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	<title>scuola pubblica &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>le alterazioni semantiche del nostro tempo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Jun 2011 06:30:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Elisa Ruotolo Esiste un’Italia di cui si parla spesso, ma per la quale – finora – si riesce a far poco. Un’Italia fatta di persone che vivono le normali ambasce quotidiane con un’inquietudine in più: quella di non potervi far fronte. A questa Italia, denominata precaria, eppure spesso innominabile, costretta negli spazi angusti delle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/precari4.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-39319" title="precari4" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/precari4-300x154.jpg" alt="" width="300" height="154" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/precari4-300x154.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/precari4.jpg 584w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Elisa Ruotolo</strong></p>
<p>Esiste un’Italia di cui si parla spesso, ma per la quale – finora – si riesce a far poco. Un’Italia fatta di persone che vivono le normali ambasce quotidiane con un’inquietudine in più: quella di non potervi far fronte. A questa Italia, denominata precaria, eppure spesso innominabile, costretta negli spazi angusti delle statistiche, dei dati calcolati in percentuale, si è oramai attribuito uno statuto ontologico, o una preesistenza così arretrata e remota da non sapere quasi più quando sia cominciata (figuriamoci poi quando dovrebbe finire).</p>
<p>La sperimentazione di questa realtà lascia ben poche persone vergini: c’è sempre un amico, un parente, un vicino, ci siamo noi stessi che firmiamo contratti che arriveranno a darci pane fino a un certo punto, e poi?  La chiamano flessibilità, adesso, quella capacità di spolverare con una dose di stoicismo il rallentamento innaturale delle nostre vite, e devi stare attento: a guardare in prospettiva, a procreare prendendo le dovute misure (nonostante si continui a vivere in uno Stato fondamentalmente non laico).<br />
<span id="more-39318"></span><br />
Il presente ci ha cambiato le carte in tavola troppe volte: ha modificato i profili delle strade in cui viviamo, ci ha fornito di merci e mezzi e tecnologie, talvolta con un surplus quasi imbarazzante, poi però ci ha impedito di raccontare i nostri giorni se non con una semantica snaturata: queste nuove accezioni grondano sangue. Perché c’è una guerra in atto nel nostro paese, una guerra a tutti gli effetti, con i vinti, i feriti, i caduti. Solo dei vincitori non si ha notizia, forse perché in uno Stato non laico si è tenuti al riguardo, o perché il benessere totale dello stesso dovrebbe essere tutto lì, nell’armonia delle sue parti come quella di un corpo in buona salute. Tuttavia le metafore vanno utilizzate con cautela o comunque precisate a dovere: i feriti, i vinti, i caduti non sono la parte malata di questo corpo, sono semplicemente l’arto tenuto forzatamente a riposo da pastoie insensate. Un arto che a lungo andare comincia a patire, a diventare lento, a stancarsi per eccesso di immobilità o per una mobilità che non ha rispetto delle sue competenze e perizie. Per rimanere nella metafora, ci sono braccia a gambe che potrebbero fare e dare molto, ma che vengono continuamente mortificate dall’ozio, tarpate perché non si sa come e dove impiegarle.</p>
<p>Questa non è malattia, ma semplicemente uno spreco intollerabile &#8211; eppure troppo spesso tollerato selezionando delle scuse plausibili. Con una buona dose di lungimiranza e con un minimo di pomeriggi domenicali ad ascoltare il catechismo, si potrebbe ribattere che a questa presunta novità tutti, costituzionalmente e ideologicamente, dovremmo essere preparati; che l’eternità (intesa semplicemente come continuità, durevolezza) ci è stata sottratta da un pezzo: quando nel giardino dell’Eden Qualcuno ci condannò alla vita che ben conosciamo. Sì, in uno Stato non laico si potrebbero anche azzardare questi argomenti per minimizzare il nostro inferno, le nostre quotidiane trincee. Ma sarebbe un colpo basso, perché alle giornate senza scampo di chi non sa come arrivare a fine mese, di chi per sentirsi chiamare madre o padre dovrà aspettare tempi quasi da nonno, di chi non riesce a guardare oltre la data in calce al proprio contratto a tempo determinato, ecco, a tutto questo nessuno, nemmeno chi abbia avuto il più rigoroso e persuasivo dei catechisti, può essere preparato. A queste persone impreparate credo sia dovuto almeno rispetto, ascolto, non fosse altro che per coprire la vergogna di non sapere fare altro.</p>
<p>Ricordo che ero bambina quando seppi d’un amico di famiglia che ci aveva lasciato. Da piccoli si fa presto a incasellare gli eventi secondo ottiche elementari. L’amico era “morto di lavoro”, mi disse qualcuno con la voglia di semplificare un concetto troppo grande per me, che non sapevo nemmeno cosa fosse esattamente scomparire. Pensai subito alla sicurezza e al pericolo, alle ragioni da vendere che aveva mia madre a dirmi di fare attenzione. Solo in avanti capii che non era stato il lavoro ad ucciderlo, ma la sua mancanza o per meglio dire la sua insufficienza. Lavorava a giornata lui, e ci fu un periodo fatto di molte giornate di riposo, troppe per la sua vita avviata.<br />
Forse è per questo che mi capita di pensare alla questione del lavoro precario in termini di conflitto silente, e la rabbia maggiore è quella di assistere alla voglia di semplificare e minimizzare, neanche fossimo tutti ancora e di nuovo bambini. Gli atteggiamenti più frequenti, i rimedi avanzati offendono spesso l’uomo, prima ancora che il lavoratore. A entrambi, in virtù dell’intelletto, dell’anima e del sentimento che gli si riconosce, ma soprattutto nel rispetto di uno dei nostri fondamenti costituzionali, si dovrebbe garantire e proporre certamente di più: la vita e non la sopravvivenza.</p>
<p><span style="color: #ff0000;">[questo articolo è stato pubblicato su l&#8217;Unità il 18 giugno 2011]</span></p>
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		<title>APPELLO PER UN NUOVO RISORGIMENTO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Mar 2011 05:00:10 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/flag1.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-38458" title="flag" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/flag1-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/flag1-300x204.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/flag1.jpg 912w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Lo stato nazionale italiano è il frutto di un vasto (a dispetto di quel che si insinua) movimento di idee e di passioni, il cui minimo comune denominatore, oltre che la liberazione dall’invasione straniera, era l’aspirazione alla libertà individuale e alla dignità della persona: il Risorgimento. La crisi attuale di questa nostra Nazione, della quale festeggiamo ora il 150° compleanno, è sotto gli occhi (e la penna) di tutti. Ed è ormai chiaro che una sua rinascita, in continuità con i valori risorgimentali, gli stessi che hanno ispirato la liberazione dal fascismo, e dalla quale è nata la Costituzione, non potrà realizzarsi nel quadro della politica attuale. Né questa sinistra catalettica né questa destra adulterata (non sto negando le differenze tra destra e sinistra, non mi si fraintenda), sapranno proporre una qualsivoglia soluzione, senza un risveglio e il pungolo di una larga banda di cittadini, senza l’intervento trainante di individui che si battano per quegli stessi ideali dai quali è nato il nostro stato unitario e indipendente. Mi permetto insomma, dall’alto della mia abissale ingenuità di narratore (non ignara tuttavia di quanto è stato scritto nel corso di due secoli sul carattere degli italiani, e quindi scientemente velleitaria, ma alla luce di qualche recente sintomo forse anche realista), di vagheggiare un nuovo Risorgimento.</p>
<p>Gli attori principali di tale nuovo Risorgimento, che per comodità chiamo “noi”, saranno i seguenti:</p>
<p>1) le donne a cui ripugna l’avvilimento mercificato del corpo femminile propugnato dal Presidente del Consiglio e dai suoi seguaci, e che non intendono avallarlo in alcun modo; il loro Risorgimento consisterà nel rifiutarsi di assistere all’offesa quotidiana e rituale della loro dignità più intima, spegnendo la televisione al primo scosciamento o decerebramento vaginale, e impedendo ai loro congiunti e familiari di sesso maschile di fruirla; e naturalmente facendolo sapere, dispiegando per esempio alla finestra un drappo rosa: chi passerà capirà; sappiano far capire che questa loro lotta, beninteso estesa alle strade e ai luoghi di lavoro, è in difesa della loro libertà, anche appunto sessuale, di cittadine e di donne per nulla inibite;<span id="more-38422"></span></p>
<p>2) i cattolici scioccati dall’inscusabile amoralità e machiavellismo della Chiesa nei confronti di chi detiene il potere e ne abusa per loschi fini personali; questi credenti denuncino gli interventi e le pratiche agli antipodi dei valori fondamentali della religione in cui credono, e perpetrate nell’unico fine di fortificare il dominio temporale della Chiesa; consci che i patrioti del Risorgimento non erano anticattolici e antireligiosi (come viene ripetuto), ma anzi per la stragrande maggioranza cattolici liberali o democratici, lottino come hanno fatto i loro predecessori contro l’arroganza clericale e per il libero arbitrio di ogni cittadino (cattolico o non cattolico); senza dimenticare che la Chiesa ha demonizzato e avversato per decenni i valori di libertà che oggi riteniamo sacrosanti, forzino – nell’interesse il clero a non immischiarsi nella conduzione della Nazione laica, laica e variegata, alla quale appartengono;</p>
<p>3) gli insegnanti che reputano (lo hanno imparato studiando la storia), che il Risorgimento, con i suoi limiti (non maggiori di quelli dei vari percorsi verso le grandi democrazie), è stata una tappa fondamentale e bella della nostra storia, che ha permesso alla nostra nazione di costituirsi in Stato nazionale liberale, attutendo in tempi molto rapidi la macroscopica arretratezza sociale e economica, e aprendo la via alla libertà degli individui e all’uguaglianza di opportunità di cui godiamo ora, dopo l’intermezzo fascista; ma anche i presidi, e tutti quelli che lavorano nell’insegnamento e che ritengono che la scuola pubblica sia fondamentale per imparare a vivere assieme, e per creare uno zoccolo di valori e di comportamenti sociali condivisi, così come la coscienza di appartenere a una stessa comunità nazionale; tutte queste persone denuncino le interessate falsità che si dicono sul Risorgimento, e sappiano che siamo riconoscenti nei loro confronti: si battano giorno per giorno per denunciare e osteggiare il degrado delle scuole;</p>
<p>4) i magistrati, ma anche gli avvocati e tutti coloro che fanno andare la macchina certo perfettibile della giustizia, che ora con finalità pretestuose si sta cercando di piegare alle necessità di una casta corrotta, come era regola prima del Risorgimento; queste persone scioperino, paralizzino completamente i tribunali, prendendo però il tempo di spiegare ai loro concittadini (noi) perché lo fanno, evitando di ragionare e di inalberarsi come una casta opposta a un’altra casta; continuino a battersi con la coscienza e l’orgoglio di aver rappresentato negli ultimi anni il più efficace baluardo di resistenza della democrazia sorta sulla scia del Risorgimento (e dalla sua naturale appendice, la Resistenza);</p>
<p>5) i precari giovani e non più tanto giovani, asserviti e umiliati, e ricattati per anni con contratti offensivi per la loro dignità e negativi per lo stesso buon svolgimento delle mansioni per le quali sono assoldati; che non si battano solo per avere un posto fisso, il loro personale (e tombale) posto fisso, ma per un trattamento dignitoso, per avere reali opportunità future, per poter esprimere la loro intelligenza e le loro capacità e le loro speranze, per essere valutati in base ai loro meriti; osino denunciare i soprusi e i favoritismi e le meschinità, biasimino apertamente l’asservimento, senza paura di essere cacciati, senza timore di pagare personalmente, o di dover emigrare, e ricordandosi che i protagonisti del Risorgimento, ai quali dobbiamo la nostra libertà e la nostra uguaglianza, avevano la loro età, e si sono battuti per gli stessi fini;</p>
<p>6) il Presidente della nostra Repubblica: sia ben cosciente delle responsabilità eccezionali che si ritrova sulle spalle; insorga con tutti i poteri che gli dà il suo ruolo contro la riesumazione dei privilegi di casta e delle limitazioni della libertà individuale per le quali hanno lottato gli artefici (anche istituzionali) del Risorgimento; tenga ben presente che il rischio di incappare in situazioni di conflitto tra istituzioni è minore di quello di non essere più un riferimento morale e istituzionale per i cittadini italiani, e che lo Stato venga identificato, come avveniva prima del Risorgimento, come il giardino privato dei più ricchi e dei più forti (i quali non a caso sminuiscono e dileggiano il Risorgimento), perdendo ogni credibilità e ogni legittimità;</p>
<p>7) i giornalisti che per frequentazione dei media degli altri paesi democratici sono coscienti dell’umiliante sudditanza nel quale s’è cantonata la loro professione; queste persone si ribellino, denuncino le distorsioni e le pressioni, si battano, a costo di farsi licenziare e di bussare altrove, o di essere perseguitati, per dare un’informazione oggettiva e critica e non soggiogata al potere più indifferente al bene collettivo; non perdano di vista che in ogni stato democratico l’informazione rappresenta il più grande antidoto contro le ingiustizie e contro i soprusi dei potenti;</p>
<p>8) gli italiani di origine straniera che sono in Italia, i quali con il loro lavoro contribuiscono alla prosperità del paese, e che sono trattati come cittadini di secondo rango, vittime di scoperte politiche razziste, e additati come responsabili delle disfunzioni derivate del malgoverno; si battano per i diritti e l’uguaglianza che la Costituzione garantisce loro, siano fieri dell’energia e delle culture che apportano a un paese dimentico del proprio passato e ripiegato su se stesso, e sappiano che le loro aspirazioni all’uguaglianza e alla fratellanza, le stesse che hanno fondato il paese che è ora il loro, il nostro, saranno fondamentali per mantenerne viva la democrazia;</p>
<p>9) gli italiani dell’ignorata diaspora intellettuale (i musicisti, i pittori, i ballerini, tutti gli altri artisti, i matematici, gli altri uomini di scienza, gli universitari, i ricercatori, i tecnici, gli architetti…), diaspora che il crescente degrado ingrosserà ancora, ma anche della diaspora non intellettuale (tutti quelli che sono andati per trovare lavoro, per sentirsi più liberi e meglio); tutte queste persone non sottomesse, e consce della vivifica apertura internazionale nella quale è germinato il Risorgimento, trovino il modo di far sapere che ci sono, e che pur essendo scappate sono attaccate ai destini del loro paese, e intendono avere voce in capitolo: creino blog e gruppi sulla rete, scrivano ai giornali e ai partiti, tempestino di lettere i ministeri che avrebbero dovuto occuparsi di loro, denuncino ai media nazionali e esteri la situazione che li ha fatti fuggire, sconfessino le bugie dei governanti (e il dilettantismo storiografico antirisorgimentale), aiutino chi ne ha bisogno a trovare un rifugio temporaneo;</p>
<p>10) i cittadini che vivono nelle zone dove la criminalità organizzata detta legge o anche solo sta ora dilagando: sappiano che la loro libertà personale e la loro dignità, quelle stesse garanzie perseguite dal Risorgimento, dipendono dalla capacità dello stato nazionale di debellare le strutture violente che li soggiogano e umiliano; lottino contro la corruzione dei politici, sappiano che senza di loro la giustizia non può vincere; i cittadini che vivono dove politicanti ignari della storia (che falsificano a proprio uso e consumo) e dei valori risorgimentali predicano velleitarie e irrealistiche secessioni, denuncino le corrotte reti di dominio che questi hanno costruito, smascherino le menzogne (e l’odio razziale) che coprono l’inadeguatezza ad affrontare i veri problemi in un mondo globalizzato; tutte queste persone non dimentichino che la forza vincente del Risorgimento è stata quella di unire gli ideali di giustizia e fratellanza alle preoccupazioni economiche: da lì è venuta la relativa (rispetto alla situazione precedente) prosperità;</p>
<p>11) gli studiosi e i tecnici dell’ambiente e i semplici amanti della natura: dedichino una parte del loro tempo a osteggiare la rapace distruzione del paesaggio, denuncino le costruzioni abusive, si oppongano alle cementificazioni inutili e agli sfruttamenti irreversibili o anche solo, come molte associazioni già fanno, alla caccia di frodo; non dimentichino che il paesaggio è la nostra principale ricchezza, sappiano che la loro battaglia è per il bene di tutti, e che la riteniamo essenziale.</p>
<p><em>[una versione abbreviata di questo testo esce sul quotidiano &#8220;Trentino&#8221; del 17.03.11]</em></p>
<p><em><strong>[l&#8217;immagine: Mattia Paganelli (1985)]</strong><br />
</em></p>
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		<title>mio cattivo maestro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Mar 2011 08:30:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio [Il 12 marzo ci sarà la manifestazione nazionale sulla/ per la/ della scuola, io ci andrò. Qui di seguito l&#8217;intervento che ho scritto per l&#8217;Unità e che è stato pubblicato il 4 marzo scorso] Si impara prima della scuola, dopo la scuola, nonostante la scuola. Tuttavia purché questa esperienza comune non si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/drive-in-407x300.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-38349 alignnone" style="margin: 8px;" title="drive-in-407x300" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/drive-in-407x300.jpg" alt="" width="357" height="250" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><span style="color: #3366ff;">[Il 12 marzo ci sarà la manifestazione nazionale sulla/ per la/ della scuola, io ci andrò. Qui di seguito l&#8217;intervento che ho scritto per l&#8217;Unità e che è stato pubblicato il 4 marzo scorso]</span></p>
<p>Si impara prima della scuola, dopo la scuola, nonostante la scuola. Tuttavia purché questa esperienza comune non si trasformi in metafisica, la scuola deve esserci. L’articolo 33 della Costituzione stabilisce che <em>Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato</em> e che <em>La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali</em>. Le scuole pubbliche rappresentano dunque lo standard educativo del nostro paese e la legge, stabilendo i diritti delle scuole non statali, stabilisce pure gli obblighi – esami di stato regolari, docenti pagati secondo un contratto nazionale, corrispondenza tra cattedra d’insegnamento e disciplina insegnata, buste paga reali. La frase <em>La scuola pubblica non inculca</em>, poi smentita e ritoccata, lungi dall’essere un giudizio sulla situazione della scuola italiana, è, come spesso accade al primo Ministro e ai suoi epigoni, pubblicità. Se non lo fosse terrebbe conto di quella <em>parità per eccesso</em> tra scuola statale e scuola non statale che, nell’articolo 33, è rappresentata dai diritti e dagli obblighi. Se non fosse pubblicità, inoltre, l’asserzione si presterebbe alla patologia del dettato costituzionale all’equipollenza: se la scuola statale non educa allora non educa neppure la scuola non statale.<br />
<span id="more-38347"></span><br />
<em>Il pensiero di chi vuol leggere nelle parole del premier un attacco alla scuola pubblica è figlio dell’erronea contrapposizione tra scuola statale e scuola paritaria. Per noi, e secondo quanto afferma la Costituzione italiana, la scuola può essere sia statale sia paritaria. In entrambi i casi è un’istituzione pubblica, cioè al servizio dei cittadini… Silvio Berlusconi ha solo difeso la libertà di scelta educativa delle famiglie</em>. Il Ministro Gelmini, a parte la faccenda dell’equipollenza alla quale mi pare sommamente disinteressata, e a parte la contrapposizione incomprensibile, in questo contesto, per un Ministro della Repubblica tra <em>statale</em> e <em>pubblico</em>, non ha detto nulla di particolarmente falso poiché è una evidenza che per il Primo Ministro il sistema educativo in contrapposizione alla scuola (pubblica e privata), è la televisione, che rappresenta la vera <em>libertà di scelta educativa delle famiglie</em>. Cambi canale e oscuri <em>l’influenza deleteria che nella scuola pubblica hanno avuto e hanno ancora oggi culture politiche, ideologie e interpretazioni della storia che non rispettano la verità</em>.</p>
<p>Silvio Berlusconi, proprietario di televisioni private, è il primo uomo che ha inserito, nei notiziari delle sue reti, gli indici di borsa, facendo sì che l’economia descrivesse un benessere più o meno percepito, e che trasformasse dunque i consumatori in telespettatori. Silvio Berlusconi, primo ministro di un paese democratico, attraverso gradi successivi di potere e delega, è l’uomo che può discriminare sulle programmazioni e i contenuti delle reti nazionali, e che ha potuto dunque trasformare i telespettatori in elettori. Questa ultima mutazione definisce un problema che per me si chiama monopolio di immaginario, ma che potrebbe pure chiamarsi, se amassi l’epica, golpe mediatico. Questo immaginario unico, dal quale siamo colonizzati, appartiene all’uomo che ha rivoluzionato la televisione italiana. E La rivoluzione, si sa, non si può fare con tanta eleganza e soprattutto è un atto di violenza. La principale violenza che subisco è dovermi ripetere, ogni volta che accendo la televisione Odio la televisione. Anche se non è vero, perché io sono anche la televisione di Silvio Berlusconi. E infatti capisco che la programmazione televisiva è come lo stato. Ma senza la costituzione. E capisco perché Silvio Berlusconi si accanisca e avanzi utopico <em>La vita può essere meravigliosa come la mia televisione</em>. Alle elezioni politiche, o amministrative, o ai referendum, votano gli stessi individui che guardano la televisione, me compresa. Siamo allenati a votare. E non certo dall’educazione civica nelle scuole o dalle discussioni politiche in strada, dai comizi dei partiti – dov’è la base? C’é solo quella della Lega Nord? Prima delle liste e dei programmi elettorali, di proporzionale sì maggioritario no o viceversa, le persone, che sono telespettatori, sanno già televotare.</p>
<p>Adesso, la mia indole democratica mi impedirebbe di giudicare il popolo sovrano. Tuttavia, quando la democrazia diventa una faccenda statistica, come lo share per esempio, la definizione del popolo sovrano si conficca come una spina sotto la pianta dei piedi. E, personalmente, mi fa zoppicare sulle mie convinzioni. Quando ascolto i proclami (sempre e comunque televisivi) del Premier capisco che la mia indole democratica non è il privilegio di qualsiasi cittadino nato in una repubblica, che ha studiato nella scuola pubblica e che ha usufruito del servizio sanitario nazionale. No. Questa indole risulta piuttosto l’ultimo snobistico avamposto del <em>culturame</em>, perché la democrazia, in un paese dove la dittatura dei canoni televisivi è l’unico valore politico sul quale dibattere, dove la televisione è il sistema educativo sostitutivo della scuola pubblica, è solo un corrotto e inutile <em>ancient regime</em>.</p>
<p>Non c’è libertà educativa senza possibilità di scelta. E non c’è scelta senza possibilità di comprensione. Non si va a scuola per essere <em>inculcati </em>si va a scuola per impedire che qualcuno o qualcosa ti <em>inculchi </em>e ti manipoli senza che tu ne te accorga.</p>
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		<title>Non c&#8217;è “tempo” da perdere!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 May 2010 14:24:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Ministro Gelimini]]></category>
		<category><![CDATA[Rete Scuole]]></category>
		<category><![CDATA[scuola pubblica]]></category>
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					<description><![CDATA[Milano, Mercoledì 19, alle ore 17.30 Teatrino del Parco Trotter ingresso da via Giacosa 46 (MM1 Rovereto) o da via Padova 69 (bus 56) Non c&#8217;è “tempo” da perdere! Per informazioni vedi qui.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/retescuole.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/retescuole-274x300.jpg" alt="" title="retescuole" width="274" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-34664" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/retescuole-274x300.jpg 274w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/retescuole-936x1024.jpg 936w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/retescuole.jpg 992w" sizes="auto, (max-width: 274px) 100vw, 274px" /></a></p>
<p><strong>Milano, Mercoledì 19, alle ore 17.30<br />
Teatrino del Parco Trotter</strong><br />
ingresso da via Giacosa 46 (MM1 Rovereto)<br />
o da via Padova 69 (bus 56)</p>
<p>Non c&#8217;è “tempo” da perdere!</p>
<p>Per informazioni vedi <a href="http://www.retescuole.net/">qui</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La scuola è finita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 May 2010 06:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Panaccione]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Liceo Keplero]]></category>
		<category><![CDATA[marco belpoliti]]></category>
		<category><![CDATA[riforma Gelmini]]></category>
		<category><![CDATA[scuola pubblica]]></category>
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					<description><![CDATA[Un appello di Marco Belpoliti Cari Amici e Amiche di Nazione Indiana, Vi mando queste poche righe che ho pubblicato ieri, 30 aprile, sulla Stampa di Torino. Sono scritte per il lettori di quel giornale, e in poco spazio. Ma credo che il tema del degrado della scuola causato dal ministro Gelmini e da questo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/scuola.gif"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/scuola.gif" alt="" title="scuola" width="394" height="174" class="alignnone size-full wp-image-33574" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/scuola.gif 394w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/scuola-300x132.gif 300w" sizes="auto, (max-width: 394px) 100vw, 394px" /></a></p>
<p>Un appello di <strong>Marco Belpoliti</strong></p>
<p>Cari Amici e Amiche di Nazione Indiana,<br />
Vi mando queste poche righe che ho pubblicato ieri, 30 aprile, sulla <em>Stampa </em>di Torino. Sono scritte per il lettori di quel giornale, e in poco spazio. Ma credo che il tema del degrado della scuola causato dal ministro Gelmini e da questo governo sia molto grave. Tutti quelli che hanno figli a scuola lo toccano con mano ogni giorno.<br />
Il mio articolo è davvero poca cosa, ma dice una cosa concreta, a partire dal caso del Liceo Keplero di Roma.<br />
L&#8217;opposizione fa qualcosa per questo?<br />
Mi pare di no. O se sì, non abbastanza.<br />
Perché non usare il web per lanciare una proposta di mobilitazione, scuola per scuola, di fronte a questa situazione?<br />
Nazione Indiana può fare qualcosa?<br />
Tocca a noi reagire e non accettare passivamente quello che accade Come un destino ineluttabile: non ci sono soldi&#8230;<br />
Un caro saluto<br />
Marco Belpoliti<br />
<span id="more-33568"></span><br />
***<br />
La qualità costa. Lo sanno i produttori di automobili e come quelli di vino, i centri di ricerca sul cancro come le scuole. Il preside Antonio Panaccione del liceo Keplero di Roma ha scritto al ministro Gelmini per rappresentarle una verità elementare: per avere dei buoni risultati bisogna investire tempo e denaro. La scuola non è un’azienda, ma qualcosa di più complesso; se le si tolgono investimenti, i risultati non arrivano. Panaccione lo spiega cifre alla mano: un tempo riceveva dallo Stato 600 mila euro l’anno, ora gliene arrivano 130 mila. Non c’è un euro per i corsi di recupero di cui avranno bisogno la metà dei suoi studenti. Che fare? Dice il preside: o tutti bocciati o tutti promossi.<br />
La riforma Gelmini appare perciò come una controriforma: a diminuire; e in prospettiva, a perdere, là dove invece in tutti i paesi del mondo industrializzato, in Europa come in Asia, oggi s’investe sulla scuola. O forse il ministro punta in questo modo a spostare il problema sulle famiglie? Al posto di corsi di recupero, lezioni private, magari pagate in nero. Per chi può; gli altri amen. La scuola italiana rischia sempre più il collasso e la riforma ci fa tornare alla caricatura del Sessantotto, a quel detestabile sei politico che tutti rifiutano come livellamento verso il basso di ogni possibile eccellenza. Il preside Panaccione lo preannuncia come unica, provocatoria soluzione per i ragazzi del Keplero. Andate promossi, i soldi non ci sono più. Ite missa est.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>ma è un ragazzo in gamba</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Apr 2010 08:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[alunni stranieri]]></category>
		<category><![CDATA[articolo 45 del Decreto della Presidenza della Repubblica n. 394 del 1999]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[disagio]]></category>
		<category><![CDATA[inserimento]]></category>
		<category><![CDATA[paola lodola]]></category>
		<category><![CDATA[scuola pubblica]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paola Lodola Stando a recenti analisi, gli studenti stranieri che cominciano a studiare in Italia da preadolescenti sono quelli che devono affrontare le difficoltà più grandi, più di quelli che arrivano da bambini, ma anche più di quelli che si inseriscono nel sistema scolastico italiano da adolescenti. Perché? Come ha descritto Graziella Favaro in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/cbce3783f42030f163403f0851481ec6.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/cbce3783f42030f163403f0851481ec6-300x203.jpg" alt="" title="cbce3783f42030f163403f0851481ec6" width="300" height="203" class="aligncenter size-medium wp-image-33443" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/cbce3783f42030f163403f0851481ec6-300x203.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/cbce3783f42030f163403f0851481ec6.jpg 460w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Paola Lodola</strong></p>
<p>Stando a recenti analisi, gli studenti stranieri che cominciano a studiare in Italia da preadolescenti sono quelli che devono affrontare le difficoltà più grandi, più di quelli che arrivano da bambini, ma anche più di quelli che si inseriscono nel sistema scolastico italiano da adolescenti. Perché? Come ha descritto Graziella Favaro in un recente incontro sugli stranieri e la scuola organizzato a Milano dal Centro Come, un ragazzino di undici o dodici anni non ha più l’apertura, che hanno i bambini più piccoli, per imparare una lingua come un gioco e, d’altro canto, non sente ancora la responsabilità di dover affrontare la faccenda per senso del dovere verso la propria famiglia, come accade ai più grandi. Inoltre se per un bambino la gratificazione che deriva dal rapporto con un’insegnante attenta è sufficiente e incoraggiante in sé, e se per i ragazzi più grandi torna possibile stabilire un’alleanza forte con un adulto di riferimento, nella preadolescenza gli interlocutori privilegiato sono i coetanei.<br />
<span id="more-33442"></span><br />
A dodici anni ci si sente giudicati, criticati o accettati dai coetanei, più che in altre età. Degli adulti importa meno. È con i coetanei che si perde la faccia, o la si conquista. E senza una lingua per relazionarsi, un giovane sente di vivere una regressione fortissima. Non è un caso che i neoarrivati siano sempre descritti come timidi, insicuri, chiusi. Le scuole più attrezzate, gli insegnanti più attenti, queste cose le sanno, e provvedono. Anzitutto badano a che l’inserimento avvenga nella classe dei coetanei. Sanno che incastrare un dodicenne in quinta elementare è un errore di strategia, oltre che, nella maggior parte dei casi, un’illegalità. Coinvolgono la classe intera da subito, lavorano tranquille perché sanno che non stanno facendo perdere tempo agli italofoni, anzi. Hanno le idee ben chiare su quante cose i loro studenti potranno apprendere se tutti si impegneranno a sostenere i nuovi compagni. Per esempio in fatto di life skills, le cosiddette competenze per la vita, di cui si parla all’Organizzazione mondiale per la Sanità e nei workshop internazionali dell’Unicef, abilità fondamentali che non a caso il nuovo curriculum europeo costringe a mettere in evidenza: possedere capacità empatiche e idee creative, gestire le emozioni, possedere un pensiero critico, saper verbalizzare le proprie idee, e si potrebbe continuare. Se ben orchestrati, sono i ragazzi a garantire la migliore riuscita scolastica degli alunni stranieri, facendoli sentire bene. </p>
<p>L’articolo 45 del Decreto della Presidenza della Repubblica n. 394 del 1999, quello che regolamenta l’inserimento degli alunni stranieri nella scuola italiana, è spesso disatteso, sebbene sia tuttora in vigore. È una legge bellissima che comincia così:</p>
<p>“1. I minori stranieri presenti sul territorio nazionale hanno diritto all’istruzione indipendentemente dalla regolarità della posizione in ordine al loro soggiorno, nelle forme e nei modi previsti per i cittadini italiani. Essi sono soggetti all’obbligo scolastico secondo le disposizioni vigenti in materia. L’iscrizione dei minori stranieri nelle scuole italiane di ogni ordine e grado avviene nei modi e alle condizioni previsti per i minori italiani. Essa può essere richiesta in qualunque periodo dell’anno scolastico. I minori stranieri privi di documentazione anagrafica ovvero in possesso di documentazione irregolare o incompleta sono iscritti con riserva.</p>
<p>2. L’iscrizione con riserva non pregiudica il conseguimento dei titoli conclusivi dei corsi di studio delle scuole di ogni ordine e grado. In mancanza di accertamenti negativi sull’identità dichiarata dall’alunno, il titolo viene rilasciato all’interessato con i dati identificativi acquisiti al momento dell’iscrizione”. </p>
<p>Quanto ai criteri che gli insegnanti devono seguire per individuare la classe a cui destinare i neoarrivati, la legge è chiarissima, accorta, e lungimirante. “I minori stranieri soggetti all’obbligo scolastico vengono iscritti alla classe corrispondente all’età anagrafica, salvo che il collegio dei docenti deliberi l’iscrizione ad una classe diversa, tenendo conto:</p>
<p>a) dell’ordinamento degli studi del Paese di provenienza dell’alunno, che può determinare l’iscrizione ad una classe immediatamente inferiore o superiore rispetto a quella corrispondente all’età anagrafica;<br />
b) dell’accertamento di competenze, abilità e livelli di preparazione dell’alunno;<br />
c) del corso di studi eventualmente seguito dall’alunno nel Paese di provenienza;<br />
d) del titolo di studio eventualmente posseduto dall’alunno.</p>
<p>Nella classe corrispondente all’età anagrafica dunque o in quella immediatamente inferiore o superiore. Gli arretramenti devono essere deliberati dal collegio docenti e sono possibili solo dopo aver riscontrato abilità e livelli di preparazione inadeguati. Non certo nell’uso dell’italiano, bensì nelle competenze e nelle capacità trasversali. Quanti sono i collegi docenti che prendono sul serio questo decreto della Presidenza della Repubblica? che sono capaci di valutare per davvero uno studente moldavo o cinese o bengalese prima di decidere in quale classe inserirlo? Quanti sono i collegi docenti che hanno motivato un ritardo maggiore di un anno solo dopo averlo misurato realmente?</p>
<p>Spesso sono gli insegnanti più materni a prendere le decisioni peggiori. Convinti di essere più importanti loro, e quello che sapranno insegnare, dei compagni di banco e di intervallo, se devono inserire un dodicenne o un tredicenne, tre volte su quattro lo mettono in prima media: “così fa tutto il ciclo da noi”. Per il loro bene si dimenticano di fare i conti, e di capire se al malcapitato avanzerà il tempo per fare una scuola superiore e magari prendersi un diploma. </p>
<p>Un inserimento fatto male provoca danni che possono diventare indelebili, umiliazioni a cui non sarà facile rimediare. </p>
<p>Alcuni ragazzi, venuta meno la possibilità di relazionarsi con i coetanei a scuola, poco a poco abbandonano, se ne stanno per strada a fare skateboard o basket o niente, e della scuola smettono di avere l’abitudine. Perduto il linguaggio delle parole, adottano quello del corpo. Alcuni si rintanano in un ruolo da primo attore, sempre in mostra e sopra le righe. Altri, i più deboli, si rintanano in casa. Per loro accettare la doppia involuzione a cui sono stati sottoposti, la mancanza delle parole e la retrocessione scolastica, è una prova difficilissima da sostenere. </p>
<p>Chi non smette di frequentare la scuola spesso si isola o è isolato da compagni troppo più giovani di lui per non vederlo come un marziano. </p>
<p>Un inserimento fatto senza mettere al primo posto il parametro dell’età, presto o tardi, comporterà di dover convincere qualche scolaro che il loro nuovo compagno, alto due spanne più di lui, è stato retrocesso e quindi studierà lì, ma è un ragazzo in gamba. Presto o tardi capiterà che una tredicenne non vorrà più cambiarsi per fare ginnastica se deve condividere lo spogliatoio con delle bambine di undici anni. Per discutere di costei, e delle sue inspiegabili, improvvise chiusure verso l’attività fisica, le insegnanti di cui sopra si dichiareranno disponibili a convocare consigli di classe straordinari. Il giorno stabilito le si potrà vedere nei corridoi con il volto delle martiri perché ancora una volta staranno a scuola due ore in più dell’orario. Ma neppure per un secondo si fermeranno a pensare che il disagio che si accingono a risolvere, con zelo e professionalità, l’hanno creato loro.</p>
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		<title>Liberi di non credere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2009 17:31:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[20 settembre]]></category>
		<category><![CDATA[laicità]]></category>
		<category><![CDATA[obiezione di coscienza]]></category>
		<category><![CDATA[Risorgimento]]></category>
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					<description><![CDATA[di UAAR Il 19 settembre a Roma avrà luogo LIBERI DI NON CREDERE, il primo meeting per un paese laico e civile. A partire dalle 15 si succederanno brevi interventi di soci UAAR e di testimoni di piccole e grandi battaglie laiche; faranno seguito gli interventi di Franco Grillini, Valerio Pocar, Laura Balbo, Carlo Flamigni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di UAAR</p>
<p>Il 19 settembre a Roma avrà luogo LIBERI DI NON CREDERE, il primo meeting per un paese laico e civile. A partire dalle 15 si succederanno brevi interventi di soci UAAR e di testimoni di piccole e grandi battaglie laiche; faranno seguito gli interventi di Franco Grillini, Valerio Pocar, Laura Balbo, Carlo Flamigni e del segretario UAAR Raffaele Carcano. Saranno trasmessi videointerventi di Margherita Hack e Piergiorgio Odifreddi. In serata avrà luogo un concerto gratuito con la partecipazione di Paolo Ferrarini, Just for Jam, Banda Putiferio e Ratti della Sabina; inoltre poesie e i monologhi di Francesca Fornario. L&#8217;indomani, alle 9.30, una corona sarà deposta in occasione della cerimonia ufficiale presso la Breccia di Porta Pia in Corso Italia.  Il programma completo è stato pubblicato alla pagina www.uaar.it/uaar/meeting/2009/programma. Alla pagina www.uaar.it/uaar/19-settembre si potrà inoltre trovare la presentazione e le rivendicazioni del meeting, le adesioni raccolte, informazioni su come raggiungerlo e su dove pernottare, il banner e lo spot radiofonico attualmente in corso di diffusione su PopolareNetwork.  L&#8217;UAAR invita tutti i soci e i simpatizzanti ad aderire (adesioni19settembre@uaar.it), a partecipare e a diffondere la notizia. Vediamoci a Roma, piazzale Ankara, il 19 settembre. È un appuntamento importantissimo per la libertà e i diritti di noi tutti.<span id="more-22164"></span><br />
Erano pochi milioni, cent’anni fa. Oggi sono circa un miliardo. Il formidabile aumento del numero dei non credenti è l’unica, rilevante novità nel panorama religioso mondiale degli ultimi decenni. Un fenomeno che, peraltro, nei paesi democratici non accenna affatto a fermarsi: una crescita che, significativamente, non è il frutto dell’opera di ‘missionari’ dell’ateismo e dell’agnosticismo, ma l’esito di centinaia di milioni di riflessioni individuali. Circostanza ancora più eloquente, la loro diffusione è maggiore quanto maggiore è la diffusione del benessere, dell’istruzione, della libertà di espressione. Lungi dal portare le società alla rovina, come vaticinano leader religiosi incapaci di trovare risposte più adeguate alla secolarizzazione, atei e agnostici ne rappresentano la parte più dinamica, quella che più contribuisce alla loro crescita: rispetto alla media della popolazione sono più giovani, più istruiti, più aperti al nuovo, più tolleranti nei confronti di chi viene troppo spesso dipinto come ‘diverso’: stranieri, omosessuali, ragazze madri, appartenenti a religioni di minoranza.<br />
Quasi ovunque il mondo politico ha registrato questi cambiamenti, improntando le legislazioni nazionali a norme sempre meno dipendenti dall’etica religiosa prevalente (ancora per quanto?), e valorizzando per contro l’autodeterminazione dei singoli individui. Persino in una “nazione cristiana” quale sono ritenuti gli Stati Uniti, un americano su sette non appartiene ad alcuna religione: non è un caso che, nel suo discorso di insediamento, Barack Obama abbia esplicitamente riconosciuto il ruolo dei non credenti.<br />
Un solo paese occidentale sembra fare eccezione, nonostante la religiosità sia in calo anche lì. È il paese con la classe politica meno apprezzata, con i livelli più bassi di libertà di espressione: un paese che tanti, in patria e all’estero, ritengono in declino. Quel paese è il nostro, quel paese è l’Italia. Un paese dove i non credenti sono i paria della società, relegati dalla legge (e dal condizionamento sociale) a cittadini di quinta categoria: l’incredulità viene buona ultima, quanto a diritti, dopo la Chiesa cattolica, le confessioni sottoscrittrici di Intesa, i culti ammessi e le confessioni non registrate. Un paese dove si può essere censurati se si tenta di scrivere che Dio non esiste. Un paese dove, in televisione, è impossibile ascoltare una critica alle gerarchie ecclesiastiche.<br />
Eppure gli atei e gli agnostici non sono affatto pochi: anche in Italia, un cittadino su sette non crede. Ma nessuno lo ascolta. Certo, il servilismo del mondo politico e dei mass media italiani non teme, come si è detto, confronti con altri paesi. Ma anche gli increduli hanno le loro responsabilità. Se vogliono non essere discriminati sui luoghi di lavoro; se desiderano che i loro figli, a scuola, non siano confinati in un ghetto; se non accettano che ingenti somme delle (scarse) finanze pubbliche finanzino organizzazioni confessionali; se, in poche parole, pensano che l’Italia debba realmente essere uno Stato laico e democratico, che tratta tutti i cittadini allo stesso modo, è necessario far sentire la propria voce. Finora non è mai accaduto: mai atei e agnostici hanno manifestato per i loro diritti civili.<br />
Atei e agnostici non credono nei miracoli: sanno benissimo che, per ottenere dei cambiamenti, è necessario darsi da fare. È dunque venuto il tempo, anche per i non credenti, di mobilitarsi. Per questo motivo l’UAAR, l’associazione di promozione sociale che unisce gli atei e gli agnostici, indice per sabato 19 settembre, alle ore 15, nell’area antistante lo stadio Flaminio (Piazzale Ankara) a Roma<br />
LIBERI DI NON CREDERE primo meeting nazionale per un paese laico e civile<br />
La data scelta non è casuale. I diritti dei non credenti possono essere riconosciuti solo laddove non c’è alcuna religione di Stato, di fatto e/o di diritto. Il 20 settembre 1870 non venne meno solo una religione di Stato; fu abbattuto un regime teocratico all’interno del quale era impossibile dichiararsi pubblicamente atei o agnostici. Molti, quel giorno, ritennero a portata di mano la realizzazione di una società, in cui una libera Chiesa costituisse solo una parte, non privilegiata, di un libero Stato. Quel progetto, faticosamente avviato, fu poi bloccato dal ventennio fascista, dal cinquantennio democristiano e da un quindicennio di confessionalismo bipartisan.<br />
Ora i tempi sono cambiati. Non intendiamo rievocare con nostalgia l’epopea risorgimentale: vogliamo invece impegnarci nella costruzione di una società moderna, laica, europea.<br />
Vogliamo l’uguaglianza, giuridica e di fatto, di credenti e non credenti<br />
Vogliamo l’affermazione concreta della laicità dello Stato<br />
Vogliamo la fine di ogni privilegio, di diritto e di fatto, accordato alle confessioni religiose<br />
Vogliamo che le concezioni del mondo non religiose abbiano la stessa visibilità e lo stesso rispetto delle concezioni del mondo religiose<br />
In particolare, chiediamo: Avvio di un processo per il superamento del regime concordatario Riconoscimento delle unioni civili Aumento delle risorse pubbliche stanziate per la ricerca scientifica Rimozione degli ostacoli frapposti alla contraccezione d’emergenza (c.d. “pillola del giorno dopo”) Abolizione dei limiti all’accesso alla fecondazione artificiale introdotti dalla legge 40/2004 Abolizione dell’obiezione di coscienza nei reparti di ginecologia degli ospedali pubblici Introduzione della pillola RU-486 e presenza capillare di consultori pubblici Legalizzazione dell’eutanasia attiva volontaria Riconoscimento delle direttive anticipate di fine vita Rimozione di ogni discriminazione basata sull’orientamento sessuale Possibilità per tutti i cittadini di poter abbandonare formalmente la propria religione Disponibilità su tutto il territorio nazionale di strutture per la cremazione e di sale del commiato laiche Disponibilità, su tutto il territorio nazionale, di luoghi solenni e tempi consoni per il matrimonio civile Edifici pubblici laici, non contrassegnati dal simbolo della Chiesa cattolica Rispetto delle leggi sull’inquinamento acustico anche da parte delle confessioni religiose Abolizione delle leggi di tutela penale in materia religiosa Fine dei privilegi delle confessioni religiose nelle strutture obbliganti (ospedali, carceri, caserme&#8230;) Riduzione dei tempi per l’ottenimento della separazione e del divorzio Introduzione del sistema tedesco, per il quale solo i contribuenti che vogliono espressamente finanziare la loro fede pagano la tassa di religione Fine del versamento di fondi comunali alle confessioni religiose quali oneri di urbanizzazione secondaria Una scuola pubblica laica: dove chi non frequenta le ore di religione cattolica non sia discriminato; dove lo stesso insegnamento religioso cattolico sia sostituito da educazione civica o studio di religioni e filosofie non confessionali; dove non si svolgano atti di culto, visite pastorali o altre azioni di evangelizzazione; dove si insegnino l’evoluzionismo e il pensiero critico; alla quale siano destinati i fondi attualmente riversati su un sistema di scuole private ghettizzante e inefficiente.</p>
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		<title>Voglio chiamarvi Signori perché Ragazzi mi ha stufato [scuola/4]</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/10/21/voglio-chiamarvi-signori-perche-ragazzi-mi-ha-stufato/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Oct 2008 05:00:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Vorrei morire a questa età Vorrei star fermo mentre il mondo va Ho quindici anni BAUSTELLE, Charlie fa il surf di Chiara Valerio Io non vi vedo e non vi sento. Certe volte quando cammino per i corridoi controllo di non avere le orecchie piene d’ovatta e i paraocchi. Non parlo delle chiacchiere intorno ai [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://Nessuna"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-9878" title="foto20di20classe20terza20elementare20anno201948" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/foto20di20classe20terza20elementare20anno201948-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" /></a></p>
<p style="text-align: right;"><em></em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Vorrei morire a questa età<br />
Vorrei star fermo mentre il mondo va<br />
Ho quindici anni</em><br />
BAUSTELLE, <em>Charlie fa il surf</em></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><strong></strong><br />
Io non vi vedo e non vi sento. Certe volte quando cammino per i corridoi controllo di non avere le orecchie piene d’ovatta e i paraocchi. Non parlo delle chiacchiere intorno ai distributori di snack o dei gruppi variopinti che, al cambio dell’ora, si assiepano agli infissi delle porte. E nemmeno delle spinte nei bagni o dei calci in palestra. Io parlo della voce. E dei pugni. Forse ci state bene, forse io non capisco, forse è l’ennesimo intervallo passato in aula a discutere mentre fuori c’è il sole. La voce di chi viene considerato un numero, i pugni in tasca di chi, a ben guardare, conta solo come valore statistico anche se non lo è nemmeno per un attimo, nemmeno al censimento. Dovreste farvi sentire, assordare o spaccare tutto.<br />
Sì l’ho detto, non guardatemi a quel modo. Ho detto proprio spaccare.<br />
<span id="more-9876"></span><br />
Un poco mi conoscete, io non sono una donna violenta, anzi, pure con voi che usate i banchi come cuscini da baruffa, penso sempre che le parole risolvono perché spiegano. E quindi parlo e basta. Eppure mi arrabbio a vedervi così inermi, così imbracati nella vostra spensieratezza da diventare la carne da macello del sistema. La benzina sottocosto rispetto al mercato del carburante.<br />
Sì l’ho detto, non fate quelle facce. Ho parlato proprio di mercato.</p>
<p>I toni sono questi. Urla, grida e carne da macello. Vi stanno comprando a etti e non fate niente. Se avessi abbastanza soldi vi comprerei io tutti quanti. Spererei in uno sconto grandi quantità, ma vi comprerei.<br />
Non sono neppure sicura che abbiate sentito parlare della riforma scolastica, che il coro di no, di stop, di fermi tutti, vi sia arrivato alle orecchie. Dovete averlo sentito nonostante le cuffie I Pod. Io ho un lettore mp3 che non è un I Pod e voi ancora non riuscite a crederci. Siamo a cavallo, abbiamo una di quelle esperienze che nella scuola-del-fare sembrano necessarie a imparare pure l’algebra simbolica! Ecco, guardate me e il mio lettore e pensate a me che guardo voi in balia di una riforma scolastica dove non si parla mai degli studenti. Mai, se non per dire che, nelle statistiche europee, sono trentatreesimi per competenze di lettura e trentottesimi per competenze matematiche. Siete! Così si parla di voi, siete questo ambo, e penso che sia il momento che qualcuno sprovvisto di schermo e antenna, ve lo dica.</p>
<p>E vi spieghi cosa significa. In fondo è anche il mio lavoro. Spiegarvi quello che da soli imparereste comunque ma con parole nuove e tempi richiesti differenti. Io non vi chiedo di imparare, lo fate già da soli e senza tanti apparati. Io vi chiedo di imparare una certa cosa in un certo tempo. Come voi mi pregate di passare all’I Pod entro l’estate.<br />
Cercherò di essere chiara una volta tanto e non come quando cerco di farvi capire perché i logaritmi hanno semplificato il calcolo delle potenze e delle radici. Nella scuola di oggi tagliare i docenti significa tenervi chiusi in un’aula come questa per quattro o cinque ore al giorno.<br />
Ecco, almeno le vacche nelle stalle fanno il latte e le pecore negli ovili brucano l’erba. E voi?<br />
Con le vostre gambe lunghe, i vostri telefoni cellulari sempre accesi, i vostri diari mondo e i quaderni più spessi di enciclopedie, le vostre curiosità che ogni tanto si risvegliano e cercano aria e vento, le vostre intolleranze posturali come potete rimanere tutto questo tempo in aule così anguste? O forse no. Ma come potete accettare taciti e silenziosi questa riforma senza farci giurare che con i soldi tagliati al corpo docente potenzieremo laboratori e strutture e progetti. Come potete? O sì?</p>
<p>Non serbatemi rancore se mi sono messa tra quelli che vi stanno rovinando. Io da sola non posso fare niente. Il mio niente peggiora la vostra situazione.</p>
<p>Non voglio fare il sollevatore, lo sapete che sono la donna più reazionaria del mondo, ci diamo del lei da quattro anni, non vi ho mai accompagnato in gita, alcuni dei vostri genitori pensano che io stia alla base dei vostri problemi di autostima.</p>
<p>Non voglio fare l’agitatore ma almeno, per una questione di geometria, di ordine, di senso e di misture di deodoranti che inibiscono il pensiero, non potete accettare di rimanere per quattro o cinque ore in quaranta in un’aula. E non venite a parlarmi dell’intervallo perché lo vedete che siete tutti qui a sentirmi parlare di quanto è brutto vedervi supini a qualsiasi vessazione.<br />
E non guardatemi come se fossi io la prima a vessarvi, non è così.</p>
<p>Voglio che facciate quello che a me non è riuscito da studente e che adesso mi riesce poco da docente. Voglio che vi prendiate quello che vi tocca.</p>
<p>Il diritto costituzionale a raggiungere i gradini più alti degli studi.</p>
<p>Ecco, vi dirò questo, prima o poi.<br />
Forse quando resterete in classe durante l’intervallo.</p>
<p>[Questo racconto è uscito ieri su <strong>Il Mese</strong> supplemento al numero 39 di <strong>Rassegna sindacale</strong>]</p>
]]></content:encoded>
					
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