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	<title>sacrificio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Andrea è dai pesci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 May 2013 09:30:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[centro servizi culturali santa chiara]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[sacrificio]]></category>
		<category><![CDATA[stradanova slow theatre]]></category>
		<category><![CDATA[teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Trentino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Katia (fermandosi e guardando la corrente, e con voce cantilenante di bambina, quasi una filastrocca) Andrea è dai pesci parla con i pesci apre la bocca come i pesci per questo non si capisce tanto cosa dice i pesci fanno discorsi da pesce se uno conosce poco la lingua dei pesci vede [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><b>Katia</b> <i>(fermandosi e guardando la corrente, e con voce cantilenante di bambina, quasi una filastrocca)</i></p>
<p>Andrea è dai pesci</p>
<p>parla con i pesci</p>
<p>apre la bocca come i pesci</p>
<p>per questo non si capisce tanto</p>
<p>cosa dice</p>
<p>i pesci fanno discorsi da pesce</p>
<p>se uno conosce poco la lingua dei pesci</p>
<p>vede solo la bocca che si apre e si chiude</p>
<p>pensa che giochino</p>
<p>a fare il pesce</p>
<p>quando invece le loro</p>
<p>sono frasi da pesci</p>
<p>domande da pesci</p>
<p>risposte da pesci</p>
<p>confidenze</p>
<p>e pettegolezzi da pesci</p>
<p>seriose disquisizioni</p>
<p>e perfino proverbi da pesci</p>
<p>poi quando si salutano</p>
<p>si dicono ciao-ciao</p>
<p>con la boccuccia rotonda e muta</p>
<p>come fanno i pesci</p>
<p>come adesso fa Andrea</p>
<p>e scivolano via</p>
<p>nell’acqua trasparente</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>(sullo sfondo si sente il coro di cui faceva parte Diego che canta una triste canzone della montagna, e lei per un lungo momento sta ad ascoltare; poi riprende a camminare)</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Katia </b>Andrea è andato dai pesci</p>
<p>i pescetti che nuotano dritti</p>
<p>muovendo solo la coda</p>
<p>e gli occhietti da pesce</p>
<p>gli piacevano troppo i pesci</p>
<p>andava sempre a trovarli</p>
<p>si alzava presto la mattina</p>
<p>e camminava sulle pietre viscide</p>
<p>con gli stivaloni fin qui</p>
<p>e il cappello floscio da americano</p>
<p>strisciava senza fare rumore</p>
<p>senza sparare le sue solite battute</p>
<p>zitto anzi come un pesce</p>
<p>avanzava nell’acqua gelida</p>
<p>l’acqua grigia e arrabbiata</p>
<p>vomitata dal ghiacciaio</p>
<p>conosceva a menadito</p>
<p>i vizietti e le manie dei pesci</p>
<p>sentiva quand’erano vicini</p>
<p>bisognava vederlo</p>
<p>quando si appostava a una pozza:</p>
<p>i tendini del collo tirati</p>
<p>le narici palpitanti</p>
<p>gli occhi fissi da pantera</p>
<p>poi ripartiva</p>
<p>con la canna eretta</p>
<p>un esile cazzetto <i>(lo mima)</i></p>
<p>con la sua bavettina d’argento</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>(ancora il coro, ma si sente appena)</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Katia </b><i>(parlando più piano)</i><b></b></p>
<p>Quando una persona</p>
<p>è morta</p>
<p>si parla al passato</p>
<p>e si abbassa la voce</p>
<p>senza mai ridere</p>
<p>così tutti capiscono l’antifona</p>
<p>i defunti hanno le orecchie delicate</p>
<p>come filetti d’erba</p>
<p>non bisogna gridare</p>
<p>non bisogna svegliarli</p>
<p><i>(si mette l’indice davanti alle labbra)</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>(si sentono di nuovo le campane, e lei si stringe i palmi delle mani contro le guance, tenendo la bocca aperta, come potrebbe fare un bambino che gioca da solo; il cielo è ormai infuocato, e la luce si è abbassata)</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Katia</b> <i>(sussurrando, e apparentemente più commossa)</i></p>
<p>Oggi i pesci sono tristi</p>
<p>tanto tristi</p>
<p>piangono</p>
<p>Andrea è andato a trovarli</p>
<p>canta le canzoni della montagna</p>
<p>e loro ascoltano</p>
<p>con il groppo alla gola</p>
<p>e gli occhioni sgranati</p>
<p>nessuno se ne accorge</p>
<p>quando i pesci piangono</p>
<p>le lacrime dei pesci</p>
<p>scivolano nell’acqua</p>
<p>solo i pescatori più esperti sanno</p>
<p>che sono salate</p>
<p>come quelle degli uomini</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(questo testo è l&#8217;inizio di una trasposizione teatrale, ma forse farei meglio a dire di un tentativo di, del mio &#8220;<a href="http://www.italicpequod.it/italicpequod/?p=887">Sacrificio</a>&#8220;; con le solite eterne interrogazioni: &#8220;cos&#8217;è il teatro?&#8221;, &#8220;che senso ha oggi?&#8221; &#8230;; insomma, come sempre sperimentando e imparando sul campo; GS)</em></p>
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		<title>Nuovi autismi 29 &#8211; Il fragoroso vuoto di senso della letteratura (una lettera)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Nov 2012 10:30:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[divinità]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[nuovi autismi]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[realismo]]></category>
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		<category><![CDATA[sacrificio]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Cari ragazzi, permettetemi di chiamarvi così, io devo confessarvi che non conosco più di tanto questo romanzo che avete deciso di trasporre a teatro. Questo testo che vi ha parlato e sul quale volete lavorare è mio, nel senso che sono io che lo ho scritto. Sono io che gli ho dato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/11/27/autismi-29-il-vuoto-di-senso-della-letteratura/william-blake-london-urizeninchains-trans292/" rel="attachment wp-att-44206"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-44206" title="William-Blake-London-UrizenInChains-Trans292" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/William-Blake-London-UrizenInChains-Trans292.jpg" alt="" width="292" height="445" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/William-Blake-London-UrizenInChains-Trans292.jpg 292w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/William-Blake-London-UrizenInChains-Trans292-196x300.jpg 196w" sizes="(max-width: 292px) 100vw, 292px" /></a></p>
<p>Cari ragazzi, permettetemi di chiamarvi così, io devo confessarvi che non conosco più di tanto questo romanzo che avete deciso di trasporre a teatro. Questo testo che vi ha parlato e sul quale volete lavorare è mio, nel senso che sono io che lo ho scritto. Sono io che gli ho dato vita &#8211; vita cartacea, per molti versi più pregnante e fervida della nostra &#8211; ai personaggi che in esso si dibattono, e soprattutto la sua lingua è il frutto del mio lavoro. Di questo sono sicuro. Ma mentirei se vi dicessi che so perché l’ho scritto, e mentirei ancora di più se vi facessi credere che so cosa vuol dire. La verità è che non ho la minima cognizione del perché esista, non ho la più pallida idea se significhi qualcosa. Il fatto che descriva una contingenza sociologica riconoscibile potrebbe far pensare che io detenga o ritenga di detenere le chiavi per decifrare quella stessa realtà: non è così.</p>
<p>Ma non fraintendetemi: mi fa piacere, un piacere sincero, che vi interessiate a lui. Mi da sollievo pensare che gli anni che ho passato a produrlo non siano inutili, e quindi per estrapolazione che nemmeno quello che faccio adesso – perché la mia vita resta ancora la scrittura &#8211; sia vano. È un palliativo che mi conforta e mi aiuta a vivere. Come potete immaginare non è facile dedicare mesi e mesi, anni, a un’attività che non ha alcun senso. Se però adesso un senso voi lo trovate, vuol dire che il mio agire ha una sua giustificazione, che forse la mia esistenza non è inutile. Per molte ragioni che adesso non ho voglia di disseppellire questo sillogizzare mi suona fallace, quasi un’impostura, e soprattutto illusorio, ma mi fa lo stesso bene. Come tutti gli uomini vivo anch’io di appagamenti fallaci e di illusioni. Sono anch’io un essere umano, sono anch’io sensibile – e forse più di altri &#8211; ai complimenti.</p>
<p>Quando ne parliamo io fingo di conoscerlo fin nelle sue indicibili intimità, fingo di essere quell’imperioso soggetto che ne detiene le redini, o comunque ne ha detenuto le redini. Questo è un esercizio che mi ripugna ma al quale sono abituato, perché mi si chiede di farlo anche in altre occasioni. Quando un libro viene pubblicato già la mia testa è altrove, già ho dimenticato il testo, o meglio ho cominciato a dimenticarlo &#8211; ho bisogno di dimenticarlo, una necessità fisica, legata a un istinto di sopravvivenza &#8211; devo però parlarne come se tutti i miei pensieri fossero ancora lì, come se fosse qualcosa che ha ancora a che fare con me. È una menzogna alla quale mi presto a malincuore: mi costa fatica &#8211; parlo di una misurabile tensione che produce malessere, non è una metafora &#8211; mentire. Lo considero però un prezzo da pagare, un male minore. Considero che l’inebriante libertà che mi governa quando scrivo valga bene questo agile pegno sociale. Nella vita tutti noi ci troviamo a sostenere ruoli che hanno lati spiacevoli, non vedo perché io dovrei esserne esente. Altri scriventi preferiscono trincerarsi in un’intonsa torre di avorio, io ho l’impressione che quell’arroganza mi sarebbe ancora più penosa. Senza contare che ne ricavo pur sempre, torno alla mia vanità, qualche soddisfazione.</p>
<p>Facevo l’esempio di un testo recente, figuriamoci allora un romanzo che va per la sua strada già da vari anni. Mostrare una complicità nei suoi confronti mi apparirebbe come inscenare un’intimità con un ex-amore che non frequento da tempo, quando ormai più niente ci lega, ed è anzi lievitata una mutua diffidenza. Del resto non siete tardi, e voi stessi vi siete accorti che conoscete meglio di me la vicenda e i personaggi. Leggo sulle vostre facce lo stupore, ogni volta che lo constatate. Ma se ci pensate è normale che sia così: voi il testo lo avete letto e riletto (come si dovrebbe leggere sempre, e come quasi nessuno più legge), io non lo bazzico da molto tempo. Anzi, si può dire che non l’ho mai fruito nella sua interezza e a mente fresca, senza tensioni e senza a priori, con mente innocente e per certi versi ingenua, senza ravvisare il seguito, come cioè si devono leggere i testi. È per questo che è ormai più vostro che mio. O meglio, è solo vostro.</p>
<p>La mia ignoranza è ben più sostanziale di quello che potrebbe sembrare, non riguarda solo i dettagli. Permea le linee di fondo, la sua stessa ragione di essere. Non so con precisione che rapporti intrattenga con la realtà effettuale e riconoscibile (molti hanno pensato che il suo movente fosse quello) che pretende descrivere, e che io non conosco (l’ho immaginata per induzione), pur avendola per certi versi nel sangue, e quindi conoscendola meglio di chiunque altro: davvero non lo so. Men che meno potrei allora dire se ha un qualche valore, se vale la pena leggerlo, se appunto emana un qualche senso. Certo nella mia testa ci sono ipotesi e convinzioni, certo rifletto anche su questo, come sulla mia pratica attuale di scrittura, ma devo constatare che non sono elucubrazioni davvero profonde, sono pensieri viziati dall’andazzo e dagli assilli del momento, contradditori e per così dire interessati: restano pur sempre mille miglia sotto l’orbita solitaria dove evolve il testo.</p>
<p>Non è quindi solo una questione di memoria che scioglie via via gli ormeggi, non è questione solo di tempo che passa. Quello che mi è impossibile è dare un giudizio generale. Ci ho lavorato per anni, ma mentre mi davo da fare pensavo mano a mano ai vari dettagli non al tutto. Non giudicavo, sgobbavo. Certo miravo a raggiungere un’unità, ma mi focalizzavo sui particolari anche infimi, sulle singole frasi, sulle inezie. Perseguivo un gusto globale, ma era un fine sempre irraggiungibile, per molti versi cangiante, sempre più lontano mano a mano che mi avvicinavo, non una realtà, non un compagno di viaggio. La mia visione era centrifuga, non centripeta. Nella mia testa c’era quella lucidità da alcaloide che solo la scrittura sa mantenere nel tempo, ma non avevo uno sguardo d’insieme, come nella vita non si capiscono gli amori e le passioni che ci travolgono. La visione d’insieme la si può avere solo a posteriori, solo quando non si è più coinvolti, quando si è ormai passati ad altro. Solo l’io che ha destituito quello precedente può giudicare il suo predecessore. Del resto qualsiasi giudizio letterario è sempre arbitrario e già datato, intrinsecamente errato. La letteratura non è fatta per essere giudicata, ma per essere fruita, omaggiata.</p>
<p>Non vorrei però che mi fraintendeste, la mia non è una dismissione di responsabilità. Mi considero in tutto e per tutto responsabile delle relazioni ambigue e per certi versi perverse che il testo ha con il cosiddetto mondo reale, come anche di ogni sua pecca, dei suoi eventuali pregi. Considero di essere il legittimo destinatario di tutte le critiche e delle eventuali lodi. E in fondo non ho timori in questo senso. Ho passato anni a limare ogni rotellina – per usare una metafora ormai obsoleta, ma che rende il lato artigianale e per certi versi impreciso che sempre ha avuto e sempre avrà la scrittura – dell’intricato ingranaggio. E quindi mi sento piuttosto sicuro del fatto mio. E se ho fallito, nella vita ci sono anche i fallimenti (ritengo anzi che nel percorso di chi scrive le disfatte siano necessarie), lo ho fatto dando il massimo di me stesso.</p>
<p>Se mi sforzassi potrei diventare esegeta di me stesso. Qualche volta – quando appunto mi ritrovo in situazioni che mi costringono a farlo – mi cimento. Mi trasformo in uno storico dell’io che sono stato, divento un critico letterario che analizza i testi che ho scritto. Scavo alla ricerca dei motivi episodici e profondi, metto in relazione, interpreto e decripto, risalgo e deduco, ricostruendo successioni e temi, pedinando il loro divenire. È un esercizio che non mi arreca alcuna soddisfazione, alcuna gioia, e soprattutto per il quale non mi sento dotato. È un compito utilitario che svolgo quando proprio non posso farne a meno, esattamente come mi obbligo a riepilogare i miei movimenti precedenti quando non trovo le chiavi di casa. Altre persone adorano questo lavorio di dissezione, questa autopsia di un cadavere già freddo, non io. Sento che non è il mio terreno, che non è lì che posso dare il meglio di me stesso, che anzi è lì che vengono alla luce i miei manifesti limiti. Io amo battermi con le vite impettite ma anche folli delle parole, amo tendere come archi nervosi le frasi, non mi interessa dissezionare, diagnosticare.</p>
<p>Cari ragazzi, da queste parole potreste forse dedurne che non credo nel potere gnoseologico e forse anche demiurgico della letteratura. E invece sono persuaso che nel suo fragoroso vuoto di senso pulsino le impalpabili verità che possono dare significato alla nostra esistenza. Non possiamo coglierle, come non si possono imprigionare senza ucciderle le farfalle, ma possiamo pur sempre ammirarle. Penso addirittura che testi letterari si annidino le divinità che abbiamo smarrito per strada con il cosiddetto progresso, o comunque la nascosta nostalgia che ad esse ci lega. A volte mi sembra anzi che la funzione precipua della letteratura sia per l’appunto quella di aprirci al divino, a quello che gli uomini hanno chiamato il divino, e che forse abita ancora in tutti noi, anche se non sappiamo più percepirlo. Penso che alcuni scriventi attuali arrivano ancora a infilzare con le loro frasi l’aurea di qualche sfaccendata ma pur sempre fulgida divinità: spesso si tratta di individui con le pezze sul culo o che annaspano nelle bassezze, spesso nella loro stessa meschinità. Cari ragazzi, anche se è forse patetico chiamarvi così, penso più prosaicamente che i testi che ho scritto non mi appartengono.</p>
<p><em>(l&#8217;immagine: William Blake, &#8220;Urizen in chains&#8221;)</em></p>
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		<title>Il sacrificio di Fukushima</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Mar 2011 06:20:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli Connesso di continuo in questi giorni, a seguire gli sviluppi del disastro giapponese. I sensi all’erta, il pericolo che ci minaccia. Una nube, ancora. Una nube che sfugge, inafferrabile, senza riguardo per frontiere e religioni. Incarnazione tangibile (nella sua intangibile numinosità) dell’essenza perversa del capitalismo globale. Poi, nel cuore del disastro, la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/fukushima.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-thumbnail wp-image-38465" title="fukushima" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/fukushima-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Connesso di continuo in questi giorni, a seguire gli sviluppi del disastro giapponese. I sensi all’erta, il pericolo che ci minaccia. Una nube, ancora. Una nube che sfugge, inafferrabile, senza riguardo per frontiere e religioni. Incarnazione tangibile (nella sua intangibile numinosità) dell’essenza perversa del capitalismo globale. Poi, nel cuore del disastro, la vicenda dei cinquanta tecnici della Tepco che hanno scelto volontariamente di restare nella centrale di Fukushima a fronteggiare la catastrofe. Che hanno scelto la morte. A fondo perduto, prima di tutto, nonostante ogni ragionevole considerazione: se l&#8217;amore è qualcosa è questo, la responsabilità a una chiamata, la coscienza del senso di sé che non si esaurisce nel sé.<span id="more-38464"></span> Non può non chiedersi ciascuno di noi quanto sarebbe capace di tanta dimenticanza di sé. (E viene da chiedersi, ancora una volta, quanto la sfilacciata, familistica etica italica avrebbe consentito quella scelta, che appare in maniera assai marcata un esito dell’etica giapponese: non si rimarcherà mai abbastanza la compostezza di quel popolo di fronte a questa tragedia). Poi, tra i beneficiari di quel sacrificio, il solito “daimon” mi fa intravedere, oltre all’umanità (gli affetti concreti, la comunità astratta), anche chi ha scelto che questo potesse succedere: l&#8217;amministratore delegato di Tepco, e gli azionisti, gli speculatori finanziari, e anche i politici &#8211; che non sono lì a sacrificarsi. Così che questo sacrificio diventa anche l&#8217;ennesimo, volontario tributo al &#8220;potere&#8221;: dove il potere è quel mostro leviatanico che dispensa Parola e Legge, che sceglie &#8220;per conto di&#8221;, che oggettivizza gli individui in sudditi. E, ancora, si tratta di un potere molecolare, che lega a questo sacrificio tutto il corpo sociale (l&#8217;azionariato diffuso in questo senso è una distribuzione della responsabilità &#8211; in solido &#8211; in tutto il corpo sociale). Una società sacrificale, da questo punto di vista. Ma per il momento vorrei stare ancora nella contemplazione della donazione assoluta di sé di quei cinquanta uomini.</p>
<p><em>(pubblicato su l&#8217;Unità, 19/3/2011)</em></p>
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