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	<title>romanzo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Una meravigliosa storia d’amore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Mar 2020 06:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[cristo]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Romano A. Fiocchi Cristò (Chiapparino), La meravigliosa lampada di Paolo Lunare, 2019, TerraRossa Edizioni. È un libretto di un centinaio di pagine. Eppure credo uno dei più belli usciti nell’ultimo anno. Perché La meravigliosa lampada di Paolo Lunare non è solo una meravigliosa storia d’amore ma una raffinata analisi del rapporto di coppia, del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="western" align="JUSTIFY"><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-83027 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/cristò.jpg" alt="" width="342" height="497" />di <b>Romano A. Fiocchi</b></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Cristò (Chiapparino)</b>, <i>La meravigliosa lampada di Paolo Lunare</i>, 2019, TerraRossa Edizioni.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">È un libretto di un centinaio di pagine. Eppure credo uno dei più belli usciti nell’ultimo anno. Perché <i>La meravigliosa lampada di Paolo Lunare</i> non è solo una meravigliosa storia d’amore ma una raffinata analisi del rapporto di coppia, del sistema di menzogne – a fin di bene o a fini personali – su cui tale rapporto regge. Fantasioso, bizzarro, immaginifico, echeggia il celebre <i>Ghost</i> cinematografico ma se ne distacca attraverso la sua struttura letteraria, i cambi alternati di prospettiva (ora quella di Paolo, ora quella di Petra), l’approfondimento psicologico dei caratteri, l’uso di una lingua fatta nel contempo di scorrevolezza e di eleganza. Cristò – al secolo Cristò Chiapparino – deve aver sicuramente letto le <i>Lezioni americane</i>, e aver appreso i princìpi di leggerezza rapidità esattezza.</p>
<p align="JUSTIFY">Princìpi che erano già presenti, per quanto con minore evidenza, nel suo precedente romanzo, <i>Restiamo così quando ve ne andate</i> (Terrarossa, 2017). Un romanzo che con la densità delle sue duecentotrenta pagine offriva una lettura gratificante e impegnativa, fatta di intrecci e di cambi di scena, senza però raggiungere la perfezione e la bellezza che incarna la storia di Paolo e Petra. Non per nulla mi piace considerare <i>Restiamo così </i>una sorta di palestra di allenamento dell’autore. A cominciare dall’esercizio dei cambi di prospettiva della voce narrante: prima quella di Francesco, il protagonista iniziale, che gradatamente viene sovrastata da quella della casa, che poi si rivela il vero fulcro del romanzo. Perché gli uomini vanno e le case restano. I ricordi delle case sono i fantasmi degli inquilini che se ne sono andati: “Eppure certe volte ci sentite e avete paura di noi, ci chiamate fantasmi, presenze, spiriti. E invece siamo noi”. Noi, le case.</p>
<p align="JUSTIFY">Affinità nei due romanzi anche per quel che riguarda le ossessioni che tormentano i personaggi: Francesco, in <i>Restiamo così</i>, si industria nel costruire una Dream-Machine, sorta di lampada dinamica che produce stimoli visivi, per stordire il proprio disagio. Paolo, nella <i>Meravigliosa lampada</i>, cerca di costruire una lampada che produca “la luce del sole così com’è”, per farne un regalo. Ecco, questa divergenza di finalità lascia intendere l’impostazione realistico-concreta del primo libro e quella magico-poetica del secondo. Francesco porta sino in fondo la sua agonia esistenziale senza accorgersi minimamente dell’animismo della casa in cui abita. Viceversa, Petra e Paolo scoprono la magia del mondo che li circonda e la vivono (Paolo addirittura da morto) come se fosse la più normale delle cose. Normale una lampada che consente di vedere gli ologrammi dei morti. Normale Petra che scrive con la luce della lampada magica per comunicare con il fantasma di Paolo. Normale Paolo che da morto vede Petra come una lucciola. Normale, per Petra, dire ad un fantasma l’ultima menzogna a fin di bene: “Sono stata in ospedale, scrisse Petra nel buio. Come stai ora, mimò Paolo. Meglio, mentì Petra”.</p>
<p align="JUSTIFY">È un realismo magico, quello di Cristò, tutto speciale, che ti immerge in una realtà-altra con poche esatte parole: “Paolo aprì gli occhi in mezzo alla campagna nella consapevolezza precisa e inequivocabile di essere morto”. Cose banali diventano straordinarie e svelano i loro segreti. Persino lo schema di un sudoku, riprodotto fedelmente in un circuito di ottantuno lucine di nove colori diversi (da un blu quasi nero all’arancione), ti permette di generare una luce che illumina quella parte del mondo fuori di ogni dimensione, il mondo misterioso dove si muovono gli ologrammi dei morti.</p>
<p align="JUSTIFY">Magia e poesia, dicevo più sopra. Magia del mondo nascosto, che esiste ma che non vediamo se non attraverso la poesia. E attraverso l’amore. Perché è solo grazie all’amore che Paolo si inventa la sua lampada straordinaria. Emergono insomma, nella storia di Paolo e Petra, tutti i tentativi dell’uomo moderno di superare l’isolamento e comunicare all’altro/altra i propri sentimenti, nella speranza di essere corrisposto. Cosa che non accade in Francesco, che incarna invece il malessere del nostro tempo e l’impoverimento dei rapporti umani: i social network, la televisione, la precarietà del lavoro, l’individuo ridotto a un numero, abbrutito in mansioni denigranti come passare la giornata a contare le monetine del supermercato e a dividerle in sacchetti.</p>
<p align="JUSTIFY">È dunque una storia positiva, quella di Paolo e Petra, che nonostante l’amarezza (non si tratta certo di un romanzo rosa a lieto fine) lascia del dolce in bocca al lettore. Sia chiaro: non si tratta di leziosità, ma di un sentimento profondo, che va appunto oltre la morte, senza che i due protagonisti vestano i panni di eroi o figure eccezionali. Paolo e Petra sono due esseri semplici che il destino ha legato casualmente, che si sono trovati, forse proprio per condividere inconsciamente il peso dei problemi delle rispettive famiglie. E la loro solitudine di esseri umani.</p>
<p align="JUSTIFY">Tutto questo è narrato con la leggerezza di un concerto strumentale a due voci, che ti prende dalla prima all’ultima pagina con la forza di un brano di Chopin (non per nulla, Cristò è anche pianista). La stessa leggerezza con cui le lapidarie parole dell’autore scandiscono la postfazione: “La letteratura è una menzogna. Ogni storia è una finzione. Niente di ciò che avete appena letto è accaduto fuori da queste pagine. I personaggi non corrispondono a persone viventi o vissute, sono spiriti erranti, esistenze potenziali, funzioni narrative. Se quindi dovesse sorgervi il sospetto di aver riconosciuto in qualche anfratto di questa novella la vostra vita, o quella di qualcun altro, siate certi che si tratta di una coincidenza”.</p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>L&#8217;uomo che inventava le città</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Mar 2020 06:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Amos edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[argentina]]></category>
		<category><![CDATA[Daniel Guebel]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Marfè]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[d Luigi Marfè Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit, sed do eiusmod tempor incididunt ut labore et dolore magna aliqua. Ut enim ad minim veniam, quis nostrud exercitation ullamco laboris nisi ut aliquip ex ea commodo consequat. Duis aute irure dolor in reprehenderit in voluptate velit esse cillum dolore eu fugiat nulla pariatur. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>d <strong>Luigi Marfè</strong></p>
<p>Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit, sed do eiusmod tempor incididunt ut labore et dolore magna aliqua. Ut enim ad minim veniam, quis nostrud exercitation ullamco laboris nisi ut aliquip ex ea commodo consequat. Duis aute irure dolor in reprehenderit in voluptate velit esse cillum dolore eu fugiat nulla pariatur. Excepteur sint occaecat cupidatat non proident, sunt in culpa qui officia deserunt mollit anim id est laborum.</p>
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		<title>&#8220;È la storia di Sarah&#8221; di Pauline Delabroy-Allard</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Feb 2020 06:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[è la storia di Sarah]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[ossessione]]></category>
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		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>La prima caratteristica dell’ossessione è la percezione al contempo ridottissima e aumentata del soggetto che la prova: in quel tempo parallelo, dissociato dalla realtà, che è il tempo dell’ossessione, non esiste altro che l’oggetto che ne innesca il meccanismo; il soggetto si eclissa dietro il suo astro abbagliante. Così accade nel primo tempo di <em>È</em><em> la storia di Sarah, </em>romanzo d’esordio di Pauline Delabroy-Allard, arrivato dritto nella cinquina del Prix Goncourt 2018 e vincitore di vari premi, tradotto per Rizzoli da Camilla Diez.</p>
<p>Già dal titolo l’ossessione si rende manifesta: pur raccontando la passione fra due donne – la prima della vita per entrambe -, il romanzo è infatti <em>la storia di Sarah</em>, di Sarah innanzitutto, che irrompe nella vita della protagonista travolgendola, colmandola di un senso fin ad allora sconosciuto e costringendola a gestire il peso e la fatica di una presenza totalizzante.</p>
<blockquote><p>Un mattino di marzo mi scrive che è nel quartiere del mio liceo, chiede se possiamo pranzare insieme. Non posso. Non ho abbastanza tempo, ho troppe cose da fare, se i miei colleghi mi vedessero sarebbe imbarazzante. Rispondo di sì.</p></blockquote>
<p>Inizia in questo modo, l’ossessione, spingendo il soggetto al di fuori dei propri limiti, e al contempo paralizzandolo in un’attesa perenne: che l’altro si palesi, invada tutto lo spazio disponibile e lo occupi trionfante. Sarah è una violinista, così la narratrice – che resta senza nome per l’intero romanzo – si ritrova di colpo a rimpiangere di non aver studiato abbastanza quand’era al conservatorio; Sarah mangia gallette, beve birra e l’altra ordina sempre «lo stesso, esattamente lo stesso». La quotidianità si trasforma, si plasma d’improvviso sui dettami del desiderio dell’altra, costringendo l’esistenza nel raggio di luce riflessa che solo riesce a illuminarla. Poiché la presa sulla realtà si riduce, la cronaca tumultuosa della passione fra le due protagoniste, il racconto ben governato che la narratrice ne fa si aggrappa a pause di commento dal sapore enciclopedico, quasi delle ancore di salvezza: fra le descrizioni degli appuntamenti appaiono così degli incisi sulla composizione dello zolfo, che ha per simbolo la «s» di Sarah; sulla morfologia dell’hinterland parigino; dei dati storici su Campo San Bartolomeo a Venezia, dove loro si incontrano mentre stanno conducendo due viaggi indipendenti, scoprendo la meraviglia del vedersi per la prima volta fuori dai luoghi abituali; il tutto accompagnato da un continuo ricamo di citazioni musicali, poetiche, filmiche.</p>
<p>Se il romanzo attinge molto all’universo letterariamente ricchissimo dell’ossessione, va però detto che si tratta della storia di un amore ricambiato e sofferto da entrambi i personaggi. Nel secondo volume dei suoi diari, appena uscito per Nottetempo, Susan Sontag annota: «Amare = la sensazione di vivere in una forma più intensa. Come l’ossigeno puro (diverso dall’aria)»; e chi resta troppo a lungo in un ambiente di ossigeno puro, muore. Così, in questo romanzo, mentre i corpi «avanzano l’uno verso l’altro come calamite malefiche», la protagonista si ritrova spossessata di tutto ciò che aveva prima della comparsa in scena di Sarah:</p>
<blockquote><p>In questa nuova vita accanto alla sua, ci sono treni e ci sono stazioni, ma non per me, mai. […] Ci sono aeroporti, aerei, orari di imbarco, orari di atterraggio, nastri dove recuperare il bagaglio; ci sono taxi, metro e cambi di metro. Non per me, però, mai.</p></blockquote>
<p>Il tempo è colonizzato dalla presenza dell’altra, organizzato sulla base delle tournées del quartetto in cui Sarah suona, e si dilata nell’attesa fra una presenza e un’assenza, fra il pieno e il vuoto. La giostra diventa presto insostenibile, così come la volubilità di Sarah, la sua continua altalena fra l’entusiasmo, la vitalità irresistibile e la durezza, le accuse di privazione, le insofferenze. Arriva, necessaria, una separazione temporanea, una pausa nel rapporto che riesca a tagliare la purezza dell’ossigeno.</p>
<p>Marsiglia, Milano e soprattutto Trieste si alternano sullo sfondo, mentre la seconda parte del romanzo ruota intorno alla malattia di Sarah: elemento annunciato sin dall’incipit – dunque nulla si sta svelando a futuri lettori e lettrici -, sviluppato però in modo più confuso, a tratti posticcio. Nell’esilio che la narratrice s’impone &#8211; mentre con echi machbetiani si autorappresenta con le mani sporche di sangue -, la figura di Sarah è più che mai presente e si trasforma da ossessione in fantasma. Sconcerta, all&#8217;indomani della separazione dall&#8217;oggetto amato, che «la vita senza di lei [sia] comunque vita», e che la bellezza di un tramonto o dell&#8217;Adriatico scintillante perduri dopo la catastrofe, in tutta la sua inaccettabilità. La spirale che conduce al finale può ora cominciare.</p>
<p><em>È</em><em> la storia di Sarah </em>racconta un amore e una seconda, inattesa educazione sentimentale; la prosa trascinante, che almeno nella prima parte non subisce alcuna battuta d’arresto, riesce a descrivere con grande efficacia lo stupore estasiato di una nuova forma di desiderio scoperta a trent’anni, e gli abissi che questo spalanca.</p>
<p>Il merito dell’edizione italiana va tutto alla splendida traduzione di Camilla Diez, che ha saputo seguire il testo nell’impetuosità del discorso della passione così come nell’incedere volutamente esitante, rallentato del commento che diventa pausa, riflessione, controcanto, senza mai neutralizzare lo stile ora chirurgico del frammento, ora informale dei dialoghi, pieni della vivacità della conversazione quotidiana. Il demerito, invece, sta nell’aver messo in commercio un bel romanzo con una copertina improbabile, presumibilmente <em>catchy</em>, che strizza però l’occhio a una generica letteratura “femminile” e ricorda le copertine dei libri di Annie Ernaux per la stessa Rizzoli prima che L’Orma editore iniziasse a pubblicarne i titoli, laddove l’edizione francese è apparsa nella sobria veste grafica delle Éditions de Minuit.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img decoding="async" class="wp-image-82571 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/41ATBzGl8xL.jpg" alt="" width="204" height="306" /><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-82572 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/41QZVoTxIcL.jpg" alt="" width="231" height="309" /></p>
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		<title>La climatologia emozionale di Palandri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jan 2020 06:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[bompiani]]></category>
		<category><![CDATA[enrico palandri]]></category>
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<p>di <strong>Enrico Palandri</strong></p>
<p>Ho deciso di riprendere in mano e riscrivere questi romanzi e riproporli in un unico ciclo nel 2010. Ero tornato a vivere a Venezia da qualche anno, stavo terminando <em>I fratelli minori</em> e avevo in mente anche un altro titolo: <em>Le condizioni atmosferiche</em>. A concludersi, oltre al romanzo che stavo scrivendo, era il ciclo di quel che avevo scritto a Londra, dove avevo vissuto dal 1980 al 2003.<span id="more-82431"></span><br />
Cosa significa che qualcosa finisce? Innanzi tutto era tramontata l’attualità. Non esisteva più l’Italia di cui avevo parlato, gli anni che avevano dato grandi spinte rinnovatrici e che si erano conclusi tragicamente, tra echi della guerra partigiana e le manovre terroristiche della guerra fredda. C’era adesso l’Europa, un altro mondo di idee e sentimenti che dava spazio a un orizzonte più lungo su quello che avevamo vissuto e che invece di passarmi alle spalle persisteva in una prospettiva romanzesca.<br />
La vita a Londra, dove ero andato per fare lo scrittore, aveva trasformato il mio modo di essere al mondo: essere in un paese straniero, separare la lingua di ogni giorno da quella in cui si scrive per scremarla dagli elementi corrivi e lavorarla, accordarla come uno strumento musicale, aveva anche separato la mia vita personale dalle vicende della politica. In fondo era la ragione per cui non avevo mai pensato di poter riscrivere <em>Boccalone, </em>il mio primo libro, troppo legato ai tanti con cui avevo vissuto: era loro, con loro, per loro. A Londra ero invece andato solo, questi libri erano nati più liberi; nell’inventarli non avevo pensato agli amici ma a modelli letterari, musicali, erano dentro un ambito interamente artistico. Era quindi possibile fare su loro il lavoro che qui si conclude.<br />
In questa stesura ho sentito di non dovermi più difendere dal somigliare ai personaggi: Ivancich, Pauline, Davide, Zdena, Markus, Nina e gli altri sono oggi molto più distanti da me, e più loro stessi. Li ho ricondotti a sei destini principali e fatti crescere attraverso i temi dei diversi libri. I primi amori e il desiderio dei ragazzi di partire dalla città d’origine (<em>Le pietre e il sale</em>); lo sradicamento, la nostalgia e le scelte della vita adulta (<em>Le vie del ritorno</em>); lo scacco di fronte alla storia (<em>Le colpevoli ambiguità di Herbert Markus</em>); la paternità e l’addio alla propria giovinezza (<em>Angela prende il volo</em>); il divorzio, la passione impossibile per la compagna di una vita e lo sforzo di fare esistere una famiglia al di là dei suoi disastri (<em>L’altra sera</em>). Il desiderio di riscattare uno stato di minorità che è la vita stessa (<em>I fratelli minori</em>).<br />
Sono quindi un ciclo, dove ogni volta che ricominciavo un nuovo libro sapevo di riprendere dal libro precedente, ma non sono un unico romanzo: ogni narrazione ha un suo cuore, un’architettura che tiene insieme sviluppo, climax, coda.<br />
Ho molto semplificato le scelte stilistiche che spesso dialogavano con una scena letteraria che, come quella politica, diviene semplicemente incomprensibile man mano che gli anni passano. Ho aggiunto una datazione che non è quella della pubblicazione dei libri ma quello in cui ho ambientato ogni vicenda.<br />
Ho infine tolto dediche, epigrafi e ringraziamenti, quasi i personaggi si fossero ripresi quei lembi di parole che avanzavano dal racconto.<br />
Il futuro è semplicemente il nostro destino: da giovani lo si avverte pieni di inconsapevolezza e, man mano che si realizza, siamo costretti a pensare con un nitore che è la conseguenza della vita che si è svolta. La pentola non scotta più, la si può prendere in mano. Ma qui mi taccio, l teatro è il lettore. Non voglio intromettermi nei pensieri, sentimenti e emozioni che spero si provino nell’incontrare tutto quello che qui è avvenuto, non è avvenuto o è perito: eventi, amori e soprattutto i personaggi che altro non sono che le persone che abbiamo conosciuto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>NdR: questa è la postfazione di Enrico Palandri al volume &#8220;Le condizioni atmosferiche&#8221;, edito ora da Bompiani, che riunisce sei suoi romanzi: &#8220;Le pietre e il sale&#8221;</i>, &#8220;<i>Le vie del ritorno&#8221;</i>, &#8220;<i>Le colpevoli ambiguità di Herbert Markus&#8221;</i>, &#8220;<i>Angela prende il volo&#8221;</i>, &#8220;<i>L’altra sera&#8221;</i>, &#8220;<i>I fratelli minori&#8221;.</i></p>
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		<title>Dopo il crollo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jan 2020 06:00:30 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Bacci Pagano]]></category>
		<category><![CDATA[Bruno Morchio]]></category>
		<category><![CDATA[liguria]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[ponte Morandi]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Val Polcevera]]></category>
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					<description><![CDATA[di Bruno Morchio «Della scomparsa del passato ci si consola facilmente, è dalla sparizione del futuro che non ci si riprende.» Amin Maalouf «Che vuoi capire?» «Che cosa è diventata questa valle.» «Non ti seguo.» «Crolla un ponte, muoiono quarantatré persone, sotto ci sono case e strade dove la gente vive, tira la carretta, sogna, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Bruno Morchio</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/index.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-82272" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/index.jpg" alt="" width="184" height="275" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/index.jpg 184w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/index-160x239.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 184px) 100vw, 184px" /></a></p>
<p style="text-align: right;">«Della scomparsa del passato ci si consola facilmente,<br />
è dalla sparizione del futuro che non ci si riprende.»<br />
Amin Maalouf</p>
<p>«Che vuoi capire?»<br />
«Che cosa è diventata questa valle.»<br />
«Non ti seguo.»<br />
«Crolla un ponte, muoiono quarantatré persone, sotto ci sono case e strade dove la gente vive, tira la carretta, sogna, s’innamora e magari mette al mondo dei figli.»<br />
«Cosa ha di speciale questa valle, a parte il fatto che si è vista crollare addosso il ponte dell’autostrada?»<br />
«Per esempio il fatto che uno c’è nato, o ci ha trascorso la vita.»<br />
«Questo vale per qualunque altro posto. E poi, tu mica sei nato qui.»<br />
«No, ma per oltre un secolo questa valle è stata un distretto industriale di prim’ordine; le fabbriche si contavano a decine e decine e i suoi operai hanno costituito una spina dorsale dell’identità della città.»<br />
«Il mondo cambia. Oggi la grande industria è quasi del tutto scomparsa, sopravvive una rete di piccole e medie aziende, ma i numeri di un tempo non esistono più. Anche la popolazione si è ridotta, e soprattutto è paurosamente invecchiata.»<br />
«Proprio questo è il punto: qui non c’è stata alcuna gentrificazione, non sono arrivati gli architetti a rimodellare l’archeologia industriale per trasformarla in qualcos’altro: musei, biblioteche, teatri, cinema o spazi pubblici dove incontrarsi, conoscersi e riconoscersi. Solo qualche centro commerciale e alcuni grandi baracconi del consumo di massa. Il paesaggio è segnato da gusci fossili del passato privi di vita, carcasse abbandonate che continuano a occupare lo spazio solo per ricordarci quello che siamo stati, senza dirci niente di quello che potremmo diventare.»<br />
«Non è successo lo stesso in tutte le periferie post-industriali dell’occidente?»<br />
«È successo in quelle di cui nessuno s’è preso cura.»<br />
«Prova a vedere il bicchiere mezzo pieno: salendo lungo la riva sinistra del Polcevera, da Certosa a Pontedecimo, si incontrano file di palazzi di pregio; abbiamo dimore gentilizie di grande valore, dal castello Folzer a villa Serra. Ci sei mai stato?»<br />
«Certo che ci sono stato.»<br />
«E dimmi: non sono una bellezza?»<br />
«Certo che lo sono.»<br />
«E che mi dici delle nostro colline e dei piccoli borghi come Murta e Begato?»<br />
«Dei piccoli gioielli.»<br />
«E anche l’edilizia popolare, non dappertutto è stata atroce come qui al Diamante.»<br />
«Hai ragione, ma non ci si tira fuori da un disastro guardando indietro, mentre qui siamo immersi in un brodo di elegia e tutti hanno qualcosa da rimpiangere. Si accenna al ponte Morandi e comincia a esalare profumo di passato, neanche avessero reciso una rosa; ma ci si guarda bene dal menzionare le spine.»<br />
«Quali spine?»<br />
«Per esempio gli stabilimenti che hanno devastato l’ambiente e lasciato una lunga scia di morti.»<br />
«È vero, negli anni è stata una strage.»<br />
«Ed è anche vero che gli operai hanno fatto pochi figli, e questi ne hanno fatti ancora meno, e se non arrivavano gli stranieri si stava preparando uno sterminato ospizio, a cui sarebbe seguito un desolante, cimiteriale silenzio; tutti rimpiangono i negozi autoctoni, quelli d’una volta, che vendevano tessuti, vestiti e cibi di qualità, soppiantati dai venditori di kebab e paccottiglia made in China, ma senza questi ultimi, cosa sarebbero le strade se non dei deserti percorsi solo da automobili che fanno la spola tra lavoro, centro commerciale e abitazione?»<br />
Giulia mi segue con attenzione, tra divertita e perplessa. «Dove vuoi arrivare? A sostenere che questo è il migliore dei mondi possibili?»<br />
«Certo che no. Ma neanche quello lo era, basta guardare questo quartiere.»<br />
«Eppure io sono affezionata a questo quartiere. Lo amo come si ama un figlio disabile, e faccio il possibile per renderlo migliore, almeno finché rimarrà in vita. Dopotutto abbiamo la farmacia, la casetta ambientale, il bosco e i forti di Begato e del Fratello Minore. E quando lo abbatteranno mi preoccuperò del destino di quelli che ci abitano. Ma cosa c’entra tutto questo con l’uomo che stai cercando?»<br />
«Anche lui ama questa vallata. Ci è nato e cresciuto e ha voluto tornarci a vivere, anche quando aveva i mezzi per andare altrove. Proprio come te.»<br />
«Tanto vale che parli con me, allora.»<br />
«Tu spendi le tue energie per preservare un significato alla tua vita e a quella degli altri.»<br />
«E lui invece?»<br />
«È un distruttore, un saccheggiatore di destini. Eppure tutti ne sentono la mancanza. Deve esserci un nesso tra questa negatività e il suo carisma, qualcosa che lo rende attraente agli occhi delle sue vittime.»<br />
«Non crederai alla favola dell’eterogenesi dei fini?»<br />
«La teoria secondo cui la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni e dal letame nascono i fior? Ci credo eccome.»<br />
«E a cosa sei interessato? Ai fiori nati dal letame o all’inferno generato dalle buone intenzioni?»<br />
«Non lo so, però sono convinto che il mio uomo custodisce molte verità, incluso il segreto della propria autodistruzione. È imbevuto dei falsi miti del liberismo degli anni Ottanta, quelli instillati nella gente dalla televisione commerciale; proviene da una famiglia operaia e se ne vergogna, ma ha scelto di continuare a vivere qui, ha conservato gli stessi amici polceveraschi dell’adolescenza e perfino le amanti le ha selezionate tra le giovani di Teglia, Bolzaneto e Pontedecimo. Col suo lavoro ha provocato lutti e dolore, arricchendosi senza scrupoli e forse dilapidando la propria ricchezza. Si può impiegare il proprio talento per distruggere quello che si ama?»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="title__text"><em>NdR: questo brano è tratto dal capitolo 15 (&#8220;Dopo il crollo&#8221;) di &#8220;Le sigarette del manager. Bacci Pagano indaga in val Polcevera&#8221; (Garzanti, 2019) di Bruno Morchio<br />
</em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Incendio nel bosco</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/12/31/incendio-nel-bosco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Dec 2019 06:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Incendio nel bosco]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Candida]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Tarka Edizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Candida Fermiamo il riavvolgimento del nastro. Guardiamoci intorno, nei pochi momenti in cui il fuoco è ancora creatura ammirevole, e dell’abete rosso e della farnia abbiamo detto, e a nord intrichi di larici, e vicino un leccio dall’aspetto così abbondante che mosso dal vento sembra masticare carnivoro i volatili che nidificano e si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/marco-candida.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-82154" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/marco-candida-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/marco-candida-199x300.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/marco-candida-200x301.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/marco-candida-160x241.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/marco-candida.jpg 221w" sizes="auto, (max-width: 199px) 100vw, 199px" /></a></p>
<p>di <strong>Marco Candida</strong></p>
<p>Fermiamo il riavvolgimento del nastro.<br />
Guardiamoci intorno, nei pochi momenti in cui il fuoco è ancora creatura ammirevole, e dell’abete rosso e della farnia abbiamo detto, e a nord intrichi di larici, e vicino un leccio dall’aspetto così abbondante che mosso dal vento sembra masticare carnivoro i volatili che nidificano e si posano sulle sue braccia, e lì accanto una fioritura di maggiociondoli con i suoi fiori a grappoli gialli vivo, e cespugli di lentischio, ed erbaluigia, e a est olmi, e nel mezzo un pianoro ricoperto di foglie verdi rischiarato dal sole, e qui incontriamo un elemento che in mezzo a quell’incastrarsi di fusti, rami, creste d’alberi, foglie fa il suo effetto disorientante, e acquista anche una bellezza nuova.<br />
Una borsa frigo.<br />
E’ del tipo morbido, di colore azzurro, con ghirigori a decorazione, e bande bianche, e pallini rossi e arancione, a rappresentar mare, cielo, linee d’orizzonte, ombrelloni, una borsa frigo vistosa, artificiale, gommosa, che richiama immagini di corsie da supermarket, con la cerniera aperta a lasciare intravvedere tramezzini, fette di mollica bianco latte comprimenti miscugli colorati di cibo come insalata capricciosa, fette rosa di prosciutto cotto, lamelle di sottilette, e una bottiglia da un litro e mezzo di aranciata, e ai piedi della borsa-frigo un plaid kaki arancione e nero e sopra involti con dentro tramezzini sbocconcellati, piattini di plastica con qualche briciola semi-invisibile, oggetti che il fuoco divampando si divertirà a sterminare in un attimo liberando peraltro micro-quantità di diossina nell’aria, e il mostro mille-teste mangiandosi queste cose si mette sulle tracce di chi, forse, lo ha evocato: ecco il compito del mostro, inviato dalla natura per dare la caccia a chi si è provato a oltrepassare la realtà apparente per guardare al di là oppure che non si è curato della bellezza del mondo, oasi in mezzo a rottami cosmici, e l’ha sfregiata, e adesso il fuoco gliela farà pagare, si metterà sulle sue tracce e lo afferrerà e lo distruggerà.<br />
E’ curioso, digredendo un momento, come i poeti si dedichino a mettere in versi un lauro e un barbagianni, e gli usignoli e le alche, e provino incanto per ciò che è oggetto di studio in botanica e zoologia, e si trova, in fondo, dal fruttivendolo e dal pescivendolo, o dal fioraio, o in erboristeria, in una serra o allo zoo, basterebbe scrivere in versi quel che si vede in questi luoghi quotidiani, e invece il poeta vuole trovarlo là da dove viene, e nel trovarlo prova incanto, lì, intatto, immobile, carezzato dal vento, sospeso tra cielo e terra, e l’elemento curioso in ciò è che in un mondo pieno di turpitudini al poeta basta una verza, aglio e cipolla, fin anche una cornacchia o una chiocciola per vedere l’immenso, l’infinito, provando sentimenti di fusione, come ignorando che l’abbracciamento universale comprenda anche la sozzura, come se la natura fosse cespugli di mirtilli e filari d’uva, luce, meraviglia, ed ecco la finzione, ecco che cosa provoca tutt’al più un sorriso amaro da parte di chi non capisce la poesia di un verso, non è in grado di percepirla, vedendo in essa una generalizzazione inaccettabile, ma forse il messaggio di fondo della poesia consiste nel far sapere che le cose belle nel mondo ci sono e che dovremmo guardarle e riprodurre qualcosa di simile a quello e non ad altro, come fabbriche, casamenti di cemento, ciclopi d’acciaio, utensili di plastica, anche se esistono tentativi di versificazione di questi paesaggi artificiali, e di esaltazione dell’opera dell’uomo, la poesia rimane cantare le bellezze naturali, e quando il poeta vuole esprimere sentimenti cupi e disperati sulla vita, sul suo senso, allora non descrive la disarmonia delle opere umane, sarebbe troppo facile, di quello già si occupa la prosa dei romanzetti e dei giornalisti della cronaca, ma alla natura si rivolge, guardandola sottecchi, un po’ di sbieco o alla rovescia, come Baudelaire nei “Fiori del Male” o come Montale negli “Ossi di seppia”, e pertanto non tradendo il magistero fondamentale di ogni poesia che sia poesia, ovvero che è la natura a dirci chi siamo e cosa dobbiamo fare in questo mondo, e se scrutata bene, ci dicono Montale e Baudelaire, la natura avverte sul destino delle cose, sull’esistenza dell’amico e dell’avversario, sul permanere in questa terra del bene e del male, e ci insegna, la natura, ci indirizza, con i suoi frutti, i suoi fiori, gli esseri viventi, già dice quel che bisogna sapere, e imitare, ed evitare, persino un gatto per Baudelaire è un avvertimento:</p>
<p><em>&#8220;Vieni, mio bel gatto, sul mio cuore innamorato;</em><br />
<em>trattieni le unghie della zampa,</em><br />
<em>e lasciami sprofondare nei tuoi begli occhi striati</em><br />
<em>di metallo e d&#8217;agata.</em><br />
<em>Quando le dita indugiano ad accarezzare</em><br />
<em>la tua testa e il dorso elastico</em><br />
<em>e la mano s&#8217;inebria del piacere di palpare</em><br />
<em>il tuo corpo elettrico,</em><br />
<em>vedo la mia donna in spirito. Il suo sguardo</em><br />
<em>come il tuo, amabile bestia,</em><br />
<em>profondo e freddo, taglia e fende come un dardo,</em><br />
<em>e, dai piedi fino alla testa,</em><br />
<em>un&#8217;aria sottile, un minaccioso profumo</em><br />
<em>circolano attorno al suo corpo bruno&#8221;.</em></p>
<p>Per Montale, invece, il ”mal di vivere” che cos’è?</p>
<p><em>Spesso il male di vivere ho incontrato:</em><br />
<em>era il rivo strozzato che gorgoglia,</em><br />
<em>era l&#8217;incartocciarsi della foglia</em><br />
<em>riarsa, era il cavallo stramazzato.</em><br />
<em>Bene non seppi, fuori del prodigio</em><br />
<em>che schiude la divina Indifferenza:</em><br />
<em>era la statua nella sonnolenza</em><br />
<em>del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.</em></p>
<p>Possibile che a Montale non siano venute in mente altre immagini oltre a una “foglia riarsa” o un “rivo strozzato”? Invece, la poesia ci dice di guardare la natura e di comprendere i suoi messaggi, utili per la nostra vita, la nostra esistenza di uomini e donne. “Foresta di simboli”, scrive ancora Baudelaire nella sua celeberrima “Corrispondenze”.</p>
<p><em>E&#8217; un tempio la Natura ove viventi</em><br />
<em>pilastri a volte confuse parole</em><br />
<em>mandano fuori; la attraversa l&#8217;uomo</em><br />
<em>tra foreste di simboli dagli occhi</em><br />
<em>familiari. I profumi e i colori</em><br />
<em>e i suoni si rispondono come echi</em><br />
<em>lunghi che di lontano si confondono</em><br />
<em>in unità profonda e tenebrosa,</em><br />
<em>vasta come la notte ed il chiarore.</em></p>
<p><em>Esistono profumi freschi come</em><br />
<em>carni di bimbo, dolci come gli òboi,</em><br />
<em>e verdi come praterie; e degli altri</em><br />
<em>corrotti, ricchi e trionfanti, che hanno</em><br />
<em>l&#8217;espansione propria alle infinite</em><br />
<em>cose, come l&#8217;incenso, l&#8217;ambra, il muschio,</em><br />
<em>il benzoino, e cantano dei sensi</em><br />
<em>e dell&#8217;anima i lunghi rapimenti.</em></p>
<p><em>H</em>a un suo senso questa fede nella natura da parte dei poeti, se si pensa che la natura è al mondo da molto prima dell’uomo, e non è da scartare l’ipotesi che possa esserci stata messa, in qualche modo, creata o fabbricata o predisposta, attraverso meccanismi evolutivi. Nel silenzio e nell’immobilità di sambuchi e carrubi può esserci una sapienza antichissima, preistorica e ancora intatta; e nelle spine di una rosa un comandamento adamantino: “Non toccare”, “Non manipolare”, “Abbi rispetto”; e se escludiamo i pidocchi verdi delle rose, o la virgola scarlatta di una mantide orchidea, e se escludiamo i baudelairiani gatti, che assaggiano fiori quali nasturzi e garofani d’India, e cosmee e monarde, e le rose, le rose!, le spine non sono forse messe lì per gli uomini e le donne?, i soli esseri che raccolgono rose, per odorarle e inghirlandarsi, ma forse per essere più esplicita la natura avrebbe dovuto innervare di spine i gambi di ogni fiore e i tronchi di ogni albero, chissà.<br />
Il fuoco è la vera spina di piante e fiori.<br />
La perdita d’equilibrio dell’ecosistema l’avvertimento naturale più evidente.<br />
Adesso le spine della natura si allungano nel bosco, alla ricerca di chi le ha cagionate, radendo al suolo il più possibile, come avvertimento riguardo cosa accade se il diavolo viene evocato: “Se anche uno solo di voi non mi avrà compreso, io punirò tutti!”, e ora il vendicatore della natura si mette subito sulle tracce di chi ha osato farle male, studiando il plaid e la borsa-frigo con quel che c’è dentro, annusando come un segugio prima di addentare e fare a brandelli, e sulla coperta del pic-nic le fiamme ritrovano anche una forcina per capelli, e un altro dettaglio, una cintura, e prima di chiudersi su queste cose per divorarle, le fiamme capiscono su chi devono mettersi sulle tracce, un uomo e una donna, e il fuoco li troverà, oh se li troverà, e li arrostirà, senza fare distinzione come non fa distinzione per i muschi verdeggianti alla base dell’abete rosso, e nemmeno per le russule o le mazze di tamburo, per le vesce e i pinaroli, per i porcini e i prataioli tra distese di foglie o su qualche sporgenza sassosa con i loro cappelli dalle cuticule variopinte e ora viscide ora areolate ora pruinose ora verrucose, puf!, via tutto, appallottolandosi, annerendosi, erodendosi, polverizzandosi, e lo stesso sarà per l’uomo e la donna.<br />
Ed eccoli, infatti, l’uomo e la donna, noi da quassù possiamo già vederli, stesi su un greto di latifoglie almate e lanceolate, lobate e rifogliate, piovute da pioppi e betulle e ontani, e ambedue paiono proprio avere un abbigliamento consono a un pic-nic con plaid e borsa-frigo, l’uomo indossando una maglietta di tela rossa, elegante, con il colletto e i bottoni, e un paio di calzoncini, con la cintura, e bottone e cerniera, la donna indossando un abbigliamento sportivo simile, una canottiera a righe bianche e rosa, non attillata, e una gonnella corta ma svolazzante, ed entrambi un paio di scarpe da ginnastica di tela blu quelle dell’uomo e rosse quelle della donna, e l’uomo e la donna si stanno amando, i corpi giovani intrecciati, e ignari, sospesi in una dimensione dove gli alberi hanno petali al posto delle foglie, e dalle sfumature infinite, e dai profumi più eterogenei, i tronchi blu, arancione, verde, creste fatte di margherite, di ciclamini, arance con la buccia celeste, castagne bianche, uva con acini neri e bianchi nello stesso grappolo, datteri rosa, limoni lillà, nidi di rondine opalescenti, ecco dove sono mentre si amano, in quale dimensione, in quale bosco.<br />
Un bosco nel bosco.<br />
Lui si chiama Fiore.<br />
Lei Rosa.<br />
La voglia di stringersi è un fuoco che arde entrambi.<br />
Il bosco è parso luogo ideale per consumare la fiamma che da giorni e giorni, mesi, anni li brucia.<br />
Per di più, questo bosco non è un bosco come qualsiasi altro bosco.<br />
E’ un bosco speciale.<br />
Il bosco di Silvano.<br />
Silvano è il marito di Rosa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div dir="ltr">
<div><em>NdR: il testo che precede è tratto da &#8220;Incendio nel bosco&#8221;, di Marco Candida (Tarka Edizioni, Collana Appenninica, 2019)</em></div>
</div>
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		<title>La palude dei fuochi erranti</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/11/16/la-palude-dei-fuochi-erranti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Nov 2019 06:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Edoardo Zambelli]]></category>
		<category><![CDATA[Eraldo Baldini]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Edoardo Zambelli Eraldo Baldini, La palude dei fuochi erranti, Rizzoli, 2019, 224 pagine “Però una cosa ve la dico: se ci sono ombre che vi perseguitano e vi intimoriscono non è perché siete sventurato, ma solo perché siete fragile, anche se cercate di dimostrare il contrario. Il lupo, sappiatelo, non attacca il cervo più [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="LEFT"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-81283" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/baldini.jpg" alt="" width="272" height="408" /></p>
<p align="LEFT"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">di <b>Edoardo Zambelli</b></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><b>Eraldo Baldini</b>, <i>La palude dei fuochi erranti</i>, Rizzoli, 2019, 224 pagine</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><i>Però una cosa ve la dico: se ci sono ombre che vi perseguitano e vi intimoriscono non è perché siete sventurato, ma solo perché siete fragile, anche se cercate di dimostrare il contrario. Il lupo, sappiatelo, non attacca il cervo più grasso o pi ù sfortunato, ma quello più debole.”</i></span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><i>Non c’è alcun lupo che mi minacci.”</i></span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><i>Se non c’è, ci sarà presto. Non vi accorgete che vi sta già tenendo d’occhio e seguendo?”</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Il nuovo libro di Eraldo Baldini, <i>La palude dei fuochi erranti</i>, si apre in un giorno di Novembre, con la scoperta di una grande fossa comune, poco distante da un’abbazia. L’anno è il 1630, il luogo è Lancimago, un immaginario paesino a nord di Ravenna, sperduto in un paesaggio di paludi e campi. Nel nord Italia si sta espandendo l’epidemia di peste, e per evitarne il dilagare anche in Romagna, monsignor Diotallevi viene inviato in quelle zone per allestire i cordoni sanitari. Da questa situazione iniziale il racconto si allarga, accogliendo dentro di sé un succedersi di eventi misteriosi e inquietanti: fuochi che appaiono e scompaiono nei campi, untori che si aggirano nella boscaglia, la cattura di una strega, animali che scompaiono, tutti sintomi (forse) di una maledizione che ha colpito l’abbazia e i territori circostanti.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Monsignor Diotallevi si troverà quindi a dover fare i conti con una doppia minaccia: una esterna, la peste, e una interna, che ha a che fare con gli accadimenti di Lancimago. Altri personaggi si muovono nel libro &#8211; lo scienziato Zecchini, il conte Cappelli, l’abate, frate Orso -, e ognuno pare portare con sé un segreto, qualcosa da nascondere. Molto di quello che accade potrebbe avere a che fare con qualcosa successo molti anni addietro, un passato che d’improvviso sembra essere stato disseppellito assieme ai corpi trovati nella fossa comune. O forse no? Ecco, il fascino del libro sta proprio nel continuo stare in bilico tra realtà e tentazione del meraviglioso. A questo proposito è interessante la scelta dell’autore di fornire un triplice sguardo sugli eventi, mettendo a confronto la visione scientifica di Francesco Zecchini, la superstizione del conte Cappelli (e assieme a lui del popolo e buona parte del monastero), e poi quella di monsignor Diotallevi &#8211; il vero protagonista della storia &#8211; che fa un po’ da mediatore, per così dire, tra le due posizioni, tra lo sguardo laico della scienza e quello timorato della superstizione.</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><i>Li avete presi?”</i></span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><i>Sì.”</i></span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><i>Cosa ne farete ora?”</i></span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><i>Abbiamo già fatto quello che ci era stato ordinato”, rispose quello, additando un macchione d’alberi ai piedi dell’argine.</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><i>Zecchini avanzò in silenzio, vi si addentrò e li vide.</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><i>Un uomo di mezza età e un ragazzo pendevano, impiccati, dai rami di un pioppo.</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">La narrazione procede per accumulo di suggestioni, al mistero degli eventi si mischia l’incanto di un paesaggio che si popola di nebbie, nevi, presenze sfuggenti &#8211; una su tutte Maddalena, la ragazza che vive sui rami di una quercia. Eraldo Baldini si muove sempre in un territorio fuori dal tempo, o che il tempo scalfisce appena. Certe volte, come in <i>Stirpe selvaggia</i> o <i>Terra di nessuno</i> &#8211; tanto per citarne un paio, ma andrebbero bene un po’ tutti -, la Storia passa sì in quei mondi, ma lo fa quasi accarezzando i luoghi e le vite dei personaggi che li popolano. La Storia Baldini la guarda nei suoi momenti più dimessi, inquadra la realtà di piccoli borghi, di vite che a stento sanno di essere dentro il passare del tempo. Attinge spessissimo alla tradizione popolare della sua Romagna, costruisce intere trame attorno a usanze, leggende, dicerie di popolo, e crea così quell’ibrido tra fiaba e racconto nero che trova la sua declinazione più precisa ed evidente in <i>Gotico rurale</i>, la raccolta di racconti uscita prima per Frassinelli, nel 2000, e poi riedita da Einaudi nel 2012, ormai un vero e proprio classico della nostra narrativa (di genere e non).</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><i>La palude dei fuochi erranti</i> è uno splendido romanzo del mistero &#8211; a chiamarlo semplicemente <i>noir</i> mi parrebbe di fargli un torto -, sostenuto da una prosa elegante e immaginifica e da un ritmo perfetto, senza inciampi. A fine narrazione, Baldini ci consegna una verità che, come spesso accade nei suoi libri, ha più a che vedere con l’operato e le trame degli uomini che non con la magia e il soprannaturale. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Ancora una volta Baldini sembra dirci che ci sono luoghi che sono mondi a se stanti, sopravvivono in continuità con un tempo trascorso e dimenticato. E per comprenderli, bisogna guardarli con gli occhi rivolti al passato, un passato in cui il meraviglioso era lo strumento privilegiato, quello più efficace, per spiegare le leggi del mondo. Ecco, questo, io credo, è anche il modo migliore per guardare i libri di Eraldo Baldini.</span></p>
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		<title>Le macchie indelebili di Philip Roth</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/11/09/le-macchie-indelebili-di-philip-roth/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Nov 2019 06:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[La Macchia Umana]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[philip roth]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Marino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Stefano Marino 1998, esplode il sexgate: una delle pagine più pruriginose della storia della politica Occidentale. 2000, esce La Macchia Umana, di Philip Roth. Ultimo romanzo di quella parte di produzione dello scrittore statunitense che prenderà il nome di Trilogia Americana. 2019, Camille Paglia, intellettuale, sociologa, lesbica, femminista, diventa oggetto di una petizione sottoscritta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="LEFT"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-81277" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/roth-1.jpg" alt="" width="252" height="323" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/roth-1.jpg 252w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/roth-1-234x300.jpg 234w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/roth-1-250x320.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/roth-1-200x256.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/roth-1-160x205.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 252px) 100vw, 252px" />di </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Stefano Marino</b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">1998, esplode il </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>sexgate: </i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">una delle pagine più pruriginose della storia della politica Occidentale.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">2000, esce </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>La Macchia Umana</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">, di Philip Roth. Ultimo romanzo di quella parte di produzione dello scrittore statunitense che prenderà il nome di </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Trilogia Americana.</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">2019, Camille Paglia, intellettuale, sociologa, lesbica, femminista, diventa oggetto di una petizione sottoscritta da alcuni studenti con l’intento di allontanarla dal ruolo di professoressa all’University of the Arts di Philadelphia, a causa di alcune dichiarazioni della stessa sul </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>MeToo </i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">e sui </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>transgender.</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> La petizione chiede che la Paglia “venga sostituita da una persona </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>queer</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> di colore”. Il Preside della facoltà decide di non accogliere le richieste avanzate dagli studenti che hanno firmato la mozione.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Senza entrare nel merito delle opinioni espresse da Camille Paglia, la vicenda in cui è incappata consente di riflettere sulla contemporaneità che pochi e selezionatissimi capolavori della letteratura sanno esprimere in qualsiasi momento storico.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>La Macchia Umana</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> è un romanzo che si muove nell’ipocrisia, trasuda ipocrisia, non risparmia nessuno, risaltando le contraddizioni di ogni classe sociale. Fin dal principio, mette in luce tutto il perbenismo di cui era impregnato il </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>sexgate.</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> Il libro inizia nell’estate del 1998, “l’estate di un’orgia colossale di bacchettoneria, un’orgia di purezza nella quale al terrorismo (…) subentrò (…) il pompinismo, e un maschio e giovanile presidente di mezza età e un’impiegata ventunenne impulsiva e innamorata (…) ravvivarono la più antica passione collettiva americana (…): l’estasi dell’ipocrisa”. L’America era ghiotta di notizie su Clinton e la Lewinsky, e l’appetito di una nazione sembrava impossibile da saziare, così come la sua voglia di puntare il dito verso dinamiche che sembravano assolutamente estranee alla quotidianità di ogni cittadino: l’adulterio era diventato un qualcosa di alieno alla vita del popolo, le narrazioni di quel periodo lo collegavano a filo diretto con l’</span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>elite</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">. In queste prime righe è già addensato ciò che </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>La Macchia Umana</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> sarà per 395 pagine e sono ben evidenti quali siano i nervi che Roth saprà colpire con maniacale precisione e durezza per tutto lo svolgersi narrativo: il sesso, la dabbenaggine, l’ipocrisia, il conformismo, i segreti, le accuse. E la cultura. La cultura che non nobilita, non rende liberi da nessun istinto volgare e basso nel giudicare i propri simili. “Tanta istruzione e non serve a nulla. Nulla può isolare dal più infimo livello del pensiero”.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Coleman Silk, il protagonista del romanzo, è un accademico progressista, preside di facoltà e professore di letteratura. Dopo poche lezioni dall’inizio del semestre, durante un appello, definisce “spooks” – spettri – due studenti che erano sempre stati assenti nelle sue ore. “Spook”, però, in anni ben più bui di quelli che stava vivendo Silk, veniva anche usato come epiteto razzista nei confronti della comunità afroamericana. Quando emerge che i lassisti studenti sono in realtà di colore, lo scandalo esplode in tutta la sua vastità, lasciando dapprima Silk avvilito e inerme per l’ingiustizia subita, per poi in seguito prorompere in un moto di rivalsa e rabbia che si impadronirà del suo essere, fino a spingerlo a combattere una guerra personale contro tutto e tutti. Una guerra per cui Coleman Silk chiede l’aiuto della personalità locale, lo scrittore Nathan Zuckerman – alter ego di Roth –, una guerra che probabilmente si sarebbe potuta concludere in brevissimo tempo e scagionando l’incolpevole professore se solo non fosse stato lui stesso vittima di inenarrabili ipocrisie e segreti. Perché ne </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>La Macchia Umana</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> tutti sono vittime, ma nessuno è innocente.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Da qui si sviluppa il romanzo, con un turbine di personaggi memorabili e situazioni che sanno costantemente puntare il dito su un’attualità che vent’anni dopo stiamo vivendo. Con un senso di tremendo </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>déjà-vu, </i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">si leggono le righe in cui Les Farley &#8211; un personaggio sconfitto, violento e con un disturbo da stress post traumatico a causa della guerra in Vietnam &#8211; accusa i “professoroni” e gli immigrati di avergli tolto un futuro che pretendeva gli spettasse per diritto di nascita. E ancora Coleman, con i dilemmi su ciò che si può dire e ciò che è meglio tenere per sé: un esercito di suoi colleghi, sicuri che nell’anziano professore non vi fosse il minimo afflato di razzismo, gli faranno capire, senza troppi giri di parole, la non convenienza nello schierarsi dalla sua parte; perché in una università non si può difendere una persona accusata di un crimine così grave, anche se innocente. Ci sono prima le apparenze da mantenere. E poi Delphine Roux, la giovane professoressa francese emigrata negli Stati Uniti e colma di un sentimento di rivalsa intellettuale talmente bruciante da renderla un’antagonista al pari del già citato Farley. Delphine che per invidia e vendetta non esiterà a scagliarsi contro Silk, dopo lo scandalo, nel tentativo di rincarare la dose nei confronti di un uomo che non la trattava con la deferenza che lei riteneva di meritare. Delphine Roux, tratteggiata magistralmente, e vittima di un’esistenza vissuta col freno a mano tirato per rispondere alle aspettative e salvaguardare le apparenza. Delphine Roux, convinta di essere un’intellettuale anticonformista, meritevole del meglio – sia in amore, sia lavorativamente – e che proprio per questo suo modo libero di pensare, crede di essere ostracizzata dall’ambiente accademico americano. Invece, nella vita di Delphine, di libero non v’è nulla. Solo l’apparenza ha importanza. Apparenza che non mancherà di mietere le sue vittime anche in ambito sentimentale, perché sullo sfondo di tutte queste ipocrisie e ingiustizie, i pochi lampi di pace Coleman li troverà tra le braccia di Faunia Farley, ex moglie di Les, e di quasi quarant’anni più giovane. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Sono due sconfitti, Silk e Faunia, per motivi diversi. Due sconfitti pronti a spalleggiarsi e a ritrovare una spinta vitale che sgorga da una relazione tenera e voluttuosa, non peraltro “voluptas” sarà il soprannome che il colto Coleman affibbierà alla giovane amante analfabeta.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><a name="_GoBack"></a><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Il loro amore produrrà nuova legna da ardere in onore del fuoco dell’apparenza: il professore razzista, non pago, sfrutta pure una povera e derelitta analfabeta, ex moglie di un violento, e che ha già dovuto subire la morte dei due figli; Coleman Silk diventa a tutti gli effetti il mostro che una comunità progressista si sente in dovere di combattere. A uno sviluppo del genere, non esiste altra soluzione che rinunciare al ruolo socialmente assegnato, per rivendicare la propria scelta personale. È questa la riflessione che fa Silk per ritrovare un po’ di pace e riassaporare la libertà che una parola travisata gli ha fatto perdere in un istante. Diventare altro; ciò che loro non si aspettano da un tipico settantenne in pensione e con un percorso accademico di tutto rispetto alle spalle: tornare libero. Che non vuol dire darsi alla dissolutezza e esprimere concetti che vadano contro ogni logica e etica. No, vuol dire semplicemente reclamare il proprio spazio intellettuale e sentimentale: un diritto che dovrebbe essere garantito a ogni essere umano.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">In un certo senso, è la parola la vera protagonista del romanzo. “(…) ho detto </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>spooks </i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">perché volevo dire “spettri”. Mio padre aveva un bar, ma insisteva perché il mio linguaggio fosse preciso, e io non l’ho tradito”, questo dice Coleman, quando, incredulo, deve difendersi dall’infamante accusa che lo colpisce dal nulla. Coleman Silk crede nel potere della parola e nella precisione del suo uso. Come tale, riconosce pure una stratificazione delle parole con le diverse accezioni che ogni persona dovrebbe quanto meno maneggiare. Coleman Silk non si capacita della semplificazione subita dal suo linguaggio, attuata senza remore dalle persone attorno a lui. Una semplificazione che al giorno d’oggi è radicata nella nostra quotidianità: dai messaggi “semplici” berciati tramite social da politici e utenti, per attecchire come un morbo, fino al livellamento verso il basso di alcune discussioni nate da indignazioni fini a sé stesse e schiave di una perbenismo che miete vittime, oltre che intelletti. Il linguaggio ha perso potenza e autorevolezza: “quando sarebbe cessata la dabbenaggine?” si chiede Coleman. Già, quando. </span></span></p>
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		<title>Franco Cordelli, il critico militante come recensore</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/11/06/franco-cordelli-il-critico-militante-come-recensore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Nov 2019 06:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[critica militante]]></category>
		<category><![CDATA[domenico pinto]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Cordelli]]></category>
		<category><![CDATA[george orwell]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo culturale]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe montesano]]></category>
		<category><![CDATA[Il mondo scintillante]]></category>
		<category><![CDATA[massimo rizzante]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Un mondo antico]]></category>
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					<description><![CDATA[[Pubblico in una versione più estesa, un articolo apparso su &#8220;Alias&#8221; del 3/11/2019, con il titolo &#8220;Atletica della lettura, cioè ripensamento&#8221;] di Andrea Inglese &#160; Quando nel 1997 esce La democrazia magica. Il narratore, il romanziere, lo scrittore, Franco Cordelli ha già alle spalle Partenze eroiche del 1980, altro libro di genere saggistico, che avrebbe [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-81418" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/cordelli-300x213.jpg" alt="" width="300" height="213" />[Pubblico in una versione più estesa, un articolo apparso su &#8220;Alias&#8221; del 3/11/2019, con il titolo &#8220;Atletica della lettura, cioè ripensamento&#8221;]</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando nel 1997 esce <em>La democrazia magica. Il narratore, il romanziere, lo scrittore</em>, Franco Cordelli ha già alle spalle <em>Partenze eroiche</em> del 1980, altro libro di genere saggistico, che avrebbe però, a detta del suo stesso autore, il limite di essere una mera <em>collezione </em>di interventi critici, ognuno concluso in sé e autosufficiente. <span id="more-81184"></span><em>La democrazia magica</em>, invece, pur raccogliendo di nuovo articoli e saggi scritti durante gli anni, è animato dall’ambizione di organizzare il molteplice secondo una prospettiva unitaria. Cordelli sostiene ora di tenere assieme il suo materiale con maggiore maturità e compattezza strategica. A ciò si aggiunga la convinzione, ben sottolineata nella prefazione, secondo cui egli si sarebbe liberato “dall’ossessione del romanzo”. In lui, d’altra parte, il critico non può mai essere del tutto disgiunto dal romanziere. Il tormentato rapporto con il genere romanzesco, infatti, è qualcosa che attraversa la sua duplice attività, di critico militante, e di autore di libri editorialmente assimilati al genere “romanzo”, ma che romanzi non sono del tutto o non vogliono essere. Insomma, Cordelli si dirige verso il nuovo millennio, consapevole di aver limitato il rischio di dissipazione e erraticità della sua prosa saggistica, e di essersi lasciato alle spalle l’ingiunzione superegoica, propria del modernismo letterario, di praticare il romanzo come forma privilegiata di conoscenza. Dopo cinque anni appena, però, per Le Lettere escono simultaneamente due corpose raccolte d’interventi, <em>La religione del romanzo</em>, a cura di Enzo Di Mauro, e <em>Lontano dal romanzo</em>, a cura di Massimo Raffaeli. Stando alla forma e ai titoli di questi libri del 2002, le buone intenzioni del Cordelli di <em>La democrazia magica</em> sembrano essere già abbandonate.</p>
<p>Oggi Theoria pubblica la sua quinta e sesta raccolta di “scritti letterari”, <em>Un mondo antico</em>, con postfazione e cura di Domenico Pinto, e <em>Il mondo scintillante</em>, curato da Enzo Sallustro e chiuso da uno scritto dello stesso autore. Ebbene? Lo scrittore che adesso è Cordelli ha sconfitto alla fine i suoi demoni, ridimensionando il suo interesse per il romanzo, dato per morto negli anni Settanta e risorto come nuovo circa un decennio dopo? Ha eluso i rischi di dissipazione, che la sua vocazione di critico militante assoldato dal giornalismo culturale paventava? Dei 113 interventi di <em>Un mondo antico </em>e dei 124 del <em>Mondo scintillante</em>, la maggior parte sono articoli usciti per “Il Corriere della Sera” e per il suo supplemento culturale “La Lettura”. E quasi tutti sono stati dedicati alla recensione di romanzi, che fossero prime edizioni o nuove edizioni di opere già apparse. D’altra parte, se il romanzo come genere campeggia ancora al centro del suo lavoro critico, Cordelli non l’ha mai neppure ripudiato seriamente come autore. È solo del 2016 <em>Una sostanza sottile</em>, romanzo stregante per intelligenza, ritmo compositivo, e rovello saggistico, dentro una lingua cristallina e impeccabile.</p>
<p>In realtà, negli attuali volumi sono proprio sia la quantità sia la brevità dei pezzi a fare la differenza. Sono questi aspetti che definiscono il profilo di “militanza critica” che più si addice a Cordelli. Dobbiamo, però, sancire il pieno fallimento del suo programma di fine secolo: nessuna democrazia dei generi e nessuna architettura saggistica ad ampie campate. <em>Un mondo antico </em>e <em>Il mondo scintillante</em> non sono altro, per lo più, che raccolte di <em>recensioni</em> dell’unico genere letterario, il <em>romanzo</em>, che l’editoria, il pubblico, la cultura dominante reputano universale. In questa apparente fragilità di risultati, o addirittura rinuncia, bisogna cogliere il punto di forza, e il carattere eccezionale, dell’opera critica di Cordelli.</p>
<p>Innanzitutto, abbiamo il caso di uno scrittore dalla duplice vocazione, romanzesca e critico-saggistica, alle prese con tutte le <em>contraintes</em>, i vincoli, del giornalismo culturale, e sappiamo quanto un tale rapporto sia difficile: l’arte del saggio o del romanzo e il mestiere giornalistico viaggiano non solo su binari diversi, ma spesso anche in direzione opposta. Nel Novecento, tra letteratura e giornalismo, non si dà solo una relazione più o meno intensa e opportunistica, ma anche l’occasione di manifestare aperta inimicizia. La parola sull’attualità che il giornalista tesse di giorno, il romanziere disfa di notte nelle sue esplorazioni intorno al reale. Ma vi sono stati casi esemplari, in cui la potenza dello scrittore ha stabilito, a differenza di quanto generalmente accade, un compromesso al rialzo nei confronti dei limiti imposti dalla comunicazione giornalistica. Penso, ad esempio, alla collaborazione settimanale di George Orwell per <em>Tribune</em> con la rubrica <em>Come mi pare</em> (<em>As I please</em>) durante gli anni cruciali che vanno dal 1943 al 1947. In piena guerra mondiale, con la Gran Bretagna e l’Unione Sovietica che sostengono ancora da sole, e in un’alleanza forzata, l’impegno bellico maggiore contro il nemico nazista, Orwell prende di striscio l’attualità, commenta piccoli episodi quotidiani, si occupa dell’uso della lingua, ecc. L’esercizio giornalistico in Orwell era motivato da una finalità politica, quello di Cordelli, in tutt’altro contesto storico, lo è da una finalità letteraria, ma con ricadute inevitabili anche sul piano etico e politico. Quello che rende a miei occhi pertinente il paragone, pur nei contesti storici così diversi, è lo scontro tra intelligenza e caso, tra la monotonia di certe ossessioni e la varietà dei materiali e dei fatti su cui esse si esercitano, tra l’antidogmatismo dell’autore e le certezze del lettore, e tutto questo scandito dalla routine professionale (una certa quantità di battute in cambio di una certa somma di denaro). Cordelli, insomma, ha realizzato in questi anni una delle più efficaci e lucide forme di critica militante <em>in quanto recensore</em>, e lo ha fatto strappando il genere della recensione non solo al destino di genere minore, ma anche di genere irrilevante, in quanto forma di giudizio sempre più parassitata da esigenze di marketing editoriale.</p>
<p>Per che cosa, allora, milita il critico Franco Cordelli? Sul fronte del giornalismo culturale, egli combatte contro la pigrizia dell’intelletto e le letture distratte. Lo scriveva già in un pezzo di <em>Lontano dal romanzo </em>dedicato a Flaiano, “il male del giornalismo” è quello “di pensare per eredità ricevute, per frasi fatte, per convenzioni”. Il critico militante, quindi, in veste di giornalista, nuota costantemente controcorrente, intralcia la pacifica circolazione degli stereotipi culturali. Ma non è questo l’unico fronte lungo cui si definisce e distingue la sua pratica. Sul fronte del saggismo accademico, egli combatte gli eccessi dell’intelletto, la sua <em>h</em><em>ỳ</em><em>bris</em>, che per amore di sistema, di pulizia, di completezza, o di solidità dottrinaria, tende a canonizzare, da un lato, a dovuta distanza dalle opere, o a prodursi in cartografie ortogonali del contemporaneo. Come ha sottolineato Domenico Pinto, nella sua postfazione a <em>Un mondo antico</em>, Cordelli “sfugge alla dittatura della formula, per non dire della dimostrazione, sviluppando invece una misura di non finito e ripensamento che sono lo stigma, il ritmo della sua prosa, fatta di continui rovesciamenti di idea, fino all’abbandono e alla smentita.” Di questo, l’autore stesso è ben cosciente, perché già nelle pagine di <em>Democrazia magica</em> considera la propria scrittura saggistica priva “di qualsivoglia linearità. Procede a strappi, in modo sussultorio, in una parola: in modo emotivo. Pure, si tratta di discorso.”</p>
<p>Vi è qui qualcosa di unico nel panorama italiano, uno stile critico che coniuga, da un lato, uno sguardo panoramico su di un paesaggio intimamente conosciuto e definito da una quantità di punti di riferimento indiscutibili, e, dall’altro, un sentimento che è attraversato da continui trasalimenti e inquietudini, poiché il moto storico, aperto e caotico, e l’incompiutezza della vita del critico, costantemente minano ogni immagine fissa che ci siamo fatti dell’opera, o dei valori che essa dovrebbe incarnare. Questa oscillazione tra prontezza del giudizio, e sua repentina fragilità, tra impressionante ampiezza di letture, e rinnovata ignoranza, non solo rende il gesto critico di Cordelli quasi abnorme rispetto a quello giornalistico, inteso soprattutto a motivare i lettori – non a destabilizzarli con dubbi e ripensamenti –, ma anche rispetto a quello accademico, che deve esibire un sapere più platonico che socratico, ossia definitivo e ben strutturato. Ciò costituisce il suo punto di forza che è innanzitutto anti-ideologico, nel significato marxiano di contrasto e critica nei confronti del discorso dominante, e nel significato che poeti come Williams Carlos Williams o Francis Ponge potrebbero dare a un tale termine, di priorità nei confronti delle cose e della loro diretta esperienza rispetto allo scintillio disincarnato dell’idea. Questo secondo aspetto è particolarmente importante in sede di critica, in quanto rende immune la scrittura di Cordelli non solo da mode e gerghi intellettuali di matrice universitaria, ma più in generale da ogni catechismo, fosse pure quello dello studioso variamente progressista, che finisce per affrontare la complessità dell’opera letteraria con il goniometro etico-politico.</p>
<p>L’universo del romanzo, che sia quello dell’epoca eroica (il mondo <em>già</em> “antico” del Novecento), o quello attuale (“scintillante” e novissimo nelle pretese), non appare mai in Cordelli nella bidimensionalità della mappa urbanistica o catastale, ma come <em>una selva </em>a molteplici dimensioni, dove ogni opera emerge nell’intreccio di influenze con altre opere e stratificata da letture precedenti, in modo tale che non si legge mai un libro se non attraverso altri libri, e non lo si critica se non rispondendo ad altre critiche. Recensire <em>Bussola</em> del francese Mathias Enard comporta, allora, rettificare, smontandola come “risentita”, la stroncatura di Nicola Gardini al medesimo romanzo, trovare adeguate parentele (Lawrence Durrell), contrappore due estetiche del romanzo (Beckett contro Lukács), rileggere opere precedenti dell’autore francese (<em>Zona</em>) alla luce di apprezzamenti formulati da un altro autore italiano (Giuseppe Genna). A volte, però, è il Cordelli attuale che se la prende con il se stesso passato, criticando freddezze e diffidenze, grazie al mutato contesto di lettura.</p>
<p>A chi, a questo punto, chiedesse delle istruzioni per l’uso allo scopo di affrontare “serenamente” tale profusione di titoli, nomi, percorsi, rimbalzi, risponderei con le parole che Giuseppe Montesano ha premesso alle milleottocento pagine del suo volume <em>Lettori selvaggi</em>, uscito per Giunti nel 2016: “È un libro che si usa come si vuole, e come si può. Si comincia dal primo rigo o dal decimo, a metà di una pagina o a partire da un nome, per curiosità o a caso, si legge una pagina o cinque, si apre, si chiude, si riapre: secondo l’umore, secondo il piacere.” (A quest’opera di Montesano, ne assocerei un’altra che, per voracità conoscitiva, mi ha fatto pensare a <em>Un mondo antico</em> e <em>Il mondo scintillante</em> di Cordelli. Mi riferisco a <em>Un dialogo infinito </em>di Massimo Rizzante, uscito nel 2015 per Effigie.) In conclusione, questi due volumi vanno considerati come una magnifica palestra in cui ogni scrittore, romanziere o saggista, possa confrontarsi con l’atletica della lettura e del giudizio di Cordelli, imparando ad eseguire con lui (o magari contro di lui) i più spregiudicati esercizi. Ciò vale ancora di più per il semplice lettore, che sarà invitato a un andirivieni costante tra l’intrico dei testi e lo spessore dell’esistenza senza che mai gli sia concesso l’alibi della medietà o, all’opposto, quello dell’erudizione sazia di sé.</p>
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		<title>La strategia del gambero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Oct 2019 05:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Brianza]]></category>
		<category><![CDATA[noir]]></category>
		<category><![CDATA[Piero Colaprico]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[ di Gianni Biondillo Piero Colaprico, La strategia del gambero, Feltrinelli, 2017, 343 pagine L&#8217;ex agente per la sicurezza dello Stato Corrado Gemito è di fronte ad un aut aut. O restare a scontare la pena, 12 anni per una storia balorda di sequestri di persona finita in sesso e morte (del suo più caro amico [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-79950" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/colaprico-1.jpg" alt="" width="308" height="475" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/colaprico-1.jpg 308w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/colaprico-1-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/colaprico-1-250x386.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/colaprico-1-200x308.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/colaprico-1-160x247.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 308px) 100vw, 308px" /> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="LEFT"><b>Piero Colaprico, </b><i><b>La strategia del gambero</b></i><b>,</b> Feltrinelli, 2017, 343 pagine</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;ex agente per la sicurezza dello Stato Corrado Gemito è di fronte ad un aut aut. O restare a scontare la pena, 12 anni per una storia balorda di sequestri di persona finita in sesso e morte (del suo più caro amico e collega) oppure accettare la missione offerta dai servizi segreti: infiltrarsi nei loschi piani di due famiglie della &#8216;Ndrangheta del Nord e far saltare i loro propositi. Missione suicida in cambio della libertà.</p>
<p align="JUSTIFY">E scopre così Ranirate, paese dell&#8217;anonimo varesotto, dove la mafia non esiste solo in facciata, ma prospera da anni, fra usura, commerci illeciti e pizzo, grazie a paura, controllo del territorio e connivenze politiche. Gemito ha un piano: si finge imprenditore del divertimento, apre un locale notturno proprio a Ranirate, pieno di belle ragazze e fiumi di champagne. Non avanza, indietreggia. Aspetta che siano i mafiosi a contattarlo. Per poi pungere, forte come un&#8217;ape.</p>
<p align="JUSTIFY">Ne <i>La strategia del gambero</i> Piero Colaprico costruisce una macchina narrativa complessa, come un enorme ottovolante dove per la prima parte del racconto si sale lentamente verso la cima per poi precipitare improvvisamente in un vortice di accadimenti, colpi di scena, apparizioni e sparizioni, pestaggi violenti, omicidi, rapine. Tutto l&#8217;armamentario del più solido noir così come dovrebbe essere.</p>
<p align="JUSTIFY">Ranirate è lo scenario ideale: provincia all&#8217;apparenza pacifica e sonnolenta, in realtà la “Poisonville” perfetta di una falsa coscienza industriosa che non vuole ammetter i suoi intimi legami con l&#8217;economia criminale. Gemito ha la furbizia di Ulisse e anche la scelleratezza. Nessun personaggio, della pletora presente nel romanzo, si salva. Tutti compromessi, tutti colpevoli. Tranne una.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>precedentemente pubblicato su</em> Cooperazione <em>numero 51 del 19 dicembre 2017</em>)</p>
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