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	<title>Sandro Onofri &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>In ricordo di Sandro Onofri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[roberto saviano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Sep 2004 09:22:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[massimiliano governi]]></category>
		<category><![CDATA[Sandro Onofri]]></category>
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					<description><![CDATA[di Massimiliano Governi Roberto, cinque anni fa, a settembre, è morto Sandro Onofri. A te ho parlato spesso di lui &#8211; via email, e anche l&#8217;unica volta che ci siamo visti &#8211; e non so perché. Forse perché collabori a quello che era il suo giornale, il giornale che lui, insieme ad altri, ha fondato. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Massimiliano Governi</strong></p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/lupo.jpg" alt="lupo.jpg" align="left" border="0" height="160" hspace="4" vspace="2" width="100" /><br />
Roberto, cinque anni fa, a settembre, è morto <strong>Sandro Onofri</strong>. A te ho parlato spesso di lui &#8211; via email, e anche l&#8217;unica volta che ci siamo visti &#8211; e non so perché. Forse perché collabori a quello che era il suo giornale, il giornale che lui, insieme ad altri, ha fondato. Ti ho raccontato anche quella mia assurda avventura ospedaliera.<br />
<span id="more-561"></span><br />
Di quando, l&#8217;estate del &#8217;98, andai al pronto soccorso del <strong>San Camillo </strong>(l&#8217;ospedale dove morì Sandro l’anno dopo) per una fastidiosa febbriciattola che non andava più via, e il medico di guardia mi fece fare una lastra ai polmoni e subito dopo averla esaminata mi ricoverò urgentemente alle tre di notte nel reparto pneumologia (c&#8217;era una macchia bianca sul polmone destro, o sinistro, non ricordo).</p>
<p>Ti ho anche confidato quella strana e raggelante sensazione che ho avuto dopo che seppi della malattia di <strong>Sandro</strong> (cancro al polmone). La sensazione che la morte fosse venuta a cercare me, l&#8217;anno prima, e poi, inspiegabilmente, avesse ripiegato su di lui. Ti ho detto un sacco di cose, ti ho anche spedito una sua email che ho ritrovato nel vecchio hard disk del computer &#8211; nella quale, al solito, mi sfotteva. Era un romanista fracico, come si dice a Roma, e io sono laziale. Cinque anni sono passati. Nel frattempo io ho conosciuto sua moglie, Marina, ho guardato negli occhi la sua bambina e subito ho distolto lo sguardo &#8211; come <strong>Vivian Lamarque </strong>in quella bellissima poesia: è uguale a te, uguale, mi fa troppo male. Cinque anni, e sembra una vita. Con i miei amici &#8211; che poi erano anche i suoi &#8211; non parlo mai di lui, chissà perché. Ho anche fatto in modo di perdermi il numero di telefono di sua moglie. <strong>Sandro</strong> è un’ombra per me. Mi sento in colpa ogni volta che ci penso. Tutto questo è assurdo, lo so. Un giorno di giugno di tre anni fa, il giorno in cui la <strong>Roma</strong> aveva vinto il suo terzo scudetto, mi sono fatto forza e sono andato a trovarlo, al cimitero <strong>Flaminio</strong>. Al solito mi persi. Chi mi conosce sa che io mi perdo sempre, ho una specie di malattia o, come diceva la mia psicanalista, un gusto perverso. Con un cappelletto da baseball in testa e un mazzo di fiori incelophanato sotto al braccio, alle due di un pomeriggio torrido, mi misi a cercarlo, riquadro dopo riquadro, tomba dopo tomba, cippo dopo cippo. Ma niente. Mi ricordo di un uomo che svicolava tra le lastre marmoree in motorino, ostentando una eccessiva familiarità con il luogo. Mi ricordo che stavo per avere un attacco di panico. Mi veniva in mente l’ufficietto in cui ero entrato poco prima, l’ufficio anagrafe del cimitero, il librone dei morti dell’anno 1999 che l’impiegato grondante di sudore mi aveva dato da consultare, il nome di Sandro e la data della sua morte scritti in fretta con una biro blu (da suo padre? da sua moglie? da un amico d’infanzia?), e avevo voglia di scappare, di chiamare l’uomo in motorino e farmi dare un passaggio fino all’uscita del camposanto, che da solo non avrei ritrovato mai. Poi, proprio quando il panico gelido e tentacolare cominciava a salirmi su per lo stomaco, la vidi.</p>
<p>La tomba di <strong>Sandro</strong>. Semplice, spoglia. Sul marmo c’era solo il suo nome e cognome, e l’età: 44 anni. Nella foto aveva il solito caschetto di capelli grigi, una polo blu con il colletto bianco e la scritta <strong>NewZealand</strong>. Era seduto su un grande prato verde e guardava l’obiettivo, non rideva. Volevo parlargli, dirgli qualcosa di sincero, ma non sapevo cosa. Avrei potuto dirgli che ho tentato di andarlo a trovare al <strong>San Camillo</strong>, nei giorni in cui lottava con la malattia, ma non ce l’ho fatta, mi fermavo sempre sull’uscio di casa e poi tornavo indietro. Che l’ultima volta che l’ho sentito al telefono, la sua voce era diventata un soffio, e io non lo riconoscevo più, e quando ho messo giù il ricevitore sono scoppiato a piangere. Oppure, indicando il mio ridicolo cappello da baseball, avrei potuto dirgli soltanto, perdonami questo cappello, citando <strong>Garden Party</strong> della <strong>Mansfield</strong>, ma all’epoca non avevo ancora letto quel racconto. Mi ricordo che, a un certo punto, con il cuore che mi picchiava nel petto e il sudore che mi colava negli occhi, mi sono piegato sulle ginocchia e ho sistemato i miei fiori nel vaso di vetro. Erano margheritine olandesi, gialle e rosse, i colori della sua <strong>Roma</strong>.</p>
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