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	<title>Seconda Guerra Mondiale &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Amici per paura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Feb 2019 06:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Ferruccio Parazzoli]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda Guerra Mondiale]]></category>
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					<description><![CDATA[  di Gianni Biondillo Ferruccio Parazzoli, Amici per paura, SEM, 2017, 219 pagine Francesco è un bambino di otto anni. Per lui la guerra è una cosa di soldatini di carta da ritagliare sul tavolo della cucina, un&#8217;avventura fiabesca, un gioco di eroi immaginari, dove, in fondo, nessuno muore mai. Poi il 19 luglio del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-78010 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/parazzoli.jpg" alt="" width="283" height="427" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/parazzoli.jpg 283w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/parazzoli-199x300.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/parazzoli-250x377.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/parazzoli-200x302.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/parazzoli-160x241.jpg 160w" sizes="(max-width: 283px) 100vw, 283px" />  di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="LEFT"><b>Ferruccio Parazzoli, </b><i><b>Amici per paura</b></i>, SEM, 2017, 219 pagine</p>
<p align="JUSTIFY">Francesco è un bambino di otto anni. Per lui la guerra è una cosa di soldatini di carta da ritagliare sul tavolo della cucina, un&#8217;avventura fiabesca, un gioco di eroi immaginari, dove, in fondo, nessuno muore mai. Poi il 19 luglio del 1943 la guerra, con tutta la sua brutalità, arriva anche a Roma. I bombardamenti devastano interi quartieri della capitale. Alla famiglia di Francesco non resta che sfollare nelle Marche. Una nuova avventura per Francesco, che di pagina in pagina crescerà e muterà le sue idee nei confronti degli “eroici” fascisti e dei temibili “alleati”. Nelle Marche conoscerà storie magiche, nuove amicizie, preti comunisti, appigliato alla incrollabile certezza infantile che in guerra i bambini non muoiono mai. È roba da grandi.</p>
<p align="JUSTIFY">Ferruccio Parazzoli scrive con la grazia del miglior novecento italiano senza averne la pedanteria. Una scrittura già classica eppure perfettamente contemporanea. Non conosco la biografia dell&#8217;autore, ma le poche note nella bandella mi fanno pensare che <i>Amici per paura</i> più che un romanzo storico sia piuttosto un memoire autobiografico: non una ricostruzione filologica, ma un flusso di ricordi, spesso minori, a lato della Grande Storia, ma proprio per questi più veri, più vividi.</p>
<p align="JUSTIFY">Fra il fronte alleato che non sfonda a Cassino, il padre del protagonista che raggiunge la famiglia nottetempo travestito da prete, zii con la camicia nera e vicini di casa partigiani, fra sospetti reciproci e nuove compagnie di ventura, fra fughe e ritorni in città, <i>Amici per paura</i> sembra quasi non abbia un filo narrativo forte, ma sia composto da episodi all&#8217;apparenza slegati, lampi di luce sul passato, dove un bambino, nel giro di due anni (e duecento pagine) conoscerà la durezza e la violenza della fame e della guerra, riuscendo comunque a non perdere mai la propria innocenza.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>precedentemente pubblicato su</em> Cooperazione,<em> numero 18, del 2 maggio 2017</em>)</p>
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		<title>Mia madre è il Novecento. Dialogo con Natascha Wodin</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/01/03/mia-madre-e-il-novecento-dialogo-con-natascha-wodin/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jan 2019 06:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[l'orma editore]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori forzati]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura tedesca contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Federici Solari]]></category>
		<category><![CDATA[Natascha Wodin]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda Guerra Mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[Veniva da Mariupol]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio Lo scorso dicembre Natascha Wodin ha presentato Veniva da Mariupol (L’Orma editore 2018) a Roma, nell’ambito di Più libri più liberi. È stato il primo appuntamento italiano per l’autrice tedesca e il libro, dunque un&#8217;occasione per conoscerla e ascoltarla. Trascrivo qui stralci dalla nostra conversazione. Con una precisazione. Le mie domande erano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p>Lo scorso dicembre Natascha Wodin <a href="https://www.lormaeditore.it/libro/9788899793586" target="_blank" rel="noopener">ha presentato <em>Veniva da Mariupol</em></a> (L’Orma editore 2018) a Roma, nell’ambito di <em>Più libri più liberi</em>. È stato il primo appuntamento italiano per l’autrice tedesca e il libro, dunque un&#8217;occasione per conoscerla e ascoltarla. Trascrivo qui stralci dalla nostra conversazione. Con una precisazione. Le mie domande erano preparate, quindi scritte. Mentre Wodin ovviamente ha risposto a braccio, ed è stata poi tradotta da Marco Federici Solari.</p>
<p><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-77145" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/wodin.jpg" alt="" width="400" height="533" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/wodin.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/wodin-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/wodin-250x333.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/wodin-200x267.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/wodin-160x213.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p>→ → → Natascha Wodin è nata in Baviera nel 1945 da genitori ucraini deportati come forza lavoro durante la Seconda guerra mondiale e ha trascorso l’infanzia in un campo per sfollati. Nella sua opera si è confrontata a più riprese con il materiale autobiografico. Ha conseguito, tra gli altri, i prestigiosi Hermann-Hesse-Preis e Alfred-Döblin-Preis. <em>Veniva da Mariupol</em> ha vinto il Premio della Fiera di Lipsia 2017. È il suo decimo libro. In Italia è uscito un altro titolo: <em>Avrò vissuto un giorno</em> (Einaudi 1995, traduzione di Paola Albarella). Poi una lunga parentesi che si chiude con la pubblicazione di <em>Veniva da Mariupol</em>, nella traduzione di Marco Federici Solari e Anna Ruchat.</p>
<p>Straordinario romanzo-ricerca sul passato, <em>Veniva da Mariupol </em>ricostruisce l’epopea di una famiglia di origini russe e ucraine prima incenerita dal regime sovietico, poi ridotta in schiavitù, insieme a migliaia di <em>Ostarbeiter</em>, nei lager e nelle fabbriche dei nazisti. È la famiglia della scrittrice. Sua madre, suo padre; e poi, lasciati indietro nel tempo e nelle geografie: cugine, zie, nonni ucraini, russi, italiani&#8230; Una storia che riemerge dalla memoria e dall’uso sapiente di Internet. Una vera e propria inchiesta digitale che consente all’autrice di ritrovare vicende e persone. Navigando su un sito internet russo, Wodin si imbatte in una traccia della madre, morta da decenni, di cui ignora pressoché tutto. Digita il suo nome e le appare un risultato che restituisce la sua data di nascita, il 1920, e il luogo, Mariupol, porto ucraino del Mar Nero. Inizia così una <em>quest</em> tanto appassionante quanto inevitabile per l’autrice tra le peripezie di una donna e della sua famiglia dispersa e travolta dalle guerre, dalla rivoluzione e infine dal crollo dell’impero sovietico. Per approfondire i temi del libro si vedano la recensione di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/12/13/il-trauma-e-le-radici-veniva-da-mariupol/"><strong>Valentina Parisi, <em>Il trauma e le radici</em></strong> (Nazione Indiana, 2018)</a>, e il saggio di <a href="https://www.doppiozero.com/materiali/mariupol-e-loblio-della-storia" target="_blank" rel="noopener"><strong>Paola Albarella, <em>Mariupol e l’oblio della storia</em></strong> (Doppiozero, 2017)</a>. ← ← ←</p>
<p><strong>D.O.</strong><em> Possiamo definirlo un romanzo?</em></p>
<p><strong>N.W.</strong> È il libro più autobiografico che ho scritto. Non c&#8217;è quasi niente di inventato. Ho fatto molte ricerche per scriverlo e tutto quello che ho scoperto l&#8217;ho messo nel libro. Ma, inevitabilmente,  la ricerca non era completa. Ci sono dei buchi che ho dovuto riempire con la fantasia. Con una fantasia, però, molto realistica, attenta alla verosimiglianza. Per questi motivi <strong>credo che si possa definire un romanzo</strong>.</p>
<p><strong>D.O. </strong><em>Quando inizia questo viaggio nell’archeologia familiare? Forse potremmo trovare un indizio in una pagina del libro, dove lei racconta che i suoi genitori possedevano una scatola nella quale conservavano gli unici documenti salvati nella fuga dall’Ucraina, le uniche carte che provassero la loro identità e vita passate. Era una scatola preziosa, come immaginerete. «Un giorno &#8211; scrive Wodin -, a circa otto anni, decisi che non avevamo più bisogno di quelle vecchie cartacce, o perlomeno che non ne avevo più bisogno io. Quando per l’ennesima volta fui mandata in cantina a prendere il carbone commisi uno dei peggiori crimini della mia infanzia. Sollevai la scatola con i documenti e la gettai nel bidone della spazzatura nel sottoscala. Nessuna prova delle mie tanto odiate origini doveva sopravvivere, ogni traccia doveva scomparire per sempre». Forse il viaggio alla riscoperta delle sue origini inizia subito dopo quel gesto così lontano nel tempo, e così determinato nel volerle cancellare per sempre. Le origini: prima gettate nella spazzatura, da bambina e figlia di sfollati. Poi, per il resto della vita, inseguite e recuperate nella memoria e nella scrittura&#8230;</em></p>
<p><strong>N.W.</strong> In realtà non è stato così. <strong>Da giovane non volevo avere niente a che fare con la Russia</strong>. Volevo eliminare dalla mia vita tutto ciò che riguardava la Russia. In quel tempo è come se avessi dormito. <strong>È stata la generazione del ‘68, il movimento, a risvegliarmi</strong>. Nella scuola tedesca ti insegnavano che era stata la Russia ad avere attaccato e invaso la Germania. Per questo sentivo la mia provenienza come una colpa. Solo a partire dal ‘68 si è cominciato a parlare in modo diverso dell’Urss, e ho scoperto che era stata la Germania a invaderla. Però è dovuto trascorrere molto tempo prima che riuscissi ad affrontare la storia dei miei genitori, che di loro stessi raccontavano solo di essere degli emigranti. Cinque anni fa, quando ho cominciato le ricerche per questo libro, già sapevo molto di più sulla mia famiglia. <strong>Sapevo che erano stati lavoratori forzati. Mi ero informata</strong>. Conoscevo la storia degli <em>Zwangsarbeiter</em> in Germania. Avevo cominciato a comprendere i numeri spaventosi di questo fenomeno. In Germania durante la Seconda guerra mondiale c’erano 42.500 campi. <strong>L’intero paese era un lager a cielo aperto. Nel lavoro coatto fu impiegata una percentuale molto alta di slavi</strong>, che erano considerati al livello più basso della società, appena prima degli ebrei. Ma per l&#8217;opinione pubblica tedesca questa storia quasi non esisteva. Abbiamo avuto moltissime riflessioni e testimonianze sulla Shoah, ovviamente, ma <strong>dell’enorme ingiustizia subìta dagli <em>Ostarbeiter</em> non si sapeva nulla</strong>. <strong>Mi sono detta: chi, se non io che ho questa storia alle spalle, può raccontare tutto ciò?</strong> Così ho pensato di scrivere la storia di mia madre, e attraverso la sua di raccontare la vicenda degli schiavi dei nazisti deportati dall’Europa dell’Est. Mentre pensavo a questo progetto, in una notte di mezza estate, ho davvero un po&#8217; per gioco digitato il nome di mia madre in un sito russo, e sono rimasta scioccata nel trovare informazioni su una donna nata settant’anni fa.</p>
<p><strong>D.O. </strong><em>Non posso soffermarmi su tutti i personaggi del libro. Ho pensato di proporvene solo due, a mio parere speculari. La madre, Evgenia. E sua sorella Lidia. Hanno due destini comuni ma opposti. Ci mostrano come di fronte allo sterminio, alla violenza, alla guerra non si hanno terze vie a disposizione: o si soccombe, o si lotta per sopravvivere. Insomma il codice di questa storia è binario. Evgenia soccomberà. Non resiste alla duplice violenza, prima sovietica e stalinista, e poi dei nazisti e dell’esilio in Germania. Lidia invece sopravvive al Gulag. Trova un compagno. Morirà solo nel 2001. Se una sorella si arrende e si toglie la vita, l’altra invece si ostina a durare.</em></p>
<p><strong>N.W.</strong> Tra le due sorelle c’era una grande differenza caratteriale, e anche di età (8 anni). Mia madre era l&#8217;ultima figlia. E’ stata per certi versi la cocca di casa. Se avesse vissuto almeno un poco del benessere e della sicurezza goduti dalla sua famiglia benestante, <strong>se avesse camminato su fondamenta più solide, la sua sarebbe stata un’infanzia protetta</strong>. Ma <strong>nacque in un mondo pericoloso</strong>, tre anni dopo la rivoluzione bolscevica, in un momento in cui essere ricchi e nobili equivaleva a un crimine e comportava la persecuzione come nemici del popolo, se non addirittura il rischio di perdere la vita. <strong>Quanto a mia zia Lidia, ho avuto la fortuna, o la bravura, di trovare tre suoi diari</strong> finiti in Siberia, su un armadio. Ricostruiscono la sua vita da studentessa a Mariupol, e poi gli anni della deportazione. Mi hanno consentito di raccontare la sua biografia accanto a quella di mia madre, e poi di <strong>raffrontare i due sistemi concentrazionari</strong>, quello nazista e quello sovietico, il che mi è parso molto interessante. <strong>Lidia fu senz’altro più fortunata di mia madre</strong>. Nonostante quanto passò nel regime stalinista. Visse fino a 91 anni. Di mia madre invece &#8211; e l’ho scritto anche nel libro &#8211; ricordo ancora la frase con la quale mi salutava ogni giorno prima di uscire: “Vado nell’acqua”. Come se stesse annunciando il suicidio. <strong>Mia madre davvero non resse a tutto quello che le toccò di vivere</strong>. La guerra civile dopo la rivoluzione d’ottobre, la perdita della madre, la distruzione di tutta la famiglia, il lavoro forzato, l&#8217;essere una sfollata. Soprattutto, una volta divenuta <em>displaced person</em>, ebbe la percezione netta che non ci fosse più alcuna prospettiva, che quello per lei fosse il capolinea. <strong>Una volta usciti dal lager, tutti noi eravamo come dei reietti nella società tedesca</strong>. Ci lanciavano addosso le pietre. Ci insultavano. Era una situazione insostenibile. E mia madre non ce l&#8217;ha fatta.</p>
<p><strong>D.O.</strong> [<strong>Un ragazzo dal pubblico chiede a Wodin che rapporto abbia con la cittadinanza</strong>. Se si senta più russa o tedesca o italiana. A questa domanda aggiungo una considerazione che non ho avuto il tempo di fare]<em>. Si può trovare rifugio in una lingua. W. scrive che sin da bambina si ostina ad apprendere il tedesco perché le appare come «una corda sicura e resistente a cui aggrapparsi per saltare dall&#8217;altra parte». Allo stesso modo la storia della zia Lidia mostra come ci si possa trarre in salvo adeguandosi tra le lingue: il russo e l’ucraino tra i quali la donna oscilla per sopravvivere al nuovo potere rivoluzionario e alle sue regole. Dunque una lingua, seppure non quella materna, può essere la salvezza di una persona, e può diventare il suo territorio di asilo.</em></p>
<p><strong>N.W.</strong> Sono nata e cresciuta in Germania. <strong>Parlo tedesco. Penso in tedesco. Sogno in tedesco. Scrivo in tedesco</strong>. Da quando è caduto il Muro, però, ho anche una vita russa. Perché in Germania, a Berlino, sono arrivati molti russi. Così ho ripreso a parlare quella lingua ogni giorno. <strong>Ho la fortuna di vivere in due mondi contemporaneamente</strong>. Ma sono un po’ italiana, pure. Amo l’Italia e la sua lingua, che purtroppo non parlo bene come vorrei. E sento una forte affinità con l’Ucraina, paese di origine di una parte della mia famiglia.</p>
<p><strong>D.O.</strong> [Anche questa domanda, purtroppo, non ho avuto il tempo di farla. La aggiungo qui in conclusione]. <em>W. scrive: «Da che ho memoria, ho sempre avuto voglia di andare via, solo andare via, per tutta la mia infanzia non ho desiderato altro che diventare adulta per poter finalmente andare via. Volevo andare via dalla scuola tedesca, via da &#8220;Le case&#8221;, via dai miei genitori, via da tutto ciò che mi definiva e che mi sembrava un errore di cui ero prigioniera. Se anche avessi potuto sapere chi fossero i miei genitori e i miei avi, non avrei voluto saperlo, non mi interessava, non mi importava proprio, era una cosa che non mi riguardava in nessuna maniera. Volevo solo andarmene, lasciarmi tutto alle spalle, strapparmi da quel luogo e rifugiarmi in un&#8217;esistenza tutta mia che da qualche parte là fuori doveva starmi aspettando».<br />
</em></p>
<p><em>La vita dipende dal movimento. Tutta la genealogia di questa famiglia si regge sul movimento. Si muovono gli antenati: i nonni italiani, navigatori e commercianti. Si muove Lidia per salvarsi dal regime staliniano. Si muovono il padre e la madre dell&#8217;autrice. È una giostra di fughe, di traiettorie nella storia, nella guerra, nella geografia. Anche lei, l’autrice, come emerge dalla citazione che ho letto, avrebbe forse desiderato movimento. Ma la sua voce, che si prende sulle spalle questa storia, appartiene invece a un presente fermo, che ha il privilegio dell&#8217;immobilità, della calma, che naviga e si muove solo nella rete virtuale, un presente dunque che può essere introspettivo, che può concedersi il tempo del racconto. A me pare che ci sia un equilibrio necessario tra il movimento delle storie, le fughe illustrate, e la calma statica della voce narrante, della stessa autrice. Ma è davvero così?</em></p>
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		<title>Il trauma e le radici ( veniva da Mariupol)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Dec 2018 06:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[campi di lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori forzati]]></category>
		<category><![CDATA[Natascha Wodin]]></category>
		<category><![CDATA[profughi]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda Guerra Mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[Valentina Parisi]]></category>
		<category><![CDATA[Veniva da Mariupol]]></category>
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					<description><![CDATA[di Valentina Parisi Natasha Wodin Veniva da Mariupol, L&#8217;orma, 2018, pp 384, euro 21, traduzione di Marco Federici Solari e Anna Ruchat Tra le pagine più rimosse della storia europea che, malgrado l’accelerazione temporale veicolata dai media, non possiamo non considerare recente, almeno in virtù dei legami di consanguineità che ci legano ai protagonisti più o meno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Valentina Parisi</strong></p>
<p>Natasha Wodin <em>Veniva da Mariupol, </em>L&#8217;orma, 2018, pp 384, euro 21, traduzione di Marco Federici Solari e Anna Ruchat</p>
<p>Tra le pagine più rimosse della storia europea che, malgrado l’accelerazione temporale veicolata dai media, non possiamo non considerare recente, almeno in virtù dei legami di consanguineità che ci legano ai protagonisti più o meno involontari di tali vicende, v’è indubbiamente quella degli <em>Zwangarbeiter</em>, ossia dei “lavoratori forzati” deportati durante la guerra in Germania e nei territori annessi dal Terzo Reich e costretti a contribuire allo sforzo bellico come manodopera ridotta in stato di schiavitù. Un fenomeno che riguardò anche il nostro paese, dal momento che circa seicentomila uomini dell’esercito italiano catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943 si rifiutarono di continuare a combattere al fianco di Hitler e Mussolini e scelsero di restare nei campi di detenzione nazisti, benché lo <em>status</em> di internati militari (e non di prigionieri) elaborato appositamente dal <em>F</em><em>ü</em><em>hrer </em>per designarli li ponesse al di fuori delle garanzie stabilite dalla Convenzione di Ginevra del 1929, consegnandoli a condizioni di vita particolarmente dure.</p>
<p>Se chi tra loro sopravvisse poté comunque far ritorno a casa, in un’Europa devastata dai bombardamenti, seguendo itinerari tortuosi come quelle descritti da Primo Levi nella <em>Tregua</em>, così non fu per i molti <em>Ostarbeiter </em>provenienti dai territori orientali annessi al Reich che non rientrarono mai più in Unione Sovietica – sarebbero stati immediatamente accusati di collaborazionismo. Come tutti gli ex deportati che rimasero segnati per sempre dall’esperienza della riduzione in schiavitù e dell’annientamento della propria dignità individuale, anche loro avrebbero certamente sottoscritto l’affermazione di Mordo Nahum, il “Greco” della <em>Tregua</em>: “Guerra è sempre”. Sempre, e assume di volta in volta le forme della disperazione, dell’obnubilamento psichico, dello spossessamento non solo nei confronti di se stessi, ma anche della propria infelice progenie, messa al mondo in un estremo slancio di attaccamento alla vita.</p>
<p>Ed è proprio la prospettiva di questi ultimi – figli o nipoti – a risultare oggi centrale, stante la scomparsa dei testimoni oculari, in quei testi di carattere memorialistico che continuano a ruotare, ossessivamente, intorno al secondo conflitto mondiale e alle sue conseguenze. Se fotografie, lettere e altri documenti attinti dagli archivi familiari spesso si rivelano reliquie-relitti, frammenti muti interrogati invano, un aiuto inatteso nella riscoperta delle proprie radici arriva talora da quel calderone eterogeneo che è Internet. O, almeno, questo è lo spunto di partenza di <em>Veniva da Mariupol </em> di Natascha Wodin, autrice tedesca di origini ucraine nata nel 1945 a Monaco di Baviera, di cui Einaudi aveva già pubblicato nel 1995 il romanzo <em>Avrò vissuto un giorno </em>nella resa di Paola Albarella.</p>
<p>Il viaggio nel tempo che ha condotto la Wodin a ricostruire quasi per intero la storia della propria famiglia inizia quasi “per gioco”, quando in una notte d’estate l’io narrante (una traduttrice e scrittrice già in là con gli anni) digita il nome completo di sua madre sulla barra di ricerca dell’equivalente russo di Google. Notevole è il suo stupore nel vedere che il motore di ricerca le restituisce subito i dati anagrafici di lei, rinviandola a un sito dal nome curioso, <em>Azov’s Greeks</em>. Dunque Evgenija apparteneva a quella sparuta minoranza greca che risiede tuttora nella cittadina ucraina di Mariupol’, sulle rive del mar d’Azov? Ma la nonna Matilda non era piuttosto italiana, come le sembrava di ricordare? Assediata da questo e mille altri dubbi, l’io narrante intraprende una lunga ricerca a ritroso, a dispetto delle strategie di rimozione che avevano caratterizzato fino a quel momento la sua esistenza.</p>
<p>Una scelta non sorprendente, stante l’eredità tragica che le era stata involontariamente imposta. L’autrice aveva infatti solo dieci anni, allorché sua madre era uscita di casa in un giorno d’ottobre del 1956 per togliersi la vita non lontano dall’insediamento di baracche in cui abitava con altre <em>displaced persons </em>– così venivano eufemisticamente chiamati nella Germania del dopoguerra gli <em>Ostarbeiter </em>come Evgenija, che a ventitré anni aveva lasciato Mariupol’ insieme al marito per lavorare in una fabbrica del gruppo Flick, vicino a Lipsia. Comprensibile dunque che la Wodin, fin dall’infanzia trascorsa nel ghetto degli ex deportati, avesse tentato di costruirsi un’identità alternativa a quella di partenza, dimenticando anche quel poco che ricordava della madre. <em>Veniva da Mariupol </em>riflette il processo inverso e cioè un’irresistibile, tardiva urgenza che la spingerà quasi parossisticamente a indagare quanto fin lì aveva solo desiderato ignorare.</p>
<p>Un viaggio a ritroso che la costringerà anzitutto a rivedere l’immagine stereotipata che si era fatta del luogo di nascita di Evgenija – una specie di Siberia eternamente ricoperta di neve, ben diversa dall’assolata Mariupol’ della realtà. La protagonista rimarrà piacevolmente sorpresa nello scoprire che da bambina non si era poi tanto allontanata dal vero quando, per impressionare i coetanei tedeschi che la maltrattavano, sosteneva di discendere da nobili russi. I suoi avi materni d’origine italiana erano infatti tra gli abitanti più facoltosi di Mariupol’, avendo messo insieme una piccola fortuna con il commercio di legname.</p>
<p>Tuttavia dalla ricerca emergono particolari sempre più drammatici, come ad esempio l’arresto della zia Lidia negli anni del terrore staliniano e il doppio suicidio della prozia Ol’ga e della cugina Marusja (che negli anni successivi alla Rivoluzione d’Ottobre non aveva potuto iscriversi all’università a causa della sua origine privilegiata). Il senso di vuoto che aveva perseguitato Evgenija non era dunque dovuto esclusivamente alla deportazione, ma era iniziato già in patria, a causa delle tante sciagure familiari e dell’atteggiamento anaffettivo della nonna Matilda. Eppure per l’autrice lo shock maggiore sarà scoprire come Kirill, il nipote di Lidia ritrovato sempre grazie a internet, abbia ucciso sua madre Svetlana senza apparente motivo: “Sapevo che c’erano degli assassini in giro per il mondo, sapevo anche che tra questi alcuni avevano ucciso la propria madre, ma era possibile che proprio io fossi imparentata con uno di loro? Io che per tutta la vita non ero mai stata parente di nessuno?”</p>
<p>Storia di una riappropriazione “in rete” delle proprie radici, <em>Veniva da Mariupol </em>è dominato da un’intonazione tutta particolare. La sua cifra principale è un’emotività trattenuta, smorzata, quasi in sordina, si potrebbe dire con una metafora musicale che pare tanto più giustificata, visto l’amore della Wodin per il canto. Perfino i dettagli più terribili sono riportati con estrema asciuttezza – si pensi a quando l’autrice, nel riferire che Lidia era stata violentata durante l’interrogatorio nella sede dell’Nkvd a Mariupol’, aggiunge laconicamente che questa era la procedura standard adottata nei confronti delle arrestate. Tale sobrietà si accompagna a un’inevitabile malinconia di fondo: man mano che avanza nella sua indagine, la Wodin si rende conto che Lidia è morta solo nel 2001 e quindi avrebbe potuto benissimo conoscerla, così come avrebbe potuto incontrare il fratello di lei, lo zio Sergej, celebre cantante lirico che abitava a Kiev non lontano dal Majdan: “…Continuavo a cliccare sul file con la voce di Sergej e non sapevo cosa fosse più forte in me, se la felicità per ciò che avevo trovato o il dolore per quel che avevo perso”.</p>
<p>Se le pagine dedicate a Lidia sono basate sulle memorie che ella stessa aveva messo su carta a ottant’anni (e risentono di un effetto di <em>relata refero</em> un po’ goffo), molto più coinvolgente è la terza parte, in cui l’autrice è costretta a dare la stura alle proprie supposizioni per ricostruire l’approdo dei genitori a Lipsia. Significativa è la penuria di documenti su questo capitolo della loro vita, a ulteriore riprova del fatto che il tema degli <em>Ostarbeiter</em> è stato finora cancellato dalla coscienza europea, anche, come ammette la Wodin, a causa della stessa generazione dei figli, impegnati a prendere le distanze dal surplus di tragicità che i genitori avevano consegnato loro. Proprio per questo s’immagina quale sforzo sia costato all’autrice settantenne figurarsi Evgenija ridotta nella fabbrica di Flick “a quello stadio di denutrizione al di là della dignità umana, per cui si pensa solo ed esclusivamente al cibo”. Oppure affrontare a viso scoperto il trauma del suicidio di lei, cercando di comprendere quale abisso di dolore l’avesse condotta a quel gesto.  O, più semplicemente, tornare alle discriminazioni patite in prima persona durante l’infanzia, quando ai <em>Russenkinder</em> figli degli odiati “vincitori” sovietici – in realtà ex schiavi della Germania nazista – si faceva pagare quotidianamente il fio di una sconfitta troppo cocente.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La cultura europea s&#8217;interroga dopo la guerra: Gianfranco Contini tra cultura e politica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Apr 2017 05:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[gianfranco contini]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Palmieri]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda Guerra Mondiale]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giovanni Palmieri Interrogarsi sul rapporto tra cultura e politica in un momento storico in cui i valori della cultura non meno di quelli della politica sono scivolati nell&#8217;effimero più vaniloquente o si sono ridotti al grado zero della corruzione morale e penale, non è, credo, senza significato. &#160; La riflessione potrebbe cominciare da un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giovanni Palmieri</strong></p>
<p>Interrogarsi sul rapporto tra cultura e politica in un momento storico in cui i valori della cultura non meno di quelli della politica sono scivolati nell&#8217;effimero più vaniloquente o si sono ridotti al grado zero della corruzione morale e penale, non è, credo, senza significato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La riflessione potrebbe cominciare da un libretto di Gianfranco Contini che s&#8217;intitola appunto <em>Dove va la cultura europea?</em>, edito nel 2012 da Quodlibet (Macerata) per le cure di Luca Baranelli e arricchito da un bel saggio di Daniele Giglioli. Si tratta della ristampa del brillante e profondo resoconto della prima delle <em>Rencontres internationales</em> di Ginevra che Contini scrisse nel 1946 per conto della «Fiera letteraria» dove sarà edito il 31 ottobre del 1947 (pp. 1-2).</p>
<p>Questi incontri al vertice dei massimi intellettuali europei avevano cadenza biennale e duravano due settimane. Il tema scelto per la prima delle <em>Rencontres</em> fu, e non paia non a caso, <em>L&#8217;ésprit européen</em>. Tra i partecipanti più importanti segnalo Lukàcs, Jaspers, Spender, Bernanos, Benda, Merleau-Ponty, Starobinski ecc. Per l&#8217;Italia (e Contini se ne lamenta) erano presenti solo Flora, Vigorelli, Campagnolo, Silone e pochi giornalisti. Croce, informato dell&#8217;annunciata presenza di Sartre, aveva declinato l&#8217;invito. Non erano stati invitati Bobbio, Montale, Bacchelli, Vigolo, Alvaro, Calogero, Capitini ecc. Gide e Eliot avevano rifiutato e anche Sartre, alla fine, non era venuto. Silone era poi ripartito senza parlare.</p>
<p>La cultura europea aveva i suoi buoni motivi per interrogarsi dopo la guerra: non solo non era stata in grado di prevedere ed impedire le dittature, il secondo conflitto mondiale e la Shoah, ma spesso per indifferenza, per tornaconto o per adesione ideologica, gli uomini di cultura europei non si erano opposti al fascismo e al nazismo e anzi in alcuni casi li avevano favoriti o ne erano diventati complici.</p>
<p>Naturalmente, oltre ai martiri politici dell&#8217;antifascismo (Matteotti, i fratelli Rosselli, Gobetti, Gramsci ecc.) vi furono luminose eccezioni.</p>
<p>Escludendo per il momento l&#8217;esperienza della guerra partigiana, penso a chi coraggiosamente nel 1925 firmò il <em>Manifesto degli intellettuali antifascisti </em>(Croce, Banfi, Cecchi, Montale, Alvaro, Linati ecc.), a chi non si iscrisse al PNF o a chi si rifiutò di prestare giuramento al fascismo e fu costretto alle dimissioni (Leone Ginzburg) e anche a chi, contro le leggi razziali del 1938, solidarizzò con gli ebrei italiani che persero il lavoro, furono costretti a nascondersi o a fuggire, o furono deportati.</p>
<p>Era dunque opportuno che gli intellettuali europei dopo la guerra si domandassero quale dovesse essere il loro contributo alla ricostruzione morale, politica e civile del continente. Si domandassero cioè quale modello di società era auspicabile e in che direzione dovesse andare la cultura europea. Sarebbe opportuno anche oggi&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gianfranco Contini (1912-1990), oltre ad essere stato il grande critico e e filologo che tutti conosciamo, fu anche un attivo antifascista e un partigiano militante nella Repubblica dell&#8217;Ossola. Nei suoi scritti politici (poco conosciuti) egli aveva sempre affermato la necessità che la cultura non ignorasse in modo ipocrita non solo la dimensione politica ma anche l&#8217;azione diretta.</p>
<p>Contini non è dunque un osservatore neutrale degli incontri ginevrini e nel suo scritto raggiunge un buon compromesso tra il resoconto fedele degli interventi (opportunamente selezionati) e l&#8217;esposizione delle proprie idee sulla materia del contendere. Nel 1946, del resto, ha trentaquattro anni e insegna già Filologia romanza nell&#8217;università svizzera di Friburgo. Al suo attivo, come dicevo, ha l&#8217;importante contributo dato alla Resistenza con la partecipazione alla repubblica dell&#8217;Ossola (nel Partito d&#8217;azione) e svariati articoli politici pubblicati sulle pagine del «Dovere. Giornale officiale del Partito Liberale-Radicale Ticinese», ch&#8217;era il foglio radicale della Svizzera italiana da lui diretto (vd. Renata Broggini, <em>Pagine ticinesi di Gianfranco Contini</em>, Salvioni, Bellinzona 1986).</p>
<p>Questi scritti verranno pubblicati nella sezione culturale di questo giornale da lui intitolata significativamente <em>Cultura e azione</em>. Altri suoi articoli politici compariranno sul giornale socialista di Lugano «Libera stampa» e sul foglio ossolano «Liberazione. Giornale della Giunta provvisoria di Governo e delle formazioni militari dei Patrioti dell&#8217;Ossola». Vale la pena di ricordare che anche dalla Svizzera Contini riuscì a lottare attivamente (e non solo con articoli) contro il fascismo. Come?</p>
<p>In virtù d&#8217;un antico trattato, la Svizzera ospitava sin dal 1907 i rifugiati militari che sconfinavano in armi nel suo territorio. Così, dopo l&#8217;8 settembre del 1943, centinaia di italiani che passarono il confine in divisa furono alloggiati in campi svizzeri. Contini, tra gli altri, si adoperò allora presso le autorità svizzere per permettere a chi ne avesse i titoli di continuare gli studi universitari in territorio elvetico. Tra questi vi furono moltissimi intellettuali antifascisti che divennero suoi allievi tra i quali ricordo solo Dante Isella e Giansiro Ferrata. Contini riuscì anche a strappare alla Confederazione il permesso di ospitare non solo i rifugiati militari ma anche i partigiani civili italiani che fuggivano oltre confine (oltre trentamila persone). Così, nell&#8217;ottobre del 1944, dopo la riconquista tedesca della repubblica dell&#8217;Ossola, la Svizzera accolse moltissimi partigiani e civili che dalla regione ossolana scapparono soprattutto nel Ticino e nel Vallese.</p>
<p>Quando fu proclamata la Repubblica dell&#8217;Ossola (che durò dal 10 settembre del 1944 al 23 ottobre dello stesso anno), Contini lasciò la cattedra di Friburgo e si recò a Domodossola, sua città natale, dove, insieme a Calcaterra, fece parte della «Commissione didattica consultiva» della Repubblica che aveva in don Gaudenzio Calabrò il suo Presidente. In tale veste contribuì a redigere un «progetto di riforma scolastica» che, svecchiati i programmi da ogni nazionalismo e da ogni fittizia romanità, prevedeva un inserimento della cultura italiana nel più ampio contesto europeo. Propugnava inoltre una moderata educazione umanistica non in senso elitario-aristocritico ma nello spirito d&#8217;una educazione armonica del cittadino intesa a promuovere lo sviluppo globale dell&#8217;individuo. Ne derivava l&#8217;immagine d&#8217;una scuola rigorosamente pubblica, non impostata ideologicamente ma pluralista e democratica che seguiva gli sviluppi storici ed era strutturata secondo i modelli pedagogici provenienti dagli Stati Uniti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sin dalle prime righe della nostra <em>plaquette</em>, appare chiaro al lettore che Contini vorrebbe che la cultura europea non ignorasse la politica (anzi l&#8217;azione politica) e che parimenti la politica non ignorasse la sua essenza culturale. Perciò attacca con grande <em>verve</em> stilistica quei contributi ginevrini che, in nome di un idealismo ipocrita, predicavano il nobile disimpegno spirituale dell&#8217;arte, la sua neutralità e la sua indipendenza dai rapporti economici e politici della società. Sentite cosa scrive a proposito del cattolicissimo Bernanos:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bernanos [&#8230;] potè spacciare a una folla serale in un autentico teatro il suo ircocervo di sciocchezze, di logica e finezza victorhughiane. (Con la pessima falsità di chi simula lo smercio di verità impopolari, l&#8217;energumeno delle <em>Lettres aux Anglais</em> cumulò in uno solo, piazzato all&#8217;estrema destra, i totalitarismi di destra e sinistra, riservando la sinistra per sé (p. 16)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dopo di che, il suo fuoco verbale si concentra sul duello oratorio tra l&#8217;esistenzialista Karl Jaspers e il marxista György Lukàcs.</p>
<p>Alle vaghe premesse esistenzialistiche del suo discorso – osserva Contini – Jaspers non fa seguire che corollari di «fraternità universale» e di «vago liberalismo» (p. 24). In particolare la distinzione tra politica e spirito, cioè la motivazione con cui Jaspers si rifiuta di parlare di politica nell&#8217;orientamento culturale della nuova Europa, gli appare non solo un «pretesto alla conservazione» ma anche un discorso «non meno rigorosamente politico» (p. 25) di quello soltanto politico dei marxisti.</p>
<p>Inoltre, quando Lukàcs – usando le armi del suo avversario e cioè ritorcendogli contro una concreta situazione esistenziale –  ricorda a Jaspers</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>che l&#8217;impossibilità di bere una tazza di caffè come conseguenza d&#8217;una lite salariale negli Stati Uniti è pure, per l&#8217;operaio europeo, una prova diretta dell&#8217;unità e della solidarietà del mondo,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Contini scrive che l&#8217;intellettuale ungherese aveva messo «il dito sulla piaga del moralismo astratto di Jaspers e di molti europei» (p. 30).</p>
<p>In sostanza Lukàcs appare a Contini il trionfatore ideale di questa corrida filosofica ed è chiaro che la sua simpatia va a questi piuttosto che a Jaspers. Si tratta, però, sempre di una simpatia con riserve. Ad un certo punto del suo resoconto, Contini deplora, infatti, nel dibattito «l&#8217;assenza della &#8216;terza&#8217; voce, per esempio del hegelismo liberale, il silenzio del pensiero italiano» (p. 24). Inoltre quando Lukàcs afferma (pp. 31-32) che nella presente situazione storica egli conterebbe tra i nemici colui che volesse attuare in un paese occidentale la società socialista, Contini ne critica quel tipo di «deformazione ortodossa» (dogmatismo) in base al quale esiste una sola verità e una sola condotta legittima che è sempre quella individuata dalla direzione del partito. Di conseguenza gli dà del «Molotov filosofico» (p. 31).</p>
<p>Mi chiedo anche cosa avrebbe pensato il modernista Contini se nel 1946 avesse conosciuto i gusti letterari di Lukàcs che escludevano dal novero dei grandi della letteratura Kafka, Joyce e Beckett, per non fare che tre soli nomi e tralasciando la celebre polemica sul romanzo che proprioLukàcs ingaggiò con Bachtin, uscendone, direi, piuttosto malconcio.</p>
<p>Certamente a Contini l&#8217;idea di purificare l&#8217;arte espungendone la dimensione politica appare assurda. Tra l&#8217;altro, osserva che era esistito anche un uso politico della letteratura e a tal proposito citava l&#8217;esempio della lettura politica di Virgilio in chiave nazionalistica e razzista che ne aveva dato il fascismo.</p>
<p>Del resto, nel 1945, a guerra finita, nella <em>Lettre d&#8217;Italie</em> (ora in <em>Altri esercizî, 1942-1971</em>, Einaudi, Torino 1972, pp. 69-70), Contini così ribadiva la sua tesi:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;indepéndence de l&#8217;art n&#8217;a de sens, disions-nous, que dans son stade ingénu et proprement objectif: un programme orgueilleux d&#8217;indépendence subjective et narcissiste dépasse immédiatement les bornes légitimes. La matière de l&#8217;art serait-elle par hazard autre chose que la substance de l&#8217;homme? On a le droit d&#8217;être apolitique en fait, on n&#8217;a point le droit (dialectique, non pas moral!) de le proclamer et de s&#8217;en targuer, car cette prédication est de la politique. On peut nier à <em>cette</em> politique, non pas à <em>la</em> politique, la possibilité de satisfaire des instances spirituelles.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma ancora più lapidariamente, a metà del nostro resoconto, Contini aveva affermato che «sarà lecito senza peccato di demagogico vocabolario chiamare reazionaria una cultura che, giunta alla sua presa di coscienza, si rifiuti di convertirsi in azione» (p. 26). Queste parole spiegano anche la lettura &#8220;religiosa&#8221; in senso lato e immanentistica che Contini dava della Resistenza la quale, a suo avviso, doveva assolutamente e  immediatamente politicizzarsi, traducendo nel concreto sociale i suoi ideali di eguaglianza e di democrazia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Rimane da dire che nel nostro articolo, pur così impegnato, non è aliena una grande vivacità letteraria venata da svariate punte di umorismo e ciò rende il testo particolarmente gradevole. Ad esempio, proprio all&#8217;inizio, l&#8217;autore ricorda alcune manifestazioni musicali che hanno fatto da contorno al serioso incontro ginevrino: un concerto «stupendo, liricissimo, di Bartok», <em>La Mer</em> di Debussy («che all&#8217;incorreggibile lettore evoca sempre la spiaggia di Balbec davanti a Marcel») e la versione integrale dell&#8217;<em>Histoire du soldat</em> di Stravinsky «squisitamente servita da Ansermet» (pp. 14-15).</p>
<p>Quanto all&#8217;umorismo, cito solo due esempi: Denis de Rougemont, l&#8217;autore del celebrato <em>L&#8217;amour et l&#8217;Occident</em>, è definito «l&#8217;atletico teoreta, si mormora con applicazioni pratiche, dell&#8217;amore occidentale» (p. 28), mentre nella chiusa del testo Contini si sostituisce a Lucia Mondella ma soltanto evocandola con le parole con cui Manzoni allude all&#8217;<em>Addio monti</em>, cioè il lirico e memorabile soliloquio della fanciulla:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri d&#8217;un letterato italiano mentre il locomotore si staccava a novanta all&#8217;ora dalle rive fluviali e lacustri in vacanza della distensiva, della pacificante Ginevra. (p. 42).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Purtroppo oggi tra i vari pensieri che ci assillano la vera domanda non è più, ahimè, «dove va la cultura europea?» ma semplicemente «dove va l&#8217;Europa?»&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Una notte sul Monte Stella</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Nov 2015 13:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[bombardamenti 1943]]></category>
		<category><![CDATA[Liberazione]]></category>
		<category><![CDATA[Maratown]]></category>
		<category><![CDATA[Memoria della Resistenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<br />di <b>Orsola Puecher</b><br /><br />
Qui sotto i nostri piedi, dalle radici di alberi e fili d’erba in giù, se potessimo avere il dono di penetrare il terreno in una ipotetica immaginaria stratigrafia, vedremmo i resti di una città ferita dai bombardamenti.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="width:700px;"><figure id="attachment_57515" aria-describedby="caption-attachment-57515" style="width: 599px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Una-notte-sul-Monte-Stella.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Una-notte-sul-Monte-Stella.jpg" alt="Immagine quasi caravaggesca di un piccolo racconto nel buio della notte milanese in cima al Monte Stella." width="599" height="337" class="size-full wp-image-57515" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Una-notte-sul-Monte-Stella.jpg 599w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Una-notte-sul-Monte-Stella-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 599px) 100vw, 599px" /></a><figcaption id="caption-attachment-57515" class="wp-caption-text">Immagine quasi <em>caravaggesca</em> di un piccolo racconto<br />nel buio della notte milanese in cima al Monte Stella.</figcaption></figure></p>
<p align="center">⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/10/14/maratown/"><strong>MARATOWN 24 Ottobre 2015<br />
<em>Ascensione al Monte Stella.</em></strong></a></p>
<p><center>di <strong>Orsola Puecher</strong></center><br />
Negli anni sessanta una bambina per mano al suo papà andava ogni tanto sul Monte Stella. Si fermavano un poco prima di prendere l’Autostrada dei Laghi verso Casnate, dov’era una casa di vacanza, in affitto, con un grande parco inselvatichito. Scendevano dalla Flaminia coupé, grigio metallizzato, usata, e, inerpicandosi per i gradoni spogli, con qualche stecchiolino striminzito di albero rachitico qui e là, salivano sulla strana collina, che, arrivati in cima, a quella bambina sembrava altissima. Anche l’aria era diversa, più fresca, più ventilata. Sotto le case rimpicciolite, le auto lontane, la planimetria della città che si stendeva remota nella foschia, con qualche cuspide in lontananza, il Pirellone, la Torre Velasca, la Madonnina, d&#8217;oro sulla sua guglia, come fossero un altrove lontano e rarefatto. Qualche volta se il cielo era limpido si vedevano i picchi innevati delle Alpi a corona. Il Monte Rosa.<br />
&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width:320px;"><iframe loading="lazy" width="320" height="240" src="https://www.youtube.com/embed/UTl9tG8cvUs?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe>&nbsp;<iframe loading="lazy" width="320" height="240" src="https://www.youtube.com/embed/tYem_Gm5LfY?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div>
<p><small>[ Nel film &#8220;Ratataplan&#8221; di Maurizio Nichetti è possibile vedere<br />
com&#8217;era il Monte Stella intorno agli anni 1977-1978.]</small></center><br />
In un romanzo, in un film con la speranza di un possibile lieto fine, un padre avrebbe potuto dire alla figlia:<br />
&#8211; Vedi un giorno tutto questo sarà tuo!<br />
In questa storia invece il padre diceva alla bambina:<br />
&#8211; Vedi  qui sotto c’è tutto quello che non è stato e mai sarà tuo&#8230; c&#8217;è la mia casa distrutta dai bombardamenti. Perché nulla è veramente nostro in cielo e in terra.<br />
Alla bambina che disegnava le case sopra le colline, con il tetto rosso a punta, le finestrine quadrate con i vetri a croce e un albero di fianco, questo mondo a rovescio sembrava inverosimile e allora gli chiedeva di raccontarle di quella casa, che immaginava intatta e capovolta, dei suoi giocattoli, dei suoi fratellini, dei giochi che facevano. E il vuoto silenzioso della collina si riempiva di voci, di immagini, di ricordi. Qui sotto i nostri piedi, dalle radici di alberi e fili d’erba in giù, se potessimo avere il dono di penetrare il terreno in una ipotetica immaginaria stratigrafia, vedremmo i resti di una città ferita dai bombardamenti con le macerie composite che sono la base della collina, ora così diversa e rigogliosa di vegetazione. Travi, mattoni, balaustre di finestre, tegole, mobili, vestiti impolverati, umili suppellettili insieme a preziosi manufatti, giocattoli amati, libri, polvere alla polvere. Qui sotto i nostri piedi, per un archeologo immaginario che mai li scaverà,  riposano i piccoli oggetti futili ed essenziali di tutte le case e di tutte le vite, che compongono questa architettura viva su cose morte, nata nel dopo guerra da un sogno dell’architetto ⇨ <a href="http://www.archiviobottoni.polimi.it/index.html" target="_blank"><strong>Piero Bottoni</strong></a>.<br />
&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width:700px;"><center><img decoding="async" src="http://www.suave-est-nus.org/221.gif" alt="221"/>&nbsp;<img decoding="async" src="http://www.suave-est-nus.org/331.gif" alt="331"/><br />
<img decoding="async" src="http://www.suave-est-nus.org/441.gif" alt="441"/>&nbsp;<img decoding="async" src="http://www.suave-est-nus.org/mt55.gif" alt="55"/></p>
<div style="width:280px;">
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<p><strong>JOHN CAGE</strong> <em>Atlas Eclipticalis</em> [1962]</center></div>
<p></center></p>
<div style="width:700px;">Questa collina brulla che con il passare del tempo è diventata un giardino, sembra un giardino, ed è e <strong>deve restare un giardino</strong>, è il memoriale di una città ferita e dolorante e insieme il  superamento della morte e della distruzione nella visione pacifica e composta di una architettura naturale di viottoli ed essenze arboree, che negli anni silenziosamente, nonostante tutto, senza curarsi di chi c&#8217;è e di chi ormai non c’è più, sono cresciute e ancora continueranno a crescere dopo di noi, modificando in vivo con sobria armonia il sogno e l&#8217;assetto originario di questa <em>architettura vegetale</em>.<br />
&nbsp;<br />
La famiglia Puecher abitava in via  Broletto 39. Giorgio e Anna Maria Gianelli con i tre figli Giancarlo, Virginio e Gianni. Le domestiche Rosa, Berta e Vanna.<br />
<figure id="attachment_57629" aria-describedby="caption-attachment-57629" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/prima-e-dopo.gif"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/prima-e-dopo.gif" alt="Milano Via Broletto 39 prima e dopo il bombardamento del 15-16 agosto 1943" width="640" height="406" class="size-full wp-image-57629" /></a><figcaption id="caption-attachment-57629" class="wp-caption-text">Milano via Broletto 39<br /> prima e dopo il bombardamento del 15-16 agosto 1943</figcaption></figure><br />
Nella notte tra il 15 e il 16 giugno 1940 Milano subisce il primo attacco aereo inglese, dopo solo 5 giorni dall’entrata in guerra dell’Italia. L’allarme antiaereo suona alle 1.48. Le incursioni notturne continuano per tutto l’anno. Mio padre Virginio si rifiuta di scendere in cantina e osserva i bombardamenti da un abbaino della soffitta, come fossero uno spettacolo pirotecnico. C’è l’oscuramento: si fissano con puntine da disegno all’interno delle persiane fogli di carta oleata blu copiativo.<br />
Il 1941 invece passa senza nessun altro attacco.</p>
<div style="border:0px solid black; margin:15px; padding:10px; width:350px; float:left; text-align:justify; color:#000000; background-color: #ffffff;"><span style="font-size:10pt; color: #000000; font-family: Courier New;"> <strong>Nell’Ottobre del 1942 riprendono i bombardamenti su Milano. Il 24 Ottobre alla 17.57 suona improvvisamente l’allarme antiaereo. La gente è disorientata, non si erano mai verificati attacchi in pieno giorno. L’allarme inoltre viene dato in ritardo e dopo solo tre minuti le bombe cominciano a cadere: 73 aerei Lancaster ne sganciano a ondate successive 12 da 2000 chili, più di 2.000 bombe incendiarie di grosso calibro e più di 28.000 di piccolo calibro. Viene abbattuto anche il muro del Carcere di San Vittore. Gli attacchi continuano di giorno e di notte. I milanesi cominciano a sfollare dalla città.</strong></span></div>
<p>Nell’estate le condizioni di Anna Maria, la madre, si aggravano. Ginio costruisce una specie di grande ventaglio a pedale per alleviare le sue sofferenze e la assiste per lunghe ore leggendo ad alta voce per lei. Giancarlo studia come un matto frequentando due anni in uno, per conseguire il Diploma di Maturità il più presto possibile. Anna Maria muore il 31 luglio di quella caldissima estate di guerra. La zia Lia detta Szà resta sola ad accudire ai nipoti. La perdita della presenza forte, vitale e piena di entusiasmo di Anna Maria è un vuoto tangibile e getta il notaio Giorgio Puecher in una disperazione profonda e silenziosa. I Puecher si rifugiano nella casa di campagna a Lambrugo.<br />
&nbsp;</p>
<div style="width:360px;" class="alignleft"><iframe loading="lazy" class="alignleft" width="360" height="300"  src="https://www.youtube.com/embed/xQ84S3q-w7k?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div>
<p> <span style="Line-height: 10px;font-size:10pt; color: #000000; font-family: Courier New;"><u><strong>8 agosto</strong></u><br />
Vengono colpiti: il Teatro Filodrammatici, corso Garibaldi, l&#8217;ospedale Fatebenefratelli, S. Marco e S. Francesco di Paola, Brera, il Circolo Filologico, il Castello, la Villa Reale, il Museo di Storia Naturale.<br />
<u><strong>13 agosto</strong></u><br />
Vengono colpiti: la Galleria, Palazzo Marino, Palazzo Reale, Palazzo Serbelloni, l&#8217;Arcivescovado, il Duomo lateralmente, la Stazione Centrale, il Conservatorio.<br />
<u><strong>15 agosto</strong></u><br />
Vengono colpiti: il Teatro Manzoni, la Biblioteca Civica, l&#8217;Ambrosiana, Santa Maria delle Grazie, il teatro Lirico e il Dal Verme, il Duomo, la Scala, San Fedele e di San Babila, il Policlinico, la Ca&#8217; Granda, la Rinascente.</span><br />
&nbsp;<br />
Le vittime furono tante, oltre i 1.033 morti <em>accertati</em>, molti corpi non furono mai estratti dalle macerie.<br />
Chi lavora torna in città di giorno. Nella notte tra il 15 e il 16 agosto 1943 anche la casa di via Broletto 39 viene colpita e distrutta.<br />
&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="border:0px solid black; margin:15px; padding:10px; width:500px; float:center; text-align:justify; color:#000000; background-color: #dddddd;"><span style="font-size:15pt; color: #000000; font-family: Times New Roman;"><em>E dopo quella notte di fuochi, visibili anche da lontano come un bagliore di luce a scoppi che avvolgeva Milano,  una mattina, tornati in città da dove erano sfollati, ebbero la sorpresa di trovare che dell&#8217;edificio era rimasto in piedi solo lo spaccato lugubre di una casa di bambola spalancata. E da uno degli occhi aperti delle stanze dondolava, inclinato sul vuoto della distruzione, un armadio, miracolosamente in bilico, con le ante aperte che svelavano il suo contenuto: giocattoli, sui ripiani, oramai irraggiungibili. Violata intimità che mostrava l’istante fermato delle vite che vi avevano custodito gelosamente i propri tesori, in quell’illusione di stabilità, di proprietà privata assoluta, di continuità eterna del tempo e delle generazioni propria solo dell’infanzia. O dell’arte. Per questo, forse, poi, il ragazzo, diventato grande, per tutta la vita si rifiutò di comprare muri, mattoni, pezzi di terra. Imparata la caducità grazie a quell’armadio, sarcasticamente in bilico, appoggiato ad una trave maestra del perimetro pericolante della stanza dei bambini; dietro il composto scenario impolverato dei lettini perfettamente rifatti, delle appliques con i pendagli di vetro; di fianco la stanza da bagno, i riquadri lustri delle piastrelle, lo specchio intatto, addirittura un asciugamano di lino con le frange, ben ripiegato sull’apposito sostegno. Il sapone nella conchiglia portasapone. Del salotto rimaneva soltanto la tappezzeria con i quadri appesi dritti: il pavimento si era aperto in una voragine che aveva digerito ogni mobile e suppellettile. Il pianoforte. Ma, beffardo e solo, l’armadio dei giocattoli offriva allineati i suoi trenini, macchinine di latta, soldatini, cubi di legno con le lettere. La tanto sempre rimpianta scatola N. 5 del Meccano, con cui i nostri padri bambini si sognavano ingegneri, costruttori con i pezzi forati rossi e verdi e i bulloncini, di un progresso futuro di radiosi e geometrici ponti, stazioni, torri Eiffel, grattacieli, mulini in miniatura, e non case rase al suolo da bombe. Fucili a tappo che non avrebbero ammazzato un moscerino e schettini con cui volare per i viali del parco e un mappamondo, con la sua geografia mondiale piena di certezze, senza truppe in movimento sulla sua curva superficie di paralleli e meridiani, fra i rombi e gli scoppi infuocati, i pezzi di carne, le torme di profughi nella neve, i prigionieri, che avanzavano cancellando i confini dei suoi stati dai delicati colori pastello. Eccolo lì, lo spaccato borghese della sua casa borghese. Tutte lì le cose di una vita. Ora così misere. Ma per la cui perdita, si accorse, non senza vergogna, di non provare lo stesso dolore che le donne di casa mimavano levando verso il cielo larghi atavici gesti disperati. Lui si sentiva in se stesso forte, più forte di quell’ammasso di calcinacci. La demolissero pure quella casa. La mamma non l’avrebbe più riavuta, avrebbe perso suo fratello Giancarlo, partigiano, fucilato il 21 dicembre di quello stesso anno, suo padre deportato  in Germania per rappresaglia e mai ritornato  Il suo dolore vagava fra quegli oggetti rimasti  e così fu che ad esso voltò le spalle, lasciandolo nelle pietre, sotto il tumulo delle macerie. Lui non era quel dolore,  quella casa, quella vita. Avrebbe abitato altre case che nemmeno immaginava. Altre storie. Altri sogni. La vita andava avanti. Solo quell’armadio scampato per miracolo, se lo sarebbe sempre portato dentro, quello soltanto, come una scatola magica. </em></span></div>
<p></center><br />
<center></p>
<table border="0" cellspacing="30" cellpadding="5" bgcolor="#000000">
<tr>
<td style="border:10px solid #000000;"><marquee onmouseover="javascript:this.setAttribute('scrollamount','0');" onmouseout="javascript:this.setAttribute('scrollamount','2');" border="0" scrollamount="2" direction=left><br />
<span style="font-size:1pt; font-family: &quot;Garamond&quot; color: #080808; background-color:#000000;">.</span><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/11.jpg"/>&nbsp;<img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/2.jpg"/>&nbsp;<img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/3.jpg"/>&nbsp;<img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/4.jpg"/>&nbsp;<img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/5.jpg"/>&nbsp;<img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/6.jpg"/>&nbsp;<img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/8.jpg"/>&nbsp;<img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/9.jpg"/>&nbsp;<img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/10.jpg"/>&nbsp;<img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Bottoni-e-Leger.jpg"/></marquee></td>
</tr>
</table>
<div style="border:0px solid black; margin:15px; padding:10px; width:500px; float:center; text-align:justify; color:#000000; background-color: #ffffff;"><span style="font-size:12pt; color: #000000; font-family: Georgia;">Se il Monte Stella è nato, ha cominciato a crescere, si è conformato, si è coperto di alberi e di erba, di viotttoli e di strade, insomma è divenuto qualcosa nella fisionomia della città, e se ora è in progressivo divenire, è perché fu un sogno ed una poesia e perché io vi ho creduto. Giacché sogno e poesia muovono, malgrado le apparenze, il mondo.</span></p>
<p align="right"><span style="font-size:12pt; color: #000000; font-family: Georgia;"><strong>Piero Bottoni</strong> <em>&#8220;Ascensione al Monte stella&#8221;</em> [pag. 457-476]<br />
in <em>Una nuova antichissima bellezza</em> Laterza [1995]</span></p>
</div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
L’idea di una montagna a Milano nasce da un sogno di ragazzo.<br />
&nbsp;</p>
<blockquote style="color:#00000; border-left:3px solid #045b77; background-color:#dddddd;"><p>La prima ascensione alla montagna di Milano l&#8217;ho fatta in sogno. Non saprei precisare quando fu, ma certo dopo il 1926, perché in quell&#8217;anno mi laureai architetto. [&#8230;] Fatto si è che sognavo montagna e architettura. [<em>ibidem</em>]</p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
Nel dopo guerra durante la progettazione del QT8, un nuovo quartiere residenziale a Nord di Milano, vista la presenza nella zona di molte cave di ghiaia abbandonate, l&#8217;architetto Piero Bottoni, ebbe l&#8217;idea di trasformarne una in un lago per attività sportive all’interno di un parco. Ma in questa cava venivano man mano scaricate le macerie delle guerra.<br />
&nbsp;</p>
<blockquote style="color:#00000; border-left:3px solid #045b77; background-color:#dddddd;"><p>Ad un certo punto la massa dei detriti portati in luogo coi più svariati mezzi di trasporto, meccanici, animali e persino uomini, divenne tale che l&#8217;impresa incaricata dello sgombero delle macerie verso la periferia credette conveniente realizzare un collegamento fra il parco Sempione e la zona del QT8 addirittura con una ferrovia a scartamento ridotto. <em>ibidem</em>]</p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
<center></p>
<table border="0" cellspacing="30" cellpadding="5" bgcolor="#000000">
<tr>
<td style="border:10px solid #000000;"><marquee onmouseover="javascript:this.setAttribute('scrollamount','0');" onmouseout="javascript:this.setAttribute('scrollamount','2');" border="0" scrollamount="2" direction=left><br />
<span style="font-size:1pt; font-family: &quot;Garamond&quot; color: #080808; background-color:#000000;">.</span><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/1trenino.jpg"/>&nbsp;<img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/2trenino.jpg"/>&nbsp;<img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/3trenino.jpg"/>&nbsp;<img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/4trenino.jpg"/>&nbsp;<img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/5trenino.jpg"/>&nbsp;</marquee></td>
</tr>
</table>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
Le macerie colmano la cava.<br />
&nbsp;</p>
<blockquote style="color:#00000; border-left:3px solid #045b77; background-color:#dddddd;"><p>L&#8217;acqua diveniva limo, il limo fango, il fango pantano, il pantano terra: una terra umida, e poi sotto il sole, secca e scagliosa come la pelle di un coccodrillo.<br />
Era come se un caimano ottuso e feroce, la guerra, dopo averli divorati, ora digerisse immobile e senza rimorsi tutti quei delicati organismi distrutti.<br />
Il lago azzurro e romantico della nuova architettura spariva a poco a poco esalando i miasmi delle cose morte e della fogna. [<em>ibidem</em>]
</p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
Così nasce la <em>montagna</em> di Milano.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Bottoni </strong> delinea un progetto, in modo che le macerie vengano dislocate razionalmente, fermate da muretti di contenimento. L&#8217;altezza prevista doveva esse di 100 metri, con una funicolare che la collegava al quartiere sottostante. Poi per motivi tecnici si fermò agli attuali 50. Ideata nel 47, definita progettualmente nel &#8217;53, la <em>Montagnetta</em> fu completata solo alla fine degli anni &#8217;60, con infinte difficoltà e lotte, spesso nell&#8217;indifferenza delle diverse ammnistrazioni comunali. La massa del materiale di 4.660.000 di metri cubi è composta per i primi dieci metri dalle macerie dei bombardamenti, per i successivi strati da terreno di risulta e detriti di edifici demoliti dopo la fine della guerra, e dal &#8217;49 in poi da materiali di scavo dei nuovi cantieri ella ricostruzione. Solo dopo il &#8217;67 con la chiusura della discarica, inizieranno i lavori di rifinitura della collina, creando strade e viottoli, completando la semina del manto erboso e la piantumazione.<br />
&nbsp;<br />
In tempi recenti un progetto di amplimento del ⇨ <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Giardino_dei_Giusti_di_tutto_il_mondo" target="_blank"><strong>Giardino dei Giusti di tutto il mondo</strong></a>, felicemente ospitato in una parte della collina, che implicherebbe la costruzione di un anfiteatro per eventi e commemorazioni, e vari muri e dolmen di cemento, cambiando l&#8217;assetto naturale e armonioso del luogo, ⇨ <a href="http://www.archiviobottoni.polimi.it/Archivio_attivita/APB_tutela-opere-PB/2015_Monte-Stella/2015_Salviamo-il-Monte-Stella.htm" target="_blank"><strong> ha scatenato molte polemiche</strong></a>. Sommessamente, non credo sia necessario aggiungere nulla al Monte Stella, che è già un memoriale in sè stesso. La  memoria non ha bisogno di muri e cemento, è già in questo luogo condivisa, forte e presente e, ritornandovi dopo molti anni, anzi è cresciuta insieme agli alberi, all&#8217;erba verde, al profumo di terra a muschio, ed è ancora più viva e davvero <em>vegeta</em>. Salendo nel buio, scivolando sull&#8217;erba umida di rugiada, sulle radici sporgenti, nel silenzio, arrivando in cima, con la città lontana, basta una voce piccola, un racconto, a ricordare, a trasmettere emozioni.<br />
&nbsp;<br />
Questa storia, cominciata con una bambina per mano al suo papà sul Monte Stella, finisce con altri bambini per mano al loro papà sempre sul Monte Stella, nell&#8217;appello di <strong>Piero Alessandro Bottoni</strong> e <strong>Stella Bottoni</strong>, figli di <strong>Piero Bottoni</strong>, perché il Monte Stella resti quello che è ed è diventato dal suo progetto/sogno originale.<br />
&nbsp;</p>
<blockquote style="color:#00000; border-left:3px solid #045b77; background-color:#dddddd;"><p><em>Da bambini nostro padre Arch.Piero Bottoni ci portava ripetute volte sulla montagnetta che aveva un nome così a noi familiare : “Stella”.<br />
Stella è stata un artista polacca e fu per moltissimi anni la prima moglie di nostro padre.<br />
Dopo la Sua morte nostro padre si risposò e da nostra madre Giuditta nascemmo noi due fratelli Bottoni : Piero Alessandro e Stella.<br />
Il grande amore che nostro padre aveva ancora per la prima moglie scomparsa e la grande generositá e elasticità mentale di nostra madre, permisero all’arch.Bottoni di avere ben due tesori della sua vita nominati con il nome di Stella : la figlia e la collina.<br />
Solo questo può far capire a chi ancora non conosceva la storia e la vita dell’arch.Piero Bottoni quanto lui tenesse oltre alla figlia anche alla collina da lui creata con tanta fatica e amore e contro la resistenza di molti che, a quel tempo, non avevano ancora compreso l’importanza per Milano di un simile incredibile progetto.<br />
La collina è stata studiata da nostro padre in ogni suo dettaglio, inclusa la scelta delle essenze, alberi, cespugli e ancora i sentieri.<br />
Ogni dettaglio insieme compone l’intera collina, così come tante cellule compongono insieme e indissolubilmente un essere vivente.<br />
Questa è la storia del Monte Stella e questa è la storia dell’arch.Piero Bottoni, suo unico ed indiscusso padre ideatore e realizzatore.</em><br />
&nbsp;<br />
 da ⇨ <a href="http://archiwatch.it/2015/10/04/le-stelle-di-pietro-bottoni/" target="_blank"><strong>LE TRE “STELLE “… DI PIETRO BOTTONI … </strong></a> 4 ottobre 2015</p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
[ Le immagini sono state reperite in rete da  <a href="https://www.facebook.com/media/set/?set=a.332388396891368.1073741862.169869619809914&#038;type=3" target="_blank"><strong>qui</strong></a> e da ⇨  <a href="http://www.skyscrapercity.com/showthread.php?t=1553988&#038;page=60" target="_blank"><strong>qui</strong></a>, un bellissimo sito-forum che contiene cose preziose della memoria di Milano ]</div>
</div>
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		<title>Il silenzio di Miłosz</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2015 05:36:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Di Marco Pasi &#160; Ho appena finito di leggere Vado a vedere se di là è meglio, di Francesco M. Cataluccio.[1] Per chi ha fatto certi viaggi oltrecortina a una certa età, e ama la letteratura dei paesi slavi, è una lettura non solo piacevole ma direi indispensabile. Nel 1977, poco più che ventenne, Cataluccio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Marco Pasi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ho appena finito di leggere <em>Vado a vedere se di là è meglio</em>, di Francesco M. Cataluccio.<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-admin/post.php?post=55133&amp;action=edit#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> Per chi ha fatto certi viaggi oltrecortina a una certa età, e ama la letteratura dei paesi slavi, è una lettura non solo piacevole ma direi indispensabile. Nel 1977, poco più che ventenne, Cataluccio se ne andò a studiare filosofia a Varsavia. Era l’inizio di un amore per la Polonia che col tempo ha reso Cataluccio uno dei conoscitori più fini e sensibili in Italia della storia, della cultura e della letteratura di quel paese. Non se n’è servito per una carriera accademica, il che torna a suo merito, ma piuttosto per portare da noi come traduttore e curatore quanto di buono si è scritto e pensato laggiù negli ultimi cento anni. <span id="more-55133"></span>Il libro è pieno di aneddoti e storie raccontate con brio e intelligenza, di viaggi e incontri letterari non solo in Polonia ma anche in altri paesi slavi, e fa pensare più di una volta all’inarrivabile A.M. Ripellino. In un capitolo, Cataluccio parla di un convegno di scrittori che si tenne a Budapest nell’estate del 1989. In quei mesi migliaia di tedeschi orientali, presentendo la fine dell’Impero dell’Est, raggiungevano la capitale ungherese, nella quale passavano qualche giorno prima di procedere verso la frontiera con l’Austria. Presto si sarebbero aperte le cataratte dell’oceano sovietico, e l’Europa intera avrebbe conosciuto il suo primo momento di euforia collettiva dalla fine della guerra. Ma prima che ciò avvenisse, si teneva su quelle stesse rive del Danubio questo stupendo concistoro letterario, la cui lista di partecipanti fa oggi una certa impressione. C’erano alcuni grandissimi dell’Europa centrale e orientale: Czesław Miłosz, Danilo Kiš, Josif Brodski, Milan Kundera, ma anche superstar letterarie di altre latitudini, come Nadine Gordimer e Salman Rusdhie. C’erano i nostri Claudio Magris e Giuseppe Pontiggia. E c’era Cataluccio, che ne ebbe dunque esperienza diretta. Alcuni aneddoti che riporta sono gustosi, come la sua serata con Miłosz nella stanza d’albergo di Kiš, scolandosi una damigiana di whisky da cinque litri che il premio nobel polacco aveva portato dall’America (dal che si desume che le restrizioni sull’importazione di alcolici erano stranamente poco rigide nell’Ungheria tardo-comunista, o che qualche eccezione poteva essere fatta per il vincitore di un premio nobel). Mentre leggevo mi sono però reso conto che avevo già sentito dire qualcosa su quel convegno. Ma dove? Ci penso, mi torna in mente: era nel bel libro di Emmanuel Carrère su Eduard Limonov uscito qualche anno fa.<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-admin/post.php?post=55133&amp;action=edit#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> Lo riprendo in mano, ed effettivamente trovo subito il passo in cui si parla del convegno di Budapest. Anche lo scatenato Limonov a quanto pare vi aveva partecipato, e Carrère narra le sue gesta in quell’occasione, tra cui una simpatica rissa con uno scrittore inglese che aveva osato parlare male dell’Unione Sovietica. Limonov in teoria era uno scrittore russo dissidente, ma i suoi rapporti con il regime sovietico e con la storia del suo paese erano un po’ più complicati di quelli della maggior parte dei dissidenti di allora. Non che casi come il suo non si siano mai visti: il tipo che se vive in un regime totalitario rischia continuamente di essere deportato in qualche campo di lavoro, ma se poi il regime scompare non se ne fa una ragione, si dispera e comincia a gridare al complotto. Come se gli avessero tolto la sedia da sotto il sedere. Ah, nostalgia della disciplina che non abbiamo mai potuto sopportare!</p>
<p>Fatto sta che i resoconti dei due libri sembrano procedere su due binari paralleli: Cataluccio di Limonov non fa proprio parola, mentre Carrère cita Miłosz solo di sfuggita come uno dei partecipanti al convegno. Affascinato dalla figura di Limonov e allo stesso tempo perdutamente innamorato di Miłosz, devo assolutamente sapere di più su questo eccezionale sabba letterario in limine mortis sovieticae. Comincio quindi a spulciare internet, e salta fuori quasi subito un articolo pubblicato all’epoca sul <em>New York Times</em>, in cui si dice che uno dei momenti notevoli del convegno fu un acido battibecco tra i due durante una discussione plenaria…<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-admin/post.php?post=55133&amp;action=edit#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a> Un battibecco proprio tra Limonov e Miłosz, ho letto bene? Una scena troppo bella per essere vera. Possibile che Cataluccio, che sa tutto di tutti, e nel suo libro ne racconta di belle sulle sue avventure, se lo sia perso? E se non se lo è perso, come mai non ne parla? Ma non è il suo silenzio (né quello, speculare, di Carrère) che mi interessa qui.</p>
<p>Sembra quindi che durante la lezione inaugurale del convegno Miłosz abbia parlato del patto Ribbentrop-Molotov del 1939 come del peccato originale dell’Europa contemporanea, cosa certo comprensibile per un polacco. E soprattutto per un polacco che aveva vissuto quegli eventi in prima persona e che, dopo tanti anni di amarezze personali e di esilio, ancora ne subiva le conseguenze. Era con quel patto, o meglio con un suo segreto codicillo, che Hitler e Stalin si erano messi d’accordo per spartirsi le spoglie di una Polonia smembrata per l’ennesima volta. Da lì era cominciata quella spaccatura dell’Europa che nel 1989 ancora durava, e di cui non si era certi allora di poter vedere la fine, nonostante la fine fosse ormai così prossima. Quale occasione migliore per ricordarlo di un convegno che, per circostanze fortuite, si teneva proprio nel cinquantesimo anniversario di quel sordido preludio allo scoppio della guerra? Durante la successiva discussione Limonov prese però la parola e, di fronte a un’assemblea attonita, rinfacciò a Miłosz che la Polonia non si era certo comportata diversamente quando, nel 1938, la Cecoslovacchia era stata fatta a pezzi da Hitler. La Polonia aveva in effetti partecipato all’osceno banchetto, approfittando della situazione per papparsi un pezzettino di Slesia meridionale che apparteneva al suo disgraziato vicino. Con che coraggio poteva fare la vittima per quello che le era successo dopo? Quale dignità morale poteva rivendicare di fronte alle armate naziste e sovietiche che la invadevano, se lei stessa si era comportata in modo simile appena un anno prima con un vicino inerme? Limonov aggiunse poi che era tempo di smetterla di dare le colpe di tutto all’Unione Sovietica, dimenticando troppo spesso che furono le sue armate a liberare Auschwitz.</p>
<p>Questo diceva Limonov nella calda, fatidica estate del 1989 a Budapest, di fronte a un pubblico di scrittori non proprio noti per il loro filosovietismo… Sostiene il resoconto del <em>New York Times</em> che, di fronte alle stoccate polemiche di Limonov, Miłosz tacque. Il poeta premio Nobel, invitato tra i più prestigiosi e autorevoli del convegno, non rispose, non disse nulla. Ma perché? Non c’era davvero nulla da dire? Limonov parve forse a Miłosz un esagitato, magari anche un provocatore, figura non rara nei paesi d’oltrecortina durante l’era sovietica? Per questo, se ne dovrebbe desumere, non volle degnarlo di una risposta? Difficile pensare invece, soprattutto per chi come me è in preda al più tenero innamoramento nei suoi confronti, che Miłosz si sia trovato davvero in imbarazzo, che non abbia saputo cosa dire. Forse non ricordava il comportamento della Polonia durante la crisi cecoslovacca del 1938? No, questo semplicemente non è possibile, non per uno che conosceva così bene la storia del suo paese, e che visse quegli avvenimenti in presa diretta. Forse era annebbiato da un piccolo, improvviso rigurgito di nazionalismo, che gli impediva di ammettere le malefatte del suo paese dopo averne appena ricordato il ruolo di vittima simbolica della storia europea contemporanea? No, del tutto assurdo, se se ne conosce tanto l’opera quanto la biografia. Ci deve essere un motivo se Miłosz rimase in silenzio. Un motivo che sicuramente non saprò mai, a meno che Miłosz non l’abbia in seguito detto a Cataluccio durante la serata trascorsa con lui e Kiš sorseggiando whisky, e Cataluccio non si decida un giorno a dirmelo. Nel frattempo, non posso fare altro che immaginare quello che Miłosz <em>deve</em> aver pensato dopo la sparata di Limonov, anche se non lo disse. In fondo, non importa che non lo disse. Forse non importa nemmeno il motivo per cui non lo disse: io so che lo pensò.</p>
<p>Ebbene, Miłosz pensò questo: “Caro Limonov, non è liberando Auschwitz che le armate sovietiche si conquistarono una qualche dignità morale. Auschwitz venne liberata semplicemente perché era sulla strada per Berlino, non perché era Auschwitz. E infatti, quante decine di Auschwitz erano sparse sul territorio siberiano, prima, durante e dopo Auschwitz? Quale sorpresa, quale indignazione poteva riservare la distruzione sistematica dell’uomo a chi ne aveva già da tempo prodotto e affinato i meccanismi altrove? Le armate sovietiche non liberarono Auschwitz per riscattare l’uomo in quanto uomo dalla sofferenza, dalla tortura, dalla morte violenta e ingiusta. Liberarono Auschwitz così come l’onda, nel momento in cui si rompe sulla battigia, solleva un pezzo di legno dalla sabbia per posarlo solo un po’ più in là. In una sabbia, oltretutto, già intrisa del sangue di Katyń. Quanto alla Polonia, hai ragione caro Limonov, le sue sofferenze non giustificano i suoi peccati, e in quell’occasione essa si comportò come un avvoltoio. Non è certo il fatto di essere polacco che mi impedisce di vedere il male che inflisse ad altri, il suo egoismo, la sua avidità, la sua colpevole ingenuità. Non cercherò attenuanti nella sua storia recente o lontana, che pure non sarebbero difficili da trovare. No caro Limonov, per quanto una parte di me sia legata in modo primitivo e viscerale alla Polonia, più importanti di lei sono i sentimenti di umanità che trascendono qualunque frontiera e che dovrebbero unirci tutti in una sola aspirazione al bene, dopo essere stati troppe volte traditi dal meglio. La Polonia ha certamente peccato nei confronti di quei sentimenti, in quel torbido, orrido 1938, così come molte altre volte nel corso della sua storia. Di questo ogni polacco dovrebbe essere cosciente. Ma in quanto uomo, e non in quanto polacco, so anche che il sistema sovietico fu l’esatta antitesi di quei sentimenti, ne fu la negazione e la scientifica distruzione. Nessuna vittoria militare, nessuna liberazione di un campo di sterminio potrà mai cambiare questo dato di fatto. Se noi oggi siamo qui non è per condannare o difendere questo o quel paese, che sia la Polonia o la Russia, entrambi vittime o carnefici in diversi momenti della loro storia, ma per affermare l’importanza di alcuni valori come unica zattera di salvezza per l’umanità, prima che la marea del nulla ci sommerga.”</p>
<p>Io so con assoluta certezza che Miłosz pensò questo, perché so che quello in cui credeva è agli antipodi esatti di questa Europa odiosa e insopportabile che oggi ci affligge e di cui però, stupidi sentimentali che siamo, non possiamo fare a meno. Non ne possiamo fare a meno perché abbiamo visto, toccato con mano e sognato, quando vedere, toccare e sognare erano ancora pieni di una magia e di una speranza che nessun Limonov avrebbe potuto spegnere. Per questo, non per altro, Miłosz è ancora vivo e può parlare oggi attraverso di me.</p>
<p>Nell’estate del 1989 anche io ero a Budapest, ma non seppi di quel convegno né allora né poi per molti anni. Sono sicuro di averne letto per la prima volta proprio nel libro di Carrère, e quindi non prima di un paio di anni fa. Ero troppo giovane, troppo distratto e immaturo per saperne qualcosa nel 1989, anche se una strana premonizione mi aveva portato là proprio in quel momento. Mi dà una certa pena sapere che avrei potuto assistere al dialogo sordo tra Limonov e Miłosz, essere partecipe già allora del detto e del non detto. Mi consola pensare che quello che non avrei potuto sentire allora con le parole, lo sento ora con la mente e con il cuore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>°</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-admin/post.php?post=55133&amp;action=edit#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Francesco M. Cataluccio, <em>Vado a vedere se di là è meglio. Quasi un breviario mitteleuropeo</em>, Sellerio, Palermo 2010.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-admin/post.php?post=55133&amp;action=edit#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Emmanuel Carrère, <em>Limonov</em>, Adelphi, Milano 2012.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-admin/post.php?post=55133&amp;action=edit#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Henry Kamm, “Writers, Meeting in Budapest, Warm to a Concept”, <em>The New York Times</em>, 22 giugno 1989. Disponibile presso: <a href="http://www.nytimes.com/1989/06/22/books/writers-meeting-in-budapest-warm-to-a-concept.html">http://www.nytimes.com/1989/06/22/books/writers-meeting-in-budapest-warm-to-a-concept.html</a> (consultato il 14 giugno 2015).</p>
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		<title>&#8220;Forse Esther&#8221; di Katja Petrowskaja</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jan 2015 06:00:18 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/forse-esther-cover.jpeg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-50303" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/forse-esther-cover-190x300.jpeg" alt="forse esther cover" width="190" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/forse-esther-cover-190x300.jpeg 190w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/forse-esther-cover.jpeg 650w" sizes="auto, (max-width: 190px) 100vw, 190px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>«[…] E io pensai che fosse stato il charleston a far tornare in mente a Rosa Trockij e la sua mucca: in punta di piedi lei s’addentrava ballando nella storia universale». È in punta di piedi e con una splendida grazia narrativa che Katja Petrowskaja entra nella storia del Novecento e compone un mosaico di vicende storiche e frammenti autobiografici, un tappeto della memoria intessuto di documenti d’archivio, ricordi personali e alcune fotografie in bianco e nero, che sin dalle pagine iniziali richiama il Sebald di <em>Austerlitz</em>.</p>
<p><em>Forse Esther</em> (Adelphi, trad. di Ada Vigliani) è il primo romanzo dell’autrice e giornalista, nata a Kiev nel 1970 e trapiantata a Berlino. Il tedesco, imparato alle soglie dei trent’anni «a suo rischio e pericolo», è la lingua che Petrowskaja adotta per la scrittura, la «lingua del nemico» che rappresenta al contempo una via di fuga, un amore inesauribile e un modo solo apparentemente illogico per riallacciarsi alle proprie radici, quasi come una «bacchetta del rabdomante». La genealogia tentacolare della famiglia sovietica in cui l’autrice cresce è un crocevia delle culture russa, ucraina, tedesca ed ebraica: è per questo che l’indagine intrapresa alla ricerca dei suoi avi non può che essere anche una ricostruzione storica composita, un viaggio attraverso Germania, Russia, Polonia e Austria, fino a quei luoghi bui dell’anima che gulag e lager sono per ogni europeo.<br />
L’indagine e l’attenzione alla lingua come strumento d’analisi sono condensati già nel dubbio onomastico del titolo: Esther è forse il nome di una bisnonna mai conosciuta dall&#8217;autrice; suo padre tuttavia non ne è certo perché l’ha sempre chiamata semplicemente«babuška». Accanto a Esther, però, Petrowskaja traccia i ritratti di vari membri di una famiglia in cui «c&#8217;era di tutto. Un contadino, parecchi insegnanti, un agente provocatore, un fisico e un poeta. Un rivoluzionario e un eroe di guerra, ma in particolare c&#8217;erano leggende». Gli insegnanti sono perlopiù logopedisti e forse è proprio da loro che l’autrice ha ereditato un legame viscerale con la lingua («per gli ebrei la parola è tutto»). D’altronde per gli scrittori le cui radici si snodano attraverso diversi paesi è naturale che la narrazione di sé si accompagni a una intensa riflessione linguistica, come se alcune tracce del vissuto si nascondessero fra le parole usate, in modi di dire dimenticati e recuperati che vanno a costituire un <em>Erlebnis</em> polifonico; si pensi, ad esempio, al complesso rapporto con il russo che Emmanuel Carrère dimostra di avere in <em>Un roman russe</em>, altro romanzo che è un viaggio verso le proprie origini, nel quale la difficoltà di ricordare la lingua imparata da bambino è un’eco della confusione in cui è avvolto il passato.<br />
È questo legame che porta Petrowskaja a farle notare come, nei pressi della chiesa di San Cirillo a Kiev, non lontano da dove ebbe luogo il massacro di Babij Jar, una targa reciti «<em>Anche</em> qui nel 1941 furono fucilati degli uomini»: le tombe non autorizzate si riconoscono da una congiunzione. O che le fa sottolineare come, in quello stesso anno, i manifesti che richiamavano all’adunanza si rivolgessero a «tutti» gli ebrei in russo, e a «tutti senza eccezione alcuna» in tedesco, quasi che nella traduzione si fosse perso un grano di enfasi omicida.<br />
Così ogni movimento, ogni «andò» diventa epico. La <em>babuška</em> Rosa, Esther, poi il nonno che fu fatto prigioniero e tornò dai gulag dopo quarant’anni, e il misterioso prozio Judas Stern, processato nel ‘32 in seguito al tentato omicidio di un diplomatico tedesco: questi lontani parenti, magnifici personaggi, danzano nella mente dell’autrice «al ritmo della storia universale», mentre lei prova a tenere i fili di ogni vita al fine di visualizzare un centro, capire qual è il suo posto all’interno della narrazione. Per tessere la sua tela Petrowskaja si avvale degli strumenti più vari: Google, miti greci, fiabe tradizionali, contatti Facebook, letture assortite, tra cui Thomas Bernhard; tutto diventa «materiale storico» che per lei somiglia a «velluto, raso, crêpe de Chine». Ma allora dov’è il centro? Che sia quel ficus al quale sostiene di dovere la vita, un ficus che appare d’improvviso verso la fine del libro, abbandonato in mezzo a un marciapiede vuoto, sulle note di Šostakovič, e che, salvando la vita al padre, si trasforma per lei in una specie di angelo custode? Può darsi, ma in questo romanzo – il titolo era esplicito – la memoria è un fantasma intermittente: il padre non ricorda nessun ficus, così la pianta diventa per l’autrice un «oggetto letterario», o piuttosto un correlativo oggettivo della Storia.<br />
Il viaggio che Petrowskaja compie travalica i confini temporali e geografici, lo dimostra un lapsus nelle ultime pagine: mentre l’autrice è diretta a Mauthausen, una passeggera del treno la saluta dicendole «Gute Weltreise!», <em>Buon giro del mondo</em>, invece di «Gute Weiterreise», <em>Buon proseguimento</em>. Di nuovo la lingua offre un indizio; «Così […] ha messo a nudo la mia megalomania», commenta l’autrice. Ma più probabilmente ciò che spinge alla ricerca ha origine non tanto dalla megalomania, quanto da un irriducibile istinto alla sopravvivenza: «Facciamo tutto nel tentativo di allontanare la morte a colpi di interpretazione, come se non si trattasse di scomparire, ma solo di accogliere e giungere alla meta». La meta non può che essere fantasmatica: nell’ultimo frammento una donna anziana e sconosciuta, avvolta dal candore, sparisce a un semaforo di Kiev, subito dopo aver sorriso all’autrice, lasciando un’epifania di luce a sigillare con mistero questo racconto bello e profondamente europeo.</p>
<p>Katja Petrowskaja<br />
<em>Forse Esther</em><br />
(tit. or. <em>Vielleicht Esther. Geschichten</em>)<br />
Traduzione di Ada Vigliani<br />
Adelphi, 2014</p>
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		<title>L’umanità generica, Kant e i rifugiati: un collage e qualche riflessione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Sep 2014 05:00:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Di Andrea Inglese 1. Il profugo è un uomo? “pròfugo s. m. (f. -a) e agg. [dal lat. profŭgus, der. di profugĕre «cercare scampo», comp. di pro-1 e fugĕre «fuggire»] (pl. m. -ghi). – Persona costretta ad abbandonare la sua terra, il suo paese, la sua patria in seguito a eventi bellici, a persecuzioni politiche [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/profughi-italiani-in_fuga-caporetto.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48763" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/profughi-italiani-in_fuga-caporetto-300x199.jpg" alt="profughi italiani in_fuga-caporetto" width="300" height="199" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/profughi-italiani-in_fuga-caporetto-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/profughi-italiani-in_fuga-caporetto-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/profughi-italiani-in_fuga-caporetto.jpg 800w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a> Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><strong>1.</strong><br />
<em>Il profugo è un uomo?</em><br />
“<strong>pròfugo</strong> s. m. (f. -a) e agg. [dal lat. <em>profŭgus</em>, der. di <em>profugĕre</em> «cercare scampo», comp. di pro-1 e fugĕre «fuggire»] (pl. m. -ghi). – Persona costretta ad abbandonare la sua terra, il suo paese, la sua patria in seguito a eventi bellici, a persecuzioni politiche o razziali, oppure a cataclismi come eruzioni vulcaniche, terremoti, alluvioni, ecc. (in questi ultimi casi è oggi più com. il termine sfollato).”</p>
<p>Cosa fa sì che il profugo sia un uomo, e non un peso morto, e non una quantità di umanità residua, destinata a cadere – il cui destino fatale è la caduta? Cosa fa sì che un profugo non debba inevitabilmente e più facilmente morire, di chi non è profugo? Perché un profugo non dovrebbe suscitare, quando muore, le lacrime che gli altri esseri umani, morendo ingiustamente, suscitano? È possibile che l’umanità sporga da quell’essere fuggitivo, senza scampo, che è il profugo?<span id="more-48761"></span></p>
<p><em>Ama il prossimo tuo come te stesso</em>. Se una qualsiasi forma di etica universalistica ha senso, se gli ideali illuministici hanno senso, se il marxismo ha senso, questo precetto evangelico deve avere senso. Ed esso dice questo: l’uomo che tu vedi, e che sembra non rassomigliarti, che non assomiglia a te stesso oggi, ti ha assomigliato <em>ieri</em> o ti assomiglierà <em>domani</em>. Perché io ami qualcuno come me stesso, debbo poterlo <em>vedere come fosse me stesso</em>. Non c’è universalismo etico senza questa reciprocità di visione, mi sembra. Perché quest’uomo mi assomigli, perché sia riconosciuto come un uomo, e come un uomo quale sono io, ossia importante, in quanto portatore di una serie densa e intrecciata di valori: io sono i miei diritti, le mie proprietà, la mia cittadinanza, la mia bellezza, la mia lingua, la mia cultura, ecc., perché quest’uomo che viene dai barconi, che ha le tasche vuote, gli occhi spenti, la voce rotta dalla fatica, dalla fame e dalla sete, perché quest’uomo che non è lavato e profumato, che spesso galleggia inerte in mezzo alle acque, sia considerato ugualmente uomo come me, lo stesso uomo, <em>io devo vedermi come rifugiato</em>. E non ho bisogno di inventare un sogno o una favola. Posso cominciare con il chiedere ai padri e alle madri di mia madre e di mio padre. Loro questa verità la conoscono, questa nostra identità non più ricordata.</p>
<p><em>L’umanità oscena del profugo</em><br />
Il profugo non è un cittadino, non è <em>più</em> un cittadino, non è più riconducibile a un gruppo umano determinato, non porta con sé gli emblemi di un’appartenenza particolare che lo situano “naturalmente” dentro i confini di una certa nazione, al riparo dalle istituzioni di uno Stato. Privo di appartenenze certe, senza istituzioni che lo difendano, senza un luogo “naturale” che gli spetti come membro di una nazione particolare, il profugo non porta con sé che la sua generica umanità, quella sola che ha valenza universale. Non si sa bene dove si debba metterlo, quale nazionalità riconoscergli, che statuto fornirgli di fronte alla legge, ma non si può negargli la sua generica appartenenza all’umanità. Il profugo, anche quando deve interamente la sua condizione di sradicato e di esule al fatto di appartenere a una minoranza etnica o politica o religiosa, è comunque testimone dell’umanità universale. Il profugo non può essere inserito nella rete di diritti dell’individualismo liberale né nel cerchio comunitario della cultura d’origine. Ci presenta semplicemente, oscenamente, la sua umanità. Si muove, dorme, mangia, ragiona, ha un passato, potrebbe avere un futuro, ma gli è negato il presente, non ha un presente <em>reale</em>. Se ancora esiste una qualche forma di universalismo, esso dovrà prendere le mosse dal profugo, da colui che è sul punto di diventare apolide, ossia un essere umano superfluo, ingombrante, ingiustificato, spettrale. Se siamo in grado di riconoscerlo, se siamo in grado di avvicinarci a lui, e di parlargli come faremmo a un cittadino che paga le tasse, che è dotato di diritti e possiede una carta d’identità, allora è ancora possibile una forma di universalismo dell’essere umano in quanto tale.</p>
<p><em>Il profugo è fuorilegge</em><br />
Se l’umanità esiste in un senso universale, se l’umanità non è una semplice costruzione mitica, che poggi sull’irriducibile molteplicità e dispersione dei popoli e delle loro nazioni, allora essa deve essere riconoscibile proprio nei profughi, i quali presentano a noi e ai nostri criteri di legittimazione una fisionomia spaventosa ed esorbitante: la povertà radicale. La mancanza non solo di un lavoro e di una casa, ma di un paese, di una terra, di un naturale insediamento dentro una popolazione e una legge.</p>
<p><strong>2.</strong><br />
<em>…nessuno avendo in origine maggior diritto di un altro a una porzione determinata della terra</em><br />
Nel 1795, Kant pubblicò la prima edizione di <em>Per la pace perpetua. Un progetto filosofico.</em><br />
Riporto qui il “terzo articolo” seguito dal suo commento. In questo commento lessi una frase che non mi ha più abbandonato e che riguarda il “diritto al possesso comune della superficie della terra (…) nessuno avendo in origine maggior diritto di un altro a una porzione determinata della terra”. C’è molta utopia in questa frase, c’è anche molta ragione, e anche molta dinamite. Vorrei ricollocarla nel contesto più ampio del discorso kantiano.</p>
<p>“<strong>Terzo articolo definitivo per la pace perpetua:</strong></p>
<p>«Il <em>diritto cosmopolitico</em> dev&#8217;essere limitato alle condizioni dell&#8217;<em>ospitalità</em> universale».</p>
<p>Qui, come negli articoli precedenti, non si tratta di filantropia ma di <em>diritto, e ospitalità</em> significa quindi il diritto di uno straniero che arriva sul territorio altrui, di non essere trattato ostilmente. Può venirne allontanato, se ciò è possibile senza suo danno, ma fino a che dal canto suo si comporta pacificamente, l&#8217;altro non deve agire ostilmente contro di lui. Non si tratta di un <em>diritto di ospitalità</em>, cui lo straniero può fare appello (a ciò si richiederebbe un benevolo accordo particolare, col quale si accoglie per un certo tempo un estraneo in casa come coabitante), ma di un <em>diritto di visita</em> spettante a tutti gli uomini, quello cioè di offrirsi alla socievolezza in virtù del <strong>diritto al possesso comune della superficie della terra</strong>, sulla quale, essendo sferica gli uomini non possono disperdersi all&#8217;infinito, ma <strong>devono da ultimo tollerarsi nel vicinato, nessuno avendo in origine maggior diritto di un altro a una porzione determinata della terra</strong>. Tratti inabitabili di questa superficie, il mare e i deserti di sabbia, impongono separazioni a questa comunità umana, ma la nave e il cammello (la nave del deserto) rendono possibile che su questi territori di nessuno gli uomini reciprocamente si avvicinino e che il diritto sulla <em>superficie</em>, spettante in comune al genere umano, venga utilizzato per eventuali scambi commerciali. L&#8217;inospitalità degli abitanti delle coste (ad esempio dei Barbareschi) che si impadroniscono delle navi nei mari vicini o riducono i naufraghi in schiavitù, l&#8217;inospitalità degli abitanti del deserto (ad esempio dei beduini arabi) che si credono in diritto di depredare quelli che si avvicinano alle tribù nomadi è dunque contraria al diritto naturale. Ma questo diritto di ospitalità, cioè questa facoltà degli stranieri sul territorio altrui, non si estende oltre le condizioni che si richiedono per rendere possibile un <em>tentativo</em> di rapporto con gli antichi abitanti. In questo modo parti del mondo lontane possono entrare reciprocamente in pacifici rapporti, e questi diventare col tempo formalmente giuridici ed infine avvicinare sempre più il genere umano ad una costituzione cosmopolitica.</p>
<p>Se si paragona con questo la condotta <em>inospitale</em> degli Stati civili, soprattutto degli Stati commerciali del nostro continente, si rimane inorriditi a vedere l&#8217;ingiustizia ch&#8217;essi commettono nel <em>visitare</em> terre e popoli stranieri (il che è per essi sinonimo di conquistarli). L’America, i paesi dei negri, le Isole delle spezie, il Capo di buona speranza ecc., all’atto della loro scoperta erano per loro terre di nessuno, non tenendo essi in nessun conto gli indigeni. Nell’India orientale, con il pretesto di stabilire ipotetiche stazioni commerciali, introdussero truppe straniere e ne venne l’oppressione degli indigeni, l’incitamento dei diversi Stati del paese a guerre sempre più estese, carestia, insurrezioni, tradimenti e tutta la rimanente serie dei mali, come li si voglia elencare, che affliggono il genere umano.</p>
<p>La Cina e il Giappone avendo fatto esperienza tali ospiti, hanno perciò saggiamente provveduto, la prima a permettere solo l&#8217;accesso, ma non l&#8217;ingresso agli stranieri, il secondo a permettere anche l&#8217;accesso ad un solo popolo europeo, agli olandesi, che però sono, quasi come prigionieri, esclusi da qualsiasi contatto con gli indigeni. II peggio (o il meglio, se si considera la cosa dal punto di vista di un giudice morale) è che tali Stati non traggono poi nemmeno vantaggio da queste violenze che tutte queste società commerciali sono sull&#8217;orlo della rovina, che le Isole dello zucchero sedi della schiavitù più crudele e raffinata, non danno alcun reddito reale ma lo danno solo indirettamente e per di più per uno scopo non molto lodevole poiché servono a fornire marinai per le flotte militari e quindi di bel nuovo a intraprendere guerre in Europa; e questo fanno gli Stati che ostentano una grande religiosità: e mentre commettono ingiustizie con la stessa facilità con cui si beve un bicchiere d&#8217;acqua, vogliono farsi passare per nazioni elette in fatto di ortodossa osservanza del diritto.</p>
<p>Siccome ora in fatto di associazione (più o meno stretta o larga che sia) di popoli della terra si è progressivamente pervenuti a tal segno, che la violazione del diritto avvenuta in <em>un punto</em> della terra è avvertita <em>in tutti i punti</em>, così l&#8217;idea di un diritto cosmopolitico non è una rappresentazione fantastica di menti esaltate, ma una necessaria integrazione del codice non scritto, così del diritto pubblico interno come del diritto internazionale, al fine di fondare un diritto pubblico in generale e quindi attuare la pace perpetua alla quale solo a questa condizione possiamo lusingarci di approssimarci continuamente.”</p>
<p><strong>3.</strong><br />
<em>I profughi che siamo stati</em></p>
<p>“Oggi l’immaginario collettivo fa riferimento a uomini e donne che sbarcano sulle coste italiane in fuga da guerre e persecuzioni; ma quasi un secolo fa i profughi erano gli europei.<br />
(…)<br />
Siamo nel 1922 e Federico Nansen, primo presidente dell&#8217;Alto Commissario per i Rifugiati della Società delle Nazioni, crea il primo passaporto internazionale che riconosce lo status di apolide principalmente ai profughi della guerra civile in Russia.<br />
(…)<br />
Ventitré anni dopo, nel 1945, con la fine della Seconda guerra mondiale, l’Europa conosce il primo enorme spostamento di masse umane: <strong>sono almeno 10 milioni i profughi mossi dal conflitto</strong>.”<br />
(da <a href="http://www.raistoria.rai.it/articoli-programma/profughi-la-schiuma-della-terra/23530/default.aspx">I profughi:schiuma della terra</a>)</p>
<p>“<strong>Rifugiati:</strong><br />
La pratica internazionale del primo e del secondo dopoguerra ha coniato due termini, che coprono, con un notevole grado di approssimazione, le varie categorie di profughi che dànno luogo ad un problema internazionale: i rifugiati o profughi (<em>refugees</em>); e le <em>displaced persons</em> (DP). I <em>refugees</em> sono i profughi internazionali in senso proprio e cioè &#8220;tutti coloro che si trovino fuori del loro paese&#8221; e che, per essere stati perseguitati, o per timore di persecuzioni per ragione di nazionalità, religione, razza o opinioni politiche, non vogliano o non possano far ritorno in patria o valersi all&#8217;estero della protezione diplomatica dei rappresentanti del loro paese. Nella categoria sono inclusi anche coloro che non desiderino ritornare nel loro paese per avversione al regime politico in esso esistente. <em>Displaced persons</em> sono invece coloro che non per loro volontà, ma per effetto dell&#8217;azione diretta o indiretta delle autorità civili o militari dei paesi belligeranti si siano trovati a guerra finita fuori del loro paese di origine.<br />
(…)<br />
Entrambe le categorie di profughi, fra le quali prima della seconda Guerra mondiale non si faceva una distinzione, hanno formato oggetto di attività internazionale sin dall&#8217;altro dopoguerra. I gruppi più importanti di profughi che si contavano subito dopo la prima Guerra mondiale erano i varî milioni di Russi allontanati dal loro paese dalla rivoluzione del 1917, gli Armeni, ed altri gruppi (Greci, Bulgari, Siriani) ai quali si dovevano aggiungere, negli anni successivi, le vittime della persecuzione nazista e fascista: profughi politici d&#8217;Italia e di Germania; vittime della persecuzione antisemita condotta dal nazifascismo prima in Germania e poi via via nei paesi occupati prima dello scoppio della seconda Guerra mondiale (Austria e Cecoslovacchia); e i repubblicani spagnoli.<br />
(…)<br />
L&#8217;effetto principale determinato dalla seconda Guerra mondiale è stato innanzi tutto lo straordinario aumento numerico dei rifugiati. Da un lato, come conseguenza diretta delle operazioni di guerra, le forze alleate si trovavano fra le braccia milioni e milioni di persone che erano state deportate dai Tedeschi o costrette ad abbandonare il loro paese (<em>displaced persons</em>). Dall&#8217;altro, al venir meno dei regimi totalitarî nazi-fascisti &#8211; e quindi del problema dei fuorusciti dai rispettivi paesi &#8211; faceva riscontro l&#8217;affermarsi di regimi nuovi in una buona metà dell&#8217;Europa, e quindi una nuova &#8220;fonte&#8221; di profughi politici. E ciò mentre rimaneva ancora da risolvere, per una buona parte, lo stesso problema di tutti quei profughi ante- e durante-guerra.<br />
(…)<br />
La necessità di porre su nuove basi il problema dei profughi venne riconosciuta dalla maggioranza delle delegazioni alla prima sessione dell&#8217;Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il problema, così come si presentava a guerra ultimata, si riassumeva in un totale impressionante. Nonostante la notevole riduzione del numero di <em>displaced persons</em> rimpatriate dalle forze alleate e dall&#8217;UNRRA (circa 7.000.000), si calcolava che all&#8217;inizio del 1947 il numero dei profughi sarebbe ammontato a circa 2.000.000 di persone, temporaneamente stabilite in Europa &#8211; e specialmente in Germania, in Austria e in Italia &#8211; nel Medio Oriente, in Africa nell&#8217;Estremo Oriente. Esse erano ripartite grosso modo, come segue: 1) 300.000 rifugiati russi anteguerra (cosiddetti profughi Nansen), in Francia, Cina, ‛Irāq, Siria e nelle zone occidentali della Germania e dell&#8217;Austria; 2) 150.000 Tedeschi e Austriaci, per la maggior parte ebrei sfuggiti alle persecuzioni naziste, nel Regno Unito, Francia, Svezia, Svizzera, e Cina; 3) un milione e mezzo di <em>displaced persons</em> dissidenti, cioè persone deportate durante la guerra dalle forze dell&#8217;Asse o rifugiatesi all&#8217;estero, e contrarie al rimpatrio per ragioni politiche o per timore di nuove persecuzioni: fra i quali circa mezzo milione di Polacchi (in Germania, Austria, Italia e nel Medio Oriente); circa 300.000 fra Lituani, Lettoni, Estoni, Ucraini e Iugoslavi (in Germania, Austria, Svezia e anche in Italia, specialmente gli Iugoslavi); 4) nuovi profughi politici dai paesi dell&#8217;Europa orientale, fra i quali Ebrei polacchi (Germania, Austria e Italia), e cittadini Iugoslavi e Albanesi dissidenti (Austria e Italia) calcolati in circa 300.000, ma in continuo aumento a causa dei nuovi esodi.”<br />
(da <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/rifugiati_res-c1acb0b8-87e6-11dc-8e9d-0016357eee51_%28Enciclopedia-Italiana%29/">voce &#8220;rifugiati&#8221; enciclopedia treccani</a>)</p>
<p><strong>4.</strong><br />
<em>Oggi, non tutti i rifugiati vengono in Italia (2013)</em><br />
“Veniamo ai rifugiati. Qui il senso comune (e molta politica) sostiene che «ne arrivano troppi, l’Europa non ci aiuta». Vediamo i dati più recenti. Nel 2013 in Italia si sono registrate 27.800 nuove domande di asilo. (1) Un dato nettamente inferiore al numero degli sbarcati (circa 43mila), perché in tanti preferiscono non presentare domanda in Italia e cercare invece di raggiungere la Germania, la Svezia, la Francia o i Paesi Bassi. Difatti l’Italia, pur registrando una sensibile crescita relativa delle domande di asilo (+60 per cento), è soltanto sesta in Europa come paese di accoglienza dei richiedenti. La Germania rimane in testa alla classifica, con 109.600 domande, seguita a distanza dalla Francia con 60.100 e dalla Svezia con 54.300. Entra poi in classifica la Turchia, con 44.800, per effetto soprattutto del tragico conflitto siriano. Ma anche il Regno Unito, lontano dalle zone calde del Medio Oriente, ci precede con 29.200 domande.</p>
<p>Bisogna poi tenere conto del fatto che anche i nuovi paesi membri dell’Unione, di certo meno attrezzati dell’Italia, hanno conosciuto un notevole aumento delle domande di asilo: 18mila in Ungheria (contro le 2mila del 2012), 14mila in Polonia, 7mila in Bulgaria. In definitiva, se vi fosse più solidarietà europea sul dossier rifugiati, difficilmente sarebbe l’Italia a beneficiarne.”<br />
(da <a href="http://www.lavoce.info/litalia-non-e-ancora-un-paese-per-rifugiati/">L&#8217;Italia non è ancora un paese di rifugiati</a>)</p>
<p><strong>5.</strong><br />
<em>Oggi, non tutti i rifugiati vengono in Europa (2014)</em><br />
“I rifugiati siriani nel mondo hanno superato i tre milioni. Lo ha affermato in una nota l&#8217;Alto commissariato dell&#8217;Onu per i rifugiati, precisando che, in questa cifra, non sono incluse le centinaia di migliaia di persone in fuga che non è stato possibile registrare come rifugiati.</p>
<p>A questi tre milioni di rifugiati siriani bisogna aggiungere i 6,5 milioni di sfollati che vivono nel Paese. Questa situazione ha fatto sì che &#8220;quasi la metà dei siriani siano stati forzati ad abbandonare le loro case e fuggire per sopravvivere&#8221;, ha sottolineato il rapporto dell&#8217;Unhcr. La stragrande maggioranza della popolazione in fuga ha trovato rifugio nei Paesi vicini, soprattutto in Libano (1,14 milioni), Turchia (815mila) e Giordania (608mila). Altri 215mila sono stati contati in Iraq, mentre il resto è stato registrato in Egitto o in altri Paesi.&#8221;<br />
(da <a href="http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=61940&amp;typeb=0">ONU: nel mondo tre milioni di profughi siriani</a>)</p>
<p>“Complessivamente, gli afghani, i siriani e i somali – che insieme rappresentano oltre la metà del totale dei rifugiati a livello mondiale – costituiscono le nazionalità maggiormente rappresentate tra le persone di cui l&#8217;Unhcr si prende cura.</p>
<p>Intanto paesi come il Pakistan, l’Iran e il Libano hanno ospitato un maggior numero di rifugiati rispetto ad altri Stati. Se si guarda alle diverse regioni, l&#8217;Asia e il Pacifico hanno ospitato il maggior numero di rifugiati, complessivamente 3,5 milioni di persone. L’Africa sub-sahariana ha accolto 2,9 milioni di persone, mentre il Medio Oriente e il Nord Africa hanno visto arrivare sui loro territori 2,6 milioni di migranti forzati.”<br />
(da <a href="http://www.vita.it/mondo/migranti/unhcr-superati-i-50-milioni-di-profughi-nel-mondo-record.html">Superati i 50 milioni di profughi nel mondo</a>)</p>
<p>“Nonostante il numero crescente di persone bisognose di protezione in arrivo via mare, è importante sottolineare che l’86% dei rifugiati rimane nei paesi del sud del mondo. Il numero dei rifugiati eritrei è raddoppiato negli ultimi anni a causa del perdurare delle violazioni dei diritti umani nel paese e la maggior parte di loro risiede in Sudan (110mila) ed in Etiopia (84mila), mentre il 20% (65mila) ha trovato protezione in Europa.</p>
<p>Per quanto riguarda la Siria, sono 2.9milioni le persone costrette alla fuga che hanno trovato protezione nei paesi confinanti (Libano 1.1milioni, Giordania 610mila, Turchia 823mila, Iraq 218mila e Egitto 138mila), mentre 123mila si trovano in Europa.”<br />
(da <a href="http://www.unhcr.it/news/raggiunti-i-100mila-arrivi-via-mare-in-italia-oltre-la-meta-sono-persone-in-fuga-da-guerre-e-persecuzioni-necessario-fornire-alternative-alle-pericolose-traversate-via-mare">Raggiunti i 100mila arrivi via mare in Italia</a>)</p>
<p>*<br />
<em>[Immagine: Profughi italiani in fuga dopo Caporetto]</em></p>
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		<title>Robert Capa, fotografo in fuga</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Oct 2013 20:34:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[guerra civile spagnola]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/084.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-46749" alt="084" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/084.jpg" width="605" height="429" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/084.jpg 605w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/084-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/084-100x70.jpg 100w" sizes="auto, (max-width: 605px) 100vw, 605px" /></a></p>
<p><em>Oggi <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Capa">Robert Capa</a> avrebbe compiuto 100 anni se a 47 non fosse saltato su una mina in Vietnam, allora Indocina. Quel che è stato in vita (&#8220;Il più grande fotografo di guerra&#8221; titola un giornale già nel &#8217;39) e in morte parte da una premessa: era un profugo politico e razziale a partire da 18 anni.</em></p>
<p>La “drôle de guerre”, la guerra soltanto dichiarata alla Germania, si apre nel segno di una speciale <em>drôlerie</em> per il fotografo famoso grazie alle immagini strappate dal cuore dilaniato della Spagna: grottesca, paradossale, tragicomica. A Budapest e poi a Berlino, quando non era che un ragazzaccio senza arte né parte, poteva cavarsi da solo dal pericolo. Adesso Robert Capa ha scoperto che tutto ciò che è riuscito a conquistare con l’astuzia e il coraggio vale poco, addirittura gli si ritorce contro. <span id="more-46746"></span>Si è reso immediatamente disponibile alle autorità militari, le quali hanno risposto con altrettanta sollecitudine che non accettano i servizi di chi si è guadagnato gli allori collaborando con testate comuniste. Da quando Hitler e Stalin si sono alleati (consegnando alla disperazione i compagni spagnoli nei campi profughi e consegnando quelli tedeschi rifugiati in URRS direttamente ai nazisti), in Francia i comunisti &#8211; il partito, i giornali ecc. &#8211; sono fuorilegge. Se quel rifiuto gli avesse solo notificato per implicito di doversi considerare uno “straniero indesiderato” avrebbe già buoni motivi per stare in ansia, ma rende critica la situazione sapersi uno straniero tanto visibile. Potrebbero da un giorno all’altro recapitargli una convocazione in albergo o riservargli il privilegio di arrestarlo di persona. Alla ricerca di una via d’uscita, Capa ha riversato tutto il suo tempo in telefonate e corse per Parigi. I suoi contatti di <em>Paris- Soir</em> e <em>Match</em> si sono detti <em>très desolés</em> ma non c’è modo di procurargli un visto. Persino a <em>Life</em> non hanno fatto altro che riempirlo di complimenti (“today you’re number one war photographer”), dichiararsi vivamente preoccupati sino a laggiù in America, promettere ingaggi qualora fosse riuscito a aggirare le quote d’immigrazione statunitensi.<br />
Dal momento che la stampa liberale non poteva fare niente per lui, Robert Capa si è ricordato di Pablo Neruda. Si erano conosciuti nell’assedio di Madrid e forse rincontrati dopo la disfatta, andando e tornando a Sud nelle tendopoli buttate sulla spiaggia, tenute assieme dal filo spinato, nelle quali il fotografo d’un tratto non scorgeva più un urgente materiale di denuncia bensì l’immagine del proprio futuro. Concedere un visto è stato un gesto da poco per il console speciale per l’immigrazione ancora emozionato dai festeggiamenti per i duemila profughi repubblicani della <em> <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/SS_Winnipeg">Winnipeg</a></em> attraccata, dopo un mese di viaggio, nel porto di Valparaiso: appena un compagno di Spagna in più che meritava di essere soccorso. A partire dalla data del 19 settembre 1939 <em>André Friedmann, Profesión: fotógrafo; Nacionalidad: húngaro; Estado Civil: soltero; Religión: no tiene</em>, può dunque recarsi EN VIAJE COMERCIAL nella Repubblica del Cile. Il resto dell’opera di salvataggio è stato invece portato a termine da Time Inc, il colosso dell’informazione capitalista, fermando il primo posto disponibile su un transatlantico, la S.S. Manhattan in partenza da Le Havre. All’indomani del ventiseiesimo compleanno, Robert Capa giunge a New York con un visto turistico per gli Stati Uniti. Con la madre e il fratello può brindare alla fortuna tirata ancora una volta per i capelli e stramazzare su un letto ubriaco senza aver disfatto le valigie.</p>
<p>Immaginiamo le cose da fare prima della precipitosa partenza per Le Havre. Comprare il biglietto del treno. Pagare l’albergo e saldare altri debiti (solo quelli ineludibili per non farsi fermare dai creditori). Ricontattare gli americani per conferme, inviare un telegramma a sua madre, un saluto telefonico agli zii di Parigi. Un ultimo bicchiere con gli amici. L’abbraccio a <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Henri_Cartier-Bresson">Cartier-Bresson</a> che, mentre si abbassa sul suo busto sudaticcio di ansia e alcol, somiglia a una scultura di Giacometti premodellata in plastilina. La raccomandazione a <a href="http://davidseymour.com/">Chim</a> (“mon vieux, segui l’esempio: non farti trattenere dalle sorti della famiglia in Polonia”), il primo dei tre fotografi a firmare un contratto con un giornale comunista. Un’ultima notte con una figlia di Parigi da congedare con due bacetti francesi al lato delle guance, l’affetto corrisposto in banconote, troppe, <em>c’est bien, chérie</em>, divertiti, stai bene.<br />
Niente fiori per <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gerda_Taro">Gerda</a>. Nemmeno un sassolino da deporre accanto a Horus sempre vigile scolpito in marmo da Alberto Giacometti su commissione del partito.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/P1300831-gerdatarooiseau.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-thumbnail wp-image-46748" alt="P1300831-gerdatarooiseau" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/P1300831-gerdatarooiseau-150x150.jpg" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/P1300831-gerdatarooiseau-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/P1300831-gerdatarooiseau-60x60.jpg 60w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a> Il Père Lachaise è fuori mano, i morti badano a se stessi, le preghiere ebraiche imparate obtorto collo a tredici anni persino per chi è “soltero” e “réligion no tiene” minacciano rigurgiti tremendi.<br />
Le immagini che aveva fatto di Gerda invece vanno prese. Sono in camera, forse posate sulla scrivania o dentro il comodino. Pronte da due anni, già rientrate dalla guerra in Cina, tornate incolumi dalle prime linee lealiste scivolate sempre più su, verso il confine, la sconfitta. Gerda che dorme, Gerda che compra un mazzetto di mughetti, Gerda accasciata sulla pietra miliare iberica, Gerda che si infila le calze nuove.</p>
<p>Ha preso solo le foto che aveva in albergo? O in vista di quella traversata senza ritorno, qualcuna è stata aggiunta dopa, quando a Cziki Weiss sono stati consegnati gli ultimi rullini, i conti ancora aperti, le istruzioni per il periodo in cui sarebbe stato irreperibile? Roba di malapena qualche frase, frasi fondate sul sottointeso che il compagno di ruberie risibili e frodi di pesca nella Senna, l’amico scappato insieme a lui da Budapest a Berlino, da Berlino a Parigi, avrebbe mandato avanti gli affari come le altre volte che era stato in viaggio.<br />
Quindi adesso che stava in piedi nell’unico luogo mai posseduto dove tutto rispondeva al suo nome (Atelier Robert Capa, 37 rue Froideveaux, Paris (XIV), Tél: DANTON 75-21 ) e il troppo tempo alla partenza del treno si dilatava, poteva forse emergere la classica domanda: “che cos’ ho dimenticato?” E, riversata su Cziki, tradursi in “mi cerchi quella foto di me e di Gerda?”<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/Café-du-Dome.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-46747" alt="Café du Dome" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/Café-du-Dome-300x205.jpg" width="300" height="205" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/Café-du-Dome-300x205.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/Café-du-Dome.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
Poi basta, uno sguardo alle pareti mentre l’amico scartabellava e apriva le cartelle, uno scambio elusivo per commiato, (“mi raccomando” &#8211; “anche tu”) e il sollievo, appena attraversato il cortile, di aver fatto tutto, finalmente.</p>
<p><em> Foto: Robert Capa, Profughi repubblicani in arrivo nel campo di Argèles-sur-Mer, Francia meridionale, 1939; Tomba di Gerda Taro al cimitero Père Lachaise; Fred Stein, Robert Capa e Gerda Taro al Café du Dôme, aprile 1936 </em></p>
<p>Il testo è un estratto lievemente rimaneggiato, tratto da un lavoro più lungo. Ho inserito dei link elementari per rendere più comprensibili alcuni riferimenti.</p>
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		<title>16 ottobre 1943. Il rastrellamento nel Ghetto di Roma nel racconto di Debenedetti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Oct 2013 15:33:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[16 ottobre 1943]]></category>
		<category><![CDATA[antisemitismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Verri Settant’anni fa l’incubo nel Ghetto romano. In presa diretta Debenedetti scriveva un libro sveltissimo e luminoso, 16 ottobre 1943, una tra le più sentite testimonianze della tragedia che si perpetrò il 16 ottobre del 1943 nei confronti della comunità ebraica. Quel giorno 1024 persone vengono prelevate tra le vie, nelle case, negli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-46653" alt="16101943" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/16101943.jpg" width="244" height="430" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/16101943.jpg 581w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/16101943-170x300.jpg 170w" sizes="auto, (max-width: 244px) 100vw, 244px" /></p>
<p>di <strong>Giacomo Verri</strong></p>
<p>Settant’anni fa l’incubo nel Ghetto romano. In presa diretta Debenedetti scriveva un libro sveltissimo e luminoso,<em> 16 ottobre 1943</em>, una tra le più sentite testimonianze della tragedia che si perpetrò il 16 ottobre del 1943 nei confronti della comunità ebraica. Quel giorno 1024 persone vengono prelevate tra le vie, nelle case, negli esercizi. L’azione è capillare, un lavoro fino che trecento SS compiono abitazione dietro abitazione, seguendo lo storto rigore di certi elenchi approntati per i tedeschi da qualche ariano ‘piccolo piccolo’, mosso da una troppo alacre viltà. La razzia ha inizio intorno alla mezzanotte del venerdì 15; a quell’ora ogni buon ebreo è coricato in letto; alcuni si mettono a sedere, altri s’azzardano a raggiungere la finestra. Di là dai vetri ci sono gli elmetti delle truppe tedesche: sparano, urlano e niente altro. “Facessero qualche cosa, sfondassero una porta, una saracinesca, una bottega, almeno si capirebbe il perché. […] È come il mal di denti, che non si sa quanto può durare, quanto può peggiorare”.</p>
<p>Sappiamo che peggiorò, sappiamo che la situazione se ne andò in una somma disgrazia. Ma non di colpo, non subito. Ed è proprio questo clima di incertezza torbida, di tentennamenti catastrofici, di lenta e ignara agonia a fare lo spessore tragico della vicenda narrata. Debenedetti lavora con la lima della finzione per dare il risalto più grande al vero. Fa ciò che recentemente Siti ha attribuito al Realismo: “coglie impreparata la realtà, o ci coglie impreparati di fronte alla realtà”. Basta fare alcuni più precisi – ancorché incompleti – prelievi dentro al testo, là dove esso si allontana dagli attributi della cronaca-documento (nella quale categoria il libretto può essere collocato), optando per una struttura più letteraria, quella che Giuliano Manacorda ha definita “un’invasione della narrativa nella saggistica”. Qui sta l’aspetto maggiormente efficace del racconto-resoconto debenedettiano.</p>
<p>E così alcuni passi, mentre fanno risuonare Manzoni, riescono a sortire effetti di tragicomica assurdità: “Non la macilenta salmodia del cantore sperduto sul lontano altare; ma dall’alto della cantoria, nella romba osannante dell’organo, il coro dei fanciulli gloriava un cantico di sacra tenerezza […] Era il mistico invito ad accogliere il Sabbato che giunge, che giunge come una sposa. Giungeva invece nell’ex Ghetto di Roma, la sera di quel venerdì 15 ottobre, una donna vestita di nero, scarmigliata, sciatta, fradicia di pioggia”. Questa che incede, ricordandoci il don Abbondio in procinto di fare l’incontro coi bravi, è la Celeste, una tizia strana, un po’ tocca, “una chiacchierona, un’esaltata, una fanatica”. Il caso vuole che capiti proprio a lei il compito fatale di portare la nuova dell’arrivo dei tedeschi. Pochi le prestano orecchio, nessuno le crede. Siamo quasi di fronte a una scena da tragedia greca, alla sciagura di una verità negata. E proprio così si apre <em>16 ottobre 1943</em>: con una diminuzione di realtà a favore di una quieta ignoranza, con la mancata intelligenza iniziale che è cifra della caduta successiva.</p>
<p>Ma accanto ai guasti della conoscenza, c’è pure la pigrizia della coscienza, indurita nelle proprie abitudini, anche ancestrali. L’autore ne elenca diverse: quella, per gli ebrei, di coricarsi per tempo: “forse la memoria di un antico coprifuoco è rimasta nel loro sangue; di quando, al cadere delle tenebre, i cancelli del Ghetto stridevano con una inveterata monotonia […] a rammentare che la notte non era per gli ebrei, che per loro la notte era pericolo di essere presi, multati, imprigionati, battuti”. E poi: “contrariamente all’opinione diffusa, gli ebrei non sono diffidenti. Per meglio dire: sono diffidenti, allo stesso modo che sono astuti, nelle cose piccole, ma creduli e disastrosamente ingenui in quelle grandi”. Gli ebrei minimizzano, gli ebrei sperano, gli ebrei “hanno un disperato bisogno di simpatia umana”.</p>
<p>Amore non corrisposto. Perché al contrario i tedeschi avanzano robotici, non si lasciano comprendere. Sono autori e personaggi, a un tempo, di un gioco perverso e grottesco dalle regole illeggibili. Ma fanno davvero paura. È l’inizio della fine. È la realtà che strappa la fantasia più terribile. Accanto agli ebrei razziati, i giovani soldati ridono felici di poter visitare la città eterna. Con le vetture colme di esistenze rubate visitano “Piazza S. Pietro, dove parecchi dei camion stazionarono a lungo. Mentre i tedeschi secernevano i <em>wunderbar</em> da costellarne il racconto che si riservavano di fare, in patria, a qualche Lili Marleen, dal di dentro dei veicoli si alzavano grida e invocazioni al Papa, che intercedesse, che venisse in aiuto”.</p>
<p>È quasi l’epilogo dell’assurdo <em>16 ottobre 1943</em>. Il resto è Storia. La tragedia più grande arriverà nelle ore a venire, nei giorni, nei mesi successivi. Le Fosse Ardeatine, Kappler e poi Priebke. Ma è il libro di Debenedetti a raccontare l’inizio di una storia che ancora pulsa nel cuore di Roma. Una storia da conoscere, una memoria da conservare.</p>
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