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	<title>segni &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>la nascita della scrittura II</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Nov 2010 07:29:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[cuneiforme]]></category>
		<category><![CDATA[michele zaffarano]]></category>
		<category><![CDATA[nascita della scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
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					<description><![CDATA[l’invenzione della scrittura / michele zaffarano 13 analitical sought poems + 1 010 con l’invenzione della scrittura inizia la comunicazione sincronica e la comunicazione diacronica della civiltà umana prima della scrittura possiamo solo fare congetture partire dai dati archeologici l’invenzione della scrittura diede inizio alla storia l’invenzione della scrittura è legata a esigenze di amministrazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>l’invenzione della scrittura / michele zaffarano</h2>
<p><em>13 analitical sought poems + 1</em></p>
<h3>010</h3>
<p><em>con l’invenzione della scrittura inizia la comunicazione<br />
sincronica e la comunicazione diacronica<br />
della civiltà umana prima della scrittura<br />
possiamo solo fare congetture<br />
partire dai dati archeologici l’invenzione della scrittura<br />
diede inizio alla storia l’invenzione della scrittura<br />
è legata a esigenze di amministrazione è legata<br />
a esigenze di contabilità l’invenzione della scrittura<br />
è legata a esigenze di comunicazione<br />
nel quarto millennio nacque la scrittura<br />
nel quarto millennio presso un popolo di origine<br />
sconosciuta immigrato nella bassa mesopotamia</em></p>
<h3>111</h3>
<p>i primi esempi di scrittura sono stati rinvenuti<br />
su tavolette di argilla e le tavolette appartengono<br />
al livello archeologico di uruk quarto a<br />
la datazione approssimativa è il tremila<br />
tra il duemila e cento e il duemila si ebbe<br />
una rinascita con la terza dinastia<br />
di ur aveva oltre trecentomila abitanti<br />
l’insufficienza del sistema era evidente<br />
non occorreva più un simbolo per ogni idea<br />
bastava un numero ristretto di caratteri fonetici<br />
per esprimere l’ampia varietà delle idee questa<br />
innovazione si ritrova nel periodo di uruk terzo<br />
vennero inventati i sillabogrammi</p>
<p><span id="more-37069"></span></p>
<h3>112</h3>
<p>scrivevano su tavolette di argilla con degli<br />
stili che imprimevano delle forme dapprima<br />
pittografiche poi a cuneo un insieme di vari<br />
cunei esprimeva un concetto<br />
o un suono<br />
gli elementi connessi con il verbo<br />
seguivano un rigido ordine elementi<br />
modali<br />
di tempo<br />
relazionali<br />
causativi<br />
di oggetto<br />
del soggetto<br />
le radici verbali<br />
il futuro presente intransitivo<br />
il verbo può essere distinto oltre che per<br />
persona e per numero anche come<br />
transitivo e<br />
intransitivo<br />
attivo e<br />
passivo<br />
presente futuro e<br />
passato</p>
<h3>113</h3>
<p>attorno al tremila utilizzavano circa mille duecento<br />
caratteri verso il duemila solo seicento nel periodo di fara<br />
circa ottocento e quasi cinquecento intorno al duemila<br />
le antiche città sono cinque<br />
eridu<br />
bad tibira<br />
larak<br />
sippar<br />
shuruppak<br />
la scrittura cuneiforme si diffuse in tutta la mesopotamia<br />
l’assiria<br />
l’elam<br />
l’anatolia<br />
la siria<br />
la palestina<br />
raggiunse l’egitto e i suoi sovrani l’adottarono<br />
per i rapporti internazionali<br />
hittiti<br />
hurriti e<br />
urartei<br />
usarono il cuneiforme tavolette cuneiformi<br />
sono state trovate a tartaria in transilvania</p>
<h3>210</h3>
<p>le colonne erano decorate con mosaici policromi<br />
piccoli coni<br />
i santuari raggruppati nel quartiere di eanna<br />
il tempio d di uruk la navata centrale del tempio<br />
il nartece<br />
la navata<br />
il transetto<br />
l’abside centrale con<br />
due ambienti annessi<br />
il diaconicon e il protiro<br />
la struttura con cui tre millenni più tardi<br />
saranno costruite le chiese cristiane</p>
<h3>121</h3>
<p>per esempio il cuneiforme ugaritico era alfabetico<br />
trenta consonanti attorno al tremila e trecento<br />
ma prima vennero inventate le buste<br />
le sfere di argilla cave all’interno delle buste<br />
venivano messi i contrassegni di argilla<br />
si cominciò a porre sulle buste dei segni<br />
con la forma dei contrassegni che stavano dentro<br />
il cuneiforme elamico venne decifrato<br />
col ritrovamento di iscrizioni trilingue<br />
nella residenza reale di persepoli<br />
il persiano<br />
l’elamico e il<br />
babilonese</p>
<h3>122</h3>
<p>i nomi dei re prediluviani<br />
alulim<br />
alalgar<br />
enmenluanna<br />
enmengalanna<br />
dumuzi<br />
ensipadzidanna<br />
enmeduranna<br />
ubara<br />
tutu<br />
dai pittogrammi ai sillabogrammi<br />
la lingua rimase un misto di logogrammi e sillabogrammi<br />
i pittogrammi vennero sempre più stilizzati perdendo<br />
il loro carattere di rappresentazione naturalistica<br />
poi si cominciò a distinguere tra i simboli<br />
che rinviavano a concetti rispetto ai simboli<br />
che rinviavano a suoni per trasmettere parole<br />
che si riferiscono a concetti astratti<br />
si giunse agli ideogrammi</p>
<h3>123</h3>
<p>per esempio il cuneiforme elamico era sillabico<br />
centotrentuno sillabogrammi e venticinque logogrammi<br />
avevano quattro vocali<br />
a<br />
i<br />
e<br />
u<br />
quindici consonanti<br />
b<br />
d<br />
g<br />
ng<br />
h<br />
k<br />
l<br />
m<br />
n<br />
p<br />
r<br />
s<br />
sh<br />
t<br />
z</p>
<h3>220</h3>
<p>nel periodo detto del protodinastico primo<br />
all’interno delle sue mura<br />
uruk<br />
raggiungeva un’estensione di almeno<br />
cinque chilometri quadrati e mezzo ma la città<br />
si estendeva ancora per due o tre chilometri<br />
in direzione nord est<br />
gerusalemme<br />
dopo l’ampliamento di agrippa nel quarantatre<br />
raggiungeva un chilometro quadrato di ampiezza<br />
atene<br />
dopo l’espansione sotto temistocle<br />
toccava due chilometri quadrati e mezzo<br />
roma<br />
con adriano nel primo secolo<br />
si estendeva per circa undici chilometri<br />
quadrati</p>
<h3>131</h3>
<p>le parole sono sempre<br />
monosillabiche<br />
non è vero<br />
le parole sono<br />
in gran parte<br />
monosillabiche<br />
questo è vero</p>
<h3>132</h3>
<p>è agglutinante ossia le parole sono modificate<br />
solo dall’aggiunta di terminazioni specifiche<br />
per ogni elemento un sistema di rappresentazione<br />
di tipo pittografico ossia mediante immagini<br />
è caratterizzato<br />
dall’omofonia ossia più segni diversi possono avere<br />
lo stesso valore fonetico</p>
<h3>133</h3>
<p>le buste si appiattirono e si trasformarono<br />
in tavolette d’argilla ricoperte da segni<br />
un messaggero<br />
un araldo<br />
un portavoce militare<br />
potevano introdurre variazioni nel messaggio<br />
che l’autorità intendeva comunicare<br />
con il sistema dei segni non ci fu più bisogno<br />
di mantenere il contenuto della busta</p>
<h3>310</h3>
<p>nel mille ottocento cinquantasette venne tradotto<br />
il cuneiforme babilonese nel mille ottocento trentasei<br />
vennero identificati i segni dell’antico persiano occorre<br />
distinguere tra scrittura cuneiforme<br />
come strumento di rappresentazione<br />
e lingua<br />
la scrittura cuneiforme venne adottata da molti<br />
popoli di lingua diversa nel mille ottocento cinquantatre<br />
venne identificato il cuneiforme elamico<br />
progressivamente<br />
venne abbandonato come lingua parlata<br />
rimase come lingua dotta dopo quasi duemila anni<br />
dalla sua scomparsa nel mille novecento quattordici<br />
uscì la prima grammatica</p>
<h3>410<br />
[ sought enuma elish ]</h3>
<p><em>poi il diluvio cadde travolse tutto sippar cadde in cinque città<br />
a bad tibira enmenluanna la regalità fu spostata a shuruppak<br />
regnò per ventottomila ottocento anni egli<br />
regnò per ventottomila e ottocento anni<br />
un re essi regnarono cento ottomila anni<br />
un re larak cadde in eridu alulim divenne<br />
re a larak ensipadzidanna<br />
dumuzi il pastore regnò per trentaseimila anni<br />
la regalità fu in eridu divenne re alalgar regnò<br />
per trentaseimila anni regnò ventottomila<br />
ottocento anni divenne re e governò<br />
per ventunomila anni egli regnò per ventottomila<br />
ottocento anni bad tibira cadde a sippar enmeduranna<br />
essi regnarono<br />
per sessantaquattromila ottocento anni egli regnò<br />
per diciottomila seicento anni<br />
la regalità venne spostata a larak<br />
la regalità venne spostata a bad tibira divenne re governò<br />
per diciottomila seicento anni poi eridu cadde egli regnò<br />
per quantatremila duecento anni a shuruppak<br />
ubara<br />
tutu<br />
tre re<br />
egli regnò per ventunomila anni la regalità fu spostata<br />
a sippar essi regnarono per duecento quarantunomila<br />
duecento anni<br />
otto re<br />
due re<br />
un re<br />
enmengalanna dopo la discesa della regalità dai cieli<br />
poi il diluvio cadde travolse tutto</em></p>
<p style="text-align: right;">[Già pubblicato in <em>La Camera Verde. Il libro dell&#8217;Immagine</em> (Volume Ottavo, gennaio 2010)]</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>la nascita della scrittura I</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Nov 2010 06:46:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[cuneiforme]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Giovenale]]></category>
		<category><![CDATA[nascita della scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[segni]]></category>
		<category><![CDATA[sumeri]]></category>
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					<description><![CDATA[(come) nasce la scrittura / marco giovenale I. conclusione in forma di introduzione a Uruk, circa cinquemila anni fa, la scrittura nasce da un appiattimento del segno sul segno. da una semplificazione che in effetti è una irrorazione di complessità. nasce cioè da un&#8217;adesione del segno esterno di un contenitore al segno interno tridimensionale, che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2><strong>(come) nasce la scrittura / marco giovenale</strong></h2>
<p style="text-align: center;">
<h3 style="text-align: center;">I.<em> </em>conclusione in forma di introduzione</h3>
<p>a Uruk, circa cinquemila anni fa, la scrittura nasce da un appiattimento del segno sul segno. da una semplificazione che in effetti è una irrorazione di complessità.</p>
<p>nasce cioè da un&#8217;adesione del segno esterno di un contenitore al segno interno tridimensionale, che <em>significa(va)</em> gli oggetti della transazione.</p>
<h3 style="text-align: center;">II.<em> </em>storia</h3>
<p><strong>0</strong> _ le fasi, in sintesi:</p>
<p style="margin-left: 5ex; text-align: left;"><em>A</em> _ merci di scambio nel mondo reale: commercio</p>
<p style="margin-left: 5ex; text-align: left;"><em>B</em> _ <em>tokens</em> [ = oggettini, segnacoli] che li rappresentano: contabilità</p>
<p style="margin-left: 5ex; text-align: left;"><em>C</em> _ tokens inseriti nella <em>bulla</em>: registrazione e conservazione</p>
<p style="margin-left: 5ex; text-align: left;"><em>D</em> _ segnature scritte sulla bulla, a <em>significare</em> i tokens: “semplificazione”</p>
<p style="margin-left: 5ex; text-align: left;"><em>E</em> _ schiacciamento/fine della bulla: nasce la scrittura bidimensionale, su tavoletta di creta</p>
<p><span id="more-37065"></span></p>
<h4><strong>1</strong> _ (da A a E)</h4>
<p>ci sono persone che scambiano delle merci. cibo, bestiame, manufatti, tessuti.</p>
<p>le merci scambiate vengono <em>significate</em> da oggetti che le riproducono, in scala. animali, vasellame, cose, oggetti vari: hanno le loro riproduzioni in scala. in piccoli tokens.</p>
<p>si chiamano così. sono piccole sfere, cilindri, parallelepipedi, signa convenzionali.</p>
<p>questi – in numero corrispondente alla vendita – vengono chiusi in una bulla sigillata. memoria e testimonianza della transazione.</p>
<p>per prendere atto di cosa la bulla contiene, per tradurre quali tokens ha incamerato, si inizia poi a tracciare segni su di essa.</p>
<p>si inizia così a riprodurre all&#8217;esterno, cioè sulla superficie della bulla (su ciò che già di suo è una sorta di segno-ventre o pellicola) segni stilizzati che <em>ridicono</em> e ripetono gli oggettini chiusi nella bulla. (che a loro volta erano segni – appunto tokens).</p>
<p>col tempo, questa moltiplicazione di segni diventa ridondante. o meglio: viene (finalmente) percepita come tale. perché segnare e ri-segnare tante volte? perché token+bulla+segno?</p>
<p>tutto si semplifica (alle spalle di una attestata complessità tuttavia).</p>
<p>tutti i segni si appiattiscono nella tavoletta. si incide su un piano orizzontale, dunque in astratto. scompare la bulla. ironia: <em>è scoppiata la bolla</em>. nasce la scrittura.</p>
<h4><strong>2</strong> _ (da A a C)</h4>
<p>ogni <em>significazione</em> – in questa serie di eventi e in generale – mette in opera un differire. una x che si introduce nel discorso e non lo sposta in avanti ma semmai dimostra con il proprio semplice apparire che il discorso <em>era già</em> originariamente più avanti, e – appena osservato – va già spostandosi.</p>
<p>dunque, ripetendo:</p>
<p>dagli oggetti alla significazione in scala degli stessi (attraverso tokens) si ha un&#8217;interposizione di differenza. un&#8217;apertura al possibile della fabbricazione di segnacoli, oggetti di secondo grado.</p>
<p>l&#8217;esigenza di raccoglierli entro un contenitore, “perché raccoglierli è una testimonianza di transazione” è in sé già un altro differire. uno spostamento e ramificazione imprevedibile, una moltiplicazione generatrice di altra imprevedibilità.</p>
<h4><strong>3</strong> _ (C)</h4>
<p>così anche la bulla stessa è un potentissimo generatore. essa, nel momento in cui raccoglie, infatti, cela. nasconde. ha generato un&#8217;ennesima differenza. ha spostato il discorso più oltre. è una codifica <em>clus</em>. (volendo).</p>
<p>la bulla chiude il cerchio del senso lasciando fuori il mondo. preservando il mondo interno.</p>
<p>quella diffrazione già incontrollabile di segni che inizialmente era stata data dalla prima <em>traduzione</em> di oggetti e armenti in tokens, ora qui viene riramificata incontrollabilmente non con un atto di apertura ma paradossalmente proprio per nascondimento, chiusura, raccolta, enclosure, confino, inclusione, reclusione.</p>
<h4><strong>4</strong> _ (da D a E)</h4>
<p>è allora, tuttavia, che il segno <em>aprente</em> si prende una sua rivincita. i contraenti si sono …contratti:</p>
<p>dicono: <em>all&#8217;esterno della bulla segneremo daccapo i segni dei segni</em>. daremo traccia e registrazione dei tokens che la bulla contiene.</p>
<p>sulla pancia della bulla vengono così scritti i dati del contenuto. il contenuto era <em>tokens</em>, dunque era <em>segni</em>. dunque sulla pancia del contenitore dei segni vengono incisi altri segni.</p>
<p>così il token, il segno interno tridimensionale (ma già multidimensionale semanticamente: moltiplicazione del reale in forme, in numeri impliciti, in oggettini, giocattoli, pezzi di pensiero), affiora sulla superficie della bulla, della curvatura del possesso, del contratto, del mappamondo, …</p>
<p>(diremmo: non diversamente, il mondo riaffiorerà cinquemila anni dopo sulla superficie argentata del dagherrotipo).</p>
<p>questo emergere dello scritto sulla bulla non ha però più bisogno di un contenitore a cui esser fedele. d’un tratto, il terzo segno fa crollare i due su cui si fondava (bulla e token).</p>
<p>di fatto è già traccia orizzontale. è una x ossia una differenza ancora più forte, devastante. esplode / fa esplodere una specie di mondo, o nuova specie di spazio – significato/codificato dai tokens e ingabbiato/avvolto dalla bulla – in segni bidimensionali che a questo punto hanno conquistato uno statuto immateriale, una capacità di automoltiplicazione illimitata (e hanno ramificato le differenze e le possibilità in un numero non soltanto infinito, ma infinito in quanto coincidente con la complessità corticale).</p>
<p>il cervello ha inventato la prima macchina-non-macchina che gli assomiglia, la scrittura. si chiude il neolitico.</p>
<p>(la macchina successiva, che chiude il “moderno”, è probabilmente la fotografia, momento tutt’ora indecifrato)</p>
<h3 style="text-align: center;">III. (prevedibile) premessa, e rinvio</h3>
<p>la scrittura, nel suo iter di nascita, assomiglia a una progressiva (se non lineare) evoluzione: dal pensiero <em>funzionale</em> all&#8217;impossibilità di reperire funzioni.</p>
<p>l&#8217;invenzione della scrittura, la fase E della sequenza ABCDE, è un punto di esplosione della <em>possibilità</em> (del possibile: delle meraviglie del possibile) talmente eccedente, nella sua astrazione, il reale che pure dovrebbe dalla scrittura medesima essere significato, che – già come pratica, prassi – inizia a coincidere con quella <em>condizione di possibilità</em> del senso che avrà un cammino tortuoso fino alla nascita e alle evoluzioni recenti del senso estetico moderno.</p>
<pre><span style="color: #999999;">…
</span>
[to be continued]</pre>
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		<title>A mio modesto avviso&#8230; (appunti di poetica ragionevolmente sentimentali)</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/03/08/a-mio-modesto-avviso-appunti-di-poetica-ragionevolmente-sentimentali/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Mar 2009 14:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[critica]]></category>
		<category><![CDATA[Lello Voce]]></category>
		<category><![CDATA[lingua]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lello Voce Cchiu’ luntana mi staje Cchiu’ vicino te sento (Libero Bovio, Passione) a J. La poesia è un arte che abita il tempo. E che ne è abitata. Quale che sia la sua storia, più o meno dal XV secolo in avanti, i millenni precedenti l’hanno formata come arte dell’oralità e l’oralità abita [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Lello Voce</strong></p>
<p><em>Cchiu’ luntana mi staje<br />
 Cchiu’ vicino te sento</em><br />
 (Libero Bovio, Passione)</p>
<p><strong>a J. </strong></p>
<p>La poesia è un arte che abita il tempo. E che ne è abitata. Quale che sia la sua storia, più o meno dal XV secolo in avanti, i millenni precedenti l’hanno formata come arte dell’oralità e l’oralità abita il tempo (e fa risuonare lo spazio).<br />
La poesia è, innanzi tutto, la sua durata, il suo realizzarsi, eseguirsi, performarsi nel tempo, attraverso le vibrazioni della voce del poeta, o di chi, in vece sua, la ‘recita’: troviere, trovatore, o giullare che sia.<span id="more-15311"></span><br />
Essa percorre il tempo, scorre dentro di esso; l’esistenza di figure come la dialefe o la sinalefe, la dieresi e la sineresi (essendo evidente che l’accorciamento, o l’allungamento a cui queste figure presiedono, non è certo di natura grafica, o segnica, ma piuttosto riguarda l’articolazione concreta dei segni, la loro esecuzione nel tempo, il loro ‘decorso’) è la prova inoppugnabile di quanto una poesia sia qualcosa che ha una durata nel tempo, un’esecuzione, un’azione agita con il corpo e con la mente, una disciplina della lingua e delle corde vocali, dei polmoni e del cuore, nel suo realizzarsi in un dato momento, con una certa velocità, con una durata, formalmente decisiva, che divide il suo nascere dallo spegnersi della voce che la esegue.</p>
<p>La poesia è un’arte che abita il suono. E che ne è abitata. La poesia è fatta di una materia precisa, quell’insieme di vibrazioni fisiche ed emissioni sonore che chiamiamo voce. La poesia si propaga. La poesia ha un corpo, corpo mutevole, che rimbalza e si infiltra, che penetra, fa eco, indica, si atteggia nello spazio, lo percorre, la poesia ha dita fatte di vocali e consonanti per battere e carezzare, per stringere e per allontanare, per catturare e per liberare, per coprire e per svelare.<br />
Se per millenni la poesia è stata edificata sulle rime, ciò è accaduto per la sua natura squisitamente sonora e da questo punto di vista la rima e tutte le figure ad essa riconducibili (dall’allitterazione alla <em>cobla capfinida</em>) sono il corpo stesso della poesia, i suoi muscoli, i suoi polmoni, il suo fegato, il suo scheletro, e il suo cuore.</p>
<p>La poesia è un’arte che abita la voce, ne cavalca le onde (sonore), sta sulla loro cresta, sfrutta la loro energia, la loro ‘dinamica’, per trasformarla in una direzione, in un senso, in quello che la critica usa definire un ‘significato’. La voce della poesia è esattamente la voce del poeta, mai il contrario&#8230; Parlare di poesia muta, scorporata, puramente mentalistica è, dunque, fare un ossimoro. E’ ignorare la natura stessa della ‘funzione poetica’ (Jackobson) in cui i tratti sovra-segmentali assumono un’evidente significanza.<br />
Parlare del corpo della poesia è invece la nostra necessità impellente. Quella che renderà di nuovo possibile il suo futuro, attraverso il riconoscimento della sue radici, l’auto-agnizione che le ridarà identità e dignità.<br />
E’ la sua ‘durata’ il suo appartenere integralmente al tempo, al corpo, al luogo di chi la pronuncia, al suo ‘presente, il suo essere ‘atto’, che fa sì che essa possa ‘vincere di mille secoli il silenzio”; la poesia è una ‘materia’, una ‘concretezza’ (De Campos), prima che un segno, o un simbolo, e il suo dio è Efesto e non Apollo.</p>
<p>La poesia è un’arte che abita il ritmo. E che ne è abitata. Bisogna eseguire una poesia, anche se la si legge a mente, bisogna agire i suoi accenti, battere il tempo di ogni <em>stress</em>. Solo così quella poesia vive, si svela, perché la poesia è un’arte dinamica e l’immobilità la uccide. Il ritmo della poesia è il risultato dell’intreccio tra le ragioni della forma (e della storia) e quelle del respiro, tra la lentezza e il peso dei significati e la velocità e la leggerezza del suono che li trasporta.</p>
<p>La poesia è un’arte che abita la lingua. E che ne è abitata.<br />
La poesia è fatta di parole e soprattutto delle loro reciproche relazioni. La poesia non inventa solo neologismi, ma neogrammatiche e neosintassi, essa stira la lingua, ne sfrutta tutte le possibilità, fa del fraintendimento, dell’ambiguità del codice, dell’errore, una via per scoprire scampoli di verità, non realizza i sogni, ma dando loro un nome, ci permette di immaginarli, non compie rivoluzioni, ma inventando nuove parole per la rabbia e per il desiderio, ci suggerisce, ogni giorno, che esse sono possibili, immaginabili. Il compito del poeta è, perciò, far sì che le parole comunichino il più possibile, il meglio possibile, nel modo più imprevisto, profondo, il compito del poeta è ‘tenere in esercizio la lingua’, le parole (Pagliarani), o, se si preferisce, valorizzarne, scoprirne le ‘pieghe’ (Deleuze), dar loro una nuova forma in cui possano di nuovo riconoscersi e risuonare.</p>
<p>Durata, ritmo, suono, lingua: queste sono, a mio parere, le forme della poesia. Tutte le sue forme. Perché la poesia è un’arte plurale. La poesia non si scrive, essa si compone. A maggior ragione quando incontra altre arti, come la musica, rinnovando le sue più antiche radici, o altri media, come il video, le immagini, sperimentando sentieri ancora in buona misura inesplorati.<br />
La poesia è un arte del corpo, tanto quanto della mente, e della sua semiotica concreta, non può in nessun caso essere ridotta all’esercizio di un codice muto, né può mai esserle precluso il dialogo con l’altro da sé, perché il dialogo con l’altro da sé è esattamente la ragione della sua stessa esistenza: essa pertiene tanto all’uso della lingua quanto a quello del respiro, tanto alla disciplina della parola quanto a quella della voce.<br />
Essa è sempre se stessa, ma è sempre disposta a trasformarsi nell’altro, a fondersi, a cibarsi e ad essere fagocitata.</p>
<p>La poesia è un’arte che abita i segni. E che ne è abitata. Quale che sia la sua storia, più o meno fino al XV secolo, i secoli seguenti l’hanno, per l’appunto, irrimediabilmente ‘segnata’, infettata, ferita, colpita, mutata, l’hanno evoluta, fino al punto che le sue cicatrici sono oggi la forma della sua bellezza e della sua efficacia e dunque essa non è più, non può più essere suono, senza essere prima segno muto. Scrittura. Non può più essere pura oralità, anche se non potrà mai rinunciare ad essere ‘oratura’ (Hagège).<br />
Ma il poeta, poi, scrive sempre ‘con le unghie’ (Haddad) e mai con la penna, il poeta legge sempre con le orecchie (e con la voce) e mai con gli occhi, il poeta immagina sempre con il corpo, e con il ritmo del respiro. La poesia è, insomma, etimologicamente, un ‘fare’.<br />
Il suo andare a capo, nello scritto, è solo il simbolo di un movimento della voce, è l’insegna del ritmo, una notazione ‘temporale’, ma nulla di più. Certo non l’essenza del fare poetico.<br />
La lettura poetica ad alta voce, perciò, non è mai un’interpretazione attoriale, ma piuttosto un’esecuzione, anzi una messa in atto, è una performance. Ma lo è da millenni. Da sempre.</p>
<p>Poesia performativa, multimediale, <em>spoken word</em>, <em>hip hop poetry</em>, <em>jazz poetry</em>, <em>spoken music</em> (come si dice oggi in certi ambienti letterari e musicali di New York, per i casi in cui la lettura ad alta voce si fonde con la musica), però, non solo sono definizioni insoddisfacenti (pleonastiche, o tautologiche, improprie, superficiali, parziali), ma anzi rischiano di indicare strade sbagliate. Se mi ostino a negare ogni altra definizione per ciò che faccio, che non sia semplicemente quella di ‘poesia’, è proprio perché credo che la mutazione delle forme del fare poetico a cui stiamo assistendo non influisca sostanzialmente sulla sua natura e sulle sue caratteristiche.<br />
Oppure, se davvero ci occorre un nome nuovo per tutto ciò, noi quel nome non l’abbiamo ancora trovato. Perché le cose esistono prima dei nomi, anche se poi quei nomi, che sono essi stessi ‘cose’, ne influenzano la natura e la percezione.</p>
<p>La critica attualmente legge (ed è in condizione di leggere) solo due delle forme della poesia: la lingua e, sia pur sotto forma di modello, sia pur trasformando spesso la prosodia in simulazione, affidandosi alla reticenza, quella del ritmo.<br />
Sulle altre non può, non vuole e soprattutto non sa dare risposte. Essa è insomma, letteralmente, ‘critica letteraria’, ma non è ancora capace di essere ‘critica poetica’.<br />
Ma questa sua ‘omertà’ è di grave danno alla possibilità della poesia di raggiungere i propri obiettivi: la poesia, senza la critica, è zoppa, rallenta, va a balzelloni. Ed è stupefacente che, pur di fronte all’evidenza di tante esperienze poetiche che nel mondo oggi intendono la poesia come un’arte della voce, del suono, del corpo, che la mescolano e la fanno interagire con altri media e altre arti, la critica non abbia ancora accettato la sfida di rinnovare radicalmente le sue categorie e i suoi strumenti di analisi e di giudizio. Ma che anzi spesso, almeno una parte di essa, preferisca arrestarsi al pregiudizio.</p>
<p>La poesia è un’arte che abita il mondo. E che ne è abitata. La poesia è un’arte che crea mondi a partire dal mondo. Dunque essa non può ignorare il mondo. La poesia è una dinamica di senso e significato messa in moto dall’energia dell’attrito del reale a contatto con i sogni, le speranze i dolori degli uomini. </p>
<p>La poesia è un’arte che abita il desiderio e la speranza. E che ne è abitata. La poesia è ragione del sentimento e sentimento della ragione, è esercizio della speranza attraverso la lingua, anche quando essa articola la disperazione e l’orrore. Anzi soprattutto allora.<br />
La poesia è il desiderio che non si appaga e che non smette di desiderare, la poesia è ciò che insegna la speranza, ciò che addestra gli uomini a sperare sempre meglio, a scoprire una ‘speranza concreta’ (Bloch).</p>
<p>La poesia è un’arte che abita la politica e la storia. E che ne è abitata. La poesia è, dunque, sempre politica perché il poeta senza la <em>polis</em> semplicemente non esiste, e non esiste il senso del suo dire, a meno di trasformare in soliloquio ciò che è strutturalmente dialogo, o, quanto meno, ventriloquio.<br />
La poesia è sempre politica anche quando è poesia d’amore perché mai, come in amore, la politica si realizza, è necessaria, perché l’amore è relazione. La poesia è sempre politica, anche quando è puramente introspettiva, perché nessuna <em>polis</em> potrà vivere a lungo se essa non sarà formata da uomini che sappiano guardare dentro se stessi, tanto quanto sono capaci di leggere le contraddizioni in ciò che li circonda.<br />
Ed essa lo è a maggior ragione quando si realizza in pubblico, quando, cioè, essa ritrova il circolo di una comunità, quando si situa tra la gente, quando il poeta, infine, restituisce al mondo ciò che al mondo ha rubato, per dargli un nuovo nome. </p>
<p>La poesia viva è, insomma, quella che vive già oggi per un pubblico che ancora ‘non c’è’ (Deleuze) ma che essa stessa, prima o poi, farà nascere. Perché la poesia, da sempre, ha nostalgia del futuro, ma colloca la sua speranza nel presente.</p>
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		<title>Astrologia per intellettuali</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Dec 2008 08:30:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio Ho sempre letto i libri come gli oroscopi e ora so perché. Marco Pesatori ha scritto una guida zodiacale per tutti quelli che guardano le pagine dei libri, ascoltano musica, contemplano un quadro, interrogano una legge fisica, stupiscono a una forma matematica e cercano divinazioni. Astrologia per intellettuali è una guida in [&#8230;]]]></description>
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di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p>Ho sempre letto i libri come gli oroscopi e ora so perché.</p>
<p>Marco Pesatori ha scritto una guida zodiacale per tutti quelli che guardano le pagine dei libri, ascoltano musica, contemplano un quadro, interrogano una legge fisica, stupiscono a una forma matematica e cercano divinazioni. <em>Astrologia per intellettuali</em> è una guida in senso stretto. Potrebbe stare in una collana LonelyPlanet, o Routard. E se non ci avesse pensato Neri Pozza Bloom probabilmente sarebbe già in stampa. Solo che la geografia di cui Pesatori è esperto non sta sull’orbe terracqueo ma sulla volta del cielo.<br />
<span id="more-11705"></span><br />
Come tutte le guide che si rispettino serve a cercare le proprie variazioni negli itinerari stabiliti. Ad aggiungere i post-it, piegare gli angoli, sottolineare. Io avrei voluto cominciare col mio segno, poi ho visto Virginia Woolf e ho letto Acquario. Virginia è dell’Acquario. E anche Arbasino. E Joyce. Per dirne tre. Tutti e tre con una penna ispida e sensuale, tutti e tre perfetti con una tazza da tè a riscaldarsi le mani. L’Acquario mi ha distratto.</p>
<p>Come tutte le guide che diventano breviari ha la copertina morbida, un formato da tasca Barbour e una consistenza da taccuino di appunti. Quando ho cominciato ad aggiungere asterischi e rimandi e mi sono ripetuta Taccuini di appunti. Ho pensato a <em>Memorie di Adriano</em>, quindi a Marguerite Yourcenar e ho letto Gemelli. Io non sono nemmeno Gemelli. Però Thomas Mann sì, e Dante pure. Per dirne tre che se fossero stati scultori non avrebbero percepito la differenza tra la lingua e la pietra.</p>
<p>Come tutte le guide che si trasformano in diari di viaggio manca qualcosa, anche se devo ancora trovarla. Ma il cielo stellato è sopra di me e la legge morale anche. Perché io sono Pesci e ho tutto lo zodiaco sulla testa. E mi pesa. Perché lo zodiaco non è la ruota bidimensionale e puntinata di linee e di stelle. E nemmeno una ghiera di simboli in cui trascrivere il destino o una sintesi del movimento degli astri e del mutare delle stagioni. Lo zodiaco è un rapporto di causa effetto, una dialettica di prima e dopo. E un belletto. E un glitter.</p>
<p><em>L’Ariete è il primo.<br />
Il Toro segue l’Ariete e ne riduce subito i ritmi folli.<br />
Il Gemelli è un Toro ancora per poco immerso nelle spire del materno. Non vede l’ora di uscire.<br />
Il Cancro è un Gemelli che è stufo di pensare.<br />
Il Leone esce dalla confusa nebbia dell’incerta e infantile identità cancerina.<br />
La potenza del Sole-Leone volge verso occidente. Il sole sta per sprofondare e la Vergine è quel brillio disperato e finale.<br />
La Bilancia cerca l’errore ma a differenza della Vergine non lo trova.<br />
Lo Scorpione si tormenta di sensi di colpa ma rispetto alla Bilancia non viene mai vinto del tutto.<br />
Il Sagittario è uno Scorpione finalmente uscito dal sottosuolo.<br />
Capricorno è evoluzione e destino della freccia sagittariana, che ha concluso il volo ficcandosi nel bersaglio.<br />
La competitività lenta e inesorabile del Capricorno si trasforma nell’Acquario in relativismo, possibilismo, prospettiva di ampie vedute.<br />
La spinta centrifuga verso la libertà assoluta dell’Acquario diventa nei Pesci conquista reale di un luogo senza limiti.<br />
Il Pesci è l’ultimo segno dello zodiaco ma è immediatamente anche il segno che annuncia la nuova esplosione di luce dell’Ariete.</em></p>
<p>Keplero e Newton erano Capricorno. Darwin e Galilei, Acquario. Luisa May Alcott e Jane Austen, Sagittario, Dino Campana e Sibilla Aleramo condividevano pure il Leone. Jung, Freud e Lacan ovviamente non erano nati sotto lo stesso segno, Marx e Kant invece da bravi sistematici sì, Toro. Flaiano e Busi, Pesci. Incredulità, sconcerto, meraviglia e somiglianze. Bocca aperta. Ancora Pesci.</p>
<p>Pesatori, con una prosa assertiva, cantilena, mantra e goccia da Pizia di Dürrenmatt [e qual era il segno di Pannychis XI? Io me la aspetto Leone <em>che sa mettersi in guardia di fronte al rischio di pericolosi deliri dell’Ego…</em>], costruisce un bolero di segni e influenze nel quale scompone e dissipa dubbi razionalisti e pose illuministe in un miele dolcissimo di emozione e appartenenza.</p>
<p>Tutti gli scrittori, i pittori, gli sportivi, i musicisti amati o odiati ma che hanno colorato il mondo di ciascuno di chiari, scuri e fumé, rinascono in queste righe attraverso la critica essenziale di Astra inclinant non necessitant. Che vale forse per i destini coevi, perché per quelli osservabili con la protervia della prospettiva, le pallide influenze appaiono mero determinismo. Il cielo stellato sopra di me e le note a fine capitolo e l’indice dei nomi a fine testo. Perché <em>Astrologia per intellettuali</em> è per tutti ma gli intellettuali senza note e senza nomi si sentono nudi e muti.</p>
<p><em>L’Ariete parte e va. Da solo. Non sta a tergiversare.<br />
Il Toro prima di tutto vuole stare bene.<br />
Il Gemelli ha un cuore da adolescente.<br />
Il Cancro è l’Edipo per eccellenza.<br />
Il Leone è il potere di sé su sé stesso.<br />
La Vergine non inganna nessuno. In primo luogo non inganna sé stessa.<br />
La Bilancia ha due piatti. Lei non sceglie. Misura.<br />
Lo Scorpione è attacco diretto alle norme e anche gusto dello scandalo.<br />
Il Sagittario non è egoista. È semplice.<br />
Gli interrogativi fondamentali dell’esistenza il Capricorno preferisce porseli e risolverli per conto suo.<br />
L’Acquario vuole farsi gli affari suoi.<br />
Il Pesci è «di là». Il Paese delle Meraviglie nei Pesci è la regola.</em></p>
<p>Come tutte le guide comprate prima di un viaggio importante calza come un guanto, si porta a letto e funziona anche da specchio. Dà autocoscienza. Di più sembra che sia stata scritta proprio per te.</p>
<p>Dopodiché è chiaro. Io ho sempre letto oroscopi. E voi?</p>
<p style="text-align: center;"><strong><img decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-11708" title="copj13" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/copj13-184x300.jpg" alt="" width="184" height="300" /></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Marco Pesatori</strong>, <em>Astrologia per intellettuali</em>, Neri Pozza Bloom (2008), pp. 475</p>
<p>[La fotografia in apice la trovate <a href="http://www.webalice.it/daniele.labieni/000_0425%20stelle.jpg"> qui </a>]</p>
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