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	<title>sballo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Liturgia dello sballo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Nov 2018 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[accendino]]></category>
		<category><![CDATA[ammoniaca]]></category>
		<category><![CDATA[cenere]]></category>
		<category><![CDATA[crack]]></category>
		<category><![CDATA[fuoco]]></category>
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					<description><![CDATA[di Hilary Tiscione Prende un piatto dalla credenza, lo scalda sul fuoco. Prende un pacchetto dalla tasca, lo apre sul piatto. Fa due linee proporzionate. Prende una banconota da dieci euro e ne fa una cannuccia. Mauro, porta la cannuccia al naso. Aspira forte e fa un grugnito. La cocaina la prende lungo una strada [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Hilary Tiscione </strong></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft  wp-image-76448" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/smoking-crack-michael-l-kimble.jpg" alt="" width="372" height="267" />Prende un piatto dalla credenza, lo scalda sul fuoco.<br />
Prende un pacchetto dalla tasca, lo apre sul piatto.<br />
Fa due linee proporzionate.<br />
Prende una banconota da dieci euro e ne fa una cannuccia.<br />
Mauro, porta la cannuccia al naso. Aspira forte e fa un grugnito.<br />
La cocaina la prende lungo una strada vicino ai campi di carciofi.<br />
Nei campi ci sono i marocchini che la notte non si vedono, ma scrutano tutto.<br />
Spegne la Punto blu metallizzata in un varco sterrato, scende dall’auto e fa un fischio, poi un altro ancora. Quel verso scuote i marocchini, li accende. Hanno gli occhi rotondi e lucenti come fanali.<br />
“Dammene due”, dice. “Grandi eh, fai il bravo”. I marocchini gli sembrano tutti uguali. Tranne uno che ha un neo sporgente sulla mascella, sembra il culo di una zecca. Ha la punta del naso piegata all’ingiù e le labbra sottili, atipiche.<br />
Poi gli dà una pacca sulla nuca quando infilano la testa dentro al finestrino per sporgere la roba e prendere i soldi. A volte le banconote sono piegate su sé stesse come fossero origami.<br />
La Punto di Mauro è scassata. Certi peli del suo cane lupo stanno incastrati dentro le fibre scure dei sedili, ci sono un numero imprecisato di mozziconi sbocconcellati e cotti dal sole dentro il posacenere che poi è un portabottiglie, in verità. Involucri di cioccolati fondenti, fazzoletti, depliant, scontrini dimenticati nelle tasche delle portiere. C’è anche un verbale, una matita senza punta e qualche cavo.<br />
La notte, la lascia nel parcheggio del condominio dove vive; a volte la dimentica aperta. Scende nel garage con i pacchetti sistemati nella tasca dei jeans e chiude la saracinesca arrugginita dietro le spalle. Prende da un vecchio baule una bottiglia di plastica da un litro e mezzo con un foro rotondo nella parte più alta, è piena d’acqua per metà. Incomincia così la liturgia dello sballo.<br />
Prende un cucchiaio.<br />
Prende l’ammoniaca.<br />
Prende una penna svuotata dell’anima, la carta stagnola e uno stuzzicadenti.<br />
Appoggia la stagnola sulla bocca della bottiglia, la blocca con l’anello di plastica del tappo.<br />
Accende una sigaretta e la lascia consumarsi sul posacenere. Bucherella la stagnola con lo stuzzicadenti, con il rimasuglio di un pacchetto di sigarette vuoto solleva la cenere della sigaretta e la sistema sopra i fori della stagnola.<br />
Guarda per un momento la bicicletta a righe verdi e rosa della sua bambina. Ha ancora le rotelle. Starà dormendo, pensa. Nel letto grande della mamma – lo chiama così – al posto suo vicino a una donna buttata sul materasso come se ci fosse caduta per sbaglio con la bocca un po&#8217; aperta e gli occhi aggrottati.<br />
In modo meticoloso fa scendere un po&#8217; di cocaina sul cucchiaio.<br />
Dentro il cucchiaio lascia cadere qualche goccia di ammoniaca, poi accende il fuoco con un acciarino. Il dorso concavo del cucchiaio è marchiato dalle fiamme, dove si accavallano gli uni sugli altri dei cerchi fra il bronzo e il caffè.<br />
L’ammoniaca si scalda e la cocaina diventa olio. Forma delle chiazze che Mauro sposta via con lo stuzzicadenti. Lavora l’olio stupefacente, in sostanza.<br />
Lascia asciugare i cristalli di cocaina sulla carta, poi ne prende uno e lo sistema in cima alla bottiglia, sul letto di cenere.<br />
“Eccoci”. Si rivolge alla bottiglia, alla stagnola, all’ammoniaca, alla cenere, alla penna vuota, alla bicicletta di sua figlia.<br />
Fa un bel respiro e sputa fuori l’aria.<br />
Brucia il cristallo sulla cenere, aggrappato con le labbra al fusto della penna, aspira. Si forma una nebbia densa sopra l’acqua della bottiglia che pare piscio.<br />
La inala tutta e tiene il collo su per aria. Conta sette, forse di più. Poi ne butta fuori lo scarto sguarnito del veleno.<br />
Resta per qualche ora in sintonia con tutti i suoi ordigni del crack.<br />
All’alba, Mauro, riparte verso i campi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Fotografoa: Smoking Crack by Michael L Kimble</li>
</ul>
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		<title>Pista!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Jul 2010 06:30:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[cocaina]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Hollywood]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[sballo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo In questa Milano tropicale bevo una birra ghiacciata con M., amico di sempre che vive ancora a Quarto Oggiaro. Ci vediamo poco, abbiamo vite diverse: io con moglie e figlie la sera resto a casa, lui di notte inizia a vivere. Mi sono preso la sera libera, insomma; giro con lui in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/coca.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/coca.jpg" alt="" title="coca" width="351" height="221" class="alignnone size-full wp-image-36315" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/coca.jpg 351w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/coca-300x188.jpg 300w" sizes="(max-width: 351px) 100vw, 351px" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>In questa Milano tropicale bevo una birra ghiacciata con M., amico di sempre che vive ancora a Quarto Oggiaro. Ci vediamo poco, abbiamo vite diverse: io con moglie e figlie la sera resto a casa, lui di notte inizia a vivere. Mi sono preso la sera libera, insomma; giro con lui in macchina per una città che non conosco e che non mi appartiene, incrociando di continuo i luoghi topici della <em>movida</em>, della <em>vida loca</em>, dello sballo. Ma non c’è voyerismo, da parte nostra, né pelosa indignazione. Semplicemente si  va per percorsi sempre uguali a se stessi, abitudinari.<br />
<span id="more-36314"></span><br />
Quello che è successo all’Hollywood, mi dice, non è nuovo per nessuno. Milano naviga nella cocaina da decenni, da quando il prezzo si è abbattuto ed è diventata appannaggio dell’intera popolazione metropolitana: “tutti pippano a Milano. Dipende come e perché lo fa”. Io, a dir la verità, non l’ho mai fatto, gli dico quasi vergognandomene. “Si vede che non ne hai bisogno. Ma ci sono camionisti o chirurghi che lo fanno per mantenere alte le performance professionali. La coca non è solo sballo.” Sai che soddisfazione! A questo punto lo pungolo un po’. M. è stato per un certo periodo <em>pierre </em>(curiosa professione che non ha uno statuto a me comprensibile) proprio dell’Hollywood. “Ero solo l’ultima ruota del carro”, mi dice. E mi spiega che nel mondo dei <em>pierre </em>c’è una sorta di gerarchia, dal capoccia all’ultimo della filiera che viene arruolato per portare gente nelle discoteche. Più “bella gente” si porta dentro e più è facile ottenere un compenso, che spesso arriva anche a metà del biglietto d’ingresso per ogni potenziale cliente. Ma dov’è il guadagno, chiedo ingenuamente.  “Il costo del biglietto non fa testo. Quello che conta è far entrare il pollo da spennare. Più è gonfio il portafogli e più e facile che spenda.” Da qui la selezione all’ingresso. Code infinite di gente che viene dal bresciano, dalla bergamasca, manzi al macello brianzoli o del centro città. Aspettano anche per ore davanti ai club. Che club non sono affatto, sono luoghi pubblici, la selezione in sé è un abuso. Solo che la logica dell’esclusività nobilita il fighettismo snob di chi viene ammesso alla corte dei miracoli. Dentro, poi, sei uno dei tanti, escluso dall’ennesimo cerchio esoterico dei privé, lì dove tutti agognano di andare, dove tutto è permesso. </p>
<p>“Quello che ho visto dentro tu non lo puoi neppure immaginare” prosegue. “Sono i più giovani che mi spaventano. Sono i più fragili e i più facili da irretire. Si calano di tutto: coca, droghe, anfetamine, alcool. Tutto ciò fa crollare le inibizioni, una volta ho visto una ragazza completamente sfatta che ha fatto sesso orale col fratello, più allucinato di lei.” Ma com’è possibile, chiedo, nessuno dice nulla? “In quella bolgia ci sono regole non scritte. E modi di appartarsi. Poi ognuno per sé. È un circolo vizioso, il livello di ipereccitazione è altissimo. Allora spesso i ragazzi si prendono dei calmanti, del valium. Cadono in un down deprimente, per giorni; la situazione si fa insostenibile e allora ricominciano daccapo. Tutto questo forse aumenta la loro fragile autostima ma distrugge il fisico.” Mi racconta queste cose in questo tour notturno, passando per il Magnolia, il Toqueville, l’Alcatraz, il Gattopardo. Dall’Idroscalo ai Navigli, passando per Brera, per San Lorenzo, per Corso Sempione. “Se avessero il coraggio dovrebbero andare avanti. Tutta Milano è da decontaminare.” Forse stai un po’ esagerando, gli dico. “Guarda l’Isola”, mi dice. “Hanno pastorizzato il quartiere, eliminato i centri sociali come fossero la feccia. In realtà erano portatori di diversità. Cosa hanno lasciato? Il mito della trasgressione a tutti i costi. Un ghetto frequentato di notte da ragazzi di buona famiglia ormai al limite, violenti, pronti a pestarsi per uno sguardo in tralice o per un apprezzamento fuori luogo.” Quarto Oggiaro è molto più tranquilla e sicura, gli dico, sfottendo. Sorride e annuisce. Fa un ultimo sorso. </p>
<p>“Sai perché ho mollato? In fondo non avevo fatto nulla di illegale, invitavo i ragazzi a divertirsi. Ma a vent’anni il limite non lo conosci. Di notte è pieno di quarantenni che pippano, ma ci stanno all’occhio, hanno capito come prendere le misure.” Si rabbuia, capisco che la cosa che mi sta raccontando non gli piace. “Poi è successo che uno di questi ragazzi in fila supera la selezione e passa un’intera nottata sballandosi, nel frastuono della musica assordante, calandosi di tutto. Era entrato in ipertermia, il suo corpo bolliva. Ha fatto in tempo ad uscire, nella notte gelida, per una sigaretta. E il suo cuore si è spaccato in due. Un infarto. Morto, solo come un cane.” Ora è lui che si accende una sigaretta, come sugello. “L’avevo fatto entrare io” mi dice. Non ha colpa, lo so. Eppure com’è che mi sento inquieto lo stesso?</p>
<p>[<em>pubblicato ieri, 30 luglio 2010, su</em> Il Corriere della Sera <em> in una versione leggermente più breve</em>]</p>
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