<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Romano A. Fiocchi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/romano-a-fiocchi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 24 Nov 2021 10:23:43 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.7.5</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>Il ginkgo di Tienanmen</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2021/11/24/il-ginkgo-di-tienanmen/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Nov 2021 06:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[bonsai]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
		<category><![CDATA[Tienanmen]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=83066</guid>

					<description><![CDATA[[ Il 5 giugno di trentuno anni fa, un omino cinese armato di un sacchetto di plastica fermava una colonna di carri armati. Era l&#8217;ultima pagina della rivolta di piazza Tienanmen. Mi sono chiesto più volte cosa potesse contenere quel sacchetto. È così che ho scritto “Il ginkgo di Tienanmen”, la storia che chiude la raccolta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-83069" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/tank-man.jpg" alt="" width="649" height="427" /></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">[ <i>Il 5 giugno di trentuno anni fa, un omino cinese armato di un sacchetto di plastica fermava una colonna di carri armati. Era l&#8217;ultima pagina della rivolta di piazza Tienanmen. Mi sono chiesto più volte cosa potesse contenere quel sacchetto. È così che ho scritto “Il ginkgo di Tienanmen”, la storia che chiude la raccolta “Racconti da un mondo offeso”. </i>r.a.f.]</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">di <b>Romano A. Fiocchi</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Da sedici anni  me ne sto buono buono sul davanzale di una finestra in un casermone di edilizia popolare, alla periferia di Pechino. Da sedici anni non faccio altro che osservare. Da sedici anni le cose che osservo sembrano immuni da qualsiasi sostanziale variazione. Due soli panorami. Quello che chiamo il panorama numero uno si trova dietro una lastra di vetro impolverata, al di là della quale distinguo delle forme geometriche: in basso un rettangolo di asfalto, di fronte tre parallelepipedi di cemento, in alto un rettangolo di un azzurro opalino. Di notte i due rettangoli, prima quello di sotto poi quello di sopra, si fanno neri, e i tre parallelepipedi aprono qua e là qualche sgranato occhio luminoso. Il panorama numero due dà verso l’interno. Qui lo spazio è delimitato dalle pareti di un cubo. In due punti lontani tra loro le pareti sono interrotte da una porta di legno verniciata di nero e da una porta di legno verniciata di bianco. Al centro dell’ambiente, sul pavimento, un tavolino con il ripiano in fòrmica rossa, su cui pende una lampadina appesa a un filo. Nell’angolo a destra, un divano a due posti di colore verde, con il rivestimento di velluto in parte lucido per l’usura. Di notte il divano diventa un letto e vi si corica un omino cinese. È piccolo, chiaro di pelle, con i capelli dritti e scuri, non diverso da tutti i cinesi che ho visto talvolta attraversare il rettangolo di asfalto del panorama numero uno.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Se non conosco il nome dell’omino, posso però dirvi il mio. Mi chiamo Pu-Yi. Questo nome me l’ha dato Xiao Qin. Xiao Qin è giovane e snella, con i capelli neri e lisci raccolti in una treccia lunghissima. Non so quando sia successo, la mia coscienza non ha percezione del tempo: io mi rendo conto solo degli spazi, dei movimenti, di ciò che accade in un luogo senza sentimento di cronologia. Il tempo per me non esiste, esistono le cose e i fatti. So che sono trascorsi sedici anni da quando mi trovo su questo davanzale solo perché l’omino me lo ripete spesso. Ma sedici anni per me è solo un numero. Sedici anni fa equivale a oggi. Ciò che accadde allora sta accadendo oggi insieme a ciò che accadrà domani. Forse dipende dal fatto che io non ho sogni, non posso quindi distinguere la realtà dalla non-realtà. Vi so dire soltanto che una sera in cui entrambi i panorami erano già piombati nel buio, qualcuno ha premuto l’interruttore della luce elettrica e Xiao Qin ha fatto irruzione nel panorama numero due, entrando dalla porta di legno verniciata di nero.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">«E tu come ti chiami?» mi chiede non appena mi vede.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">«Non ha un nome» risponde l’omino. «È un ginkgo.»</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">L’omino ha detto il vero. Sono un ginkgo biloba. Quando non ero che poco più di un seme, fui selezionato per finire in un penjing, uno di quegli inquietanti paesaggi di rocce e piante in miniatura che i cinesi fanno stare dentro una ciotola. Poi qualcuno decise di prendermi così com’ero e di fare di me un penjing di piante, ossia un semplice bonsai. Sono originario della provincia del Chekiang, da dove arrivano tutte le ginkgoacee come me. Noi ginkgo siamo piante antichissime, veri fossili viventi, per questo abbiamo maturato una predisposizione naturale a crescere miniaturizzati dentro una ciotola. Cerco di spiegare tutte queste cose a Xiao Qin, ma lei non capisce una sola parola.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">«Ti chiamerò Pu-Yi» mi dice. «Pu-Yi era il nome dell’ultimo imperatore.»</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">«È un nome bellissimo, Xiao Qin» dice l’omino.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Xiao Qin gli si avvicina: «Anche questa notte ha un nome bellissimo, è la Notte delle Notti».</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Così dicendo si denudano insieme e si coricano sul divano letto. La lampadina appesa al filo interrompe la sua incandescenza e la stanza sparisce di nuovo nel buio. Ben presto l’oscurità è attraversata da strani suoni, gemiti, sospiri, infine torna il silenzio.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">L’omino si mette a raccontare qualcosa. Apprendo così che fa il giardiniere nella Città proibita. Il luogo è ormai un museo, ma lui sostiene che sia ancora abitato dalle ombre degli antichi imperatori. Al calare del sole, queste ombre vagano per le ottomilasettecentosette stanze: ora si fermano a leggere proclami, ora amoreggiano con le concubine, ora vestono pesanti armature e fanno volteggiare spade da combattimento. Anche il padre dell’omino è stato giardiniere della Città proibita. È lui che gli ha insegnato come curare noi bonsai, come potarci rami e radici, come leggere il più piccolo segnale di sofferenza dal bordo ingiallito di una foglia o da una macchia impercettibile affiorata sul tronco. Gli ha spiegato come intervenire, ora attraverso il nutrimento, ora attraverso procedimenti meccanici, ora semplicemente parlandoci. Ma lui, da quando l’anima del padre ha raggiunto nel sonno gli antichi spiriti, si è dimenticato di quest’ultima raccomandazione. È stata Xiao Qin a ricordargliela. Le piante sono vive, e ai vivi bisogna parlare, sempre, nonostante possa sembrare che non ci capiscano.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Da allora l’omino si è messo a recitarmi dei veri e propri monologhi. Quando rientra alla sera mi racconta di Xiao Qin, di quanto sia incantevole la sua voce, quanto lucenti i suoi capelli, e di quanto lei ami le piante. Xiao Qin studia botanica all’università statale ed è un membro attivo del comitato studentesco. Si trovano ogni pomeriggio, quando lui finisce il lavoro alla Città proibita e lei esce dalla Biblioteca nazionale. È figlia di un membro del PCC, ma non condivide le idee di suo padre. L’omino la ospita altre volte. Come sempre si accarezzano, si denudano a vicenda, si coricano nel suo divano letto. Li sento ridere e gemere. E poi parlare, parlare a lungo, di cose strane che chiamano diritti umani, di uguaglianza, di libertà.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Un giorno l’omino torna dal lavoro. Non mi parla di lei, ma di Hu Yaobang. Hu Yaobang è morto di infarto. La scomparsa di un riformatore come lui ha scatenato una protesta mai vista che sta sconvolgendo Pechino. Gli studenti sono scesi in piazza. Il segretario generale Zhao Ziyang sembra voler esercitare un’opposizione moderata nei confronti della manifestazione, ma il primo ministro, Li Peng, sta adottando la linea dura. Sostiene che siano le potenze straniere a tirare le fila della protesta. Storia inventata o meno, l’unica cosa certa è che il malumore sta montando, che in piazza scendono sempre più persone, e che l’esercito si sta preparando per fermarle. Non so se dipenda da questo, ma il panorama numero uno è cambiato. Di notte i due rettangoli si fanno neri, ma anche i parallelepipedi sono neri, gli occhi luminosi restano serrati. Anche il panorama numero due è diverso: l’omino entra al buio e sembra non abbia nessuna intenzione di premere l’interruttore della luce elettrica. Mi parla comunque: «Lo sai, Pu-Yi? Il mondo non è più lo stesso. C’è un uomo, Liu Xiaobo, che si sta battendo per cambiarlo. Senza violenza. E tutti noi siamo con lui, anche Xiao Qin. Se va avanti così gli daranno il Nobel per la pace, magari alla memoria. Lo sai, Pu-Yi? Gli studenti hanno costruito un’enorme statua di polistirolo che assomiglia alla Statua della libertà di New York. L’hanno chiamata Dea della democrazia. Sai cosa hanno fatto i soldati? L’hanno distrutta».</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Un giorno lo sento entrare, nel buio sferra il suo pugno di omino contro una parete del cubo: «L’hanno arrestata, Pu-Yi! La polizia ha arrestato Xiao Qin. Per fortuna è intervenuto suo padre e l’hanno subito rilasciata. Lo sai, Pu-Yi? Questa storia non mi piace per niente. Ho tanta paura per Xiao Qin. Io voglio ancora ridere insieme a lei, voglio ancora passare le notti a raccontarci tante cose, a sentire la sua voce, a respirare l’odore dei suoi capelli».</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Finché un giorno succede una cosa che mai avrei potuto prevedere. L’omino invade il panorama numero due quando c’è ancora la luce del sole (questa non riusciranno mai a spegnerla, me lo ripete sempre). Prende con sé una borsa dai manici di pelle e un sacchetto di plastica bianca e si ferma davanti a me: «Tieni a mente questa data, Pu-Yi: cinque giugno 1989» mi dice.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Figuriamoci! Una data da tenere a mente, a me, un ginkgo, che sa di aver passato sedici anni su un davanzale solo perché gliel’hanno detto! Noi ginkgo non abbiamo coscienza del tempo, siamo piante che hanno attraversato i millenni di questo pianeta senza che niente e nessuno potesse modificare il nostro modo di vivere. Quest’omino è davvero un tipo strano! Perché mai, poi, dovrei ricordare una data?</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">«E ora andiamo, Pu-Yi» continua lui. «Xiao Qin ha bisogno di noi.»</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Mi ficca così nel sacchetto di plastica e per la prima volta lascio il davanzale. Solo ora mi accorgo che il mondo è fatto di un numero infinito di panorami che si sovrappongono. Forse è questo il senso del tempo: panorami che si accatastano uno sopra l’altro, all’infinito. Dentro il sacchetto di plastica i suoni mi giungono ovattati, ma le immagini sono nitide. Da sedici anni su un davanzale, ora sono un ginkgo che cammina. L’aria di Pechino mi stimola, mi fa pensare. Anche se i miei sono piccoli pensieri, i pensieri di un bonsai. Le strade sono piene di altri omini, molti vestiti come lui: camicia bianca, pantaloni neri, giacca beige. In mezzo a loro sfrecciano biciclette con cassette di plastica o di legno montate sul parafango posteriore, alcune su entrambi i parafanghi. Una di esse si ferma. La guida Xiao Qin. Ha la treccia raccolta sulla nuca, in testa un berretto grigio con l’ala che le copre gli occhi. Indossa pantaloni blu stretti alla caviglia con una molletta. Parlano insieme, Xiao Qin e l’omino, si sfiorano le guance, si toccano le mani. Io sono sempre qui, oscillo nel sacchetto di plastica appeso al polso dell’omino. A un tratto si separano. Xiao Qin rinforca la bicicletta e si allontana in velocità. L’omino fa un gesto, grida qualcosa, alza il sacchetto di plastica verso di lei come se volesse mostrarmi. Ma Xiao Qin è già lontana. Restiamo lì, l’omino immobile in mezzo alla strada, io immobile dentro il sacchetto. La gente ci sciama attorno come fossimo una statua. Ma qualcosa sta accadendo, un fiume di folla arriva dalla direzione opposta, dalla Città proibita. Alcuni corrono, le biciclette faticano a infilarsi, tutti parlano, gridano qualcosa, indicano di là, verso piazza Tienanmen. È una marea ondeggiante di teste e di braccia che sembra la corrente del fiume Chaobai. Sono tutti molto giovani, forse studenti, i visi stravolti.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">«Che c’è? Che succede?» urla l’omino.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Nessuno gli dà retta. L’omino si toglie la giacca, si rimbocca le maniche della camicia. Il sacchetto e la giacca sono ora nella mano destra, nella sinistra la borsa dai manici di pelle. Ci incamminiamo controcorrente, ricevo dei colpi, fuggitivi che urtano il sacchetto di plastica. Ma noi ginkgo siamo robusti, soprattutto quando ci riducono a un bonsai.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-83071" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/mondooffeso-667x1024.jpg" alt="" width="329" height="495" />Arriviamo così nel grande viale Chang’an, vicinissimo a piazza Tienanmen, lungo la strada per la Città proibita. Il vociare della gente va scemando e viene sovrastato da un rumore di ferraglia e di asfalto che si sgretola. Sul viale non c’è nessuno se non, in fondo, una colonna di carri armati che procede verso di noi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">L’omino mi solleva all’altezza del suo viso. Quest’omino è pazzo, mi dico. Lui mi parla: «Cosa faresti tu se stessero per schiacciare centinaia, migliaia di bonsai come te, solo perché si ribellano alla loro condizione di bonsai?».</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">È decisione di un attimo, l’omino con grandi falcate si porta al centro di viale Chang’an.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">[&#8230;]</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">(Romano Augusto Fiocchi, <i>Racconti da un mondo offeso</i>, Bookabook, dicembre 2018)</span></span></span></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">83066</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Una meravigliosa storia d’amore</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/03/12/una-meravigliosa-storia-damore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Mar 2020 06:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[cristo]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=83026</guid>

					<description><![CDATA[di Romano A. Fiocchi Cristò (Chiapparino), La meravigliosa lampada di Paolo Lunare, 2019, TerraRossa Edizioni. È un libretto di un centinaio di pagine. Eppure credo uno dei più belli usciti nell’ultimo anno. Perché La meravigliosa lampada di Paolo Lunare non è solo una meravigliosa storia d’amore ma una raffinata analisi del rapporto di coppia, del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="western" align="JUSTIFY"><img decoding="async" class=" wp-image-83027 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/cristò.jpg" alt="" width="342" height="497" />di <b>Romano A. Fiocchi</b></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Cristò (Chiapparino)</b>, <i>La meravigliosa lampada di Paolo Lunare</i>, 2019, TerraRossa Edizioni.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">È un libretto di un centinaio di pagine. Eppure credo uno dei più belli usciti nell’ultimo anno. Perché <i>La meravigliosa lampada di Paolo Lunare</i> non è solo una meravigliosa storia d’amore ma una raffinata analisi del rapporto di coppia, del sistema di menzogne – a fin di bene o a fini personali – su cui tale rapporto regge. Fantasioso, bizzarro, immaginifico, echeggia il celebre <i>Ghost</i> cinematografico ma se ne distacca attraverso la sua struttura letteraria, i cambi alternati di prospettiva (ora quella di Paolo, ora quella di Petra), l’approfondimento psicologico dei caratteri, l’uso di una lingua fatta nel contempo di scorrevolezza e di eleganza. Cristò – al secolo Cristò Chiapparino – deve aver sicuramente letto le <i>Lezioni americane</i>, e aver appreso i princìpi di leggerezza rapidità esattezza.</p>
<p align="JUSTIFY">Princìpi che erano già presenti, per quanto con minore evidenza, nel suo precedente romanzo, <i>Restiamo così quando ve ne andate</i> (Terrarossa, 2017). Un romanzo che con la densità delle sue duecentotrenta pagine offriva una lettura gratificante e impegnativa, fatta di intrecci e di cambi di scena, senza però raggiungere la perfezione e la bellezza che incarna la storia di Paolo e Petra. Non per nulla mi piace considerare <i>Restiamo così </i>una sorta di palestra di allenamento dell’autore. A cominciare dall’esercizio dei cambi di prospettiva della voce narrante: prima quella di Francesco, il protagonista iniziale, che gradatamente viene sovrastata da quella della casa, che poi si rivela il vero fulcro del romanzo. Perché gli uomini vanno e le case restano. I ricordi delle case sono i fantasmi degli inquilini che se ne sono andati: “Eppure certe volte ci sentite e avete paura di noi, ci chiamate fantasmi, presenze, spiriti. E invece siamo noi”. Noi, le case.</p>
<p align="JUSTIFY">Affinità nei due romanzi anche per quel che riguarda le ossessioni che tormentano i personaggi: Francesco, in <i>Restiamo così</i>, si industria nel costruire una Dream-Machine, sorta di lampada dinamica che produce stimoli visivi, per stordire il proprio disagio. Paolo, nella <i>Meravigliosa lampada</i>, cerca di costruire una lampada che produca “la luce del sole così com’è”, per farne un regalo. Ecco, questa divergenza di finalità lascia intendere l’impostazione realistico-concreta del primo libro e quella magico-poetica del secondo. Francesco porta sino in fondo la sua agonia esistenziale senza accorgersi minimamente dell’animismo della casa in cui abita. Viceversa, Petra e Paolo scoprono la magia del mondo che li circonda e la vivono (Paolo addirittura da morto) come se fosse la più normale delle cose. Normale una lampada che consente di vedere gli ologrammi dei morti. Normale Petra che scrive con la luce della lampada magica per comunicare con il fantasma di Paolo. Normale Paolo che da morto vede Petra come una lucciola. Normale, per Petra, dire ad un fantasma l’ultima menzogna a fin di bene: “Sono stata in ospedale, scrisse Petra nel buio. Come stai ora, mimò Paolo. Meglio, mentì Petra”.</p>
<p align="JUSTIFY">È un realismo magico, quello di Cristò, tutto speciale, che ti immerge in una realtà-altra con poche esatte parole: “Paolo aprì gli occhi in mezzo alla campagna nella consapevolezza precisa e inequivocabile di essere morto”. Cose banali diventano straordinarie e svelano i loro segreti. Persino lo schema di un sudoku, riprodotto fedelmente in un circuito di ottantuno lucine di nove colori diversi (da un blu quasi nero all’arancione), ti permette di generare una luce che illumina quella parte del mondo fuori di ogni dimensione, il mondo misterioso dove si muovono gli ologrammi dei morti.</p>
<p align="JUSTIFY">Magia e poesia, dicevo più sopra. Magia del mondo nascosto, che esiste ma che non vediamo se non attraverso la poesia. E attraverso l’amore. Perché è solo grazie all’amore che Paolo si inventa la sua lampada straordinaria. Emergono insomma, nella storia di Paolo e Petra, tutti i tentativi dell’uomo moderno di superare l’isolamento e comunicare all’altro/altra i propri sentimenti, nella speranza di essere corrisposto. Cosa che non accade in Francesco, che incarna invece il malessere del nostro tempo e l’impoverimento dei rapporti umani: i social network, la televisione, la precarietà del lavoro, l’individuo ridotto a un numero, abbrutito in mansioni denigranti come passare la giornata a contare le monetine del supermercato e a dividerle in sacchetti.</p>
<p align="JUSTIFY">È dunque una storia positiva, quella di Paolo e Petra, che nonostante l’amarezza (non si tratta certo di un romanzo rosa a lieto fine) lascia del dolce in bocca al lettore. Sia chiaro: non si tratta di leziosità, ma di un sentimento profondo, che va appunto oltre la morte, senza che i due protagonisti vestano i panni di eroi o figure eccezionali. Paolo e Petra sono due esseri semplici che il destino ha legato casualmente, che si sono trovati, forse proprio per condividere inconsciamente il peso dei problemi delle rispettive famiglie. E la loro solitudine di esseri umani.</p>
<p align="JUSTIFY">Tutto questo è narrato con la leggerezza di un concerto strumentale a due voci, che ti prende dalla prima all’ultima pagina con la forza di un brano di Chopin (non per nulla, Cristò è anche pianista). La stessa leggerezza con cui le lapidarie parole dell’autore scandiscono la postfazione: “La letteratura è una menzogna. Ogni storia è una finzione. Niente di ciò che avete appena letto è accaduto fuori da queste pagine. I personaggi non corrispondono a persone viventi o vissute, sono spiriti erranti, esistenze potenziali, funzioni narrative. Se quindi dovesse sorgervi il sospetto di aver riconosciuto in qualche anfratto di questa novella la vostra vita, o quella di qualcun altro, siate certi che si tratta di una coincidenza”.</p>
<p align="JUSTIFY">
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">83026</post-id>	</item>
		<item>
		<title>La Libreria Cardano</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/09/22/la-libreria-cardano/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2019/09/22/la-libreria-cardano/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Sep 2019 05:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[libreria]]></category>
		<category><![CDATA[Libreria Cardano]]></category>
		<category><![CDATA[Pavia]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=80322</guid>

					<description><![CDATA[(recensione di una libreria, con libro finale in omaggio!) di Romano A. Fiocchi Dico una sola cosa per dare idea della suggestione del posto: non so se il locale disponga di una cantina interrata, ma se ti metti a scavare sotto il suo pavimento hai la certezza matematica di trovare resti romani. Parlo della Libreria [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-80323" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/libreria-cardano-1.jpg" alt="" width="295" height="387" />(recensione di una libreria, con libro finale in omaggio!)</strong></p>
<p>di <strong>Romano A. Fiocchi</strong></p>
<p class="western"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Dico una sola cosa per dare idea della suggestione del posto: non so se il locale disponga di una cantina interrata, ma se ti metti a scavare sotto il suo pavimento hai la certezza matematica di trovare resti romani. Parlo della Libreria Cardano di Pavia. Che frequento da più di trent’anni, e che non è soltanto una libreria indipendente, piuttosto un circolo culturale, una minisala per concerti da camera e jazz, un luogo dove scambiare opinioni su autori e libri, dove rovistare tra gli scaffali può rivelare sorprese inaudite, dove il padrone di casa – il libraio – ti tratta come un ospite gradito e ti ringrazia della visita anche quando non compri nulla. In quasi tutte le città, per fortuna, c’è almeno una libreria di questo tipo. E sono le librerie più autentiche.</span></span></p>
<p class="western"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">La Libreria Cardano esiste dal 1984. Oggi ha anche<a href="http://www.cardano.it"> un sito Internet</a></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">, a dire il vero non aggiornatissimo perché ormai attiva anche su Facebook e su Instagram. Concepita lì, nel cuore di una delle zone più caratteristiche della vecchia Pavia, tra muri di mattoni a vista e acciottolato, nel tempo si è specializzata in pubblicazioni d’arte: dalle monografie e dai cataloghi delle mostre, come i vari Electa o gli storici Skira, sino ai volumi pregiati dell’editoria più artigianale, come le edizioni Tallone, interamente composte a mano con caratteri mobili. Ma ci sono scaffali in cui sfilano libri d’arte che sanno già di antico e di prezioso, edizioni non proprio lontane nel tempo eppure destinate a durare perché frutto di scelte raffinate. Inoltre libri di architettura, raccolte di stampe, volumi di letteratura che coniugano grandi autori con grandi illustratori, come </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>La ballata del vecchio marinaio</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> di Coleridge della Stamperia del Borgo Po di Torino, tradotta da Fenoglio e illustrata da Francesco Menzio. Oppure rarità letterarie come l’</span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Ulisse</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> di Joyce della Shakespeare and Company di Firenze, 1995, seconda traduzione italiana dopo quella del 1960.</span></span></p>
<p class="western"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-80324" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/libreria-cardano-2.jpg" alt="" width="293" height="384" />Parte integrante della Libreria Cardano è il titolare, Fausto Pellegrin. Senza di lui la Libreria Cardano sarebbe qualcos’altro, forse soltanto una rivendita di libri. Fausto Pellegrin è la Libreria Cardano personificata. La pipa in pugno, oppure un toscano all’anisette tra le labbra, è pronto a interrompere qualsiasi cosa per salutare chi entra, sia che stia chiacchierando con un cliente o che stia sfogliando un libro d’arte per qualche ricerca. Uomo di cultura e amabile conversatore, Fausto ha indubbiamente il fascino del libraio vecchio stile, pronto a consigliare, a stimolare la curiosità ma anche ad ascoltare e lasciare che il cliente si aggiri indisturbato frugando tra gli scaffali.</span></span></p>
<p class="western"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">È una libreria che ha qualcosa di magico. Tre vani che danno uno nell’altro, soffitti con travature in legno, tracce di architetture medioevali. Il primo ambiente, quello d’ingresso, ha i muri rivestiti di scaffali in legno affollati di libri. Nel locale di mezzo, le pareti sono utilizzate per mostre d’arte temporanee e piccole esposizioni di sculture e di gioielli artigianali. L’ultima stanza è lo studio grafico delle Edizioni Cardano, dove si progettano libri, inviti, manifesti. Qui nascono prodotti editoriali particolari, ora legati ai temi del territorio (i castelli della Lomellina, la pianura Padana, il Ticino, il Po, le chiese pavesi), ora alla storia locale (Gerolamo Cardano, Opicino de Canistris), ora a letteratura ed arte, spesso frutto di sinergie con esperti in campo storico-artistico che operano nell’Università di Pavia. Singolari due traduzioni dal cinese: </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Contrada dei frassini</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> di Zhao Shuli e </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Tre novelle</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> di Shen Jiji, Li Fuyan, Li Zhaowei.</span></span></p>
<p class="western"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-80325 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/OGM.png" alt="" width="143" height="213" />Insomma, una libreria così carica di atmosfera da ambientarci un racconto. Cosa che ho fatto nel 2005. Da una mia idea iniziale è nato un curioso progetto che Fausto ha concretizzato in un gadget per la sua clientela: </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Il libro OGM</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">. Un “liber amicorum” di dodici paginette, edizione fuori commercio per gli amici della libreria. Il volumetto, dalla vivace copertina rossa, in stampa digitale, era disponibile gratuitamente (proprio per questo è andato esaurito in brevissimo tempo). Chi fosse incuriosito e volesse leggere questo raccontino, ormai quattordicenne, può scaricarlo </span></span><span style="color: #0000ff;"><u><a href="http://www.romanofiocchi.it/menu/Il-libro-OGM.pdf" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">qui</span></span></a></u></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> in formato Pdf. Sempre gratuitamente.</span></span></p>
<p class="western">
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2019/09/22/la-libreria-cardano/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">80322</post-id>	</item>
		<item>
		<title>L’Americaaaa!</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/05/23/lamericaaaa/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2019/05/23/lamericaaaa/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 May 2019 05:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Ellis Island]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Georges Perec]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Sebregondi]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
		<category><![CDATA[STORIE DI EMIGRAZIONE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=79207</guid>

					<description><![CDATA[di Romano A. Fiocchi Georges Perec, Ellis Island. Storie di erranza e di speranza, Archinto, 2017. Pochi sanno cosa sia Ellis Island. A scuola non te lo insegnano. A scuola ti parlano soltanto di quella migrazione in massa di milioni di europei verso un mondo dove c’era libertà, democrazia, lavoro. E allora l’immagine più comune [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-79208" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Ellis-Island.jpg" alt="" width="324" height="528" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Ellis-Island.jpg 324w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Ellis-Island-184x300.jpg 184w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Ellis-Island-250x407.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Ellis-Island-200x326.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Ellis-Island-160x261.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 324px) 100vw, 324px" />di <b>Romano A. Fiocchi</b></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Georges Perec</b>, <i>Ellis Island. Storie di erranza e di speranza</i>, Archinto, 2017.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Pochi sanno cosa sia Ellis Island. A scuola non te lo insegnano. A scuola ti parlano soltanto di quella migrazione in massa di milioni di europei verso un mondo dove c’era libertà, democrazia, lavoro. E allora l’immagine più comune scolpita nella memoria collettiva è il grido che Baricco mette in bocca ai passeggeri del Virginian che per primi avvistano la Statua della libertà: l’Americaaaa!</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Ma l’America era altro. In primo luogo era Ellis Island. Tra il 1978 e il 1980 Georges Perec e il regista Robert Bober cercarono di capire cosa fosse e soprattutto lo documentarono in un lungometraggio che fu trasmesso nel novembre 1980 dalla rete francese con il titolo: <i>Récits d’Ellis Island. Histoires d’errance et d’espoir</i> (alcuni spezzoni sono reperibili su YouTube, mentre il video completo è acquistabile in versione DVD sul sito dell’Ina, l’ente nazionale francese incaricato di archiviare le documentazioni audiovisive). Quello che fecero, Bober con le immagini e Perec con il testo della voce fuori campo, fu raccontare come tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del secolo successivo, in alcuni edifici appositamente costruiti su un isolotto alla foce dell’Hudson, a un passo da Manhattan, oltre sedici milioni di emigranti vennero trasformati in oltre sedici milioni di Americani. Il testo di Perec, pubblicato in Francia, uscì nell’edizione italiana solo nel 1996 grazie alla traduzione di Maria Sebregondi, in un volumetto verde della collana Gli Aquiloni di Rosellina Archinto. Poi, come tante pubblicazioni di Perec, sparì dal mercato. (La sparizione è un motivo caro a Perec, ricordiamoci che fece sparire la lettera “e” da un intero romanzo…)</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Nel 2005 <i>Ellis Island</i> riapparve parzialmente in rete: una decina di pagine tradotte dal nostro Andrea Inglese, uscite appunto su Nazione Indiana, <span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://www.nazioneindiana.com/2005/09/28/da-%5C“storie-d’ellis-island" target="_blank" rel="noopener">qui</a></u></span>. Mentre il 10 maggio 2017 Laura Barile rievocava il fascino di questo testo su <span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://www.alfabeta2.it/tag/laura-barile/" target="_blank" rel="noopener">Alfabeta 2</a></u></span>, l’Archinto S.a.s. lo ripubblicava e ricolmava il vuoto editoriale. È stato così che l’ho trovato, rovistando sulle scaffalature della Libreria del Mondo Offeso.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Ellis Island</i> è un prezioso libretto di settantadue pagine composto di due parti: <i>L’isola delle lacrime</i>, una sorta di introduzione storica, e <i>Descrizione di un cammino</i>, la parte più corposa e poetica. Perché Perec, fedele alla sua scrittura, riesce a fare della poesia attraverso la semplice elencazione di oggetti, luoghi, persone: “All’inizio, si può solo provare a nominare le cose, una per una, semplicemente, enumerarle, censirle, nel modo più banale possibile, nel modo più preciso possibile, cercando di non dimenticare niente”. Tanto meno i numeri, quelli più impressionanti: cinque milioni di emigranti provenienti dall’Italia, quattro milioni dall’Irlanda, un milione dalla Svezia, sei milioni dalla Germania, tre milioni dall’Austria e dall’Ungheria, tre milioni e cinquecentomila dalla Russia e dall’Ucrania, cinque milioni dalla Gran Bretagna, e così via. Tutta gente disperata che per i più svariati motivi scappava dal vecchio continente. Poi elenca le compagnie di navigazione (compresa la nostra Italian Line), i porti di partenza (i nostri: Palermo, Napoli, Genova, Trieste), i nomi dei piroscafi (i nostri: Umbria, Lusitania, San Giovanni, Giuseppe Verdi, Duca degli Abruzzi), la raffica incalzante delle ventinove domande che bersagliavano l’emigrante: Come si chiama? Da dove viene? Perché viene negli Stati Uniti? Quanti anni ha? Quanti soldi ha? Dove li tiene? Me li faccia vedere. Chi ha pagato la sua traversata? eccetera. Sì, perché i soldi erano una garanzia: chi viaggiava in prima o in seconda classe veniva ispezionato a bordo da un medico e da un ufficiale di stato civile, e sbarcava senza problemi. Gli altri sostavano a Ellis Island sino a passare il controllo degli ufficiali sanitari che segnalavano i casi sospetti tracciando una lettera con il gesso sulla schiena: C la tubercolosi, E gli occhi, F il viso, H il cuore, K l’ernia, L la claudicazione, SC il cuoio capelluto, TC il tracoma, X il ritardo mentale. Il sospettato avrebbe prolungato la sua permanenza a Ellis Island per accertamenti più minuziosi, talvolta sino ad essere respinto.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Tutti insomma passarono da Ellis Island. Che funzionava, dal punto di vista organizzativo, con la proverbiale efficienza degli States: “Una fabbrica all’americana, rapida ed efficace come un salumificio di Chicago: a capo di una catena, si mette un irlandese, un ebreo ucraino, un pugliese, all’altro capo – previa ispezione degli occhi, ispezione delle tasche, vaccinazione, disinfezione – ne esce un americano”. Col tempo le regole di questa fabbrica diventarono sempre più severe. Alla fine i respingimenti furono duecentocinquantamila, tremila i suicidi. I fortunati sentirono invece pronunciare l’agognata e fatidica frase: Welcome to America.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Perec non commenta, lascia che commenti e paragoni siano elaborati nella mente e nel cuore del lettore, quello di allora e quello di oggi. Perché il testo, inutile dirlo, è di una valenza universale e attuale: “L’emigrazione verso gli Stati Uniti era cominciata molto prima che incominciasse Ellis Island e non è terminata con la sua chiusura. I messicani, i portoricani, i coreani, i vietnamiti, i cambogiani hanno dato il cambio”. Ci sono poi le vicende dei nomi storpiati, suoni tipici di mezza Europa trascritti all’americana trasformando Skyzertski in Sanders, Goldenburg in Goldberg, Kowalski in Smith (entrambi significano <i>fabbro</i>). Compresa la storiella del vecchio ebreo russo che disse <i>shon vergessen</i> (in yiddish: l’ho scordato), e lasciò Ellis Island come John Ferguson.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Tutto questo per poi scoprire che l’America non era poi l’America che era stata loro raccontata. Certo, la terra apparteneva a tutti, peccato che i primi arrivati si erano ampiamente serviti e ai nuovi emigranti non restava se non ammassarsi in tuguri senza finestre e lavorare quindici ore al giorno. “I tacchini – scrive Perec – non cadevano già arrostiti direttamente nei piatti e le strade di New York non erano lastricate d’oro. Anzi, il più delle volte, non erano lastricate affatto. E allora capivano che era proprio per fargliele lastricare che li avevano fatti venire. E per scavare gallerie e canali, costruire strade, ponti, grandi dighe, ferrovie, dissodare foreste, sfruttare miniere e cave, fabbricare automobili e sigari, carabine e vestiti, scarpe, chewing-gum, corned-beef e saponette, e costruire grattacieli ancora più alti di quelli che avevano scoperto all’arrivo”.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2019/05/23/lamericaaaa/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">79207</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Pantarèi, l’anello mancante</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/03/19/pantarei-lanello-mancante/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Mar 2019 06:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Ezio Sinigaglia]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=78222</guid>

					<description><![CDATA[di Romano A. Fiocchi Ezio Sinigaglia, Il pantarèi, TerraRossa Edizioni, 2019. Potrebbe essere la solita storia: decine e decine di rifiuti, l’uscita nel 1985 con una casa editrice semisconosciuta di Milano, SPS, poi Sapiens, visibilità pressoché nulla, infine la scomparsa, inghiottito nel mälström dei libri dimenticati del XX secolo. Invece no. Lo legge Giuseppe Girimonti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-78224" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/Pantarèi-Sinigaglia.jpg" alt="" width="312" height="461" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/Pantarèi-Sinigaglia.jpg 312w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/Pantarèi-Sinigaglia-203x300.jpg 203w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/Pantarèi-Sinigaglia-250x369.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/Pantarèi-Sinigaglia-200x296.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/Pantarèi-Sinigaglia-160x236.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 312px) 100vw, 312px" />di <strong>Romano A. Fiocchi</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><b style="color: #000000; font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: medium;">Ezio Sinigaglia</b><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman, serif; font-size: medium;">, <em>Il pantarèi</em>, TerraRossa Edizioni, 2019.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Potrebbe essere la solita storia: decine e decine di rifiuti, l’uscita nel 1985 con una casa editrice semisconosciuta di Milano, SPS, poi Sapiens, visibilità pressoché nulla, infine la scomparsa, inghiottito nel mälström dei libri dimenticati del XX secolo. Invece no. Lo legge Giuseppe Girimonti Greco, lo legge Giovanni Turi, e tutto scorre… indietro, <i>Il Pantarèi</i> torna sugli scaffali, ora, trentaquattro anni dopo. È un sopravvissuto, come dire: l’ultimo dei mohicani. Ha attraversato più di un quarto di secolo trasportando nel tempo le sue idee e le sue storie proprio perché è un libro speciale. Un compendio teorico e pratico di letteratura del Novecento che il lettore amante dei classici contemporanei non può non leggere. Un metaromanzo sulla crisi-non-crisi del romanzo che esplose allora, negli ultimi decenni del secolo, e che continua ancora oggi nutrendosi di se stessa. Il romanzo è morto, viva il romanzo. Dirò di più: le due pubblicazioni – del 1985 e del 2019 – ne fanno un libro di sutura tra i due secoli, l’anello mancante tra il romanzo del Novecento e il romanzo del nuovo millennio.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Dopo l’attenta lettura di <span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/09/08/parole-e-basalti/" target="_blank" rel="noopener"><i>Eclissi</i></a></u></span> (Nutrimenti, 2016), lo attendevo con curiosità, questo libro di Sinigaglia, perché sentivo che sarebbe stato un romanzo non solo da leggere ma da rileggere, da smontare e rimontare, da sviscerarne evocazioni e allusioni, citazioni e sedimentazioni letterarie. Ma soprattutto un libro nato dalla passione per quegli stessi autori che anch’io, in quegli anni, ho letto e amato. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Nel <i>Pantarèi</i> si parla, in ordine di apparizione, di Proust, Joyce, Musil, Svevo, Kafka. Cinque pilastri della letteratura, essenziali per comprendere il Novecento come le cinque dita di una mano per afferrare le cose. Nel raggiungere questa sintesi estrema il protagonista, Daniele Stern, opera una selezione drastica. Ma poi non può fare a meno di considerare altri tre giganti: Céline, Faulker, Robbe-Grillet. Quindi cita Gertrude Stein, Virginia Woolf, Hermann Broch, Robert Walser, il “conservatorismo letterario” di Thomas Mann, Balzac, Malraux, Hemingway. E i sudamericani? Stern non ama i sudamericani: “Ma caro Stern! – gli dice la redattrice Ghiotti – I sudamericani non me li doveva togliere! Le dirò: non servivano. Ma caro Stern! In base a cosa? Dottoressa mi creda: meglio non sbilanciarsi. Ma in base a cosa caro Stern? In base a me. Se permette”.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Stern, in fatto di letteratura, ha insomma le idee chiare. Ma nonostante il romanzo dedichi a Proust ben due capitoli, con il plauso del folto numero di proustiani presenti tra i lettori italiani, non ultimo lo stesso Giuseppe Girimonti Greco, il suo nume tutelare è James Joyce. In particolare l’<i>Ulisse. </i>Basti già confrontare l’incipit dei due romanzi: “Solenne e paffuto, Buck Mulligan comparve dall’alto delle scale, portando un bacile di schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio (…) Maestosamente avanzò e ascese la rotonda piazzuola di tiro”, così l’<i>Ulisse</i> nella storica traduzione di Giulio de Angelis, l’unica in circolazione all’epoca della stesura del <i>Pantarèi</i>. Questo invece <i>Il pantarèi</i>: “Dignitoso e raccolto, degnamente, Daniele Stern, poligrafo senza occupazione, sospinse la vetro porta e fu ammesso”. Ma saltano all’occhio anche le affinità tra i due protagonisti: Leopold Bloom, ebreo irlandese che vive occupandosi di inserzioni pubblicitarie sui giornali, Daniele Stern, ebreo italiano che vive di collaborazioni editoriali. Bloom, che in inglese è sinonimo di fiore, e Stern, che in tedesco significa stella. Bloom, consapevole del tradimento della moglie Molly e spinto a cercare altri affetti in un’amante epistolare (Martha) o in amori occasionali (la giovane e zoppicante Gerty Mc Dowell, le ragazze del bordello di Bella Cohen), e Stern, abbandonato e tradito dalla moglie Anna e spinto a cercare anche lui altri amori, da Carmen ai ragazzi di strada, in una vocazione bisessuale che fa di Stern un personaggio a tutto tondo anche nei sentimenti. E poi il vagabondaggio ondivago di entrambi, quello di Bloom per la vecchia Dublino, quello di Stern per una città innominata (o anonima?) che è la Milano di oggi.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Dal punto di vista della tecnica narrativa, c’è poi l’alternarsi continuo dei registri linguistici che mutano di capitolo in capitolo in entrambi i romanzi e, paradossalmente, conferiscono un’unità stilistica dalla compattezza simile a un mosaico. Nell’<i>Ulisse</i>, variando dallo stile giornalistico completo di titoli, a quello aulico dell’inglese medievale, alla forma gergale, alla disquisizione accademica, al testo teatrale, sino al “flusso di coscienza” del celebre monologo finale di Molly. Nel <i>Pantarèi</i>, variando dallo stile enciclopedico delle parti saggistiche, ai registri narrativi degli scrittori che Stern di volta in volta prende ad analizzare. Stern ci parlerà così adottando ora la prosa minuziosa di Proust, ora la precisione asettica e scientifica di Musil, ora l’escavazione psicanalitica di Svevo, ora il realismo magico e grottesco di Kafka, ora, ovviamente, il “flusso di coscienza” di Joyce. Ma non si tratta di un virtuosismo imitativo, sono le anime versatili e sperimentali del XX secolo che emergono, è l’amore incondizionato di Sinigaglia – scrittore figlio del Novecento – per i grandi del secolo che l’hanno preceduto, è l’ambizione di poter penetrare il loro linguaggio e il loro mondo.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Tutto questo è permesso dall’architettura stessa del libro. Ce lo spiega bene Sinigaglia nella prefazione, che è poi una postfazione scritta trentatré anni dopo, paragonando il meccanismo del <i>Pantarèi</i> a due ascensori affiancati: “Ciascuna delle due gabbie illuminate degli ascensori rischiarava via via il finestrone di vetro smerigliato di un pianerottolo e, mentre a sinistra si accendeva per esempio quello del quarto, del quinto, del sesto piano, a destra splendeva quello del terzo, del quarto, del quinto, in una sequenza ordinata della quale nessuno oltre a me poteva avere coscienza”. Di qui la struttura binaria del <i>Pantarèi</i>. Da un lato <i>i romanzi</i>, l’elemento saggistico, il testo divulgativo che Stern sta scrivendo su commissione, il montaggio e rimontaggio dei libri fondamentali del Novecento. Dall’altra <i>i giorni</i>, ossia l’elemento narrativo, non per nulla il titolo originale fu proprio quello, <i>I romanzi e i giorni</i>, poi confluito in un’unica espressione: tutto scorre, <i>Il panterèi</i>.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Mi sono allora messo nei panni di Stern e ho provato a smontare l’intero congegno. Il romanzo è diviso in nove capitoli più un prologo e un epilogo. Il capitolo nove contiene un romanzo nel romanzo scritto dallo stesso Stern, intitolato <i>L’altro Sax</i>, a sua volta suddiviso in due capitoletti e nove sottocapitoletti. Ciascuno dei nove capitoli ha dunque uno scrittore di riferimento, e in ciascun capitolo si muove uno Stern diverso: lo Stern innamorato di Anna, lo Stern innamorato di Fabio, lo Stern sarcastico e geniale, quello che si inventa il presidente delle Nuove Industrie E Nuove Tecniche Elementari, ossia di N.I.E.N.T.E., lo Stern ubriaco, quello visionario, quello che abbozza la storia surreale del ragionier Sperindio (che si sdoppia non nella personalità ma nella persona, due Sperindio al posto di uno). E poi lo Stern ludico, quello dei rebus, degli indovinelli, dei cambi di iniziale, degli anagrammi, degli spostamenti di accento, quello che indirizza ad Anna lettere orali, quello che vaga per la città e finisce al Balbec, “antro nerastro e lampeggiante percosso dalla musica come da uno squassante uragano e abitato da un folla di spiriti inquieti agitantisi come lingue di fiamma in un vapore denso”.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Solo alla fine ci si rende conto di quanto l’andamento del <i>Pantarèi</i> sia circolare: nel prologo Stern sta per entrare nel palazzo dove ha sede la casa editrice e dice: “Eccoci. Tempio della Sapienza. Fabbrica instancabile della Cultura”. Nell’ultima pagina appoggia la mano destra sul pomo d’ottone della stessa porta e pensa: “Ecco, ci siamo”. Tutto scorre, tutto torna allo stesso punto. Ma scorrendo e riscorrendo si ha l’impressione di una scrittura stratificata, densa e al tempo stesso dinamica, che semina qua e là più chiavi di lettura. Tra queste ce n’è una materiale e ingombrante: è una macchina per scrivere, emblema di tutta la storia, con il suo ticchettio musicale e il suo nastro di tessuto inchiostrato che scorre – ancora una volta – senza soluzione di continuità.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Un paragone da lettore sincero di Sinigaglia: se <i>Eclissi</i> è un piccolo gioiello formalmente compiuto, <i>Il p</i><i>antarèi</i> è una macchina letteraria che ha nella complessità la sua bellezza.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Concludo con una nota sull’editore, pressoché sconosciuto perché attivo solo dal 2017. <span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://www.terrarossaedizioni.it/" target="_blank" rel="noopener">TerraRossa</a></u></span> non è solo piccolo un editore coraggioso nella scelta delle sue collane, ma un editore dal gusto impeccabile nella grafica della copertina, nell’eleganza dell’impaginazione, nella scelta e godibilità di lettura del carattere tipografico. Segno che in Italia, nonostante le contaminazioni e le esigenze commerciali, non si è ancora dimenticata la lezione della nostra grande tradizione editoriale.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">78222</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Parole e basalti</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2018/09/08/parole-e-basalti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Sep 2018 05:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Ezio Sinigaglia]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=75714</guid>

					<description><![CDATA[di Romano A. Fiocchi Ezio Sinigaglia, Eclissi, Nutrimenti, 2016. Ci sono libri che si legano reciprocamente attraverso un’immagine: 1) “Passarono alcuni minuti prima che qualcuno accorresse in aiuto dell’uomo che si era accasciato su un lato della poltrona” 2) “Lo trovarono così, aggrappato a se stesso come una roccia, qualche minuto dopo che la luce era [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-75720" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Eclissi.jpg" alt="" width="350" height="544" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Eclissi.jpg 350w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Eclissi-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Eclissi-250x389.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Eclissi-200x311.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/Eclissi-160x249.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 350px) 100vw, 350px" />di <b>Romano A. Fiocchi</b></p>
<p><b>Ezio Sinigaglia</b>, <i>Eclissi</i>, Nutrimenti, 2016.</p>
<p>Ci sono libri che si legano reciprocamente attraverso un’immagine:</p>
<p>1) “Passarono alcuni minuti prima che qualcuno accorresse in aiuto dell’uomo che si era accasciato su un lato della poltrona”</p>
<p>2) “Lo trovarono così, aggrappato a se stesso come una roccia, qualche minuto dopo che la luce era tornata sul mondo, e che gli uccelli avevano ripreso a gracchiare e a cantare”.</p>
<p>Si tratta di due finali, la descrizione dell’avvenuta morte dei due rispettivi protagonisti. Il primo, memorabile perché ormai cristallizzato nella categoria dei classici. Il secondo, di pari bellezza, memorabile per quei pochi che hanno avuto la fortuna di leggerlo e di poterlo così associare al primo. Titoli e autori: <i>Morte a Venezia</i> di Thomas Mann ed <i>Eclissi</i> di Ezio Sinigaglia. Il Gustav Aschenbach di Thomas Mann muore così, contemplando la bellezza di Tadzio. L’Eugenio Akron di Sinigaglia, trovando la risposta alla domanda che lo assilla da cinquantun anni e due mesi.</p>
<p>Ma al di là di questa analogia, ad accostare i due testi è un insieme di fattori: la compostezza e l’eleganza stilistica, il fluire lento del ritmo narrativo, la solitudine interiore dei protagonisti, la lettura attenta e indagatrice dell’ambiente circostante, la capacità, infine, di creare un racconto dall’azione quasi nulla ma di straordinaria atmosfera.</p>
<p>Torniamo alla morte di Akron, immagine potente che da sola merita la lettura di tutto quanto la precede. L’architetto triestino Eugenio Akron muore nel buio, nel silenzio dell’eclissi, nella consapevolezza di farsi “un duro, muto, ottuso basalto”, di impietrirsi nell’attesa dell’ultimo istante. Nelle battute che precedono il momento finale la voce narrante inocula il sospetto che possa accadere qualcosa di improvviso, che Akron possa inciampare sul castello di poppa del peschereccio e cadere accidentalmente in mare, estinguendo finalmente l’antico rimorso in quel morire annegato come l’amico Beniamino. Invece Sinigaglia opta per una soluzione tutt’altro che eclatante: Akron se ne va seduto su uno sgabello, con una compostezza appena appena disturbata da “quel morso di belva nel petto”, si piega in avanti, si aggrappa a se stesso come una roccia, e si impietrisce nell’attesa del momento supremo quasi fosse una nuova eclissi – dopo aver colto la luce nell’oscurità dell’eclissi in corso.</p>
<p>A fare da contrasto alla staticità della scena è la figura di Mrs Clara Wilson, ottantenne ed eccentrica vedova americana, con le sue iridi d’erba che si riempiono di lacrime alla vista dell’immobilità innaturale di Akron. Mrs Wilson è un personaggio singolare, pedante e nel contempo poetico, e un inconsapevole deus ex machina in grado di dare una svolta al dramma interiore di Akron. Ma soprattutto è il personaggio che permette a Sinigaglia lo strano gioco linguistico del dialogo tra i due, con Akron che parla in inglese e Mrs Wilson che risponde in italiano. Un italiano anglicizzato, pretesto per giochi di parole e ironie di pronuncia. Gioco linguistico anche le battute in dialetto triestino che Akron scambia al telefono con il figlio, e quelle che tornano nei ricordi della sua amicizia con Beniamino, nei loro incontri sulle banchine del Porto Vecchio, nelle uscite in barca a vela, nell’osservare il cielo notturno sopra Trieste. Non sembra, ma queste incursioni in altri moduli linguistici alleggeriscono i dialoghi e li arricchiscono di immagini vivaci e di musicalità. C’è tutto il gusto di Sinigaglia per la parola, per il rapporto significante-significato, per le corrispondenze nascoste, come i diminutivi Ben e Eu (Beniamino e Eugenio) con cui i due amici rincorrono “attraverso la fausta parentela dei significati un arcano vincolo di sangue o un destino gemellare”. Infine il gusto per il suono della voce umana, da qualsiasi parte del mondo provenga.</p>
<p>Ma veniamo all’ambientazione. L’intera vicenda si svolge in una sconosciuta isola nordica, “latitudine sessantadue gradi dieci primi Nord, longitudine pochi gradi meno di zero”. Toponimi e nomi di monumenti possono essere danesi norvegesi svedesi (Mikkelkirke, Storbygd, Nykonnergily) ma non esistono. Eppure tutto è di una concretezza e di una solidità tridimensionali, come la descrizione del paesaggio:</p>
<p>“I basalti emersero nudi e crudi in tutta la loro bellezza. Visti da lontano apparivano lisci, come immensi animali di favola, più grandi e possenti del più gigantesco titano, che dormissero torpidi e sazi, con la pelle ben tesa, solo punteggiata di pori e solcata di rughe sottili, il muso puntato all’oceano, stirandosi inerti nel piacere inatteso del sole. Ora invece, venendo incontro alla prua a pochi metri dagli occhi, mettevano in mostra la trama variegata e complessa della loro primordiale tessitura: quella levigatezza apparente era fatta punto per punto di grumi, di nodi, di buchi, di dolci fossette che sembravano scavate da un dito e di cavità più profonde che aprivano squarci nella materia e rami di vuoto nel pieno”.</p>
<p>Già, i neri basalti. Sono il leitmotiv di tutto il libro. Non solo, sono metafora della scrittura di Sinigaglia. Anch’essa “levigatezza apparente” ma in realtà scrittura granitica, incisa nel nero basalto. Una scrittura dove forma e sostanza si fanno un’unica materia che non si può plasmare ma solo scolpire. Appunto come il basalto. Una scrittura elegante e carica di energia. Mi si consenta di parafrasare De Sanctis: la grande maniera di Sinigaglia.</p>
<p>E qui tocchiamo un tasto che lascia perplessi. Più sopra ho parlato di “quei pochi che hanno avuto la fortuna di leggerlo” perché Sinigaglia, forse per la sua riservatezza e il suo essere controcorrente, è autore misconosciuto. Il suo esordio letterario risale a oltre trent’anni fa con <i>Il Pantarei</i>, una sorta di metaromanzo sul romanzo del Novecento. Il testo, dopo aver collezionato decine e decine di rifiuti, uscì nel 1985 per una piccola casa editrice di Milano, SPS, poi Sapiens. Qualche apprezzamento, quindi più nulla. Sinigaglia ha continuato a scrivere e a svolgere varie attività nell’ambito editoriale e educativo senza più pubblicare un solo volume. L’uscita di <i>Eclissi</i> per l’autorevole editore Nutrimenti l’ha riportato alla ribalta, tant’è che <i>Il Pantarei</i> verrà ripubblicato da <span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://www.terrarossaedizioni.it/" target="_blank" rel="noopener">TerraRossa Edizioni</a></u></span> nei primi mesi del 2019 (Nazione Indiana ne parla <span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/04/20/padre-joyce-nei-cieli/" target="_blank" rel="noopener">qui</a></u></span>). Non so se servirà a rilanciare la figura di questo straordinario scrittore, ormai settantenne, ma so che tra gli scaffali della mia libreria il suo nuovo <i>Pantarei</i> ha già uno spazio riservato.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">75714</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Le armate spettrali di Bergamo</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2018/07/13/le-armate-spettrali-di-bergamo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jul 2018 05:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[1517]]></category>
		<category><![CDATA[Albrecht Dürer]]></category>
		<category><![CDATA[Heinz Schilling]]></category>
		<category><![CDATA[Martin Lutero]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
		<category><![CDATA[saggio storico]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=74660</guid>

					<description><![CDATA[di Romano A. Fiocchi Heinz Schilling, 1517. Storia mondiale in un anno, Keller editore, 2017. Heinz Schilling è professore di Storia moderna. Per quanto tedesco, il suo libro di ben 383 pagine si apre con la cronaca di una strana battaglia combattuta nel dicembre 1517 a Verdello, frazione di Bergamo. Davanti a un boschetto, due [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-74661" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/1517.jpg" alt="" width="395" height="538" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/1517.jpg 395w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/1517-220x300.jpg 220w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/1517-250x341.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/1517-200x272.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/1517-160x218.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 395px) 100vw, 395px" />di <b>Romano A. Fiocchi</b></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Heinz Schilling</b>, <i>1517. Storia mondiale in un anno</i>, Keller editore, 2017.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Heinz Schilling è professore di Storia moderna. Per quanto tedesco, il suo libro di ben 383 pagine si apre con la cronaca di una strana battaglia combattuta nel dicembre 1517 a Verdello, frazione di Bergamo. Davanti a un boschetto, due armate guidate dai reciproci sovrani con tanto di vessilli, trombe, tamburi, e composte di fanti, cavalieri, artiglieria, si scontrano sino all’ultimo sangue. Poi spariscono. Sono spettri. E come tutti gli spettri sono un presagio di ciò che sta per accadere: eventi celesti, intemperie, rincari, carestie, epidemie, guerre. Non è così solo per quei pochi che vanno oltre la superstizione del popolo non istruito e sanno leggere la realtà per quello che è: l’esalazione di mucchi di letame che l’inverno rigido fa volteggiare nell’aria. Eppure, all’epoca, gli spettri servirono a materializzare prima le paure dei contadini, poi quelle degli abitanti della città, poi addirittura quelle del Papa e dei cardinali riuniti in Concistoro. A Schilling servono invece per materializzare lo spirito del 1517.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">La battaglia spettrale di Verdello non è l’unico punto di riferimento di questa monografia dedicata a un solo anno della storia dell’umanità. Altri tre eventi lo caratterizzano: l’invasione dello Yucatàn da parte dei conquistadores spagnoli; l’incontro di un’ambasciata portoghese presso il delta del Fiume delle Perle (Zhujiang) con il segretario provinciale di Canton, in quello che allora si chiamava il Regno di Mezzo; le novantacinque tesi contro le indulgenze affisse sul portale di una chiesa di Wittenberg da parte di un misconosciuto monaco agostiniano che passerà alla storia con il nome di Martin Lutero.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Schilling, incastrando tra questi quattro elementi tutta una serie di fatti e di approfondimenti storici, sia antecedenti sia successivi ma comunque determinanti per una comprensione a tutto tondo dell’anno in questione, fornisce le chiavi di lettura dell’attuale compagine mondiale. Perché fu proprio allora, nel 1517, che prese il via la cosiddetta globalizzazione. Certo, con la Riforma di Lutero al centro di tutto la visione diventa un po’ germanocentrica. Fin dai banchi di scuola ci è stato insegnato che la Storia moderna inizia con il 1492, la fatidica data della scoperta dell’America, e non dall’affissione delle novantacinque tesi di Lutero. Ma è anche vero, dal punto di vista dell’evoluzione del pensiero, che il gesto del monaco di Wuttenberg liberò la capacità del mondo cristiano “di apprezzare in modo critico le Sacre Scritture e quindi di sottrarsi all’immutabilità numinosa della comprensione”. La Riforma, proprio in quanto figlia dell’Umanesimo e del Rinascimento italiani portati all’estero, non fu quindi solo un enorme passo verso il pluralismo confessionale ma anche una spinta formidabile verso il libero pensiero che condurrà all’Illuminismo.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">È un bel testo, questo di Schilling. Non trattandosi di un libro di Storia in senso stretto, riesce a spaziare attraverso gli eventi universali passando per la <i>Querela pacis</i> (Il lamento della pace) di Erasmo da Rotterdam, <i>I quattro cavalieri dell’Apocalisse</i> di Albrecht Dürer, la teoria monetaria di Copernico, le donne del Rinascimento, le trame di potere dei Medici. O addirittura curiosità emblematiche come l’elefante indiano Annone, donato dal re portoghese Manuele a Leone X, che ne fa il suo beniamino (tanto che Pietro l’Aretino coglierà il pretesto per scrivere una feroce satira contro di lui e contro la Curia romana, <i>Le ultime volontà e testamento di Annone, l’elefante</i>).</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Le stesse tesi di Lutero, per quanto punto di convergenza di tutte tematiche trattate nel libro, sono presentate nella loro obiettiva verità storica: una semplice raccolta di critiche costruttive che il monaco agostiniano rivolse alla Chiesa romana nella speranza di ottenere un ritorno alla spiritualità. Furono dunque il momento favorevole, l’indifferenza di Roma, ma soprattutto l’incredibile diffusione della stampa a trasformare uno spunto di riflessione in una riforma vera e propria. Sì, perché a soli cinquant’anni dalla rivoluzione di Gutenberg l’informazione non circolava più attraverso la limitata corrispondenza privata degli umanisti ma in forma di libri, opuscoli, volantini, immagini stampate, tutto materiale che moltiplicava la diffusione della conoscenza. Compresa quella dei mondi esotici, come dimostra l’incredibile popolarità della xilografia di Dürer dedicata al rinoceronte indiano Ulisse, ospitato nel recinto reale di Lisbona e dono del governatore delle Indie Albuquerque al re del Portogallo.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Il 1517 è anche l’anno in cui fanno comparsa due grandi potenze straniere: gli Ottomani da una parte e l’Impero moscovita zarista dall’altra. Roma, Bisanzio, Mosca, ecco dunque la “terza Roma”. Sarà <span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Sigismund_von_Herberstein">Sigmund von Herberstein</a></u></span>, una sorta di Marco Polo tedesco, che in qualità di legato dell’imperatore Massimiliano farà un resoconto dettagliato dei territori immensi del nuovo Cesare. Il suo <i>Rerum Moscoviticarum Commentarii</i> quadruplicherà l’elenco dei fiumi e delle località note tanto da permettere il primo vero aggiornamento delle conoscenze geografiche. Herberstein saprà inoltre riportare anche un’analisi attenta del carattere del popolo russo che metterà in risalto il servilismo dei sudditi rispetto ai superiori, la smania di potere e il dispotismo dei potenti. Aspetti sociali che in cinquecento anni non sembrano molto cambiati.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>1517. Storia mondiale di un anno</i>, diciamolo, è anche un bel libro dal punto di vista grafico-editoriale, a cominciare dalla suggestiva copertina con la riproduzione del rinoceronte di Dürer. Ma anche per la scelta dei caratteri tipografici e per l’impaginazione impeccabile e ariosa, che dà respiro alla lettura. Conta anche questo, in editoria, specie in tempi di omologazione e di sensazionalismo a tutti i costi. Lo so, dell’editore Roberto Keller ho già parlato altrove, sempre <span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/01/29/homo-bulgaricus/">qui</a></u></span> su NI. Merita comunque l’ennesimo applauso.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Un’ultima nota. Il Medioevo è stato archiviato eppure ancora oggi ci sono pubblicazioni, riviste e blog che trattano della battaglia degli spettri di Verdello come di un fenomeno paranormale realmente accaduto. Questo fa pensare che mezzo millennio non è ancora bastato per sconfiggere le nostre paure. </span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">74660</post-id>	</item>
		<item>
		<title>In principio era l’Ulisse</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2018/03/16/in-principio-era-lulisse/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2018/03/16/in-principio-era-lulisse/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Mar 2018 06:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[James Joyce]]></category>
		<category><![CDATA[libreria]]></category>
		<category><![CDATA[Noel Riley Fitch]]></category>
		<category><![CDATA[parigi]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
		<category><![CDATA[Saggio]]></category>
		<category><![CDATA[Shakespeare and Company]]></category>
		<category><![CDATA[Sylvia Beach]]></category>
		<category><![CDATA[Ulysses]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=72930</guid>

					<description><![CDATA[di Romano A. Fiocchi Noel Riley Fitch, La libraia di Joyce. Sylvia Beach e la generazione perduta, Il Saggiatore, 2004. In principio era l’Ulisse, l’Ulisse era presso Sylvia Beach e l’Ulisse era Sylvia Beach. Ecco, così si possono sintetizzare le 559 pagine di un libro che un cultore di Joyce non può evitare di leggere. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-72931" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/libraia-joyce.jpg" alt="" width="320" height="494" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/libraia-joyce.jpg 320w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/libraia-joyce-194x300.jpg 194w" sizes="auto, (max-width: 320px) 100vw, 320px" />di <strong>Romano A. Fiocchi</strong></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Noel Riley Fitch</b>, <i>La libraia di Joyce. Sylvia Beach e la generazione perduta</i>, Il Saggiatore, 2004.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">In principio era l’<i>Ulisse</i>, l’<i>Ulisse</i> era presso Sylvia Beach e l’<i>Ulisse</i> era Sylvia Beach. Ecco, così si possono sintetizzare le 559 pagine di un libro che un cultore di Joyce non può evitare di leggere. È la storia di una giovane americana che il 17 novembre di novantanove anni fa aprì una libreria in rue de l’Odéon, a Parigi, sulla riva sinistra della Senna. Lei si chiamava appunto Sylvia Beach, la libreria era la Shakespeare and Company. Attenzione, non la Shakespeare and Company tuttora esistente in rue de la Bûcherie. Quest’ultima, fondata da George Whitman nel 1951 e oggi gestita dalla figlia, Sylvia Whitman, venne inaugurata con il nome di Le Mistral e diventò Shakespeare and Company in onore di Sylvia Beach nell’aprile del 1964, due anni dopo la sua scomparsa. Certo, anche nella libreria di George Whitman (<span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://shakespeareandcompany.com/">qui</a></u></span> il sito) i nomi dei frequentatori sono da brivido: Allen Ginsberg, William Burroughs, Anaïs Nin, Richard Wright, Julio Cortázar, Henry Miller, Lawrence Durrell, giusto per citarne qualcuno.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Ma lo splendido volume di Noel Riley Fitch, <i>La libraia di Joyce</i>, non fa cenno della libreria di George Whitman, nonostante arrivi all’anno della morte di Sylvia Beach. La Fitch si concentra sulla ricostruzione meticolosa e approfondita della biografia della piccola libraia americana a partire dal suo ambiente familiare e culturale – era nata a Baltimora, figlia di un pastore presbiteriano di Princeton – sino all’incontro con quelli che chiama i suoi tre amori: Adrienne Monnier, James Joyce e la Shakespeare and Company. È attorno a questi tre amori che ruota tutto il libro.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Il primo è un amore discreto ma duraturo tra due appassionate di libri. Adrienne Monnier, scrittrice ed editrice, è la proprietaria della libreria La Maison des Amis de Livres, collocata sul lato opposto di rue de l’Odéon. Sylvia ne farà la sua compagna di vita per trentotto anni. Il secondo amore è uno scrittore conosciuto quasi per caso al ricevimento degli Spire nel luglio 1920. L’incontro è proverbiale: lo scrittore è seduto nella biblioteca, rifugiato lì per sfuggire all’imbarazzo di un pessimo scherzo che gli ha fatto Ezra Pound, anche lui presente al ricevimento. Sylvia gli si avvicina e chiede con timore:</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">– <span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Il grande James Joyce? </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">– <span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">James Joyce, – risponde lui, porgendole con fermezza una fragile mano.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">È l’inizio di un rapporto di amicizia e di stima reciproca, quella di Joyce talvolta un po’ opportunista, che porterà Sylvia Beach a pubblicare l’unico e il solo libro per cui la Shakespeare and Company darà il tutto per tutto e rasenterà più volte il fallimento: <i>Ulisse</i>.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Il terzo amore di Sylvia Beach è proprio questa, la sua libreria. La Shakespeare and Company era una semplice libreria con funzioni di biblioteca, di quelle che, come si usava allora, non solo vendevano ma prestavano i libri dietro una forma di abbonamento. Ma era anche e soprattutto un centro di aggregazione di artisti, di scrittori, di letterati, di semplici bibliofili. Nei mitici anni Venti parigini la frequentarono, attratti da una sorta di magnetismo, personaggi come Thomas Stearns Elliot, André Gide, Ernest Hemingway, Ezra Pound, Gertrude Stein, Paul Valéry, persino musicisti innovativi come George Antheil. L’elenco si estenderà negli anni Trenta a nomi del calibro di Samuel Beckett, Simone de Beauvoir, Walter Benjamin, anche se gli effetti della grande depressione seguìta al crollo di Wall Street del ’29 e i venti di guerra che inizieranno a soffiare con l’avvento di Hitler ridurranno drasticamente l’attività della libreria.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>La libraia di Joyce</i> è dunque anche la ricostruzione del clima artistico-letterario di quel periodo, di una Parigi diventata patria culturale di decine di migliaia di cittadini americani. Lo scopo della Shakespeare and Company, in tutti i suoi anni di esistenza, sarà sempre quello di promuovere lo scambio culturale e l’amicizia tra gli autori americani e quelli francesi ed europei in generale. E fa davvero specie, così come emerge dal libro, vedere questo crogiolo di straordinarie potenzialità implodere lentamente e dissolversi di fronte al dilagare del nazismo. Sylvia Beach sarà una dei pochi americani che non lasceranno la capitale francese neppure dopo l’occupazione tedesca. Sapeva che a rischiare erano più che altro i suoi amici, e lei sarebbe rimasta per aiutarli. Ma a darle davvero forza era probabilmente la carica di ottimismo accumulata dopo aver affrontato un’avventura credo unica nella storia editoriale: la pubblicazione nel 1922 del più impubblicabile dei libri, l’<i>Ulisse</i>. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Che non fu una passeggiata, specie per una libraia che non era mai stata editrice, lo testimonia una molteplicità di aspetti. Si trattava innanzi tutto di realizzare un libro di una certa dimensione, con particolari caratteristiche editoriali che andassero incontro ai desideri di uno scrittore esigente come Joyce. Un libro già sotto processo per pornografia negli Stati Uniti dopo una pubblicazione parziale a puntate sulla rivista newyorkese <i>The Little Review</i>, un libro che nessuno aveva più il coraggio di pubblicare. Per trovare una tipografia disponibile, Sylvia Beach dovette andare sino a Digione, da Maurice Darantière, con cui si accordò per la stampa di una prima tiratura di mille copie, di cui cento su carta a mano olandese e con copertina di carta blu rilegata in marocchino dello stesso colore. Lavoro immane anche quello delle bozze, continuamente rifatte con correzioni e integrazioni di intere pagine aggiunte all’ultimo momento dallo stesso Joyce e ricopiate da tipografi francofoni che non conoscevano una sola parola di inglese. Poi c’era il lavoro di segreteria. Joyce incominciò ad utilizzare la Shakespeare and Company, quindi Sylvia Beach e le sue collaboratrici, come se fosse una struttura a disposizione sua e del suo <i>Ulisse</i>: inviti, spedizioni, contatti, fermo posta, richiesta di recensioni, presentazioni, e così via. La Shakespeare and Company fu coinvolta anche nelle questioni legali dovute alla pubblicazione di copie pirata, a partire da quella clamorosa dell’editore americano Samuel Roth. O, viceversa, al contrabbando di copie originali in nazioni dove ne era vietata la vendita.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-72932" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/Ulysses-cover.jpg" alt="" width="284" height="360" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/Ulysses-cover.jpg 284w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/Ulysses-cover-237x300.jpg 237w" sizes="auto, (max-width: 284px) 100vw, 284px" />Dalla storia della pubblicazione dell’<i>Ulisse</i> emergono due immagini contrastanti dei protagonisti: la tenacia e la generosità di Sylvia Bech e la fragilità di un Joyce pieno di ossessioni e spesso dedito all’alcol, squattrinato ma sempre pronto a vivere oltre le sue possibilità a scapito di amici e conoscenti, arrivando al punto di sfruttare le risorse economiche della stessa Sylvia e di “tradirla”, dopo undici edizioni, cedendo i diritti ad un importante editore americano.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Sylvia accettò tutto senza risentimento. Amava Joyce e le sue opere nonostante tutto. La sua soddisfazione non era soltanto vendere o prestare libri, di Joyce o di altri, ma aiutare la creatività e intrecciare una rete di amicizie. Fra le numerose prove di altruismo, l’aiuto e l’ospitalità che insieme ad Adrienne diede alla fotografa Gisèle Freund, giovane rifugiata ebrea di Berlino espulsa dalla Francia. Ma anche a Gordon Craig e alla sua famiglia, rinchiusi dai tedeschi e salvati grazie all’intercessione di un cliente della Shakespeare and Company che fece da tramite con la Gestapo e assicurò che i Craig non fossero di origine ebrea.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Joyce, dopo varie incertezze, rifiuterà alla Shakespeare and Company persino la sua prima edizione del <i>Finnegans Wake</i>, che uscirà contemporaneamente in Inghilterra e negli Stati Uniti il 4 maggio 1939, mentre Hitler attuerà l’invasione della Cecoslovacchia e della Polonia. Ma per mettere la parola fine all’esperienza della Shakespeare and Company e a tutto ciò che era stato bisognerà aspettare il 7 dicembre 1941, quando i giapponesi bombarderanno Perl Harbour e l’America entrerà in guerra. Lì Sylvia Beach incomincerà davvero a temere non tanto per sé, in quanto americana, ma per la sua libreria. E non avrà tutti i torti. Ecco come il libro della Fitch riporta le battute finali:</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">«Alla fine di dicembre (1941) l’ufficiale tedesco che voleva la sua unica copia di <i>Finnegans Wake</i> ricomparve alla porta della Shakespeare and Company. Chiese dov’era il libro e Sylvia gli rispose che l’aveva nascosto. Questa volta la sua resistenza fu vana: “Verremo a confiscare il suo negozio” annunciò l’ufficiale, tremando di rabbia. Non appena se ne fu andato, Sylvia corse dalla portinaia, che le concesse gratuitamente un appartamento libero al quarto piano. Sylvia si rivolse a Saillet, che le chiese se non poteva attendere l’anno nuovo per spostare le sue giacenze. Non poteva. Temeva la confisca di Shakespeare and Company più della prigione. A tempo di record (Sylvia racconta di averci messo due ore), usando scatole e cesti per la biancheria, lei, Adrienne, Saillet e la portinaia spostarono oltre cinquemila libri, migliaia di lettere, quadri, tavoli, sedie, insegne e perfino lampade, i fili per la luce e gli interruttori, portandoli al sicuro al quarto piano. Chiamò un falegname per smontare gli scaffali e un imbianchino per cancellare la scritta sulla facciata del negozio. Dopo anni di sogni, mesi di progetti e ventidue anni di ciò che lei chiamò “pilotare una piccola libreria attraverso due guerre”, Shakespeare and Company scomparve in un baleno».</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Ciò che ripetuti assalti di difficoltà economiche non erano riusciti a ottenere, riuscì invece ai nazisti. Alcuni mesi più tardi, i tedeschi arrestarono Sylvia Beach e la internarono prima nello zoo del Bois de Boulogne, quindi a Vittel. Ma i tesori della Shakespeare and Company restarono nascosti sino al momento della liberazione. La libreria non venne mai più riaperta, neppure a distanza di anni.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Di Sylvia Beach, per chi volesse farsene un’idea anche fisica, restano delle interessanti interviste registrate, in inglese o in francese, da lei rilasciate durante l’ultimo periodo della sua esistenza, quello degli onori. Con l’avvio delle ricorrenze annuali del Bloomsday (termine da lei coniato) e il diffondersi di un vero e proprio culto per Joyce, il suo nome tornò alla ribalta. <span style="color: #0000ff;"><u><a href="http://www.ina.fr/video/I10361985/james-joyce-a-montparnasse-video.html">Qui</a></u></span>, ad esempio, è un’intervista resa disponibile dagli archivi dell’INA, l’ente nazionale francese incaricato della conservazione delle documentazioni audiovisive. Sylvia parla ovviamente in francese, la sua lingua di adozione.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Alla sua morte, nonostante le obiezioni dei suoi amici francesi e i suoi quarantasei anni trascorsi a Parigi, le sue ceneri vennero sepolte a Princeton, nel New Jersey.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2018/03/16/in-principio-era-lulisse/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">72930</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Fabio Aguzzi, il male di vivere</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2018/01/15/fabio-aguzzi-male-vivere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jan 2018 06:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Accademia di Brera]]></category>
		<category><![CDATA[brera]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Aguzzi]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[pittura]]></category>
		<category><![CDATA[pittura contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=71878</guid>

					<description><![CDATA[di Romano A. Fiocchi È passato un anno. Dicono che fosse ossessionato dalla luce, dalla possibilità di catturarla e costringerla lì, sulla tela. Obbiettivo ambizioso e stimolante, per un artista. Eppure non sufficiente per sconfiggere il male di vivere: Fabio Aguzzi ha spento quella luce con un colpo di pistola la sera del 31 dicembre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_71879" aria-describedby="caption-attachment-71879" style="width: 235px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-71879 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Fabio-Aguzzi.jpg" alt="" width="235" height="332" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Fabio-Aguzzi.jpg 235w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Fabio-Aguzzi-212x300.jpg 212w" sizes="auto, (max-width: 235px) 100vw, 235px" /><figcaption id="caption-attachment-71879" class="wp-caption-text">Fabio Aguzzi</figcaption></figure>
<p>di <b>Romano A. Fiocchi</b></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Arial Unicode MS', sans-serif;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">È passato un anno. Dicono che fosse ossessionato dalla luce, dalla possibilità di catturarla e costringerla lì, sulla tela. Obbiettivo ambizioso e stimolante, per un artista. Eppure non sufficiente per sconfiggere il male di vivere: Fabio Aguzzi ha spento quella luce con un colpo di pistola la sera del 31 dicembre 2016, nella sua casa di Vidigulfo, mentre altrove ci si preparava al veglione di San Silvestro. Unici testimoni il suo abituale bicchiere di whisky e l’immancabile sigaro, così l’articolo del quotidiano La Provincia Pavese datato 2 gennaio 2017. Lo stesso giornale, qualche settimana fa, segnalava che l’Art Cafè di Casteggio, ultimo luogo visitato dall’artista, gli dedicherà una piccola mostra antologica.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Arial Unicode MS', sans-serif;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Non lo conoscevo personalmente ma mi fermavo sempre a osservare le due vetrine del suo studio milanese al numero sedici di via Brera, un paio di edifici prima della sede della storica </span><span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://www.accademiadibrera.milano.it/it/home.html"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Accademia di Belle Arti</span></a></u></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">. Dove lui aveva insegnato, tra l’altro, dopo averla frequentata come studente. Ci passo ancora, in via Brera, e ogni volta non posso fare a meno di guardare quelle vetrine. I primi giorni dopo la sua scomparsa erano nascoste da pannelli metallici con modanature che in questo stabile scorrono da sotto in su, alternativa di buon gusto alle anonime saracinesche. Poi, per un po’ di tempo, le vetrine sono tornate visibili e hanno esposto le sue ultime opere con un biglietto: </span><em><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><i>Per informazioni sui dipinti di Fabio Aguzzi (1953-2016) telefonare al 328 4756221. For info tel. 0039 328 4756221</i></span></em><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><i><b>.</b></i></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"> Segno evidente che qualcuno si stava occupando di svuotare i locali. Ecco la cosa che più mi disorienta: sapere che Fabio Aguzzi abbia voluto abbandonare con determinazione assoluta tutto questo, il suo studio, i suoi lavori, le sue vetrine sul mondo. Voglio dire, quando leggo di Van Gogh che si è sparato in mezzo ad un campo di grano con la sola compagnia dei corvi che gli svolazzavano negli occhi e nella mente, oppure di Hemingway che l’ha fatta finita con un colpo di fucile in bocca, oppure di Guido Morselli che chiamava amorevolmente “la mia ragazza dall’occhio nero” la pistola con cui si sarebbe ammazzato, mi sembra quasi di accettare il suicidio come un complemento della loro opera, come l’ultima pagina di un romanzo. Sono personaggi, non più uomini. Poi ti capita di trovartelo lì vicinissimo, un artista suicida, così vero che magari ti è passato accanto qualche volta mentre percorrevi via Brera, o ti ha guardato da dentro lo studio mentre eri fermo davanti alle vetrine con le sue opere. Allora senti il peso di quel gesto estremo, capisci che a compierlo è un uomo come te, forse soltanto più solo e più disperato. E che anche quelli che ti sembrano personaggi sono così, uomini come te, soltanto più soli e più disperati.</span></span></p>
<figure id="attachment_71880" aria-describedby="caption-attachment-71880" style="width: 720px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-71880 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Aguzzi-lo-studio-chiuso.jpg" alt="" width="720" height="368" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Aguzzi-lo-studio-chiuso.jpg 720w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Aguzzi-lo-studio-chiuso-300x153.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /><figcaption id="caption-attachment-71880" class="wp-caption-text">Lo studio di Aguzzi in Brera chiuso</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Arial Unicode MS', sans-serif;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Ma chi era Fabio Aguzzi e cosa – non diciamo </span><em><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><i>produceva</i></span></em><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">, ma creava, a quale genere di invenzioni pittoriche dava vita. Nato nel 1953, da sempre divideva la sua vita tra Milano e Vidigulfo, provincia di Pavia. Portato per il disegno sin da bambino, viene indirizzato al liceo artistico e all’Accademia di Belle arti di Brera su suggerimento della stessa insegnante delle scuole elementari. È allievo dello scultore Alik Cavaliere (1926-1998) e del pittore Vincenzo Ferrari (1941-2010), fa da assistente allo studio di Annibale Biglione (1923-1981). A Brera, come ho detto, finirà anche per insegnarvi. Per i suoi dipinti predilige formati di grandi dimensioni, per quanto i soggetti siano spesso piccole cose come tazze, sigari, spazzole, vecchi giocattoli, grappoli d’uva, gusci di uova, noci, strumenti da fabbro e da falegname, e così via.</span></span></p>
<figure id="attachment_71881" aria-describedby="caption-attachment-71881" style="width: 385px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-71881 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Aguzzi-uva.jpg" alt="" width="385" height="332" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Aguzzi-uva.jpg 385w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/Aguzzi-uva-300x259.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 385px) 100vw, 385px" /><figcaption id="caption-attachment-71881" class="wp-caption-text">Fabio Aguzzi &#8211; Uva</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Arial Unicode MS', sans-serif;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">La tela è lo spazio in cui il piccolo oggetto quotidiano viene ingrandito, analizzato nei dettagli attraverso velature sovrapposte, alla maniera fiamminga. C’è stato anche un periodo di nudi di donna, più recente un periodo di paesaggi, ma è la natura morta resa viva dalla luce che ho sempre visto in quelle due vetrine del suo studio: cesti di frutta, fiori, sedie, vasi di vetro, bicchieri, conchiglie, tutto di gusto verista più che iperrealista. Talvolta sono stato tentato di entrarvi, e mi pento di non averlo mai fatto. Mi fermavo e osservavo, cercavo di leggere le immagini, perché un dipinto che è vero dipinto ti parla comunque, senza bisogno di alcuna audioguida o catalogo introduttivo. E ora, che so come è finita, la lettura di quei dipinti assume tutto un altro tipo di intensità: quella dei sogni, della ricerca di una verità in bilico tra vita e non-vita.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Ha scelto una fine da artista, – mi ha detto un amico, docente in un liceo artistico, che lo conosceva di persona. Ma io continuo a passare davanti a quelle vetrine, che ora non espongono nemmeno più i suoi ultimi lavori bensì quelli di un altro artista iperrealista, Saverio Polloni. Intanto continuo a pensare a quel whisky abbandonato sul tavolino della sua casa di Vidigulfo, al sigaro spento, e mi chiedo: perché.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Arial Unicode MS', sans-serif;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Il suo sito è ancora on-line, </span><span style="color: #0000ff;"><u><a href="http://www.fabioaguzzi.it/"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">qui</span></a></u></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">, come una lapide virtuale lasciata a vagare nel ciberspazio. Per il resto, la sensazione è che tutto il lavoro creativo di una vita sia già stato inghiottito – immeritatamente – dall’oblio.</span></span></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">71878</post-id>	</item>
		<item>
		<title>La pioggia è un coro di gocce</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/05/17/la-pioggia-un-coro-gocce/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2017/05/17/la-pioggia-un-coro-gocce/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 May 2017 05:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Chicca Gagliardo]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=67987</guid>

					<description><![CDATA[di Romano A. Fiocchi Chicca Gagliardo, Il poeta dell’aria. Romanzo in 33 lezioni di volo, Hacca, 2014. Ci sono libri che ti fanno smettere di fumare, libri di diete, libri nati per intrattenerti e basta, e libri così, come Il poeta dell’aria, che ti insegnano a volare in trentatré lezioni. Posso garantire che ho iniziato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-67988" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/copertina-Poeta-dell-aria.jpg" alt="copertina Poeta dell aria" width="335" height="491" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/copertina-Poeta-dell-aria.jpg 335w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/copertina-Poeta-dell-aria-205x300.jpg 205w" sizes="auto, (max-width: 335px) 100vw, 335px" />di <b>Romano A. Fiocchi</b></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Chicca Gagliardo</b>, <i>Il poeta dell’aria. Romanzo in 33 lezioni di volo</i>, Hacca, 2014.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Ci sono libri che ti fanno smettere di fumare, libri di diete, libri nati per intrattenerti e basta, e libri così, come <i>Il poeta dell’aria</i>, che ti insegnano a volare in trentatré lezioni. Posso garantire che ho iniziato a volare sin dalla prima. Perché il volo che ti insegna Chicca Gagliardo è il volo in un’altra dimensione, una sorta di teoria delle relatività in versione poetica. Non si tratta di invenzioni grottesche o di bizzarrie dal sapore surrealista, ma proprio di istruzioni per l’uso di una visione “altra” della realtà. Ed è un po’ come la curvatura dell’universo: una volta che afferri il concetto, è impossibile tornare a concepire la cosa in modo differente. Ecco perché, scrive Chicca Gagliardo, la visionarietà della poesia e della scienza non sono mai state tanto vicine.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Tutto è iniziato in metrò mentre leggevo la prima pagina del Preludio, <i>Il paesaggio dell’aria</i>. Lì si apprende che all’interno della città visibile c’è un paesaggio fatto di aria che scorre trasparente tra piazze, strade e vicoli. Aria che sale, scende, cambia corrente, ora un soffio ora una raffica, onde di aria che si infrangono sugli edifici, sugli alberi, sui lampioni. Quando sono uscito dal metrò, ho sentito che mi immergevo in cunicoli fatti di aria, che respiravo i respiri degli altri passeggeri, che mi muovevo nel negativo (in senso fotografico) di un mondo di cui avevo visto sempre soltanto il positivo. Da allora, tutte le volte che scendo in una metropolitana o percorro strade attraversate dal vento, mi sento come il Poeta dell’aria. E come lui sento la vertigine della consapevolezza: l’aria è materia consistente, la stessa consistenza di tutto ciò che ha un corpo. È solo più leggera, essenziale come lo è la simbologia dei sogni. Ma l’aria può avere anche uno stato d’animo, che non è altro se non il vento. Ed è addirittura di vari colori a seconda dell’intensità. Insomma, il nulla è cosa palpabile, esiste, e se puoi afferrare questa idea puoi diventare un poeta – questo ti dice il Poeta dell’aria.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Ma <i>Il poeta dell’aria</i> è tante altre cose. Gli appunti che ho preso sulla pagina prima della terza di copertina mi portano a rileggere alcuni brani, come questo: “La musica è fatta d’aria, le note scorrono nell’aria, senza aria non ci sarebbe musica. La musica, che è invisibile, è l’arte più metafisica. E anche la più fisica: ha il potere di trascinare il corpo. Ogni nota appare fino a che l’aria la sostiene, poi la forza di gravità la fa cadere e la nota si dissolve. Ogni nota viene dal nulla e torna nel nulla”. Ci sono qua e là nella prosa della Gagliardo versi di poesia pura, semplice, leggera come il Poeta dell’aria. Sentite anche questo: “La pioggia è un coro di gocce”. Ecco un’altra verità filosofica che una volta appresa non dimentichi più. Quando ti capita di uscire per strada sotto la pioggia, ti rifiuti di aprire l’ombrello, vuoi sentire ancora una volta il coro di gocce. Che si fa musica metafisica, ossia poesia.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Poi ci sono le ombre, quella parte di noi che tutti ci dimentichiamo, che consideriamo estranee a noi e invece non lo sono. Le ombre sono esseri autonomi che ci seguono, nostri alter ego – poetici perché dimenticati – che invece di stare attenti a non sfiorarsi con spalle e gomiti come facciamo noi, si incrociano e si sovrappongono. Sono creature già di per sé straordinarie in quanto gli unici corpi bidimensionali esistenti in natura, esistono come esiste l’aria ma esistono solo per chi le percepisce. E percepirle non è cosa facile perché il cervello ritiene inutile la loro presenza e fa sì che vengano ignorate. Per vederle devi quindi volerlo, devi concentrarti, solo così ti accorgi che questi nostri doppi hanno caratteristiche opposte e complementari alle nostre: le ombre sono ombre nella luce, noi siamo ombre quando non c’è luce.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-67989" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/klein-foto-by-Shunk.jpg" alt="klein - foto by Shunk" width="417" height="521" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/klein-foto-by-Shunk.jpg 417w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/klein-foto-by-Shunk-240x300.jpg 240w" sizes="auto, (max-width: 417px) 100vw, 417px" />Ma il Poeta dell’aria non vive da solo, con lui c’è lo Stormo di Volatori. Hanno nomi strani, come Zuzù (che è un equilibrista), Oboe, Malva, Ulu, gente che sa quanto la poesia sia respiro, gente spinta a volare da qualcosa di profondamente intimo, a volte impossibile da scoprire. Se lo chiedi a Ulu, a seconda del suo umore ti senti rispondere che a spingerla al volo è stata la sua voce d’ambra portata dal caos, oppure la sua voce d’ombra portata dal caso. Sono i giochi di parole di Chicca Gagliardo, suoni e significati che si intrecciano, che sfumano in poesia visiva dal sapore quasi futurista: le impressioni di Malva sulla scala diventano parole graficamente collocate in verticale come gradini, le voci nascoste sul fondo dell’aria finiscono in calce a una pagina bianca come schiacciate dal vuoto, un punto – inteso proprio come segno grafico – significa arrivo e partenza, significa un minuscolo segno scuro inciso dalla punta di una penna e sospeso là, nello spazio vuoto tra il titolo del capitolo e le prime parole.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Al di là di tutti questi letterari giochi di prestigio, Chicca Gagliardo ci mostra la prova dell’esistenza del Poeta dell’aria: una fotografia del body-artist <span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Yves_Klein">Yves Klein</a></u></span> che si tuffa da una finestra, immortalato dallo scatto del grande Harry Shunk. Ed è questa immagine ad incarnare lo spirito di tutto il libro. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Una nota sulla veste grafica. <i>Il Poeta dell’aria</i> è anche un piccolo capolavoro editoriale. I cinque elementi cari a Mardersteig – testo, carattere, inchiostro, carta, legatura – sono qui combinati dalle <span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://hacca.it/">edizioni Hacca</a></u></span> con grande raffinatezza. Lo dico da lettore non solo di libri cartacei ma anche di libri digitali: la versione in e-book di un libro così perderebbe tutto il suo fascino.</span></span></span></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2017/05/17/la-pioggia-un-coro-gocce/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">67987</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-04-17 09:25:59 by W3 Total Cache
-->