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	<title>sic &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>In territorio nemico, a Milano. (Con un estratto dal romanzo).</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Apr 2013 17:00:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Libreria Popolare, via Tadino 18, Milano Conversazioni in libreria Martedì 23 aprile, ore 21 In territorio nemico di SIC (Scrittura Industriale Collettiva) Minimum Fax, 2013. Ne discutiamo con Jacopo Galimberti (uno dei 115 autori), Alessandro Broggi, Paolo Giovannetti, Italo Testa, Paolo Zublena. E con Gregorio Magini e Vanni Santoni, i due fondatori di SIC. Coordina [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center">Libreria Popolare,<br />
via Tadino 18, Milano</p>
<p style="text-align: center">Conversazioni in libreria</p>
<p style="text-align: center">Martedì 23 aprile, ore 21<br />
<strong>In territorio nemico</strong><br />
di <strong>SIC</strong> (Scrittura Industriale Collettiva)<br />
Minimum Fax, 2013.</p>
<p style="text-align: center">Ne discutiamo con <strong>Jacopo Galimberti</strong> (uno dei 115 autori),<br />
<strong>Alessandro Broggi</strong>, <strong>Paolo Giovannetti</strong>, <strong>Italo Testa</strong>, <strong>Paolo Zublena</strong>.</p>
<p style="text-align: center">E con <strong>Gregorio Magini</strong> e <strong>Vanni Santoni</strong>, i due fondatori di SIC.<br />
Coordina <strong>Antonio Loreto</strong></p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.scritturacollettiva.org/" target="_blank"><strong>SIC</strong></a> &#8211; Scrittura Industriale Collettiva indica un metodo di scrittura collettiva ideato da<br />
Gregorio Magini e Vanni Santoni, la comunità aperta che lo utilizza e il gruppo di 115 scrittori, coordinato dai due fondatori, che ha realizzato il romanzo In territorio nemico.</p>
<p style="text-align: center">Ne abbiamo parlato recentemente su Nazione Indiana <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/03/17/atlantide-il-grande-dittatore-e-un-dubbio-capitale-sulla-scrittura-collettiva-una-lettera-a-vanni-santoni/" target="_blank">qui </a>e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/03/27/atlantide-non-fu-affondata-in-un-giorno-di-scrittura-collettiva-e-letteratura/" target="_blank">qui</a>.</p>
<p style="text-align: center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/In-territorio-nemico.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-45436" alt="In territorio nemico" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/In-territorio-nemico-221x300.jpg" width="221" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/In-territorio-nemico-221x300.jpg 221w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/In-territorio-nemico-754x1024.jpg 754w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/In-territorio-nemico.jpg 1654w" sizes="(max-width: 221px) 100vw, 221px" /></a></p>
<p style="text-align: left">[Un estratto dal libro]</p>
<p>[&#8230;] «I Comandi tedeschi», disse Maiolica, <span id="more-45434"></span>«risiedono prevalentemente nella zona compresa tra piazzale Loreto, Stazione Centrale e Porta Venezia. Ma il controllo sistematico del territorio si estende anche a Lambrate e all’Ortica».<br />
Lo Sturmbannführer Karl Gunther Bock scese gli scalini della Casa dello Studente, presso viale Romagna, dove si trovava uno dei due presidi tedeschi di Città Studi. Si passò le mani sulla pancia, sulla pelle nera della giacca, aggiustò il berretto, studiò il passo.<br />
«L’obiettivo, dopo essere uscito dalla Casa dello Studente, percorre a piedi via Pascoli, sul lato destro, per raggiungere la sede del comando aeronautico in piazza Balbo. Tutta la zona attorno è terreno minato, per intendersi».<br />
Il maggiore incrociò un anziano, che al solo vederlo si immobilizzò per il terrore. Lo scostò dal marciapiede con una spallata. Se esiste davvero un cielo, pensò, mio fratello Helmut è lassù.<br />
«Quindi agiremo proprio in via Pascoli. Uno di voi farà da palo sull’altro lato della strada mentre Cicinìn aspetterà il suo cenno da dietro l’angolo di via Plinio».<br />
Era un po’ in ritardo. Teneva la cartellina sottobraccio, e in mano un foglio sgualcito: una lettera, appena giunta dalla Germania.<br />
«Tocca a me», disse Adele.<br />
Helmut Bock, Sturmscharführer delle Waffen-SS, Croce di Ferro di prima classe, disperso sul fronte russo. Karl Gunther sentiva che lo spirito di suo fratello Helmut, dall’alto, chiamava vendetta. Si fermò, si appoggiò al muro. Chiuse gli occhi, respirò lentamente.<br />
«I quattro di via Botticelli, al Rizzoli, all’alba dell’Epifania, sedici e diciotto anni, fatti a pezzi e ammassati sulla neve; quelli del Campo Giuriati di via Ponzio; il 14 gennaio i nove del Fronte della Gioventù; due settimane dopo, nello stesso campo sportivo, i cinque della terza Gap».<br />
Riprese il cammino. La guerra è persa, pensò. Sulla strada non c’era nessuno. Helmut, ho invidia per te, pensò ancora. Cercava di formulare i pensieri in modo chiaro, come ad agevolare un ipotetico ascolto da parte del fratello morto.<br />
«Ciapa anche tu una pistola», disse Cicinìn. «Non è mica detto che riesco a fare centro al primo colpo».<br />
Karl immaginò Helmut cercare i passi dei compagni che lo avevano preceduto nei sentieri gelati dell’Asia. «La morte non è niente», gli disse. «Il tuo sangue che filtra nella terra nutre una fonte sotterranea che un giorno darà vita a un fusto ancora più forte del nostro».<br />
Nel chiudere la porta, Adele sentì che qualcosa la tratteneva. Si voltò e vide gli occhi grigi di Maiolica dietro la soglia.<br />
Bock si tastò la pancia. Era già la terza volta, quel giorno. Che cosa significano, si chiese, i due bozzoli che mi sono spuntati? Cosa c’entrano con il tormento che ho dentro?<br />
Adele tirò la maniglia con forza, la resistenza cedette e la porta si chiuse. Cicinìn la guardava. Cercava di non farlo, ma ogni volta che finiva il pensiero, tornava ad alzare lo sguardo verso di lei.<br />
Quando la temperatura raggiunge trenta gradi sotto lo zero, il cuoio congela.<br />
Adele mostrava una maschera di ghiaccio mentre camminava; il rumore dei tacchi sul marciapiede era perentorio.<br />
Bock tastò nuovamente i bozzi sulla pancia. Se ci fosse un modo di impedire ai medici di metterti le mani addosso, pensò, allora potrebbe essere anche questa una morte dignitosa. Il Reich avrebbe dovuto eliminare gli ospedali. La malattia non è degna dell’uomo.<br />
Cicinìn poggiò le spalle al muro, tossì e fece un respiro profondo. Palpò la pistola sotto la giacca per sentirne la freddezza rassicurante. L’Attrice, dall’altro lato della strada, gli appariva come una pazza, una donna che aveva perso la ragione e attendeva chissà cosa.<br />
Karl Gunther immaginò ognuno degli ultimi passi di suo fratello Helmut, passi sempre più brevi, muscoli sempre più rigidi, gli abeti sopra la testa pronti a spezzarsi.<br />
Cicinìn sbirciò oltre l’angolo: l’SS, alle 8.17, due minuti in ritardo, era dove doveva essere.<br />
Vide cedere il piede di Helmut; tutt’uno col ghiaccio ormai, la vista che puntava al cielo diafano.<br />
«Karl, fratello mio», disse Helmut, «se puoi sentirmi da qualche parte, raccogli il mio pensiero e restituisci il mio amore alla piccola Trude che mi attende al focolare».<br />
Il giovane svoltò in via Pascoli e puntò il maggiore, biondo e altero, che lo osservò come incuriosito.<br />
Quando il sangue abbandona il cuore è come se gli dei ritirassero la loro benedizione. Il ghiaccio e la fiamma, pensarono i due fratelli, si incontrano solamente sul limite della vita, e dopo questo, dopo il nazionalsocialismo, non esiste più nulla.<br />
Cicinìn premette il grilletto, ma non accadde niente. Il maggiore respirò. Il ragazzo guardò la pistola. Bock restò immobile nel freddo. Adele scattò in avanti, strappò la pistola dalla mano di Cicinìn ed esplose due colpi che centrarono l’ufficiale al ventre. Bock cadde in ginocchio e s’accasciò sul fianco perdendo la cartellina. Ne uscirono delle lettere, una catenina d’oro e alcune foto. Adele lo finì con un colpo in fronte. [&#8230;]</p>
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		<title>Atlantide non fu affondata in un giorno – Di scrittura collettiva e letteratura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Mar 2013 07:00:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Vanni Santoni e Gregorio Magini, a nome di SIC Caro Giuseppe, abbiamo letto con interesse la tua “lettera aperta” sulla scrittura collettiva. Per quanto ti rivolgessi a Vanni, il tuo discorso chiama in causa la SIC, ed è per questo che il presente post è firmato da entrambi i fondatori. Per mantenere il dibattito sul [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://sarmizegetusa.wordpress.com/" target="_blank">Vanni Santoni</a></strong> e <strong><a href="http://www.infinipedia.net/" target="_blank">Gregorio Magini</a></strong>, a nome di <strong><a href="http://www.scritturacollettiva.org/" target="_blank">SIC</a></strong></p>
<figure id="attachment_45229" aria-describedby="caption-attachment-45229" style="width: 700px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/006columbusroute.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-45229" alt="First Columbus route, tratto da The Beginner's American History, by D. H. Montgomery, published by Ginn &amp; Company, Boston, U.S.A.,1893" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/006columbusroute.jpg" width="700" height="244" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/006columbusroute.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/006columbusroute-300x104.jpg 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a><figcaption id="caption-attachment-45229" class="wp-caption-text">First Columbus route, tratto da The Beginner&#8217;s American History, by D. H. Montgomery, published by Ginn &amp; Company, Boston, U.S.A.,1893</figcaption></figure>
<p>Caro Giuseppe,</p>
<p>abbiamo letto con interesse <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/03/17/atlantide-il-grande-dittatore-e-un-dubbio-capitale-sulla-scrittura-collettiva-una-lettera-a-vanni-santoni/" target="_blank">la tua “lettera aperta” sulla scrittura collettiva</a>. Per quanto ti rivolgessi a Vanni, il tuo discorso chiama in causa la SIC, ed è per questo che il presente post è firmato da entrambi i fondatori. Per mantenere il dibattito sul tono aperto e personale su cui l’hai avviato, abbiamo tuttavia deciso di risponderti separatamente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Vanni –</b> Fin dalla primissima comparsa della SIC, abbiamo dovuto confrontarci con commenti del tipo “ahhh, il romanticismo schiacciato dalla fredda macchina”. Ad essi abbiamo in genere risposto spiegando che anche il processo di creazione di un romanzo individuale<i> </i>è più simile al lavoro di un artigiano che fa le notti in opificio tagliandosi le mani, che allo sbocciare di un fiore, ma è chiaro che la questione è più complessa, e riguarda la <i>funzione autoriale</i>. Sul tema, e dunque su come tale funzione si declini in un’opera scritta col metodo SIC, abbiamo scritto un saggio, intitolato <a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2009/11/003240.html" target="_blank"><i>Solve et coagula – la funzione autoriale nell’era della sua riproducibilità telematica</i></a>: crediamo sappia tuttora affrontare la faccenda in modo esaustivo. Nel momento poi in cui si parla di funzione autoriale, è evidente che stiamo parlando anche di <i>responsabilità dell’autore</i>, questione della quale abbiamo parlato <a href="http://www.bibliocartina.it/dal-metodo-sic-scrittura-industriale-collettiva-nasce-il-romanzo-con-piu-autori-al-mondo-la-facciamo-finita-con-lo-stereotipo-del-grande-scrittore/" target="_blank">in questa intervista su <i>Bibliocartina</i></a>, che sarà utile ai lettori anche per inquadrare meglio alcuni aspetti operativi che stanno dietro alla stesura di <i>In territorio nemico. </i><b></b></p>
<p>Detto questo, è chiaro che la tua riflessione sta un passo più avanti rispetto a quello dei sostenitori a priori della scrittura solitaria, dal momento che non chiedi “dov’è il romanticismo?”, bensì “dov’è la letteratura?”. Credo che a questo punto sia l’opera a essere chiamata a dare una risposta (e auspichiamo che sia in grado di darla); al di là di ciò, non si può dimenticare che con il metodo SIC abbiamo creato un modo del tutto nuovo per giungere a un romanzo. Già gli si chiede di essere letteratura? Chiaro che ci proviamo, ma per cominciare ci siamo dati come obiettivo minimo quello di fare <i>buona narrativa, </i>a cominciare dal genere scelto, che può essere percepito da alcuni come meno letterario di altri. Sul perché di un romanzo storico-avventuroso, abbiamo scritto un altro saggio, <a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2011/02/003791.html" target="_blank"><i>Affinità Elettive</i></a>. (Perdona tutti questi link, ma il dibattito intorno alla SIC è oggi a un determinato punto di evoluzione in virtù del lavoro teorico svolto da noi e da altri in questi anni e il lettore occasionale che vi si volesse avvicinare non può non passare almeno dai suoi snodi principali).</p>
<p>Attenzione poi a quando dici “simile profusione di forze”: è vero che <i>In territorio nemico </i>ha visto 115 autori al lavoro, ed è ben noto quanto impegno ne ha richiesto il coordinamento da parte nostra, ma certo questi 115 non hanno lavorato come se stessero scrivendo 115 romanzi. Molti degli autori di <i>In territorio nemico </i>hanno lavorato solo alcune ore alle loro schede, e tuttavia il loro contributo vive nel libro. Se si sommassero le ore complessive impiegate da ciascuno, si otterrebbe un tempo totale senz’altro superiore a quello che un singolo autore impiega su un singolo romanzo, ma non più del quadruplo o del quintuplo; se anzi si togliesse il tempo aggiuntivo che è venuto dall’agire in condizioni sperimentali, affinando il metodo in corsa – non ci sono state prove generali, né del resto potevano esserci – e con una buona parte di scrittori non professionisti o comunque al debutto su un’opera di una certa portata, si scenderebbe facilmente al triplo o al doppio; in condizioni ottimizzate anche tecnologicamente – per la stesura di <i>In territorio nemico </i>abbiamo infatti usato uno strumento di base come l’e-mail, per tenere basso il livello di alfabetizzazione informatica necessario alla partecipazione – e con uno staff composto interamente da scrittori esperti e abituati a scadenzare le consegne, si sarebbe potuti giungere a un monte-ore non dissimile da quello di un singolo autore che lavora a un romanzo di 320 pagine. Si capisce dunque come ci si trovi di fronte a una divisione di lavoro, non a un accumulo.</p>
<p>Per quanto riguarda invece la questione del “marketing” a cui fai riferimento, è normale che ai giornali piaccia citare i 115 autori nei loro titoli – si tratta del resto di qualcosa mai visto prima – ma la funzione svolta dal numero è <i>effettivamente</i> di setaccio. Non c’è un elemento, un carattere, uno snodo narrativo di <i>In territorio nemico </i>che non venga da scelte che i Compositori hanno fatto su varie possibilità proposte dagli autori, esse a loro volta frutto dell’incrocio delle precedenti. Questo proprio<i> </i>per le caratteristiche del metodo, che porta tutti gli autori a lavorare su tutti gli elementi della trama, e non a scrivere ognuno un pezzetto (sul funzionamento del metodo SIC, <a href="http://www.scritturacollettiva.org/documentazione/manuale-di-scrittura-industriale-collettiva" target="_blank">rimando al nostro manuale</a>). Tutto lì dentro è un distillato della coscienza collettiva dei partecipanti, e dunque, volendo pensare la scrittura collettiva da parte di un campione abbastanza grande di autori come un credibile carotaggio della società a cui appartengono, anche “la coscienza collettiva”; si potrà poi aprire un dibattito intorno alla capacità della coscienza collettiva di fare scelte <i>di genio, </i>ma intanto abbiamo provato che è in grado di fare scelte di trama, di estetica e di poetica (su come poi i singoli vivano il lavoro “in SIC”, ti rimando <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/03/16/seak-sick-sic/" target="_blank">a un intervento di Jacopo Galimberti pubblicato proprio qui su <i>Nazione Indiana,</i></a> a uno <a href="http://www.finzionimagazine.it/news/scrivere-per-il-grande-romanzo-aperto-sic/" target="_blank">di Marco Codebò pubblicato su <i>Finzioni</i></a> e a <a href="http://www.finzionimagazine.it/news/la-sic-tutti-scrivono-tutto-23" target="_blank">uno di Michele Marcon, sempre su <i>Finzioni</i></a>). Quando abbiamo testato il metodo, una fase durata due anni e mezzo in cui sono stati scritti sei racconti (più due brevissimi nel corso di workshop dal vivo), ciò è sempre avvenuto con gruppi di scrittura con un numero di componenti più ridotto, in genere tra sei e otto: da un punto di vista strettamente pratico, questa è la dimensione ideale; abbiamo deciso di fare un salto di oltre un ordine di grandezza per due ragioni: testare (ancora!) la tenuta del metodo su <i>masse, </i>oltre che su <i>gruppi, </i>come era del resto tra i nostri obiettivi iniziali, e verificare se l’aggiunta di ulteriori autori, al di là delle ovvie complicazioni pratiche, continuasse a portare un valore aggiunto al testo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Gregorio </b>– Ti rispondo da un punto di vista un po&#8217; più distante di quello di Vanni, perchè l&#8217;articolo su <i>La Lettura </i>non l’ho scritto io (c&#8217;è il naso dell&#8217;uno e dell&#8217;altro in tutto quello che scriviamo, ma cerchiamo di non scrivere insieme proprio <i>tutto tutto</i>). Riassumo il senso delle tue considerazioni, per come io le ho intese: &#8220;Può darsi che la scrittura collettiva,&#8221; mi sembra che tu dica, &#8220;sia la terra promessa di una letteratura che annovera l&#8217;intelligenza collettiva nella <i>shortlist</i> delle sue utopie. E voi me la presentate come un espediente per riuscire a pubblicare un libro? Mah&#8230;&#8221; Nel corso del tuo ragionamento, proponi, attraverso il rimando all’<i>OuLiPo</i>, un interessante spunto sulla scrittura collettiva come poetica, di cui mi occuperò più avanti. <b></b></p>
<p>Se dell’impresa SIC conoscessi solo quell’articolo, credo che condividerei le tue perplessità. Mi pare infatti che Vanni sia stato troppo timido nel presentare i nostri obiettivi. Ma leggendo tra le righe del suo articolo, e di molti altri testi che abbiamo scritto in questi anni sul tema, mi pare lampante la nostra speranza di aver inventato, o copiato, o scoperto, o un po&#8217; inventato un po&#8217; copiato un po’ scoperto, qualcosa di rivoluzionario. Di aver messo a mare una caravella, essa pure frutto di esperienze molteplici, che può esplorare mondi nuovi. Di aver gettato ponti per unire isole distanti. Di aver dissepolto tesori sommersi. Tutto questo noi speriamo: ma perché non lo diciamo apertamente? Perché ricordiamo la frustrazione di Stephen Dedalus: &#8220;Il molo di Kingstown. Sì, un ponte deluso.&#8221; Come dire: abbiamo messo a mare un transatlantico, che ha tutta l&#8217;aria (l&#8217;aura?) di poter fare grandi cose, ma potrebbe anche fare un naufragio titanico al primo viaggio. Per questo siamo timidi: perché neanche noi abbiamo idea di dove ci porterà questa impresa. E del resto, come in tutto ciò che concerne l&#8217;arte, giudicare i risultati non spetta a noi. Ci rendiamo conto che una simile inibizione possa far sorgere il timore che “dietro i 115 autori, niente”. Ma immagina la posizione diametralmente opposta: “Abbiamo inventato un metodo di scrittura collettiva che permette di scrivere capolavori a raffica”. La verità, ovviamente, starà da qualche parte in mezzo tra questi due estremi, ma, come ben sai, far emergere tutte le articolazioni di una questione complessa in un articolo di giornale – che peraltro aveva un altro obiettivo, quello di tracciare la storia dell’intero fenomeno della scrittura collettiva – non è facile.</p>
<p>Vengo alla scrittura collettiva come poetica. Dici: “Da parte mia, andando indietro nella storia della letteratura, sebbene con qualche forzatura, ho sempre inteso la scrittura collettiva come <i>un’officina di letteratura potenziale&#8230;”. </i>Ecco, questo è un approccio che non ci appartiene affatto. Noi parliamo sempre di <i>metodo</i>, <i>teoria</i>, <i>processi</i>. Questo perché per noi la scrittura collettiva non è un gioco – per quanto serio, per quanto significativo, per quanto produttivo – sulla forma, o sui modi in cui la forma agisce, o non agisce, sui contenuti. Per noi la scrittura collettiva è una tecnica. Rispetto al vocalicidio di <i>La Disparition</i>, agisce su un piano completamente diverso: non quello della scrittura d&#8217;arte, ma quello delle tecnologie della scrittura. È vero che la parola &#8220;tecnologia&#8221; rimanda a universi di senso che sembrano avere poco in comune con la letteratura. Ma se ci pensi bene, noi non facciamo qualcosa di molto diverso dalla maestra che dice: &#8220;Prendi la penna, disegna le parole, segui le righe…&#8221; Solo che lo facciamo in modo più complicato, con schede da compilare e turni da seguire e manuali ed email e archivi online, perché si vuole realizzare opere d&#8217;arte in 115, non un testo qualunque da soli. E tuttavia il modo in cui lo facciamo, io credo, non è neppure così complicato, se nel 1967 a Barbiana dei bambini figli di contadini potevano scrivere: &#8220;Noi dunque si fa così,&#8221; e spiegare per filo e per segno come scrivevano tutti insieme sotto la guida del maestro, utilizzando un metodo di scrittura collettiva che non era tanto più rozzo del nostro. E quindi &#8220;la letteratura?&#8221;. Quella, se c&#8217;è, sarà dentro <i>In territorio nemico</i>. E se sarà da qualche parte, non sarà nel metodo SIC o nell&#8217;editore di primo piano, ma nelle poetiche e nelle parole che quel libro avrà espresso.</p>
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		<title>Come autore, non esisterei senza i blog &#8211; Una lettera di Vanni Santoni</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Mar 2013 11:27:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(A causa di un problema di salute, Vanni Santoni non potrà essere presente alla festa. Però mi ha mandato questa lettera, che, a parole sue, è un &#8220;omaggio a tutto ciò che Nazione Indiana ha rappresentato e rappresenta per me, oltre che un tentativo, magari maldestro, di mettere una pezza alla mia assenza&#8221;. Ringraziandolo, la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(A causa di un problema di salute, Vanni Santoni non potrà essere presente alla <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/03/18/10-anni-fuori-dalla-pozzanghera-programma/" target="_blank">festa</a>. Però mi ha mandato questa lettera, che, a parole sue, è un &#8220;omaggio a tutto ciò che Nazione Indiana ha rappresentato e rappresenta per me, oltre che un tentativo, magari maldestro, di mettere una pezza alla mia assenza&#8221;. Ringraziandolo, la ripubblico qui. gz)</p>
<figure id="attachment_45213" aria-describedby="caption-attachment-45213" style="width: 479px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Keith_Haring_Pop_Shop_III_3_C.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-45213" alt="Pop Shop III N°3, di Keith Haring, 1989" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Keith_Haring_Pop_Shop_III_3_C.jpg" width="479" height="401" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Keith_Haring_Pop_Shop_III_3_C.jpg 479w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/Keith_Haring_Pop_Shop_III_3_C-300x251.jpg 300w" sizes="(max-width: 479px) 100vw, 479px" /></a><figcaption id="caption-attachment-45213" class="wp-caption-text">Pop Shop III N°3, di Keith Haring, 1989</figcaption></figure>
<p>di <strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p>Per cominciare, lo scopo della presente: mi spiace non essere lì con voi. Ci tenevo perché era l’occasione per rivedere tanti amici, maestri e colleghi, e per incontrare di persona altri che conosco solo via Internet; e ci tenevo perché, zitto zitto, ho scoperto di pubblicare testi su <em>Nazione Indiana</em> da più di cinque anni, e dunque spero che mi sia concesso l’orgoglio di sentirmi (pur minuscola) parte della sua storia.</p>
<p>L’ultima volta che scrissi una letteruccia come questa fu per il premio Zocca (ero impegnato in una presentazione altrove), e Peppe Fiore, lui pure tra i finalisti (va da sé che non vinse nessuno dei due) mi scrisse che al momento della lettura pubblica “sembrava fossi, tipo, morto”. Neanche stavolta sono morto, ma almeno ci sono un poco più vicino di allora: non sono potuto salire a Milano per via di un problema alla schiena che mi ha costretto a letto e mi ha portato tra coloro dei quali si dice “ormai va avanti a cortisone”. Per quanto la cosa abbia probabilmente origine da un vecchio infortunio o dalle troppe notti all’addiaccio nell’ambito di feste molto diverse da quella di <em>Nazione Indiana</em>, secondo il mio medico deriva senz’altro “dalle troppe ore passate a scrivere in questi ultimi anni”: pare che stia migliorando, ma nel caso non guarissi potrò almeno dire che alla letteratura ho dato “anche la salute”. E dato che la mia storia letteraria è inscindibile dalla mia storia di blogger letterario, posso estendere il discorso, e dire che ai blog letterari potrei aver dato anche la salute. Vi sfido a immaginare un relatore migliore: gli assenti per martirio vincono sempre.</p>
<p>Parlando seriamente, resta vero che, come autore, non esisterei senza i blog. Da completo <em>outsider</em> del mondo letterario, esordii grazie a quel <em>Personaggi precari</em> che tenevo su Splinder: vinse un concorso “per il miglior testo tratto dal web” (si era nel periodo in cui l’editoria guardava ai blog con un entusiasmo forse esagerato, ma la scena era effettivamente molto vitale) e approdò in libreria con un piccolo editore. Da lì cominciò tutto. Se dovessi isolare i momenti chiave della mia carriera, oltre a quell’esordio e all’altrettanto cruciale prima uscita con un editore più grande, bene, a questi due io affiancherei la pubblicazione del mio primo testo letterario su <em>Nazione Indiana</em> e del mio primo pezzo critico su <em>Carmilla</em>. Ricordo bene il giorno in cui scrissi a Andrea Raos, il cui cognome esotico contribuiva a farmelo percepire come figura di importanza non minore di quella di un membro dell’Accademia di Svezia, proponendogli una selezione dei miei <em>Personaggi</em>, così come ricordo la gioia di vederla pubblicata, qualche settimana più tardi, sulle pagine del blog. E allo stesso modo ricordo bene quando, dopo una piccola polemica sul sito della SIC, Wu Ming 1 invitò me e Gregorio Magini ad argomentare le nostre critiche al suo memorandum sul New Italian Epic, scrivendo un post per Carmilla. Si era in entrambi i casi nel 2008, e la mia emozione per quelle pubblicazioni era frutto diretto di quello che vedevano i miei occhi: da esterno a ogni circolo (e dunque privo di qualsivoglia percezione delle strutture e camarille del cosiddetto “campo letterario”) e sfiduciato rispetto alle pagine culturali dei quotidiani (mi ero del resto formato nel circuito delle autoproduzioni militanti), per me <em>Nazione Indiana</em> e <em>Carmilla</em> erano semplicemente <em>i luoghi del dibattito letterario</em>, e tale opinione rimane immutata anche oggi che di letteratura e editoria so qualcosa in più di allora. Certo, alcune cose sono cambiate, ad esempio i luoghi di dibattito si sono moltiplicati, tant’è che il rito quotidiano della consultazione di <em>Nazione Indiana</em> e <a href="http://www.carmillaonline.com/" target="_blank">Carmilla</a> si è ampliato con <a href="http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?page=indexBLOG" target="_blank">Il primo amore</a>, <a href="http://www.minimaetmoralia.it/" target="_blank">minima&amp;moralia</a>, <a href="http://scrittoriprecari.wordpress.com/" target="_blank">Scrittori Precari</a>, <a href="http://gammm.org/" target="_blank">GAMMM</a>, <a href="http://www.leparoleelecose.it/" target="_blank">Le parole e le cose</a>, <a href="http://www.finzionimagazine.it/" target="_blank">Finzioni</a>, <a href="http://quattrocentoquattro.com/" target="_blank">404</a>, <a href="http://www.lankelot.eu/" target="_blank">Lankelot</a>, <a href="http://www.terranullius.it/" target="_blank">Terranullius</a>, <a href="http://criticaimpura.wordpress.com/" target="_blank">Critica Impura</a>, <a href="http://www.doppiozero.com/" target="_blank">Doppiozero</a>, <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/" target="_blank">Giap</a>, <a href="http://www.alfabeta2.it/alfapiu/" target="_blank">Alfapiù </a>, <a href="http://scrittorincausa.blogspot.it/" target="_blank">Scrittori in causa</a>, <a href="http://www.viadeiserpenti.it/" target="_blank">Via dei Serpenti</a> e <a href="http://www.archiviocaltari.it/" target="_blank">Archivio Caltari</a> – ma non per questo è passato in secondo piano: rimane il primo gesto che segue l’accensione del computer. La mia impressione è infatti che la scena sia quanto mai viva e vitale e del massimo interesse, e non è questione solo di esordi e letture quotidiane: quando, al lancio del progetto SIC, dovevamo “reclutare” scrittori, fu innanzi tutto nel mondo dei blog letterari che andammo a pescare; e anche quando, più recentemente, mi sono trovato, nel mio piccolo, “dall’altra parte della barricata”, a fare scouting per la collana di narrativa che sono stato chiamato a inventare per Tunué, è tra i blog letterari, collettivi e individuali, celebri e sconosciuti, che sono andato a perdere le notti.</p>
<p>Sarà perché ho vissuto sulla mia pelle la “democratizzazione” dell’accesso all’editoria che la pubblicazione on line può conferire, sarà perché guardando spesso all’estero so quanto siano vere le parole di Sartori <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/03/20/nazione-indiana-i-blog-letterari-la-cultura-italiana/" target="_blank">nell’autointervista pubblicata proprio su Nazione Indiana il 20 marzo</a>, circa la particolare dimensione e rilevanza che ha il fenomeno in Italia, ma la situazione mi sembra ancora eccellente, specie in un momento storico in cui i blog come medium hanno perso peso, depauperati dall’avvento dei social network. La letteratura, però, ha bisogno di spazio e tempo, e non la si può fare a colpi di 140 caratteri o di “mi piace”: è dunque normale che, almeno nel nostro ambito, Facebook e Twitter non abbiano causato chissà che sfracelli, ma siano diventati solo ulteriori mezzi di diffusione dei testi.</p>
<p>Quali, invece, i punti in cui si può migliorare (a parte, forse, togliere dalla testata di <em>Nazione Indiana</em> quel piccolo cartone animato)? È annosa la questione dei commenti (commenti sì, commenti no, commenti moderati, solo utenti registrati, eccetera), ma non credo che il problema stia lì: se da un lato è vero che raramente nei commenti vengono portate argomentazioni all’altezza del post, e che a volte <em>Nazione Indiana</em> o<em> minima&amp;moralia</em> possono rassomigliare a covi di troll, sopporto e sopporterò sempre con piacere qualunque litigata in cambio di un commento che porti uno spunto di riflessione, un link a un qualche altro articolo d’interesse o anche solo un apprezzamento, che specie per chi è agli inizi è sempre motivo di conforto e spinta a continuare (e quello che ci interessa è che chi scrive continui, e chi continua migliori, o no?); credo magari che un punto di miglioramento potrebbe stare in un maggior dialogo tra piattaforme: mi pare ci sia ancora un po’ di pudore nel linkarsi a vicenda all’interno dei pezzi, nel riprendere il post di un altro blog per lanciare un dibattito, nel fare rete anche al di fuori della colonnina laterale col “blogroll” (che comunque è migliore di quelle di Repubblica e Corriere con le attricette in costume e gli animali strani), nel creare iniziative congiunte come quella che vede oggi di nuovo insieme <em>Nazione Indiana</em> e <em>Il primo amore</em>. Ma fate come vi pare: io vi debbo già tutto, o blog letterari. State bene, buona festa.</p>
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