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		<title>letteratura italiEna</title>
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		<pubDate>Mon, 25 May 2009 07:30:44 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Simonetta Bitasi</strong></p>
<p><em>Voi volete essere diversi. Vi crogiolate nel vostro stato di miserevoli stranieri! Vi ostinate ad aggrapparvi al vostro passato, a un tempo e un paese che non esistono più al di fuori della vostra fantasia. Che senso ha prendere lezioni d’italiano? Spaccarvi la testa per imparare la coniugazione dei verbi? Sforzarvi di leggere I promessi sposi e andare al cinema a vedere Il postino? Se rifiutate le basi di una cultura, la sua cucina, …come intendete digerire la vita in questo paese?</em>.</p>
<p><span id="more-17789"></span></p>
<p>Laila Wadia in questo passaggio di <em>Amiche per la pelle</em>, il suo pluripremiato romanzo ambientato in un multietnico condominio di Trieste, racconta cosa può significare vivere in un paese diverso da quello d’origine. Ma la difficoltà di integrazione, anche se raccontata con ironia, non è l’unico tema di questa storia vivace e coinvolgente anche grazie a un italiano colorato e originale. Come molti autori cosiddetti migranti, Laila Wadia riesce infatti non solo a scrivere benissimo in quella che non è la sua lingua madre, ma anche ad arricchirla e usarla con un talento da sicura scrittrice.</p>
<p><em>Scrittori-immigrati</em>, <em>migranti</em> o <em>translinguistici</em> o <em>transculturali</em> o <em>italieni</em>: sono circa 300 gli scrittori stranieri che usano la lingua italiana e pubblicano in Italia (il 50% sono donne), e incontrano sempre più il favore della critica e dei lettori. E forse manca una definizione esatta dove collocarli perché sono semplicemente bravi scrittori, che ora scrivono in un italiano acquisito, ora invece hanno la nostra come lingua madre anche se hanno genitori non italiani.</p>
<p>I casi e le storie sono tanti, come variegate sono le loro prove letterarie che mostrano però senza dubbio una vitalità e una voglia e capacità di raccontare che gli scrittori cosiddetti <em>nostrani</em> sembrano aver perso. Saranno loro i grandi scrittori italiani del futuro?</p>
<p>I preamboli ci sono tutti, e quelli che vi segnalo lo dimostrano perché sono prima di tutto bei libri.<br />
Buona lettura!</p>
<p><strong><em>Amiche per la pelle</em>, Laila Wadia, E/O (2007)<br />
</strong>In un condominio, nel centro storico di Trieste, si consumano le vite di quattro famiglie di immigrati, cinesi, indiani, bosniaci, albanesi, ansiosi di integrarsi nella città d&#8217;adozione. Sono in particolare le donne che con fatica, ironia e amicizia cercano di migliorare la loro vita e insieme capire dove sono finite.</p>
<p><strong>Laila Wadia</strong>, nata a Bombay, in India, vive a Trieste dove lavora come Collaboratore Esperto Linguistico presso l&#8217;Università di Trieste. È inoltre traduttrice e interprete e da qualche tempo si dedica con successo alla scrittura in lingua italiana. È una delle quattro autrici pubblicate da Laterza nel 2005 ne <em>Le pecore nere</em>. Nel 2006 ha ottenuto il premio <em>Popoli in cammino, Opera inedita</em> per <em>Amiche per la pelle</em>, Laila Wadia collabora ad alcune riviste tra cui <em>Internazionale</em>.</p>
<p><strong><em>Le lezioni di Selma</em>, Sarah Zuhra Lukanic, Libribianchi (2007)<br />
</strong>Quando i militari serbi occupano la casa di Selma Coen, colta e raffinata donna ebrea sposata ad un medico mussulmano nella vivace e multietnica Sarajevo, assistiamo a uno spettacolo inaspettato e insieme estremamente plausibile: la giovane donna infatti di fronte alla violazione della sua casa e alla tortura inflitta al marito, sarà preda di un’irresistibile attrazione per il capitano a capo della rozza milizia serba. Lei, una donna istruita, amante dell’arte e della musica, si trova irrimediabilmente attratta da una diversità istintiva e violenta. A dimostrare come la guerra possa rivelare un lato nascosto del nostro essere più profondo.<br />
Un romanzo indimenticabile.</p>
<p><strong>Sarah Zuhra Lukanic</strong> è nata in Croazia nel 1960. Dopo gli studi classici si è laureata in Letteratura all&#8217;Università di Fiume. Nel 1974 ha ricevuto il <em>Premio Internazionale per i Giovani Poeti Europei</em>. Ha lavorato per il Teatro Nazionale di Spalato e per alcuni quotidiani di Spalato e di Fiume come critico teatrale. Nel 1987 si è trasferita a Roma dove tuttora risiede. Dal 2004 ha scelto di scrivere in lingua italiana e ha ottenuto diversi riconoscimenti in alcuni importanti concorsi letterari: nel 2005 <em>Trieste Scritture di Frontiera &#8211; Premio Umberto Saba</em>, nel 2006 il Premio <em>Io e Roma</em>, indetto dal Comune di Roma. Nello stesso anno vince il Premio Viareggio Letterario-Giornalistico <em>Mare Nostrum</em>, con la raccolta di racconti Rione Kurdistan, e il primo premio per la poesia nel Concorso Internazionale <em>Amico Rom</em>. <em>Le lezioni di Selma</em> è il suo primo romanzo.</p>
<p><strong><em>Oltre Babilonia</em>, Igiaba Shego, Donzelli (2008)<br />
</strong>Igiaba Scego è uno dei maggiori talenti della narrativa italiana e il suo romanzo più recente è, come dice il titolo, una vera Babilonia del terzo millennio con Howa, Bushra, Majid, la Flaca e i cento personaggi che la popolano. La scrittrice riesce a intrecciare storie, pensieri, eventi in un procedere narrativo che a volte fa perdere la bussola al lettore, che deve avere davanti a sé un po&#8217; di tempo per dedicarsi alla lettura dello straripante romanzo.</p>
<p><strong>Igiaba Scego</strong> è nata in Italia, a Roma, da una famiglia di origini somale. Dopo la laurea in Letterature Straniere presso <em>La Sapienza</em> di Roma, ha svolto un dottorato di ricerca in Pedagogia all’Università Roma Tre e attualmente si occupa di scrittura, giornalismo e ricerca avente come centro il dialogo tra le culture e la dimensione della transculturalità e della migrazione. Collabora con molte riviste che si occupano di migrazione e di culture e letterature africane tra cui <em>Latinoamerica, Carta, El Ghibli</em> e <em>Migra</em>. Nel 2003 ha vinto il premio Eks&amp;Tra di scrittori migranti con il suo racconto Salsicce e ha pubblicato il suo romanzo di esordio, La nomade che amava Alfred Hitchcock, a cui è seguito il secondo romanzo Rhoda (Sinnos). Collabora con <em>La Repubblica</em> e <em>Il Manifesto</em> e cura la rubrica d&#8217;attualità <em>I colori di Eva</em>, per la rivista <em>Nigrizia</em>.</p>
<p><strong><em>(Fanculopensiero)</em>, Maksim Cristan, Feltrinelli (2007)<br />
</strong>Fanculopensiero. Forse non si può dire. Forse somiglia più a uno slogan che al titolo di un libro. Forse dà fastidio. E poi quelle parentesi. Perché? Ma vi è mai capitato di inseguire un obiettivo e di scoprire che avete impegnato tutte le vostre forze invano, perché quello che cercavate era altrove? Vi siete mai aggrappati all&#8217;orgoglio e all&#8217;ambizione finendo per ferire voi stessi e le persone che amate? Quante volte avete dovuto ammettere che fuori dal cerchio del vostro io non capite granché e giurate, mentendo, di aver cercato una strada negli altri e con gli altri? Questa è la storia vera di Maksim, che da giovane manager in carriera in Croazia si è ritrovato a fare lo scrittore di strada a Milano.</p>
<p><strong>Maksim Cristan</strong> è nato nel 1966 a Pola, in Croazia. Cresciuto nella Iugoslavia comunista del maresciallo Tito e arricchitosi rapidamente dopo il crollo del regime e l&#8217;introduzione del libero mercato, Maksim a un certo punto ha mollato tutto, è scappato dal suo paese ed è venuto in Italia per ricominciare. Per strada.</p>
<p><strong><em>Allunaggio di un immigrato innamorato</em>, Mihai Mircea Butcovan, Besa (2006)</strong><br />
<em>Spesso gli amici mi chiedevano consigli su letture da fare per conoscere il mio paese. C’era molta curiosità per Dracula, entusiasmo per la Badescu. E poi, ogni volta che i giornali scrivono di romeni è per fatti di cronaca…e tutti telefonano per dirmi: Ho letto della Romania sul giornale…</em>. Ironica e malinconica la storia del giovane rumeno Mihai, arrivato in Italia per necessità e innamorato di una barista, è l’esempio di come la narrativa italiana possa contare per il futuro sulle voci e sul talento dei migranti.</p>
<p>Nato a Oradea, Transilvania, in Romania nel 1969, <strong>Mihai Mircea Butcovan</strong> è narratore e poeta. In Italia dal 1991, vive a Sesto San Giovanni e lavora a Milano come educatore professionale nell’ambito del recupero dei tossicodipendenti. Alcuni suoi testi sono inseriti nelle antologie <em>A New Map: The Poetry of Migrant Writers in Italy</em> (a c. di Mia Lecomte e Luigi Bonaffini, Los Angeles 2006), Ai confini del verso. Poesia della migrazione in italiano (a c. di Mia Lecomte, Firenze 2006), Nuovo Planetario Italiano. Antologia della letteratura italiana della migrazione (a c. di Armando Gnisci, Troina 2006) e sono stati pubblicati sulle riviste <em>Pagine</em>, <em>Sagarana</em>, <em>Kùmà</em> e <em>El Ghibli</em>. Vincitore nel 2003 del Premio <em>Voci e idee migranti</em>, ha pubblicato il romanzo Allunaggio di un immigrato innamorato (Lecce, Besa 2006) e con la raccolta di poesie Borgo Farfalla (Eks&amp;Tra 2006) ha vinto, nel 2006, la XII edizione del Premio “Eks&amp;Tra”. È nel comitato editoriale della rivista <em>El Ghibli</em> e del consiglio direttivo dell’Associazione Romeni in Italia – Milano. Collabora con <em>Il Manifesto</em> e <em>Internazionale</em>.</p>
<p><strong><em>I sessanta nomi dell&#8217;amore</em>, Tahar Lamri, Mangrovie (2007)</strong><br />
In arabo ci sono sessanta modi di dire <em>ti amo</em>. In questi racconti il grande scrittore di origine algerina declina la parola amore in tutte le sue varianti: amore per gli incontri, per la vita, per il mondo e i linguaggi (le culture) che lo interpretano; amore per la condivisione, lo scambio, il nuovo, il punto di vista spiazzante&#8230; Il dialogo che Lamri ci propone è una sorta di rapporto amoroso e la scrittura ne è un po&#8217; il certificato: se il linguaggio non produce ascolto, se non viene accolto, introiettato, resta sterile, non porta più la voce da nessuna parte, il pellegrino è fermo.</p>
<p>Nato ad Algeri nel 1958, <strong>Tahar Lamri</strong> inizia i suoi studi di Legge in Algeria, e li conclude poi in Libia. Nel 1979 infatti lascia l’Algeria e si stabilisce in Libia, dove lavora come traduttore al Consolato Francese a Beganzi. Nel 1984 per due anni gira l’Europa fino a che nel 1986 si stabilisce definitivamente in Italia, a Ravenna. Ha scritto parecchi testi teatrali, collaborando con Ravenna Teatro, racconti e canzoni. Ha vinto la prima edizione del premio <em>Eks&amp;Tra</em> con il racconto Solo allora sono certo potrò capire, pubblicato nella raccolta <em>Le voci dell’arcobaleno</em> (Fara, 1995). Nel 2006 pubblica per la casa editrice Fara, <em>I sessanta nomi dell’amore</em> il suo primo romanzo, scritto in italiano.</p>
<p><strong><em>La grande casa di Monirrieh</em>, Bijan Zarmandili, Feltrinelli (2004)</strong><br />
La storia della bellissima Zahra, dagli anni Trenta al conflitto Iraq-Iran. L&#8217;amore contrastato per un giovane ebreo, il matrimonio, la sfida dentro le mura della &#8220;grande casa di Monirrieh&#8221;. Attraverso Zahra e la ricerca di identità della figlia maggiore emerge un Iran insieme familiare e lontano, un mondo raccontato senza esotismo e senza cadere nei luoghi comuni. Un romanzo poetico ed evocativo.</p>
<p><strong>Bijan Zarmandili</strong>, nato a Teheran, dal 1960 vive a Roma. Giornalista ed esperto di politica mediorientale per il gruppo Espresso-Repubblica. Ha già pubblicato per Feltrinelli <em>L’estate è crudele</em> (Premio Isola d’Elba e Premio Vittorini 2007) e <em>La grande casa di Monirrieh</em>. Il cuore del Nemico, edito da Cooper nel maggio 2009, è la storia di uno shaid, un martire, deciso a sacrificare la propria vita in nome di Allah, per riparare a un torto antico e per porre fine alla sua solitudine popolata da demoni e incubi.</p>
<p><strong><em>È la vita, dolcezza</em>, Gabriella Kuruvilla, Baldini Castoldi Dalai (2008)</strong><br />
Una donna lascia l’India per raggiungere l’Italia, ma non trova nessuno zio ad aspettarla e risponde all’annuncio “Cerco badante, giovane e asiatica”. Il figlio di una coppia mista separata vive il disagio dell’adolescenza e ricerca la sua identità. Una ragazza, indossati sari e sandali, scende in strada e insulta la Barbie, bianca e bionda, rivale in amore. Il sogno di una casa a Trivandrum si arena in un quadro, nel ricordo di un padre che ascoltava Bob Dylan e tifava per l’Inter. Una bambina che sta imparando l’italiano sbaglia sempre le doppie e si esercita copiando le parole su pezzetti di carta. Un mosaico di racconti così vividi, caldi e vitali, senza giudizi morali o facili pietismi. Come la vita!</p>
<p><strong>Gabriella Kuruvilla</strong>, nata nel 1969 da padre indiano e madre italiana è laureata in architettura. Ha lavorato come giornalista per diversi quotidiani e riviste prima di dedicarsi interamente alle sue grandi passioni: la scrittura e la pittura. I suoi quadri sono stati esposti in Italia e all’estero. Con lo pseudonimo Viola Chandra ha pubblicato nel 2001 il romanzo Media chiara e noccioline, un estratto del quale è presente all’interno dell’antologia statunitense Multicultural Literature in Contemporary Italy (2007). Del 2005 è l’antologia Pecore nere che contiene i racconti Ruben e India. Documenti (da cui è tratto La casa), premiato al Concorso Letterario Nazionale Lingua Madre, è pubblicato in Lingua Madre Duemilasette.</p>
<p><strong><em>La pelusa</em>, Adrian N. Bravi, nottetempo (2007)</strong><br />
<em>Nulla al mondo è così grande ed encomiabile che non possa diventare polvere. Ogni uomo alla fine diventerà polvere, anzi, il corpo stesso è già un ammasso grigio di polvere. Nessuna cosa è esonerata dal divenire uno strato pulverulento che il vento disperde e dissemina nell&#8217;atmosfera. Io sto combattendo una battaglia contro i brandelli del mondo</em>. Anselmo, il protagonista di questo esilarante e malinconico romanzo breve, fa il bibliotecario ed è ossessionato dalla polvere che implacabile si appoggia ovunque.</p>
<p><strong>Adrián N. Bravi</strong> è nato a Buenos Aires. Vive a Recanati dove lavora come bibliotecario. Nel 1999 ha pubblicato in spagnolo Río Sauce (Buenos Aires), nel 2004 ha esordito in Italia con Restituiscimi il cappotto (Fernandel). Con nottetempo ha pubblicato i romanzi <em>La pelusa</em> (2007) e <em>Sud 1982</em> (2008).</p>
<p><strong><em>Oggi forse non ammazzo nessuno</em>, Randa Ghazi, Fabbri (2007)</strong><br />
È giovanissima Randa Ghazy, ma rivela già un talento maturo. Che dimostra in questo romanzo breve che non ironizza solo sui pregiudizi che colpiscono chi è originario di una cultura diversa dalla nostra, ma diverte anche raccontando amori e amicizie delle ventenni d&#8217;oggi. Il racconto ha un bel ritmo, dialoghi riusciti e frizzanti e una scrittura giovane, ma non giovanilistica.</p>
<p><strong>Randa Ghazy</strong>, nata a Saronno nel 1987, da genitori egiziani, appena quindicenne, nel 2002, ha pubblicato con Fabbri <em>Sognando Palestina</em>, storia dell’amicizia tra un gruppo di ragazzi nei territori occupati: un grande successo con oltre ventimila copie vendute, traduzioni in quindici Paesi, dagli USA a Israele, all’Egitto. Il suo secondo libro, Prova a sanguinare, è uscito nel 2005. Con Oggi forse non ammazzo nessuno: storie minime di una mussulmana stranamente non terrorista, storia della ventenne Jasmine, conferma il suo talento letterario e propone una visione ironica sugli immigrati di seconda generazione, alla ricerca di un’identità riconosciuta.</p>
<p><strong><em>La mano che non mordi</em>, Ornella Vorpsi, Einaudi (2007)</strong><br />
L’artista, fotografa e scrittrice di origine albanese si distingue per i molti talenti e la scrittura raffinata e tagliente. Come in questo viaggio a Sarajevo, che rappresenta un tuffo nel cuore dei Balcani, generoso e polveroso come nei ricordi d&#8217;infanzia. Dove la morte e la guerra sono evocate con pennellate sapienti, caustiche, estremamente emotive.</p>
<p><strong>Ornela Vorpsi</strong> è nata nel ´68 a Tirana, a 22 anni è fuggita in Italia, ha raggiunto Milano dove ha frequentato l´Accademia di Belle Arti e ci è rimasta sei anni. Da 10 anni vive a Parigi ma, per ora, la sua lingua di scrittura rimane l´italiano. Fotografa di fama mondiale (ha esposto a Tirana, Tubinga, Milano, Basilea, Parigi, Vienna, ecc), ha esordito con Il paese dove non si muore mai, che ha riscosso un notevole successo. Ha poi pubblicato per nottetempo <em>Vetri rosa</em> che è uscito anche in edizione speciale per Skira (Ginevra), con le fotografie di Mat Collishaw. Nel 2007 con Einaudi ha pubblicato <em>La mano che non mordi</em>.</p>
<p><strong><em>Chi ha mai sentito russare una banana</em>, Paul Bakolo N&#8217;goi, Fabbri (2007)</strong><br />
Si può scoprire la vita dei ragazzi che vivono in Congo grazie a una banana? Se le banane sapessero parlare, che cosa potrebbero dirci? Furmi, dodici anni passati a cavarsela in un Paese difficile come il Congo, sta per scoprirlo. Tornando dal lavoro, una sera scopre che nel suo zainetto è finita una banana. Come può essere successo? Lui non è un ladro, ma se lo scoprono rischia di essere licenziato. Le sorprese però sono tutt&#8217;altro che finite. La banana infatti parla, discute, si arrabbia. Ha persino un nome: Justine. E fa capire a Furmi molte cose sui ragazzi, sull&#8217;Africa, sulla vita.</p>
<p><strong>Paul Bakolo Ngoi</strong> è nato a Mbandaka (Repubblica Democratica del Congo, ex-Zaire), nel 1962. Figlio di un ex diplomatico si è avvicinato alla scrittura grazie al nonno Bakolo Ngoi, scrittore di discreta fama. Unisce all&#8217;attività di scrittore quella di mediatore culturale. Dal 1999 lavora presso l&#8217;assessorato alla Cultura di Pavia dove si occupa di turismo e di promozione della sua città adottiva. La sua specializzazione letteraria è quella della narrativa per ragazzi. Nel 1995 ha vinto il 3° premio alla prima edizione del concorso Eks&amp;Tra ed è stato &#8220;Premio speciale della Giuria&#8221; nella IV edizione (1998) dello stesso concorso. Nel 1999 ha pubblicato Il maestro, il prete e lo stregone (Iucculano editore), Colpo di testa ( 2003, Fabbri), Il pallone come riscatto ha vinto il Premio “Gino Perrone”, San Donato di Lecce ( Marzo 2003) e il Primo Premio “Città di Bella” per la letteratura per l&#8217;infanzia ( Aprile 2005), ed è stato tradotto in francese dalla Gallimard- Folio Junior.</p>
<p><strong><em>Regina di fiori e di perle</em>, Gabriella Ghermandi, Donzelli (2007)</strong><br />
Debre Zeit, cinquanta chilometri da Addis Abeba, 1980; una grande famiglia patriarcale; un legame speciale tra l&#8217;anziano e la più piccola di casa. Lui la conosce meglio di chiunque altro: la guarda negli occhi, mentre lei divora le storie che lui le narra. Così, un giorno si mette a raccontarle del tempo degli Italiani, venuti ad occupare quella terra, e degli Arbegnà, i fieri guerrieri che li hanno combattuti, di cui lui ha fatto parte. Quel giorno la bimba fa una promessa: da grande andrà nella terra degli Italiani e si metterà a raccontare. Un lungo viaggio nel tempo e nello spazio, in cui scorrono la vita e le vicissitudini di una famiglia etiope nel periodo della dittatura di Mengistù Hailé Malram.</p>
<p>Italo-etiope, <strong>Gabriella Ghermandi</strong> è nata ad Addis Abeba nel 1965, e si è trasferita in Italia nel 1979. Da parecchi anni vive a Bologna, città originaria del padre. Nel 1999 ha vinto il primo Premio del concorso per scrittori migranti dell&#8217;associazione Eks&amp;Tra, promosso da Fara Editore, e nel 2001 il terzo premio. Ha pubblicato racconti in varie collane e riviste, tra cui Nuovo planetario Italiano. Mappa della nuova geografia di scrittori migranti in Italia e in Europa a cura di Armando Unisci (Ed. Città Aperta), L&#8217;Italiano degli altri: 16 storie di normale immigrazione (Einaudi scuola). Seguendo l&#8217;arte della metafora tipica della tradizione culturale etiope, scrive e interpreta spettacoli di narrazione che porta in giro sia in Italia che in Svizzera. E&#8217; fondatrice, assieme ad altri scrittori, della rivista online “El Ghibli” e fa parte del comitato editoriale.</p>
<p><strong><em>Salam Maman</em>, Hamid Ziarati, Einaudi (2006)</strong><br />
La Teheran di Reza Pahlavi, tra posti di blocco, polizia segreta e roghi di libri proibiti, vista dagli occhi del piccolo Ali alle prese con le grandi domande della vita. Come nascono i bambini? In quale istante esattamente inizia la primavera? E perché Mina è muta? E perché il pasticcere Mammad ha dodici dita? E perché i cugini non si possono sposare tra loro? Sembra ci sia una risposta a tutto finché il fratello maggiore Puyan viene arrestato.</p>
<p><strong>Hamid Ziarati</strong> è nato a Teheran nel 1966 e vive a Torino, dove lavora come ingegnere professionista e gastronomo dilettante. Si è trasferito in Italia nel 1981. Dopo la rivoluzione khomeinista infatti lascia l’Iran e si rifugia in Italia, dove vive ancora oggi. Con Salam maman, il suo romanzo di esordio, scritto in italiano, ha vinto i Premi Giuseppe Berto, Marisa Rusconi, Fortunato Seminara, Rhegium Julii. A maggio 2009 è uscito il suo secondo romanzo Il meccanico delle rose, sempre per Einaudi.</p>
<p><strong><em>Poema dell&#8217;esilio</em>, Gemid Hajdari, Fara (2005)</strong><br />
<em>L&#8217;Albania fa nascere i suoi cantori, poi li umilia, li manda in campagna per essere</em> rieducati<em>, li mettte in prigione, violenta le loro anime, li condanna all&#8217;esilio, alla povertà, li fa fucilare, li impicca, li tortura, li lascia senza tomba, per salvare in seguito il loro ricordo. L&#8217;Albania è una Medea: divora i propri figli</em>.</p>
<p><strong>Gezim Hajdari</strong> è nato nel 1957 a Lushnje (Albania), ha studiato all’Università di Elbasan e alla “Sapienza” di Roma. Dal 1992 vive come esule in Italia. La sua attività letteraria si svolge all’insegna del bilinguismo, in italiano e albanese. È poeta, narratore, saggista e traduttore. Ha pubblicato: Erbamara, Antologia della pioggia, Ombra di cane, Sassi contro il vento, Pietre al confine, Corpo presente, Stigmate, Spine nere, San Pedro Cutud. Viaggio negli inferi del tropico, Maldiluna, Poema dell’esilio, Muzungu. Vincitore di prestigiosi premi letterari, è cittadino onorario della città di Frosinone per meriti culturali. Attualmente è considerato tra i migliori poeti viventi. Ha vinto diversi premi di poesia, tra cui il prestigioso “Premio Montale” per la poesia inedita. Le sue poesie sono tradotte in greco e in inglese. Hajdari scrive sia in albanese che in italiano, rinnovando un’antica tradizione di poeti (da Seneca fino a Keats, Nabokov, Yeats, Celan) che hanno scritto nella lingua del paese ospitante.</p>
<p><strong><em>Desejo</em>, Rosana Crispim da Costa, EKS&amp;,TRA (2006)</strong><br />
La bella voce poetica di Rosana Crispim Da Costa, perchè di voce si tratta, nel senso che rimette concretamente alla densità di un corpo, fuori da ogni estraniazione, o delocalizzazione volontaria, pone in modo inconfondibile un luogo noto che tuttavia sovente dimentichiamo: ogni poeta porta dentro di sè &#8211; e dunque cerca di esprimere &#8211; davvero tutta la poesia del mondo.</p>
<p><strong>Rosana Crispim Da Costa</strong> è nata a San Paolo del Brasile. Vive da alcuni anni in Italia. E&#8217; stata premiata al concorso Eks&amp;Tra ed ha pubblicato la raccolta di poesie e prosa Il Mio Corpo Traduce Molte Lingue. Le sue poesie sono state raccolte in quattro antologie poetiche. Ha collaborato con radio e televisioni private, realizzando servizi di attualità e costume. Attualmente collabora con l&#8217;associazione Eks&amp;Tra come docente di giochi interculturali. Di recente ha iniziato l&#8217;attività di paroliere per diversi musicisti.</p>
<p><strong><em>Qui e là</em>, Christiana de Caldas Brito, Cosmo Iannone (2004)</strong><br />
Storie di ossessioni e visioni di donne e uomini solitari. Persone non esistenti partecipano del loro quotidiano. Un artista alla ricerca della propria identità; una vecchia che abita dappertutto; un oculista che vede una strana presenza in fondo all&#8217;occhio del suo paziente; una nonna che passa le giornate davanti alla finestra. In più: cosa succede quando per rispettare la legge Bossi-Fini seimila polpastrelli di immigrati si presentano alla questura di Roma? E che vuol dire francescata? Dove si trova Camuamu? Chi sono Eda Zarehs e Maroggia? Con i racconti di <em>Qui e là</em> ci rendiamo conto che i confini non sono rigidi. Talvolta neanche esistono.</p>
<p><strong>Christiana de Caldas Brito</strong>, nata a Rio de Janeiro, vive e lavora a Roma. Psicoterapeuta e scrittrice, ha iniziato a scrivere in Italia grazie al Concorso Eks&amp;Tra. In antologie e on-line ha pubblicato racconti e saggi. Sono suoi i libri di racconti: Amanda Olinda Azzurra e le altre (prima edizione: Lilith, 1998, esaurita; seconda edizione: Oèdipus, 2004); Qui e là (Cosmo Iannone, 2004); il libro per bambini La Storia di Adelaide e Marco (Il Grappolo, 2000); il romanzo 500 Temporali (Cosmo Iannone, 2006) e il saggio Viviscrivi, verso il tuo racconto Eks&amp;Tra, 2008. Diplomata alla Scuola di Arte Drammatica a San Paolo del Brasile, è anche autrice di testi teatrali. Un brano di Christiana de Caldas Brito ha fatto parte di una delle tracce dell&#8217;Esame di Maturità, anno 2005.</p>
<p><strong><em>Fogli sbarrati</em>, Yousef Wakkas, EKS&amp;,TRA (2002)</strong><br />
<em>Pur essendo in carcere, mi sento più libero, perchè sono sicuro che, in qualche parte, c’è sempre qualcuno che leggerà le mie parole</em>. E’ così che inizia la storia dello scrittore siriano Yousef Wakkas, chiuso nella sua cella a Busto Arsizio. Lo sguardo acuto e ironico dello scrittore e una sensibilità arricchita dal senso dell’umorismo, colgono, di episodi penosi, il lato talvolta comico, surreale. Ecco che la scrittura diventa un salvagente, un’ancora a cui aggrapparsi per non affondare nel proprio malessere. Scrivere vuol dire sognare, visitare luoghi lontani, fare compagnia a persone sconosciute, dialogare, abbattere i muri che ci dividono, superare gli ostacoli che ci impediscono di capirci l’un l’altro.</p>
<p><strong>Yousef Wakkas</strong>, nato in Siria (A&#8217;zaz) nel 1955 e immigrato in Italia nel 1982, ha scontato una condanna in carcere dal 1992 per traffico internazionale di stupefacenti. Proprio in prigione, nel 1995, ha iniziato a scrivere. Più volte è stato tra i vincitori del premio letterario per scrittori migranti Eks&amp;Tra con i racconti Io marokkino con due kappa (antologia Le voci dell&#8217;arcobaleno, Fara Editore, 1995), Una favola a staffetta (antologia Mosaici d&#8217;inchiostro, Fara Editore, 1996), Shumadija kvartet (antologia Destini sospesi, Fara Editore, 1998). Nel 1998 è stato insignito della medaglia al valor culturale dal Presidente della Repubblica. Ha pubblicato tre raccolte di racconti: Fogli sbarrati. Viaggio surreale e reale tra carcerati migranti (Eks&amp;Tra, 2002), Terra Mobile (Cosmo Iannone Editore, 2004), La talpa nel soffitto (Edizioni dell&#8217;Arco, 2005). Il suo ultimo romanzo è L&#8217;uomo parlante (Edizioni dell&#8217;Arco, 2007). La sua storia ha ispirato una fiction televisiva realizzata da RaiTre e un documentario prodotto dalla Televisione Svizzera Italiana.</p>
<p>[<a href="http://www.biblioteche.mn.it/LibriLettori.jsp">Ad ogni lettore il suo libro</a> ha proposto una bibliografia (di testi recenti), certo non esaustiva, ma indicativa, della produzione letteraria degli immigrati espressa in lingua italiana. L&#8217;immagine in apice viene da <a href="http://vesdan2.blogspot.com/2009_04_01_archive.html">qui </a>]</p>
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		<title>libertà è</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Feb 2009 06:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[Darien Levani]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[scritture migranti]]></category>
		<category><![CDATA[voto di scambio]]></category>
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					<description><![CDATA[  di Darien Levani “Ma ti pago 50 euro.” Dice Ilir alzando la voce. “Se non vuoi farlo per me, fallo per i soldi.” “Non è una cosa immorale?” risponde lei. Si chiama Mara e si tira indietro i cappelli. Come gli hanno insegnato cerca di capire dov’è la fregatura. “Ma no. Dipende solo se [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/foto1grande2030_8358-300x225.jpg" alt="foto1grande2030_8358" title="foto1grande2030_8358" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-14023" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/foto1grande2030_8358-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/foto1grande2030_8358.jpg 414w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> </p>
<p>di <b>Darien Levani</b></p>
<p>            “Ma ti pago 50 euro.” Dice Ilir alzando la voce. “Se non vuoi farlo per me, fallo per i soldi.”<br />
            “Non è una cosa immorale?” risponde lei. Si chiama Mara e si tira indietro i cappelli. Come gli hanno insegnato cerca di capire dov’è la fregatura.<br />
            “Ma no. Dipende solo se ci stai o meno. Se tutti edue siamo d’accordo.”<br />
            “50 euro?”<br />
            “Giuro, tanto tu non lo usi.”<br />
<span id="more-14020"></span><br />
            E siccome Gianni, l’altro coinquilino ha sentito solo l’ultima parte delle discorsa e lo guarda in modo strano aggiunge: “Allora, io ti do 50 euro e quando vai a votare voti per chi ti dico io.”<br />
            “È molto romantico. È romantico, vero Gianni?”<br />
            “Sì, immagino di sì. Voltaire sarebbe fiero di te, se solo ti guardasse. Però…”<br />
            “Però cosa, non ti ci mettere anche tu che già mi è difficile convincerla.”<br />
            “Questo si chiama scambio di voti, lo sapete?” dice Gianni che è iscritto a giurisprudenza e certe cose le avrà pure studiate.<br />
            “Tu stai zitto e fatti i cazzi tuoi. Se lei ci sta allora è tutto a posto. E comunque non è uno scambio di voti, quello è un altra cosa.”<br />
            “Ma poi mi dai i soldi, vero?, non è che mi fai qualche scherzo?”<br />
            “Figurati.”<br />
            “Secondo me non te li da.” dice Gianni che non ha mai niente da fare ma vuol sempre  essere parte di qualcosa.<br />
            “Fidati.”<br />
            “Perché lo vuoi fare?” chiede lei, gli occhi ancora velati dalla tristezza di qualcosa che non pensava potesse esistere, o diventare così tangibile da toccarla.<br />
            “È complicato. Vivo qui da sette anni e non ho mai votato. Non posso votare perché sono straniero,  lo sai no?, ma io voglio&#8230; io voglio partecipare. Come Gaber che canta Libertà è partecipazione. Ecco, forse aveva capito. Sì, certo che aveva capito.”<br />
            “Partecipare?”, chiede dubbiosa.<br />
            “Ti sembra poco. È un esercizio che porta alla libertà.”<br />
            “Libertà?”  Non riesce a trattenere un leggero sorriso.<br />
            “Libertà, sì. Ti assicuro che questa parola ha un senso. Così come votare.”<br />
            “Cosa che non faccio. Io non li voto questi.”<br />
            “Non è per gli uomini.” risponde lui. “Non lo faccio per loro, lo faccio per me.”<br />
            “Per te?”<br />
            “È una piccola soddisfazione che voglio togliermi. Possono togliermi, anzi, possono non darmi tante cose, ma… te l’ho detto, lo faccio per Voltaire.  E per me.”<br />
            “Sì… lo capisco.” ci pensa su poi aggiunge, insicura. “Credo di avere capito.”<br />
            “Ti pago. Ti offro un caffè. Decido chi votare e te lo dico. Frego tutto e tutti in un unico colpo.”<br />
            “Dopo di che puoi anche lamentarti come noi. E iniziare le frasi con E pensare che l’ho pure votato…”<br />
            “Dimmi se tutto questo non vale almeno 50 euro?”</p>
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		<title>Voci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Feb 2009 06:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Olga Plyaskina]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[scritture migranti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Olga Plyaskina Non sono una persona facile da convincere. Per me ci vuole il tempo e una buona ragione. Poi comincio ad analizzare e quando sono quasi convinto e riesco a concentrarmi per prendere la decisione finale, escono loro e mi disturbano. Cerco di non ascoltare, di fare finta che non esistono, ma so [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-13980" title="voce-di-donna" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/voce-di-donna.jpg" alt="voce-di-donna" width="339" height="221" /></p>
<p>di <strong>Olga Plyaskina</strong><br />
Non sono una persona facile da convincere. Per me ci vuole il tempo e una buona ragione. Poi comincio ad analizzare e quando sono quasi convinto e riesco a concentrarmi per prendere la decisione finale, escono loro e mi disturbano.</p>
<p><span id="more-13979"></span><br />
Cerco di non ascoltare, di fare finta che non esistono, ma so che esistono. Lo so troppo bene.</p>
<p>Sono due voci. Parlano in francese e proprio a un italiano deve capitare di parlare questa lingua straniera alla perfezione. Certo, non rispondo, ma capisco tutto.</p>
<p>Non li ho mai visti, ma capisco come sono fatti: lei è una giovane donna araba, emigrata. Non dalla povertà, è di famiglia ricca. La famiglia che ha mandato la loro piccola principessa a scoprire Parigi, le ha pagato l’università. E lì si trova bene, le piacciono i complimenti degli uomini francesi, il suo alito li brucia come il ventro del deserto. Le piace ascoltare la fisarmonica per strada. Secondo me non usa trucco, è già bella di suo. Non porta i tacchi alti. Ha i capelli lunghi ricci e gli occhi a mandorla.</p>
<p>Anche lui è giovane, ma non è un’immigrato. È nato e cresciuto in Europa che così tanti vedono come la culla della libertà. Secondo lui c’è ne troppa. Non gli piacciono le donne libere e basta. Vuole dominare, altrimenti si sente fuori controllo. Dopo tutto, come <em>deve</em> essesere un’uomo? Forte, un po’ rigido, senza il diritto di sbagliarsi. Appunto: lui ha sempre ragione. Ma lei ride. Ha un bellissimo riso. Non è melodico, ma tranquillo e sicuro. Quel riso guarisce la mia mente stanca.</p>
<p>Va così per ore. Quando diventa insostenibile vado alla moschea. Non credo, ma non respingo nessuna religione completamente. È l’ultimo rifugio che mi può salvare. Sto di fronte al portone. Mi guardano male, so che non dovrei entrare, ma entro lo stesso. Lei non prega, ma sta rispettosa, silenziosa. Lui non voleva venire affatto, ma non ha avuto scelta. È intrappolato. Allora smettono di litigare perchè lei non risponde e a lui non piace parlare con sè stesso.</p>
<p>Che bello non sentire. Sto lì e godo il silenzio. Lo bevo, ne riempio ogni cellula del mio corpo. Cerco di rubarne un po’ di extra, so che dopo ne avrò bisogno. A volte penso, ma a che vi serve litigare? Siete giovani, pieni di vita. Innamoratevi l’uno dell’altra! Ma loro non capiscono la lingua dei miei pensieri.</p>
<p>Come ci siamo conosciuti? Adesso non me lo ricordo più bene. Era d’estate, soffrivo di caldo a casa, anche con le persiane chiuse. Stavo sdraiato sul divano, guardandomi in giro senza scopo. Per prima è uscita lei. Poi lui, tutto arrabbiato che non lo aspetta, che fa tutto da sola, è troppo indipendente. Troppo simile a lui. Che ne sa lei della vita? È una donna, per lei le regole sono già fatte da secoli. Lei deve solo obbedire e seguire. E così è cominciato.</p>
<p>Ma oggi, sto per prendere una decisione. Mi ha colpito come una fulmine. Era come cercare la chiave di una porta chiusa, cercarla per ore e poi trovarla casualmente sotto il tuo piede.</p>
<p>Vivo all’ultimo piano della palazzina. Dal mio balcone si vedono i dintorni, i tetti delle altre case e una cupola di una chiesa antica. Sopra c’è l’abisso del cielo. Infinito, spazioso, invita a volare. Ma è troppo blu, troppo freddo, sconosciuto. Ho paura di perdermi li. Si stancheranno le ali e io rimarrò per sempre in quest’etere ghiacciato. La terra giù è invece vicina, accogliente. È un’obiettivo raggiungibile. L’asfalto è ancora caldo dal calore di migliaia di piedi che l’hanno toccato di giorno. Guardo la terra. Mi attrae, magnetizza. So che quando il corpo si unirà con essa, mi rivelerà una grande verità. Sarò finalmente libero dalle voci. Comincio a inchinarmi un po’ e ancora un po’.</p>
<p>Ma poi mi viene un dubbio. E se l’inferno davvero esistesse e lì ricominciasse tutto dall’inizio? E se quelli esistessero solo nella mia testa?</p>
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