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	<title>san francisco &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Io sto con Bernie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Jan 2016 06:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
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		<category><![CDATA[elezioni Usa 2016]]></category>
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					<description><![CDATA[di Silvia Pareschi (San Francisco) – Sei qui per Bernie? – mi chiede l’uomo con la camicia bianca e i capelli grigi e ispidi come una paglietta per i piatti. Ho risposto a un’e-mail che convocava i sostenitori di Bernie Sanders ad assistere a un discorso registrato che il candidato alle primarie rivolgerà alla sua [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-large wp-image-59568 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/bandiera-usa-1024x768.jpg" alt="" width="700" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/bandiera-usa-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/bandiera-usa-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/bandiera-usa.jpg 1920w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>di <strong>Silvia Pareschi</strong></p>
<p>(<em>San Francisco</em>) – Sei qui per Bernie? – mi chiede l’uomo con la camicia bianca e i capelli grigi e ispidi come una paglietta per i piatti.</p>
<p>Ho risposto a un’e-mail che convocava i sostenitori di Bernie Sanders ad assistere a un discorso registrato che il candidato alle primarie rivolgerà alla sua base elettorale. Il luogo dell’incontro è un piccolo bar con le pareti tappezzate di grandi schermi, che di solito trasmettono sport e che oggi verranno prestati per qualche decina di minuti al sorprendente candidato che non ha paura di definirsi socialista.</p>
<p>Dopo avere risposto di sì, vengo invitata a scrivere il mio nome su un’etichetta adesiva e ad appiccicarmela al maglione. Non conosco nessuno e sono un po’ imbarazzata. Non possiedo il talento per la cordialità immediata piuttosto comune da queste parti, e non sono mai stata a un raduno politico. Però Bernie mi è simpatico, sogno che vinca le elezioni, e anche se non sono cittadina americana e quindi non posso votare penso che magari, chissà, se mi convincono potrei anche provare a dargli una mano.</p>
<p>Mi piazzo su uno sgabello davanti a uno degli schermi, e mentre aspetto che venga trasmesso il messaggio registrato mi guardo un po’ in giro. Alzo gli occhi e vedo la scritta “Fernet Flight $25”. Non riesco a trattenere una smorfia. <em>Flight</em> in questo caso significa “serie di assaggi”. Sì, assaggi di fernet. Quattro o cinque bicchierini di diversi tipi di fernet per la modica cifra di 25 dollari. Perché a San Francisco il fernet è diventato la bevanda di culto degli hipster, anche se nessun italiano ne capisce il motivo. Guardando meglio, vedo che c’è anche una botticella con sopra scritto “Fernet invecchiato in botte”. Meglio tornare a Bernie. Sempre in tema di alcolici, il bar offre per l’occasione il cocktail “Feel the Bern”, a base di vodka. Ma sono le due del pomeriggio, e preferisco non assaggiarlo.</p>
<p>Il locale è discretamente affollato. L’età dei partecipanti è mista, stagionati progressisti della “vecchia” San Francisco ma anche, grazie al cielo, tanti giovani. Anzi, direi che i giovani sono la maggioranza. Tra di loro c’è il ragazzo di fianco a me, che si presenta come Jeff e poi mi chiede perché ho deciso di sostenere Bernie. Jeff è asiatico, ha una faccia carina e pulita e seria: l’esatto contrario del tipo cinico. Ci penso un momento e poi gli rispondo che mi interessa la politica e che secondo me Bernie è un candidato interessante – non mi sbilancio, d’altronde io <em>sono</em> cinica, e non sono mica convinta fino in fondo che Bernie, per quanto simpatico, non sia in realtà un’utopia controproducente e che alla fine non sia meglio tifare Clinton – anche se non potrò votarlo perché non sono cittadina americana.</p>
<p>– Neanch’io, – risponde lui. – Sono canadese.</p>
<p>Jeff è venuto qui due anni e mezzo fa per lavorare in una start-up e pensa che la società americana dovrebbe avere più welfare, più uguaglianza, un sistema sanitario e una scuola pubblica accessibili a tutti. E pensare che io – insieme a tanti abitanti della “vecchia” San Francisco – detesto i <em>techies</em>, i nuovi invasori arrivati sull’onda del boom tecnologico che, al contrario degli invasori hippy e gay che li hanno preceduti alcuni decenni fa, non hanno portato a San Francisco alcun tipo di arricchimento culturale o sociale. Solo un’oscena bolla immobiliare, una massiccia ondata di sfratti e una generale omogeneizzazione della città. Eppure Jeff è un <em>techie</em> ed è qui a sostenere Bernie. Sia benedetto il Canada.</p>
<p>Cosa fa Jeff per contribuire alla campagna di Bernie? Telefona. Lo scopo principale di questo raduno è il reclutamento di nuovi volontari per le cosiddette <em>phone banks</em>, quelle specie di call center temporanei molto usati nelle campagne elettorali americane. In questo momento le telefonate servono per raccogliere i <em>Voter IDs</em>, cioè per sondare le intenzioni di voto: se dichiara a un volontario telefonico di essere indeciso sulla scelta del candidato, l’intervistato riceverà una visita dei volontari sul campo, che gli consegneranno materiale informativo e cercheranno di convincerlo a votare per Bernie.</p>
<p>Mancano pochi giorni al primo febbraio, quando le primarie prenderanno l’avvio con il caucus dell’Iowa. Il nove febbraio sarà il turno del New Hampshire, poi toccherà a Nevada e South Carolina, e poi agli undici stati che voteranno martedì primo marzo, il cosiddetto Super Tuesday. Jeff racconta che durante ogni telefonata chiede all’intervistato come si definirebbe: sostenitore di Bernie, simpatizzante di Bernie, indeciso, sostenitore di Hillary, ecc. Tanti gli sbattono il telefono in faccia; tanti non sanno neanche chi sia Sanders o che tra qualche mese ci saranno le elezioni; alcuni gli rispondono che non voteranno mai per un comunista. Ogni tanto, però, qualche indeciso va ad aggiungersi al suo elenco.</p>
<p>David, il tizio con i capelli a paglietta, presenta i principali attivisti del gruppo, giovani dall’aria alternativa ma al contempo efficiente. Poi parte il messaggio registrato di Bernie. Venendo qui, avevo in mente di verificare due cose: che Bernie avesse realmente l’aria da pazzo (pare che tra i suoi sostenitori serpeggi una certa preoccupazione per i suoi modi bruschi – non bacia i bambini, per esempio – e per la sua aria un po’ folle, che gli strateghi della campagna cercano di tenere sotto controllo) e che parlasse con l’accento di Brooklyn. Prima di lui, però, sale sul podio una donna, che ripete i fatti salienti della campagna, citando alcuni slogan – “Il potere della gente che batte il potere dei soldi”, “Un futuro in cui credere” – e ricordando l’importanza di questi primi risultati: se Bernie riuscirà a superare Hillary fin da subito, anche gli scettici cominceranno a credere nella possibilità della sua vittoria e cominceranno a sostenerlo. Sono momenti decisivi, e ogni contributo, anche il più piccolo, è utile alla causa.</p>
<p>Poi arriva Bernie e attacca il suo discorso. È un po’ brusco, in effetti, poco retorico e molto pragmatico, ma l’aria da pazzo secondo me non ce l’ha. L’accento di Brooklyn, invece, è fortissimo. Sarà anche un senatore del Vermont, ma quando parla sembra di sentire mio suocero, un ebreo di Brooklyn proprio come lui, che ha mantenuto il suo accento anche dopo tanti decenni trascorsi in California. È un accento che non si perde mai, a quanto pare. Bernie racconta di una campagna cominciata con un 3% di consensi nei sondaggi nazionali, sondaggi che oggi lo vedono nettamente più avanti di Trump. Si vanta di avere rifiutato i contributi dei Super Pac, e dichiara di avere ricevuto finora 2,5 milioni di donazioni individuali, con una media di 27 dollari a donazione. Elenca i punti fondamentali del suo programma: cambiare il sistema di finanziamento dei candidati, che favorisce la corruzione; eliminare le disuguaglianze economiche; combattere i cambiamenti climatici; correggere le storture di un sistema giudiziario intrinsecamente razzista; realizzare una riforma dell’immigrazione che faccia uscire dalla clandestinità gli undici milioni di immigrati illegali. Ci sono altri punti che non menziona, come quella visionaria riforma del sistema sanitario in senso “socialista” che più di tutte gli ha procurato accuse di irrealismo.</p>
<p>Il discorso è breve. Lo scopo, infatti, era soprattutto quello di radunare i sostenitori di Sanders del nostro quartiere, per permettere loro di contarsi e organizzarsi. Alcuni si offrono di ospitare una <em>phone bank</em> a casa propria: questi gruppi diventano anche occasioni per socializzare, per trovare nuovi amici, per confrontare le esperienze. Mi piacerebbe partecipare alla <em>phone bank</em> organizzata da una giovane coppia dall’accento britannico che promette biscotti fatti in casa, e mi incuriosisce la <em>phone bank</em> ospitata da un vecchio hippy che come me non possiede un cellulare, ma sono entrambe troppo lontane da casa mia. La più vicina è quella organizzata da David, che si terrà giovedì prossimo in un altro bar della zona. Mi metto in lista per partecipare, ma chiedo a David come funziona per chi non possiede un cellulare. Lui esprime ammirazione per la mia “scelta di vita” (la chiama così) ma dice che non sa come si faccia a collegarsi al sistema di chiamata automatico senza cellulare. Mi propone di provare a telefonare con il computer usando Google Voice, io rilancio con Skype, lui mi dice che si informerà e mi farà sapere. Altrimenti posso sempre chiamare da casa con il telefono fisso. Che delusione: io voglio partecipare alla <em>phone bank</em>. Al nostro gruppo toccherebbe il Nevada. Sto pensando di comprarmi un telefonino usa e getta con la scheda prepagata (uno di quelli che chiamano <em>burner</em> e che vengono usati soprattutto dagli spacciatori, perché non sono rintracciabili) da utilizzare per l’occasione. Mi sembra che ne valga la pena, per chiedere agli abitanti del Nevada se vogliono votare per Bernie.</p>
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		<title>Le Sorelle della San Francisco perpetua</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Mar 2014 08:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[carnevale]]></category>
		<category><![CDATA[san francisco]]></category>
		<category><![CDATA[silvia pareschi]]></category>
		<category><![CDATA[Sisters of Perpetual Indulgence]]></category>
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					<description><![CDATA[di Silvia Pareschi A chi fosse in cerca di un modo insolito per trascorrere la Pasqua a San Francisco, suggerirei di fare un giro a Dolores Park, oltrepassare gli hipster e le famigliole e dirigersi verso la zona dove si celebra la 35ma edizione dell’Easter Sunday in the Park, il festival che comprende il famigerato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Silvia Pareschi</strong></p>
<figure id="attachment_47686" aria-describedby="caption-attachment-47686" style="width: 225px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://sistersofperpetualindulgence.tumblr.com/" target="_blank"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-47686  " alt="sisters" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/sisters-225x300.jpg" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/sisters-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/sisters.jpg 720w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></a><figcaption id="caption-attachment-47686" class="wp-caption-text">Immagine tratta da <a href="http://sistersofperpetualindulgence.tumblr.com" target="_blank">sistersofperpetualindulgence.tumblr.com/</a></figcaption></figure>
<p>A chi fosse in cerca di un modo insolito per trascorrere la Pasqua a San Francisco, suggerirei di fare un giro a Dolores Park, oltrepassare gli hipster e le famigliole e dirigersi verso la zona dove si celebra la 35ma edizione dell’Easter Sunday in the Park, il festival che comprende il famigerato “Hunky Jesus Contest”, il concorso per l’elezione del Gesù più fico. Nell’edizione del 2011, al grido di “Perché Gesù aveva senso dell’umorismo”, lanciato dai due presentatori truccati come maschere kabuki in boa di piume rosa e minigonna, si sono susseguiti sul palco, fra gli altri, un Gesù masochista frustato da una suora (anche lei in minigonna), uno Stimulus-Package-Jesus con lo slip imbottito di dollari, uno Yoga-Jesus che si vantava di saper assumere svariate posizioni, un Fat-Drunk-Redneck-Jesus somigliante a John Belushi, un Jesus attraente e muscoloso che si è denudato ed è stato ripetutamente palpeggiato dalla maschera kabuki che fingeva di nasconderlo al pubblico ululante. Quest’ultimo Jesus è arrivato in finale, ma è stato battuto a suon di ululati dal più blasfemo di tutti, che portava legato sul davanti un pupazzo vestito come lui con il quale mimava mosse oscene: Jesus-F…-Christ.<span id="more-47685"></span></p>
<p>Le due ideatrici e presentatrici dell’evento sono la barbuta Sister Dana Van Iquity e Sister Roma, quest’ultima nota come art director di uno studio cinematografico specializzato in pornografia gay, ma anche come infaticabile attivista/volontaria per una lunghissima lista di organizzazioni impegnate soprattutto nella lotta contro l’Aids. Sister Dana e Sister Roma sono membri di vecchia data delle Sisters of Perpetual Indulgence, l’ordine di “suore” travestite fondato a San Francisco nel 1979, con la missione di “aiutare gli emarginati e promuovere i diritti umani, il rispetto per la diversità e l’illuminazione spirituale”.</p>
<p>Le Sorelle della Perpetua Indulgenza vennero avvistate per la prima volta in Castro Street, nel cuore di quel Castro District che negli anni ’60, dopo l’apertura del primo locale gay, aveva cominciato ad abbandonare la sua identità di quartiere operaio abitato da cattolici irlandesi per diventare il centro della comunità gay di San Francisco e dell’intera nazione. Per questo nessuno si stupì quando, la domenica di Pasqua del 1979, tre uomini vestiti da suora comparvero in Castro Street. La leggenda vuole che gli abiti provenissero da un convento dell’Iowa, dove i tre se li erano procurati con la scusa di dover recitare la parte delle suore nel famoso musical <em>The Sound of Music</em>.</p>
<p>Il tipo di travestimento e il riferimento al musical fanno rientrare le Sisters, fin dagli inizi, nel cosiddetto<em> high camp</em>. Come aveva scritto Susan Sontag nelle <em>Notes on Camp</em> del 1964, “Il camp asserisce che il buon gusto non è semplicemente buon gusto; che esiste, infatti, un buon gusto del cattivo gusto”. “Il camp”, infatti, “incarna la vittoria dello stile sul contenuto, dell’estetica sulla morale, dell’ironia sulla tragedia”. All’interno del camp, lo <em>high camp</em> si distingue dal <em>low camp</em> perché l’oggetto della sua parodia è sempre qualcosa di socialmente e culturalmente rispettato: l’opera è <em>high camp</em>, la soap opera è <em>low camp</em>. Le Sisters, parodia di un’istituzione cattolica, sono rappresentanti di prim’ordine dello high camp, oltre che del <em>genderfucking</em> (o<em> gender-bending</em>), termine con cui si indica un travestitismo parziale e ostentato, spesso con connotazioni politico-sociali. L’etichetta di <em>drag queen</em> tuttavia viene rifiutata, perché, come spiega Sister Phyllis Stein the Fragrant Mistress of Sistory: “Noi non ci vestiamo da donna, ci vestiamo da suora… Provvediamo ai bisogni spirituali della nostra comunità, mentre le drag queen sono più concentrate sul camp e sul puro divertimento. Siamo due comunità molto diverse”. Qualunque etichetta si scelga per loro, un fatto rimane incontestabile: solo in una città come San Francisco le Sorelle della Perpetua Indulgenza potevano diventare parte integrante del tessuto culturale e politico, contribuendo a quell’iperpluralismo che ha consentito a gruppi disparatissimi di mantenere la propria identità individuale all’interno di una controcultura in continua evoluzione. Quella controcultura che è sempre stato l’elemento distintivo di San Francisco, e che oggi sta lottando per difendersi dall’implacabile omogeneizzazione portata dall’enorme quantità di denaro riversata sulla città dalle aziende tecnologiche della vicina Silicon Valley.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-47700" alt="sisters" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/sisters1-1024x668.jpg" width="700" height="456" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/sisters1-1024x668.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/sisters1-300x195.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/sisters1.jpg 1134w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>Per entrare nell’Ordine della Perpetua Indulgenza occorre passare attraverso una serie di fasi, modellate su quelle di un autentico ordine monastico. Nel colloquio iniziale con la Maestra delle Novizie, l’aspirante Sorella viene informata sui compiti di quello che viene definito un “ministero della presenza”: istruzione (sul sesso sicuro e sulle conseguenze dell’abuso di droghe), intrattenimento, raccolta fondi (per cause che vanno dalla ricerca su Aids e cancro al finanziamento della storica clinica gratuita nel quartiere di Haight Ashbury, al sostegno di iniziative per la legalizzazione della marijuana medica), visite ad anziani e malati. L’appartenenza all’Ordine – composto di una trentina di persone, perlopiù uomini gay, ma anche donne e transessuali: la prima Sorella “biologicamente femmina”, Sister Mystie of the Broken Hymen, è morta nel 2011 dopo trent’anni di onorato servizio alla comunità – è una vocazione che viene presa molto sul serio. L’apprendistato dura almeno un anno, ed è diviso in quattro fasi: Aspirante, Postulante (in cui non è ancora permesso truccarsi con il cerone bianco o indossare il soggolo, ma si può adottare una tenuta consona all’Ordine, come per esempio l’uniforme di una scuola femminile cattolica), Novizia (con faccia bianca e soggolo, ma con velo esclusivamente bianco), e infine Monaca Professa (che può indossare il velo nero e vestirsi come le detta l’immaginazione).</p>
<p>Da San Francisco le Sorelle si diffusero rapidamente nel resto degli Stati Uniti e del mondo, trasformandosi in una rete internazionale di associazioni di beneficenza no-profit. Attualmente l’Ordine conta tredici sedi e sei missioni negli Usa, e altre in Australia, Canada, Colombia, Francia, Germania, Scozia, Svizzera, Regno Unito e Uruguay, per un totale di circa seicento membri. La sede di San Francisco, che rimane la più attiva, ha raccolto più di un milione di dollari per diverse cause fra il 1979 e il 2007.</p>
<p>L’Ordine della Perpetua Indulgenza, con la sua blasfema parodia del cattolicesimo, ha suscitato molte critiche e controversie. Nel 1987, durante la visita di Giovanni Paolo II a San Francisco, le Sorelle si definirono “Comitato ufficiale per l’accoglienza papale” e organizzarono un finto esorcismo che prendeva di mira proprio il papa. Nel 1992 Sister Bufadora e Sister Flatulina Grande guidarono la formazione di un <em>Queer Army</em>, dichiarando una Guerra Santa contro l’omofobia nella chiesa e nel governo. Una delle prime azioni dell’esercito in mimetica rosa fu la distribuzione di preservativi nei campus dell’Università di San Francisco, compreso quello del Catholic College, che fece intervenire la polizia. Nel 1999 il sovrintendente Tom Ammiano (attivista per i diritti degli omosessuali nonché <em>stand-up comedian</em>, attualmente deputato del parlamento della California. Ammiano, fra l’altro, è noto per essere il destinatario di un “memorandum acrostico” inviatogli nel 2009 dall’allora governatore Schwarzenegger: dopo un diverbio nel quale Ammiano si allontanò gridando a Schwarzenegger “<em>kiss my gay ass</em>”, il governatore mise il veto a un progetto di legge del sovrintendente, inviandogli poi un memorandum esplicativo in cui le prime lettere di ogni riga, lette di seguito, componevano le parole “<em>Fuck You</em>”) entrò in conflitto con la comunità cattolica cittadina quando convinse il Board of Supervisors a concedere il permesso di chiudere Castro Street la domenica di Pasqua per le celebrazioni del ventennale della fondazione dell’Ordine, che comprendevano il concorso per l’elezione di Hunky Jesus. Il giornale dell’Arcidiocesi scrisse che era come concedere a un gruppo neonazista di festeggiare la Pasqua ebraica. In segno di gratitudine per il suo appoggio, Tom Ammiano venne inserito dalle Sorelle nella loro lista di “santi” canonizzati, tra cui figurano anche Harvey Milk, l’ex sindaco Gavin Newsom, lo scrittore Armistead Maupin, l’attrice Ethel Merman, l’attivista per la legalizzazione della marijuana medica Brownie Mary, il regista Derek Jarman.</p>
<p>Alla politica e all’Aids sono legati due degli episodi più noti che ebbero come protagoniste le Sorelle della Perpetua Indulgenza. Nel 1982 Jack Fertig, meglio noto come Sister Boom Boom, si candidò alle elezioni per il Board of Supervisors. Sul <a href="https://www.google.it/search?q=sister+boom+boom+supervisor&amp;client=firefox-a&amp;hs=dj7&amp;rls=org.mozilla:en-US:official&amp;channel=sb&amp;source=lnms&amp;tbm=isch&amp;sa=X&amp;ei=EPYRU5OnOafiywPolYH4Dw&amp;ved=0CAkQ_AUoAQ&amp;biw=1252&amp;bih=585#facrc=_&amp;imgdii=_&amp;imgrc=9rZ9d5lqHRcOvM%253A%3BwkCLtTemEZFuwM%3Bhttp%253A%252F%252F3.bp.blogspot.com%252F-a3UjJLgTOMo%252FUCCIKxrdQdI%252FAAAAAAABkbg%252Fp2YVLcOGuHs%252Fs1600%252FBoomBoomSupervisor.jpg%3Bhttp%253A%252F%252Fwww1.ilmortodelmese.com%252F2012%252F08%252Fsister-boom-boom-1955-2012.html%3B335%3B442" target="_blank">poster della campagna</a> elettorale Sister Boom Boom, in abito monastico, sorvolava la cupola del municipio a cavallo di una scopa, formando la scritta “<em>Surrender Diane</em>”. La Diane a cui veniva intimata la resa era il sindaco Dianne Feinstein, che aveva sostituito l’assassinato George Moscone. Feinstein, una donna forte che aiutò a risollevare la città dal periodo cupo seguito all’assassinio di Milk e Moscone, era un facile bersaglio di drag queen e affini, con la sua educazione cattolica e il suo atteggiamento da signora perbene. Sister Boom Boom fu una vera spina nel fianco per Feinstein durante la campagna per la sua rielezione a sindaco: la Sorella, infatti, si presentava a tutti gli eventi elettorali in abito monastico, stuzzicando la rigida Dianne con battute che la mettevano in terribile imbarazzo. Alla fine Sister Boom Boom raccolse più di 23.000 voti, e oggi che ha “attraversato il velo” (cioè è defunta, secondo la dicitura ufficiale dell’Ordine) viene ricordata da una legge che porta il suo nome: la cosiddetta “Sister Boom Boom Law”, promulgata poco dopo le elezioni dell’’82, che impone a tutti i candidati a cariche pubbliche di presentarsi con il loro vero nome.</p>
<p>La fondazione dell’Ordine era avvenuta in concomitanza con la comparsa dei primi casi di Aids. All’inizio degli anni ’80, quando quella malattia sconosciuta cominciò a diffondersi, i membri dell’Ordine furono tra i primi ad attirare l’attenzione sulla gravità di quanto stava accadendo (in seguito, sotto il sindaco Feinstein, San Francisco organizzò la più aggressiva campagna della nazione per combattere la crisi sanitaria. Come racconta David Talbot nel libro <em>Season of the Witch</em>, in un solo anno, il 1984, la città spese 7.6 milioni di dollari in programmi per la lotta all’Aids, mentre New York, molto più ricca e con il triplo dei malati, spendeva poco più di un milione. A metà degli anni ’80, la città di San Francisco aveva speso di più, per la lotta all’Aids, dell’intero governo federale sotto il presidente Reagan, il quale si ostinava colpevolmente a ignorare l’esistenza della pandemia. Quando il sovrintendente Harry Britt sottopose a Feinstein la prima proposta di finanziamento pubblico per la lotta all’Aids in città, il sindaco gli rispose: “Finanziate tutto”. Si trattò di un caso unico in tutti gli Stati Uniti, con la città che si strinse intorno ai suoi malati e ritrovò quel senso di unità che aveva perso nei momenti cupi degli anni precedenti). L’infermiere Bobbi Campbell, membro dell’Ordine con il nome di Sister Florence Nightmare, fu uno dei primissimi abitanti di San Francisco a ricevere la diagnosi di sarcoma di Kaposi, nel settembre del 1981 (sarebbe morto tre anni dopo, nell’agosto del 1984). Campbell rese immediatamente pubblica la propria diagnosi, scrivendo un articolo per il giornale gay “The Sentinel”. Nell’agosto del 1983 apparve sulla copertina di “<a href="https://www.google.it/search?q=bobbi+campbell+gay+america&amp;client=firefox-a&amp;hs=Fh7&amp;rls=org.mozilla:en-US:official&amp;channel=sb&amp;source=lnms&amp;tbm=isch&amp;sa=X&amp;ei=fPURU5usGOniywPe_YLIDw&amp;ved=0CAkQ_AUoAQ&amp;biw=1252&amp;bih=585#facrc=_&amp;imgdii=_&amp;imgrc=uWSHEV712M-5TM%253A%3Br5g6nzQrAPag2M%3Bhttp%253A%252F%252Fwww.boxturtlebulletin.com%252Fbtb%252Fwp-content%252Fuploads%252F2012%252F01%252Fbobbi-campbell1-200x266.jpg%3Bhttp%253A%252F%252Fwww.boxturtlebulletin.com%252F2014%252F01%252F28%252F62079%3B200%3B266" target="_blank">Newsweek</a>” insieme al suo partner, guadagnandosi il soprannome di “Aids Poster Boy”: era la prima volta che una rivista a tiratura nazionale si occupava della pandemia. In quegli anni terribili, le Sisters lavorarono come vere e proprie suore, assistendo i malati e raccogliendo soldi con tombolate e concorsi canini. Il primo evento mondiale di raccolta fondi per la lotta all’Aids fu infatti un concorso canino che si tenne in Castro Street, con il cantante Sylvester come giudice. Le presentatrici della seconda edizione furono Sister Boom Boom e Shirley MacLaine.</p>
<p>Le Sorelle cadute vittime dell’Aids sono ricordate nel grandioso progetto <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/NAMES_Project_AIDS_Memorial_Quilt" target="_blank">NAMES Project AIDS Memorial Quilt</a>, la famosissima “coperta dei nomi” ideata da Cleve Jones, braccio destro di Harvey Milk, che a tutt’oggi è considerata la più grande opera artistica collettiva al mondo. Nel 2012 la città di San Francisco ha inaugurato il primo monumento commemorativo a tutte le Sorelle che hanno “attraversato il velo”. Lo troverete, se vorrete proseguire le vostra passeggiata pasquale oltre Dolores Park e l’allegria di Hunky Jesus, nell’Aids Memorial Grove di Golden Gate Park.</p>
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		<title>Porno e dot-com. Trasfigurazione di San Francisco</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Nov 2013 08:00:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Silvia Pareschi “Qui, prima dell’aids, il sesso era dappertutto. Quando andavo a una festa, spesso mi ritrovavo in mezzo a un’orgia”, mi racconta un amico nostalgico. San Francisco, con la sua vasta comunità gay, venne colpita duramente dall’epidemia, che ne modificò almeno in parte l’atteggiamento gaudente nei confronti del sesso. Ma il trauma dell’aids [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong>di <a href="http://ninehoursofseparation.blogspot.it" target="_blank"><strong>Silvia Pareschi</strong></a></p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter  wp-image-46841" alt="BDSM" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/bdsm1.jpg" width="819" height="614" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/bdsm1.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/bdsm1-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 819px) 100vw, 819px" /></p>
<p>“Qui, prima dell’aids, il sesso era dappertutto. Quando andavo a una festa, spesso mi ritrovavo in mezzo a un’orgia”, mi racconta un amico nostalgico. San Francisco, con la sua vasta comunità gay, venne colpita duramente dall’epidemia, che ne modificò almeno in parte l’atteggiamento gaudente nei confronti del sesso. Ma il trauma dell’aids non è l’unico avvenimento che ha cambiato la faccia stravagante e anticonformista della città. Alla fine degli anni Novanta arrivò il primo <em>dot-com boom</em>, la bolla speculativa del settore informatico con epicentro nella vicina Silicon Valley. La città si riempì di giovani imprenditori e programmatori strapagati, e l’afflusso spropositato di denaro, con il conseguente aumento del costo della vita, contribuì a espellere dalla città quelli che non potevano più permettersi di abitarci, fra cui una buona parte degli artisti e degli eccentrici che riuscivano a rendere interessante un posto un po’ provinciale e sonnacchioso come San Francisco.<span id="more-46840"></span></p>
<p>Come ho già raccontato <strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/04/07/hipster-non-avrai-il-mio-scalpo-viaggio-nella-nuova-san-francisco-e-nel-covo-dei-pirati-di-mcsweeneys-e-826-valencia/">qui</a></strong>, oggi la città sta vivendo il suo secondo <em>dot-com boom</em>, e non è un bello spettacolo. Una clausola della legge sul <em>rent control</em>, la versione locale dell’equo canone, ha consentito negli ultimi anni il verificarsi di <a href="http://sf.curbed.com/tags/ellis-act" target="_blank">migliaia di sfratti</a>, e sempre più vecchi residenti della città, appartenenti soprattutto alle minoranze e alla classe media in via di estinzione, sono stati rimpiazzati da un’omogenea maggioranza giovane, bianca e ricca (per ora disturbata solo dall’incongruità del Tenderloin, il quartiere dei poverissimi disperati che spunta come una strana escrescenza nel bel mezzo dell’opulenta downtown.</p>
<p>Gli abitanti del Tenderloin sono per lo più neri, quasi gli unici neri rimasti in città oltre a quelli delle case popolari di Hunter’s Point, una zona contaminata da sostanze tossiche e radioattive lasciate in eredità dai cantieri navali dell’esercito) che pensa solo a diventare ancora più ricca. San Francisco è oggi la città con il mercato immobiliare più caro degli Stati Uniti. Un monolocale (lo stesso di cui parlavo nell’articolo precedente, quello che si affittava per $5000 al mese) in un vicolo malfamato del popolare Mission District oggi si vende per 1.2 milioni di dollari, mentre in un altro monolocale qualcuno offre un posto-divano per <a href="http://jezebel.com/someone-in-s-f-wants-you-to-pay-1075-a-month-to-sleep-1444658167" target="_blank">1075 dollari al mese</a>. È il mercato, bellezza.</p>
<p>Ma una città piena di ragazzetti ricchi e viziati (la mia nuova vicina del piano di sopra, un perfetto esemplare della specie, dichiara ad alta voce che non ha mai imparato a cucinare perché quando abitava con i suoi genitori a Santa Barbara un <em>celebrity chef</em> veniva tutti i giorni a cucinare per loro) non è affatto divertente. San Francisco è bella, ma dopo averla girata tutta e averne ammirato le bellezze naturali e architettoniche verrebbe anche voglia di incontrare qualche persona interessante. Di vedere qualcosa di diverso dai soliti locali per fighetti e dalla solita gente fanatica di yoga e della dieta salutista del momento (l’ultima è quella dei <em>voluntarily gluten free</em>, che aboliscono il glutine non per allergia o intolleranza, ma perché è <em>cool</em>). Di trovare persone e storie fuori dal comune. Che esistono, per fortuna.</p>
<p>E io sono andata a cercarle in due ambiti molto diversi: la religione e il sesso. Mentre il mio interesse per le religioni degli Stati Uniti risale a molti anni fa, e non si limita al territorio di San Francisco, quello per il sesso “anticonformista” è nato proprio qui, nella città più libertina del paese, che malgrado la sua crescente omologazione conserva ancora una discreta quantità di stimoli pruriginosi. E così un giorno ho chiamato un’amica e le ho detto: “Ti va di accompagnarmi al Palazzo del Porno?”</p>
<figure id="attachment_46842" aria-describedby="caption-attachment-46842" style="width: 258px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-46842 " alt="bdsm" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/bdsm2.jpg" width="258" height="344" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/bdsm2.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/bdsm2-225x300.jpg 225w" sizes="auto, (max-width: 258px) 100vw, 258px" /><figcaption id="caption-attachment-46842" class="wp-caption-text">Un bidone di lubrificante</figcaption></figure>
<p><em>The Porn Palace</em> è il soprannome dell’Armory Building, un’enorme fortezza di mattoni rossi che sorge all&#8217;incrocio di 14th e Mission, in una delle zone oggi più ambite della città (quella del famoso monolocale). L’edificio, costruito nel 1912, venne usato come arsenale della National Guard fino al 1976, dopodiché rimase inutilizzato per trent&#8217;anni, a parte qualche sporadica incursione come quella di George Lucas, che nell&#8217;enorme cortile interno – dove un tempo si svolgevano le esercitazioni – girò diverse scene ambientate a bordo di astronavi per la trilogia di Guerre Stellari. L’importanza storica dell’edificio venne siglata dal suo inserimento nel National Register of Historic Places nel 1978, e nell’elenco dei Designated Landmarks di San Francisco nel 1980, eppure nulla sembrava in grado di salvarlo da uno stato di degrado che a metà degli anni &#8217;90 si stava facendo preoccupante. Tra il 1996 e il 2006 vennero avanzate diverse proposte per riutilizzarlo (magazzino per self storage, clinica di riabilitazione, palestra di arrampicata, uffici per imprese dot-com, centro di telecomunicazioni, condominio di lusso, edilizia popolare), che però si scontrarono con l&#8217;opposizione della comunità locale, preoccupata per l&#8217;impatto sociale e ambientale dei progetti.</p>
<p>Di queste divisioni approfittò l’inglese Peter Acworth, il fondatore di Kink.com, un sito di pornografia specializzato in BDSM (un acronimo “compresso” che contiene i termini Bondage &amp; Disciplina, Dominazione &amp; Sottomissione, Sadismo &amp; Masochismo. La comunità BDSM vive felice e indisturbata nella tollerante San Francisco, dove ogni anno si autocelebra con la rinomata <a href="http://www.folsomstreetevents.org" target="_blank">Folsom Street Fair</a>, un festival di strada molto permissivo).</p>
<p>Alla fine del 2006 Acworth acquistò l’Armory per soli 14.5 milioni di dollari, e a partire dal 2007 cominciò a utilizzarlo come studio cinematografico. La nuova, superbamente ironica destinazione d’uso dell’Arsenale della National Guard suscitò altre reazioni contrastanti nella comunità locale. Molti l’accolsero come un modo per rivitalizzare l&#8217;edificio senza alterarne l&#8217;aspetto, un modo che oltretutto rientrava nella tradizione cittadina di tolleranza verso le minoranze sessuali. Altri, invece, si opposero con forza all&#8217;apertura dei nuovi &#8220;studios&#8221; nel bel mezzo della città. Melissa Farley, un’importante attivista anti-prostituzione e anti-pornografia, lottò strenuamente – ma invano – contro Acworth, paragonando la violenza dei film BDSM a quella praticata dai soldati americani ad Abu Ghraib (e dimostrando così di non avere ben chiaro il concetto di “consensualità”).</p>
<p>Oggi gli Armory Studios sono aperti al pubblico, e offrono visite guidate e seminari sul bondage. Le visite guidate costano 25 dollari, durano circa due ore e si ripetono tutti i giorni, due o tre volte al giorno. Io e la mia amica, un po’ tese e con un’ombra di ridarella isterica, veniamo introdotte in una sala arredata con velluti rossi e opulenti divani, decorata con quadri a olio a soggetto BDSM molto esplicito. La nostra guida ci aspetta seduta su un tavolo, coreograficamente collocato davanti a un paio di suggestivi panorami di corpi legati e ingabbiati. È un tizio bassetto e tutto nervi, con un anello al naso e la testa rasata, e parla con le mandibole serrate, rendendo molto difficile la comprensione di quello che dice, a partire dal suo nome. Lo chiamerò Ramón. Gli altri visitatori sono divisi equamente fra coppie etero – fra cui un sessantenne uguale a Roman Polanski accompagnato da un’amica ventenne, e una tizia con scollatura ombelicale e tacco 20 insieme a un giovane con l’aria da seminarista – e un gruppetto di giovani gay palestrati e molto divertiti. In tutto saremo circa una trentina.</p>
<p>Il tour del Porn Palace parte dal seminterrato, che con la sua atmosfera da segreta offre una serie di set perfetti. Per cominciare entriamo in una stanza di forma irregolare, dove un materassaccio laido troneggia al centro del pavimento. Dopo averci informati che nessun cambiamento è stato apportato alla pianta originale dello storico edificio (al massimo sono state erette alcune pareti in cartongesso, e naturalmente in ogni stanza sono stati installati gli indispensabili ganci da soffitto), Ramón spiega che ci troviamo nella stanza dei provini, dove i candidati al ruolo di “modelli”, dopo aver compilato un questionario online e aver firmato alcune liberatorie, sono chiamati a dimostrare la loro competenza e passione per la materia. La paga per i modelli va dai 200-400 dollari per un uomo etero “attivo” agli 800-1200 dollari per un transessuale “attivo”. Alcuni di loro fanno carriera e diventano attori e/o registi, come la famosa Princess Donna Dolore (ideatrice di <em>Public Disgrace</em>, una serie online che si svolge in luoghi pubblici come bar e parchi, e prevede una “interazione” fra una “modella” e un pubblico “attivo”. Princess Donna è anche una delle protagoniste del recente documentario <a href="http://www.publicsexprivatelives.com" target="_blank"><em>Public Sex, Private Lives</em></a>), e magari arrivano a recitare con grandi star come James Deen, che ha acquisito una preoccupante popolarità fra le adolescenti ed è anche noto per aver recitato insieme a Lindsay Lohan nel film di Paul Schrader<em> The Canyons</em>, scritto da Bret Easton Ellis.</p>
<p>Gli aspiranti modelli devono innanzitutto dichiarare cosa sono disposti a fare: la loro volontà viene rigorosamente rispettata, e le riprese vengono interrotte al minimo accenno di disagio. A questo scopo i modelli possono usare le ‘safe words’, ossia parole in codice: ‘yellow’, per avvertire che qualcosa non va, e ‘red’, per fermare tutto. In alcune pratiche BDSM la safe word è sostituita da un gesto concordato, necessario nel caso in cui il sottoposto sia fisicamente impedito nella parola. È necessario stabilire in anticipo una parola o un segnale di stop, perché limitarsi a gridare “no, no!” potrebbe sembrare una finzione legata al ruolo di vittima e non essere interpretato come un rifiuto reale.</p>
<p>Ora Ramón ci esorta a metterci in ginocchio: io obbedisco senza pensare, ritrovandomi pericolosamente vicina al materasso. Subito pentita, mentre calcolo rapidamente la quantità di germi che ho raccolto sui pantaloni, trovo però conferma di una cosa curiosa che avevo già notato entrando nella stanza: il pavimento è morbido. Kink.com desidera che i suoi modelli, mentre girano scene S&amp;M, stiano ben comodi e non si facciano male alle ginocchia. Se questo sembra discostarsi dalle pratiche generalmente associate al sadomasochismo, basta fare un giretto su wikipedia, alla voce BDSM, per scoprire che “queste pratiche, che fuori da un contesto di piena consensualità sono comunemente assimilate alla violenza sessuale, diventano, all&#8217;interno del BDSM, fonte di soddisfazione reciproca nonché stimolo per la costruzione di un più profondo rapporto interpersonale. (…) Le tre regole fondamentali e necessarie del BDSM e i principi fondamentali per la sicurezza delle sue pratiche possono essere riassunti con la formula inglese <em>Safe, Sane, Consensual</em> (Sicuro, Sano, Consensuale) (…). <a href="http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/jsm.12192/abstract;jsessionid=6EA9BD83B104984A5978720F5EA9C99A.f03t02" target="_blank">Una ricerca</a> basata sulla somministrazione di questionari psicologici a soggetti praticanti il BDSM e a soggetti ‘neutri’, ha evidenziato che gli amanti del BDSM risultano più estroversi, più aperti a nuove esperienze, più coscienti di sé e meno nevrotici rispetto al gruppo di controllo. Secondo i ricercatori, gli appassionati di BDSM avrebbero una maggiore consapevolezza dei propri bisogni e desideri sessuali, con conseguente diminuzione della frustrazione nelle relazioni fisiche ed emotive.” Non prendiamo certo per oro colato quello che dice wikipedia, ma i risultati di questa ricerca di “The Journal of Sexual Medicine” sono comunque piuttosto sorprendenti.</p>
<p>Dopo una serie di celle e cellette con le immancabili catene appese al soffitto, e dopo l’Abbattoir, una stanza piuttosto laida con finti quarti di maiale penzolanti usata soprattutto per le scene di <em>water bondage</em>, passiamo a un ambiente nudo e asettico con luci al neon e una misteriosa macchina con la scritta “<em>Electrosluts</em>”. Nel vasto e variegato mondo del BDSM, una delle miriadi di possibili varianti consiste nel fare sesso con la testa chiusa dentro una scatola (<em>head box</em>); ma perché limitarsi a una scatola, quando si può infilare la testa dentro una botola nel pavimento, appesi a testa in giù e stuzzicati nel frattempo da scariche elettriche? Più avanti c’è anche un appartamento perfettamente borghese, per quelli che preferiscono il sesso <em>vanilla</em> (cioè “normale”), a letto, o magari, per colmo della trasgressione, sul tavolo della cucina.</p>
<p>A seguire: stanza con pareti imbottite e specchio unidirezionale; bar perfettamente ricostruito ma con bottiglie piene di acqua colorata perché una legge della California vieta la compresenza di “nudity and alcohol” nella stessa scena; stanza dei robot; sala degli attrezzi (ordinatamente disposti per tipologie: fruste e frustini; cinture; collari, manette e museruole; varie ed eventuali, tipo una mano finta e una maschera antigas; scatole da testa; secchi pieni di catene arrugginite. La ruggine è finta, per motivi d’igiene); aula scolastica.</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter  wp-image-46843" alt="bdsm" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/bdsm3.jpg" width="819" height="614" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/bdsm3.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/bdsm3-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 819px) 100vw, 819px" /></p>
<p>La parte più interessante del palazzo è però un enorme seminterrato con le pareti scrostate e chiazzate di muffa verdognola, il pavimento di terra battuta solcato da canaletti nei quali ristagna dell’acqua ricoperta di una gromma arancione. Il seminterrato dell’Armory Building è l’unico punto di tutta la città in cui si può ancora vedere il Mission Creek, uno dei tanti fiumi che attraversavano la città e che oggi sono tutti coperti. Uno dei film più famosi girati qui dentro contiene una scena di sesso di gruppo con uomini travestiti da panda giganti (che però pare non sia piaciuto molto al pubblico. Si veda per esempio l’articolo <a href="http://sfist.com/2012/07/26/locally_made_panda_porn_receives_mi.php" target="_blank"><em>Local Panda Porn Receives Mixed Reviews</em></a>). Scopro così che esiste un vero e proprio feticismo dei pupazzi, in inglese <em>plushophilia</em> (da <em>plushie</em>, pupazzo di peluche), che rientra nella sottocultura del <em>furry fandom</em> e, negli ambiti strettamente legati al sesso, prende anche il nome onomatopeico di <em>yiff</em>. Un’esplorazione anche breve del glossario BDSM può regalare molte sorprese.</p>
<p>Al piano di sopra l’atmosfera cambia: dal sotterraneo ammuffito agli interni edoardiani con pannelli di quercia e velluti rossi. Qui si svolgono le cene BDSM con gli schiavi volontari. Chiunque può offrirsi come schiavo-cameriere non retribuito: i candidati vengono selezionati dal pubblico (l’evento è trasmesso in live-chat) e i prescelti vengono ammessi alla cerimonia d’iniziazione finale. Spesso alle cene partecipano ospiti d’onore, come Laura Antoniou, famosa scrittrice di romanzi BDSM sicuramente più ricchi di sfumature di quelli noti al grande pubblico. Dopo un breve passaggio per il gift shop, dove si possono acquistare magliette, tazze, tappetini per mouse e oggettistica a tema, Ramón ci mostra l’uscita. Fuori ci sparpagliamo tutti in fretta e scappiamo via senza salutarci, per paura che qualche conoscente ci veda uscire dal Porn Palace.</p>
<p>Prossimo appuntamento: la Folsom Street Fair, quest’anno giunta alla sua trentesima edizione, resa possibile dal lavoro di più di mille appassionati volontari. Una bella domenica di settembre, come recita il sito del festival, “Vestiti con finimenti di cuoio, al galoppo su carrozze edoardiane tirate da splendidi cavalli, coperti di lattice e gomma o di paillettes, perline e piume, appesi a un gancio o danzanti in una gabbia, in abito succinto o senza niente addosso, ci siamo ritrovati tutti insieme.” E chissà se anche loro sono <em>voluntarily gluten free</em>.</p>
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		<title>Hipster non avrai il mio scalpo &#8211; Viaggio nella nuova San Francisco e nel covo dei pirati di McSweeney&#8217;s e 826 Valencia</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Apr 2013 11:03:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Silvia Pareschi I beat sono preistoria. La libreria City Lights di Ferlinghetti sopravvive, quest’anno compie sessant’anni ed è ancora bella, ma Haight Street (quella che fa angolo con Ashbury) è una strada piena di negozi di narghilè, frequentata soprattutto da tossici e turisti. Niente di tutto questo sarebbe particolarmente degno di nota, se non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://ninehoursofseparation.blogspot.it/" target="_blank"><strong>Silvia Pareschi</strong></a></p>
<figure id="attachment_45342" aria-describedby="caption-attachment-45342" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/banksy.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-45342" alt="Un graffito di Banksy a San Francisco" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/banksy.jpg" width="1024" height="683" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/banksy.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/banksy-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/banksy-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption id="caption-attachment-45342" class="wp-caption-text">Un graffito di Banksy a San Francisco</figcaption></figure>
<p>I beat sono preistoria. La libreria City Lights di Ferlinghetti sopravvive, quest’anno compie sessant’anni ed è ancora bella, ma Haight Street (quella che fa angolo con Ashbury) è una strada piena di negozi di narghilè, frequentata soprattutto da tossici e turisti. Niente di tutto questo sarebbe particolarmente degno di nota, se non fosse che la fama di San Francisco come città “letteraria” è ancora fondata su quello che accadde qui negli anni Cinquanta.</p>
<p>Nel frattempo sono cambiate tante cose. Alla fine degli anni Novanta è arrivato il <i>dot-com boom</i>, la bolla speculativa della New Economy che ha attirato in città imprenditori, programmatori e professionisti del marketing, cambiando radicalmente il panorama sociale della città. I quartieri di classe operaia e di classe media sono stati aggrediti da un intenso processo di <i>gentrification</i>, che ha fatto schizzare alle stelle i prezzi delle case e ha cominciato ad allontanare i soggetti economicamente più deboli. Oggi, girando per la città, una delle prime cose che salta agli occhi è la scarsissima diffusione della classe media, presente quasi solo tra la numerosa popolazione asiatica; per il resto, la città è abitata soprattutto da bianchi benestanti, ispanici poveri e neri poverissimi. Scarseggiano anche le famiglie con bambini: in conseguenza del costo proibitivo delle scuole, che spinge le famiglie a trasferirsi nei sobborghi, San Francisco è la città americana con la più bassa percentuale di abitanti al di sotto dei diciotto anni.</p>
<p>Negli ultimi anni la città sta vivendo all’interno di un’altra bolla: il <i>tech-boom</i>. Un colossale afflusso di investimenti tecnologici si è riversato non solo sulla vicina Silicon Valley, ma anche sulla città stessa, che ospita Twitter, Yelp e migliaia di pendolari che la utilizzano come città dormitorio. Rebecca Solnit, nell’articolo <a href="http://www.lrb.co.uk/v35/n03/rebecca-solnit/diary" target="_blank"><i>Google Invades</i></a>, descrive gli autobus-navetta dai finestrini oscurati che ogni giorno portano migliaia di persone negli uffici di Silicon Valley. La conseguenza di questo enorme fiume di soldi è che San Francisco è oggi la città con il mercato immobiliare più caro degli Stati Uniti. Le <i>open houses</i> (le visite collettive in cui tutti i potenziali acquirenti visitano una casa nello stesso giorno) sono affollate di persone molto giovani e molto ricche che cercano di accaparrarsi la casa offrendo più del prezzo richiesto e pagando tutto subito in contanti. Le case vanno a ruba così in fretta che per riuscire a comprarne una molti arrivano a firmare un documento con cui dichiarano di rinunciare all’ispezione. O la va la spacca, e se poi la casa non è solida lo scopriranno al primo terremoto.</p>
<p>Come scrive Solnit, “Tutto questo sta cambiando il carattere di una città che un tempo costituiva un rifugio per dissidenti, eccentrici, pacifisti e sperimentalisti. Come tante altre città che sono fiorite nell’era post-industriale, nel’ultimo quarto di secolo San Francisco è diventata sempre più inaccessibile, eppure ospita ancora una schiera di scrittori, artisti, attivisti, ambientalisti, eccentrici e altri che non lavorano sessanta ore alla settimana per le corporation (anche se forse siamo solo cimeli del passato). Le città in rapida espansione allontanano anche coloro che svolgono servizi essenziali per salari relativamente modesti, come insegnanti, pompieri, meccanici e carpentieri, insieme a quelli che hanno tempo per dedicarsi all’impegno civile.”</p>
<p>Insomma, la città che ha dato vita al concetto di tecnologia come arte del nuovo millennio è diventata troppo ricca per generare un fermento artistico che non sia dipendente dalla tecnologia. La creatività è quella delle start-up, la creazione è quella di prodotti di consumo sempre nuovi e attraenti, e anche i graffiti artist vengono reclutati per fare cartelloni pubblicitari. La Stanford University Press, ossia la casa editrice accademica della quinta università più ricca degli Stati Uniti (oltre che culla del <i>tech-boom</i>) è stata trasferita due volte negli ultimi anni, in sedi sempre più lontane dal campus, perché il suo ruolo di produttrice di libri non viene considerato abbastanza importante da permetterle di occupare una proprietà immobiliare così preziosa.</p>
<p>In questo momento il cuore della gentrification è il Mission District. È il quartiere hipster per eccellenza, quello dove vive la maggior parte di chi lavora nelle <i>tech companies</i>, e dove l’anno scorso, quando Facebook è stata quotata in borsa, sono spuntati all’improvviso un sacco di milionari ventenni che hanno cominciato a comprare case e aprire ristorantini carini e tutti uguali. La gentrification è partita da Valencia Street, fino a pochi anni fa una zona poco raccomandabile e oggi completamente “hipsterizzata”. La parallela Mission Street resiste, ma l’inesorabile processo di imborghesimento non impiegherà molto ad allontanare tutti gli inquilini che ancora vivono negli appartamenti con l’affitto controllato (per una legge cittadina, l’ammontare dell’affitto viene bloccato – a parte l’adeguamento all’inflazione – nel momento in cui l’inquilino firma il contratto. Ma quando l’inquilino se ne va, il padrone può riaffittare la casa al prezzo che vuole). A Mission, un appartamento con affitto controllato può costare 500 dollari al mese. Un bel monolocale soppalcato in una zona ancora un po’ malfamata del quartiere può costarne 5000. Il Mission District, con la sua popolazione prevalentemente ispanica e <i>working class</i>, con i suoi splendidi murales e la sua storia di lotte per i diritti civili, è troppo appetibile per non venire completamente inghiottito.</p>
<p align="center">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<figure id="attachment_45343" aria-describedby="caption-attachment-45343" style="width: 333px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/indian-banksy-1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-45343" alt="Un graffito di Banksy a San Francisco" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/indian-banksy-1.jpg" width="333" height="500" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/indian-banksy-1.jpg 333w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/indian-banksy-1-199x300.jpg 199w" sizes="auto, (max-width: 333px) 100vw, 333px" /></a><figcaption id="caption-attachment-45343" class="wp-caption-text">Un graffito di Banksy a San Francisco</figcaption></figure>
<p>È con tutte queste cose in mente che vado a visitare la sede di “McSweeney’s”, al numero 849 di Valencia Street, nel cuore di <i>hipsterland</i>. Malgrado abbia sempre avuto un rapporto un po’ conflittuale con l’estetica delle riviste fondate da Dave Eggers, e di “McSweeney’s” in particolare, sono molto interessata ai progetti filantropici di Eggers in campo scolastico. Perché quello che potrebbe sembrare uno dei pionieri della gentrification del Mission District è in realtà qualcuno che non solo ha rivitalizzato l’ambiente letterario della città, ma ha anche fatto tantissimo per aiutare negli studi i giovani più disagiati. Mi accompagna Ilaria Varriale, una giovane traduttrice italiana che sta facendo uno stage non retribuito nella casa editrice di Eggers. Prima di entrare, mentre Ilaria finisce il suo caffè, le chiedo come ha fatto ad arrivare lì. “Dopo un Master in traduzione e qualche anno come redattrice freelance ed editor della narrativa straniera per Transeuropa,” mi racconta, “ero curiosa di vedere come funzionassero le cose altrove. Così ho approfittato di un bando pubblico per il finanziamento di esperienze professionali all’estero, ho scritto un progetto di training editoriale, e quando è arrivato il finanziamento sono partita per San Francisco.”</p>
<p>Prima di entrare nella redazione vera e propria si passa dall’ufficio di <a href="http://scholarmatch.org/" target="_blank">ScholarMatch</a>, un’organizzazione non-profit fondata da Eggers nel 2010 per aiutare i ragazzi di famiglie disagiate – soprattutto afroamericani, ispanici e figli di immigrati di prima generazione – ad accedere al college. Il giovane direttore di ScholarMatch, Noel Ramírez, mi spiega come funziona il programma, che mette in contatto il singolo donatore con lo studente beneficiario della donazione, permettendogli di seguirlo fino al diploma. Inoltre l’ufficio di Ramírez fornisce consulenza gratuita ai ragazzi sulla scelta del college, e anche un certo sostegno psicologico alle famiglie, che non sempre accettano di buon grado che i figli si allontanino per andare a studiare. Dal 2010 a oggi, ScholarMatch ha fornito consulenza a più di 100 ragazzi e ha distribuito $274000 in 135 borse di studio. E i numeri continuano a crescere. Mentre lo ascolto ammirata, Ramírez mi passa opuscoli in cui i donatori e i beneficiari raccontano entusiasti della loro “collaborazione”, altri con il prospetto finanziario dell’organizzazione, con numeri e percentuali (22 sono i volontari che lavorano con gli studenti; l’88% dei beneficiari sono i primi della loro famiglia a frequentare il college; il 67% appartiene a famiglie che vivono sotto la soglia di povertà; il 63% dei finanziamenti viene da donatori individuali, il 26% da fondazioni e solo il 6% da corporation), e altri ancora con la storia dell’organizzazione e gli orari dei corsi e dei seminari di preparazione al college.</p>
<p>Dopo la chiacchierata con Ramírez vengo introdotta nella stanza successiva, dove si trova la sede della casa editrice. Un grande stanzone open space, con i muri di mattoni rossi e tante scrivanie dove tutti lavorano concentrati e silenziosi sulle loro sedie spaiate. Ma ormai le mie riserve sull’estetica hipster di McSweeney’s hanno perso ogni rilevanza davanti all’impegno, alla bravura e al candore disarmante di queste persone. Ilaria continua la sua presentazione:<em> </em>“Qui sono molto bravi a coniugare divisione organica del lavoro e iniziativa creativa, quest’ultima incoraggiata e valorizzata perché genera ritorno economico. Io mi occupo soprattutto di progetti legati alle primissime fasi del lavoro o alla chiusura di una pubblicazione, come selezione delle proposte, copy editing e fact-checking, e nel contempo posso proporre un titolo, un pezzo, qualsiasi cosa che ritenga valida. Gli standard sono altissimi e le proposte approvate poche, ma tutto viene preso in considerazione; la collana di poesia di McSweeney’s, per esempio, è stata creata a partire dall’idea di un <i>intern</i>. Il fatto che la valutazione delle idee individuali sia un momento come gli altri del flusso di lavoro è uno degli aspetti che apprezzo di più di questo posto.”</p>
<p>Vengo presa in consegna da Chelsea Hogue, l’associate editor che mi porta in giro per la stanza e mi presenta tutti. Si alzano, mi sorridono e mi stringono la mano. Sono giovani, gentili e simpatici. Clara Sankey, la giovane assistente di Eggers, è seduta vicino alla <i>cave </i>di Dave, un specie di cubicolo chiuso da una tenda dove il fondatore ha il suo ufficio. Clara mi informa, premurosa, che se voglio può chiedere a Dave di uscire a incontrarmi, ma io preferisco non rubargli tempo. Sono curiosa di continuare la mia visita. Dopo aver raccolto il bottino di libri e riviste che Chelsea mi ha generosamente elargito, vengo a mia volta raccolta da Clara, che mi fa attraversare la strada per entrare nel magico mondo hipster del Pirate Store.<em> </em></p>
<p>Nel 2002 Eggers e l’educatrice Nínive Calegari hanno aperto <a href="http://826valencia.org/about/" target="_blank">826 Valencia</a>, con lo scopo di “aiutare gli studenti dai 6 ai 18 anni a migliorare la qualità della loro scrittura, e gli insegnanti a sviluppare nei loro alunni la passione per la letteratura”. Poiché si trattava di uno spazio a uso commerciale, Eggers e Calegari hanno deciso di aprire un “negozio per pirati”. Dietro il negozio c’è il laboratorio di scrittura, un altro stanzone pieno di grandi tavoli, libri e bambini. Arriviamo mentre si sta concludendo uno dei laboratori di scrittura che i volontari dell’organizzazione tengono qui dentro tre volte al giorno. I programmi sono numerosissimi ed esaltanti. Quello a cui assisto io è un <i>field trip</i>, una mattinata in cui un’intera classe di una scuola pubblica cittadina (quelle frequentate dai meno abbienti, perché spesso ingiustamente ritenute di scarsa qualità e quindi scartate dai ricchi in favore delle costosissime scuole private) visita 826 Valencia per discutere con uno scrittore locale o partecipare a un laboratorio di poesia o di giornalismo. I laboratori più popolari sono Storytelling e Bookmaking, durante i quali gli studenti scrivono tutti insieme una storia dal finale sospeso, e poi scrivono individualmente il proprio finale con l’aiuto dei volontari. Infine un disegnatore prepara un libretto illustrato e rilegato per ciascuno studente, che potrà così tornare a casa con la propria creazione. Clara mi mostra alcuni libretti, che sono splendidi, e mi spiega che oggi purtroppo manca “l’editor”, un volontario vestito da pirata che ogni tanto spunta sbraitando da una botola nel soffitto, ma che alla fine approva bonario tutti i progetti. 826 Valencia offre anche aiuto con i compiti, laboratori all’interno delle scuole e sostegno ai giovani scrittori, con progetti come il <a href="http://826valencia.org/our-programs/publishing/" target="_blank">Young Authors’ Book Project</a>, grazie al quale ogni anno un personaggio famoso (Khaled Hosseini, Amy Tan, Isabel Allende, Robin Williams, l’ex sindaco di San Francisco Gavin Newsom) presta il proprio nome come sponsor per un’antologia di scritti degli studenti di una scuola particolarmente a rischio (le scuole pubbliche, se non raggiungono un determinato punteggio nella valutazione degli studenti, perdono finanziamenti e possono venire chiuse. L’efficacia del sistema di valutazione è al centro di un dibattito che si sta facendo sempre più intenso). Gli studenti lavorano insieme ai tutor di Valencia per perfezionare i loro scritti, e poi il libro esce con l’introduzione dello sponsor.</p>
<p>Tutto questo, e moltissimo altro, viene fornito gratuitamente. 826 Valencia lavora con più di 6000 studenti all’anno e impiega più di 1700 volontari. Nel corso degli anni sono state aperte sette “filiali” in giro per il paese, a New York, Chicago, Ann Arbor, Seattle, Los Angeles, Boston e Washington, D.C. Nel 2010, 22000 studenti hanno usufruito dei programmi degli “826 chapters” in giro per la nazione.</p>
<p>Eggers e Calegari sono arrivati in Valencia Street più di dieci anni fa, quando questa zona era ancora molto malfamata, ben lontana dal boom che sta attraversando adesso. Hanno rappresentato l’avanguardia di una certa estetica hipster in campo letterario, eppure in un certo senso appartengono ancora alla “vecchia” San Francisco, a quella schiera di “scrittori, artisti, attivisti, ambientalisti, eccentrici e altri che non lavorano sessanta ore alla settimana per le corporation” di cui parla Solnit. Appartengono ancora alla gloriosa tradizione della filantropia americana, quella che dona generosamente il proprio denaro e il proprio tempo per sostenere progetti di valore sociale, artistico o ambientale. I giovani milionari di Silicon Valley, al contrario, sono generalmente poco inclini alla filantropia e per nulla interessati a impegnarsi all’interno della comunità in cui vivono, con il risultato di accelerare lo sfaldamento sociale già intensificato dall’abnorme afflusso di denaro proveniente dalle loro tasche. Tra queste due concezioni del “nuovo” nell’arte – una “nuova” estetica per un’arte “tradizionale” che in quanto tale può essere già considerata vecchia, e una nuova idea di tecnologia come arte del nuovo millennio – non ci sono dubbi su quale vincerà, su quale probabilmente ha già vinto. Io, intanto, andrò a fare la volontaria nel negozio di pirati.</p>
<p>[Le foto dei graffiti sono state tratte da <a href="http://laughingsquid.com/new-banksy-street-art-in-san-francisco/" target="_blank">qui</a>]</p>
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