quel pericolo esiste nel sottosuolo e ai gradi più alti &#8211; e che la storia ci ricorda a cosa ha portato, quali vittime ha esposto, che sono esposte,  e poi ha  bruciato.</div>
<div>Non può sparire sottotraccia il paradosso del &#8220;non interverrò su casi personali&#8221; quando l&#8217;inizio &#8211; e l&#8217;inizio, l&#8217;incipit è sempre una dichiarazione d&#8217;intento &#8211; va nella direzione opposta.</div>
<div></div>
<div>Ma oltrepassando quel bacio iniziale diretto a Roberto Saviano, il bacio si espande, oltrepassa un limite. Che quel dire sia un dire che all&#8217;interno di uno Stato di Diritto non possa concretamente modificare le decisioni seguenti non è un deterrrente per chiudere un occhio, per lasciar cadere.</div>
<div>
<p>Non sono solo i fatti, gli agiti, a mettere in movimento: come scriveva Canetti, &#8220;nell&#8217;oscurità, le parole pesano il doppio&#8221;.</p>
<div class="yj6qo"></div>
<div class="adL"></div>
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<p><!--more--></p>
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		<title>Quando ho bevuto una Tennent&#8217;s alle due di pomeriggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Mar 2019 06:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[Yari Riccardi]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-78088" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/birra.jpg" alt="" width="226" height="445" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/birra.jpg 226w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/birra-152x300.jpg 152w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/birra-200x394.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/birra-160x315.jpg 160w" sizes="(max-width: 226px) 100vw, 226px" /></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">di <b>Yari Riccardi</b></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>(situazione)</b></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Mezza giornata. L’unica ditta che il 29 giugno a Roma decideva bellamente di trascurare i reverendi santi Pietro e Paolo e di restare aperta, seppur fino alle 14, era la mia. Quel giorno le attività nell’agenzia di onoranze funebri dove lavoravo, dopo le esequie del mattino, si erano improvvisamente fermate.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Così, borsa a tracolla, dopo aver preso nota dell’ultimo necrologio degno di interesse, esco dal mio ufficio con vista Ospedale San Giovanni. Vengo travolto dal sole di Via dell’Amba Aradam. Giacca nera poggiata su una spalla, occhiali da sole e sigaretta in bocca, mi dirigo verso Villa Celimontana. Lì avrei aspettato le 20, quando sarebbe arrivata Irene.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Mi piace lì. Mi piace perché non è caotica come Villa Borghese, non è radical chic e piena di punkabbestia come Villa Ada e non è snob come Villa Torlonia. Ci trovi i romani. Così prendo un fiore per Irene da Rosario – nomen omen – e una Tennent&#8217;s da Amin, da bere a digiuno e sotto il sole per sottolineare la mia ancora giovane età.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Entro nel parco, scorgo una panchina e a passo lento mi ci dirigo. Ingollando un altro, terribile, sorso di birra, crollo, non prima di aver tirato fuori il libro che avevo in borsa.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Passano le ore, che a me sembrano minuti, e mi ritrovo con il libro in faccia e la giacca sporca. Mi alzo, non senza fatica. Mi accendo una sigaretta. Mi riprendo la borsa a tracolla, il libro caduto per terra e vado verso il banco dei libri vicino al bagno. La birra e la prostata a una certa età non vanno d’accordo, così sento di dover accelerare il passo. Sono le 16 e 30, Irene arriverà tra tre ore abbondanti, e non la posso neanche chiamare, sta in consiglio comunale. Lei assessore alla felicità, io becchino. Siamo ovviamente fatti l’uno per l’altra.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Rivolgo la mia attenzione al banco dei libri. Apro, guardo, leggo, metto da una parte, ributto nel mucchio. A un certo punto una sensazione strana. Due occhi mi puntano, mi scrutano, mi osservano. “Sono il solito paranoico del cazzo”. Tiro fuori una sigaretta dalla tasca, la metto in bocca e faccio per accenderla. Una fiamma davanti a me. Non è il mio accendino.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>(complicazione)</b></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Un uomo di mezza età, baffi e capelli brizzolati. “Lei – prosegue lo sconosciuto – è Saviano, vero?”.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Ora, in effetti una certa somiglianza c’è. La barba, la testa pelata, l’occhio un po’ a mandorla. ”No, evidentemente no!”: sorrido cortese e me ne vado. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Sudo e me ne vado verso la mia panchina. Deciso a immergermi nella lettura, apro il libro che avevo portato – L’Ombra del Vento, di Zafon – e mi riprometto di non alzarmi fino all’arrivo di Irene. Mi corrono incontro due ragazzi. “Robè, ma ‘ca ‘ce faj’ ‘a Roma ? ‘A scort’ ?”<span style="color: #4472c4;">.</span> Basito, non trovo la forza di rispondere. Fanno la foto, mi abbracciano e se ne vanno. Tutto molto strano.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Apro Facebook dal cellulare. “Che ci fa Saviano vestito da Iena a Roma?”: la foto sulla pagina di Libero, quello sono io mentre esco dal bagno della Villa. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Mi serviva la prova del 9. “Il buonista Saviano fa il punkabbestia” (Matteo Salvini)</span></span></p>
<p>“<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Cazzo. Sono Saviano”. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Comincio a camminare, in preda all’ansia e alla Tennent&#8217;s. “A merda, hai finito di campà a spese nostre?”, me lo dice un giovanottone con una croce uncinata sulla guancia. E’ un seguirsi di incoraggiamenti, insulti, pacche sulle spalle e sguardi torvi. Dovrebbero essere le 19 e 30, sembra mezzanotte. Mi fermo per riprendere fiato. Mi appoggio all’obelisco. Sento qualcosa di freddo sulla tempia. </span></span></p>
<p>“<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Mo t’accir’”. Davanti a me una faccia vista solo su Fox Crime, nei tg, sui giornali. Davanti a me c’era Francesco Schiavone. Sandokan, i Casalesi. Gomorra. Mi colpisce sulle gambe, sono costretto a inginocchiarmi. Mi punta la pistola alla nuca. Immagino già i titoli dei giornali. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Un raggio di luce distrae il boss. Attendo una manifestazione dell’Onnipotente – anni di onorato servizio come chierichetto a qualcosa dovranno pur essere serviti – e mi preparo a una vita di redenzione in convento. Intorno il vento si mette a cantare “Che coss’è l’amor” di Vinicio Capossela. Dal raggio emergono 10 persone incappucciate. Quello davanti si rivela. “Francè, mo’ ‘a rutt’ o’ cazz’. Ce l’amma juocà ‘a pallon’ . Si vincimm’ tu te ne vaj’ a’ fancul’, assiem’ ‘e cumpagn’ tuoj’”<span style="color: #ff0000;">. </span>A parlare adesso è Saviano, quello vero. Mi abbraccia. Schiavone manda un messaggio dal cellulare. “V’accir’ ‘a tutt’ e’ doj’, sti fetient’!”. Escono 10 persone da non si sa dove. Ci sta uno uguale a me, solo con i capelli, muscoloso e magro. Mi guarda con aria di sdegno. Con lui ci stanno i cattivi per definizione. Erode, Hitler, Voldemort, Gargamella, Sauron, Darth Vader (senza respiratore), Totò Riina, il sergente Hartman e Ivan Drago. Ma Saviano non sta a guardare. Ecco che tutti si tolgono i cappucci. Gesù (che è uguale a Batistuta, come ho sempre sognato), Bob Geldof, Beppe Bigazzi, il subcomandante Marcos, Mario Magnotta, Fabrizio Frizzi, Gianni Morandi, Papa Francesco e il bidello Bruno (mi dava le sigarette a ricreazione). Sarà Buoni contro Cattivi.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Dal prato dietro l’obelisco spuntano fuori due porte. L’arbitro è un turista tedesco assoldato da Schiavone con la minaccia di legarlo sotto le Vele con il cartello Odio Napoli. I Cattivi partono forte. Il mio alter ego è ovviamente un funambolo. Il direttore di gara finge di non vedere i continui falli che subiamo. Solo io, Saviano e il Santo Padre tentiamo di ragionare, ma all’intervallo il punteggio è di uno a zero per loro. Torniamo in campo, mancano dieci minuti al termine. A un certo punto Bigazzi rilancia verso l’area avversaria, Roberto viene messo a terra ma si rialza e allarga verso Marcos, cross per Morandi, sponda di Gesù e rete di Magnotta. I due si abbracciano, sancendo finalmente la pace. Siamo pari. Sappiamo di potercela fare adesso. Bruno ruba palla a Erode, la allunga a Gesù che con un doppio passo si lascia dietro mezza squadra avversaria, palla a Roberto. Tunnel a Schiavone – ”Schifus’”, grida il boss, visibilmente affaticato – e cross verso di me. Stoppo di petto, guardo la porta. Ci sono io tra i pali. Io con i capelli. La palla tocca terra. Guardo il me stesso a venti metri. “O’ Sandokàn, ma vaffancul’!”, grido, in preda all’influenza del vicino Saviano. La palla si infuoca ed entra in porta, i Cattivi spariscono e il campo viene circondato dalla Digos, che si è venuta a riprendere Schiavone. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>(risoluzione)</b></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Irene mi trova mentre corro nel prato dietro la panchina dove ero crollato causa Tennent&#8217;s. Corro come Tardelli nel 1982. Mi guarda divertita e rassegnata. “Quante volte ti ho detto che non devi bere questa birra a digiuno, che sei anziano e certe cose non le puoi più fare?”. Io le racconto tutto, di Saviano, della partita, di Schiavone. Di Magnotta che ha finalmente avuto il perdono di Gesù. Ma lei niente, non mi crede. Mi prende per un braccio e torniamo verso il banco dei libri. Mentre lei guarda i volumi, io tento di riprendermi. Guardo in basso. C’è Gomorra. Il Saviano stampato sul retro mi fa l’occhiolino. Un pallone mi rotola vicino il piede. Lo prendo in mano. C’è una scritta. “Sii felice d’essere tu, così come sei”. Lo rilancio ai ragazzi che ci stavano giocando. C’è uno pelato che mi sorride. E’ vicino a uno con i capelli che mi somiglia. Torno da Irene. “Yà però basta Tennent&#8217;s. Soprattutto alle due di pomeriggio”. </span></span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Helena Janeczek risponde all&#8217;appello di Roberto Saviano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jul 2018 00:46:13 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Helena Janeczeck]]></category>
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					<description><![CDATA[Qui l&#8217;appello di Roberto Saviano]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center><iframe class="rep-video-embed" src="https://video.repubblica.it/embed/cronaca/appello-saviano-janeczek-caro-roberto-ci-inviti-a-fare-qualcosa-che-sta-gia-accadendo/311206/311846&amp;width=570&amp;height=321" width="570" height="321" frameborder="0" scrolling="no"></iframe></center><br />
<center><a href="http://www.repubblica.it/cronaca/2018/07/21/news/rompiamo_il_silenzio_contro_la_menzogna-202372216/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1">Qui </a>l&#8217;appello di Roberto Saviano</center></p>
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		<title>Spazi, suoni e lingue nel romanzo “di Napoli”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Dec 2017 06:00:32 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Wanda Marasco]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_71264" aria-describedby="caption-attachment-71264" style="width: 785px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-71264 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/15200_orig.jpeg" alt="" width="785" height="588" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/15200_orig.jpeg 785w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/15200_orig-300x225.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/15200_orig-768x575.jpeg 768w" sizes="auto, (max-width: 785px) 100vw, 785px" /><figcaption id="caption-attachment-71264" class="wp-caption-text">da &#8220;Il segreto&#8221; di Cyop &amp; Kaf</figcaption></figure>
<p><em>[Con minime modifiche e aggiornamenti, il pezzo che segue è tratto da <a href="http://napolimonitor.it/lo-della-citta/">La stato della città</a> (a cura di Luca Rossomando, Monitor edizioni, 2016), un volume che traccia un profilo dell’area metropolitana di Napoli abbracciandone tutti gli ambiti, dall’urbanistica all’ambiente, dall’economia al lavoro, dalle politiche sociali e sanitarie fino alla produzione culturale. Un libro collettivo – firmato da 68 autori – che si propone come supporto per una discussione sulla città di Napoli].</em></p>
<p>di<strong> Chiara De Caprio</strong></p>
<p>A mo’ di premessa. Estate del 2015. Giurie e lettori discutono se si possa premiare una scrittrice senza volto: il suo nome è Elena Ferrante, e sta vendendo un sacco di copie negli Stati Uniti con una quadrilogia di <em>Neapolitan novels</em>. A sponsorizzarla allo Strega è, tra gli altri, Roberto Saviano, che con <em>Gomorra</em> (Mondadori, 2006) ha venduto milioni di copie, vinto premi, fatto balzare sulle copertine dei giornali le periferie napoletane e il sistema della camorra.<br />
Al di là delle differenze, con Ferrante e Saviano la letteratura, incrociando le sue strade con quelle del cinema e della televisione, diviene fenomeno di massa e occupa uno spazio assai più ampio di quello che le ritagliano l’industria del libro e il mercato editoriale. E tuttavia, se anche non considerassimo Ferrante e Saviano, la produzione di romanzi e narrazioni “di” e “su” Napoli non rimarrebbe affatto sguarnita. Anzi, ce n’è per tutti i gusti, come rivela anche solo un mero ordinamento cronologico di alcuni romanzi, narrazioni e raccolte di racconti editi tra il 2000 e il 2015.<br />
Tra il 2000 e il 2001 Antonio Franchini fa i conti con la memoria personale e collettiva nel suo <em>L’abusivo</em> (Marsilio), Domenico Starnone racconta la fiumana di oscenità, intemperanze, bugie che il ferroviere Federì riversa su moglie e figli nel romanzo con cui si aggiudica il Premio Strega (<em>Via Gemito</em>, Feltrinelli). Nel 2002, dopo <em>Mistero Napoletano</em>, Ermanno Rea narra in <em>La dismissione</em> la storia amara dell’Ilva di Bagnoli, cui seguirà l’ultima parte della trilogia sulla città, <em>Napoli Ferrovia</em> (Mondadori, 2007). Tra il 2002 e il 2006, edizioni e/o pubblica <em>I giorni dell’abbandono</em> e <em>La figlia oscura</em> con cui, dopo <em>L’amore molesto</em> (1992), Elena Ferrante chiude una trilogia di romanzi dedicati al rapporto con la maternità di figure femminili chiamate anche a interrogarsi sul loro allontanamento da Napoli.<br />
Negli stessi anni <em>Nel corpo di Napoli</em> (Mondadori, 1999), <em>A capofitto</em> (seconda edizione rivista, Mondadori, 2001), <em>Di questa vita menzognera</em> (Feltrinelli, 2003) e la raccolta di racconti <em>Magic People</em> (Feltrinelli, 2005) danno corpo alla vocazione di romanziere e narratore di Giuseppe Montesano. Nel 2015, mentre il grande pubblico si appassiona alla quadrilogia “napoletana” che Elena Ferrante dedica all’<em>Amica geniale</em> (2011-2014), esce per Neri Pozza <em>Il genio dell’abbandono</em>, romanzo in cui Wanda Marasco narra la parabola esistenziale e artistica di Vincenzo Gemito servendosi di una lingua che sembra essa stessa voler incarnare la guizzante potenza visiva delle sculture di Gemito.<br />
Questa la superficie, fatta di titoli, autori, case editrici, date. Restano, sul fondo, le domande più importanti: in quale Napoli sono ambientate queste storie? Che cosa accade ai personaggi una volta immessi in uno specifico spazio urbano, quello napoletano, saturo di storie e narrazioni?</p>
<p><strong>Lo spazio e la lingua</strong><br />
Senza alcuna pretesa di completezza, alcune immagini si dispongono in sequenza, quasi a suggerire la possibilità di un percorso: una bruma rossastra e ostinata che s’insinua negli angoli più remoti delle case di Bagnoli; la pioggia scrosciante che riporta a galla quanto fogne e sottosuolo avevano inghiottito; l’opacità violacea del mare; lo spazio urbano, saturo di suoni: il tonfo sordo di sprofondamenti e voragini, i clacson nervosi delle auto e dei motorini, il «precipizio di voci» e urla che col loro timbro sembrano rendere diversa la qualità e la consistenza dell’aria: più opaca, più pesante, più aggressiva.<br />
Tratte dal romanzo-inchiesta di Rea e dai romanzi di Montesano e Ferrante, le immagini appena proposte nulla concedono al canone della città “da cartolina”: inondata dal sole, pigramente adagiata su colline da cui, complice l’aria tersa, si scorge la sagoma del Vesuvio o il profilo sinuoso di Capri. Nulla, dunque, di quell’insieme di <em>topoi</em> che hanno contribuito prima a definire e poi rendere riconoscibile una certa “napoletanità” di maniera; semmai, un diverso sistema di immagini che, con la sua compattezza, costituisce una precisa indicazione sui modi in cui i narratori hanno ripensato la relazione tra città reale e raffigurazioni della città, ridefinendo – per continuità o differenza – il loro rapporto con quel ricco patrimonio di rappresentazioni letterarie che di Napoli sono state proposte tra Otto e Novecento.<br />
Non è superfluo richiamare il fatto che l’aggettivo “napoletano” si riferisce in queste pagine a due caratteristiche: ambientazione e veste linguistica. Innanzitutto, per narrativa napoletana s’intendono quelle narrazioni che ambientano le loro storie a Napoli e nel suo hinterland; in seconda battuta, si vuole sottolineare il fatto che, tra queste, alcune esibiscono un impasto linguistico tra i cui ingredienti figurano l’italiano locale e il dialetto: viene così delineato uno spazio che ricrea e rielabora la situazione socio-linguistica della Napoli di oggi o del passato.<br />
Richiamiamo, per ora, alcune modalità di rappresentazione della città. Che di Napoli ce ne siano due, anche nei romanzi, è stato osservato molte volte. E, come per la città reale, anche per le Napoli dei romanzi è stato discusso se queste due metà siano conseguenza della Storia o della Natura; in quest’ultimo caso, la frattura tra due poli viene assunta come un dato, a un tempo, morale e biologico della città: la Napoli bassa, agitata da istinti e sfrenatezza, senza soluzione di continuità e fratture storiche, diviene così il luogo in cui si consuma l’eterna battaglia della fame e del sesso, e dei poveri contro i poveri.<br />
Data la forza interpretativa che questo modello ha avuto (in Domenico Rea e Anna Maria Ortese, per esempio), è utile capire come i romanzi di Napoli degli ultimi anni ci abbiano fatto i conti. Scopriamo così alcune cose. Anche in virtù di una collocazione temporale che parte dagli anni Cinquanta e Sessanta, i romanzi della quadrilogia di Elena Ferrante sono quelli in cui Napoli è rappresentata attraverso un modello nel quale due poli contrapposti nello spazio rimandano a una diversa organizzazione culturale, sociale e linguistica: la risalita di Elena dallo squallore del Rione alla casa inondata di luce di Posillipo trova un correlativo nella sua aspirazione all’italiano e nel suo atteggiamento di rifiuto e rimozione delle voci dialettali; la scelta dell’italiano, quindi, sa sì di emancipazione, ma reca memoria del doloroso e necessario allontanamento, fisico ed emotivo, dalle tane e dai ripostigli bui del dialetto. Questo perché nelle storie della Ferrante le voci dialettali rimandano a un universo dominato dalla violenza e dall’oppressione patriarcale. Nei romanzi <em>L’amore molesto </em>e<em> La figlia oscura</em> il dialetto agisce su madri e figlie come «un frullato di seme, saliva, feci, orina» che, paralizzandone gli organi fonatori, le riduce al silenzio. Narrare la propria storia significa, però, per le protagoniste-narratrici, ascoltare il suono delle parole dialettali, comprendere il modo in cui esse hanno condizionato scelte e movimenti, e fare, infine, i conti col proprio disgusto verso «la cavità cupa del ventre» femminile. Quando, alla fine della <em>Figlia oscura</em>, nel ricevere una telefonata, Leda risponde «commossa» alle figlie che accentuano in modo esagerato la sua cadenza napoletana, capiamo che qualcosa, infine, si è mosso nel suo spazio interiore: il rapporto più flessibile tra dialetto e italiano è spia di una diversa relazione con il suo ruolo di madre e col passato.<br />
Già nell’<em>Amore molesto</em>, del resto, Elena Ferrante faceva di Napoli un luogo in cui si dipana una trama che svela una verità a un tempo personale e universale. E, tuttavia, anche nel primo romanzo la griglia urbana non scolorisce in una rappresentazione convenzionale; anzi, il movimento dei personaggi attraverso uno spazio mai generico contribuisce a produrre l’accerchiamento della protagonista Delia: è la città stessa che la incalza e le toglie l’aria.<br />
Pur partendo talvolta dal modello delle “due Napoli”, le storie situate dopo gli anni Ottanta assumono, invece, come operatori di narratività gli sconvolgimenti nel tessuto urbano verificatisi a partire dagli anni Cinquanta (cioè, gli anni del laurismo, delle speculazioni edilizie, dell’espansione delle periferie). Anche nei romanzi, Napoli diviene centrifuga, si ramifica e si collega alla costellazione di paesi dell’Area Nord che s’incuneano verso la provincia di Caserta. Non solo in Gomorra, quindi, la visione dualistica è problematizzata e soggetta a verifiche. Per esempio, nei romanzi di Montesano le due Napoli, alta e bassa, borghese e plebea, italiana e dialettale, si sgretolano e confondono l’una con l’altra: perché ora al Vomero e Posillipo piove, il mare appare come una lastra grigia e l’aria è irrespirabile; ma anche perché nei due quartieri residenziali e italofoni vivono anche e soprattutto camorristi e nuovi ricchi.<br />
A determinare la messa in crisi del modello delle due Napoli sono, in effetti, alcuni fenomeni che a partire dagli anni Ottanta e Novanta caratterizzano Napoli e il suo hinterland: la moltiplicazione delle periferie; il proliferare di cinture viarie esterne, bretelle e raccordi autostradali; la sostanziale contiguità politica e consumistica tra quartieri “borghesi” e “popolari”; la diffusione dei centri commerciali, che di questa contiguità diventano l’emblema per eccellenza.<br />
Questo allargamento degli spazi non comporta per forza l’oblio di quelli tradizionalmente rappresentati: al contrario, non mancano casi in cui il confronto con la produzione narrativa otto-novecentesca porta a una rilettura attualizzante dell’immaginario topografico tradizionale. Può così accadere che in <em>Magic people</em> di Montesano il “palazzo-microcosmo”, nel suo doppio statuto di luogo della città reale e della città narrata, assuma, di volta in volta, i tratti di uno studio televisivo di un reality show, di un manicomio, di un lager: se nella narrativa napoletana l’interno poteva essere tana, rifugio, cavità materna, esso ora diviene gabbia, prigione.</p>
<p><strong>Tra italiano e dialetto</strong><br />
Che sia rappresentata secondo un modello spaziale duale e centripeto o, al contrario, multifocale e centrifugo, negli ultimi quindici anni l’ambientazione napoletana comporta spesso una caratterizzazione linguistica che si fonda sulla presenza del dialetto e delle varietà d’italiano locale (la diversità dei romanzi di Ferrante è doppiamente significativa, perché proprio quel dialetto rimosso dalla superficie linguistica agisce nella trama e sui personaggi). Certo, le soluzioni sono diverse: c’è posto per gli usi iperrealistici e grotteschi di <em>Magic People</em>, così come per le potenti escursioni stilistiche che, a partire dal dialetto e dall’italiano locale, si registrano in <em>Di questa vita menzognera</em> e <em>Il genio dell’abbandono</em>. Proprio i due romanzi di Montesano e Marasco permettono di mettere a fuoco un ulteriore aspetto. Ciò che è notevole in alcuni romanzi di Napoli non è solo il lavoro sul serbatoio locale e la resa dei fenomeni d’interferenza tra dialetto e italiano, ma anche la qualità stilistica con cui sono restituiti i rapporti tra le altre varietà del repertorio nazionale: la pressione “orizzontale” dei codici della vita quotidiana, l’ampia gamma dei sottocodici delle professioni e dei gerghi, le retoriche dei linguaggi politici e dei nuovi media. Sebbene le soluzioni di Montesano e Marasco, ma anche di Starnone, siano diverse, è però vero che la lingua dei loro romanzi è a un tempo doppia, plurivoca, aperta a spinte centrifughe verso l’alto e il basso. Se si può parlare di ricreazione mimetica di usi linguistici della città reale, è solo a patto di riconoscere che, nel suo complesso, l’efficacia della soluzione proposta da questi narratori trova il suo fondamento nella consapevolezza della inquieta relazione che linguaggio e narrazioni intrattengono con la realtà. Attraverso la postura della voce narrante, i romanzi sono sorretti da una tensione conoscitiva che spinge a sfidare l’opacità che s’interpone tra la pagina scritta e tutto ciò che la circonda; il gusto per elenchi di parole, i fenomeni di <em>correctio</em> e le soluzioni parafrastiche in italiano e dialetto mirano a restituire alla trama la capacità di significare, con la sua alterità, nello scarto e tra le faglie di formulazioni concorrenti.<br />
Un secondo aspetto va evidenziato. La compresenza di registri diversi, l’urto e l’incontro tra italiano e dialetto, i movimenti tra scritto e parlato – in una parola, la polifonia della lingua – rimandano a prospettive esistenziali e sistemi assiologici tra loro in competizione e in contrasto. In <em>Via Gemito</em> di Starnone, il confronto con l’ingombrante figura del padre, persino quando avviene nella forma di un ricordo provocato dal «soffio di vecchissime rabbie», si traduce in una perdita della capacità di «misurare le parole», in uno scivolamento verso le esagerazioni «rozze» e «imprudenti» che Federì era solito affidare al dialetto. Nella produzione di Montesano, sono invece l’italiano locale basso dei cafoni arricchiti e la lingua di plastica dei reality a rubarsi a vicenda la scena e a dispiegare – dagli schermi televisivi, lungo le strade della città, nelle residenze in collina dei nuovi ricchi – il loro potenziale entropico sul narratore: sulla testura linguistica della sua voce, sulle sue capacità di conoscenza e interpretazione del mondo.<br />
Allo stesso modo, il confronto e la tensione tra i personaggi che affollano <em>Il genio dell’abbandono</em> di Marasco assumono consistenza sonora non solo attraverso la mescolanza di italiano e dialetto, ma anche con la ricreazione di un’ampia gamma di registri dell’italiano: sul versante dello scritto, sono abilmente resi gli appunti del dottor Virnicchi sull’internato Gemito; l’asciutta (e, per Gemito, reticente) notazione del registro degli orfani dell’Annunziata con la sua pretesa «di svuotare burocraticamente il mistero di una creatura»; le lettere e le memorie di Gemito, con tutto il campionario di errori tipici delle scritture semicolte, sempre in bilico tra oralità e scrittura, dialetto e italiano. Sul fronte dell’oralità, nel romanzo della Marasco, tra botteghe e bassi, cliniche e “salotti buoni”, le parole e le frasi in italiano, francese e napoletano rincorrono e accerchiano Vincenzo, si mescolano ai suoi discorsi per poi spegnersi nel momento in cui la notizia della sua morte si diffonde in una città che si riscopre smarrita e senza voce per «lacuna» o «pentimento».<br />
Sebbene sia diversa la soluzione proposta, anche nell&#8217;<em>Abusivo</em> e in <em>Gomorra</em> (e, in modo tutto sommato non diverso, nella <em>Dismissione</em>) hanno una precisa funzione – stilistica e narrativa – le tecniche di riuso, prelievo e inserzione di un’ampia gamma di testi e parole dei linguaggi specialistici: inserti provenienti da altre sfere mediatiche, brani di articoli di cronaca locale, intercettazioni, verbali d’interrogatori, parole del gergo malavitoso e stilemi della cronaca giornalistica. Separando ciascuno di questi elementi dal suo contesto originario e riposizionandolo nell’architettura del romanzo, Franchini prima e Saviano poi mettono in luce formazioni discorsive e strategie retoriche degli universi di discorso di cui parlano: è anche attraverso questa opzione per un linguaggio capace di ricontestualizzare tessere testuali diverse che prende forma il peculiare timbro della voce che nell&#8217;<em>Abusivo </em>e in<em> Gomorra</em> dice “io”. Se questi materiali sono inseriti in una narrazione in cui la dimensione autobiografica è un modo di dizione e una postura etica, è appunto per far sì che il lettore sappia che questa voce si assume la responsabilità di interpretare, valutare, e dire.<br />
Le osservazioni relative alla voce che nei romanzi dice io, ci fanno più decisamente entrare dentro gli ingranaggi dei testi. A questo livello, c’è dunque un altro, decisivo, aspetto della relazione tra spazio e lingue: la funzione che le voci di Napoli hanno sulla storia narrata. In questa prospettiva, un dato va messo in rilievo per i romanzi di Ferrante, Marasco, Montesano, Starnone: le voci della città giocano un ruolo significativo tanto nel costruire l’immaginario spaziale quanto nel definire la relazione tra spazio e personaggi. Infatti, avvolgendoli, quasi sempre minacciosamente, il dialetto e l’italiano di Napoli costringono i personaggi a riposizionarsi all’interno del sistema spaziale della città. In particolare, poiché in <em>Via Gemito, </em>in<em> Di questa vita menzognera</em> e nei romanzi di Ferrante la narrazione è autodiegetica, l’assedio di voci che si è appena descritto minaccia in primo luogo quella del protagonista: è la stessa voce narrante a doversi modulare in relazione a questo assedio, a dover rifiutare “le voci degli altri” o assumerle come parte integrante del proprio timbro attraverso mosse e contromosse di riposizionamento: discendere, risalire, riattraversare, fuggire, sono allora tutti movimenti possibili nello spazio urbano. Se muoversi nella propria città significa anche muoversi nel tempo, attraversare Napoli ha per il narratore-protagonista una precisa funzione: quella di ripercorrere la storia, personale o collettiva, dei luoghi, al fine di verificare attraverso quali parole e in quali forme esperienza e memoria possano essere nuovamente dicibili. Non sarà, quindi, sorprendente il fatto che il narratore-protagonista di <em>Via Gemito</em> possa trascorrere «tutto il pomeriggio a cercare date, identificare spazi, trovare proposizioni per immagini fluide». È infatti il nesso tra la forma dei luoghi e la quantità di passato, personale e collettivo, che ciascuno di essi custodisce a spiegare perché nei romanzi di Napoli siano privilegiati alcuni movimenti; sono infatti proprio gli attributi che definiscono la densità spaziale della città — stratificazione storica del tessuto urbano, verticalità dello sviluppo, presenza di cavità sotterranee — a favorire l’investimento narrativo e simbolico nei movimenti di discesa, nelle posture e nei gesti effrattivi.</p>
<p><strong>I movimenti che parlano</strong><br />
Con un movimento di discesa e una rocambolesca fuga notturna prende avvio <em>Il genio dell’abbandono</em>. Scappato dalla casa di cura, Vincenzo Gemito si sottrae ai possibili inseguitori percorrendo «la via più lunga e disturbata dai ricordi»: la buia e ripida strada del Moiariello, che congiunge la collina di Capodimonte alle vie del centro greco-romano. Minacciato da latrati di cani e voci del passato egualmente terribili, Vincenzo si muove tanto più avanti nello spazio quanto più indietro nei ricordi e nel tempo, fino all’attimo-zero in cui tutto ebbe inizio, con un rumore che parla di abbandono e rifiuto: il tonfo del neonato nella ruota dell’Annunziata.<br />
Non sembrano estranei alla spazialità verticale tipica di Napoli anche i tentativi di discesa negli scantinati e nei sottoscala di un rione di periferia presenti nei romanzi di Ferrante, così come è certamente connesso alla topografia cittadina il movimento ascensionale delle protagoniste dal Rione alle colline di Posillipo e, poi, da Napoli a Roma, Firenze, Torino. A loro volta, nei romanzi di Montesano l’immagine di Napoli come città verticale viene sottoposta a riletture e aggiornamenti. Il tradizionale modello verticale e centripeto s’interseca con un altro, centrifugo, verso la periferia diffusa che si distende tra Caserta e Napoli; inoltre, la discesa e l’immersione nel ventre non riattiva energie ma sconvolge, destabilizza e riporta a galla detriti, rifiuti, cadaveri: «il residuo non ulteriormente consumabile» (come lo ha definito Giancarlo Alfano) che Napoli deposita dentro di sé.<br />
A ben vedere, anche in due narrazioni come <em>La dismissione </em>e<em> Gomorra</em>, certo diverse dai romanzi appena analizzati, è possibile riconoscere zone testuali in cui la postura “effrattiva” del narratore e il suo sguardo attento alle manipolazioni inflitte al territorio concorrono a descrivere Napoli e il suo hinterland come spazi cavi, sagomati prima dalla natura e poi divorati dagli interessi economici: ridotti, alternativamente, a nudi scheletri o corpi rigonfi. Gesti e immagini che parlano di violazioni ed effrazioni costellano il libro di Saviano. Basterà un esempio: alle violazioni che la camorra infligge allo spazio-corpo di Napoli e del suo hinterland (il porto «ano di mare che si allarga con grande dolore degli sfinteri», il «cranio nudo della provincia napoletana», il «ventre molle di Forcella» violentato dalle sparatorie), corrisponde, uguale ma di segno contrario, il movimento con cui Roberto entra nella grande villa, vuota ma ancora controllata dal clan, del boss Walter Schiavone: qui il protagonista compie il gesto «idiota» e liberatorio di svuotarsi la vescica in una sontuosa vasca che, come tutto il resto dell’arredamento, è ispirata a quella di Tony Montano, il gangster cubano di <em>Scarface.</em><br />
Non è un caso, dunque, se, il lettore della <em>Dismissione</em> è tentato di dare particolare valore simbolico all’esplorazione notturna che Vincenzo Buonocore, il protagonista, conduce attraverso l’Italsider: «senza più fumi né fiamme; senza più voci, richiami, sibili, sfrigolii; senza l’inconfondibile miscela sonora propria dello stabilimento che non si ferma». Infatti, nella decisione di introdursi di notte all’interno della fabbrica si manifesta con chiarezza l’atteggiamento del tecnico specializzato, che al silenzio e alla liquidazione dei reparti, risponde con la precisione e il rigore «assoluti» con cui esegue il suo ultimo compito: smontare le colate continue. Nella narrazione di Rea-Buonocore, muoversi con movimenti esatti, nominare secondo tassonomie precise, disegnare mappe, stendere inventari sono tutti gesti e operazioni attraverso i quali riprendere possesso, almeno sul piano emotivo e memoriale, di quegli spazi ormai vuoti che vengono sottratti alla classe operaia, così come prim’ancora, proprio collocando la grande fabbrica in un «sito di vulcaniche bellezze e acque benedette», le erano stati sottratti aria e mare. Insomma, anche per Rea, entrare nelle cavità significa opporre alle verità opache delle cronache e delle versioni ufficiali, una “storia” che riverberi sulla pagina scritta il senso della relazione tra spazi e uomini, e del dialogo tra le loro voci.<br />
Proviamo a concludere: oltre alla loro intima solidarietà, scelte stilistiche, postura narrativa, statuto gnoseologico ed etico della voce narrante ci hanno consentito di mettere a fuoco l’importanza che nella costruzione delle trame e dei personaggi hanno i movimenti nella rete spaziale e sonora di Napoli. L’attraversamento degli spazi è anche un attraversamento delle voci e delle lingue: gli uni e le altre non funzionano come fondali «docili» e remissivi; piuttosto, distorcono i percorsi dei personaggi, li costringono a traiettorie di allontanamento e ritorno, a effrazioni e discese. Chiedono di ascoltare e ricordare, di narrare, e comprendere.</p>
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<p>Bibliografia minima<br />
Un quadro sull’imagery di Napoli nel romanzo del secondo Novecento è offerto da G. Alfano <em>Un ‘vivere pieno di radici’. Il modello spaziale di Napoli nel secondo Novecento</em>, in Id., <em>Paesaggi mappe tracciati. Cinque studi su letteratura e geografia</em>, Napoli, Liguori, 2010, pp. 91-150; sull’alterità geografica e culturale della Napoli dell’Amore molesto, v. anche Tiziana de Rogatis, <em>Elena Ferrante e il Made in Italy. La costruzione di un immaginario femminile e napoletano</em>, in <em>Made in Italy e Cultura. Indagine sull’identità italiana contemporanea</em>, Palermo, Palumbo, 2015, pp. 288-317.<br />
Modellizzazioni del repertorio linguistico di Napoli sono illustrate in N. De Blasi, <em>Per la storia contemporanea del dialetto nella città di Napoli</em>, in «Lingua e Stile», 37, 2002, pp. 123-157; su dialetto e italiano di Napoli si può leggere ora N. De Blasi, <em>Storia linguistica di Napoli</em>, Roma, Carocci.<br />
Analisi degli impieghi di italiano e dialetto nei romanzi e nelle narrazioni di Ferrante, Montesano, Rea, Saviano, Starnone sono in P. Bianchi, <em>La funzione del dialetto nella narrativa di autori campani contemporanei</em>, in <em>La città e le sue lingue</em>, Napoli, Liguori, 2006, pp. 267-280; C. De Caprio, <em>La città lebbrosa, la smorta terra e il mare. Dimensioni linguistiche dello spazio urbano tra fictio e realtà. “Di questa vita menzognera” e “Magic People” di Giuseppe Montesano,</em> Dante &amp; Descartes, Napoli, 2006. Di molti dei testi qui esaminati, in relazione agli assetti della narrativa italiana, scrive G. Simonetti, <em>I nuovi assetti della narrativa italiana (1996-2006)</em>, in «Allegoria», 57, 2008, pp. 95-136.<br />
Per la rappresentazione del femminile e del materno in Ferrante ho tenuto presente S. Milkova, <em>Mothers, Daugheters, Dolls. On Disgust in Elena Ferrante’s “La figlia oscura”</em>, in «Italian Culture», 31/2, 2013, pp. 91-109; Tiziana de Rogatis, <em>L’amore molesto di Elena Ferrante. Mito classico, riti di iniziazione e identità femminile</em>, in «Allegoria», 69-70, 2014, pp. 273-308 e i saggi raccolti in <em>The Works of Elena Ferrante: Reconfiguring the Margins. History, Poetics and Theory</em>, New York, Palgrave Macmillan, 2016 (si veda, per l’attenzione alla categoria del post-umano, il contributo di Enrica Maria Ferrara).<br />
Un accesso alle questioni relative all’autofiction, alla dicotomia fiction/non-fiction e allo statuto della voce narrante nella produzione di Saviano è offerto da C. De Benedetti, F. Petroni, G. Policastro, A. Tricomi, Roberto Saviano, “Gomorra”, in «Allegoria», 57, 2008, pp. 273-308; A. Casadei, <em>Realismo e allegoria nella narrativa italiana contemporanea</em>, in <em>Finzione cronaca realtà. Scambi, intrecci e prospettive nella narrativa italiana contemporanea</em>, a c. di H. Serkowska, Massa, Transeuropa, 2011, pp. 3-21 e R. Donnarumma, <em>Ipermodernità. Dove va la narrativa contemporanea</em>, Bologna, il Mulino, 2014, in particolare pp. 190-195; con attenzione al passaggio di medium, v. M. Moccia, <em>Raccontare Gomorra</em>, in «Between», 5/10, 2015; per aspetti della relazione con lo spazio e l’ambiente, v. N. Scaffai, <em>Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa</em>, Roma, Carocci, 2017, pp. 157-162.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<pubDate>Sun, 23 Apr 2017 05:00:48 +0000</pubDate>
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<b>ROBERTO SAVIANO ”Su Gustaw Herling”</b><br /><br />

In un unico amarissimo sorso, dovrebbe essere bevuto <i>Un mondo a parte</i> di Gustaw Herling che riappare presso Feltrinelli in edizione economica. Leggere tutto in una volta, subendo un pugno nelle viscere, uno schiaffo in pieno volto, sentendo la dignità squarciata, la paura di poter crollare prima o poi nello stesso girone infernale descritto nelle pagine. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ogni domenica, noi redattori di Nazione Indiana ripubblicheremo testi apparsi nel passato, scritti o pubblicati da indiani o ex-indiani, e che ci sembra possano dirci ancora qualcosa dell&#8217;attuale : che ancora ci parlano, ancora aprono interstizi tra le maglie del presente, ancora muovono la riflessione.</em></p>
<p><center><strong>3 marzo 2008</strong></center><br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/03/03/titoli/" target="_blank"><strong>ROBERTO SAVIANO&#8221;Su Gustaw Herling&#8221;</strong></a></p>
<p>In un unico amarissimo sorso, dovrebbe essere bevuto <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8807817640/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8807817640&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Un mondo a parte </em></a>di Gustaw Herling che riappare presso Feltrinelli in edizione economica. Leggere tutto in una volta, subendo un pugno nelle viscere, uno schiaffo in pieno volto, sentendo la dignità squarciata, la paura di poter crollare prima o poi nello stesso girone infernale descritto nelle pagine. Un testo prezioso e tremendo, una testimonianza sui campi di concentramento sovietici, sulle barbarie compiute dal regime stalinista dell’URSS contro milioni di persone.<br />
<span id="more-487"></span><br />
Gustaw Herling aveva vent’anni quando decise nel 1939 dopo l’invasione tedesca della Polonia, di attraversare il confine russo-lituano sperando di organizzare in Russia una resistenza anti-nazista. Fu però arrestato dalla polizia sovietica per il suo progetto. Tale episodio potrebbe sembrare una bizzarria è in realtà un tragico paradosso. L’URSS e la Germania avevano firmato nel 1939 un patto, il celebre patto Ribbentropp-Molotov che sanciva una relazione di non belligeranza tra i due stati. Herling quindi secondo la polizia segreta sovietica, tentando di fuoriuscire dalla Polonia per combattere la Germania aveva indirettamente cospirato contro l’URSS. La vita del giovane Gustaw venne così deportata ad Ercevo, campo di lavoro che faceva parte del comprensorio concentrazionario di Kargopol sul Mar Baltico. Un campo di lavoro adibito alla raccolta del legno per costruzioni, un vero e proprio centro industriale con linee ferroviarie ed un villaggio per il personale libero, tutto costruito e portato avanti con la forza lavoro dei prigionieri. La situazione materiale del campo era oltre ogni limite di sopportazione umana: 40 gradi sotto zero, un lavoro continuo e massacrante, orari diuturni, 300 grammi di pane più una mestolata di minestra. Herling descrive con abilità di storico la struttura organizzativa del campo, le gerarchie, i rapporti d’autorità. Nei campi vi erano diversi livelli di prigionieri, i “bytovik” ovvero criminali comuni con condanne brevi, poi v’erano i criminali efferati ed incalliti gli “urka”, veri e propri signori regnanti dei campi, infine i più numerosi erano i “belorucki”, i prigionieri politici. I belorucki erano i prigionieri con minore speranza di sopravvivenza, i più vessati e maggiormente caricati di fatica lavorativa. Gli urka avevano ogni diritto sugli altri prigionieri a loro era data la responsabilità di vigilare sul lavoro e sull’ortodossia politica dei prigionieri. Herling li descrive in modo tremendo: <em>per tali uomini il pensiero della libertà è altrettanto ripugnante quanto l’idea del campo di lavoro per una persona normale</em>. La parte maggiore dei prigionieri politici erano bolscevichi, comunisti, individui che avevano combattuto per la causa socialista. Il meccanismo staliniano era una sorta di serpe a spirale che procedendo nelle varie istituzioni, attraverso diverse generazioni, purgava, deportava, imprigionava, vecchi rivoluzionari comunisti, funzionari, dirigenti, che acquisivano troppo potere, oppure gente comune, persone qualsiasi che inconsapevolmente non agivano con ortodossia alla linea politica di Stalin. La delazione divenne ovviamente la regola di vita della società sovietica, usata spesso come strumento per tenere in scacco il proprio vicino, il collega di lavoro, i propri familiari. Denunciare per rovinare la carriera di qualcuno, per prendere il suo posto, o semplicemente per salvarsi la vita, era divenuta attività comune nella Russia di Stalin. Nei campi di prigionia sovietici il mezzo di oppressione e tortura era il lavoro. Usato come forma di distruzione, la fatica schiantava i corpi, riduceva i prigionieri alla febbre, alla cecità per avitaminosi. L’unico modo per cercare di sopravvivere era riuscire a farsi ricoverare. Gli ospedali <em>sembravano chiese offrenti rifugio da una potentissima Inquisizione</em>. L’automutilazione divenne così una prassi comune per poter trovare una pausa dal lavoro. Come in trincea durante la prima guerra mondiale i soldati si sparavano alle mani o alle gambe per poter essere spediti lontano dalla battaglia, così i prigionieri sovietici si amputavano con le asce le dita, le mani, si tagliavano le gambe, pur di trovare una pausa alla loro condanna. Dopo molti casi di automutilazioni, le autorità sovietiche si accorsero dell’autolesionismo e per combatterlo decisero di condannare tutti i feriti, sia accidentali che volontari, a continuare a lavorare: <em>vidi un giovane prigioniero…riportato dalla foresta nel recinto con un piede amputato</em>. In <em>Un mondo</em> a parte v’è una figura di prigioniero autolesionista, Kostylev, che è forse il personaggio maggiormente toccante del testo. Il racconto su Kostylev contiene in se non soltanto il valore della testimonianza ma uno spessore letterario che trasfigura la vicenda, caricandola di significati universali. Kostylev era stato un uomo che aveva dedicato la sua vita alla causa bolscevica. Ammirava come santi laici, i comunisti europei, idealizzandoli come combattenti per la libertà in un continente oppresso dalla borghesia. Arrivò ad imparare il francese per comprendere i discorsi di Thorez, segretario del Partito comunista francese. Iniziò a leggere Balzac, Sthendal, Constant, e trovò in quei testi <em>un’aria diversa, mi sentivo come un uomo che, senza saperlo, era stato soffocato tutta la v</em>ita. Kostylev dopo quest’esperienza di lettore cambiò idea sull’occidente e sul bolscevismo. Abbandonò il lavoro di partito, concesse tutto il suo tempo alla lettura desideroso di conoscere le verità che gli erano state nascoste. I libri stranieri che si procurava clandestinamente, lo fecero arrestare. La polizia segreta lo accusò d’essere una spia e torturandolo fu costretto a confessare la mendace accusa. Dopo che Herling scoprì che Kostylev ustionava di sua volontà il suo braccio esponendolo alle fiamme vive, nacque tra loro una complice amicizia. Preferiva avere un braccio piagato e gonfio, piuttosto che lavorare per i suoi carcerieri. Nella baracca dove esentato dal lavoro Kostylev passava le giornate, non c’era attimo in cui non leggesse libri. Herling non capì mai come riuscisse a procurarseli ma non provò mai invidia per lui, semmai profonda ammirazione. La lettura che gli aveva cambiato l’esistenza portandolo nei campi di lavoro, continuò ad essere la maggiore espressione della sua umanità in quel girone infernale. Conservare, preservare, tutelare la propria umanità, era non solo impossibile ma persino letale in un campo di lavoro. Aiutare il compagno ferito, passargli del cibo era pericoloso non solo perché privandosi delle pochissime risorse materiali si rischiava di danneggiare il proprio già precario corpo, ma perché ogni elemento umano in quelle condizioni poteva far perdere i nervi, poteva far emergere la vita passata, insomma ricordare d’essere uomo in una condizione disumana è letale. <em>La vita in un campo di prigionia può essere tollerata solo quando ogni criterio, ogni termine di paragone che si riferisca alla libertà, è stato completamente cancellato dallo spirito e dalla memoria del prigioniero</em>. Il messaggio che non soltanto in questo testo ma che l’intera opera di Herling porta con sè, è racchiuso in una codificazione nuova della capacità di giudizio. Non è possibile giudicare un essere umano costretto in condizioni disumane. Il tradimento, la delazione, la prostrazione, la prostituzione generate dalla fame, dalla costrizione, dalla malattia, non possono essere considerati comportamenti umani seppur commessi da uomini. <em>Sono giunto al convincimento che l’uomo può essere umano solo in condizioni umane, e considero assurdo il giudicarlo severamente dalle azioni che egli compie in condizioni disumane, come sarebbe assurdo misurare l’acqua con il fuoco. </em></p>
<p>Il sistema di repressione sovietico rappresentava quanto di più stupidamente burocratico potesse esistere sulla crosta terrestre. Ogni arresto doveva essere motivato, ufficialmente formalizzato. Migliaia di persone subirono le più stolte e sordide accuse: sabotaggio dell’industria sovietica, spionaggio, cospirazione contro la patria, tradimento, controrivoluzione. Attraverso queste condanne il sistema sovietico ostentava giustificazione ad ogni sua crisi, ad ogni rallentamento della pianificazione economica. Migliaia d’innocenti, spesso innocue persone e tutt’altro che nemici politici, furono tolti di mezzo, vittime di una spietata e illogica guerra interna. Nel campo di Ercevo Herling incontra un prigioniero denunciato alla NKVD (la terribile polizia segreta che poi prenderà il nome di KGB) perché da ubriaco aveva sparato un colpo alla fotografia di Stalin, centrandone un occhio. Per tale gesto fu condannato a 10 anni di prigionia! A differenza del sistema concentrazionario tedesco dove gli individui venivano gasati, massacrati ed arrestati, senza processi-farsa, ma soltanto per il loro essere ebrei, comunisti, testimoni di geova, omosessuali etc. il sistema sovietico estorceva confessioni, inventava piani di sabotaggio, costringeva a produrre assurde prove. Formalizzava ogni messa in scena: <em>Non basta conficcare una pallottola nella testa di un uomo, deve egli stesso chiederla cortesemente al processo. </em></p>
<p>Gustaw Herling riuscì a salvarsi dal campo di lavoro perché fu, in quanto polacco, spedito tra le truppe comandate dal generale Anders. Dopo una peregrinazione a Baghdad, Mossul, Gerusalemme, Alessandria d’Egitto, approda in Italia dove ammalatosi di tifo trascorre la degenza a Sorrento incontrando la famiglia Croce. Quest’incontro sarà determinante poiché molti anni dopo Lidia Croce diverrà sua moglie da cui avrà due figli, Benedetto e Marta. Herling a Napoli trascorrerà gran parte della sua vita. Si dedicherà alla messa appunto delle sue opere e sino agli ultimi giorni scriverà il monumentale <em>Diario scritto di notte</em>. E’ un colosso narrativo composto da più di dodici volumi, in Italia è apparsa soltanto il primo volume che raccoglie gli scritti che vanno dal 1970 al 1987 (<em>Diario scritto di notte</em>, Feltrinelli 1992). Si affastellano in quest’impresa intellettuale ricordi, riflessioni filosofiche, momenti di profonda saggezza descrittiva, invettive, docili momenti di pigrizia. Si passeggia nel <em>Diario scritto di notte</em>, in un sistema geologico da esplorare in molteplici strati che si depositano così come emergono nel pensiero herlinghiano. S’incontra nel dedalo del <em>Diario </em>un episodio inquietante che ritrae Thomas Mann e Ignazio Silone discutere in Svizzera sul metro di paragone in base al quale giudicare i diversi sistemi politici. Silone risponde: <em>Senza dubbio: basta determinare qual è il posto che è stato riservato all’opposizione</em>. Mann invece: <em>No, la verifica suprema è il posto che è stato riservato all’arte ed agli artisti</em>. Herling che non tace un profondo fastidio nei confronti della postura estetizzante della prosa di Mann, traccia una profonda critica al sommo tedesco che risultava indulgente con il sistema sovietico analizzandolo esclusivamente attraverso le vendite di massa dei testi di Goethe che avvenivano in URSS. In Herling la necessità prima dell’intellettuale è presenziare al dolore umano, mantenersi sentinella della libertà umana non delegare mai ad altro il proprio imperativo di difesa della dignità umana. E tutto questo Mann, con la priorità all’arte, nonostante tutta la sua grandezza letteraria, lo negava. Ma nel <em>Diario </em>vi sono anche lacerti di memoria personale sono moltissimi e profondamente appassionanti, il racconto di un cagnolino trovato nel deserto iracheno durante la guerra ed amorevolmente curato da Herling, oppure la pagina scritta nel 1980 quando sono descritti gli attimi del terremoto che devastò Napoli, mirabili le tinteggiature dei volti identici dei terremotati irpini, lucani, partenopei, le voci, le fughe, gli assembramenti, l’assoluta impossibilità di prendersela con qualcuno. Eppure non pare questa narrazione diaristica esser un tracciato d’esperienza personale. <em>Scritto di notte</em>, il titolo segnala subito il ruolo in qualche modo postumo del pensiero, quasi come la nottola di Hegel che giunge tardi, quando il giorno è compiuto, la scrittura del <em>Diario </em>è una somma non di ciò che è capitato a se stesso, ma di ciò che è capitato attraverso se stesso. Un Io che diviene punto di partenza ma non elemento d’arrivo, che parte per un preciso motivo ma non conosce ovviamente il termine dello slancio. Un senso al motivo d’ispirazione per questo impegno intellettuale durato un’intera esistenza lo si può rintracciare in un frammento del testo <em>Breve racconto di me stesso </em>(L’ancora del mediterraneo 2001) curato da sua figlia Marta: <em>Scrivo perché ho un bisogno interiore di confrontarmi con determinati problemi. Se vivi finché si vive di qualcosa si adempie alla propria missione. [..] Ho sempre desiderato lasciare qualcosa dopo di me, ma in realtà ho scritto unicamente per me stesso. Scrivo perché mi dà piacere</em>.</p>
<p>Anche i testi pubblicati come opere compiute ed autonome sono parti del tessuto connettivo del <em>Diario</em>. I due racconti<em> Requiem per il campanaro </em>(L’ancora del mediterraneo 2002) e <em>L’isola</em> (L’ancora del mediterraneo 2003) sono narrazioni, terre emerse nella vastità degli oceani di parole della scrittura di Herling. Racconti in cui la traccia partenopea è fortissima, determinante almeno come in <em>Don Ildebrando </em>(Feltrinelli 1999) che assieme a <em>Ritratto veneziano </em>(Feltrinelli 1995) raccoglie i racconti più rilevanti ambientati a Napoli. In<em> Don Ildebrando</em> Herling prova ad affrescare il paesaggio italiano mantenendo la distanza dell’esule ma non celando una complicità da cittadino italiano d’adozione. In questo libro emerge la descrizione di una Napoli caotica e rutilante, determinata da una forza vorticosa che la sbatte dalla miseria dei lazzari, al barocco sontuoso della dominazione spagnola, spingendosi ad amalgamare gli aspetti scaramantici, popolari con le vette più alte del pensiero umano. E così nel racconto <em>Ex Voto</em>, appare il cuore di Napoli, il petto, il corpo, la Napoli più cara ad Herling quella dove abitava suo suocero Benedetto Croce, quella dove si erge la chiesa di San Domenico Maggiore dove Tommaso d’Aquino si formò e divenne sommo. Una Napoli che si costruisce piuttosto come una mappatura spirituale per Herling, che geografica o storica. La prosa dei racconti di Herling è elegante, rispettosa, piana, possiede un’appassionata razionalità che sembra fregarsene di ciò che in letteratura può essere definito come talento, guizzo fantasioso, o senso della frase. Una scrittura continua è quella di Herling, pronta a tracciare e comunicare piuttosto che ad esprimere, come la poetessa Cristina Campo ha scritto: <em>in Herling [..] le grandi parole cerimoniali dell’orrore e della pietà traversano il suo discorso con la stessa naturalezza del vento autunnale fra gli alberi e della pioggia sui vetri</em>.</p>
<p>Herling ha immesso l’ordito della sua qualità narrativa nella trama della testimonianza. Appaiono nei testi di Gustaw Herling una miriade di personaggi, che divengono tracce di un’orchestra della dannazione, che trascende la particolarità dei campi di lavorato sovietici, del terremoto, della persecuzione nazista, della sua esperienza di guerra, della Napoli appestata e diviene rappresentativa della condizione umana del secolo novecento. Forse è vero che ogni narrazione proveniente dal profondo della memoria dei fuoriusciti, dei salvati, si assomiglia. Le pagine di Levi, Salomov, Herling, Wiesel, hanno un patrimonio genetico simile che ancor prima d’essere determinato dalla comune barbarie subita è accomunato dalla volontà di perdono. Nelle parole finali, nei giudizi accennati, nella ricognizione del dolore, questi autori hanno scritto per concedere all’umana genia la possibilità di vivere diversamente, di non dimenticare proprio al fine di essere diversi. Non sarà possibile sapere se questi autori hanno perdonato i loro secondini, i loro banali aguzzini, e in fondo non è importante, è però necessario comprendere se essi hanno perdonato l’esecutore primo della barbarie: l’essere umano. Lasciare memoria, scrivere, è in qualche modo un attestato di fiducia verso l’uomo, verso le nuove generazioni. Il ricordo tremendo, insomma, come promessa o speranza di un nuovo percorso umano.</p>
<p>————</p>
<p><em>Pubblicato su Pulp n. 48</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Intellettuali declassati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Feb 2016 06:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Amoroso]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Pozzi Editore 2015]]></category>
		<category><![CDATA[Le nuove forme dell’impegno letterario in Italia]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemoranea]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>
		<category><![CDATA[saggi critici]]></category>
		<category><![CDATA[wu ming]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Amoroso Gli intellettuali, l’impegno e la fine delle utopie Pubblichiamo un estratto del saggio contenuto ne Le nuove forme dell’impegno letterario in Italia, a cura di Federica Lorenzi e Lia Perrone (Giorgio Pozzi Editore, 2015) Felice chi è diverso essendo egli diverso. Ma guai a chi è diverso essendo egli comune. Sandro Penna [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Amoroso</strong><br />
<em>Gli intellettuali, l’impegno e la fine delle utopie</em></p>
<p>Pubblichiamo un estratto del saggio contenuto ne <em>Le nuove forme dell’impegno letterario in Italia</em>, a cura di Federica Lorenzi e Lia Perrone (Giorgio Pozzi Editore, 2015)</p>
<p style="text-align: right;"><em>Felice chi è diverso</em><br />
<em> essendo egli diverso.</em><br />
<em> Ma guai a chi è diverso</em><br />
<em> essendo egli comune.</em><br />
Sandro Penna</p>
<p style="text-align: right;"><em>La letteratura non è un mestiere, è una maledizione.</em><br />
Thomas Mann, Tonio Kröger</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Intellettuali declassati</i></p>
<p style="text-align: justify;">Quello della fine dell’”intellettuale-legislatore”, per riprendere ancora la definizione di Bauman, è un mantra che in Italia va avanti non da anni, bensì da decenni. È già a metà degli anni Settanta (in un saggio poi confluito nella volume <i>Il critico senza mestiere</i>), che il critico Alfonso Berardinelli parla di  prendere atto di una</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">avvenuta dissoluzione di un corpo ideologico al cui interno sono state vissute quasi tutte le vicende italiane degli ultimi trent’anni<i> [nei quali]</i> poesia e letteratura sembrano, inoltre, aver perduto del tutto il loro carattere di relativa e simbolica centralità all’interno del sistema culturale. <span style="color: #0000ff;">[1]</span></p>
</blockquote>
<p><span id="more-60062"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Quando Berardinelli scrive queste righe siamo nel 1975; poco più di un decennio dopo Zygmunt Bauman conierà la sua fortunata e abusata definizione, efficace certamente dal punto di vista comunicativo ma non altrettanto convincente dal punto di vista concettuale. Partendo dalla registrazione di alcuni cambiamenti fondamentali che segnano il passaggio fra modernità e postmodernità, il sociologo polacco non riesce a evitare le trappole di alcune generalizzazioni. Infatti, quando definisce l’”intellettuale-legislatore” come colui che assolveva alla <i> </i>«funzione collettiva di generare e promuovere i valori destinati a essere imposti e osservati dallo Stato ai suoi sudditi» <span style="color: #0000ff;">[2]</span>, egli compie una forzatura che tralascia e mette tra parentesi troppi fattori.<br />
In che cosa Sartre, che ha rifiutato ogni tipo di riconoscimento pubblico, avrebbe legiferato? Se – come il filosofo francese ha affermato, «lo scrittore deve rifiutare di lasciarsi trasformare in istituzione, anche se questo avviene nelle forme più onorevoli» – come può questo conciliarsi con la funzione di promuovere e istituzionalizzare valori e pratiche che il potere statuale avrebbe il compito di imporre? Può essere un rapporto di ingiunzione e repressione ciò che presiede alla condivisione di principi? Senza entrare nei meandri di una discussione di carattere generale che ci porterebbe troppo lontano, proviamo a fare qualche esempio.</p>
<p style="text-align: justify;">L’impegno di Sartre e Camus in Francia a partire dal secondo dopoguerra non pare abbia impedito al gollismo di rimanere al potere per un venticinquennio, così come in Italia l’impegno di Fortini e Pasolini non ha impedito che la compagine democristiana regnasse incontrastata per quarant’anni. Se questi intellettuali hanno avuto una funzione, è stata soprattutto ed essenzialmente quella di fornire una visione alternativa al potere vigente, contrastando quest’ultimo con i mezzi dell’opposizione e della critica costante; mai si è trattato di suonare la carica per dare al potere una giustificazione storica o un abito nuovo.<br />
Ed è singolare che da quarant’anni, volendo datare con molta generosità al 1975 la nascita del mantra della fine dell’impegno (più di un vagito non trascurabile si era fatto sentire anche prima), non si faccia altro che interrogarsi sulla fine di un <i>engagement</i> che nella sua forma più propria sarebbe durato, volendo essere larghi di manica, un trentennio (1945-1975). È ovvio che non si tratta qui di mettere dei paletti cronologici, bensì di segnalare una sorta di coazione alla lamentazione funebre che dura da quasi mezzo secolo.<br />
Alla fine, preso atto che il defunto è ormai senza speranza, ciò che rimaneva non era altro che la creazione un golem che avesse le sembianze del primo e incidergli sulla fronte la dicitura “nuovo impegno”.</p>
<p style="text-align: justify;">Proviamo a prendere in considerazione due casi che appaiono esemplari di un certo modo di intendere l’impegno (e giocoforza indicativi anche di un certo modo di intendere la letteratura) in Italia negli ultimi anni; parliamo di due veri e propri “casi” che hanno interessato il panorama letterario e che hanno suscitato molto dibattito all’interno degli ambienti intellettuali, ossia il caso Saviano e il caso Wu Ming.<br />
Sarebbe troppo lungo in questa sede ripercorrere le vicende del fortunatissimo romanzo (romanzo di docu-fiction si legge sul sito dell’autore) di Roberto Saviano, per cui cercheremo – in attesa di sviluppare altrove un discorso maggiormente articolato – di fare qualche considerazione intorno alla ricezione dell’opera e alla figura dell’autore.<br />
Per quanto concerne la ricezione è sotto gli occhi di tutti (anche dei non addetti ai lavori) che il contenuto del libro ha avuto un’importanza fondamentale nel decretare il successo dell’opera. Ma non si tratta solo di contenuto, quanto di vera e propria strategia di costruzione e strutturazione dell’opera stessa. È infatti notorio che di libri intorno alla nascita, alle vicende, gli affari e gli orrori della criminalità organizzata (siano essi stati romanzi, inchieste giornalistiche, libri-intervista, saggi di stampo sociologico, saggi storici, etc.) se ne scrivono ormai da decenni; nessuno però, aveva mai avuto l’eco mediatica del libro di Saviano. Libro che – attraverso un paio di elementi distintivi rispetto alla produzione precedente – ottiene una risposta inaspettata di critica e di pubblico. Quali sono questi elementi? Innanzi tutto, la strategia, come dicevamo: il libro di Saviano, infatti, da un lato si presenta come opera testimoniale attraverso la quale l’autore mette a parte il lettore intorno a ciò che conosce e ‘ha visto con i propri occhi’; dall’altro mette in scena il tutto attraverso un linguaggio ipermetaforico che gli dà superficialmente una confortevole patina romanzesca che il pubblico riconosce immediatamente e agevolmente apprezza.<br />
Da una parte, quindi, l’istanza veritativa garantita dall’”io c’ero” dell’autore, affiancata sapientemente in seconda battuta dalla ricerca consapevole di ganci melodrammatici sui quali far valere la verve <i>feuillettonistica</i> della propria scrittura.<br />
Ma di che carattere sono state le critiche (positive e negative che fossero) intorno alle quali per un po’ di tempo si è affaticata gran parte dell’<i>intellighenzia </i>italiana? Per la maggior parte di stampo sociologico; giustamente, laddove Saviano si proponeva in quanto testimone, è sembrato eticamente rilevante e di non poco momento cercare di stabilire se davvero vi fossero i requisiti minimi di credibilità. Il caso di Annalisa Durante è stato esemplare in questo, scatenando un ampio dibattito intorno all’opportunità o meno di modificare a discrezione dell’autore i dati di realtà per rendere la stessa più romanzesca e, in fin dei conti, appetibile. In altri casi non ci sarebbe nulla di male, il genere della <i>docu-fiction</i> non è invenzione di questi giorni e già un certo tipo di inchiesta e reportage ne ha fatto largo uso (si prenda il caso assai noto del <i>New Journalism</i>, dicitura coniata da Tom Wolfe nel lontano 1973); tuttavia, due considerazioni risultano d’obbligo: nel caso in cui il patto narrativo sottinteso dall’autore sia fondato sull’assunto ‘eccovi la realtà così com’è’, ogni modifica surrettizia può essere ragionevolmente letta come un tradimento di tale patto. In secondo luogo, e da un punto di vista più prettamente critico che sociologico, in che cosa è consistita questa modifica del dato reale? Precisamente in questo: in un consapevole e furbo avvicinamento verso uno stereotipo dei più frusti e banali. La protagonista della tragica vicenda<span style="color: #0000ff;"> [3]</span>, Annalisa Durante, viene infatti dipinta come una sorta di copia (in piccolo) del cliché femminile propagandato dalla televisione e dai media dei nostri anni:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Indossava un vestitino bello e suadente. Aderiva al suo corpo teso e tonico, già abbronzato. (&#8230;) Le ragazze dei quartieri popolari di Napoli a quattordici anni sembrano donne già vissute. I volti sono abbondantemente dipinti, i seni sono mutati in turgidissimi meloncini dai push-up, portano stivali appuntiti con tacchi che mettono a repentaglio l&#8217;incolumità delle caviglie. Devono essere equilibriste provette per reggere il vertiginoso camminare sul basalto, pietra lavica che riveste le strade di Napoli, da sempre nemico d&#8217;ogni scarpa femminile. Annalisa era bella. Parecchio bella. Con l&#8217;amica e una cugina stava ascoltando musica, tutte e tre lanciavano sguardi ai ragazzetti che passavano sui motorini, impennando, sgommando, impegnandosi in gincane rischiosissime tra auto e persone. È un gioco al corteggiamento. Atavico, sempre identico.<span style="color: #0000ff;"> [4]</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">La pruriginosa descrizione di ragazze poco più che bambine è evidentemente ricalcata sull’esempio di tante, tantissime ragazzine dei quartieri più popolari del Mezzogiorno italiano; tante, tantissime piccole imitatrici di donna che guardano con ingenua ammirazione alle <i>starlette</i> televisive e alle troniste di Maria De Filippi; ma, appunto, sono tante, non tutte <span style="color: #0000ff;">[5]</span>. Imporre a una persona reale, realmente vissuta e deceduta il vestitino del cliché ha forse più a che fare con l’appeal mediatico che con reali esigenze tanto di documentazione che di fascino romanzesco.<br />
E qui veniamo al punto: la ricezione critica (e non solo) del libro di Saviano si è basata su argomenti quasi strettamente sociologico, lasciando intentato qualsiasi tipo di analisi o giudizio di carattere estetico. Come se di fronte alla realtà (presunta) dei fatti (integrati dalla finzione) a niente più valga l’acribia critica, il critico scompare di fronte al crudo reale, i metodi si fanno da parte, lo stile è nulla, l’uomo (l’eroe) è tutto.<br />
Ma tutto può essere, da vivo (ma diremmo anche da morto), un intellettuale tranne che un eroe: l’eroe appartiene alla Patria, è oggetto di consenso diffuso, catalizzatore di ideali e non più propugnatore di idee. L’intellettuale che diventasse eroe non avrebbe più senso di essere, non scandalizzerebbe, non dividerebbe, non sorprenderebbe, non sarebbe scomodo e – in ultima analisi, non creerebbe dibattito. Cavalcare il paradosso, l’aporia, la sineciosi, la forza di un intellettuale come Pasolini non sta forse in questo? Il discorso di Saviano contro la mafia è – giocoforza – ampiamente condivisibile, totalmente condivisibile. È certo meritorio fare inchiesta, sporcarsi le mani e rivelare le realtà più bieche della malavita organizzata; ma è, appunto, inchiesta, lavoro giornalistico, reportage. Altra cosa è essere impopolari, provocare, creare il dubbio a partire da posizioni quasi insostenibili; creare il dubbio a partire da posizioni contro le quali è ragionevole che si schieri il comune buonsenso. Non erano in tal modo irragionevoli le posizioni di Pasolini contro l’aborto, il divorzio, la scuola dell’obbligo, la televisione? Ed esser corsari e luterani non vuol dire appunto avere il coraggio e la forza (d’animo e di stile) di sedere dalla parte del torto?<br />
Un altro caso italiano degli ultimi anni è costituito dal collettivo Wu Ming, che accanto al lavoro più specificamente letterario, affianca encomiabilmente un’attività instancabile di analisi intorno alla più stringente attualità. Dal celebre caso Battisti quello dei due marò arrestati per aver ucciso due pescatori indiani, dalle dinamiche dell’editoria italiana alle guerre mediorientali, al terrorismo, l’elenco potrebbe essere lunghissimo. Gli articoli intorno a tali temi spinosissimi si distinguono quasi sempre per chiarezza delle argomentazioni, completezza delle informazioni fornite a supporto, attenzione maniacale per il dato oggettivo e documentabile. Ovviamente, alla luce di tutti questi elementi, le conclusioni intorno alla vicenda oggetto di analisi sono nette e definite. In questo caso, allora, che cosa manca al collettivo Wu Ming per essere pienamente all’interno del recinto rassicurante dell’impegno? La risposta è la più banale delle risposte: il progetto. All’interno della sfera del moderno, ciò che contraddistingue gli scrittori impegnati è la ricerca di un altrove, di una proposta per il futuro che spezzi le catene dello <i>status quo</i>,  un’utopia rivoluzionaria, di opposizione radicale e inconciliabile con le forze regressive del capitale, dell’imperialismo, del consumo, etc.<br />
Oggi questa proposta è letteralmente impossibile, la società postmoderna (o ipermoderna, o della mutazione – e ci fermiamo qui con le definizioni possibili) non lascia spazi di immaginazione di una società di altro tipo. Come scrive Jean-Luc Nancy, la contemporaneità è dominata dalla perdita di senso.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Non c’è più un senso per l’espressione “senso del mondo”; quel che ciascuna di queste parole – e il loro sintagma – significa, è preso in una presa a tenaglia ormai omotetica a una  ”mondializzazione” che non lascia più un “fuori” e di conseguenza neanche un “dentro” –, né su questa terra,  né al di fuori di essa, né in questo universo né al di fuori di esso. Più nessun “fuori” in rapporto al quale il senso potrebbe determinarsi.<span style="color: #0000ff;">[6]</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Non solo un’alternativa all’esistente non si dà, ma diventa così impossibile addirittura pensarla, ancor prima di proporla a un’eventuale classe di riferimento (che peraltro non c’è più, quanto meno nei termini novecenteschi). Dal generale teorico scendendo verso il particolare spicciolo, basta dare un’occhiata alle apparizioni televisive dei cosiddetti intellettuali: quando parlano del singolo problema (legge finanziaria, occupazione, salari, politiche produttive) sono surclassati – quando non palesemente derisi – dai tecnici e dai tecnicismi, apparendo come nel migliore dei casi degli incompetenti, nel peggiore dei completi stralunati.<br />
Nei prodotti più d’élite, altresì, il discorso intorno alla contemporaneità viene egemonizzato dai teorici delle moltitudini, dai <i>maître</i> <i>à</i> <i>penser</i> della postmodernità e del postumano, dai cosiddetti popfilosofi (spesso con proposte suggestive, altre volte con esiti alquanto deludenti).<br />
Tuttavia, dalla parte degli scrittori, esiste un’arma micidiale spesso piegata ad ancella della propaganda: la letteratura. In una contemporaneità che viaggia a pieno ritmo su un binario di estetizzazione della realtà alla quale si accompagna – paradossalmente – il parossistico consumo dell’oggetto estetizzato, quale macchina complessa più adeguata della letteratura per scardinare la dinamica <i>feticizzazione-obsolescenza </i>che spesso coinvolge finanche le teorie filosofiche e di interpretazione dell’esistente? Durare in quanto Altrove, al di là del qui e ora, al di là della ‘fruibilità etica’ dell’attimo presente <span style="color: #0000ff;">[7]</span> questo è da sempre richiesto alla letteratura, cosicché l’unico compito che le si imponga sarà quello di</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">far giocare i segni, porli in una macchineria di linguaggio i cui congegni a scatto e i cui fermi di sicurezza sono saltati, in altre parole è di istituire, proprio all&#8217;interno della lingua servile, una vera eteronimia delle cose.<span style="color: #0000ff;">[8]</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Diffondere il plurale, essere barbara, straniera nella propria lingua, come direbbe Deleuze, distinguersi nel magma del reale attraverso gli strumenti che le sono propri, ecco allora che la letteratura può tornare a essere non centrale, ma periferica quanto basta per mostrare i limiti del nostro mondo.</p>
<p>**</p>
<ol>
<li style="text-align: justify;">A. BERARDINELLI, <i>Il critico senza mestiere</i>: scritti sulla letteratura oggi, Milano, Il Saggiatore, 1983, p. 41.</li>
<li style="text-align: justify;">Z. BAUMAN, <i>La decadenza degli intellettuali</i>, Torino, Bollati Boringhieri, 2007, p. 145.</li>
<li style="text-align: justify;">Annalisa Durante è stata uccisa il 27 marzo 2004, all’età di 14 anni, nel quartiere di Forcella durante un agguato ai danni di Salvatore Giuliano, esponente dell’omonimo clan. Rispondendo al fuoco dei sicari, Giuliano colpisce la ragazza, che morirà poco dopo il ricovero in ospedale.</li>
<li style="text-align: justify;">R. SAVIANO, <i>Gomorra</i>, Milano, Mondadori, 2006, p. 168.</li>
<li style="text-align: justify;">La giornalista Matilde Andolfo, autrice nel 2005 di una rielaborazione del diari di Annalisa (<i>Il diario di Annalisa</i>, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tullio_Pironti">Tullio Pironti</a>, 2005), dichiara in un’intervista del 2008: «Nella parte del libro che riguarda l&#8217;omicidio Durante» ci spiega al telefono «Saviano riferisce dei fatti che sono inventati di sana pianta e definisce la ragazza in maniera tale che l&#8217;immagine che ne risulta è denigratoria. Lui vuole fare di Annalisa un simbolo di Forcella e il ritratto che ne riporta, dalle piccole alle grandi cose, è falso. A partire dalla descrizione dei vestiti e del fisico della ragazza. Annalisa era paffutella, senza ombra di trucco. Era ancora una bambina. Quella sera, in realtà, aveva un paio di jeans con tasche gialle, una t-shirt nera e un paio di Nike Silver dorate. Era scesa per pagare delle pizze vicino a casa. Se Saviano avesse letto le carte del processo lo saprebbe. Quegli abiti sono ancora ammassati in un enorme sacco della spazzatura nascosto in casa della zia. Da allora nessuno ha mai avuto il coraggio di riaprirlo» (http://lnx.casertasette.com/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=13526).</li>
<li style="text-align: justify;">Jean-Luc Nancy, <i>Il senso del mondo</i>, Milano, Lanfranchi editore, 1993, pp. 16-17.</li>
<li style="text-align: justify;">Scrive Cortellessa nell’editoriale a uno “Speciale Letteratura” da lui curato (novembre 2008) per lo “Specchio” della “Stampa”: «Sono assolutamente certo che fra trent’anni, quando ripenserò a Gomorra<i> </i>di Matteo Garrone, non mi indignerò – come non manco di fare ora, insieme a tutti – per le malefatte dei Casalesi, non solidarizzerò con le disgrazie di Saviano. Quello che ricorderò sarà la luce della scena in cui i ragazzi, seminudi nell’acqua, giocano coi mitra. È la scommessa di ogni arte, stavolta senza distinzione: essere presente <i>ora</i>, nell’urgenza e nella rappresentatività dei suoi contenuti. Ma insieme, e soprattutto, esserci domani, cioè idealmente <i>sempre</i>: nella potenza con cui esprime contenuti che, un giorno, ci lasceranno di per sé indifferenti».</li>
<li style="text-align: justify;">R. BARTHES, <i>Lezione</i>, Torino, Einaudi, 1981, p. 20.</li>
</ol>
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		<title>Todo modo: Rosaria Capacchione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Nov 2014 13:00:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La nota stonata di Rosaria Capacchione Siamo gente strana, noi giornalisti. Parliamo, discutiamo, prevediamo catastrofi che gli altri non riescono neppure a immaginare; puntiamo l’indice, noi illuminati, contro la retorica del mafioso buono che non c’è più, perché in effetti il mafioso buono è una categoria esistente solo nella vulgata, nel racconto delle gesta dei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/s-orchestra.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-49715" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/s-orchestra.png" alt="orchestra" width="335" height="294" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/s-orchestra.png 670w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/s-orchestra-300x262.png 300w" sizes="auto, (max-width: 335px) 100vw, 335px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La nota stonata</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Rosaria Capacchione</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Siamo gente strana, noi giornalisti. Parliamo, discutiamo, prevediamo catastrofi che gli altri non riescono neppure a immaginare; puntiamo l’indice, noi illuminati, contro la retorica del mafioso buono che non c’è più, perché in effetti il mafioso buono è una categoria esistente solo nella vulgata, nel racconto delle gesta dei Beati Paoli che nessuno legge più da almeno cent’anni. Denunciamo, noi cantori del divenire della realtà, l’avvento della borghesia mafiosa che ha soppiantato i vecchi boss con la coppola storta e la lupara; e poi, quando ci scontriamo con un vero borghese mafioso, con un professionista prestato alla mafia (o, se vi pare, con un mafioso prestato alle professioni), non lo riconosciamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo abbiamo lì, davanti a noi, seduto in un’aula di tribunale, che osserva con un mezzo sorriso stampato sulle labbra strette e sottili le fasi finali del processo, ma per tributargli la patente di mafiosità vorremmo che fosse armato e che parlasse lo slang casalese. Scriviamo e diciamo che le mafie hanno cambiato veste ma in realtà ci piacerebbe che indossassero quella vecchia, così rassicurante con le sue macchie di sangue e il suo visibile potere di minaccia. E quando una sentenza condanna l’avvocato Michele Santonastaso e assolve due capiclan come Francesco Bidognetti e Antonio Iovine, ecco che la stessa appare distonica, stravagante, addirittura donabbondiesca se non proprio omissiva. E ci straccia le vesti per la giustizia negata.</p>
<p style="text-align: justify;">Non so cosa il tribunale scriverà per motivare l’insolito dispositivo, che ha chiuso una vicenda giudiziaria iniziata quasi sette anni fa, alla vigilia della più tragica stagione dell’epopea casalese. Non lo so e sono molto curiosa di saperlo, se non altro perché quel processo riguarda anche me, giornalista e parte offesa, giornalista (ora prestata al Parlamento) e testimone di quei fatti terribili, diciotto morti e diciotto feriti in una manciata di mesi: tutti innocenti, tutti funzionali a una disperata strategia di sopravvivenza e a una visibile e rumorosa rivalsa contro gli ergastoli, il carcere duro, le confische che avevano affamato il clan e le famiglie degli affiliati. Dovevo esserci anche io nell’elenco delle vittime? Non lo so, so che non ci sono, probabilmente perché lo Stato decise di proteggermi. Lo fece all’indomani di quello stranissimo episodio che è stato oggetto del processo, chiuso il 10 novembre del 2014 nell’aula 116 del Tribunale di Napoli. Cioè, 2433 giorni dopo la lettura di una istantanea di remissione degli atti, una ricusazione fatta, durante un’udienza del processo al clan dei Casalesi che va sotto il nome di Spartacus, dall’avvocato Michele Santonastaso. Che, subito dopo, annunciò la rinuncia alla difesa del suo cliente più importante, Francesco Bidognetti. Lesse ottantuno pagine di veleno sfuso, poca tecnica e molte insinuazioni, accuse, calunnie. Fango, insomma, mascherato da atto processuale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/todo.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright  wp-image-49714" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/todo.jpg" alt="todo" width="383" height="252" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/todo.jpg 1063w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/todo-300x196.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/todo-1024x672.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/todo-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/todo-900x590.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 383px) 100vw, 383px" /></a><br />
Un capitolo era dedicato alle mie gesta di giornalista prezzolata dalla Procura: bontà sua, sempre meglio che essere prezzolati da una banda di assassini. Oggettivamente, un capitolo diffamante. Ma io, da giornalista, mi impressiono assai poco dinanzi a una diffamazione. Il fatto è che in quelle righe era raccontata un’altra storia, quella dell’indagine abortita (nel 2004) su un giudice della Corte di Assise di Appello di Napoli che aveva venduto un suo terreno a un camorrista di Casapesenna, che non si era astenuto dal giudicarlo, che lo aveva assolto ribaltando la sentenza di primo grado. La storia era proseguita due anni dopo, con lo stesso giudice che un’altra volta stava processando lo stesso imputato e che aveva dovuto rinunciare in seguito a una interrogazione parlamentare che ricapitolava l’intera vicenda. L’atto di sindacato ispettivo aveva come fondamento un articolo che avevo scritto, in beata solitudine, quando la prima vicenda era stata oggetto di una ispezione ministeriale. Neppure l’arrivo a Napoli della delegazione dei supervisori di via Arenula aveva convinto i miei prudentissimi colleghi della necessità di prestare un po’ di attenzione alle vicende e ai processi del clan dei Casalesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il processo Spartacus, concluso in primo grado nel 2005, era destinato alla stessa sezione del giudice ispezionato, Pietro Lignola. La IV sezione. Proprio quella che poi l’ha trattato. Ma fu deciso, forse anche a causa delle polemiche, che venisse assegnato a un altro collegio. Anni dopo, a maggio del 2014 (sei mesi fa), un altro dei capi del cartello casalese, Antonio Iovine, ha iniziato a collaborare con la giustizia e ha raccontato di aver pagato l’avvocato Michele Santonastaso perché comprasse due sentenze favorevoli in altrettanti processi di omicidi da lui effettivamente commessi e per i quali era stato già condannato in primo grado. Le due sentenze di assoluzione effettivamente ci sono state e portano entrambe la firma del giudice Lignola. Che sia stato corrotto oppure no non è ancora cosa nota.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando lessi i riferimenti al giudice Lignola nelle righe della ricusazione ebbi davvero paura. Compresi che l’avvocato Santonastaso aveva scelto quella strada per indicare al mondo delle carceri i responsabili del mancato aggiustamento del processo Spartacus: Roberto Saviano aveva dato notorietà internazionale a un clan che prima era quasi sconosciuto; Federico Cafiero de Raho aveva tenacemente sostenuto la pubblica accusa e dato voce ai pentiti; Raffaele Cantone, che di Spartacus non si era mai occupato, aveva colpito al cuore alcune ramificazioni che sembravano invincibili e, soprattutto, aveva lavorato con successo nelle indagini sui consorzi di bacino dei rifiuti e sulle società miste infiltrate dal clan. Io ero quella che aveva costretto il garantista giudice Lignola a non occuparsi del processo più importante.<br />
Mi aveva messo al muro, chiunque avrebbe potuto sparare.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo pensai quel giorno, il 13 marzo del 2008. Lo pensai per qualche settimana. Ma siccome non accadeva nulla iniziai a rassicurarmi. Certo, mi avevano dato la scorta, ma io rivolevo la libertà, che è un’altra cosa. Poi, a maggio, iniziò la stagione delle stragi.<br />
Non mi chiesi, allora, se l’istanza di ricusazione fosse stata concordata con Francesco Bidognetti e Antonio Iovine, che l’avevano firmata. L’ho sempre considerata qualcosa di molto diverso da una minaccia: cioè, una sentenza irrevocabile Un’istanza utile al clan ma anche all’avvocato Michele Santonastaso, che magari aveva promesso molto più di quanto avrebbe potuto mantenere. E che lavorava in sinergia con i suoi clienti &#8211; nell’altro processo in cui è imputato di associazione mafiosa sono ricostruite decine di episodi che lo vedono nella veste di stratega del clan ma in funzione quasi autonoma, come se fosse il capo dell’ufficio legale del clan &#8211; ma senza svelare i trucchi del mestiere. Ha raccontato Antonio Iovine di non avergli mai chiesto a chi andassero i soldi necessari a comprare le sentenze di assoluzione perché non era affar suo: lui pagava un servizio acquistato da un professionista efficiente.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, il punto è questo. Non so se la sentenza di lunedì sia giusta o sbagliata, riduttiva o soltanto rigida. So, invece, che nel dispositivo ha centrato un obiettivo nuovo punendo solo e soltanto il colletto bianco, il professionista compartecipe delle finalità mafiose del clan ma non vincolato dall’obbligo di rendicontazione preventiva. Se così fosse, la decisione del giudice Aldo Esposito avrebbe una straordinaria portata innovativa, specchio reale degli strumenti delle nuove mafie. Se così fosse, come io l’ho vissuta.</p>
<p><em>Questo articolo prezioso per capire il contesto della sentenza di Napoli e comprenderla come esemplare per l&#8217;ascesa dei nuovi &#8220;professionisti della mafia&#8221;, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/11/per-rosaria-e-roberto/">Rosaria Capacchione</a> l&#8217;ha scritto appositamente per Nazione Indiana. Ne siamo onorati e la ringraziamo con affetto.<br />
</em></p>
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		<title>Per Rosaria e Roberto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Nov 2014 17:00:17 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Minacciosità mafiosa (quasi) accidentale di un avvocato</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/La-legge.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/La-legge.jpg" alt="La legge" width="457" height="260" class="alignnone size-full wp-image-49705" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/La-legge.jpg 457w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/La-legge-300x170.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 457px) 100vw, 457px" /></a></p>
<p>Un tempo ormai lontano ci fu una celebre sentenza che certificò un “malore attivo” quale causa del volo accidentale fuori dalla finestra di un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Pinelli">ferroviere anarchico </a>mentre lo stavano interrogando alla questura di Milano.<br />
Pochi giorni orsono un’altra sentenza controversa non decretava – per fortuna &#8211; che il malcapitato <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/01/tutti-assolti-allora-stefano-e-vivo/">Stefano Cucchi</a> era deceduto per autolesionismo e proprio rifiuto a alimentarsi, bensì mandava tutti assolti perché non ci sarebbero state prove sufficienti per stabilire le responsabilità personali dei tanti coimputati nella sua morte.<br />
La sentenza di ieri per certi versi forse somiglia più a quella sul caso Pinelli. Contiene aspetti così stridenti non solo con il temibile buonsenso ma anche con la logica più elementare da farla apparire molto meno tragica di quella ma imparentata da un sentore di assurdo.<span id="more-49704"></span><br />
Il tribunale di Napoli ha condannato “per minacce aggravate dalla finalità mafiosa” il difensore dei Casalesi Michele Santonastaso e al tempo stesso ha prosciolto “per non aver commesso il fatto”  i boss Antonio Iovine e Francesco Bidognetti (il primo diventato collaboratore di giustizia).<br />
Il verdetto, a prima vista, cozza contro l’uso comune dell’italiano e di tante altre lingue dove l’incarico a un avvocato si dice “mandato” e colui che glielo conferisce cade sotto la definizione di “mandante”: «Nel linguaggio giur., relativamente al contratto di mandato, il soggetto che dà all’altro (<em>mandatario</em>) l’incarico di compiere uno o più atti giuridici nel suo interesse.» (Treccani)<br />
Insomma, la sentenza sembra affermare che nel 2008 durante l’appello dello Spartacus, quando fu letto il documento contenente <em>minacce aggravate dalla finalità mafiosa</em> contro Rosaria Capacchione e Roberto Saviano (i magistrati Federico Cafiero de Raho e Raffaele Cantone figurano come parti lese in un processo a Roma), l’avvocato Santonastaso abbia pensato tutto da solo: prima di includere quella lettera intimidatoria nell’istanza di remissione, poi farla firmare ai suoi mandanti e infine darne pubblica lettura in un’aula del tribunale di Napoli. L’aggravante della finalità mafiosa, confermata dalla sua condanna, scaturirebbe dunque dalla semplice circostanza che (vedi Treccani) il difensore abbia agito nell’interesse di soggetti che erano senz’altro all’apice di un’organizzazione criminale. Forse l’accaduto andrebbe quindi interpretato come un eccesso di zelo professionale nei confronti dei mandanti che abbia trascinato il legale in <em>finalità mafiose</em>. Perché secondo la sentenza di ieri è invece stabilito che i due boss Bidognetti e Iovine <em>non hanno commesso il fatto</em>. Non hanno preparato il testo dell’istanza di remissione (ossia la richiesta di spostare il processo a Roma), anche se includeva una <em>lettera</em> firmata da entrambi, e non l’hanno indubitabilmente letta in aula. Potrebbero, secondo il giudice, averla firmata come un qualsiasi documento burocratico, molto distratti, senza accorgersi che contenesse delle minacce o senza rendersi conto che, visto che risultavano pronunciate a nome di due capi camorra, potessero venire giudicate <em>aggravate da finalità mafiose</em>. Questo s’induce dal fatto che le loro firme autentiche siano state ritenute prova a tal punto insufficiente da non mandarli assolti per insufficienza di prove bensì con formula piena. Ieri due cittadini condannati all’ergastolo come mandanti di moltissimi omicidi e una strage sono stati dunque scagionati come mandanti di un loro rappresentante di fronte alla legge dello Stato. Ma forse supporre o pretendere che chi si assume la responsabilità di decidere chi bisogna ammazzare stia anche a controllare ogni mossa che s’inventa il suo avvocato, sembra davvero troppo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Rosaria-Roberto.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Rosaria-Roberto.jpg" alt="Rosaria Roberto" width="620" height="334" class="aligncenter size-full wp-image-49706" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Rosaria-Roberto.jpg 620w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Rosaria-Roberto-300x161.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px" /></a></p>
<p>Nazione Indiana è il luogo dove <a href="https://www.nazioneindiana.com/?s=roberto+saviano">Roberto Saviano</a> ha mosso i suoi primi passi e anche il luogo dove <a href="https://www.nazioneindiana.com/?s=Rosaria+capacchione">Rosaria Capacchione</a> ha transitato con un’ospitalità assidua e familiare, spesso mediata dal suo amico e compaesano Francesco Forlani. Questo commento è quindi anche il nostro modo per dire che siamo vicini a Rosaria e Roberto che, tutti e due, avrebbero volentieri fatto a meno delle <em>minacce aggravate da finalità mafiosa</em> e degli anni di vita sotto scorta che gli sono valsi: purtroppo ragionevolmente, come in ogni caso stabilisce la sentenza emessa ieri a Napoli.</p>
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		<title>Del sentimento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jul 2013 10:03:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Livio Borriello uno spettro si aggira fra i libri: il sentimento qual è il pericolo che incombe sul mondo secondo una certa categoria di letterati? pare che sia il sentimento. non cito toto cutugno, ma l’inumano nietzsche: i pensieri sono le ombre dei sentimenti: sempre più oscuri, più vani, più semplici di questi. in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure style="width: 231px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class=" " alt="" src="http://eklektx.com/wp-content/uploads/Ron-Birth.jpg" width="231" height="277" /><figcaption class="wp-caption-text">Ron Mueck &#8211; &#8216;Ron Birth&#8217;.</figcaption></figure>
<p>di <strong>Livio Borriello</strong></p>
<p>uno spettro si aggira fra i libri: il sentimento</p>
<p>qual è il pericolo che incombe sul mondo secondo una certa categoria di letterati? pare che sia il sentimento. non cito toto cutugno, ma l’inumano nietzsche: i pensieri sono le ombre dei sentimenti: sempre più oscuri, più vani, più semplici di questi.</p>
<p>in altre parole, il complesso processo di frattura, di dislocazione e contrazione temporale, di riarticolazione del linguaggio su un altro corpo non presente, e sui suoi multipli e stratificati meccanismi, che produce ad esempio il sentimento della nostalgia, è assai più ricco e interessante della sua concettualizzazione in un’analisi storica o psicanalitica, che consiste in poco più che una semplice registrazione e composizione secondo una regola meccanica (un po’ nel modo in cui una melodia è più complessa, e ricca di informazione e di scarto inventivo di un virtuosismo strumentale).</p>
<p>ecco la ragione per cui un babbuino e pare anche un’otaria può comporre parole e numeri, ma non potrà mai commuoversi per la fioraia cieca di chaplin e nemmeno per un’otaria cieca (semmai, solo, in qualche modo, piangere).</p>
<p>tuttavia, fare critica (infatti, sì, loro suppongono che esista la “poesia”, la “letteratura”, e quindi la “critica”) per questa compagnia di giro consiste pressappoco nel dare stellette e palline agli scritti più esangui e incorporei, più raggelati e naturalmente (bella forza) ineccepibili e inattaccabili, ma inevitabilmente più noiosi e insignificanti. <b>uno scritto significa infatti sempre il corpo per cui sta o che estende, e privo di quello, resta un simulacro e un feticcio</b>. che cosa significa un testo, se non significa un corpo che traspare nella sua indecenza e nudità, nella sua vulnerabile e rischiosa esposizione? che cosa deve dire il linguaggio, se non la non significanza, se non la carne sfigurata, se non l’imbarazzante, ridicola e oscena nudità degli affetti umani? la scommessa naturalmente è consolidare in qualche modo questo materiale in una forma, o detto con un noto paradosso, che però resta una boutade piuttosto puritana, ricrearlo artificialmente per esprimerlo con efficacia. ma come nella nevrosi il significante inghiotte il significato, nella letteratura gli stanchi epigoni delle vive esplorazioni concettuali di 50 anni fa si mettono al sicuro da ogni rischio, da ogni vertigine, con l’alibi del controllo formale.</p>
<p>il problema come sempre è preliminare. questa comunità o combriccola, che si potrebbe definire con qualche approssimazione dei vetero-avanguardisti e degli asemantici, o solo dei neo-feticisti, che generalmente passano la vita ad animare premi (che si assegnano infallibilmente l’un l’altro), compilare antologie, scalare accademie e redazioni e azionare i muscoli sopracciliari, <b>non assumono in realtà una prospettiva radicalmente etica</b> (semmai addizionano all’azione letteraria un impegno sociale che ne resta estraneo, e agisce parallelamente con tutt’altri linguaggi), <b>ma di fatto prevalentemente agonistica e feticistica.</b> i 2 atteggiamenti sono connessi. <b>il testo è ridotto a un feticcio che esaurisce in sé il suo significato. il testo, essendo in rapporto solo con altri feticci, esistendo solo in una dimensione orizzontale, non offre altro interesse che quello del confronto formale e quantitativo con altri testi</b>. per prospettiva etica, intendo qualcosa di più che responsabile, semmai responsabile di uno spazio che ben al di là del perimetro e dello spessore letterario, comprende tutto il percepibile fino a forzarne i confini.</p>
<p>cercano il testo di buon gusto, (ma “assolutamente moderno”!), caro ai borghesi e ai formalisti e neo-parnassiani e neo-accademici di tutte le ere. si pongono davanti allo scritto con l’occhio sopraffino di michele l’intenditore, quando faceva ruotare il whisky nel cristallo, e dai sentori che ne sprigionavano e vagliando i riflessi e gli <i>archetti </i>(!), emetteva la sua squisita sentenza, fra i gridolini di ammirazione dei convitati: michele! lui sì che se ne intende. a questo hanno ridotto la parola, e cioè l’essenza costitutiva della specie uomo.</p>
<p>in sostanza questi intenditori che non se ne intendono, inùmano il testo prima che nasca, quando è ancora feto. <b>producono e inducono testi già morti, prima ancora di svolgere la propria funzione, che è quella di agire nel mondo, </b>produrre effetti, entrare nella circolazione di passioni, pulsioni, repulsioni e revulsioni, desideri, spasmi, conati, aneliti, in una parola sentimenti, che anima e costituisce la comunità di pezzi di carne sperduti di cui siamo parte, e nel cui <i>campo</i> può assumere qualche vago senso la parola. per svolgere questa funzione, il testo non deve essere ancora testo&#8230; lo diventerà per i posteri, se posteri ci saranno, lo diventerà nei cimiteri delle antologie, lì dove la cultura viva e gramscianamente coinvolta nelle cose umane, si riduce a pezzi inerti di sillabe e concetti&#8230; questa inevitabile fase obitoriale loro la pretendono dal linguaggio appena emesso dalla carne, nei fiotti ancora caldi, nelle secrezioni necessariamente ancora aromatiche, grevi, sporche, scomposte.</p>
<p><b>il risultato di tutto ciò, è che se la letteratura non ha mai interessato nessuno, ora non l’interessa colpevolmente, perché non ha nulla da dire e guarda caso non dice nulla</b>. la poesia di questi anni è diventata un cortese o spesso scortese scambio fra addetti ai lavori, una gara a chi esegue con più destrezza l’esercizio assegnato, una profluvie di finezze che non fanno ridere e non fanno piangere<b>, </b>da ammirare più che da amare, o da amare con i recettori letterari sensibili al potere e alla forza<b>.</b> non per niente credo che le uniche espressioni artistiche di questi anni che in qualche modo resteranno, non siano affatto quelle che vi aspiravano, ma semmai certo rock, certi video e certe performance di comici come corrado guzzanti. poesie di questi qui, no di certo. se non, forse, in alcuni casi, loro malgrado.</p>
<p>mi si obietterà: ma tutto il “contemporaneo” trae il suo senso proprio dal non aver nulla da dire, e da un certo significato che questo svuotamento produce, o quantomeno si dispone nel vuoto scavato da questo paradosso, da questa estrazione di senso. infatti questi intenditori che depreco non hanno realmente nulla da dire, essi dicono incessantemente che dicono meglio degli altri di non aver nulla da dire, e dunque dicono qualcosa, questa cosa, che però non è interessante. in altri termini, la loro finalità è sentirsi intelligenti, proposito che però quasi mai coincide con l’esserlo.</p>
<p>a questo fine adoperano una lingua posticcia, una lingua di sintesi, un tessuto tecnico, che non userebbero mai per fare la rivoluzione, per spiegare al medico come non farli morire, o per persuadere il partner ad accoppiarsi, ma nemmeno nel sogno, nella preghiera o nella possessione. è una lingua che esiste solo nella dimensione pellicolare della carta.<a name="_GoBack"></a></p>
<p>ci sono alternative che restino rigorose a questo tipo di scritture? direi di sì, e sono scritture ben consapevoli del fatto che il sentimento è un’elaborazione linguistica complessa come il concetto è una modalità percettiva e sensoriale. valerio magrelli, che ha letto probabilmente più libri di tutti gli “intenditori” messi insieme e ha una scrittura assai più disorientante e graffiante della loro, ci ha consegnato con Geologia di un padre un libro straniato, cruento, quanto sentimentale. peter handke ha scritto capolavori sulla figlia e sulla madre suicida, valère novarina racconta un uomo tanto disaderente quanto corporeo, istintuale, tattile e sensoriale. franco arminio chiama il suo ultimo libro “geografia <i>commossa</i> dell’italia interna”, ma naturalmente gli intenditori apprezzano la sua produzione meno vertiginosa, forse tarata proprio sulla loro vacuità. mariangela gualtieri recupera risonanze emotive desuete e antimoderne, e ci parla senza remore di abbracci, di amore, di natura. mi viene in mente anche un piccolo capolavoro di ivano ferrari, macello, dove apparentemente non si trova un grammo di sentimento, e tuttavia lo dice. roberto saviano produce una scrittura la cui verità è garantita dal suo corpo e dal suo modo di situarsi nel mondo, un’opera che non si sostanzia semplicemente di questa innervatura etica, ma ne è fatta, consiste appunto in questo rapporto di un corpo al mondo, ed ha in tal senso una portata molto più ampia dei ghirigori e arabeschi che appena scalfiscono il foglio di certi sussiegosi poeti. qualche volta cade nella retorica e scade nello stile giornalistico? questo è un problema di michele.</p>
<p>ma infine, se ci poniamo di fronte alla questione con radicale e virile franchezza, cosa autorizza il gratuito e volgare snobismo nei confronti di tante produzioni popolari sentimentali, da certe canzoni di claudio baglioni (intendo le 2-3- più riuscite) ai trottolini amorosi di non ricordo (concedo) quale cherubica ugola? dovrebbe bastare la coscienza della labilità dei confini psichici individuali, del comune attingimento alla grande falda del linguaggio, per comprendere che i sentimenti posti in circolazione da queste opere, non solo non producono qualsivoglia danno, ma sostengono e strutturano insostituibilmente il tessuto sociale, e hanno dunque una funzione etica primaria.</p>
<p>senza il movimento eccentrico dell’emozione e della commozione, senza l’estasi romantica che porta fuori da sé, senza l’esposizione e la vulnerabilità che levinas descriveva come costitutiva dell’eros, l’etica si ridurrebbe al contratto sociale, la solidarietà umana a una voce della retorica della sinistra, e l’idea stessa di umanità a una specie di casuale accolita che si sorregge vicendevolmente per pura convenienza gregaria, non molto differente dalla babbuinità e dalla vermità.</p>
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		<title>note book : Roberto Saviano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Apr 2013 06:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Giangiacomo Feltrinelli Editore]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>
		<category><![CDATA[Zero Zero Zero]]></category>
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					<description><![CDATA[da Zero Zero Zero di Roberto Saviano La ferocia si apprende Mi chiedo da anni a che cosa serva occuparsi di morti e sparatorie. Tutto questo vale la pena? Per quale ragione? Ti chiameranno per qualche consulenza? Terrai un corso di sei settimane in qualche università, meglio se prestigiosa? Ti lancerai nella battaglia contro il [&#8230;]]]></description>
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<p>da <a href="http://www.lafeltrinelli.it/products/9788807030536/ZeroZeroZero/Roberto_Saviano.html">Zero Zero Zero</a><br />
di<br />
<strong>Roberto Saviano</strong> </p>
<p><strong>La ferocia si apprende</strong></p>
<p>Mi chiedo da anni a che cosa serva occuparsi di morti e sparatorie. Tutto questo vale la pena? Per quale ragione? Ti chiameranno per qualche consulenza? Terrai un corso di sei settimane in qualche università, meglio se prestigiosa? Ti lancerai nella battaglia contro il male, credendoti il bene? Ti daranno lo scettro di eroe per qualche mese? Guadagnerai se qualcuno leggerà le tue parole? Ti odieranno quelli che le hanno dette prima di te, ignorati? Ti odieranno quelli che non le hanno dette, quelle parole, o le hanno dette male? A volte credo sia un’ossessione. A volte mi convinco che in queste storie si misura la verità. Questo, forse, è il segreto. Non segreto per qualcuno. Segreto per me. Nascosto a me stesso. Tenuto in disparte nelle mie parole pubbliche. Seguire i percorsi del narcotraffico e del riciclaggio ti fa sentire in grado di misurare la verità delle cose. Capire i destini di un’elezione politica, la caduta di un governo. Ascoltare le parole ufficiali inizia a non bastare. Mentre il mondo ha una direzione ben precisa, tutto sembra invece concentrarsi su qualcosa di diverso, magari di banale, di superficiale. La dichiarazione di un ministro, un evento minuscolo, il gossip. Ma a decidere di ogni cosa è altro. Questo istinto è alla base di tutte le scelte romantiche. Il giornalista, il narratore, il regista vorrebbero raccontare com’è il mondo, com’è veramente. Dire ai loro lettori, ai loro spettatori: non è come pensavi, ecco com’è. Non è come credevi, adesso ti apro io la ferita da cui puoi sbirciare la verità ultima. Ma nessuno ci riesce mai completamente. Il rischio è credere che la realtà, quella vera, quella pulsante, quella determinante, sia completamente nascosta. Se inciampi e ci caschi, inizi a credere che tutto sia cospirazione, riunioni segrete, logge e spie. Che qualsiasi cosa non sia mai accaduta come sembra. Questa è l’idiozia tipica di chi racconta. È l’inizio della miopia di un occhio che si ritiene incontaminato: far quadrare il cerchio del mondo nelle tue interpretazioni. Ma non è così semplice. La complessità sta proprio nel non credere che tutto sia nascosto o deciso in stanze segrete. Il mondo è più interessante di una cospirazione tra servizi di intelligence e sette. Il potere criminale è una mistura di regole, sospetto, potere pubblico, comunicazione, ferocia, diplomazia. Studiarlo è come interpretare testi, come diventare entomologo. </p>
<p>Eppure, nonostante tutti i miei sforzi, non mi è chiaro perché si decida di occuparsi di queste storie. Soldi? Fama? Gradi? Carriera? Tutto infinitamente meno rispetto al prezzo da pagare, al rischio e all’insopportabile mormorio che accompagnerà i tuoi passi, ovunque tu vada. Quando riuscirai a raccontare, quando capirai come rendere accattivante il racconto, quando saprai esattamente dosare stile e verità, quando le tue parole usciranno dal tuo torace, dalla tua bocca e avranno un suono, tu sarai il primo a provarne fastidio. Sarai tu il primo a odiarti, con tutto te stesso. E non sarai l’unico. Ti odierà persino chi ti ascolta, cioè chi sceglie di farlo senza alcuna costrizione, perché gli mostri questo schifo. Perché si sentirà sempre messo dinanzi a uno specchio: perché io non l’ho fatto? Perché non l’ho detto? Perché non l’ho capito? Il dolore si fa acuto e l’animale ferito spesso attacca: è lui che mente, lo fa per depistare, per corruzione, per fama, per soldi. Raccontare il potere criminale ti permette di sfogliare come libri palazzi, parlamenti, persone. Prendi un palazzo di cemento e lo immagini come costruito da migliaia di pagine, e più puoi sfogliare quelle pagine più puoi leggere quanti chili di coca, quante tangenti, quanto lavoro nero ci sono in quella struttura. Immagina di poter fare così con tutto ciò che vedi. Immagina di poter sfogliare qualunque cosa sia intorno a te. A quel punto potrai capire molto,ma arriverà un momento in cui vorrai tenere chiusi tutti i libri. In cui non ne potrai più di sfogliare le cose.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/zero.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/zero-300x300.jpg" alt="zero" width="300" height="300" class="alignright size-medium wp-image-45495" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/zero-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/zero-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/zero-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/zero-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/zero.jpg 1500w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Puoi pensare che occuparti di tutto questo sia un modo per redimere il mondo. Ristabilire la giustizia. E magari in parte è così. Ma forse, e soprattutto in questo caso, devi anche accettare il peso di essere un piccolo supereroe senza uno straccio di potere. Di essere in fondo un patetico essere umano che ha sovrastimato le sue forze solo perché non si era mai imbattuto nel loro limite. La parola ti dà una forza assai superiore a quella che il tuo corpo e la tua vita possono contenere. Ma la verità, ovviamente la mia verità, è che c’è solo un motivo per cui decidi di star dentro a queste storie di mala e trafficanti, di imprenditoria criminale e stragi. Fuggire ogni consolazione. Decretare l’inesistenza assoluta di qualsiasi balsamo per la vita. Sapere che quello che saprai non ti farà stare meglio. Eppure cerchi continuamente di saperlo. E quando lo sai inizi a sviluppare un disprezzo per le cose. E per cose intendo proprio le cose, la roba. Vieni a sapere immediatamente come vengono fatte le cose, qual è la loro origine, come vanno a finire.<br />
E anche se stai male ti convinci che questo mondo puoi capirlo davvero solo se a queste storie decidi di star dentro. Puoi essere un divulgatore, un cronista, un magistrato, un poliziotto, un giudice, un prete, un operatore sociale, un maestro, un militante antimafia, uno scrittore. Puoi saper far bene il tuo mestiere, ma questo non significa necessariamente che tu per vocazione, nella tua vita, voglia star dentro a queste vicende. Dentro significa che ti consumano, che ti animano, che bacano ogni cosa del tuo quotidiano. Dentro significa che hai nella testa le mappe delle città con i cantieri, le piazze dello spaccio, i luoghi dove si sono siglati patti e dove sono avvenuti omicidi eccellenti. Non ci sei dentro solo perché stai in strada o ti infiltri come Joe Pistone per sei anni in un clan. Ci stai dentro perché sono il senso del tuo stare al mondo. E da anni ho deciso di starci dentro. Non solo perché sono cresciuto in un territorio dove tutto era deciso dai clan, non solo perché ho visto morire chi si era opposto al loro potere, non solo perché la diffamazione scioglie nelle persone qualsiasi desiderio di opporsi al potere criminale. Stare dentro ai traffici della polvere è l’unica prospettiva che mi abbia permesso di capire le cose fino in fondo. Guardare la debolezza umana, la fisiologia del potere, la fragilità dei rapporti, l’inconsistenza dei legami, la forza immane del danaro e della ferocia. L’assoluta impotenza di tutti gli insegnamenti volti alla bellezza e alla giustizia di cui mi sono nutrito. Mi sono accorto che la coca era il perno attorno a cui ruotava tutto. La ferita aveva un nome solo. Cocaina. La mappa del mondo si tracciava sì con il petrolio, quello nero, quello di cui siamo abituati a parlare, ma anche con il petrolio bianco, come lo chiamano i boss nigeriani. La mappa del mondo si costruisce sul carburante, quello dei motori e quello dei corpi. Il carburante dei motori è il petrolio, il carburante dei corpi è la coca.</p>
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