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		<title>Note per un diario parigino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Sep 2011 08:17:04 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[chiunque cerca chiunque]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
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					<description><![CDATA[da Chiunque cerca chiunque di Francesco Forlani Dodicesimo capitolo Atmosphère, atmosphère Succede ogni volta che salgo le scalette del Ponte che si apre un varco fra una sponda e l&#8217;altra del canale, e mica un ponte qualsiasi, ennò, proprio quello da cui si vede in controluce l&#8217;insegna dell&#8217;Hôtel du Nord, e tra il fogliame degli [&#8230;]]]></description>
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<p><em>da</em><strong> Chiunque cerca chiunque</strong> <br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><em>Dodicesimo capitolo </em><br />
<strong>Atmosphère, atmosphère</strong></p>
<p>Succede ogni volta che salgo le scalette del Ponte che si apre un varco fra una sponda e l&#8217;altra del canale, e mica un ponte qualsiasi, ennò, proprio quello da cui si vede in controluce l&#8217;insegna  dell&#8217;Hôtel du Nord, e tra il fogliame degli alberi che ne oscurano la vista, senti la voce, o così ti pare, dell&#8217;attrice francese per eccellenza, così potente, la voce, di lei che è minuta nel corpo com&#8217;è tradizione delle donne che alla vita hanno strappato a morsi pochi attimi di felicità, affamate di consapevolezza del modo di fare poesia che ha la vita, con il tempo che passa, che scorre, scorre, perfino quando l&#8217;acqua ti sembra ferma, immobile come quella  del canale in cui ti specchi salendo le scale della passerella. Edith Piaf, penserete voi &#8211; <em>je ne pense jamais</em>, ripeteva Maigret- ma in realtà è Arletty la voce che vedi tra quelle stesse ringhiere di ferro battuto. Sì, è lei che urla al mondo intero, all&#8217;homme che gli sta di fronte: &#8211;<em>Atmosphère, atmosphère ! Est-ce que j&#8217;ai une gueule d&#8217;atmosphère</em> ?<br />
<span id="more-39995"></span><br />
Philippe Schlienger è davvero una forza della natura.  Si è presentato alla riunione della Bête étrangère con gli impaginati che gli erano stati attribuiti e sono uno spettacolo. Rimaniamo tutti a bocca aperta. Patrick Chevaleyre invece ha scritto un testo che racconta di un pugile, cioè che racconta dell&#8217;allenatore di un pugile che all&#8217;angolo lo sta ad incitare, e quello cade, si rialza e lui gli grida di andare, di alzare la guardia, di colpire difendersi, colpire sotto la cintura sopra, e quello cade e non si rialza e l&#8217;altro lo sta ad incitare imperterrito anche quando non c&#8217;è più niente da fare. Quando finisce di leggere abbiamo le lacrime agli occhi. Ci incontriamo sempre da Alix quando c&#8217;è  da fare il timone della rivista, nella Rue André del Sarte, ai piedi di Montmartre, Metrò Barbès diciottesimo arrondissement. Gonzalo e Sabine arrivano poco dopo, che si mangia ma soprattutto si beve vino, tanto vino, mentre Tommaso Cascella e Matteo Basilè le loro pagine ce le hanno già mandate pronte per la pubblicazione. Da quando ci ha raggiunto Jean Noel Forrestier, ci sentiamo tutti in una botte di ferro. Ha diretto per anni  gli studi creativi delle più importanti riviste di moda e solo perché gli piace <em>la bête immonde,</em> così la chiama, ci insegna il mestiere. L&#8217;altra volta per esempio che impazzivamo sui formati di alcune fotografie, che mal si accordavano con il resto delle illustrazioni, lui le ha prese, le due immagini e  tenendole dritte davanti a sé, per vederle allo stesso formato e capire l&#8217;equilibrio sulla pagina , ha semplicemente allontanato quella più grande fino a che non apparisse all&#8217;occhio della stessa identica dimensione della più piccola. Mo può pure sembrare na strunzata ma a me quella cosa mi ha emozionato, perché per quanto semplice possa essere se non te lo dice qualcuno col cazzo che ci arrivi da solo.<br />
E così con le pagine di Francis e a seguire quelle di Michel abbiamo praticamente tutto. Manca solo Massimo.  Siamo tutti in ginocchio ad ammirare le doppie pagine sparse lungo tutta la casa di Alix. quando alzo lo sguardo incrocio il suo che piange. E le chiedo, <em>perché diavolo piangi?</em><br />
Lei si fa più vicino. Alix è belga, le labbra rosse, i lineamenti dolcissimi, e mi sussurra come per non farsi sentire dagli altri:  <em>perché da quando ho smesso di piangere per il dolore, dalla morte di mia madre, piango solo quando sono felice. Piango perché mi chiedo subito fino a quando durerà.</em><br />
 Le indico le pagine che stiamo mettendo su e le faccio: &#8211; <em>con queste ipotechiamo ogni attimo. Poi magari ci si abbandonerà, qualcuno  andrà via, però, credimi Alix, questo rimarrà, scritto nero su bianco ogni volta che apriremo la rivista ci ricorderemo di quanto eravamo invincibili e felici.</em><br />
 Siamo un&#8217;armata Brancaleone,- così ci aveva definiti Vinicio Capossela durante la turné nel Salento, organizzata da Don Pasta- ma questo lo sapevamo già dalla prima volta che ci siamo visti tutti all&#8217;Atmosphère, redazione al completo, trenta persone di nazionalità diverse, dai Balcani alle Americhe con situazionisti, di ogni risma e talento a fare da servizio di disordine e distribuzione di alcolici.<br />
Adesso che avevamo pure i soldi per la stampa chi cazzo ci avrebbe fermati!<br />
Con la maxi colletta, e una piccola donazione di Chantal ci mancavano solo cinquecento franchi. Solo, si fa per dire, perché se non hai niente, cinquecento o diecimila è lo stesso, e noi non avevamo veramente più niente. Ho sentito, però a un certo punto, che qualcosa doveva succedere per forza &#8211; eravamo alla libreria di Aurelian Alizadeh sui Grands Boulevars, <em>l&#8217;équipement de la pensée</em>&#8211; ed ecco che mi guardo nelle tasche e mi trovo una moneta da cinque franchi. Di fronte c&#8217;è il Bureau de Tabac  e chiedo a Patrick e Claudie come si fa per giocare a gratta e vinci. Non tanto a grattare ma come per vincere.<br />
&#8211; <em>Mais, enfin!</em> dice Patrick che tutte le volte che me ne uscivo con qualcosa di stravagante lasciava che il suo lato cartesiano insorgesse con una voce profonda e grave. Questo durava pochi attimi, perché, un attimo dopo, l&#8217;anima spinoziana di Patrick sorpassava a sinistra quella del povero Descartes e  non lo fermava più nessuno. Prendiamo così una cartella, quella del calcio, che bisogna grattare sulle maglie dei calciatori e se ti escono gli stessi numeri tre volte vinci. Ora lo so che non accade <em>quasi</em> mai però, diamine, che soddisfazione quando succede che la fortuna invece di mostrarti il culo con su la scritta  <em>ma allora sei proprio pirla!</em> ti fa l&#8217;occhiolino e sussurra,<em> vabbè mo</em> e ci  aveva esauditi che nessuno ci credeva. 5OO, da pagare sull&#8217;unghia. E non ce ne fregava una mazza che avessimo vinto solo cinquecento franchi. Solo ? Un cazzo, dico io  perché se non hai niente, e ti servono cinquecento  franchi che non ne vinci diecimila, manco ci pensi.<em>A chacun à sa faim!</em></p>
<p>Camminiamo per i Boulevards che man mano che ci si avvicina a Republique ne incrociamo altri, da soli o in coppia, della banda e quando finalmente arriviamo da Souad &#8211; algerina, ogni volta che le chiedo cosa significhi Souad nella sua lingua, lei mi risponde, <em>heureuse, chanceuse</em>&#8211;  all&#8217;Atmosphère, sul Canal St Martin, è tutto un suonare, cantare, prendersi per mano, tra le braccia. Franck caccia la fisarmonica dalla custodia ed è un trepidare di bicchieri. C&#8217;è Christophe di Marsiglia che con Roch saltano sul bancone e improvvisano una sorta di danza.<br />
Akosh, ungherese, sopraggiunge poco dopo  e si mette a suonare il sax con Franck. Esteban canta, e lo fa con una tale convinzione che di colpo ci sta bene pure se non c&#8217;entra niente con il resto. Teresa, portoghese &#8211; è lei che mi ha fatto scoprire Lobo Antunes- prende Souad e la fa ballare sotto gli occhi della sorella primogenita Malika. La piccola Souad, come una regina berbera, Fatma Tazuggaght, che nel locale c&#8217;è un manifesto in bella vista, e Souad piccola, dagli occhi neri di stella, e un sorriso grande quanto il Mediterraneo mi dice sempre, ogni volta che la vedo al di sopra del bancone, delle birre, dei legni che suonano, scricchiolano insieme ai vetri e sembra sorridere anche lei, rossa, <em>digne, ni putes ni soumises</em> &#8211; <em>Tu vois, c&#8217;était que des femmes qui régissaient le destin de tout le monde,</em> e io le ribatto, <em>cazzo Souad come qui, no?, come ici chez toi</em>, e lei mi bacia sulle labbra anche se è la donna che è con me che lei vorrebbe baciare e si limita a toccarle il culo  quando ci passa accanto per portare da bere al tavolo che reclama alcol e risa. Femmine di bellezza disinvolta, mica con le facce incarognite e sguardi che sembrano forbici  pronte a tagliare ogni cosa penzoli tra le cosce della più selvaggia umanità affacciata sul canale. Anche ora, in questa notte d&#8217;estate che le cabine  telefoniche brillano ancora di raggi di sole che con un martellamento continuo si sono abbattuti su ogni centimetro quadro, e la gente, tanta gente lungo la vita che scorre e pare immobile, forse perché vorresti fermarla in quel fotogramma, se ne sta chi seduto chi in piedi in mezzo alle chiuse che sputano i canauxrama di passaggio e diretti alla Villette. Dai bateaux i passeggeri sparano fotografie all&#8217;altezza di Stalingrad, e ai suoi giardini, ed è in questo preciso momento che mi dico che potrei morire anche adesso, mo proprio ma mi abbandona subito il pensiero ed è una fortuna perché poco dopo Roch insieme ad altri si lancia vestito in acqua per uscirne subito dopo come un cadavere pronto per una nuova inchiesta di Maigret che dal Quai des Orfèvres, qui  c&#8217;era venuto a risolvere il caso dell&#8217;uomo senza testa.<br />
Ed è al commissariato che passiamo la notte. Noi fuori e Patrick dentro. Una notte intera perché qualcuno aveva chiamato gli sbirri per protestare contro il baccano notturno, per disturbo della quiete pubblica e che quando questi si erano visti una Pompei in pieno decimo arrondissement, non ci potevano mica credere ai propri occhi. Sicuramente alle due passate del mattino, fuori tempo massimo per la chiusura, il pavimento dell&#8217;Atmosphère giaceva completamente ricoperto di fango &#8211; a un certo punto Christophe aveva cominciato a fare gavettoni da dietro al bancone e al di qua armati i secchielli si era risposto al fuoco amico &#8211; e di fronte all&#8217;ordine perentorio di <em>couper la musique</em> al minimo e  cacciare tutti i documenti lui di tutta risposta aveva infierito contro le due uniformi farfugliando in un incerto italiano <em>pagherete tutto, pagherete caro!</em> che gliel&#8217;aveva insegnata Maurizio Lazzarato, veneto, di Potere Operaio. Ma non aveva fatto in tempo a finire la frase che già le manette gli serravano i polsi fino a lasciargli sulla carne bianca dei solchi di rossore.<br />
Tenendoci a distanza lo avevamo seguito fin quasi dentro al commissariato. E gli dicevo, in italiano per non farmi capire,  <em>cazzo Patrick, non mollare, rialzati</em>, gli gridavo di andare, di alzare la guardia, di colpire difendersi, colpire sotto la cintura sopra. A lungo.<br />
Quando torno a casa è l&#8217;alba. Massimo si è appena alzato e questa volta prepara lui il caffè. Mi chiede com&#8217;è andata. Io gli sto per raccontare tutto, quando nel campo visivo che le finestre piccole del sottotetto ci offrono sul mondo, vediamo apparire la nostra vicina americana che prima ci scorge e poi alza la mano per farci un cenno. Massimo rimane come incantato da quella visione, dal chiarore della pelle, dal piccolo seno ribelle che si sporge verso di noi. Poi va di là e torna con quattro fogli dattiloscritti. <em>Sono riuscito a finirla stanotte. S&#8217;intitola Paso Doble, vedi se va.</em>&#8211; aggiunge. Ora abbiamo veramente tutto per il nostro numero zero, penso io.</p>
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		<title>Note per un diario parigino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Sep 2011 06:31:43 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[chiunque cerca chiunque]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
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					<description><![CDATA[da Chiunque cerca chiunque di Francesco Forlani Undicesimo capitolo De Particulier à Particulier Paris 11e.Métro Oberkampf.Sur boulevard Voltaire.Immeuble pierre de taille.Au 6e, ascenseur.Chambre meublée, pour 1 personne, 9 m² environ : douche/toilettes, coin-cuisine (plaque électrique, petit réfrigérateur, micro-ondes), chauffage électrique. Libre. 2000 FF/mois charges comprises. Leggo l&#8217;annuncio che sono seduto al café de la Mairie, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/ascenseur.gif"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/ascenseur-150x150.gif" alt="" title="ascenseur" width="150" height="150" class="aligncenter size-thumbnail wp-image-39971" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/ascenseur-150x150.gif 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/ascenseur-300x300.gif 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/ascenseur.gif 613w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></p>
<p><em>da</em><strong> Chiunque cerca chiunque</strong> <br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p><em>Undicesimo capitolo</em><br />
<strong>De Particulier à Particulier</strong></p>
<p>Paris 11e.Métro Oberkampf.Sur boulevard Voltaire.Immeuble pierre de taille.Au 6e, ascenseur.Chambre meublée, pour 1 personne, 9 m² environ : douche/toilettes, coin-cuisine (plaque électrique, petit réfrigérateur, micro-ondes), chauffage électrique. Libre. 2000 FF/mois charges comprises.<br />
Leggo l&#8217;annuncio che sono seduto al café de la Mairie, di fronte a St.Sulpice ed è uno spettacolo in questa giornata di sole. La copia aperta di Particulier  occupa per intero il tavolino rotondo su cui resta appena lo spazio per la tazzina del caffè. Che non c&#8217;è un cazzo da fare non riusciranno mai a fare come si deve.<br />
<em> Ah café café ca me fai fumar pure l&#8217;urtema cigarette, et si adduvini &#8216;obbar, co l&#8217;aqua de fonte de Napule, napulità, se sent à difference cull&#8217;ate, daa meza taza franzos o &#8216;mmericane, que nu palazio intero se pode abbeverarse ca sbobbe,  artro que! sta pisciazza maròn, ohi marò marò, que to bbivi calann la capa all&#8217;andrè, que te pare que dice no, non, à la matinè! et oui, st&#8217;aria d&#8217;humiditate te sciala er grano granello et te fa ascì n&#8217;aqua scura scura que nun sape d&#8217;artro que d&#8217;aqua. Que poi tante, que poi assaje, e tante ma io tante c&#8217;aggia girà, tante c&#8217;aggio vutà, che &#8216;o ddoce dint&#8217;a tazza fino &#8216;n mocca ma ha da arrivà</em>.  Quello poi lo zucchero deve rimanere a galla per qualche secondo prima di inabissarsi sul fondo e invece no.<br />
<span id="more-39969"></span><br />
 Man mano che quello si versa dalla bustina se ne va dove cazzo gli pare e alla fine non c&#8217;è verso, sbobba pure rimane. Rileggo con più attenzione il primo annuncio che ho ancora sotto gli occhi. <em>Métro Oberkampf</em>. Cazzo tutta Parigi è in quella via. da quando lo Charbon, café tabac, all&#8217;origine tenuto da degli Auvergnats è passato in gestione ad un giovane bretone. Lungo la strada in salita che porta a Menilmontant è  un&#8217;esplosione di locali, gallerie d&#8217;arte, studi di comunicazione. Favela Chic. Cazzo la Favela Chic di Jerome, francese e Rozane, brasiliana. Musica a fondo. Kraftwerk. Model. <em>Au 6e, ascenseur,</em> sesto piano ascensore. insomma chambres de bonne però da non farsi a piedi e scusa se è poco. <em>9 m² environ : douche/toilettes, coin-cuisine (plaque électrique, petit réfrigérateur, micro-ondes), chauffage électrique. Libre. 2000 FF mois charges comprises.</em> Nove metri!!! Dio ma leggo bene! (qui mi cadono gli occhiali da sole sulla tazzina e affanculo caffè, sigarette per terra, che una ragazza raccoglie da terra e mi rida con un sorriso come un tempo le puttane dei quartieri ti vendevano sigarette sfuse passandosele tra i seni, per lo sfizio, che così inaspettato era quel sorriso, che una beata vergine manco a pagarlo, manco a rifarsi bocca e fossette da un chirurgo plastico, che insomma, una bomba che esplodeva tutta per me come quelle altre tutte per tutti nella metropolitana della linea b della capitale che quei bastardi integralisti mettevano nei cestini insieme ai chiodi) Cioè dico io, nove metri quadri, e lo ripeto a voce alta, <em>neuf mètres carrés,</em> e mi alzo, la guardo, mi sforzo di farla sorridere, contando nove metri con i passi, e penso a Roger K che mi aveva raccontato, lui detenuto per trent&#8217;anni, che  dal 1841, anno in cui la Francia decise con una circolare di organizzare le prigioni secondo un regime cellulare ovvero di celle individuali, le celle  dovevano essere di nove metri! Giuro che lo chiamo il proprietario e gli faccio, <em>uè qui Rebibbia pare che c&#8217;avete na cella libera! </em></p>
<p>La ragazza che sorride è andata via ma lo ha fatto salutandomi con un cenno della mano. Così, con il giornale macchiato di caffè davanti a me, fisso la cattedrale. Visibilmente imperfetta, asimmetrica, irregolare. Umana.</p>
<p>Per mancanza di fondi ci hanno messo 130 anni per completare la chiesa. Una Salerno Reggio Calabria metafisica, era. E poi questa storia che senza agenzie immobiliari è meglio, io proprio non la capisco. Sarà pure vero che non paghi la commissione però gli affitti che ti propongono i proprietari sono stratosferici e nella maggior parte dei casi sono anche dei gran bastardi, i proprietari a Parigi. Ti convocano gli aspiranti inquilini tutti alla stessa ora. Tu dici, <em>va bene, sarà per guadagnare tempo</em>, e invece no e te ne accorgi subito. Ve ne state in cinque sei in fila e con un&#8217;aria di superiorità ti passano in rivista che poco manca che ti chieda  di lucidare meglio le scarpe. Il primo grado di umiliazione scatta sull&#8217;origine, la nazionalità. Dopo la razza, bien evidemment. Da una parte gli inaffidabili sud del mondo, e dall&#8217;altra i nord. Questo primo fuoco di fila fa strage ma  per gradi successivi. Perché all&#8217;interno di uno dei due gruppi, Nord e Sud vi sono dei sotto gruppi. Il sud dell&#8217; Europa, Spagna, Grecia, Portogallo, Italia è meno sud dell&#8217;area magrebina, ma anche all&#8217;interno del primo sotto gruppo il proprietario farà la sua distinzione e lo enuncia pure quel figlio di puttana tirando in ballo statistiche e numeri che poggiano sulla sua storia  ed esperienza soggettiva. <em>Ah gli spagnoli, ci passo le vacanze ogni estate, cattolici, educati, tradizionalisti. Lei è Italiano? Spero di Milano perché i penultimi inquilini erano di Roma e mi hanno rotto ben due piatti senza rimborsarmeli. Però mi sono tenuto la cauzione io, mica mi facevo fregare da quei Ritals&#8230;</em></p>
<p>Non sai cosa ti trattiene dal farlo ma avresti una grandissima fottuta voglia di farlo, aprire gli scaffali in cucina e festeggiare alla maniera dei ristoranti greci di Saint Michel l&#8217;entrata dell&#8217;ospite ovvero spaccando tutto per terra. Il secondo momento è anche peggiore. Ti dicono, lo dicono a tutti, di mostrare il dossier, i compiti fatti a casa, e a prescindere dalla cartellina, rigida o moscia, dai cognomi, doppi e altisonanti o terribilmente banali come un Dupont de noantri, l&#8217;accesso alla casa lo determinerà la cifra in fondo alla busta paga che ti sei portato appresso. Mi ricordo che per quel fottuto  sottotetto in Rue Beaubourg avevo superato tutte le prove ed eravamo rimasti in due, in finale: io di Caserta e lui di Avellino . Lui banquier, bancario e io professore interimaire.  Italia Brasile Messico 70. Non c&#8217;era partita e infatti la proprietaria che di mestiere era ricercatrice alla Sorbonne in lettere moderne aveva preferito il bancario di Avellino. <em>Fanculo Dilthey, Troeltsch, Meineke ,Weber </em>eppure <em>Kant </em>che nessuno di loro aveva mosso un dito per trovarmi casa. Poi non passa nemmeno mezz&#8217;ora e la proprietaria mi chiama per dire che l&#8217;Irpino aveva desistito non avendo voluto, lei, la proprietaria, scendere un po&#8217; con il prezzo. In realtà, ha aggiunto, era a me, a noi, me e Massimo ma il mio coinquilino non c&#8217;era, che voleva affittarlo,  perché avevamo l&#8217;aria colta e simpatica.</p>
<p>Con un&#8217;agenzia è diverso. Sei un cliente e non devi sottoporti a nessuna psicoanalisi selvaggia. Non devi per forza sentirti una merda solo per il fatto di avere una busta paga non all&#8217;altezza dei tuoi sogni e ricordarti, <em>ça va sans dire</em>, la faccia dei tuoi, l&#8217;espressione che avevano preso i loro volti all&#8217;unisono quando gli avevi annunciato beato e convinto: e<em>hi vecchi mi iscrivo a filosofia</em>!. Una faccia su cui si leggeva chiaramente: <em>cazzo sta facendo nostro figlio!!</em></p>
<p>Invece di tutto questo bailamme liberista, una gran figa che si chiama Carole  ti aspetta diligentemente  sotto il portone della casa che potrebbe fare per te. Salite che lei ti fa da guida  anche quando a un certo punto ti tira fuori una cosa del tipo : <em>veda qui in questo immobile vivono solo persone single. Non ci sono bambini, vecchi, né dispute tra marito e  moglie, insomma la pace assoluta. </em>Un brivido mi sale lungo la schiena insieme all&#8217;ascensore che abbiamo appena preso, ma con dentro il vuoto. <em>Così l&#8217;ideale-</em> ribatto io, stizzito &#8211; <em>sarebbe un inquilino che affitti la casa senza venirci ad abitare? Si immagina il silenzio! </em></p>
<p>Però lei non se la prende, anzi ride. Mi sussurra che ha una figlia, vivace, e che  questo a lei bastava per essere felice. Il Café de la Mairie da sulla piccolissima Rue des Canettes. Qui negli anni 50 gli zazou, i nuovi dandy, spadroneggiavano e il gigante Boris Vian descriveva per filo e per segni vestimentari la divisa mai uniforme da indossare, il taglio di capelli alla Arthur Rimbaud da conservare inalterato nelle caves dl quartiere, nonostante la tanta birra, il tanto jazz, bagno di sole al Flore e cena al bistrot des Assassins con sotto il braccio Il libro di piccolo formato di Sullivan : &#8221; <em>J’irai cracher sur vos tombes </em>&#8220;. Cazzo questa però è Rue Oberkampf altro che! Riva destra batte riva sinistra all&#8217;ultimo rigurgito di secolo. Però. C&#8217;è sempre un però, io non pagherò duemila franchi per sette metri quadri di cella manco se ci fosse una Jacuzzi al posto del cesso. Così alzandomi dal tavolo faccio che gettare nella prima poubelle olé il Particulier e se dovesse morire prima di me, e di questo ne sono assai certo, la guardia carceraria che voleva affittare un pezzo di prigione giuro davvero, su tutti i negozi di santi e santini qui a Saint Sulpice perfino in nome di tutti i <em>chez Georges</em> della Rue des Canettes e dei suoi chansonniers, e perfino della profumeria che distilla aria di paradiso et <em>Nuits d&#8217;Hadrien</em> sulla piazza,  che sulla sua tomba io, ci piscerò!</p>
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		<title>Note per un diario parigino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Jul 2011 09:03:42 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Guida involontaria di Parigi]]></category>
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					<description><![CDATA[da Chiunque cerca chiunque di Francesco Forlani Tredicesimo capitolo Villejuif Aurélien Alizadeh, il libraio mio amico, persiano, me l&#8217;ha raccontata stamattina e allora mi sono detto che  è proprio vero, non c&#8217;è un cazzo da fare, qui veramente tutti inseguono tutti. Chacun cherche quiconque, ha aggiunto allora lui. Mi ha fatto ridere prima quando mi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>da</em><strong> Chiunque cerca chiunque</strong> <br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/211038_127775723971425_5987621_n.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/211038_127775723971425_5987621_n.jpg" alt="" title="211038_127775723971425_5987621_n" width="200" height="132" class="alignleft size-full wp-image-39691" /></a></p>
<p><em>Tredicesimo capitolo </em></p>
<p><strong>Villejuif</strong></p>
<p>Aurélien Alizadeh, il libraio mio amico, persiano, me l&#8217;ha raccontata stamattina e allora mi sono detto che  è proprio vero, non c&#8217;è un cazzo da fare, qui veramente tutti inseguono tutti. <em>Chacun cherche quiconque,</em> ha aggiunto allora lui. Mi ha fatto ridere prima quando mi ha indicato un signore che usciva con due scatole piene di libri.</p>
<p>&#8211;<em> Sai, è l&#8217;autista di un Avvocato importante che una volta al mese lo manda a prendere riviste pornografiche, romanzi erotici purché non superino gli anni sessanta. Del resto lo sai l&#8217;Equipement vive di due settori, pornografia ed esoterismo. Pornografia entrando a destra e gli esoterici a sinistra. Nel caso in cui volessi fare il libraio non scordarti questa cosa: se vuoi avere tra gli scaffali roba come il Cendrars che hai appena comprato o Fernando Arrabal, i surrealisti praghesi, il manifesto dell&#8217;internazionale situazionista, bene ce n&#8217;est que avec du Cul, du Cul et du Mystère, che potrai permettertelo.</em><br />
<span id="more-39689"></span></p>
<p>Mi fermo spesso da lui quando finisco i corsi da Kenzo, in Place des Victoires, primo arrondissement, e mi offre sempre il tè. Non si ricorda la fonte della storia che gli viene in mente di raccontarmi, se sia stata sua sorella, quella che durante la rivoluzione in Iran fabbricava di nascosto acquavite in cantina, o che l&#8217;abbia semplicemente letta. Ad ogni modo  si svolge in Azerbaijan e parla di  un vecchio signore assai noto in paese per la sua capacità di individuare gli alberi che avrebbero dato più frutti. E nella perlustrazione del territorio, a volte si spingeva oltre i confini, viaggi che potevano durare  a volte diversi mesi, un anno, per non dimenticarsi delle piante prescelte  legava ad un ramo un fiocco rosso, vivo, perché al tempo del raccolto le potesse ritrovare più facilmente. Mentre racconta Aurelien si slega i capelli lunghissimi che porta a coda di cavallo, e se li risistema subito dopo il tutto facendo ben attenzione all&#8217;acqua del bollitore accanto alla cassa, per servire il solito tè.</p>
<p>&#8211; <em>Ti stavo dicendo ecco, che non era facile riuscire nell&#8217;impresa.  Mutavano i paesaggi con il clima e poi, ad aggravare la cosa, c&#8217;era il fatto che negli ultimi tempi si spingeva davvero assai lontano . E fu proprio durante uno di questi lunghi viaggi che perse la vita senza fare in tempo a ritornare sui propri passi fino al villaggio di partenza. Come fosse accaduto, anche questo non si sa </em>&#8211; Aurélien a questo punto versa l&#8217;acqua nella teiera d&#8217;argento intarsiata-  <em>se sia stata colpa della fatica,  la stanchezza delle lunghe marce, del peso degli anni eccetera. Ma intanto restavano i suoi segni, i nastri rossi sparsi un po&#8217; ovunque e e nessuno che sapesse interpretarne il senso. Intanto, in tutt&#8217;altro villaggio  una banda di ragazzini, durante una gita peraltro  non permessa dalle famiglie, essendo incappati in uno di quei segni si s&#8217;erano messi a fare a ritroso il cammino del vecchio. magari per gioco, soltanto per poterne trovare  degli altri o ancora più semplicemente per scoprire dove andassero a finire. e una volta raccolti per scoprire dove mai portassero .</em></p>
<p><em>I genitori, allarmati dall&#8217;assenza dei ragazzi all&#8217;ora di cena erano partiti alla loro ricerca non senza il proposito di dargli una bella punizione una volta acciuffati.</em></p>
<p><em> Così, strada facendo s&#8217;erano imbattuti anch&#8217;essi sui nastri del vecchio e forse pensando che un dio ce li avesse messi per guidarli, questi vi facevano sosta per recitare preghiere, lasciando dei doni, ed aggiungere al fiocco originario degli altri colorati. Quanto dovesse durare l&#8217;inseguimento o quanto ancora  duri, beh di questo non c&#8217;é dato saperlo. Di esatto sappiamo solo il numero, ai più peraltro ignoto, degli alberi eletti dal vecchio, ma a quanto pare, a detta di alcuni,  a distanza di secoli ormai  figli e parenti starebbero ancora li&#8217; a inseguirsi. Alla rapidità degli uni, nel guizzo delle membra giovani pronte a rifuggire ogni  fatica della mente, ovvero di interpretare un segno, capirne il significato recondito e profondo corrispondeva infatti la lentezza degli altri, in parte dovuta ai muscoli meno freschi ma per lo più propiziata da una naturale inclinazione a meditare.</em></p>
<p>Sorseggiamo del tè, un cliente si paga un libro di René Guénon, Aurélien mi guarda per dire vedi? E conclude la storia:</p>
<p>&#8211; <em>Certo agli anziani sarebbero spettati i frutti migliori,  miracolosamente nutrienti e belli a vedersi, come un premio alla propria devozione.</em></p>
<p>&#8211; <em>Alì, ma è una storia triste non trovi? Cioè la storia dice che sarà inutile cercare</em></p>
<p>&#8211; <em>Ma no, pare anzi  che le due fazioni si incontreranno un giorno, perché pur aumentando la distanza lungo il cammino, a causa della diversa velocità si sarebbero dovuti incontrare i per forza un giorno, avendo il vecchio disegnato che cerchi, e poi cerchi ed ancora, scrupolosamente precisi, dei cerchi.</em></p>
<p>Beviamo il tè che sua sorella gli ha portato nell&#8217;ultimo viaggio insieme al caviale anch&#8217;esso iraniano e si telefona in tipografia per sapere quando avremo le riviste.</p>
<p>&#8211; <em>In settimana pare</em>&#8211; mi sussurra mettendo la mano sul microfono per non farsi sentire- <em>tu avvisa Souad all&#8217;Atmosphére che presto si festeggia.</em></p>
<p>Ci salutiamo, è quasi ora di cena ma mentre sto per avviarmi mi chiede come sta la <em>petite italienne.</em></p>
<p>Già. La piccola. Un amico di famiglia mi aveva chiesto di dare una mano a suo cognato, vedovo da pochi anni della moglie vittima di un cancro fulminante. Lo stesso cancro che aveva deciso di portarsi via anche sua figlia. Se insomma potevo aiutarlo facendogli da interprete durante la chemio, durante i colloqui con i medici ed io gli ho detto naturalmente di sì. Ci incontriamo a Parigi, all&#8217;Operà. lei ha una bandana e dei lineamenti della grazia  di una madonna del rinascimento, di una giovanissima madonna, su cui gli occhi grandi e chiari si lasciano di tanto in tanto coprire dalle palpebre affaticate dalla cura.  Accade qualcosa quasi subito, lei ride di me che le sembro bizzarro con il cappello, che le parlo in casertano e subito dopo in francese, magari con un&#8217;amica che ci accompagna o con un cameriere a cui chiediamo da bere insieme al papà. Vado così a trovarli a Villejuif, dove hanno preso un piccolo appartamento accanto all&#8217;ospedale. e pagano affitti a settimana che nemmeno sugli Champs Elysées paghi così tanto e mentre sorridi alla proprietaria buontempona pensi tra te e te che andrà all&#8217;inferno in un inferno in cui dovrà pagarsi in più e senza sconto un affitto esorbitante. e cazzo, pensi pure, ma subito dopo tornando a casa, ma Villejuif non era una delle roccaforti della cintura rossa di Parigi? Che per arrivarci passi dalla rue Jean-Jaurès poi l&#8217;avenue de Stalingrad le Kremlin-Bicêtre, che dici ma siamo in unione sovietica?  Che i parchi portano il nome di  Pablo-Neruda e il maggiore complesso scolare si chiama Karl Marx? Che il sindaco è comunista dal 1925! Putain de merde! E allora dico io, e lo dico a te proprietario di questo tre locali che sa di morte con la carta da parati avvizzita e un giardinetto che sa di smog, dai letti pesanti come bare  con le lenzuola intrise di medicinali, dico, ma non ti vergogni nemmeno un po&#8217; di succhiare il sangue di poveri cristi nel mezzo della battaglia?  E non dico vergogna per te, ma per il partito!! Non ne faccio parola con nessuno, ci mancherebbe, io sono solo una vedetta lombarda. una guida attraverso parole che non avevo mai saputo e che imparo nel dolore della mia giovanissima, bella ospite che pare proprio una madonna del rinascimento a guardarla dormire.</p>
<p>Quando la chemio ricomincia è in ospedale che vado a trovarla, compatibilmente con i corsi e a volte mi capita di non poter andare e  lei me lo ha perfino scritto in un disegno che sballo tutti gli orari e gli appuntamenti. Ricordo anche ora e credo per tutta la vita l&#8217;ingresso nel reparto infantile di quell&#8217;ospedale. Un&#8217;infermiera mi infila il camice prima di entrare in reparto  con la stessa cura con cui vorrei sfilarglielo. mentre mi abbottona lo sguardo al di sopra della sua spalla va ad una camerata appena appena illuminata da luci notturne e nell&#8217;incompleto buio mi fissa il faccione di un bimbo che sembra un mondo, anzi tutti i mondi che quasi certamente non potrà mai vedere e mi viene un groppo in gola che mi raschia il pensiero fino a farlo sanguinare. L&#8217;infermiera che se ne accorge mi guarda negli occhi. Questa volta il suo sguardo è severo. Mi sussurra che io non ho diritto al dolore, che in quelle stanze di dolore ce n&#8217;era a tonnellate e che al limite, se avessi voluto avrei perfino potuto portarne via un po&#8217;. E che per riuscire nella cosa bisognava essere l&#8217;immagine stessa della felicità. perché ognuno di noi, altro da qui bimbi, comprese le infermiere era il loro specchio e se lo specchio sorrideva anche loro sorridevano un poco e ne avevano tutto il diritto. In tre secondi avevo appreso la lezione più importante della mia vita e in più la maestra era anche figa. Così quando entro il papà mi accoglie con un sorriso e lei, così piccola, minuta che sembra una madonna rinascimentale strabuzza gli occhi e sorride. Ha le labbra screpolate, quasi massacrate dalla sécheresse. fa fatica a parlare, la voce le si spezza dentro ma ascolta con piacere le cose che si dicono. Guardiamo un film alla televisione, c&#8217;è la Rai ed è un vecchio film in bianco e nero degli anni sessanta, con tutti i cantanti top del momento. Dallara, Peppino di Capri, Adriano Celentano , Mina, Tony Renis. Si intitola Io bacio, tu baci  e lo guardiamo estasiati. il suo papà ha pochi anni più di me e lei sembra sapere tutto come in un corso intensivo della vita che andasse in avanti nel futuro ma anche indietro, e fare proprio un tempo mai vissuto. C&#8217;è anche la compagna del marito che la asseconda nei gesti e la protegge. Quando poi attaccano Gianni Meccia e Jimmy Fontana con i Flippers, il Cha cha cha dell&#8217;impiccato è un delirio. Sul ritornello <em>dondola dondola chi? un impiccato</em> è cori verdiani al punto che due infermiere accorrono e cantano anch&#8217;esse. Vita cantavamo e vita sia. Ovvero non volontà di morire di accettare  il male ma a quello ribellarvisi con tutte le forze. In un reparto al nono piano di un ospedale alla periferia del mondo, un tempo comunista,  pieno come l&#8217;Hotel Crillon nei giorni di maggiore festa , io ho visto. Io ho riconosciuto i guerrieri del mio tempo. Io ho assistito alle ore di battaglia di uniformi sbattute come bandiere e cambiate insieme alle lenzuola meticolosamente come le mani lavate all&#8217;entrata del reparto speciale. La Signora ha già varcato la soglia e l&#8217;alito le si confonde all&#8217;odore del talco distribuito come neve sul letto. Solo la lotta per la vita ed ella soltanto di giovani anime e creature senza capelli.</p>
<p>Quando mi volto verso Aurélien capisce dalla faccia che ho fatto che non c&#8217;era stato niente da fare. Che tutto quello che si poteva fare era stato fatto. Che il vuoto lasciato da una ragazza che pareva una madonnina del quattrocento nessun pieno l&#8217;avrebbe mai riempito. E così ho visto la tristezza anche sul volto del mio amico persiano, che un giorno aveva tenuto a battesimo di francese con il suo tè i miei ospiti, A casa scrivo. Massimo è in Italia in questi giorni. Ci sono i suoi mille libri a farmi compagnia. E invece scrivo:</p>
<p><em>E l&#8217;eleganza delle prime luci all&#8217;alba</em></p>
<p><em>che distolgono il passo dalla meta </em></p>
<p><em>perché mirando s&#8217;indovina il fuoco</em></p>
<p><em>restando immobili</em></p>
<p><em>senza più fiato</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>in gola o in altra parte della vita</em></p>
<p><em>in una fragile promessa un&#8217;illusione</em></p>
<p><em>che la vendetta non avesse fine</em></p>
<p><em>non un lamento</em></p>
<p><em>e senza voce</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>E le tisane di veleno al capo</em></p>
<p><em>per le mirabili sortite ed il foulard</em></p>
<p><em>raccolto a guisa d&#8217;una fine </em></p>
<p><em>o d&#8217;un cominciamento</em></p>
<p><em>d&#8217;arida carne</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>ma se solo v&#8217;avesse il cuore una parola</em></p>
<p><em>non l&#8217;ultima che dice e poi sentenzia</em></p>
<p><em>diremmo la medesima che induce</em></p>
<p><em>l&#8217;anima all&#8217;orecchio</em></p>
<p><em>ed il soffio in vita</em></p>
<p><em>ella non s&#8217;apre al cielo che non v&#8217;é più cielo</em></p>
<p><em>ma solo all&#8217;anima e scompare</em></p>
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