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	<title>sciascia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Lo studio di Sciascia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Mar 2018 11:00:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Schillaci &#160; Il brano è stato pubblicato nel numero della rivista francese « Atelier du roman » dedicato a Leonardo Sciascia (autunno 2016, traduzione di Eloisa Del Giudice). &#160; LO STUDIO DI SCIASCIA  &#160; Per uno scrittore siciliano come me, Leonardo Sciascia rappresenta un maestro. E in tempi in cui i maestri scarseggiano, averne uno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Schillaci</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center">Il brano è stato pubblicato nel numero della rivista francese « Atelier du roman » dedicato a Leonardo Sciascia (autunno 2016, traduzione di Eloisa Del Giudice).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center"><strong>LO STUDIO DI SCIASCIA</strong><em> </em></p>
<p style="text-align: center"><em><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-72961 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/studio-sciascia-300x169.jpg" alt="" width="392" height="221" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/studio-sciascia-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/studio-sciascia-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/studio-sciascia-1024x576.jpg 1024w" sizes="(max-width: 392px) 100vw, 392px" /></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per uno scrittore siciliano come me, Leonardo Sciascia rappresenta un maestro. E in tempi in cui i maestri scarseggiano, averne uno è un lusso che devo dimostrare di potermi permettere.</p>
<p>Per farlo, ormai da qualche anno, vado in visita alla Noce, nella casa vicino il paese di Racalmuto, in provincia di Agrigento, dove Leonardo Sciascia scriveva i suoi libri e invitava gli amici più intimi. Ad accogliermi nella casa della Noce è suo nipote Vito Catalano, la moglie polacca e le figlie.</p>
<p>Vito ci tiene a ricordarmi che qui, nella casa della Noce, tutto è rimasto uguale per rispetto alla memoria del nonno. Dopo un pranzo italo-polacco, Vito mi accompagna in pellegrinaggio al piano di sopra, dove c’è lo studio di Sciascia. Già la scala, con le sue mura tappezzate di mappe siciliane, mi fa capire che ci stiamo addentrando in uno spazio particolare, sobrio e magico al contempo. Superata una vecchia libreria traboccante di vecchie edizioni italiani e francesi, sulla destra di uno stretto corridoio, ecco aprirsi lo studio di Sciascia: una piccola camera con lo scrittoio e la macchina da scrivere Olivetti Lettera 22 di quel colore unico, un verde acqua bluastro che potremmo definire « color Lettera 22 ». Lo studio di Sciascia sembra la cella di un monaco emanuense, o anche l’ufficio di un ragioniere di paese : « tutto è come l’ha lasciato il nonno », mi ripete ancora Vito, come se non si vedesse, o come per volersi giustificare da eventuali incaute intrusioni. Certo, essere il nipote di Leonardo Sciascia deve essere una bella responsabilità, una missione che Vito porta avanti con cura filologica delle « cose del nonno ».</p>
<p>Lo studio di Sciascia è un microcosmo in cui risuona tutta l’opera dello scrittore siciliano. A partire dalla caricatura ottocentesca che campeggia sullo scrittoio, proprio dietro la sedia su cui scriveva: è una parata di scrittori francesi, più o meno noti, da Balzac a Hugo, che avanza baldanzosa sotto la scritta « Le grand chemin de la posterité ». Ecco la sferzante ironia di Sciascia e la passione per la letteratura francese, a cui fa eco, sulla destra, la caricatura di Voltaire, in un disegno dell’epoca, a testimonianza del culto della ragione a cui il maestro di Racalmuto dedicò la sua opera. Un culto sempre messo in crisi, come tutte le fedi profondamente vissute, senza alcuno zelo religioso, ma con una tensione costante per la ricerca e la consapevolezza di una qualche verità.</p>
<p>Ai lumi dei filosofi e dei grandi romanzieri francesi ribatte, sulla parete di fronte, un documento seicentesco in latino, che a ben guardare è una condanna del Tribunale dell’Inquisizione spagnola di Palermo: ecco l’ombra spagnolesca, il lato oscuro dell’uomo, a testimonianza del destino della terra di Sciascia, una Sicilia poco illuminata dalla ragione, ma semmai arsa dalle fiamme del potere e soffocata dal buio dell’oscurantismo. Con questa contrapposizione si spiega la sua passione per la Francia dell’arte e delle scienze, il volgersi alla Ragione come antidoto all’occulto del potere, agli intrighi della corruzione, alle trame dell’ingiustizia, ben sintetizzata anche dalla stampa delle « carceri » di Giovanni Piranesi. Queste due immagini, l’Inquisizione cattolica e le carceri, erano sempre davanti agli occhi dello scrittore, come a sfidarlo, a ricordare un’altra ossessione di Sciascia: lo Stato di diritto e le sue caricature pericolose, orribili.</p>
<p>La Spagna, poi, altro amore e odio di Sciascia, fa capolino anche sul disegno autografato di Picasso dedicato al poeta Antonio Machado. La Spagna cattolica e superstiziosa che ha governato per secoli la Sicilia e a cui sono state addossate le colpe del mancato sviluppo del Meridione d’Italia, dell’origine della Mafia e della corruzione, della miseria e dell’ignoranza borbonica… accusa a cui Sciascia, col suo spirito critico e indagatore, non ha mai creduto. Le cose sono molto più complesse, sosteneva Sciascia, ma vanno analizzate con cura e raccontate con semplicità, per sgarbugliare la matassa dell’impostura, sempre in agguato tra le righe della storia ufficiale. In questo suo atteggiamento non c’era nulla, ovviamente, del complottismo contemporaneo, disinformato e disinformante, ma si trattava di una consapevolezza antica, pervasa dalla passione per gli studi storici, dalla capacità di saper decifrare i codici dell’ideologia e della propaganda.</p>
<p>E infine, sulla parete di sinistra, ecco due piccole fotografie posizionate in uno strano ordine geometrico, come a sorreggere lo scrittoio di Sciascia, due ritratti che raffigurano i maestri siciliani Verga e Pirandello: il verismo di Verga, la necessità di raccontare il reale, la cultura contadina, lo sfruttamento dei più deboli ; e l’amara ironia di Pirandello, il maestro dei maestri, colui che ha fatto filosofia con la letteratura e letteratura con la filosofia, lo scrittore che ha indagato la follia dentro di noi, il teatro lì fuori e le maschere sul volto di ognuno.</p>
<p>Mi attardo sull’immagine di Pirandello, sui bastoni di Sciascia sistemati in un angolo, in basso, su alcuni libri, pochissimi, lasciati lì, nella vetrinetta di fronte. Poi Vito mi esorta a uscire, con garbo, come invitandomi a lasciare in pace il nonno, che sembra lì, alla sua Olivetti « Lettera 22 », felice di aver ricevuto questa visita, ma in attesa che lo si lasci in pace per rimettersi a lavorare.</p>
<p>Scendo le scale e spunta un’altra immagine, quasi nascosta, di cui non mi ero accorto. È un ex-voto popolare che raffigura un uomo elegante e una donna in posa da incantatrice. Vito mi spiega che l’ex-voto apparteneva alla nuora di Sciascia, che lo aveva fatto fare per scongiurare che il figlio si innamorasse di quella donna perversa e malvagia raffigurata sul quadro. Ecco che la sensualità e le credenze popolari, magiche e religiose, spagnolesche se vogliamo, fanno ancora capolino nel mondo di Sciascia, seppur in un sottoscala, come se il maestro di Racalmuto volesse reprimerle per onta o per paradossale superstizione.</p>
<p>Vito prepara il caffé. Lo beviamo fuori, in terrazza, guardando il panorama, mentre le sue figlie di otto e cinque anni suonano il violino; Sciascia avrebbe sicuramente apprezzato la loro grazia. Dalla casa della Noce si vede tutto intorno, a trecentosessanta gradi. Se potessimo definire uno scrittore da ciò che vede dal posto in cui scrive, la vista panoramica di Sciasca potrebbe sovrapporsi perfettamente ai temi e alle figure della sua opera. Sciascia, dalla Noce, vedeva tutto: la villa del barone e quella del mafioso, il paese vicino e le campagne intorno, alberi, colline, e in fondo i Monti Sicani. Sciascia vedeva tutto, tranne il mare, come se fosse prigioniero di questa isola, della sua storia e delle sue contraddizioni, della sua bellezza e della sua arroganza.</p>
<p>Ho scritto che della Noce si vede la villa di un mafioso, ma sarebbe il caso di aggiungere una precisazione : Vito mi spiega che lì ci andava da bambino, col nonno, per assaggiare il formaggio di pecora, quando quel posto era ancora un caseificio di campagna, e cioè prima di essere acquistato dal mafioso di cui sopra, il quale ha ingrandito il vecchio casale, con nuovi muri e orrende finestre d’alluminio. La nuova costruzione è stata innalzata qualche anno dopo la morte di Sciascia, come se il mafioso non osasse farlo finché lo scrittore fosse ancora in vita.</p>
<p>Questa villa sciatta e sgraziata mi sembra il simbolo di un tempo crudele che non riesce a volgersi alla luce della Ragione, ma rinnova meccanismi di oppressione e di bruttezza. Come se, nella Sicilia che fu Magna Grecia, menzogna e bruttezza fossero concetti legati per sempre, in opposizione alla verità e alla bellezza, che Sciascia ha rigorosamente cercato.</p>
<p>« La Sicilia come metafora », recitava il titolo di un libro-intervista di Marcelle Padovani al maestro di Racalmuto, e mi verrebbe d’aggiungere anche « la Sicilia come ossessione ». E infine, per me, « Sciascia come ossessione » : la necessità di illuminare gli intrighi, non per il piacere consolatorio di risolverli, ma per esplorarne la complessità, raccontare il mondo per quello che è, la sua ingiustizia e la sua beffarda bellezza.</p>
<p>L’appuntamento alla Noce, con Vito, è per il prossimo anno, come sempre a ridosso di ferragosto, per discutere dei nostri progetti e ricordare suo nonno: entrare nello studio di Sciascia, per non più di cinque minuti, e restare lì, in silenzio, a scrutare l’Olivetti « Lettera 22 », in questa piccola stanza che era il faro di Sciascia sulla realtà, il suo esilio dalla realtà, al centro di un’isola senza mare.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L’ombra del padrino: un’intervista impossibile.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Sep 2016 10:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L’ombra del padrino Un’intervista impossibile &#160; Il 25 settembre 2016 presento il mio ultimo documentario alla Festa Indiana di Torino. Purtroppo non potrò essere presente alla proiezione dunque, come da richiesta, lascio qui alcune riflessioni intorno al film. Intanto ecco una breve sinossi, per darvi un’idea del soggetto. &#160; L’OMBRA DEL PADRINO – Ricerche per un film [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><strong><em>L’ombra del padrino </em></strong></p>
<p style="text-align: center"><em>Un’intervista impossibile</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 25 settembre 2016 presento il mio ultimo documentario alla Festa Indiana di Torino. Purtroppo non potrò essere presente alla proiezione dunque, come da richiesta, lascio qui alcune riflessioni intorno al film. Intanto ecco una breve sinossi, per darvi un’idea del soggetto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center"><strong>L’OMBRA DEL PADRINO – Ricerche per un film</strong></p>
<p style="text-align: center">di Giuseppe Schillaci (Italia/Francia 2015, 52 min)</p>
<p style="text-align: center"><img decoding="async" class="alignnone wp-image-64466" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/Ombra-del-padrino2-300x169.jpg" alt="ombra-del-padrino2" width="509" height="287" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/Ombra-del-padrino2-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/Ombra-del-padrino2-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/Ombra-del-padrino2.jpg 1024w" sizes="(max-width: 509px) 100vw, 509px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La mafia, per chi è nato in Sicilia, è un’ombra, qualcosa che ti accompagna fin dalla nascita e di cui difficilmente hai un’idea chiara. Il film è una ricerca intima intorno a quest’ombra, a partire dalla storia personale dell’autore, per smontare gli stereotipi che hanno identificato la “mafiosità” con la cultura siciliana tout court.</em> <em>Cercando le origini di Cosa Nostra, si trovano le responsabilità di un sistema economico-politico corrotto, e ci si scontra coi tanti miti della mafia, dal cinema all’emigrazione americana, dalle credenze popolari a quelle religiose che hanno contribuito a creare confusione e ambiguità.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center"><strong>*     *     *</strong></p>
<p>Nel 2011 una produzione francese, venuta a conoscenza del fatto che fossi siciliano, mi ha commissionato la scrittura di un documentario sulla storia della mafia. Dopo diversi anni di ricerche, però, il progetto navigava in brutte acque e stava per naufragare. Poi, a un certo punto, è successo qualcosa che mi ha fatto decidere di fare questo film anche con un budget ridotto. E quel qualcosa è stato un incontro; perché ogni storia nasce da un incontro.</p>
<p>Nel maggio 2015, infatti, sono riuscito a entrare in contatto con Gioacchino Pennino, un boss mafioso del mio quartiere, a Palermo, che aveva pubblicato un libro sulle origini della mafia (« Il Vescovo di Cosa Nostra », edizioni Sovera, 2010). Questo volume, a metà tra un memoriale e un saggio, mi aveva incuriosito per le sue teorie  mistico-esoteriche sulle origini della mafia mischiate a verità  storiche e giudiziarie.</p>
<p>Con Pennino, ho pensato, avrei avuto nel film un personaggio  che nella sua megalomania delirante avrebbe finito per smontare il mito della mafia dal suo interno, dimostrarne l’inconstistenza ideologica e infine rivelare Cosa Nostra per quello che realmente è : una banda di criminali che si è spacciata per secoli come protettrice dei siciliani, o addirittura come emblema di una cosiddetta cultura tradizionale, ma che in realtà pensa solo ad arricchirsi, grazie alla corruzione e alla violenza.</p>
<p>Questo mafioso pentito, medico e politico democristiano arrestato nel 1994, dopo diversi incontri e dopo aver finalmente accettato di partecipare al film, è invece sparito e non si è fatto più trovare. Forse ha avuto problemi di salute o forse ci ha ripensato; fatto sta che ho dovuto finire il documentario senza di lui.</p>
<p>L’ho incontrato diverse volte e la sensazione più forte che mi porto dietro, oltre alla rabbia e all’incredulità di fronte alle sue strampalate dichiarazioni, era il disagio d’essere manipolato dal suo sguardo magnetico e vuoto al tempo stesso.  Quegli incontri  irritanti, grotteschi e intensi mi hanno trascinato nell’impresa di questo film; a motivarmi è stato il fatto di aver guardato in faccia Medusa e di volerla mostrare agli altri, spogliarla dei suoi serpenti. Ne valeva la pena. La questione era esaltante e spaventosa insieme: affrontare il male, ma anche il fascino del male, sulla mia pelle; fissare il mostro cercando l’umano e cercare nell’uomo le tracce del mostruoso. « L’ombra del padrino » è diventato così un film senza personaggio, l’ombra di un mito, senza la sua incarnazione. Si profilava dunque il fallimento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E devo ammettere che le ragioni dell’eventuale fallimento di questo film sono interessanti. Innanzitutto la ragione principale: ovvero il fatto che sia venuto a mancare il protagonista e le conseguenze emotive su di me, perché durante le riprese sentivo di girare a vuoto, di aver perso il fuoco del film, l’eccitazione del racconto. Ma il fallimento è forse dovuto anche al fatto che in realtà non si trattava di un film sulla mafia, né sulla Sicilia, ma di un film sull’emigrazione e l’abbandono, il distacco, il tradimento di una terra matrigna. Lo stesso tradimento che si è reiterato nell’inadempienza del padrino, come se ci fosse qualcosa d’inspiegabile e irredimibile in questo amore mancato con la propria terra, una ferita che non si può rimarginare. Infatti il documentario inizia col mio ritorno a casa, nel palazzo della mia infanzia, nello stesso quartiere su cui regnava la famiglia Pennino.</p>
<p>Un film che non nasce dal desiderio, dal piacere del racconto, ma al contrario dalla rabbia del tradimento, dall’impotenza dell’irrappresentabile, è forse votato al fallimento, perché è spinto da una sorta di rabbia auto-distruttiva, d’inconsapevole sabotaggio.</p>
<p>Certo l’ambizione era enorme, un’impresa titanica, donchisciottesca: raccontare con un film documentario il mito della mafia, la questione più scomoda e stereotipica dell’identità siciliana (e italiana in genere), una specie di spettro della coscienza collettiva, a volte rimosso, come potrebbe essere il nazismo per i Tedeschi o la colonizzazione africana per i Francesi. Nel film, si è venuto a creare un cortocircuito tra memoria individuale e collettiva, tono saggistico e intimo, scoperta e mera constatazione, che ha forse imbrigliato il film. Un fallimento: in fondo ogni narrazione tragica è quella di un fallimento; il fallimento dell’eroe, che spesso è il cattivo, come nei film di mafia tipo « The Godfather ». Lo stesso fascino del male che troviamo nelle tragedie greche, e che infatti si dissolveva nella catarsi finale, e soprattutto in quelle shakesperiane, che affrontano il tema del potere e della giustizia, regno di un male antropologico e metafisico insieme.</p>
<p>La maggiore difficoltà è stata quella di voler raccontare l’esperienza intima della mafia in quanto siciliano, di decostruire il mito della mafia senza esserne vittima o senza lottarla, almeno retoricamente, volendo sottrarmi anche al mito dell’antimafia, se non addirittura alla rappresentazione <em>tout court</em>: un paradosso pirandelliano che può risolversi nella follia, o più banalmente nel fallimento appunto, nella solitudine del fallimento, dell’opera incompiuta. Con il compositore delle musiche, Gianluca Cangemi, abbiamo a lungo riflettuto sui temi emotivi del film e Gianluca ha fatto un lavoro profondo e appassionato che infatti darà vita a un album in uscita nella primavera del 2017 con La Banda Siciliano (Almendra Edizioni). Perché un mito come quello della mafia, dell’identità siciliana o degli italiani in America, passa anche e soprattutto dalla musica : l’opera, la Cavalleria Rusticana, le tarantelle e il jazz, il marranzano, i temi bandistici e religiosi. Un mito si nutre di emozioni, e dunque di musica.</p>
<p>Nel film però dovevo anche rendere conto del mio stato d’animo di fronte alla crudeltà, all’ingiustizia, al brutto e al grottesco della mafia (le sue ferite sul paesaggio sia naturale che umano)  e dunque ecco temi più cupi e rarefatti, a volte appena stemperati dallo sguardo dell’emigrato che torna, dalla nostalgia per l’infanzia e per il suo mondo fantastico.</p>
<p>Si tratta forse di un film sulle origini. O semmai del tentativo d’indagare il « perturbante » di un’identità collettiva, a partire dalle origini storiche della mafia, ma anche le mie origini in quanto siciliano, a partire dal fatto « perturbante » che la mafia possa essere qualcosa di culturale, o addirittura d’innato. In alcune sequenze del documentario traspare questa sensazione di solitudine e di straniamento, di angoscia a tratti: un sentimento intimo, lo stesso che provo ogni volta che torno in Sicilia, in quella che era casa mia. Una sensazione che è tipica di ogni emigrato, di chiunque non si senta più a casa, perché si rende conto che la propria casa, in fondo, non esiste.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center"><strong>*     *     *</strong></p>
<p style="text-align: center"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center"><strong>L’OMBRA DEL PADRINO – Ricerche per un film</strong></p>
<p style="text-align: center">di Giuseppe Schillaci (Italia/Francia 2015, 52 min)</p>
<p style="text-align: center">Una co-produzione Zenit Arti Audiovisive e Stella Productions.</p>
<p style="text-align: center">Con il contributo di Mibact, Programma Sensi Contemporanei per il Cinema e l’Audiovisivo, Regione Siciliana – Assessorato Turismo Sport e Spettacolo – Ufficio Speciale per il Cinema e L’audiovisivo, Sicilia Film Commission, Regione Corsica.</p>
<p style="text-align: center"><em>Prodotto da</em> Massimo Arvat e Dominique Tiberi</p>
<p style="text-align: center"><em>Fotografia: </em>Irma Vecchio</p>
<p style="text-align: center"><em>Montaggio: </em>Massimiliano Minissale</p>
<p style="text-align: center"><em>Fonico Presa Diretta: </em>Danilo Romancino</p>
<p style="text-align: center"><em>Direttore di Produzione: </em>Francesca Portalupi</p>
<p style="text-align: center"><em>Ricerche d&#8217;Archivio: </em>Domenico Rizzo</p>
<p style="text-align: center"><em>Sound design: </em>Almendra Music</p>
<p style="text-align: center"><em>Musiche originali: </em>Gianluca Cangemi</p>
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		<title>Il treno della storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Oct 2014 12:00:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Ringrazio Nori e la Marcos Y Marcos, che mi hanno permesso di presentare qui uno stralcio di un libro molto bello uscito quest’anno e intitolato Si sente?. Tre discorsi su Auschwitz. Nori prende le mosse dalle celebrazioni del Giorno della Memoria, per una riflessione divagante intorno alla storia, e alle responsabilità di ognuno, all’interno di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Ringrazio Nori e la Marcos Y Marcos, che mi hanno permesso di presentare qui uno stralcio di un libro molto bello uscito quest’anno e intitolato</em> Si sente?. Tre discorsi su Auschwitz. <em>Nori prende le mosse dalle celebrazioni del Giorno della Memoria, per una riflessione divagante intorno alla storia, e alle responsabilità di ognuno, all’interno di essa, dai carnefici del passato agli officianti di oggi dei riti laici della memoria. a.i.]</em></p>
<p>di <strong>Paolo Nori</strong></p>
<p>E noi, come se fossimo tutti agli ordini di quella voce lì, quel giorno lì ci ricordiamo della shoah. E ne parliamo, siamo qua per quello no? E andiamo ad Auschwitz, che va benissimo, ma il fatto che non sia una decisione che ciascuno di noi ha preso per conto suo, ma che abbiamo <span id="more-49077"></span>risposto a una specie di ordine, e di permesso, a me fa venire dei dubbi.<br />
Cioè è come se noi fossimo un po’ al servizio di qualcuno, che si può chiamare, adesso sono argomenti enormi, però siamo qua per quello, per parlare di cose enormi, oggi abbiamo il permesso di parlare di cose enormi, e allora, scusatemi, io lo uso, è come se fossimo al servizio di qualcuno, o qualcosa, che si può chiamare: la storia.</p>
<p>Che quando succede, nel presente, adesso è una banalità, uno quando è dentro la storia, non se ne accorge, della storia. È come uno che vive di fianco alla ferrovia, i primi giorni non riesce a dormire, ma basta poi poco, qualche settimana, dopo qualche settimana non lo sente neanche, il rumore dei treni.<br />
Il rumore dei treni, per lui, non esiste. E così, per noi, la storia, la storia a noi contemporanea, noi è come se abitassimo tutti in un appartamento al settimo piano che dà su uno snodo ferroviario ma ci abitiamo da tanto di quel tempo che se ci chiedono «Ti dà fastidio, il rumore dei treni?», ci vien da rispondere «Il rumore dei treni? Che rumore? Che treni?»<br />
Questo non vuol dire che i treni non facciano rumore.<br />
E non vuol dire che a concentrarsi, a tendere l’orecchio, come si dice, non si senta, quel rumore, il rumore che il treno della storia fa in questo preciso momento che noi siamo qui.<br />
Non so, io, per esempio, l’anno scorso, quando ho fatto questo viaggio, mi ero appena accorto di un rumore di un treno che c’era sotto casa mia già da qualche anno, ma che era un treno che io non avevo mai individuato bene, lo confondevo, c’è un traffico, come si sa, il traffico ferroviario, a Bologna, e anche a Borgo Panigale, che è il posto dove abito io, in periferia, ma c’è anche la stazione ferroviaria, a Borgo Panigale, e c’è anche la fabbrica della Ducati, ma questo non c’entra, oggi c’è un traffico, come si sa, di treni, sia regionali, che interregionali che intercity che eurostar adesso hanno messo anche l’alta velocità, la freccia rossa, che è un treno che una volta, io, arrivando a Bologna con un interregionale proveniente da Parma, l’ho trovato fermo in attesa di entrare in stazione gli siam passati davanti noi poveretti dell’interregionale, eravam d’un contento, su quell’interregionale lì, le soddisfazioni dei poveretti, che si pagheranno con gli interessi negli anni a venire per esempio col fatto che le prossime volte che ci toccherà andare a Roma, o a Milano, o a Firenze, ci saran solo frecce rosse o come si chiamano, che anche lì, la freccia rossa, che fantasia, con i nomi, la freccia rossa tra l’altro era il nome di un treno notturno di lusso che collegava Mosca a San Pietroburgo che lì, almeno, l’Armata rossa, la piazza Rossa, un senso ce l’aveva, qui meno, mi sembra, ma lasciamo perdere.<br />
Ecco io l’anno scorso, dicevo, mentre stavo facendo questo viaggio, mi ero appena accorto di una cosa che durava da degli anni ma che io non avevo mai individuato bene per il suo verso.<br />
Cioè io mi ero accorto che l’anno scorso, in Italia, c’era pieno di gente che quarant’anni fa era atea e comunista adesso eran diventati cattolici, avevo pensato.<br />
Io, non lo so, ho pensato, se trovassi qualcuno che quarant’anni fa era cattolico e adesso è ateo e comunista, sarei curioso di andarci a cena insieme, con uno così, invece non esco mai di casa, praticamente.<br />
Ecco queste cose qua, praticamente, son cose anche belle, a guardarle. Cioè ci son delle conversioni, in questi anni, che a guardarle da fuori, dall’alto, dal settimo piano, son stupefacenti.<br />
Della gente che te mai e poi mai avresti detto che fossero cattolici, scopri che ti eri sbagliato, eran cattolici. Della gente che fino a vent’anni fa in tutti i cortei ti sembrava di averle viste sotto le bandiere del comunismo, improvvisamente scopri che non erano loro.<br />
O meglio, erano loro, ma allora, adesso no. Loro prima sì, andavan di lì, ma adesso no, vanno di qua. Han cambiato treno. Cioè non sono loro, che han cambiato treno, sono i treni che sono cambiati. Però, aspetta un attimo. Questa metafora dei treni, alla lunga non so se funziona. Mi sembra che si debba cambiare. Che è una cosa che un po’ mi dispiace perché i treni a me sono dei posti che mi piacciono molto. Io sui treni tra l’altro, se devo dire una cosa mia personale che probabilmente non interessa a nessuno, com’è giusto che sia, ma io sui treni, ho pensato in questi giorni, mi ci innamoro.<br />
Io mi innamoro in assenza, sui treni, quei momenti che non riesci a parlare e hai dentro la testa uno spazio che ti vien da pensare che sarebbe bellissimo, e poi subito dopo, Ma cosa vai a pensare?, ti vien da pensare, e sono momenti che tu, come si dice, sei cullato dal treno, e son dei momenti che non te li dimentichi finché scampi, come leggere un articolo di Šklovksij.<br />
Però la storia, ammesso che esista, e noi ammettiamo di sì, diversamente dai treni, io sui treni non è che mi ci innamoro per via di una particolare proprietà di quel treno, mi ci innamoro per degli altri motivi che adesso proprio non è il caso di specificare e non mi innamoro del treno, mi sto ingarbugliando, quello che voglio dire è che la storia, diversamente dal treno, ti fa far delle cose.<br />
È come se ti piegasse ai suoi fini, ammesso che la storia abbia dei fini. È come se ti desse degli ordini, mi viene da dire. Il treno è, come dire, il movimento, il vettore, ma chi ti obbliga a andare su quel treno lì, mi viene da dire, è la storia.<br />
Facciamo un esempio. Che poi era l’esempio che avevo in mente l’anno scorso quando ho fatto questo viaggio qua che faccio anche adesso.<br />
Io allora avevo appena finito di scrivere un romanzo dove uno dei temi principali era il rapporto tra intellettuali e potere, tra storia e letteratura, si potrebbe dire, e si faceva l’esempio di una celebre telefonata tra Stalin e Pasternak.<br />
Questa telefonata risaliva al 1933, e riguarda un altro poeta russo, Osip Mandel’štam, che in quell’anno, 1933, aveva scritto una poesia contro Stalin che faceva così:</p>
<p>Noi viviamo e non sentiamo più il paese, / I nostri discorsi non raggiungon dieci passi, / E dove c’è posto per mezza discussione, / Ti parlan sempre del montanaro del Cremlino. / I suoi ditoni sono grassi come vermi, / E le parole giuste, pesi di ginnasta, / I suoi occhiacci ridono / E i suoi gambali scintillano. // E intorno a lui della gentaglia fine di collo / Si trastulla con corvées da mezzi uomini. / Chi fischia, chi miagola, chi singhiozza, / Solo lui mazzuola e dà spintoni. / Come ferri di cavallo dà via decreti su decreti / Nell’inguine, in fronte, a un sopracciglio, in faccia. / Ogni tormento è per lui una pacchia, / E ampio è il torace dell’osseta.</p>
<p>Questa poesia non era stata pubblicata, non credo fosse possibile, né immaginabile, nel 1933, pubblicare in Unione Sovietica una poesia contro Stalin, però Mandel’štam sembra che andasse da tutti i suoi conoscenti e gliela recitasse. Andava da un suo conoscente, da Anna Achmatova, per dire, e gliela recitava, poi rimaneva un po’ lì a sentire il silenzio che c’era e poi diceva: «Se lui lo sa, mi fa fucilare». Poi aspettava ancora un attimo, e scoppiava a ridere. Poi salutava, andava da un altro conoscente e la recitava. Poi aspettava un attimo, e poi diceva: «Se lui lo sa, mi fa fucilare». E scoppiava a ridere. E così via.<br />
C’è una critica russa che si chiama Emma Gerštein che dice che nessuno dei conoscenti di Mandel’štam dubitava del fatto che se Stalin, il montanaro del Cremlino, avesse saputo di quella poesia lì di Mandel’štam, l’avrebbe fatto fucilare.<br />
Quando poco dopo Mandel’štam venne arrestato, e quando si seppe che era stato condannato al domicilio obbligato in una piccola città, tutti pensarono che Mandel’štam era stato graziato, praticamente.<br />
E pochi giorni dopo l’arresto di Mandel’štam, a Pasternak arriva una telefonata di Stalin. Pasternak va al telefono pensando forse a uno scherzo e invece al telefono c’è proprio Stalin, che gli dice che loro (il governo, probabilmente) stavano esaminando l’affare Mandel’štam, e che tutto sarebbe finito bene.<br />
Poi Stalin chiede a Pasternak come mai lui, Pasternak, non si è rivolto a lui, Stalin, e non si è dato da fare per Mandel’štam. «Se io fossi un poeta» dice Stalin a Pasternak «e un mio amico fosse caduto in disgrazia, io avrei saltato i fossi per il lungo, per aiutarlo».<br />
Pasternak è confuso, è comprensibile, non sa cosa rispondere, dice che non è che Mandel’štam sia proprio un suo amico. Stalin chiede «Ma è un maestro?»<br />
Pasternak risponde «Ben ma, non è questo, il problema».<br />
«E qual è il problema?» chiede Stalin.<br />
Pasternak dice che gli piacerebbe parlare con Stalin, incontrarsi con lui.<br />
«Parlare di cosa?» chiede Stalin.<br />
«Della vita e della morte» risponde Pasternak, e Stalin dice «Credevo che lei fosse un grande poeta, invece è un grande mistificatore» e mette giù.<br />
Adesso io di questa telefonata, non c’è naturalmente una sbobinatura, non c’è una registrazione, o se c’è non è disponibile, io ho fatto un riassunto delle molte versioni che di questa telefonata han circolato, le ho trovate in vari libri di memorie pubblicati in questi ultimi cinquant’anni, e queste versioni su certi dettagli sono discordi, ma sono tutte versioni di persone alle quali Pasternak stesso aveva raccontato la telefonata, e sono tutte concordi nel dire che Pasternak era molto malcontento di sé, delle cose che aveva detto e soprattutto di quel riferimento finale a parlare della vita e della morte, e che connetteva a questa telefonata il fatto di essere caduto in disgrazia presso Stalin (sembra che fino a pochi mesi prima Stalin considerasse Pasternak il principale poeta sovietico, e sembra che anche Pasternak avesse una buona opinione di Stalin, se è vero che pochi mesi prima gli aveva scritto, in una lettera pubblica, pubblicata sulla «Literaturnaja gazeta», che pensava a lui profondamente e accanitamente, come a un artista, prima di tutto).<br />
Molti dicono che Pasternak piangesse, rievocando questa telefonata (Pasternak era molto sentimentale).<br />
Ecco io poco più di un anno fa, ho sentito uno per radio, in Italia, che parlava di Sciascia, e diceva che Sciascia gli aveva detto che si era convinto a entrare in politica pensando alla telefonata di Pasternak a Stalin.<br />
Una sera, aveva raccontato Sciascia, Pasternak aveva telefonato a Stalin e Stalin gli aveva chiesto «Cosa mi hai telefonato a fare?»<br />
E Pasternak gli aveva detto «Per parlare della vita e della morte».<br />
E Stalin, spaventato, aveva messo giù.<br />
Allora adesso, io non voglio dire Sciascia, a me Sciascia per esempio quando scrive dei romanzi mi piace, e molto, è uno che è bravissimo per esempio a usar la punteggiatura, che non è una cosa facile, io adesso non voglio dire, a me però quando ho sentito questa cosa è venuto in mente Calvino, che negli anni cinquanta, quando era stato mandato dall’«Unità» a fare dei reportage dall’Unione Sovietica, aveva scritto che in Unione Sovietica la gente bevevan solo dei succhi di frutta.<br />
Allora se consideriamo che in Russia, io ci son stato, ma non è necessario neanche andarci, basta conoscere il russo, si dice sempre che gli eschimesi hanno quaranta modi diversi di dire bianco, be’, i russi hanno quaranta modi diversi per dire ubriachezza, e dire che i russi bevon solo dei succhi di frutta è come dire che gli eschimesi davanti a casa han dei prati all’inglese e viene da chiedersi che bisogno c’era, di raccontar queste balle (e questa è, ufficialmente, una balla, anche Calvino qualche anno dopo riconoscerà che i russi bevevano, e che lui queste cose le aveva scritte così, per non far fare brutta figura all’Unione Sovietica).<br />
Allora, la cosa che un po’ mi vien da pensare è questa qua: Stalin era un tiranno, come dice oggi la storia, Pasternak era un grande poeta, come dice oggi la letteratura, allora a Stalin oggi bisogna sputargli in faccia sempre e comunque, Pasternak sempre e comunque elogiarlo.<br />
E, io non lo so, ma chi oggi la pensa così, secondo me sessant’anni fa avrebbe sempre e comunque elogiato Stalin e sempre e comunque sputato in faccia a Pasternak. Perché allora era quello che diceva la storia, e la letteratura.<br />
E allora bisogna poi stare attenti. Cioè secondo me il rischio è di trasformarci tutti in strumenti. Delle belle vanghe. Belle luccicanti. Son molto utili, le vanghe.<br />
Che adesso io non lo so, ma pensateci, c’è qualcuno di voi che nel 1940 si sarebbe preoccupato degli ebrei? Ecco, quei due o tre che se ne sarebbero preoccupati, ma preoccupati veramente, dico, son delle persone, gli altri, che siamo qui, siamo tutti delle vanghe. Perché quello che ci muove a andare a visitare i campi di concentramento oggi, quella cosa che sta in alto, e che ha istituito il giorno della memoria, nel 1940 ci avrebbe mosso in una direzione opposta e contraria e noi, esclusi due o tre, avremmo ubbidito.<br />
Tra le braccia della storia, avremmo fatto il nostro lavoro docili e utili come delle vanghe.<br />
Ecco. Sembra un’affermazione un po’ forte, alla quale si potrebbe obiettare «Ma cosa dici, io sono uno che penso con la mia testa». Beato te.<br />
Perché quella cosa lì, di pensare, è una cosa che, oggi, ma probabilmente è sempre stato così, io non so per voi, ma per me è molto difficile. Io per esempio non ho la televisione perché altrimenti le cose che sento dire dalla televisione mi entrano dentro la testa e mi si piantano nel cervello come dei pali intorno ai quali mi si arrotolano poi i pensieri, allora sono vent’anni che non ho la televisione e questa cosa qua, di non avere la televisione, e di non leggere i giornali, io non leggo neanche i giornali, e di sentire poco la radio, io se riesco sento poco anche la radio, produce degli effetti stupefacenti. Io, questa cosa la racconto spesso, un po’ di tempo fa, quando è morto l’ultimo papa, io di questa morte del papa, e del successivo convegno di cardinali per eleggerne un altro, l’avevo saputo per via che nel bar dove andavo a far colazione, sotto casa mia, a Bologna, eran diventati tutti dei vaticanisti.<br />
Un bar che fino a pochi giorni prima era frequentato da bancari, studenti, pensionati, commercialisti, idraulici, sarti, professori di ginnastica, tabaccai, ortopedici, musicisti, impiegati comunali, bidelli, avvocati, fisioterapisti, garagisti e bibliotecari, tutto d’un tratto, dans l’espace d’un matin, come si dice, era diventato il bar dei vaticanisti.<br />
E discutevano fra loro, e si dividevano in fazioni, e c’erano i bene informati e i male informati, e c’era chi assicurava che il giorno successivo tutto sarebbe finito, e chi diceva che no, che per altri tre giorni niente fumata bianca, e facevano anche le facce, come se si sforzassero di ragionare, e era in tutto e per tutto quello che un mio amico chiama la recita del pensare.<br />
Adesso come sapete una delle cose di cui si è parlato molto quest’anno è la crisi dell’Alitalia, e io, dieci giorni fa, il 17 gennaio, compiva gli anni mio fratello, sono andato a mangiare con la mia famiglia, che abita a Parma, i miei due fratelli e mia mamma, e i primi venti minuti che eravam lì a cena, non si è parlato altro che di trasporti aerei, e ne parlavano con dei termini, eran diventati come esperti di trasporti aerei, sapevano tutto, e, per me, sentirli discutere, era stupefacente, e dopo venti minuti ho detto a mia mamma «Mamma, te non hai mai preso un aereo nella tua vita, cos’è successo, hai fatto un corso?»<br />
Allora, pensare, come dicevo, è una cosa difficile, e io quando trovo quella che mi sembra una manifestazione di pensiero, è come se mi si allargasse il cuore, e a me questo effetto lo fa per esempio la manifestazione del pensiero di un signore che si chiama Sergej Dovlatov, che è uno scrittore russo che in Russia non ha mai potuto pubblicare, e che è emigrato in America e lì gli hanno pubblicato subito un racconto sul «New Yorker», e Kurt Vonnegut gli ha scritto una lettera dove lo salutava come uno dei migliori scrittori contemporanei, e in America ha poi fondato un giornale, e è diventato uno scrittore conosciuto e stimato, e a un certo punto, sul finire degli anni ottanta scrive:</p>
<p>&#8220;Io non discuto. Lo stato sovietico non è il posto migliore al mondo. E laggiù c’erano tante cose spaventose. Tuttavia c’erano anche cose che non dimenticheremo mai.<br />
Sgozzatemi, squartatemi pure, ma i nostri fiammiferi erano meglio di quelli americani. È una sciocchezza, tanto per cominciare.<br />
Andiamo avanti. La milizia a Leningrado agiva più operativamente.<br />
E non parlo dei dissidenti. Delle malefatte del KGB. Parlo dei normali, banali poliziotti. E dei normali, banali teppisti…<br />
Se si urla su una via di Mosca «Aiuto!», la folla accorre. Qui ti passano accanto.<br />
Là, in autobus, cedevano il posto agli anziani. Qui non succede mai. In nessuna circostanza. E va detto che ci siamo abituati in fretta pure noi.<br />
In generale c’erano molte buone cose. Ci si aiutava a vicenda un po’ più volentieri. E ci si azzuffava senza paura delle conseguenze. E ci si congedava dall’ultima banconota senza tormentosi indugi.<br />
Non sta a me criticare l’America. Io per primo sono sopravvissuto grazie all’emigrazione. E amo sempre di più questo paese. Cosa che non mi impedisce, penso io, di amare la patria che ho lasciato…<br />
I fiammiferi sono una sciocchezza. Sono altre le cose importanti. Esiste il concetto di pubblica opinione. A Mosca era una forza reale. Una persona si vergognava di mentire. Si vergognava di adulare le autorità. Si vergognava di essere venale, furba, cattiva. Le avrebbero chiuso le porte in faccia. Sarebbe divenuta uno zimbello, un reietto. E questo era peggio della galera.&#8221;</p>
<p>Ecco. Questa è la descrizione di una società dove si sarebbe realizzato un altro male assoluto del novecento, il male sovietico, e è un po’ diversa dalla vulgata contemporanea, sia in un senso che in un altro, non che bevessero solo dei succhi di frutta, ma non è che fossero neanche tutti delinquenti, o schiavi, o coglioni e questa descrizione mi è particolarmente cara perché parla di quel posto così come l’ho conosciuto io, un posto popolato da uomini che ne avevano viste tante, guerre civili, pogrom, culti della personalità, atrocità, dissacrazioni, falsità, riabilitazioni, nuove falsità, autocritiche, nuove riabilitazioni, nuovi culti della personalità, e che non avevano ormai nessuna fiducia nei loro governanti, e in un certo senso, nella vita di tutti i giorni, che non è poco, perché tutti i giorni son tutti i giorni, si governavano da soli, e non credevano più alle voci che venivano dall’alto.<br />
Adesso la cosa è cambiata anche là, sembra.</p>
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		<title>¡Que viva la traducción! – La letteratura italiana in Spagna</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Apr 2013 06:00:20 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>(<em>Una cosa di cui si sa poco o nulla è che ruolo giochi la letteratura italiana all&#8217;estero e quanto venga tradotta e quindi conosciuta. Così, con questa intervista, inauguriamo su Nazione Indiana uno spazio in cui cercheremo di fare luce sulla sorte dei nostri autori e delle nostre opere una volta che oltrepassano i confini nazionali. Il primo intervistato, Carlos Gumpert, renderà molto più chiara e intellegibile la situazione in Spagna. Se non avessi avuto la fortuna e l&#8217;onore di conoscere Ilide Carmignani &#8211; per intenderci, la traduttrice, tra le tante altre opere, di </em>2666<em> di Roberto Bolaño &#8211; questo progetto non sarebbe mai nato. gz</em>)</p>
<p>Un&#8217;intervista a<strong> Carlos Gumpert </strong>di<strong> Ilide Carmignani </strong>e<strong> Giuseppe Zucco</strong></p>
<figure id="attachment_45456" aria-describedby="caption-attachment-45456" style="width: 700px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/escif.jpg"><img decoding="async" class="size-large wp-image-45456" alt="Guillotina, un'opera di Escif a Valencia, Spagna" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/escif-1024x682.jpg" width="700" height="466" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/escif-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/escif-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/escif-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/escif.jpg 1063w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a><figcaption id="caption-attachment-45456" class="wp-caption-text">Guillotina, un&#8217;opera di Escif su una parete di Valencia, Spagna</figcaption></figure>
<p><b>Che spazio occupa la letteratura italiana nell’insieme delle letterature tradotte in Spagna?</b></p>
<p>I dati più recenti risalgono al 2011. I libri tradotti rappresentano nel complesso il 21,1% del totale della produzione editoriale spagnola; quelli tradotti dall’italiano sono 1473,  un 1,3 % del totale (i libri tradotti dall’inglese sono quasi un 10%). L’italiano è la quarta lingua straniera più tradotta dopo l’inglese (11.500 titoli), il francese (2.621 titoli) e il tedesco (1.626 titoli), ma attenzione, storicamente è stata sempre la terza e solo nel 2011 è stata superata per la prima volta dal tedesco, un dato che parla chiaro sull’attenzione che la Spagna ha sempre riservato alla cultura italiana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Quali sono gli scrittori più conosciuti?</b></p>
<p>Bisogna chiarire subito un malinteso che non riguarda soltanto la letteratura italiana. Il sistema socioletterario spagnolo è molto debole in confronto alla sua tradizione culturale e allo sviluppo &#8211; oggi in fase critica, tra l’altro &#8211; del paese, e questo in confronto non solo con la Francia e la Germania ma anche con la stessa Italia. Come lettori, librerie, biblioteche (anche se quest’ultime non erano così malandate prima della crisi) siamo su livelli ancora lontani delle medie europee. Il problema principale però è che le vendite sono basse (è frequente che autori italiani abituati a toccare certe cifre in Italia o in Francia non riescano a capire che in Spagna è diverso) e questo rappresenta un freno per lo sviluppo del mercato editoriale. Per fortuna c’è il mercato latinoamericano che aiuta e che oggi con la crisi è diventato fondamentale.<br />
È proprio per questi motivi che la memoria del sistema editoriale e del lettore spagnolo è corta e in libreria si trovano soltanto opere recenti e sempre meno quelle di catalogo. In altre parole, gli scrittori più conosciuti sono sempre quelli viventi. Faccio un  esempio: Calvino, sempre presente, è però ogni giorno meno conosciuto e venduto. In Spagna, Pavese è stato un autore imprescindibile in un passato non tanto remoto, mentre oggi praticamente non si trova in nessuna libreria. D’altro canto, come spiegherò meglio più avanti, ci sono delle piccole case editrici che hanno trovato una nicchia nella riscoperta di bravi autori dimenticati o addirittura sconosciuti in Spagna, fra cui alcuni italiani.<br />
Detto questo, gli autori italiani di punta sono quelli che possiamo immaginare: Tabucchi, Magris, Baricco, De Luca, Eco e anche Camilleri, in modo diverso. Sciascia e Pasolini si uniscono a Calvino nel dimenticatoio di cui parlavo prima, pur essendo sempre presenti in libreria. I best-seller arrivano anche da noi (Tamaro, Giordano, Saviano in un altro senso). Ovviamente sto parlando della condizione “viva” degli autori nel mondo editoriale e socio-letterario, nel senso che si possono trovare facilmente nei giornali e nelle librerie. Nella considerazione dei lettori, soprattutto quelli di una certa età, le cose sono molto diverse e non parliamo poi in campo universitario.</p>
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<p><b> Viene tradotta anche la poesia? E la letteratura di genere, la saggistica, i libri per ragazzi?  </b><b></b></p>
<p>Si, certo, si traduce di tutto, ma prevalgono i romanzi. I gialli in particolare, tanti, anche perché c’è un filone specifico nell’editoria spagnola, e perché si cerca chi ha avuto un buon  successo di vendita nel suo paese (Camilleri, ovviamente, e Faletti, ma anche Malvaldi, Carofiglio, Carlotto, Di Giovanni, Costantini, Vichi).<br />
La poesia non viene molto tradotta, ma nemmeno poco, direi. Ogni tanto appare anche sui giornali. Gli ultimi poeti tradotti che ricordo sono Calabrò, Caproni, Zanzotto, Merini, Grasso, Penna, Loi, Magrelli&#8230; Nella poesia, invece, si può forse dire che i grandi poeti del Novecento (Montale, Saba, Ungaretti) sono sempre i nomi di riferimento, ovviamente per i lettori e gli editori di poesia, che sono una minoranza.<br />
La saggistica è abbastanza tradotta, direi, nelle sue diverse varietà, e più è divulgativa meglio è (Craveri, Odifreddi, Eco, ovviamente, e poi Cavalli-Sforza) anche se mancano tanti nomi interessanti.<br />
Decisamente migliore è la situazione della letteratura per ragazzi. Non soltanto ci sono autori riconosciuti (Pitzorno, Baccalario, Troisi e sempre Rodari) ma serie come Geronimo Stilton coi suoi derivati e Bat-Pat spopolano in Spagna. L’Italia è una potenza editoriale riconosciuta nella letteratura infantile e giovanile.</p>
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<p><b>Quanto sono tradotti i classici? Quali sono accessibili e quali mancano all’appello? </b><b></b></p>
<p>Visto quanto dicevamo prima, la vita dei classici in Spagna non è facile e le collane tascabili che ha ogni casa editrice italiana con i titoli fondamentali di ogni letteratura da noi non esistono. Soltanto alcuni editori, Alianza, Espasa nella classica collana Austral, e altri di piglio più scolastico o universitario (Cátedra)  pubblicano classici, con una certa sistematicità voglio dire. In tal senso, possiamo dire che Dante è ben rappresentato con diverse traduzioni, ma per il resto il panorama lascia a desiderare già a partire da Petrarca e Boccaccio, immaginiamo il resto. Questo non impedisce che un editore di prestigio come Acantilado abbia pubblicato di recente una bella edizione delle <i>Confessioni</i> di Nievo. Ma se facciamo un nome caro alla cultura ufficiale italiana come quello di Manzoni, non trovo titoli disponibili nella libreria online della Casa del Libro, la più importante di Spagna, anche se c’è o c’era una traduzione  in Cátedra. La situazione di Pirandello è migliore, invece, con tanti titoli tradotti e a quanto pare in commercio.</p>
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<p><b>Quale tra i nostri scrittori è diventato parte di un canone ideale?</b><b></b></p>
<p>Come dicevo prima, la situazione è molto diversa se prendiamo in esame il canone &#8211; nel senso usato da Harold Bloom, di gruppo di autori imprescindibili – perché allora tutti i grandi sono presenti. Ma potremmo aggiungere che, in un canone colto più esteso, dai tre illustri autori medievali si passa quasi direttamente al Novecento, perché i grandi scrittori rinascimentali non escono delle aule universitarie (un po’ forse Ariosto per via di Calvino) e Manzoni e Verga non sono stati davvero recepiti in Spagna, anche se Leopardi è chiaramente presente. Invece da Pirandello in poi (non tanto D’Annunzio, autore forse poco traducibile) e soprattutto dal dopoguerra i grandi nomi di romanzieri e poeti già citati &#8211; insieme a Gadda, Bassani, Morante, Moravia, Buzzati, Manganelli &#8211; sono senz’altro presenti in questo canone colto allargato, il che però non significa che siano pubblicati o reperibili in libreria…</p>
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<p><b>Quali case editrici dedicano spazio agli scrittori italiani? Che tipo di linee editoriali hanno? Esistono case editrici specializzate in letteratura italiana? </b><b></b></p>
<p>Un po’ tutte le case editrici che seguono l’attualità letteraria hanno autori italiani in catalogo, perché la letteratura italiana è molto apprezzata in Spagna, anche se si ritiene che non venda molto, con le dovute eccezioni, è chiaro. Adesso la crisi ha peggiorato ulteriormente la situazione, ma non percepisco un calo di interesse verso gli autori contemporanei. Come dicevo, l’interesse è cominciato con i grandi autori del dopoguerra e non è più diminuito; negli anni Ottanta c’è anche stato il cosiddetto boom italiano. E poi, come accennavo prima, negli ultimi tempi abbiamo avuto un piccolo boom di case editrici indipendenti e quasi artigianali che cercano autori trascurati da quelle grandi e medie, perché meno conosciuti, giovani o meno recenti, autori di tutte le letterature,  anche quella italiana. Cosi Minúscula ha pubblicato Marisa Madieri, Errata Naturae Flaiano, Periférica Monina, per citare alcuni casi.<br />
C’è una casa editrice specializzata in letteratura italiana, Gadir, che pubblica autori attuali e classici. Esisteva anche Parténope, specializzata in autori napoletani e meridionali in genere, ma credo che non pubblichi più.</p>
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<p><b>C’è un vero lavoro di scouting sulla letteratura italiana contemporanea?  Che parte hanno in questo i traduttori?</b><b></b></p>
<p>Non saprei. L’industria editoriale spagnola, comunque, non è abbastanza ricca da permettersi degli scout, tanto meno per l’Italia. Il lavoro di scouting lo fanno certo agenti ‑ penso a Silvia Meucci &#8211; e anche i traduttori svolgono un ruolo importante in questo senso, lo dico per esperienza personale e non solo perché ho raccomandato <i>motu proprio</i> degli autori, ma anche perché non è raro che le case editrici mi interpellino e mi chiedano consigli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Ci sono scrittori spagnoli che, magari anche prima che i libri arrivino nelle redazioni culturali dei giornali, suggeriscono ai propri lettori qualche libro italiano? O anche, scrittori spagnoli che di tanto in tanto riportano alla luce qualche libro e/o autore italiano da riscoprire?</b><b></b></p>
<p>Certo. Ignacio Martínez de Pisón e Justo Navarro, tanto per fare due nomi, oltre che traduttori sono scrittori che conoscono bene il panorama italiano. Lo stesso Javier Cercas, e prima di lui Vázquez Montalbán, raccomanda ogni tanto autori italiani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Affinché uno scrittore italiano acceda al mercato editoriale spagnolo, quanto conta la sua casa editrice di origine?</b><b></b></p>
<p>Moltissimo, ovviamente, ma in modi diversi. Le case editrici più prestigiose riescono sempre a vendere gli autori interessanti: Anagrama ha avuto un ruolo importantissimo, probabilmente il più importante degli ultimi trent’anni, come Seix-Barral negli anni cinquanta, ma ha abbandonato Manganelli, ad esempio. Tusquets, un’altra delle grandi, ormai si limita a Sciascia e ad Agnello Hornby, dopo alcuni insuccessi come Scurati. Lumen, un altro editore prestigioso, è la casa editrice di Eco, ma anche di Elsa Morante. Alfaguara, ormai lontana dai suoi tempi migliori, pubblica molte autrici (Avallone, Mazzantini) ma senza successo, pare. Seix Barral, dal canto suo, ha ripreso a pubblicare autori italiani a buon ritmo, con De Luca e il pot-pourri  di autori di diverso livello che ormai la caratterizza (Gamberale, Mari). Un’altra casa editrice specializzata in best-seller con un po’ di pretese, e cioè Salamandra, pubblica oltre a Giordano, Nesi e Murgia.<br />
Un caso particolarmente interessante è quello dei piccoli editori a cui accennavo prima, capaci non solo di pubblicare autori interessanti (Cornia, Celati in Periférica; Madieri in Minúscula, Bianciardi in Errata Naturae), ma di far parlare di loro e di venderli non troppo male.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Le case editrici spagnole con partecipazione italiana (p</b><b>ensiamo a Random House – Mondadori prima della cessione a Bertelsmann e a Duomo con Gems o Anagrama con Feltrinelli) hanno dedicato e dedicano attenzione alla letteratura italiana? </b><b></b></p>
<p>Nel primo caso non direi, ma si è notato qualcosa in Anagrama che, dopo una certa diminuzione della letteratura italiana in catalogo, ultimamente ha ripreso a pubblicare anche autori abbastanza lontani dalla sua linea editoriale (Faletti). Comunque, come già ho detto, Anagrama ha sempre prestato grande attenzione  all’Italia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Quale accoglienza riserva il pubblico spagnolo agli autori italiani? Gli scrittori più conosciuti  (Eco, Tabucchi, Camilleri, Calvino, etc.) sono riusciti in qualche modo a fare da traino?</b><b></b></p>
<p>Un’accoglienza simpatica, direi. In generale c’è molto interesse per l’Italia, come paese vicino in tante cose, e anche per la sua letteratura, che come ho detto, dopo quella inglese e francese, è stata storicamente la più tradotta. Certo gli autori che citate sono molto apprezzati e seguiti (aggiungerei anche Baricco) e le loro eventuali raccomandazioni sono importanti, ma in linea di massima direi che la letteratura italiana non ha bisogno di essere trainata come altre letterature minoritarie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Che immagine ha il lettore spagnolo dell’Italia? </b><b></b></p>
<p>Forse un’ immagine po’ stereotipata, ma proprio in ambito letterario, dopo la grande leva neorealistica degli anni Cinquanta (Sciascia, Pavese, i primi Pasolini e Calvino) focalizzata su un’immagine più caratteristica, alcuni autori di fine secolo come Magris e Tabucchi hanno allargato gli orizzonti del lettore,  non solo spagnolo, allontanandosi dai cliché.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Secondo te, gli stereotipi che ci caratterizzano all&#8217;estero, possono influire in qualche modo sulla scelta dei titoli italiani da tradurre in spagnolo?</b><b></b></p>
<p>Capita senza dubbio e alcune tematiche  &#8211; il Sud, la mafia ‑ risvegliano sempre interesse, ma ormai alle case editrici interessa soprattutto replicare il successo riscosso dai libri in Italia (o anche in Francia) e tradurre autori interessanti. Come ho detto, credo che la letteratura italiana non sia più legata a stereotipi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>I libri italiani che vengono tradotti in spagnolo che tipo di lingua e lavoro sulla lingua presentano? Si traducono (e si vendono) principalmente libri scritti in maniera più semplice? C&#8217;è un&#8217;affinità linguistica tra le opere italiane tradotte in Spagna? O si tende a dare diffusione anche a libri particolarmente elaborati sul piano linguistico e stilistico?</b></p>
<p>Si traduce di tutto ma si vende di più Moccia che Manganelli, per fare esempi estremi. Anche autori non facili come Tabucchi, Calasso o Bufalino hanno però avuto un discreto successo. Credo che il problema, in effetti, sia la grande difficoltà dello spagnolo a rendere una delle caratteristiche più forti di una letteratura linguisticamente plurale come quella italiana, e cioè il ricorso al dialetto. Autori come Camilleri si traducono appiattendone la lingua, ma più per impossibilità tecnica che per altro. Credo che qualcosa di simile accada quando si traducono in italiano autori latinoamericani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Che funzione svolge la letteratura italiana nel polisistema letterario spagnolo?</b></p>
<p>È variata nel tempo, ma è stata sempre importante. Direi che oggi non svolge un ruolo di avanguardia come ai tempi del neorealismo o negli anni ottanta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Ci sono, nelle redazioni culturali spagnole, giornalisti che conoscano il panorama italiano contemporaneo?</b></p>
<p>Si, Martínez de Pisón, già citato, lavora anche come critico, e Mercedes Monmany all’<i>ABC</i> di Madrid, o Masoliver Ródenas a <i>La Vanguardia</i> di Barcellona sono critici molto ben informati sull’Italia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Esistono riviste o blog letterari che, nel caso in cui i giornali non siano interessati a questo tipo di lavoro, si prodigano nel promuovere e suggerire ai propri lettori libri italiani o di qualsiasi altra nazionalità?</b></p>
<p>Questo non lo so, non ne conosco nessuno, ma non sono un grande esperto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Che tipo di politica culturale persegue l’Italia in Spagna? Potrebbe avere modalità di diffusione più efficaci? Quanto conta il lavoro dell’Istituto Italiano di Cultura in Spagna?</b></p>
<p>La mia impressione, molto personale, è che l’Italia non abbia una politica di diffusione culturale ben definita. Anche per l’apertura postmoderna dell’ambito culturale a tante cose che non sempre sono cultura, ma questo non è un problema esclusivamente italiano. Non sono nemmeno sicuro che la Spagna sia un mercato culturale di primario interesse per l’Italia, a fronte di altri più importanti, come la Francia o la Germania, per non parlare dell’inespugnabile mercato anglosassone. La prova migliore di quanto dico è che collaboro da anni con l’Istituto Italiano di Cultura a Madrid, ho visto passare svariati direttori e mi è sempre sembrato che la politica culturale svolta dipendesse esclusivamente delle competenze e dagli interessi personali di ciascuno di loro (non sempre eccellenti, anche se in media non male) e non da un progetto superiore articolato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Biografie</strong></p>
<p><strong>Carlos Gumpert</strong> (Madrid, 1962) è stato lettore di spagnolo all’Università di Pisa. Da anni lavora come editor a Madrid. Ha tradotto più di ottanta opere della letteratura italiana contemporanea, di autori come Antonio Tabucchi, Ugo Riccarelli, Giorgio Manganelli, Italo Calvino, Erri de Luca, Goffredo Parise, Alessandro Baricco, Mario Fortunato, Giorgio Todde e Simonetta Agnello Hornby. Pubblica regolarmente recensioni e articoli sulla cultura italiana ed è autore di alcune antologie di letteratura spagnola e delle <i>Conversazioni con Antonio Tabucchi </i>(1995, di prossima pubblicazione in italiano da Feltrinelli), autore a cui ha dedicato anche altri lavori.</p>
<p><b>Ilide Carmignani </b>è nata e vive in Toscana. Da venticinque anni svolge attività di consulenza, <i>editing</i> e traduzione dallo spagnolo per le maggiori case editrici italiane. Fra gli autori tradotti: R. Bolaño J. L. Borges, L. Cernuda, R. Fogwill, C. Fuentes, A. Grandes, G. García Márquez, P. Neruda, J. C. Onetti, O. Paz, A. Pérez-Reverte, L. Sepúlveda. Ha tenuto e tiene corsi e seminari di traduzione letteraria presso università italiane e straniere. Nel 2000, ha vinto il I Premio di Traduzione Letteraria dell&#8217;Instituto Cervantes. Dallo stesso anno cura gli eventi sulla traduzione letteraria per la Fiera del Libro di Torino (l’AutoreInvisibile). Dal 2003 organizza, insieme al prof. S. Arduini, le Giornate della Traduzione Letteraria presso l’Università di Urbino. Nel 2008 è stata eletta socio onorario dall’AITI – Associazione Italiana Traduttori e Interpreti.  Ha pubblicato <i>Gli autori invisibili. Incontri sulla traduzione letteraria</i>, Besa 2008.</p>
<p>[L&#8217;immagine è stata tratta dal sito di <a href="http://www.streetagainst.com/" target="_blank">Escif</a>]</p>
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		<title>Camilleri, Tomasi di Lampedusa o Sciascia? «Sfiga nei confronti della Sicilia». Parola di assessore.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 13:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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					<description><![CDATA[(postato da Evelina Santangelo) di Giacomo Di Girolamo «Le ideologie sono ormai superate. Destra e sinistra, tutti assieme, almeno per un anno prendiamoci una pausa. Non leggiamo più per un po’ Camilleri, Tomasi di Lampedusa o Sciascia perché sono una sorta di sfiga nei confronti della Sicilia. Ci vuole ottimismo». Mario Centorrino, assessore alla Formazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(postato da Evelina Santangelo)</p>
<p>di <strong>Giacomo Di Girolamo</strong></p>
<p>«Le ideologie sono ormai superate. Destra e sinistra, tutti assieme, almeno per un anno prendiamoci una pausa. Non leggiamo più per un po’ Camilleri, Tomasi di Lampedusa o Sciascia perché sono una sorta di sfiga nei confronti della Sicilia. Ci vuole ottimismo». Mario Centorrino, assessore alla Formazione della Regione Siciliana.</p>
<p>Non sono nuove le parole di Centorrino. Le abbiamo già sentite. Anzi, c’è tutta una letteratura, dei politici del «ghe pensi mi». L’aveva detto prima Gianfranco Miccichè: «Che nome triste per l’aeroporto di Palermo, chiamarlo Falcone e Borsellino….che immagine diamo della Sicilia?» (niente sapendo che poi, nel 2010, ci avrebbe pensato Dj Francesco a pulire memorie e coscienze nel programma televisivo più inutile e pacchiano che la Rai abbia mai trasmesso). Il Ministro Brunetta di questo stile ne ha fatto un punto programmatico forte: in ogni convegno in cui prende parola, ad un certo punto gonfia tutto e comincia (con la voce identica a quella di Paolo Rossi)  tutta la sua filippica contro il «marciume» culturale italiano. Per non dire poi del Ministro della Cultura Sandrone Bondi e quel suo «gli intellettuali fanno schifo» di poche settimane fa. O dello stesso Berlusconi, nel Maggio scorso: «Per la politica e la democrazia…. Ghe pensi mi!».<span id="more-30492"></span></p>
<p>È Il tentativo di ribaltare il tavolo, di giocare ai superuomini.  Il politico che si crede demiurgo, che ha la bacchetta magica, e propone a tutti la visione differente delle cose: non è come credete voi. Avete seguito le regole sbagliate, i valori sbagliati, la strada sbagliata… Ricorda molto quella poesia di Benni sulla scuola più strana del mondo: «C&#8217;è un professor di storia che odia i Fenici… e un prof di latino che tiene per i barbari… E Il prof di geografia non sa dov&#8217;è Pechino… la prof di Italiano legge solo Topolino…»</p>
<p>Ecco. Basta con le tristi letture, sembra voler dire Centorrino, un po’ di ottimismo nella vita ci vuole.  E invita tutti a «non leggere per un anno (ma questa non è provocazione, l’italiano medio non legge tutta la vita, mica un anno soltanto…) Camilleri, Tomasi di Lampedusa o Sciascia». Ne guadagneremo in salute.</p>
<p>Proviamo a non leggere Saviano, e la camorra scompare. Oppure proviamo a non leggere, punto e basta, e godremo della scomparsa del  mondo, di ogni sua possibile interpretazione.</p>
<p>Un peccato. Voleva essere originale, Centorrino, calato fin troppo nella parte «dell’assessore-tecnico-di-sinistra-prestato alla politica-di-destra». Non c’è riuscito.</p>
<p>È stato talmente banale, che il solito Miccichè gli ha fatto eco e nel suo logorroico blog ha scritto subito un post dal minaccioso titolo «Sicilia Bedda». E’ lungo, ma vale la pena riportarlo tutto: «Le nostre enormi potenzialità di attrazione sono troppo spesso vanificate, mortificate da chi esporta un’immagine della Sicilia tutta coppola e onore. La responsabilità è dei radical chic da salotto nostrani, un’ipocrita classe intellettuale progressista, iper pessimista (e anche un po’ provincialotta), che non sa fare altro che produrre amplificatori di messaggi negativi della Sicilia, svendendone l’immagine al prezzo di una pretestuosa (e molto proficua) crociata di cambiamento, che in fin dei conti è solo semplice presa di distanze e condanna sommaria.  Ed è un peccato, sol se si pensa a quali eccelse menti siciliane dominano il mondo del cinema, della televisione, della comunicazione e dell’arte in generale»</p>
<p>Secondo Miccichè la letteratura siciliana è quella  «erede naturale di quella scuola federiciana che nel Duecento segnò l’inizio della letteratura italiana e i cui interpreti (da Cielo d’Alcamo a Giacomo da Lentini) non raccontavano null’altro che l’amore e i colori della nostra terra. Questa è la nostra Sicilia! Questa è la Sicilia che vogliamo offrire al mondo, a chi viene a trovarci in vacanza, a chi viene a investire qui, a chi viene a vivere da noi. E questa è la Sicilia che vogliamo offrire ai nostri figli, ai nostri giovani, ai quali è bene cominciare a trasmettere un messaggio diverso dal solito pessimistico: “meglio che ve ne andiate, qui non cresce né erba né lavoro”, è bene cominciare a responsabilizzarli di più, dicendo loro: “la vostra è un terra meravigliosa, restate qui, è vostro il compito di debellare ciò che la incancrenisce e di dare lustro a ciò che la rende così …BEDDA!!»</p>
<p>Ecco. Se c’è un ragionamento banale e provinciale è proprio quello di Miccichè. Che ha fatto tanto per se, poco per la sua isola.   Sarò banale anche io, ma, secondo me, le enormi potenzialità della Sicilia sono vanificate e mortificate proprio da Miccichè e dai suoi colleghi, che, per non affrontare e risolvere i problemi, hanno sempre l’alibi della banalizzazione del tipico. Abbiamo il mare, il sole, il buon vino, le arancine, il cous cous…perché ci rompete?</p>
<p>Centorrino ha perso un’occasione. Avrebbe fatto meglio a dire, invece: «Sospendiamo per un anno gli stipendi ai super manager siciliani, ai parlamentari, a noi assessori. Ci vuole ottimismo.  E con quei soldi, organizziamo sempre per un anno ( e sempre perché ci vuole ottimismo) delle pubbliche letture di Camilleri, Tomasi di Lampedusa, Sciascia».</p>
<p>Leggendo, Centorrino, Miccichè, tutta questa triste compagnia di giro, scoprirebbero che ad esempio Sciascia è stato anche politico, oltre che intellettuale e scrittore. In un tempo in cui gli intellettuali erano anche politici.  Scoprirebbero che il siciliano medio quando legge Tomasi di Lampedusa, pensa alla Sicilia irredimibile non per chi la popola, ma per chi la governa.</p>
<p>Proprio Sciascia denunciò in  un intervento in Parlamento, circa 40 anni fa, gli scandali dietro la ricostruzione del Belice devastato dal terremoto: «Si è cominciato a rubare subito, e anche male». Impossibile non pensare alla Protezione (in)Civile di oggi, e al corto circuito che vive oggi il nostro Paese. Berlusconi legittima Bertolaso. Perché Berlusconi gode del consenso popolare, e Bertolaso gode dell’approvazione di Berlusconi. Del Bono, il quasi ex Sindaco di Bologna, è un povero idiota: si è dimesso per una manciata di euro spesi con il bancomat della Regione. E invece, oggi vale il principio non della legalità, ma della «filiera autoreferenziale» (complimenti, De Bortoli): io garantisco che tu mi garantisci che io ti garantisco.</p>
<p>Ecco, se per un anno sospendessimo la politica, le liti, il carnaio, e tutto, e magari leggessimo un po’ di più scopriremmo il valore di quelle parole di Calvino: «La letteratura è necessaria alla politica prima di tutto quando essa dà voce a ciò che è senza voce…».</p>
<p>Senza voce è l’Italia di Termini Imerese. La nuova Italia di Rosarno. Senza voce è la Sicilia che sprofonda tra il fango di Messina e le macerie di Favara.  E’ tutto stato già scritto, già vissuto. Solo che non si ascolta, non si ascolta più.<!--more--></p>
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		<title>Quei cattivi allievi di Leonardo Sciascia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[sergio garufi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jan 2007 19:38:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Matteo Di Gesù Sebbene, a rileggerlo dopo vent’anni, quel comunicato del fu coordinamento antimafia che relegava «ai margini della società civile» Leonardo Sciascia faccia ancora accapponare la pelle, per i suoi toni isterici da inquisizione, fa comunque piacere che colui che lo redasse, allora imberbe studentello, ancora adesso, adducendo oltretutto a sua difesa argomentazioni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a class="imagelink" title="sciascia1.jpg" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/sciascia1.jpg"><img decoding="async" id="image3111" height="92" alt="sciascia1.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/sciascia1.thumbnail.jpg" /></a></p>
<p>di <strong>Matteo Di Gesù</strong></p>
<p>Sebbene, a rileggerlo dopo vent’anni, quel comunicato del fu coordinamento antimafia che relegava «ai margini della società civile» Leonardo Sciascia faccia ancora accapponare la pelle, per i suoi toni isterici da inquisizione, fa comunque piacere che colui che lo redasse, allora imberbe studentello, ancora adesso, adducendo oltretutto a sua difesa argomentazioni tutt’altro che peregrine, non si penta di nulla, sebbene non gli mancherebbero gli argomenti per ricredersi (si veda Bolzoni su «La Repubblica» del 7 gennaio scorso). A cominciare dalla gimcana politica nella quale si è distinto negli anni successivi quello che allora era lo specchiato coordinatore del summenzionato coordinamento (per non dire di chi, ciarlando di antimafia, ha fatto una carriera politica perfino più brillante).</p>
<p><span id="more-3109"></span></p>
<p>Ma per l’appunto, in un Paese bizzarro come il nostro, nel quale, con la scusa che la coerenza è la virtù degl’imbecilli, c’è sempre qualcuno pronto a rinnegare in due battute le proprie opinioni di ieri per farsi trovare pronto a un altro giro di giostra oggi, va salutata comunque con rispetto questa coraggiosa (anzi, quasi incosciente) dichiarazione di fedeltà a se stessi. Ciò, beninteso, sia detto a prescindere, come direbbe il mai troppo rimpianto Totò, dall’opinione che ci si è fatta (o rifatta) su quella memorabile polemica sui ‘professionisti dell’antimafia’: chi vuole, del resto, ripassando quel pezzo di Sciascia e tenendo presente –magari con un minimo di onestà- la storia siciliana e italiana degli ultimi vent’anni e l’aria che si respirava a Palermo nell’inverno dell’87, può stabilire da sé quanto quell’intervento dello scrittore fosse fondato, opportuno, straordinariamente lungimirante ovvero sciaguratamente errati alcuni dei suoi obbiettivi polemici nonché malaccorta la valutazione sulle inevitabili e grevi strumentalizzazioni che ne sarebbero seguite. «“Questa non ci voleva,” disse Falcone leggendo l’articolo»: ecco, tutt’al più, volendo proprio aggiungere qui qualcosa alla già rigogliosa rievocazione di quei fatti, si potrebbe riportare questo passo del bel libro di Francesco La Licata, <em>Storia di Giovanni Falcone</em>: battuta ponderosa e leggera da collazionare tanto con il controverso intervento sciasciano (reperibile nel volume A futura memoria) quanto con le repliche di quelli che Rossanda bollò «chierici dell’intolleranza».<br />
Resterebbe semmai da formulare qualche altra considerazione su gli usi politici che di Sciascia sono stati fatti a partire dalla sua morte, e che in questo ventennale stanno conoscendo un vivace aggiornamento. Lo scrittore di Racalmuto sta patendo una sorte analoga a quella che è toccata a un’altro autore, a lui per altro molto caro e come lui rigoroso e ostinato praticante del pensiero critico, fino all’aperta contraddittorietà: Pier Paolo Pasolini (si pensi a quante se ne sono lette e sentite in occasione del trentennale della morte). Una volta digerito dal robusto stomaco del conformismo italiota, il loro anticonformismo civile è stato trasformato nell’ennesima deiezione con la quale il Potere di sempre suole legittimare se stesso: assimilando, dopo averle banalizzate e falsificate, le tesi dei suoi oppositori e semmai restituendole, degradate, a misura della chiacchiera politica quotidiana: comoda e rassicurante merce intellettuale di facile consumo; per giunta irrinunciabile, se reca l’etichetta accattivante di ‘scomodo’, ‘eretico’ ‘scandaloso’.<br />
Solo con ciò si spiega la ridda di allievi e devoti (autoproclamatisi tali) di Sciascia e Pasolini che imperversa per un Paese bizzarro come il nostro: il quale nel frattempo, non si sa come, soffoca di perbenismo e ipocrisia, intolleranza e malaffare. Ma se è soltanto patetica la pretesa di discendenze sciasciane vantata da scrittoruzzi che, a proposito di «amore della verità» non sono capaci nemmeno di verificare su <em>Tuttocittà </em>la corretta ambientazione delle loro storie, è grave che, per dirne una, un prestigioso editorialista oggi della «Repubblica», autopatentato sciasciano e sciasciologo, autore per di più di una prefazione a una edizione del <em>Giorno della civetta</em>, qualche anno fa non rammentasse nulla della lezione del suo presunto maestro mentre difendeva e legittimava sulla prima pagina del «Corriere della sera» i picchiatori e i torturatori in divisa del G8 di Genova.<br />
Così come, per venire ai nostri giorni, viene da chiedersi se è lecito, come ha fatto Pierluigi Battista sempre sul «Corriere» sentenziare, in nome di Sciascia, che i processi «costruiti sul nesso tra mafia e politica» hanno avuto «esiti fallimentari». E questo non tanto perché, a proposito di «amore della verità», solo in un Paese bizzarro come il nostro è stato possibile salutare la pesante sentenza di cassazione del processo Andreotti (il cui riconosciuto reato di concorso esterno fino al 1985 è stato prescritto, forse è il caso di ricordarlo), anziché come un marchio d’infamia, come un trionfo dell’imputato (con tanto di esultanza ultras dell’avvocato Bongiorno e successiva beatificazione televisiva); ovvero, sempre a proposito di «amore della verità», rimuovere in fretta dalla memoria pubblica la condanna in primo grado per mafia comminata a Marcello Dell’Utri. Ma proprio perché basterebbe rileggersi giusto qualche romanzo di Sciascia, anche dei meno recenti, per reperirvi la denuncia civile e politica delle collusioni tra mafia e politica, l’analisi inesorabile dei nessi tra criminalità e Potere, gli aspetti oppressivi del suo esercizio, prima ancora (se non al di là) del loro eventuale riscontro in sede giudiziaria e senza comunque rinunciare a qualsivoglia prerogativa garantista.<br />
Quanto alle scuse postume pretese da Battista per Sciascia, sono da sottoscrivere le perplessità manifestate domenica scorsa da Chiaberge sul «Sole 24 ore»: «Ogni polemica va contestualizzata, e nell’epoca dell’assalto mafioso allo Stato è comprensibile che non si dosassero troppo le parole. E poi, conoscendo la vena volterriana di Sciascia, siamo certi che avesse messo nel conto le reazioni e pure gli insulti. Anzi sarebbe rimasto deluso se la sua provocazione fosse caduta nel vuoto». Semmai, visto che al «Corriere» si professano custodi del magistero sciasciano, verrebbe da chiedere al vicedirettore Battista se promuovere un dibattito sulla liceità della tortura per estorcere confessioni ai terroristi (o presuti tali) con un fondo di Panebianco in prima pagina sia coerente con la lezione di Sciascia. Chissà se in cuor suo, mentre passava il pezzo, Battista chiedeva scusa alla memoria del Maestro&#8230;<br />
Già, rileggere, si diceva. Nel frattempo, mentre è in corso questa spensierata mistificazione, Sciascia viene a poco a poco espunto dal canone letterario del secondo Novecento italiano: i libri dell’autore de <em>Il contesto</em> vengono letti sempre meno, e ancor meno gli si dedicano studi degni di menzione (a tale proposito va felicemente in controtendenza l’iniziativa di un critico di rassicurante intelligenza come Salvatore S. Nigro, il quale si appresta a curare un Alfabeto sciasciano). E se è comprensibile che gli eredi e la fondazione a lui intitolata usino tutte le cautele del caso per tutelarne la memoria da improvvide sortite infamanti (come quella ormai pregressa di Sebastiano Vassalli o quell’altra sorprendentemente recente di Luigi Malerba), rimane il pericolo di imbalsamarla, questa memoria, relegandone il culto solamente ai fidati devoti. «Sciascia è uno dei rari scrittori con i quali vale la pena non essere d’accordo», diceva in una conversazione privata un suo non sospetto ammiratore come Roberto Alajmo. È quello che dovrebbe toccare ai grandi autori civili come lui, come lui che «contraddisse e si contraddisse» (ma non certo come gli untuosi trasformisti di casa nostra): essere letto, conosciuto, ammirato, discusso, oppugnato. Per lasciare che a parlare sia la sua opera e non, al posto suo, la pletora di sedicenti sciasciani e sciasciologi nostrani . Per essere restituito ai suoi lettori e magari sottratto a chi, oggi come ieri, lo usa per il proprio miserabile tornaconto.</p>
<p><em>(Pubblicato oggi in una versione abbreviata su &#8220;La Repubblica&#8221; &#8211; edizione di Palermo)<br />
</em></p>
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