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	<title>romanzo contemporaneo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Guglielmo Embriaco detto il Malo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Oct 2019 06:00:30 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luigi Preziosi</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/45b0f915683e45b2b0ad9a77a12ab94c.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone wp-image-81225 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/45b0f915683e45b2b0ad9a77a12ab94c-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/45b0f915683e45b2b0ad9a77a12ab94c-197x300.jpg 197w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/45b0f915683e45b2b0ad9a77a12ab94c-250x380.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/45b0f915683e45b2b0ad9a77a12ab94c-200x304.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/45b0f915683e45b2b0ad9a77a12ab94c-160x243.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/45b0f915683e45b2b0ad9a77a12ab94c.jpg 421w" sizes="(max-width: 197px) 100vw, 197px" /></a></p>
<p>Marzo 1116. Dal porto di Genova salpa una galea, carica di merci, comandata da Guglielmo Embriaco detto il Malo, appartenente ad uno dei casati più illustri della città (gli Embriaci), e circondato dalla fama di eroe della crociata da poco terminata: è anche grazie alla sua idea di smontare le navi della flotta genovese per trasformarle in macchine da assedio e torri d’assalto che Gerusalemme è caduta.<br />
Dalla Terra Santa ha portato un vaso di smeraldo esagonale, in cui si dice che Cristo abbia mangiato l’agnello nell’ultima cena: qualcosa di molto simile al Graal, o forse proprio il Graal. Quindici anni prima, a Cesarea, un vecchio sapiente ebreo ha insinuato il dubbio che fosse un falso, asserendo che l’originale era stato trafugato: labili indizi lo darebbero rintracciabile in qualche località della Cornovaglia bretone. Dopo tanto tempo, ora Guglielmo vuole conoscere la verità. Per questo arma la Grifona, una galea di nuova concezione, e con più di 190 uomini fa rotta verso Gibilterra, puntando poi verso l’Atlantico, fino alla remota Bretagna francese, seguendo una rotta raramente prima battuta. Dopo un viaggio drammatico, ricco di avventure e di-savventure, di incontri, di agguati ed inseguimenti sul mare, di tempeste oceaniche di proporzioni mai viste dai marinai genovesi, arriverà alla meta, dove si confronterà con le memorie di antiche leggende, relative al regno di un tempo remoto di re Gradlon e e alla antica città sommersa di Ys.<br />
Ma gli episodi più inquietanti avvengono sulla galea, dove, nelle notti di novilunio, quando le tenebre avvolgono la nave, si sgrana la lugubre sequenza delle efferate uccisioni di tre ufficiali, ai quali viene viene ogni volta estirpato il cuore dal petto. Il comandante è costretto allora ad improvvisarsi inquisitore, con l’aiuto di un giovane scrivano, Oberto da Noli: l’indagine non dimostrerà altro che l&#8217;impotenza del comandante ad arrestare gli omicidi, e la soluzione si paleserà con diverse modalità, mostrando quali inaspettate forme possa assumere l&#8217;affermarsi della giustizia tra gli uomini. In parallelo alla ricerca di Guglielmo si dipana la storia di Giannetta Centurione, figlia di un ricco mercante genovese, mandata in moglie per motivi di fusione di patrimoni familiari al rampollo di una delle famiglie più in vista della città. Odiata dalla matrigna, e riottosa all’idea di un matrimonio di convenienza con chi non ama, riesce a far fiorire in sé un senso di spiccata indipendenza, manifestato sia nello scegliere un amore diverso da quello a cui è destinata, sia nel coraggio che la sorregge nel compiere scelte decisive per la sua stessa esistenza.<br />
Questa, in estrema sintesi, ed omettendo per evidenti motivi il finale, la storia raccontata da Giuseppe Conte in <em>I senza cuore</em> (Giunti, 2019), recente prova narrativa di un autore che ha percorso gli ultimi decenni della nostra letteratura cimentandosi innanzitutto con la poesia (si veda, a definirne l’accertato valore, l’Oscar Mondadori del 2015, giunto al culmine di una trentennale attività), ma capace di svariare con esiti altrettanto convincenti nella saggistica, nel teatro e nel romanzo. Nella prove narrative Conte applica con esito felice la propria disponibilità all’esplorazione di temi, trame ed anche soluzioni stilistiche diverse: se ne può misurare l’ampiezza anche solo confrontando il medioevo (non privo però di rimandi sottintesi alle penombre della nostra modernità) di <em>I senza cuore</em> con la bruciante contemporaneità del suo penultimo romanzo, <em>Sesso e apocalisse ad Istanbul</em>, uscito appena un anno fa, teso a rappresentare le angosce, che, pur radicate in un remoto passato, popolano ancora a pieno titolo i nostri giorni.<br />
I senza cuore fa propri i topoi classici di più di un genere letterario. E’ con tutta evidenza un robusto romanzo storico, per la sua precisa collocazione temporale: af-fascina il senso di autenticità che percorre tutto il libro, derivante dall’accurata ricostruzione storica, e dall&#8217;altrettanto accurata descrizione del mondo marinaresco medievale (a fine libro è presente perfino un glossario dei termini utilizzati). Figura sto-ricamente accertata è poi Guglielmo il Malo, detto anche Guglielmo Testa di Martello, a cui Conte attribuisce una personalità perennemente oscillante tra carnale ferocia ed ingenua religiosità: ne testimonia le gesta Jacopo da Varagine nella Cronaca della città di Genova (Guglielmo poi, prima di diventare protagonista del romanzo di Conte, attraverserà rapidamente anche la Gerusalemme liberata). Ed è Guglielmo che, di ritorno dalla Crociata, porterà con sé il vaso di smeraldo, che, altro elemento di verità storica, è attualmente conservato nel Tesoro di San Lorenzo a Genova. Di lui, però, dal 1112 in avanti non si hanno più notizie nelle cronache dell’epoca, il che autorizza la virata verso quel grado di libertà superiore consentita in linea generale dal romanzo di avventura, senza che perciò solo ne debba scapitare la densità di significato etico della narrazione. Con ciò Conte supera un pregiudizio storico (ultimamente per fortuna un po’ attenuato) nei confronti del romanzo d’avventura, e rende allo stesso tempo omaggio ad alcuni classici della narrativa anglosassone: basti pensare a Melville, Conrad, Stevenson&#8230;<br />
E l’avventura che sostanzia il romanzo è originata dall’ansia di conoscere la verità che ritorna dopo anni a tormentare Guglielmo, che trova occasione di manifestarsi anche durante l’infruttuosa inchiesta sugli omicidi dei suoi ufficiali. La declinazione (anche) poliziesca della trama, con tutto ciò che implica in tema di tensione verso la verità, può indurre ad accostare il protagonista al Guglielmo da Baskerville del Nome della rosa. Ma lo sforzo investigativo del Guglielmo di Eco tende all’affermazione della ragione sulle tenebre della superstizione: la conoscenza intuitiva empirica (la dimestichezza con l’uso del rasoio di Occam gli consente le semplificazioni necessarie allo scopo) è in grado di svelare i misteri del mondo che ci circonda. Guglielmo il Malo, pur respingendo le ipotesi di creature demoniache come autrici dei delitti, come invece sostiene il cappellano di bordo, vive invece un medioevo pieno, nel quale non si percepiscono ancora premonizioni del futuro umanesimo. La sua ricerca punta ad una verità metafisica: per gli uomini del suo tempo lo spirito pervade la materia ed il mondo non è tutto conoscibile.<br />
Guglielmo non è l’unico a cimentarsi con la ricerca della verità. Il romanzo brulica di personaggi, di cui Conte tratteggia bene i tratti essenziali a mano a mano che a ciascuno tocca una parte nella complessa macchina narrativa: dagli ufficiali massacrati Primo Spinola, Lanfranco Piccamiglio e Astor Della Volta, ognuno con caratteristiche caratteriali ben definite, al gelido tesoriere Bernardo Malocello, al cappellano don Rubaldo Pelle, al mastro d’ascia Carnac il mancino, arruolato durante la traversata e diventato in breve braccio destro di Guglielmo, a padre Brennan, custode nella biblioteca del suo convento di un insieme indistinto di memorie storiche e leggende, e tanti altri. Ed una rinnovata riflessione su se stessi, un diverso riconsiderare il modo di rapportarsi con il mondo sommuove alcune coscienze durante la navi-gazione: in particolare il mastro d’ascia Pietrabruna, che, sbarcato a Lisbona, lascia i compagni ed il suo antico comandante per immergersi nel misticismo sufi, e lo scrivano Oberto da Noli, che cerca armonia ed equilibrio in Seneca e Virgilio, autori appassionatamente compulsati durante la traversata; anche Giannetta in fondo sperimenterà la tensione verso il rinnovamento di sé, al termine di un itinerario psicologico certo non consueto.<br />
Ma la nostalgia della verità innerva una ragione più specifica, fondamento del viaggio della Grifona e del suo capitano. La ricerca di Guglielmo solo apparentemente è simile alle tante quêtes che affollano le narrazioni medioevali: ha, al contrario, una sua specifica originalità. Guglielmo non cerca, infatti, un oggetto miracoloso dall’incerta esistenza: lo possiede già, cerca invece la prova della sua autenticità. E’ dal possesso non dell’oggetto, ma della verità sull’oggetto, che potranno derivare gli effetti miracolosi che Guglielmo si aspetta, ed in cui crede. Ed allora, l’itinerario per questa ricerca non attraversa le selve in cui si erano aggirati Parsifal e Galaad, ma il mare, tant’è vero che è durante la lunga navigazione che gli uomini in ricerca a bordo della Grifona giungono a qualche forma di composizione delle inquietudini che li affliggono. Alla malia del mare, rappresentata con mano felice nella sua obiettiva naturalezza, nelle bonacce e nelle tempeste, Conte pare attribuire una sorta di funzione catartica, che supera la contingenza necessitata dall’economia della narrazione: se è ve-ro (Keats insegna) che la verità si rivela nella bellezza, è proprio nello smisurato splendore del mare che i naviganti della Grifona (e noi con loro) la possono cercare.</p>
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		<title>Ragazze elettriche in un mondo elettrico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Sep 2017 12:15:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Quanti miracoli ci vogliono? Non tanti. Uno, due, tre sono già molti. Quattro sono un’enormità, persino troppi.  Naomi Alderman ha scritto un romanzo violento, brutale, angosciante. Ragazze elettriche, appena pubblicato da Nottetempo Edizioni, è un viaggio senza ritorno &#8211; e senza miracoli &#8211; nell’intolleranza di genere. Ispirato dalla lettura de Il racconto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Francesca Fiorletta</b></p>
<blockquote><p><i><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-69512" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/ragazze-elettriche-d525.jpg" alt="" width="200" height="283" />Quanti miracoli ci vogliono? Non tanti. Uno, due, tre sono già molti. Quattro sono un’enormità, persino troppi. </i></p></blockquote>
<p>Naomi Alderman ha scritto un romanzo violento, brutale, angosciante. <i>Ragazze elettriche</i>, appena pubblicato da Nottetempo Edizioni, è un viaggio senza ritorno &#8211; e senza miracoli &#8211; nell’intolleranza di genere.</p>
<p>Ispirato dalla lettura de <i>Il racconto dell’ancella, </i>e supportato nella stesura dalla stessa Margaret Atwood [“che ha creduto in questo libro quando era ancora allo stato embrionale”, così scrive Alderman nei Ringraziamenti] Ragazze elettriche è un romanzo che ruota sostanzialmente attorno al pericoloso quanto invitante perno del potere. <span id="more-69511"></span></p>
<p>Un potere che, in una società secolarmente maschilista, per una volta s’immagina passare nelle mani delle donne. O meglio, a ben vedere, s’immagina letteralmente defluire dai palmi e dalla punta delle dita delle donne, per andare a irrorarsi e propagarsi a macchia d’olio, proprio attraverso una serie di vivide e adrenaliniche scariche elettriche.<br />
Le protagoniste dei primi episodi di questo tipo, le primissime giovani donne che sperimentano su di loro questo mirabolante <i>potere</i> appunto, sembrano a prima vista delle perfette vittime designate: vittime della violenza e della brutalità maschili, vittime del disamore, della cecità, prede molto coscienti del fuorviante vuoto pneumatico che attanaglia le loro vite.</p>
<p>Quest’elettricità, queste scariche furiose con cui sono in grado di colpire i loro simili, e specialmente gli uomini, sembrano dunque il giusto e meritato risarcimento per le loro disgustose sofferenze, nonché per le sofferenze millenarie che tutte le donne sono state sempre costrette a subire. Ma &#8211; ci si chiedeva all’inizio &#8211; <i>Quanti miracoli ci vogliono?<br />
</i>E soprattutto, qual è il confine fra difesa e attacco? Tra raziocinio e follia?<br />
Questo romanzo analizza, e lo fa in modo assolutamente cruento, forse addirittura spiazzante se si pensa che la mano che conduce la trama è una mano femminile, tutti gli scarti possibili fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, fra il bianco e il nero, l’integrazione e l’intolleranza.</p>
<blockquote><p><i>Il tema è: di quanti uomini abbiamo davvero bisogno? Riflettete, dicono. Gli uomini sono pericolosi. Gli uomini commettono la maggioranza dei crimini. Gli uomini sono meno intelligenti, meno diligenti, meno tenaci, hanno il cervello nei muscoli e nell’uccello. Gli uomini vanno più soggetti alle malattie e prosciugano le risorse del paese. Ovvio che sono indispensabili per fare i bambini, ma per quello scopo quanti ce ne servono? Non tanti quanto le donne. Naturalmente, per uomini buoni, puliti, ubbidienti, ci sarà sempre un posto. Ma quanti ce ne sono? Forse uno su dieci. </i></p></blockquote>
<p>Ecco il risvolto, ugualmente maniacale, parossistico e dittatoriale, del regime &#8211; anch’esso distopico, anche se in maniera forse meno evidente &#8211; che incontriamo ne <i>Il racconto dell’ancella </i>di Margaret Atwood, in cui le donne venivano divise in caste, giudicate “buone” o “cattive” [tendenzialmente con lo stesso rapporto di “uno su dieci”] e utilizzate letteralmente al solo scopo della procreazione.<br />
Ma possono gli uomini diventare tutti indistintamente dei nemici da abbattere, torturare, (e sì) violentare? Può l’odio secolarmente represso nella sfera femminile invadere così tanto la stirpe umana, da trasformare il mondo intero in uno scenario lugubre di guerriglia più o meno legalizzata?<br />
Ovviamente no, ma il punto non è questo. Il punto è ancora &#8211; e a maggior ragione vien da chiederselo, dopo la lettura di quest’intenso romanzo di Naomi Alderman &#8211; di quanti miracoli avremmo bisogno per far convivere civilmente le sacrosante differenze di genere.</p>
<p>[L&#8217;autrice sarà ospite del <em>Festival Letteratura</em> di Mantova <strong>venerdì 8 settembre ore 17:15</strong> e parlerà del romanzo con Michela Murgia.]</p>
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		<title>Nina, il testo, la scrittura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Mar 2011 15:19:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Bertante]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[daniele giglioli]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo contemporaneo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniele Giglioli Tanti anni fa, in un’intervista, Cesare Garboli propose il seguente paradosso: bisognerebbe far sposare Niccolò Ammaniti e Isabella Santacroce, perché il primo sa raccontare ma non sa scrivere, la seconda sa scrivere ma non raccontare. Messi insieme farebbero scintille. La battuta è brillante, il retroterra in cui affonda un po’ meno: la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/PARADOSSO.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-38546" title="PARADOSSO" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/PARADOSSO-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a>di <strong>Daniele Giglioli</strong></p>
<p>Tanti anni fa, in un’intervista, Cesare Garboli propose il seguente paradosso: bisognerebbe far sposare Niccolò Ammaniti e Isabella Santacroce, perché il primo sa raccontare ma non sa scrivere, la seconda sa scrivere ma non raccontare. Messi insieme farebbero scintille. La battuta è brillante, il retroterra in cui affonda un po’ meno: la sempiterna scissione tra scrittore e narratore, Balzac e Flaubert, Moravia e Gadda, e peggio ancora il lamento classico del critico secondo cui, maledizione, qui da noi chi ha qualcosa da dire non sa dirlo, e chi parla bene non ha nulla in testa. Ma mi è tornata in mente quando, finita la lettura di <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B0067K1VPA/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B0067K1VPA&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><strong>Nina dei lupi</strong></a> (Marsilio, 221 pagg., 18,50 euro, seconda prova di <strong>Alessandro Bertante</strong>), mi sono sorpreso a pensare: un bellissimo romanzo scritto male. Un paradosso ancora peggio di quello di Garboli. E non ci si aspetti che il recensore tiri fuori dal cappello una qualche sorta di coniglio dialettico per dimostrare che la contraddizione è solo apparente: no, la contraddizione è reale, specie per chi non crede affatto che un testo letterario possa essere scomposto in “livelli” (intreccio buono, storia appassionante, personaggi belli, stile così così…). <span id="more-38545"></span>Gli “aspetti del romanzo” possono essere distinti solo in via teorica. Nella pratica, il testo è uno, e cade o resta in piedi come tale. Quello di Bertante sta ampiamente in piedi, si legge con passione, ha una capacità porosa e quasi magnetica di includere il lettore nel mondo narrato, costringendolo a guardarlo con lo stesso sguardo dell’autore. Dunque funziona, e se funziona vuol dire che va bene anche la scrittura. Non “nonostante” i suoi difetti (ce ne sono a rigore anche di lingua, di grammatica perfino, e l’autore dovrebbe avere una franca spiegazione col suo editor, visto che di solito i peggiori pasticci capitano in fase di revisione); ma anche grazie a essi, il che resta ancora da spiegare.<br />
Ricominciamo allora dalla trama. Come molti suoi contemporanei (Longo, Zanotti, per non citare che i più prossimi), e come tantissimo cinema, Bertante ha ambientato Nina dei lupi in un mondo post-catastrofico. Passata è sulla specie degli uomini “la sciagura”: prima le crisi finanziarie, poi un generale impazzimento (scandito e forse provocato dall’apparizione di sinistri segni in cielo che sembrano tracciati dalla mano di un bambino) che ha trasformato l’umanità civilizzata in un’accolita di razziatori. La post-storia ritorna alla preistoria. Niente elettricità, niente automobili, armi da fuoco a esaurimento, mazze e lame per contendersi le pochissime risorse disponibili. In un villaggio, Piedimulo, situato alle pendici di una catena montuosa non meglio identificata, una comunità si industria a sopravvivere puntando sull’isolamento. Fatta saltare la galleria che la connette al resto della terra abitata, si organizza sulla base di una meticolosa divisione del lavoro, mette in comune gli orti, le bestie e le provviste, e spera di cavarsela. Invano: dal mondo esterno penetra una banda di predoni che uccide la maggior parte degli abitanti del paese e riduce in schiavitù i pochi rimasti. Dalla catastrofe si salva Nina, dodicenne all’indomani delle sue prime mestruazioni, nipote del sindaco che aveva tentato di restaurare a Piedimulo una parvenza di ordine. Fugge sulla montagna, viene accolta da un uomo che vive solo con due lupi, sopravvive all’inverno, alle durezze estreme dell’ambiente alpino, al ripopolarsi senza freno della natura selvaggia – branchi di lupi, daini, misteriosi uccelli che l’uomo dice chiamarsi grifoni. Fino a lì i razziatori non arrivano. E saranno anzi Nina e l’uomo dei lupi, nel frattempo congiuntisi in una sorta di matrimonio primordiale, a riconquistare un giorno il villaggio, dando vita a un nuova umanità tenuta insieme dal racconto eziologico della loro leggenda.<br />
Sul telaio di questa trama, Bertante intesse con grande icasticità un fitto arazzo di visioni, riflessioni, allucinazioni; ci fa assistere alla nascita di nuovi culti, contamina la sua post-storia con uno strato di leggende ancestrali legate alla montagna, confonde le mente dei suoi razziatori con una nebbia di paure e superstizioni che li conducono passo passo al disastro finale. Il suo universo è ricco, mosso, cangiante e rigoroso insieme; si ferma sempre un momento prima dell’allegoria, riesce a pieno nel compito difficile di conciliare natura e umanità come fattori di nascita e sviluppo di ogni possibile mitologia.<br />
E lo fa, questo è il punto, tramite il ricorso a una lingua indiscutibilmente media; periodi brevi, sintassi elementare, un’aggettivazione che sembra voler fare a meno di ogni pretesa di sorprendere: in cambio, molto ritmo e un notevole senso musicale delle pause. E’ come se la lingua aspirasse a farsi trasparente, come se il libro non volesse essere in realtà un libro, ma comunicazione diretta da pensiero a pensiero, da un sogno a un altro sogno. Nessun dubbio che, di fronte a una tradizione novecentesca che ha collocato al primo posto la scrittura, un’opzione come questa risulti palesemente difettosa. Ma a praticarla sono in tanti. In tanti scrivono come se il medium scelto fosse una costrizione, una prigione che li limita, un surrogato infido della lingua dell’immagine e del sogno. La linea di confine tra lo scriver bene e male deve aver cambiato di posto. I parametri non sono più gli stessi. Non sarebbe la prima volta: che avranno pensato i lettori inglesi abituati alla grande ode neoclassica leggendo i ritmi da nursery di William Blake? Avanzo allora questa ipotesi: che alla condizione post-storica di cui molta letteratura dà testimonianza si congiunga e si sovrapponga una analoga condizione postmediale che si caratterizza appunto per la caduta in desuetudine dell’interesse nei confronti dello specifico del medium utilizzato. Di postmedialità nelle arti plastiche parlano da tempo storici dell’arte come Rosalind Krauss. Dovremmo chiederci se il fenomeno non interessi anche la letteratura. Se sì, molti dibattiti estenuanti su chi scrive bene o male potrebbero, se non cessare, quanto meno condursi in modo meno sterile.</p>
<p><em>(pubblicato su Alias, 19/3/2011)</em></p>
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		<title>&#8220;Nina dei lupi&#8221; di Alessandro Bertante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Mar 2011 07:45:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli Su facebook, Teresa Ciabatti e Giuseppe Genna hanno creato il gruppo “Nina dei lupi allo Strega”. Sarebbe giusto. Nina dei lupi (Marsilio, euro 18,50) di Alessandro Bertante è un ordigno potente. Un dispositivo mitopoietico e visionario come pochi altri tra i romanzi contemporanei. Troppo spesso di mitopoiesi si parla e basta: qua [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/B0067K1VPA/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B0067K1VPA&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-38326" title="bertante_nina_dei_lupi" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/bertante_nina_dei_lupi-125x150.jpg" width="125" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Su facebook, Teresa Ciabatti e Giuseppe Genna hanno creato il gruppo “Nina dei lupi allo Strega”. Sarebbe giusto. <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B0067K1VPA/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B0067K1VPA&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Nina dei lupi </em></a>(Marsilio, euro 18,50) di Alessandro Bertante è un ordigno potente. Un dispositivo mitopoietico e visionario come pochi altri tra i romanzi contemporanei. Troppo spesso di mitopoiesi si parla e basta: qua il mito lo si fa, invece. Bertante sa raccontare: crea una storia che si fa metafora di una fondazione dell’umano, che ci dice ciò che siamo e ciò che non siamo, che si struttura su una evidente dimensione simbolica, ma che prima di tutto crea un mondo in cui chi legge vive per il tempo della lettura. L’autore non ha paura, diversamente da molti della sua generazione, di sommuovere i sentimenti, con la misura precisa necessaria.<span id="more-38325"></span> Nel mondo di Nina tutto parla, e nel silenzio delle montagne è la natura a farsi sentire. Nina è figlia scampata alla “sciagura” – una sciagura che si manifesta mediante segni nel cielo, una sciagura che è il precipitato di una società come la nostra votata all’autodistruzione. Scampa alla barbarie, si rifugia sulle montagne, vive con i lupi, ama un uomo. Ci sono tutti gli elementi carsici del tempo profondo della Storia, che si manifestano all’altezza della sua crisi &#8211; che è rifondazione. Nina attraversa il tempo come la freccia da lei scoccata che uccide un daino, in uno dei suoi veri e propri riti di passaggio: è un tempo che ha un fine, ed è una fine che è nuovo inizio. Nina è la Musa primigenia di un mondo a venire, ripresentazione della Dea Bianca raccontata da Robert Graves. La ripresentazione di un mito eterno, che ha a che fare con la radice dell’umano. Non è fantasy, non è saga post-apocalittica, dunque, ma un romanzo che affronta i temi essenziali che riguardano l’umano. Mito, dunque, nella sua radice etimologica:  “Durante le lunghe notti d’inverno trascorse davanti al fuoco, i bambini delle montagne occidentali volevano ascoltare solo una storia. Chiedevano di raccontare di Nina. Nina dei lupi”.</p>
<p><em>(pubblicato su l&#8217;Unità il 5/3/2011)</em></p>
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