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	<title>scrittura collettiva &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Atlantide non fu affondata in un giorno – Di scrittura collettiva e letteratura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Mar 2013 07:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Vanni Santoni e Gregorio Magini, a nome di SIC Caro Giuseppe, abbiamo letto con interesse la tua “lettera aperta” sulla scrittura collettiva. Per quanto ti rivolgessi a Vanni, il tuo discorso chiama in causa la SIC, ed è per questo che il presente post è firmato da entrambi i fondatori. Per mantenere il dibattito sul [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://sarmizegetusa.wordpress.com/" target="_blank">Vanni Santoni</a></strong> e <strong><a href="http://www.infinipedia.net/" target="_blank">Gregorio Magini</a></strong>, a nome di <strong><a href="http://www.scritturacollettiva.org/" target="_blank">SIC</a></strong></p>
<figure id="attachment_45229" aria-describedby="caption-attachment-45229" style="width: 700px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/006columbusroute.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-45229" alt="First Columbus route, tratto da The Beginner's American History, by D. H. Montgomery, published by Ginn &amp; Company, Boston, U.S.A.,1893" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/006columbusroute.jpg" width="700" height="244" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/006columbusroute.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/006columbusroute-300x104.jpg 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a><figcaption id="caption-attachment-45229" class="wp-caption-text">First Columbus route, tratto da The Beginner&#8217;s American History, by D. H. Montgomery, published by Ginn &amp; Company, Boston, U.S.A.,1893</figcaption></figure>
<p>Caro Giuseppe,</p>
<p>abbiamo letto con interesse <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/03/17/atlantide-il-grande-dittatore-e-un-dubbio-capitale-sulla-scrittura-collettiva-una-lettera-a-vanni-santoni/" target="_blank">la tua “lettera aperta” sulla scrittura collettiva</a>. Per quanto ti rivolgessi a Vanni, il tuo discorso chiama in causa la SIC, ed è per questo che il presente post è firmato da entrambi i fondatori. Per mantenere il dibattito sul tono aperto e personale su cui l’hai avviato, abbiamo tuttavia deciso di risponderti separatamente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Vanni –</b> Fin dalla primissima comparsa della SIC, abbiamo dovuto confrontarci con commenti del tipo “ahhh, il romanticismo schiacciato dalla fredda macchina”. Ad essi abbiamo in genere risposto spiegando che anche il processo di creazione di un romanzo individuale<i> </i>è più simile al lavoro di un artigiano che fa le notti in opificio tagliandosi le mani, che allo sbocciare di un fiore, ma è chiaro che la questione è più complessa, e riguarda la <i>funzione autoriale</i>. Sul tema, e dunque su come tale funzione si declini in un’opera scritta col metodo SIC, abbiamo scritto un saggio, intitolato <a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2009/11/003240.html" target="_blank"><i>Solve et coagula – la funzione autoriale nell’era della sua riproducibilità telematica</i></a>: crediamo sappia tuttora affrontare la faccenda in modo esaustivo. Nel momento poi in cui si parla di funzione autoriale, è evidente che stiamo parlando anche di <i>responsabilità dell’autore</i>, questione della quale abbiamo parlato <a href="http://www.bibliocartina.it/dal-metodo-sic-scrittura-industriale-collettiva-nasce-il-romanzo-con-piu-autori-al-mondo-la-facciamo-finita-con-lo-stereotipo-del-grande-scrittore/" target="_blank">in questa intervista su <i>Bibliocartina</i></a>, che sarà utile ai lettori anche per inquadrare meglio alcuni aspetti operativi che stanno dietro alla stesura di <i>In territorio nemico. </i><b></b></p>
<p>Detto questo, è chiaro che la tua riflessione sta un passo più avanti rispetto a quello dei sostenitori a priori della scrittura solitaria, dal momento che non chiedi “dov’è il romanticismo?”, bensì “dov’è la letteratura?”. Credo che a questo punto sia l’opera a essere chiamata a dare una risposta (e auspichiamo che sia in grado di darla); al di là di ciò, non si può dimenticare che con il metodo SIC abbiamo creato un modo del tutto nuovo per giungere a un romanzo. Già gli si chiede di essere letteratura? Chiaro che ci proviamo, ma per cominciare ci siamo dati come obiettivo minimo quello di fare <i>buona narrativa, </i>a cominciare dal genere scelto, che può essere percepito da alcuni come meno letterario di altri. Sul perché di un romanzo storico-avventuroso, abbiamo scritto un altro saggio, <a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2011/02/003791.html" target="_blank"><i>Affinità Elettive</i></a>. (Perdona tutti questi link, ma il dibattito intorno alla SIC è oggi a un determinato punto di evoluzione in virtù del lavoro teorico svolto da noi e da altri in questi anni e il lettore occasionale che vi si volesse avvicinare non può non passare almeno dai suoi snodi principali).</p>
<p>Attenzione poi a quando dici “simile profusione di forze”: è vero che <i>In territorio nemico </i>ha visto 115 autori al lavoro, ed è ben noto quanto impegno ne ha richiesto il coordinamento da parte nostra, ma certo questi 115 non hanno lavorato come se stessero scrivendo 115 romanzi. Molti degli autori di <i>In territorio nemico </i>hanno lavorato solo alcune ore alle loro schede, e tuttavia il loro contributo vive nel libro. Se si sommassero le ore complessive impiegate da ciascuno, si otterrebbe un tempo totale senz’altro superiore a quello che un singolo autore impiega su un singolo romanzo, ma non più del quadruplo o del quintuplo; se anzi si togliesse il tempo aggiuntivo che è venuto dall’agire in condizioni sperimentali, affinando il metodo in corsa – non ci sono state prove generali, né del resto potevano esserci – e con una buona parte di scrittori non professionisti o comunque al debutto su un’opera di una certa portata, si scenderebbe facilmente al triplo o al doppio; in condizioni ottimizzate anche tecnologicamente – per la stesura di <i>In territorio nemico </i>abbiamo infatti usato uno strumento di base come l’e-mail, per tenere basso il livello di alfabetizzazione informatica necessario alla partecipazione – e con uno staff composto interamente da scrittori esperti e abituati a scadenzare le consegne, si sarebbe potuti giungere a un monte-ore non dissimile da quello di un singolo autore che lavora a un romanzo di 320 pagine. Si capisce dunque come ci si trovi di fronte a una divisione di lavoro, non a un accumulo.</p>
<p>Per quanto riguarda invece la questione del “marketing” a cui fai riferimento, è normale che ai giornali piaccia citare i 115 autori nei loro titoli – si tratta del resto di qualcosa mai visto prima – ma la funzione svolta dal numero è <i>effettivamente</i> di setaccio. Non c’è un elemento, un carattere, uno snodo narrativo di <i>In territorio nemico </i>che non venga da scelte che i Compositori hanno fatto su varie possibilità proposte dagli autori, esse a loro volta frutto dell’incrocio delle precedenti. Questo proprio<i> </i>per le caratteristiche del metodo, che porta tutti gli autori a lavorare su tutti gli elementi della trama, e non a scrivere ognuno un pezzetto (sul funzionamento del metodo SIC, <a href="http://www.scritturacollettiva.org/documentazione/manuale-di-scrittura-industriale-collettiva" target="_blank">rimando al nostro manuale</a>). Tutto lì dentro è un distillato della coscienza collettiva dei partecipanti, e dunque, volendo pensare la scrittura collettiva da parte di un campione abbastanza grande di autori come un credibile carotaggio della società a cui appartengono, anche “la coscienza collettiva”; si potrà poi aprire un dibattito intorno alla capacità della coscienza collettiva di fare scelte <i>di genio, </i>ma intanto abbiamo provato che è in grado di fare scelte di trama, di estetica e di poetica (su come poi i singoli vivano il lavoro “in SIC”, ti rimando <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/03/16/seak-sick-sic/" target="_blank">a un intervento di Jacopo Galimberti pubblicato proprio qui su <i>Nazione Indiana,</i></a> a uno <a href="http://www.finzionimagazine.it/news/scrivere-per-il-grande-romanzo-aperto-sic/" target="_blank">di Marco Codebò pubblicato su <i>Finzioni</i></a> e a <a href="http://www.finzionimagazine.it/news/la-sic-tutti-scrivono-tutto-23" target="_blank">uno di Michele Marcon, sempre su <i>Finzioni</i></a>). Quando abbiamo testato il metodo, una fase durata due anni e mezzo in cui sono stati scritti sei racconti (più due brevissimi nel corso di workshop dal vivo), ciò è sempre avvenuto con gruppi di scrittura con un numero di componenti più ridotto, in genere tra sei e otto: da un punto di vista strettamente pratico, questa è la dimensione ideale; abbiamo deciso di fare un salto di oltre un ordine di grandezza per due ragioni: testare (ancora!) la tenuta del metodo su <i>masse, </i>oltre che su <i>gruppi, </i>come era del resto tra i nostri obiettivi iniziali, e verificare se l’aggiunta di ulteriori autori, al di là delle ovvie complicazioni pratiche, continuasse a portare un valore aggiunto al testo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Gregorio </b>– Ti rispondo da un punto di vista un po&#8217; più distante di quello di Vanni, perchè l&#8217;articolo su <i>La Lettura </i>non l’ho scritto io (c&#8217;è il naso dell&#8217;uno e dell&#8217;altro in tutto quello che scriviamo, ma cerchiamo di non scrivere insieme proprio <i>tutto tutto</i>). Riassumo il senso delle tue considerazioni, per come io le ho intese: &#8220;Può darsi che la scrittura collettiva,&#8221; mi sembra che tu dica, &#8220;sia la terra promessa di una letteratura che annovera l&#8217;intelligenza collettiva nella <i>shortlist</i> delle sue utopie. E voi me la presentate come un espediente per riuscire a pubblicare un libro? Mah&#8230;&#8221; Nel corso del tuo ragionamento, proponi, attraverso il rimando all’<i>OuLiPo</i>, un interessante spunto sulla scrittura collettiva come poetica, di cui mi occuperò più avanti. <b></b></p>
<p>Se dell’impresa SIC conoscessi solo quell’articolo, credo che condividerei le tue perplessità. Mi pare infatti che Vanni sia stato troppo timido nel presentare i nostri obiettivi. Ma leggendo tra le righe del suo articolo, e di molti altri testi che abbiamo scritto in questi anni sul tema, mi pare lampante la nostra speranza di aver inventato, o copiato, o scoperto, o un po&#8217; inventato un po&#8217; copiato un po’ scoperto, qualcosa di rivoluzionario. Di aver messo a mare una caravella, essa pure frutto di esperienze molteplici, che può esplorare mondi nuovi. Di aver gettato ponti per unire isole distanti. Di aver dissepolto tesori sommersi. Tutto questo noi speriamo: ma perché non lo diciamo apertamente? Perché ricordiamo la frustrazione di Stephen Dedalus: &#8220;Il molo di Kingstown. Sì, un ponte deluso.&#8221; Come dire: abbiamo messo a mare un transatlantico, che ha tutta l&#8217;aria (l&#8217;aura?) di poter fare grandi cose, ma potrebbe anche fare un naufragio titanico al primo viaggio. Per questo siamo timidi: perché neanche noi abbiamo idea di dove ci porterà questa impresa. E del resto, come in tutto ciò che concerne l&#8217;arte, giudicare i risultati non spetta a noi. Ci rendiamo conto che una simile inibizione possa far sorgere il timore che “dietro i 115 autori, niente”. Ma immagina la posizione diametralmente opposta: “Abbiamo inventato un metodo di scrittura collettiva che permette di scrivere capolavori a raffica”. La verità, ovviamente, starà da qualche parte in mezzo tra questi due estremi, ma, come ben sai, far emergere tutte le articolazioni di una questione complessa in un articolo di giornale – che peraltro aveva un altro obiettivo, quello di tracciare la storia dell’intero fenomeno della scrittura collettiva – non è facile.</p>
<p>Vengo alla scrittura collettiva come poetica. Dici: “Da parte mia, andando indietro nella storia della letteratura, sebbene con qualche forzatura, ho sempre inteso la scrittura collettiva come <i>un’officina di letteratura potenziale&#8230;”. </i>Ecco, questo è un approccio che non ci appartiene affatto. Noi parliamo sempre di <i>metodo</i>, <i>teoria</i>, <i>processi</i>. Questo perché per noi la scrittura collettiva non è un gioco – per quanto serio, per quanto significativo, per quanto produttivo – sulla forma, o sui modi in cui la forma agisce, o non agisce, sui contenuti. Per noi la scrittura collettiva è una tecnica. Rispetto al vocalicidio di <i>La Disparition</i>, agisce su un piano completamente diverso: non quello della scrittura d&#8217;arte, ma quello delle tecnologie della scrittura. È vero che la parola &#8220;tecnologia&#8221; rimanda a universi di senso che sembrano avere poco in comune con la letteratura. Ma se ci pensi bene, noi non facciamo qualcosa di molto diverso dalla maestra che dice: &#8220;Prendi la penna, disegna le parole, segui le righe…&#8221; Solo che lo facciamo in modo più complicato, con schede da compilare e turni da seguire e manuali ed email e archivi online, perché si vuole realizzare opere d&#8217;arte in 115, non un testo qualunque da soli. E tuttavia il modo in cui lo facciamo, io credo, non è neppure così complicato, se nel 1967 a Barbiana dei bambini figli di contadini potevano scrivere: &#8220;Noi dunque si fa così,&#8221; e spiegare per filo e per segno come scrivevano tutti insieme sotto la guida del maestro, utilizzando un metodo di scrittura collettiva che non era tanto più rozzo del nostro. E quindi &#8220;la letteratura?&#8221;. Quella, se c&#8217;è, sarà dentro <i>In territorio nemico</i>. E se sarà da qualche parte, non sarà nel metodo SIC o nell&#8217;editore di primo piano, ma nelle poetiche e nelle parole che quel libro avrà espresso.</p>
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		<title>Atlantide, Il Grande Dittatore e un dubbio capitale sulla scrittura collettiva – Una lettera a Vanni Santoni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Mar 2013 07:00:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Zucco Caro Vanni, domenica scorsa incontro un tuo lungo articolo su La Lettura del Corriere della sera, e affrontando quest’ultimo lo strano caso della scrittura collettiva, un argomento e una modalità di composizione letteraria che affiora ciclicamente nei punti più disparati dell’oceano della letteratura, un’isola tipo Atlantide, con i suoi fasti e le [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<figure id="attachment_45138" aria-describedby="caption-attachment-45138" style="width: 839px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Mappa-immaginaria-di-Atlantide-dal-Mundus-Subterraneus-di-Athanasius-Kircher-pubblicato-ad-Amsterdam-nel-1665-la-mappa-è-orientata-con-il-Nord-verso-il-basso..gif"><img decoding="async" class="size-full wp-image-45138" alt="Mappa immaginaria di Atlantide tratta dal Mundus Subterraneus di Athanasius Kircher, pubblicato ad Amsterdam nel 1665, la mappa è orientata con il Nord verso il basso." src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Mappa-immaginaria-di-Atlantide-dal-Mundus-Subterraneus-di-Athanasius-Kircher-pubblicato-ad-Amsterdam-nel-1665-la-mappa-è-orientata-con-il-Nord-verso-il-basso..gif" width="839" height="581" /></a><figcaption id="caption-attachment-45138" class="wp-caption-text">Mappa immaginaria di Atlantide tratta dal Mundus Subterraneus di Athanasius Kircher, pubblicato ad Amsterdam nel 1665, la mappa è orientata con il Nord verso il basso.</figcaption></figure>
<p>Caro Vanni,</p>
<p>domenica scorsa incontro <a title="articolo e paratesti" href="http://www.scribd.com/doc/129587307/Storia-e-Prospettive-Della-Scrittura-Collettiva-in-Italia-La-Lettura-10-03-2013" target="_blank">un tuo lungo articolo</a> su <i>La Lettura</i> del <i>Corriere della sera</i>, e affrontando quest’ultimo lo strano caso della scrittura collettiva, un argomento e una modalità di composizione letteraria che affiora ciclicamente nei punti più disparati dell’oceano della letteratura, un’isola tipo Atlantide, con i suoi fasti e le sue cupole dorate che balenano negli occhi di qualche avventuriero per pochi istanti prima di inabissarsi ancora tra i flutti, mi ci sono calato dentro, cercando di avvistare la stessa isola dalla prua del mio divano.</p>
<p>Del resto, è un luogo comune, ormai, anche se il più difficile da conseguire: fare letteratura, perdere giorni sonno forze dietro le continue evoluzioni dei personaggi e della lingua – dei personaggi dentro la lingua, della lingua dentro i personaggi – riesce davvero solo se chi scrive, forzando la propria natura, bucando il guscio di granito in cui prospera incontrastato Il Grande Dittatore del proprio Io, riesca a connettersi a tutto e ogni cosa, dalla materia inerte alla più insignificante creatura alla più lontana esplosione stellare. E scrivere a più mani, da subito, nel furioso e diacronico battere sui tasti di un numero elevato di dita, rende evidente una tra le possibili soluzioni al problema, non fosse altro che Il Grande Dittatore da solista si trova a cantare in coro, guardandosi per forza di cose intorno e tentando di accordare la propria voce a quella degli altri partecipanti alla scrittura. Non è un caso, infatti, che nell’articolo si parli di <i>concertazione nella produzione di un testo</i>: più voci, fondendosi, corrompendosi, modulando ognuna in funzione delle altre, avverano una nuova trama, una nuova tessitura, una nuova composizione in cui un mondo &#8211; reale o presunto, minuto o espanso, nella sua ineguagliabile stilizzazione e complessità &#8211; trova un senso o lo disperde, lasciando ai propri lettori la sensazione che la vita sia questa festa mobile, per dirla con Hemingway, o la migliore catastrofe in cui avventurarsi o battere i denti.</p>
<p>Da parte mia, andando indietro nella storia della letteratura, sebbene con qualche forzatura, ho sempre inteso la scrittura collettiva come <i>un’officina di letteratura potenziale</i>, la formula con cui i componenti dell’OuLiPo, nel 1960, definivano la letteratura che veniva fuori da una scrittura vincolata, dove i vincoli, le restrizioni, i <i>contraintes</i>, le regole categoriche adottate convenzionalmente prima di mettersi a scrivere – George Perec, per esempio, venne a capo di un intero romanzo senza mai usare la lettera e – costringevano gli scrittori a battere nuove piste, altri modi per affrontare la realtà, il verosimile o il suo contrario. E scrivere in 115, come è capitato a te, mettendo a punto un metodo, convogliando in un unico e coerente risultato le spinte centrifughe a cui porta il furioso e diacronico battere sui tasti di molteplici dita, non è altro che consegnarsi a questa enorme costrizione, tentando di tramutarla da vincolo in risorsa, rendendola più che altro produttiva di idee e soluzioni. Per essere parecchio vintage, questa costrizione non sarebbe altro che una musa, in fondo.</p>
<p>Ma continuando la lettura dell’articolo, oltre a incrociare un illuminante excursus di come la scrittura collettiva abbia trovato in Italia un terreno particolarmente fertile, abbondano tutta una serie di riferimenti ai software open source e all’intelligenza collettiva della rete, certo, alle similitudini con le botteghe rinascimentali come officine di creazione e luoghi di confronto e pianificazione, va bene, alla palestra in cui possono consapevolmente accedere perfetti sconosciuti per diventare poi gli artisti di un prossimo futuro, giustissimo, alla messa in ombra degli aspetti più deleteri e velenosi dell’autore al tempo della società dello spettacolo, senz’altro, alla constatazione che ogni testo è una produzione collettiva a cui concorrono le più diverse e troppe volte anonime professionalità, ok.</p>
<p>E la letteratura? E la fuoriuscita dal proprio Io e la connessione a tutto e ogni cosa? E il mondo e l’assegnazione o la dispersione di senso?</p>
<p>In un attimo scorgo Atlantide, poi volutamente la perdo di vista, non inseguendo più le cupole dorate, ma un dubbio capitale. Che la scrittura collettiva, molto più della scrittura sostenuta in completa solitudine, sia una sfida artistica così impegnativa da un punto di vista psicologico, così sfiancante in campo relazionale, così snervante per la ricerca continua di equilibrio e compromesso tra le parti in causa, che alla fine chi la pratica sostituisce il fine, la letteratura, al mezzo per arrivarci, il metodo di scrittura collettiva – diventato a questo punto un valore, un valore assoluto.</p>
<p>Tra l’altro, lo dici molto chiaramente nell’articolo. <i>Due erano i nostri obiettivi: codificare un metodo di scrittura collettiva che potesse essere usato da chiunque, per qualunque tipo di testo narrativo, e utilizzarlo per realizzare un romanzo a molte mani che fosse sufficientemente valido da arrivare alla pubblicazione con un editore di primo piano.</i></p>
<p>Ed è proprio a questo punto che il dubbio iniziale ne produce molti altri: possibile che a una simile profusione di forze e immaginazione collettiva debba seguire un risultato piccolo piccolo, cioè un romanzo sufficientemente valido da arrivare alla pubblicazione? E la scommessa, l’ambizione dei risultati? Dove differirebbe questo romanzo rispetto a quello scritto da un unico scrittore, nel numero dei suoi autori? E non è questo un modo per prestare il fianco al mercato piuttosto che alla letteratura? Non è che messa così, i 115 autori, evidenziati in grassetto, manipolati pubblicitariamente come un fenomeno da guinness dei primati, diventano un’arma del marketing e della promozione editoriale invece che un setaccio raffinatissimo delle ossessioni umane?</p>
<p>Io non so se riuscirei mai a partecipare a un progetto di scrittura collettiva. Mi sembra già così complicato, alle volte, allineare le parole in completa solitudine cercando il giusto modo di dire le cose. Mi sembra, alle volte, che il Grande Dittatore mi reclami a sé e che io non riesca fino a fondo a uscire dal suo guscio o, a mali estremi, rendere l’interno di quel guscio un mondo angusto però abitabile – di Ferdinand Céline, in fondo, ce n’è stato uno, e pochi come lui. Ma la scrittura collettiva, secondo me, se spinta al vertice delle sue possibilità, anche se tra mille complicazioni, ha modo di ovviare con molta più forza e decisione questo problema. C’è in gioco la possibilità di connettersi ancora più profondamente a tutto e ogni cosa. Anche se Atlantide, nell’orizzonte di questo articolo, è balenata davvero troppo poco in bella vista.</p>
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