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	<title>scuola di calore &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Su &#8220;Scuola di calore&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Sep 2013 06:05:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe montesano]]></category>
		<category><![CDATA[Hans Magnus Enzensberger]]></category>
		<category><![CDATA[massimo rizzante]]></category>
		<category><![CDATA[Patrizia Cavalli]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia contemporanea italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Montesano Fa caldo, e in un Paese abituate alla menzogna come a un cilicio, fa sempre più caldo di quanto dicano i rassicuranti telegiornali, e nel caldo sto leggendo libri di poesia chiedendomi se la poesia serva. Sfoglio, leggo, sonnecchio, sosto, mi sveglio, rileggo Scuola di calore di Massimo Rizzante, 108 pagine pubblicate [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Montesano</strong></p>
<p>Fa caldo, e in un Paese abituate alla menzogna come a un cilicio, fa sempre più caldo di quanto dicano i rassicuranti telegiornali, e nel caldo sto leggendo libri di poesia chiedendomi se la poesia serva. Sfoglio, leggo, sonnecchio, sosto, mi sveglio, rileggo <i>Scuola di</i> <i>calore</i> di Massimo Rizzante, 108 pagine pubblicate da effigie, e mi rispondo che no, la poesia non è utile, è indispensabile. <span id="more-46342"></span>Rizzante ha pubblicato raccolte di poesie e di saggi, tra cui <i>Lettere d’amore e altre rovine</i> e <i>Non siamo gli ultimi</i>, e ha tradotto Kundera e O.V. de L. Milosz antenato del più noto Czeslaw Milosz, ma con queste poesie è andato molto oltre, e ha scritto semplicemente uno dei più bei libri di questi anni di miseria dei sentimenti e della mente. Ma sentiamo Rizzante, subito, per esempio nel ritmo a lievi sussulti di <i>Malia</i>: “Lo stile di agosto, dopo un amplesso, è sempre lo stesso:/grilli moribondi, insonnia, torture al ventre, e infine troppe ore/a fissare i crittogrammi delle crepe che il tempo, quel piccolo/burocrate alcolizzato, si diverte a scrivere sui muri”, e poi l’attacco feroce di <i>Jlham</i>: “Il primo presentimento della mia morte/l’ha avuto mia madre, in auto, sulla strada per Essaouira,/mentre lo sperma di uno sconosciuto le sporcava il volto./ <i>Nothing like something, happens anywhere</i>//Il secondo è stato alcuni anni fa, a una mostra su Barcelò,/dopo un breve idillio nelle toilette del Prado. C’è un quadro, <i>Yo</i>,/un autoritratto corrotto dal tempo, invaso dalle termiti, corroso dai ratti,/con macchie di umidità atlantica al posto degli occhi…” con la chiusa commossa e tenera: “Ma, a questo punto, ci vorrebbe un erede/o almeno un lattante con due labbra d’annegato/che sbalzato dal grembo di una carcassa sul ciglio della strada/giungesse fino al mare e lì, per incanto, non avesse più fame”; poi ancora dei frammenti a caso da <i>Khadjia</i>, un <i>poème en prose</i>: “C’è uno che si sente diverso, un profeta che gioca con parole che non conosco: ‘essenza’… Poi si abbatte con i denti sul muschio bagnato della mia piccola caverna fino a farmi piangere. Poi grida: <i>Lacrimae rerum</i>!”; “Oggi i pensieri devono morire nell’eccitazione…” Che voce parla da queste poesie? In <i>Scuola di calore</i> si mescolano monologhi di donne e donne-uomini del Maghreb con voci storiche e letterarie del Novecento, i nazisti parlano di Picasso e la violenza del sesso è ovunque, ma la dolcezza trabocca dalle donne spezzate e l’arte diventa una forma di vita nel cui centro focale giace la rivendicazione della debolezza come la sola ricchezza da opporre allo sfacelo dell’aggressività, una scuola in cui il maschile sadomasochista si lasci insegnare tutto dal femminile liberato. <i>Scuola di calore</i> ha il tono inconfondibile dello scrivere quando è in viaggio verso l’essenziale, come la voce che parla in <i>Gabriela</i>: “So che il prezzo da pagare/per la libertà è la distruzione di <i>Homo economicus</i>. E’ così alto?/Davvero preferiamo un IPod a un nuovo amico?//Chi dice che nella storia dell’uomo gli imperi sono solo eccezioni/e che il regno di <i>Homo sapiens</i> è la democrazia, si ricordi dei Daiachi/e dei loro lobi deformati dal piercing, quando la sua testa mozzata/da un machete rotolerà ai piedi di un muro coperto di graffiti…” E se <i>Scuola di calore</i> è un vademecum per resistere alle mitologie del presente, e ingaggia una terribile battaglia frontale con l’oscena volontà di potenza sposata al Capitalismo spettacolare che è la sola religione del presente, è anche un taccuino sui cui foglietti sono segnati i luoghi dove andare ad abbeverarsi nella poca sapienza che ci resta, quella di Fatima-Zahra, la voce profonda che parla qui e chiede che sia fatto spazio a una civiltà fuori dalla sopraffazione, una civiltà che chiede sogni per vivere e non incubi per morire: “Che altro, mio profeta?/Primo, la povertà è al di sopra di tutte le leggi. Poi, non c’è salvezza/in nessun gregge. Infine, l’amore è mendicare senza orgoglio…” Fedele a una modernità troppo spesso sbertucciata dai post-qualcosa, Rizzante dà forma a una poesia che racconta e fa entrare il tempo narrativo della prosa nel verso in modo originale proprio perché volutamente pieno degli echi dei Maestri. Le poesie di <i>Scuola di calore</i> sono scritte in quartine in apparenza slabbrate e stremate, ma si inseguono ritmate su un parlato lapidario e cantato, colto e semi-colloquiale che concentra il lirismo in una punteggiatura che si fa misura e metrica, in un tono discorsivo che è in continuazione reso febbrile dai salti narrativi e dalle fratture linguistiche. Rizzante ci dice che la poesia può raccontare di noi qui e ora senza finire nei cul-de-sac dei Bonnefoy che hanno dimenticato che la poesia è sempre una visione della realtà <i>come è</i>, e non un gioco di specchi: <i>Scuola di calore</i> va esplorato e letto da soli, misterioso e insieme aperto e accessibile, perché è un raro esempio di cosa potrebbe ancora fare la poesia per dire cosa siamo e come potremmo trasformarci. E il tono colloquiale sembra vivere anche in altri libri usciti in queste settimane: <i>Datura</i> di Patrizia Cavalli, per Einaudi, e <i>Il fumo bianco</i> di Renzo Paris, per Elliot. In <i>Datura</i> la Cavalli si sottrae al carcere amato delle rime e dei metri esattissimi, e distende la voce in una poesia a tratti lieve e “alla mano”, nella quale le risorse di una signora della metrica sono al servizio di un ritmo quotidiano e lieve. Invece Paris continua la sua esplorazione della poesia colloquiale con terzine spogliate dalle rime e “povere”, rifacendosi in modo acuto e personale a Orazio e agli gnomici latini, mescolando all’ironia una commozione che il tono tra cantabile e quotidiano rende solo più forte. E in tono colloquiale ci parla anche l’Enzensberger di <i>Chiosco</i>, un libro del 1995 tradotto per Einaudi da Anna Maria Carpi, con Hans Magnus che ci porta in giro per il Moderno senza ripudiarlo e senza poterlo amare, attento e vigile a ogni spia di possibili uscite dal labirinto. Sì, in questo labirinto fa veramente caldo, e troppe Arianne sono state mutilate o si sono vendute ai padroni del labirinto: e allora facciamo il gesto minimo di sollevare piccoli libri e leggere poesia, non per svago, lo svago è l’ultimo giro di chiave alla cella della prigione, ma per respirare con ritmo umano, e ritrovare il filo, e Arianna, e la luce dolce in cui si potrà alla fine imparare ad amare.</p>
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		<title>I poeti appartati: Massimo Rizzante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jul 2013 07:43:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Effigie]]></category>
		<category><![CDATA[I poeti appartati]]></category>
		<category><![CDATA[massimo rizzante]]></category>
		<category><![CDATA[scuola di calore]]></category>
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					<description><![CDATA[da Scuola di calore di Massimo Rizzante Corinne A Bruxelles i poeti cattolici pregano in un istituto per il sostegno ai paesi in preda alla fame e al sottosviluppo. Fra loro c’è un teologo di Lovanio, famoso per il suo credo: «Dieu est noir!». «Le Pape du tierce monde», lo ha chiamato una giornalista di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">da <strong>Scuola di calore</strong> di <strong>Massimo Rizzante</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/max-riz.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-46128 aligncenter" alt="max-riz" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/max-riz.jpg" width="369" height="594" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/max-riz.jpg 369w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/max-riz-186x300.jpg 186w" sizes="(max-width: 369px) 100vw, 369px" /></a></p>
<p><strong>Corinne</strong></p>
<p>A Bruxelles i poeti cattolici pregano in un istituto<br />
per il sostegno ai paesi in preda alla fame e al sottosviluppo.<br />
Fra loro c’è un teologo di Lovanio, famoso per il suo credo: «Dieu est noir!».<br />
«Le Pape du tierce monde», lo ha chiamato una giornalista di Le Soir…</p>
<p>Fino a quando, in una poesia, ammise di aver inculato un neretto<br />
di Dakar. La confessione in versi non è prova di reato.<br />
Così, benché l’istituto denunciasse gli abusi alle nazioni più sofferenti,<br />
Padre Jacques continuò a partecipare agli incontri</p>
<p>In una seconda poesia scese nei dettagli. Ne riporto solo qualche verso,<br />
poiché il direttore di Alternative Afrique ne ha tagliato diverse parti.<br />
Rientrava in aereo dal Senegal, quando si accorse che al suo fianco<br />
si era appollaiato «un bocconcino dagli occhi di brace»</p>
<p>La sua pelle emanava «un odore acre di digiuni e lavande»,<br />
le sue braccia ossute gli ricordavano «un roseto selvatico»,<br />
le cui «spine invisibili» gli penetravano «il cuore nemico e vandalo».<br />
«Tre volte, nell’alto dei cieli, la notte della mia croce lo prese»</p>
<p>In una terza poesia, che Padre Jacques lesse in redazione,<br />
si accenna al «piacere» che si dissolve «in un amen».<br />
E al «risveglio secolare», al sangue sull’abito talare,<br />
alle preghiere che «la lingua di fuoco» non riusciva a pronunciare</p>
<p>Il piccolo fu visitato da uno psicologo di Gand. Per il suo silenzio<br />
la madre chiese un’indennità. Il direttore della rivista rimpatriò<br />
in catene. L’istituto con il nome Africa’n’chic divenne un night.<br />
La poesia, bisogna ammetterlo, è rimasta l’unico sacerdozio!</p>
<p><strong>Gabriela </strong></p>
<p>Cornelius affermava che «Niente e nessuno può proteggere<br />
l’umanità dalla sua follia». Né MTV, né Bono Vox,<br />
né la Cabala, né la grande maggioranza degli onanisti<br />
che siedono alle Nazioni Unite, né i superstiti di Auschwitz</p>
<p>Da figlia di una coppia di ebrei andati in fumo nel ’44,<br />
vedova di un martire della guerra di Yom Kippur,<br />
madre di due gemelle sordomute allevate tra i mufloni<br />
in un kibbutz di Even Yehuda, ho le carte in regola</p>
<p>Per difendere il bene comune da ogni «differenza»,<br />
sia quella degli allevatori di mufloni del nord d’Israele<br />
o dei cacciatori di teste della tribù dei Daiachi<br />
rispetto ai quali i boia di Mauthausen sono dei macachi ammaestrati</p>
<p>Mi hanno insegnato che ogni espressione va compresa<br />
e che il giudizio supremo spetta alle pietre. Oggi più di ieri,<br />
allorché i muri invece che al pianto servono da tavolozza<br />
ai delinquenti quotati dai loro carcerieri più di Cezanne</p>
<p>Non ho mai pensato che, come si afferma nel Levitico,<br />
l’omosessualità sia un abominio. So che il prezzo da pagare<br />
per la libertà è la distruzione di Homo economicus. È così alto?<br />
Davvero preferiamo un IPod a un nuovo amico?</p>
<p>Chi dice che nella storia dell’uomo gli imperi sono solo eccezioni<br />
e che il regno naturale di Homo sapiens è la democrazia, si ricordi dei Daiachi<br />
e dei loro lobi deformati dal piercing, quando la sua testa mozzata<br />
da un machete rotolerà ai piedi di un muro coperto di graffiti</p>
<p><strong>Lourdes</strong></p>
<p>Nella città senza mappe del mio incubo la parola «volontà»<br />
non ha più alcun significato. Che cosa ho davvero voluto?<br />
Aborrire il mio paese? Sposare un bibliotecario di Namur?<br />
Baciare il volto tumefatto di mia madre all’obitorio di Saint Pierre?</p>
<p>O vagabondare per il Sablon con l’urna delle sue ceneri<br />
sulle spalle, sigillata e accuratamente riposta nello zainetto?<br />
Come un neonato congolese addormentato (il peso di un altro<br />
è il nostro peso, più la radice quadrata di ciò che abbiamo perduto)</p>
<p>O che non abbiamo perduto. E che differenza c’è tra il portare<br />
sulle spalle un cadavere o un figlio appena nato? In ogni caso<br />
tu ne sei il prolungamento, il sogno, l’incubo, l’incarnazione vivente<br />
che l’amore e la morte si congiungono in un punto di domanda</p>
<p>E la domanda è: che cosa si prova? Allora ciò che resta è uscire<br />
dalla Storia e tuffarsi nella cronaca, visitare per anni l’archivio<br />
delle ossa, confrontare i registri, le testimonianze, i tarli<br />
con il nome delle vie, le piazze, i conoscenti, i loro «ripassi più tardi…»</p>
<p>E quando? Il giorno del mio prossimo concepimento? O quando anch’io<br />
sarò inghiottita dal ricordo di qualcun altro? Da quello della vedova Thiénot,<br />
ad esempio, la cui massima ambizione è raccogliere gli escrementi del suo cane.<br />
Da quello di Kawthar, che si sente in patria solo quando il marito la frusta</p>
<p>Nell’incubo di questa città senza mappe, ognuno di noi appartiene<br />
a una persona che ha lasciato questo mondo, o che è appena nata.<br />
Ed è il suo peso a sollevarci dalla paura dell’ignoto sempre in gestazione:<br />
come una madre che si ostina a non prendere precauzioni</p>
<p><em>Le poesie sono tratte da Scuola di calore (Effigie edizioni)</em> <a href="http://www.effigiedizioni.it/web/ee/author?p_p_id=EFFIGIE_1&amp;_EFFIGIE_1_EE_PARAM_AREA=AUTHORS_AREA&amp;_EFFIGIE_1_EE_PARAM_AUTHOR=AUTORE-RIZZANTE-MASSIMO&amp;_EFFIGIE_1_EE_PARAM_BOOK=&amp;_EFFIGIE_1_EE_PARAM_SERIES=&amp;_EFFIGIE_1_EE_PARAM_MAGAZINE=&amp;EFFIGIE_EE_CONTENT_ARTICLE_ID=AUTORE-RIZZANTE-MASSIMO&amp;EFFIGIE_EE_CONTENT_MODE=4&amp;EFFIGIE_EE_HEAD_ARTICLE_ID=AUTORE-RIZZANTE-MASSIMO&amp;EFFIGIE_EE_HEAD_MODE=2">di Massimo Rizzante</a>, <em>in uscita in questi giorni in libreria.</em></p>
<p>Su La dimora del tempo sospeso, progetto curato da Francesco Marotta è possibile leggere <a href="http://rebstein.wordpress.com/2013/07/24/scuola-di-calore/">Lydie</a></p>
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		<title>Scuola di calore V</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jun 2011 11:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[rizzante]]></category>
		<category><![CDATA[scuola di calore]]></category>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante Sybille Secondogenita, ho dovuto ben presto infilare nella cruna dell’ago tutta me stessa. Che altro fare se volevo destare l’attenzione di mia madre? Amava mio fratello Charles. Trovavo impronte di rossetto Rouge Interdit perfino sulle sue natiche Perciò sono cresciuta nell’ombra. E ciò ha fatto sì che non pagassi l’entrata per il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_39144" aria-describedby="caption-attachment-39144" style="width: 300px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/FUOCO-FATUO-15X15.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/FUOCO-FATUO-15X15-300x300.jpg" alt="" title="" width="300" height="300" class="size-medium wp-image-39144" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/FUOCO-FATUO-15X15-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/FUOCO-FATUO-15X15-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/FUOCO-FATUO-15X15.jpg 424w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-39144" class="wp-caption-text">Morago, Fuoco Fatuo, 1995</figcaption></figure><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><em>Sybille</em></p>
<p>Secondogenita, ho dovuto ben presto infilare nella cruna<br />
dell’ago tutta me stessa. Che altro fare se volevo destare<br />
l’attenzione di mia madre? Amava mio fratello Charles. Trovavo<br />
impronte di rossetto <em>Rouge Interdit</em> perfino sulle sue natiche </p>
<p>Perciò sono cresciuta nell’ombra. E ciò ha fatto sì che non pagassi<br />
l’entrata per il circo né che rincorressi il successo travestita<br />
da nana o nazista. Me ne stavo con gli zingari, nelle roulottes,<br />
nelle gabbie, nel tanfo degli animali in cattività: che altro c’è da vedere?<span id="more-39139"></span></p>
<p>Poi, in città, certo non potevo sperare di sposare un pivello.<br />
Così m’innamorai di un vecchio visionario, un ex pugile di Lione<br />
che camminava come un manzo portato al macello, con cinque<br />
matrimoni alle spalle e sette figli da chiudere all’angolo</p>
<p>Lo vidi la prima volta a un ricevimento in onore di un ricco<br />
mecenate delle arti. Gli scrissi una poesia che lui mi rispedì<br />
con le sue correzioni in rosso. Finalmente qualcuno che con il pathos<br />
si era lavato i coglioni! Seguì un appuntamento in rue Saint-Jacques</p>
<p>Quando qualcuno della corte delle sue adulatrici mi chiedeva<br />
che moglie ero, rispondevo l’ultima. E così è stato. Ai suoi sette figli<br />
si aggiunse Octavius e per trentatré anni restammo insieme. Jean<br />
era un seduttore, e io che conoscevo il tanfo della cattività lasciavo fare</p>
<p>Dopo tre anni passati a lottare contro un carcinoma,<br />
sono morta. Jean, quando mi asportarono il primo seno, se ne andò<br />
di casa. Non poteva scopare senza addentarmi i capezzoli.<br />
Spero di rivederlo, ma non subito: ho bisogno di un po’ di riposo… </p>
<p><em>Maria</em></p>
<p>Ci sono rumori che non sono mai esistiti:<br />
la neve che cade sui tetti, un pugno andato a vuoto,<br />
una goccia di sangue sul vestito. E così ci sono vite<br />
che non hanno mai meritato di essere vissute. </p>
<p>Niente da dire. Io, ad esempio, ho vissuto come se fossi morta.<br />
E così Zlatka, Zvezda, Alena. Abbiamo tutte preso il nostro posto<br />
nella grande sala d’attesa, sfogliando vecchie riviste di moda, giocando<br />
a dama, sorseggiando soda, pisciando sangue in sacche di plastica   </p>
<p>«Siete vive?».  A un filo di tungsteno giunto<br />
a un grado di incandescenza che sbriciola l’ampolla<br />
della voce: a questo assomiglia il nostro «sì». Poi il corpo nero<br />
del pensiero insegue il dolore, ma non riesce a illuminarlo</p>
<p>La nostalgia lavora a tempo pieno da queste parti.<br />
Per il mio povero cervello infiltrato di ormoni è il ricordo di mio padre,<br />
il suo nodo alla cravatta o quando lanciò il mio biberon<br />
dall’auto in corsa. Avevo già sette anni. Fu il giorno in cui scoppiò la guerra</p>
<p>In città c’era un corteo di donne incinta<br />
che per proteggere il feto dai cecchini<br />
camminavano all’indietro come granchi dal carapace<br />
gonfio di microscopici detriti </p>
<p>Sebbene molto si sia fatto nel XX secolo per conoscere le connessioni<br />
dei circuiti neuronali, io, Alena, Zvezda e Zlatka non abbiamo<br />
compreso nulla di quanto è accaduto. Come quei topi-arcobaleno,<br />
le cui cellule fluorescenti fanno andare in estasi il professor Karadžić</p>
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		<title>Scuola di calore IV</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/12/04/scuola-di-calore-iv/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Dec 2010 12:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[rizzante]]></category>
		<category><![CDATA[scuola di calore]]></category>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante Sorella, amante a Ornela Sono stata sorella e amante, prostituta in erba, per anni, in uno dei tanti giardini del ventesimo secolo dove aquile ammaestrate spiccavano il volo quando con i tacchi evitavo le pozze di sangue. All’ombra di un dio materno ho scoperto la bellezza. Perciò la mia carne esposta al [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/centrale-nucleare-belgio1.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/centrale-nucleare-belgio1-150x150.jpg" alt="" title="centrale-nucleare-belgio" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-37402" /></a><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><em>Sorella, amante</em></p>
<p>a Ornela</p>
<p>Sono stata sorella e amante, prostituta in erba, per anni,<br />
in uno dei tanti giardini del ventesimo secolo<br />
dove aquile ammaestrate spiccavano il volo<br />
quando con i tacchi evitavo le pozze di sangue.</p>
<p>All’ombra di un dio materno ho scoperto la bellezza.<br />
Perciò la mia carne esposta al mercato del popolo<br />
era per il partito più che un delitto una tara:<br />
ah gocce di sperma lucenti come canini!<span id="more-37400"></span></p>
<p>Poi, elevata al cubo – ma con un Braque al mio fianco –<br />
ho disceso il piccolo inferno dei baby-doll, giù fino<br />
al girone dei traditori della patria, da dove non sono<br />
più tornata, se non con un’altra lingua per mordermi le labbra.</p>
<p>Per la lumaca calpestata, non è così facile morire: la sua bava<br />
lascia una lunga traccia che tarda a decomporsi, e, in ogni caso,<br />
il giardino della letteratura non è così diverso dal reame di Albania:<br />
corazze immaginarie gettate in uno stagno di rospi veri.</p>
<p>Meglio la palude, il Marais, i macellai kosher, gli archivi<br />
e i loro ratti, le checche sulle terrazze che sfogliano Vanity fair,<br />
i ricchi parigini seduti sulle panchine di Place des Vosges,<br />
il veleno cartesiano che a piccole dosi appaga i sentimenti</p>
<p>Ma non tutto è perduto. Ieri, ad esempio, mi sono innamorata<br />
del mio dentista mentre mi devitalizzava l’ultimo molare.<br />
C’era silenzio, non faceva male, eppure mi sentivo penetrare:<br />
ah corpi non più vergini, sale d’attesa!</p>
<p><em>Fog, magla</em></p>
<p>a Dubravka</p>
<p>Quando ero jugoslava leggevo i russi,<br />
Mandel’stam. Più di mezzo secolo, ormai.<br />
L’epoca dei lupi là fuori era un fascio di infrarossi:<br />
“Mia cara bambina spero nei lavori forzati della memoria”</p>
<p>Poi venne il collasso comunista,<br />
la guerra, e il consigliere Kubik traboccava di epiteti:<br />
sanguisuga, parassita, puttana cosmopolita.<br />
Così, leggendo Faulkner, da croata divenni americana</p>
<p>Quando il mio primo romanzo fu pubblicato in Inghilterra,<br />
il dio della lingua, Marte, combatteva ancora con la forma progressiva,<br />
mentre nella mia casa natale, dietro la Singer, un ragazzo<br />
dall’erre moscia mi succhiava il seno appena pronunciato  </p>
<p>Qualche anno dopo saltò fuori che un collega di Princeton,<br />
facendosi largo tra i veli di un burka, aveva infilato<br />
il suo trionfante membro nella bocca di una lettrice afghana.<br />
Presi una posizione umana, ma mi rimandarono a casa</p>
<p>I mean, alla frontiera. Rinascere non conta<br />
e dato che dal dolore ci salva non la morte<br />
ma il mutare di continente, eccomi in barca sull’Amstel<br />
con in mano un passaporto di Olandese volante</p>
<p>Oggi dai canali di Amsterdam sale una nebbia neonata<br />
che, a parte un po’ di trucco, fa invecchiare in fretta, e a cui non so<br />
dare un nome: magla, fog, boira, nebel? La resa del mio nervo sciatico<br />
è incondizionata, quasi più dello specchio alla vista delle labbra  </p>
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		<title>Scuola di calore III</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Oct 2010 11:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[massimo rizzante]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[scuola di calore]]></category>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante Idillio nero a Isabel Ho letto che Elsa Triolet, la moglie di Aragon, se ne stava nuda in una grande gabbia surrealista costruita allo scopo dal celebre consorte e, inginocchiata su un letto di spine, lo pregava di godere del suo membro I segreti sono come disperati in fuga in una città [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/marrakech1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/marrakech1-150x150.jpg" alt="" title="marrakech" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-36856" /></a><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><em>Idillio nero</em></p>
<p>a Isabel</p>
<p>Ho letto che Elsa Triolet, la moglie di Aragon,<br />
se ne stava nuda in una grande gabbia surrealista costruita<br />
allo scopo dal celebre consorte e, inginocchiata su un letto di spine,<br />
lo pregava di godere del suo membro</p>
<p>I segreti sono come disperati in fuga<br />
in una città fantasma dopo la fine di una battaglia:<br />
non trovano rifugio in nessun luogo e non hanno alleati<br />
né tra le fila dei compatrioti né tra quelle dei nemici<span id="more-36854"></span></p>
<p>Dicono che qui a Granada, a Sacromonte, il quartiere gitano,<br />
si nascondano centinaia di giovani tiratori scelti<br />
venuti dalle zone proibite del Pakistan, e che ogni notte<br />
si esercitino a sparare coperti dal frastuono delle nacchere</p>
<p>Nessuno ci crede. Ma al mondo piace illudersi.<br />
La verità è un buco nel filo spinato. Lo so che quasi tutti<br />
preferiscono proteggersi dall’orrore dei cecchini,<br />
ma così i cadaveri restano a marcire in questa fogna a cielo aperto</p>
<p>Siamo tutti figli di un idillio nero. Ci vogliono uccidere<br />
come i segreti perché non esistano più città fantasma<br />
né gabbie per il piacere, né uccelli devoti ai loro rami,<br />
né zone proibite dove esercitarci su letti di spine</p>
<p>Ci vogliono uccidere, mentre privi di corde vocali<br />
ci rintaniamo nelle carcasse delle auto abbandonate,<br />
sono miliziani della liberazione, sono tatuati dalla testa ai piedi,<br />
si avvicinano nudi, le bocche senza denti impastate dal sonno         </p>
<p><em>Complotto e carcasse</em></p>
<p>a Souhalia</p>
<p>Essere sverginata a quindici anni contro la propria volontà<br />
e reiteratamente presa con la forza, fa crescere in gola<br />
un linfoma che, ripetutamente inciso, secerne siero e disprezzo.<br />
Senza contare che non si comprenderà mai più il prossimo</p>
<p>Lo stretto orifizio che portava al godimento è ora una statale,<br />
dove un vecchio malato di cuore claudica maledicendo<br />
le dinastie dei Mercedes e dei Benz e le loro carcasse,<br />
che in questo paese si trasformano in taxi di prima classe</p>
<p>Per quanto mi metta in guardia dal pathos dell’eros,<br />
poiché né assuefazione, né familiarità, dice, gettano ponti<br />
né creano mistero, io sono convinta che due oscurità che non giungano<br />
a estorcersi un vero amplesso sono condannate a vivere in epoche diverse</p>
<p>Del resto è quello che mi è successo. Quando l’ho incontrato,<br />
il mio coetaneo Kamal per troppo amore è regredito fino a vagire.<br />
Non c’è stato niente da fare: essere penetrata dal membro<br />
di un neonato non può produrre nessuna comunione umana!</p>
<p>Come se un piccolo roditore potesse trovare riparo nel palato<br />
di una bocca sdentata e gli aguzzini di turno per questo marcire<br />
nelle loro celle di tortura! Una relazione umana<br />
ha le sue catene, i suoi invalidi, le sue notti bianche!</p>
<p>Così non ho scelta. Ogni sera trascino il mio utero stanco<br />
sulla statale alla ricerca di un vecchio sciancato dalle gengive<br />
sanguinanti che blatera di un complotto di taxisti neonazisti in Africa.<br />
Grazie al suo seme entrambi vivremo nello stesso istante  </p>
<p><em>Sonnambuli al Mandalay</em></p>
<p>a Latifa</p>
<p>Una donna seduta al Mandalay, che da lontano guarda un uomo,<br />
è alle soglie del sonnambulismo. Da sola,<br />
per quanto rifletta, resta sempre nel dubbio,<br />
affascinata dai bilanci, incatenata alle cifre del disastro</p>
<p>Dovrei fare il primo passo, o almeno accavallare le gambe,<br />
mostrare impazienza, accendere una sigaretta, assumere il ruolo<br />
dell’umiliata e offesa o della schiava affranta.<br />
O con un movimento dell’indice andare al sodo</p>
<p>In un mese con poche consonanti,<br />
ci sono state troppe vocali: dure, gutturali.<br />
Nessuna maiuscola. Nessun corsivo. Nessuna lettera “p”.<br />
Nessun piacere per i pronomi personali</p>
<p>Solo domande da sonnambuli. “Dove vai?”, “Già di ritorno?”<br />
Meglio la coppia di sordomuti che gesticolando si apre un varco<br />
verso Djemaa el-Fna. A loro il segreto. A noi toccano le voci<br />
del venditore di denti, la terza chiamata, l’inventario dei mercanti di tappeti</p>
<p>A volte penso che ci sia stato troppo sesso che nessuna<br />
tenerezza potrà mai cancellare. A che cosa servono tante<br />
membra in un uomo se poi si riducono a uno solo? L’attesa<br />
era diventata un filo spinato e in gola trattenevo un latrato</p>
<p>A volte ho la sensazione che non uscirò mai più dal Mandalay,<br />
questo asilo per sonnambuli, e che la mia vita sia solo<br />
l’allucinazione di una coppia di sordomuti a cui abbiano<br />
cavato tutti i denti per strappare loro il segreto del dolore      </p>
<p><em>Nota</em><br />
Continuo a pubblicare qualche poesia tratta dalla mia prossima raccolta, <em>Scuola di calore</em>. Mi scuso con i lettori e con i miei amici indiani, ma in questi mesi non mi viene fuori altro.</p>
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		<title>Scuola di calore II</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Sep 2010 11:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[rizzante]]></category>
		<category><![CDATA[scuola di calore]]></category>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante Mia sorella Rajah a Essaadia Mia sorella Rajah si chiama così perché è la regina dell’attesa. La cosa che ama di più è osservare ipnotizzata il suo sentimento di impotenza racchiuso nel flacone mezzo vuoto dello smalto per le unghie Lo guarda crescere come un feto minuscolo e, quando sta per nascere, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/pil_15.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/pil_15-150x150.jpg" alt="" title="pil_15" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-36560" /></a><strong> di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><em>Mia sorella Rajah</em></p>
<p>a Essaadia</p>
<p>Mia sorella Rajah si chiama così perché è la regina<br />
dell’attesa. La cosa che ama di più è osservare<br />
ipnotizzata il suo sentimento di impotenza<br />
racchiuso nel flacone mezzo vuoto dello smalto per le unghie</p>
<p>Lo guarda crescere come un feto minuscolo e, quando sta per nascere,<br />
con una forbicina gli taglia il cordone ombelicale e lo lascia<br />
sanguinare per ore. Poi si misura la febbre e se supera i 38 gradi<br />
esce di casa: ha una relazione clandestina con la sua tosse</p>
<p>Quando rientra, la sua voce è diventata roca,<br />
come quella di un palmipede che per tutta la notte ha razzolato<br />
sulla neve. E che le ha perforato l’esofago, l’intestino<br />
e le parole che ha pronunciato nell’ebbrezza del digiuno</p>
<p>Rajah attende che qualcuno scenda nel pozzo dei suoi occhi<br />
e pianga per lei tutti i morti che scricchiolano come radici mendicanti<br />
sotto il freddo inverno dell’Atlante e non la lasciano dormire.<br />
Su quale sponda del letto ti chiederanno “Sognami”?</p>
<p>Io vivo perché Rajah ritorni a questo mondo, perché la proliferazione<br />
di palmipedi sventrati nella neve abbia fine. Spero che il mio essere<br />
così insignificante l’aiuti a vestirsi, a truccarsi, a smettere di succhiare<br />
i vecchi seni di nostra madre. A non evacuare nell’armadio</p>
<p>Dopo aver ripulito, mi chiedo se il bene, il male, la giustizia,<br />
l’ingiustizia, non siano che merda depositata sulla punta delle dita.<br />
E se la povertà, nient’altro che un ramo troppo lungo<br />
che deve essere potato affinché la sua ombra duri in eterno<span id="more-36559"></span></p>
<p><!--more--><br />
<em>Cecità e cicogne</em></p>
<p>a Fatima-Zahra</p>
<p>Io sono Fatima-Zahra e tu sei il mio profeta:<br />
falso e affascinante come tutti i profeti.<br />
Nella mia infanzia non ho avuto un’infanzia.<br />
A tredici anni tu, <em>habibi</em>, leggevi Kafka</p>
<p>Ieri Juan Goytisolo guardava le cicogne da una terrazza di Jamaa el Fna.<br />
La loro casba è un labirinto di rami costruito per noi,<br />
per ostacolarci il cammino verso l’infinito, per ricordarci<br />
che la Terra Promessa non è qui, che viviamo nel deserto</p>
<p>Fra qualche giorno migreranno, dice. Nel frattempo prove di volo. Quale<br />
altro comandamento, mio profeta? Primo: non c’è grazia senza esercizio.<br />
Secondo: non c’è salvezza in nessun luogo. Terzo: l’amore<br />
è non sapere nulla di sé. Quarto: mendicare senza orgoglio </p>
<p>Come il vecchio Hasan. La cecità gli ha tolto lo spettacolo<br />
dei mangiafuoco, dei giocolieri, degli incantatori di serpenti.<br />
Non la grande estraneità. Hasan, che alla scuola del calore<br />
ha imparato la chiaroveggenza dell’insonne  </p>
<p>Così le mie gambe sordomute, come le chiamavi,<br />
si affrancheranno dalla schiavitù delle tue parole.<br />
Ma oggi come cicogne mendicanti, alla quinta chiamata,<br />
chiedono tempo, tempo e denaro, denaro e sesso.</p>
<p>Io sono Fatima-Zahra e tu sei il mio profeta:<br />
falso e affascinante come tutti i profeti.<br />
La mia gioventù è stata prostituzione. Come la tua,<em> habibi</em>,<br />
solo che tuo padre, a differenza del mio, la chiamava arte    </p>
<p><em>Metamorfosi</em></p>
<p>a Kawthar</p>
<p>Sulla strada per Ourika, al Km. 7, un giorno<br />
mancò l’acqua. Così cominciò a piovere. Ma la pioggia<br />
sapeva di zolfo. Qualcosa di violento nei suoi scrosci<br />
mi ricordò i piani abbietti per penetrare nel corpo di un altro</p>
<p>Dovevo difendermi. Dal fuoco della sete? Dalla pioggia? Da chi<br />
mi avrebbe liberata? La parola «incubo», nel pantano del dormiveglia,<br />
cominciò a enfiarsi come un rospo. Mentre reclutavo le ultime forze,<br />
mi accorsi che una larva di nome Larbi setacciava la mia fica </p>
<p>È inconcepibile, in questa terra di precetti divini,<br />
che una vedova debba essere sfondata da un membro tanto umano,<br />
così come è impossibile che la carne a cui è stato amputato un seno<br />
non senta ancora i morsi del figlio che ha allattato</p>
<p>Eppure una donna che affitta una stanza di nascosto dai suoi parenti,<br />
è condannata ad abbracciare due continenti<br />
separati da uno stretto vortice di uomini d’affari che le sue cosce<br />
divaricate si ostinano ad accogliere  </p>
<p>Ci sono momenti, come questo, in cui penso<br />
che se non avessi incontrato Larbi, la mia vita sarebbe stata un letto<br />
lastricato di date decapitate delle prime due cifre<br />
da una ghigliottina di amplessi privi di corde vocali</p>
<p>Al contrario di Larbi, non ho mai posseduto un mio bozzolo.<br />
Ma, sulla strada per Ourika, dove da non so più quanto tempo<br />
manca l’acqua e una pioggia abbietta scheggia le ossa, ho capito<br />
che non si può per sempre essere nemici dei bachi da seta    </p>
<p>Nota<br />
Pubblico qui altre poesie della mia prossima raccolta, <em>Scuola di calore</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Scuola di calore</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/08/19/scuola-di-calore/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Aug 2010 11:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[marrakech]]></category>
		<category><![CDATA[poesie]]></category>
		<category><![CDATA[rizzante]]></category>
		<category><![CDATA[scuola di calore]]></category>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante Un incubo chiamato Algeciras a Ana Tutto ha inizio e non ha fine in un incubo chiamato Algeciras, sul molo, fra la bolgia in partenza per Ceuta. Un uomo, Octavio, la cui lingua per la legge del contrappasso era ridotta a una poltiglia di fuoco, mi farfugliò: “Arnold… me está… matando” Non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/marrakech075.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/08/marrakech075-150x150.jpg" alt="" title="marrakech07" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-36437" /></a></p>
<p><em>Un incubo chiamato Algeciras</em></p>
<p>a Ana</p>
<p>Tutto ha inizio e non ha fine in un incubo<br />
chiamato Algeciras, sul molo, fra la bolgia in partenza per Ceuta.<br />
Un uomo, Octavio, la cui lingua per la legge del contrappasso era<br />
ridotta a una poltiglia di fuoco, mi farfugliò: “Arnold… me está… matando” </p>
<p>Non ho mai idealizzato il mondo, né creduto all’inferno.<br />
So, per esperienza, che ci sono giorni in cui la fede nei maestri<br />
si scioglie come merda al sole, mentre, malgrado tutto,<br />
le tredici passioni che governano il mio sesso non fanno scuola<span id="more-36430"></span></p>
<p>Allora un amante diventa un problema di meccanica celeste. Come<br />
calcolare la stabilità dei sistemi dinamici? Come costruire una teoria delle<br />
singolarità che contempli l’assenza di catastrofi? Ogni singolo uomo non è<br />
forse una parte del sistema dinamico e catastrofico di cui parla Thom?</p>
<p>Octavio era l’ultimo a cui potevo rivelarlo, perché<br />
a lui non tornavano i conti: l’amore ha leggi matematiche<br />
che la matematica non sa calcolare. Ad esempio, il cosiddetto<br />
teorema KAM (Kolmogorov-Arnold-Moser) non c’era verso di risolverlo</p>
<p>Eppure noi tutti qui ad Algeciras,<br />
aspettiamo il nostro turno, siamo l’incubo di Octavio<br />
e il sogno di Arnold: siamo numeri che commentano il prezzo del viaggio,<br />
i sacchetti per il vomito, l’imminente catastrofe sullo Stretto</p>
<p>Neppure oggi, dopo anni di solitudine, mi so dar pace.<br />
Le menti più brillanti sono alle prese con il tredicesimo problema<br />
di Hilbert, e nessuno di loro mi ha mai accarezzato il culo:<br />
qualcuno dovrebbe dire la verità sul valore delle equazioni </p>
<p><em>Testamento</em></p>
<p>a Jlham</p>
<p>Il primo presentimento della mia morte<br />
lo ha avuto mia madre sulla statale per Essaouira,<br />
in auto, mentre il seme di uno sconosciuto le sporcava il volto<br />
<em>Nothing, like something, happens anywhere</em></p>
<p>Il secondo, è stato alcuni anni fa, a una mostra di Barceló,<br />
dopo un breve idillio nei bagni del Prado. C’era un quadro,<br />
<em>Yo</em>, un autoritratto corrotto dal tempo, invaso dalle termiti,<br />
morsicato dai ratti, con macchie di umidità atlantica al posto degli occhi </p>
<p>Una patina terrosa, brunastra, lo faceva assomigliare<br />
a quel selvaggio che è diventato mio padre.<br />
Nei suoi <em>Quaderni africani</em> scrive: “Estoy como un escorpión<br />
en el desierto comiendo mis papeles”</p>
<p>Anche a me uno scorpione, in mancanza di meglio, sta divorando il corpo.<br />
Come chiamarlo diversamente? Desiderio di essere penetrata?<br />
Senso del commercio? Eppure ci sono camere di hotel ancora intatte,<br />
specchi grazie ai quali il dolore se ne va gettandovi un’occhiata </p>
<p>Forse è per questo che, dopo ventiquattro anni, quel <em>Yo</em><br />
riflesso non è più né mio padre né lo sconosciuto<br />
che con un fazzoletto ripulì il volto di mia madre.<br />
Tanti coiti, piccoli morti, portano a un testamento</p>
<p>A questo punto ci vorrebbe un erede. O che almeno,<br />
giunti in auto a Essaouira, un giorno in cui il colore del mare<br />
fosse quello della labbra di una annegata, violetto, dopo essersi lavati<br />
dell’ultimo incesto, un hotel senza specchi ci accogliesse in eterno  </p>
<p><em>Fiore del deserto</em></p>
<p>a Amina</p>
<p>Il carcinoma che divora mia madre<br />
ha la forma di un fiore carnivoro che cresce<br />
solo nel giardino di Majorelle, dove Yves Saint-Laurent<br />
cercava ispirazione per il suo pret-à-porter</p>
<p>Quando è morto mi è sembrato un avvenimento.<br />
Oggi tutto mi appare assurdo e ridicolo. Sono maturata, o<br />
forse impazzita, o forse il marabutto, a cui ho chiesto consiglio,<br />
leccandomi a lungo il dito medio della mano mi ha purificata</p>
<p>Ho subito molte punizioni. Di notte il mio sonno<br />
era agitato da uomini nudi che, supini,<br />
ai bordi di una vasca, mi tentavano con le loro carni bianche:<br />
“Amina, perché non ci strofini la schiena e il culo?”</p>
<p>Poi il sogno è diventato realtà. E da allora a mia madre<br />
è spuntata una lacrima a forma di isola, l’isola di Sachalin,<br />
dove anch’io, come una deportata, ritorno ogni sera<br />
dopo i lavori forzati negli hamam privati dei nuovi russi</p>
<p>Stretto tra i Tartari e il deserto,<br />
senza le cure di un medico dall’espressione simile alla sua cravatta<br />
che da Nizza o Jalta giunga qui ai piedi della mia piccola foresta,<br />
il fiore di mia madre cresce a dismisura, si infiltra nell’intestino, nell’ano</p>
<p>Un giorno anch’io andrò al Café de France. Indosserò<br />
un vestito Yves Saint-Laurent. Ordinerò per errore un piatto<br />
di ostriche. Senza sapere berrò champagne.<br />
La gente al funerale riderà di me. Sarà tutto assurdo e ridicolo.   </p>
<p>Nota<br />
Le poesie qui presentate, &#8220;il  ciclo di Marrakech&#8221;, fanno parte di una più ampia sezione della mia prossima raccolta, intitolata <em>Scuola di calore</em>.</p>
]]></content:encoded>
					
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