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	<title>Silvia Contarini &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Cosa ne dirà la gente? Festa di Nazione Indiana 2018</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Oct 2018 21:56:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[Vi aspettiamo alla Festa di NazioneIndiana 2018! Quest'anno si terrà sabato 27 ottobre dalle 16.30 e domenica 28 ottobre dalle 10 alle 12 ed è stata organizzata in collaborazione con l'Associazione <a href="http://www.carmebrescia.it/">C.A.R.M.E.  </a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/2-banner-2018.jpeg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018.jpeg" alt="" width="794" height="446" class="aligncenter size-full wp-image-76296" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018.jpeg 794w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-300x169.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-768x431.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-250x140.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-200x112.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-160x90.jpeg 160w" sizes="(max-width: 794px) 100vw, 794px" /></a></p>
<p>Vi aspettiamo alla Festa di NazioneIndiana 2018! Quest&#8217;anno si terrà a BRESCIA sabato 27 ottobre dalle 16.30 e domenica 28 ottobre dalle 10 alle 12 ed è stata organizzata in collaborazione con l&#8217;Associazione Culturale <a href="http://www.carmebrescia.it/">C.A.R.M.E.  </a></p>
<p>Alcuni componenti del folto gruppo di redazione di Nazione Indiana saranno presenti per interagire con gli ospiti e con il pubblico secondo quella formula di scambio e circolarità di confronto aperto e curioso che ha caratterizzato tutte le feste di Nazione indiana.<span id="more-76264"></span></p>
<p>Saranno presenti a Brescia Silvia Contarini, Giacomo Sartori, Jan Reister, Mariasole Ariot, Gianni Biondillo, Gherardo Bortolotti, Antonello Sparzani, Maria Luisa Venuta e la scrittrice Helena Janeczek che ha vinto il Premio Strega 2018 con il romanzo &#8220;La ragazza con la Leica&#8221; edizioni Guanda.</p>
<p>Il titolo della festa 2018 è &#8220;Cosa ne dirà la gente?&#8221; e sono previsti due seminari durante i quali ospiti e pubblico intervengono in modo circolare sullo scontro tra modernità e tradizioni, tra radici culturali e cambiamenti e su come questi elementi siano vissuti negli ambiti individuali e familiari nelle famiglie con migranti di seconda generazione (Sabato 27 ottobre dalle 16.30 alle 18.30) e su come le relazioni tra culture divengano forme urbane in una trasformazione radicale di parti della città, come sta accadendo nel progetto &#8220;Oltre la strada&#8221; in via Milano a Brescia (Domenica 28 ottobre dalle 10 alle 12.00).</p>
<p>La sera di sabato 27 ottobre dalle 21 fino alle 22.30 si lascerà spazio alle espressioni artistiche che accomunano NazioneIndiana con l&#8217;Associazione Culturale C.A.R.M.E. attraverso la proiezione di brevi opere di videoarte che potranno essere commentate anche con gli stessi autori presenti in sala.</p>
<p>Perchè il titolo &#8220;Cosa ne dirà la gente?&#8221;</p>
<p>L&#8217;idea è nata dalla visione del film omonimo della regista pakistana Hiram Haq e da idee e spunti di riflessione condivisi in redazione sul periodo che stiamo vivendo in cui le spinte verso l&#8217;innovazione e un futuro di idee libere e senza confini fanno a botte con nazionalismi, gabbie e un populismo che, a memoria, non ricordiamo di aver mai sperimentato. Spostando il focus sui nuovi abitanti europei, che provengono da altri continenti, la sensazione si amplifica. Le dinamiche di spinta  verso nuovi contesti in cui poter vivere e far crescere i propri figli si scontrano con il desiderio intrinseco di mantenere abitudini, riti e tradizioni che mantengano il cordone ombelicale con le terre di origine, con il tessuto sociale e familiare che è rimasto là, al di là della frontiera.</p>
<p>Un sentire che non ci è estraneo completamente, perchè tra migrazioni interne all&#8217;Italia nel dopoguerra, quelle vissute in prima persona oltre i confini e i percorsi individuali anche sperimentati in prima persona, spesso il &#8220;Che cosa ne dirà la gente&#8221; è risuonato nei dialoghi e nei confronti con genitori e familiari.</p>
<p>Oggi in pochi mesi il contesto italiano si è inasprito, i luoghi di confronto libero e di accoglienza paiono faticosi, a volte sono stati negati spazi pubblici come è accaduto qualche giorno fa a Sesto San Giovanni vicino a Milano. Che cosa ne dice la gente?</p>
<p>Vi aspettiamo alla sede dell&#8217;<a href="http://www.carmebrescia.it/">Associazione Culturale C.A.R.M.E</a>. in via Battaglie 61 a Brescia sabato 27 ottobre e domenica 28 ottobre. (<a href="https://goo.gl/maps/gqXEFKeKrUu">mappe Google</a>)</p>
<p><em>Ringraziamo l&#8217;artista Davide Bignami per averci prestato l&#8217;immagine per la locandina della Festa e Mattia Paganelli per la composizione grafica.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Programma</strong></span></p>
<table width="389">
<tbody>
<tr>
<td width="386"><strong> <span style="color: #ff0000;">Sabato 27 ottobre</span></strong></td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><span style="color: #ff0000;"><strong>16.30-18.30</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Che cosa ne dirà la gente? A cura di Maria Luisa Venuta</strong></span></p>
<p>Il contesto italiano e le migrazioni di seconda generazione. Ci confrontiamo con coloro che hanno deciso di rimanere a vivere in Italia</p>
<p>Ne parliamo con</p>
<p>·       ·      <span style="color: #ff0000;">Helena Janeczek,</span> Nazione Indiana scrittrice e Premio Strega 2018</p>
<p>·       ·      <span style="color: #ff0000;">Elia Moutamid</span>, regista</p>
<p>·       Interventi di alcune mediatrici culturali e migranti che vivono a Brescia</p>
<p>&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><span style="color: #ff0000;"><strong>21:00-22:30</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>I linguaggi nella videoarte </strong> <strong>A cura di Giacomo Sartori</strong></span></p>
<p>La vera età, di Sergio Trapani e Giacomo Sartori, 7 minuti</p>
<p>Il lungo briefing di Sergio Trapani e Andrea Inglese, durata: 5 minuti</p>
<p>Cucù di Robert Desnos, animazione poetica e traduzione di Orsola Puecher Durata 8 minuti e 30 secondi</p>
<p>I&#8217;m a swan di Mariasole Ariot, 5 min e 30 secondi</p>
<p>Ode ai penultimi di Francesco Forlani, 5 minuti</p>
<p>If I die first, di Sergio Trapani, testo di Giacomo Sartori, durata 8 minuti tradotto da Frederika Randall, (in inglese, lettura del testo in italiano)</p>
<p>Separazione, di Sergio Trapani e Giacomo Sartori, durata 13 minuti</p>
<p>&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><strong> </strong><span style="color: #ff0000;"><strong>Domenica 28 ottobre</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>10.00- 12.00</strong></span></td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><span style="color: #ff0000;"><strong>Che cosa ne dirà la gente?</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Oltre la Strada: un progetto tra passato e futuro </strong></span><span style="color: #ff0000;"><strong>A cura di Gherardo Bortolotti</strong></span></p>
<p>Il paesaggio e le funzioni di una periferia multietnica e come si progetta il futuro</p>
<p>Interagiscono e ne parlano in un dibattito circolare:</p>
<p>·       Gianni Biondillo, NazioneIndiana scrittore N<em>arrazione delle periferie</em></p>
<p>·       Silvia Contarini, Nazione Indiana e professore universitario U<em>rbanismo e genere</em></p>
<p>·       Barbara Badiani, urbanista L&#8217;<em>area e l&#8217;evoluzione storico urbanistica di Via Milano</em></p>
<p>·       Domenico Bizzarro, Cooperativa La Rete I<em>nterventi di lotta alla povertà e housing sociale su via Milano</em></p>
<p>·       Nadia Busato, scrittrice <em>La realtà e le prospettive del progetto Oltre la strada</em></td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><strong> </strong></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>L&#8217;appartamento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Sep 2018 06:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; «&#8230; devo riprendere dall&#8217;inizio? Quale inizio? Quando ho lasciato l&#8217;appartamento? È vero, se non avessi deciso di andarmene non sarei qui. Sembrava così semplice, cambiare casa, cambiare vita, semplice, vendere l&#8217;appartamento e via, d&#8217;un colpo tutto dietro le spalle. Ho deciso quest&#8217;inverno, un mattino, su due piedi. Faceva molto freddo, me lo ricordo perché [&#8230;]]]></description>
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<p><img decoding="async" class="size-full wp-image-75896 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/images-1.jpg" alt="" width="350" height="144" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/images-1.jpg 350w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/images-1-300x123.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/images-1-250x103.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/images-1-200x82.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/images-1-160x66.jpg 160w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" />«&#8230; devo riprendere dall&#8217;inizio? Quale inizio? Quando ho lasciato l&#8217;appartamento? È vero, se non avessi deciso di andarmene non sarei qui. Sembrava così semplice, cambiare casa, cambiare vita, semplice, vendere l&#8217;appartamento e via, d&#8217;un colpo tutto dietro le spalle. Ho deciso quest&#8217;inverno, un mattino, su due piedi. Faceva molto freddo, me lo ricordo perché avevo tirato fuori dalla canfora il pellicciotto, l&#8217;odore mi aveva dato nausea e ho pensato che mi sarei dovuta comprare un cappotto nuovo. Era un lunedì. Sono sicura. Perché era il giorno dopo, cioè il giorno prima era successa la cosa di Mathias. La data esatta? Non la sa? Una domenica d&#8217;inverno. Io, il lunedì mattina, quando mi sono guardata attorno, sono tornata indietro negli anni, quando siamo arrivate, la mamma e io, avevamo improvvisato una festicciola, sul terrazzo, noi due, in mezzo agli scatoloni, c&#8217;era un bel sole, le bibite si scaldavano e la crema delle pastine si scioglieva, ma le ho mangiate tutte, e ho bevuto l&#8217;aranciata, avevo sette anni e la mamma sembrava allegra. I gerani c&#8217;erano già, rosa e rossi, piantati in vasi di terracotta a bassorilievi, lungo due lati; le aiuole le ho fatte molti anni dopo, quando ne ho avuto bisogno. Glielo racconto poi, mi ascolti ora, è importante, quel lunedì mattina, quando ho deciso che non potevo più restare. Non pensavo al pericolo, non pensavo a niente, non volevo né nascondere né svelare, volevo solo andare via, per sempre. Facevo colazione in veranda e guardavo Mimì, dietro la vetrata, giocare con i gerani, grattare la terra. Frugava con le zampe e con il muso nelle ultime piantine, un ossicino è spuntato e un rigurgito di caffelatte mi ha dato un gusto acido in bocca: era ora di andarmene. Trentacinque anni in quell&#8217;appartamento, trentacinque anni in quel terrazzo, quindici anni da sola. Ho messo il pellicciotto che sapeva di canfora e sono scesa a comprare il giornale, però il giornalaio sotto casa era ancora chiuso per lutto, il figlio era morto la settimana prima, no, io non c&#8217;entro, un incidente stradale. Sono andata in piazza e non avevo i guanti né il cappello. Un dettaglio insignificante? No. Tutto quello che racconto ha un senso, almeno per me. Camminavo con le guance sferzate dal vento glaciale, con le mani livide sprofondate nelle tasche e sorridevo, sì, mi rallegravo del fatto che con quelle temperature avrei potuto rimandare il lavoro di giardinaggio. D&#8217;estate invece bisogna sbrigarsi, quando fa troppo caldo è dura. Estate come inverno comunque è un&#8217;operazione lunga che richiede applicazione. E una grande calma. La prima volta sporcai dappertutto, non pensavo che un corpo potesse contenere tanto sangue. E tanta carne, e viscere, budella, ossa, muscoli. Ci misi due giorni per tagliare, spezzare, triturare, bollire, gettare, sotterrare. La testa, la volli lasciare intera, tutta intera sotto un albero. Il terzo pino sulla destra, prima del ponte. Non c&#8217;è più? È passato tanto tempo! Forse era il quarto pino, forse dopo il ponte. Quella prima volta, fu una fatica, zoppa come sono, si immagini trascinare un bauletto. Il peggio è stato scavare. Dopo un&#8217;ora la cavità era ancora piccola e già avevo le mani coperte di piaghe e di vesciche, non ce la facevo più a tenere la pala, allora ficcai dentro le mani nude. Il buco a poco a poco si fece più profondo, abbastanza profondo. All&#8217;ospedale mi fecero tante domande. Piangevo, ma non per il dolore alle mani. Mio padre, mio amore, mio adorato, mio tutto, mio troppo, troppo amore, il primo uomo che ho amato, pazzamente, e non era bello, era vecchio ed era stanco. Appoggiavo la faccia sulla sua pancia rotonda, accarezzavo il pelo grigio del petto, e il mondo si esauriva in un&#8217;estasi infinita. Aveva la forza e l&#8217;ingegno di un animale selvatico, un odore aspro inebriante, le labbra tumide, le mani calde. Mi prendeva senza una parola, senza un bacio, il desiderio era il suo modo di amarmi. Forse. Avrei voluto essere piccola piccola e vivere dentro di lui. Mi mancava, sempre, crudelmente, anche quando c&#8217;era. Troppo amore, e lui aveva una moglie e due figli già grandi, e un lavoro importante, e sessant&#8217;anni, e io avevo lui, il gatto, i gerani e non ancora trent&#8217;anni. Quel lunedì mattina, mentre andavo in piazza a cercare il giornale, ho ripensato a Giovanni e ho pianto. Dovevo ucciderlo per non soffrire. Lei è una donna, mi capisce, vero? Ho pianto, ripensando al cuscino che lo soffocava nella letargia del sonnifero, poi mi sono calmata e mi è venuto in mente che dopo, quando sono riuscita a sistemare tutto, un po&#8217; nei vasi un po&#8217; altrove, a ripulire, a far tornare le cose e la casa nell&#8217;ordine che avevano avuto nei vent&#8217;anni passati con mamma, dopo, con le mani fasciate e la morte nel cuore, sono andata in un negozio specializzato e mi sono fatta spiegare come piantare le grandi aiuole lungo i bordi del terrazzo&#8230; »</p>
<p>«&#8230; In piazza ho comprato due riviste di annunci immobiliari, poi sono andata in un bar. Cambiare vita: seduta al tavolino, davanti a un tè gelsomino, me lo ripetevo e il progetto mi sembrava realizzabile, malgrado la brutta faccenda della domenica. Mathias era stato un errore, un&#8217;emozione incontrollata, ma l&#8217;avrei sistemato in ventiquattro ore e nessuno l&#8217;avrebbe cercato, nessuno si sarebbe accorto, era un giovane sbandato, senza patria e senza famiglia. L&#8217;avevo ospitato per carità, cominciavo a volergli bene, ma lui chissà cosa si era immaginato. Bevevo il tè al gelsomino, il mio preferito, e mi dicevo che non potevo continuare così, un uomo dopo l&#8217;altro. Potevo ancora cambiare vita, non ero vecchia né malata né brutta. Mi sono guardata allo specchio e un ragazzetto con il ciuffo alla moda si è messo a ridere; se voglio, ti ammazzo, ho sussurrato, poi ho ripreso a sorseggiare il tè e a seguire il corso dei miei pensieri. Facevo i conti con la realtà: vendendo il bell&#8217;appartamento con terrazza, avrei potuto comprarne uno più modesto in un&#8217;altra città e investire il resto. Più la pensione di invalidità, avrei vissuto senza preoccupazioni finanziarie. Ho scelto un&#8217;agenzia con uffici nelle due città dove andava eseguita la compravendita. Sono venuti a stimare l&#8217;appartamento, mi hanno fatto firmare una serie di carte. L&#8217;indomani sono andata nella provincia limitrofa a visitare alcune case. La prima aveva due stanzette più servizi, un balconcino minuscolo, e una cantina. La cantina mi ha fatto esitare. Siamo andati a visitare la seconda, ma c&#8217;era una portinaia invadente. Una terza era troppo fuori mano e una quarta era troppo cara. Era ora di pranzo e sono andata in una trattoria, minestra di farro, scaloppina al limone e torta di mele, mi piace mangiare al ristorante, sola, come una donna emancipata. Qualche giorno dopo, il settimo o l&#8217;ottavo appartamento, non so più, poteva andare. Due mesi dopo avevo le chiavi. La settimana scorsa. Non ha visto le foto? Ma sì, le foto del soggiorno, con l&#8217;impiegato dell&#8217;agenzia immobiliare, il corpo&#8230; Lo so, non avrei dovuto, ma aveva le mani sudaticce, il collo della camicia unto, lo sguardo bovino e le gambe tozze; mi ha fatto ribrezzo fin dal primo momento, eppure quando mi ha baciato l&#8217;ho lasciato fare, e anche quando mi ha toccato, schifoso com&#8217;era. Mi sono sottratta all&#8217;abbraccio e l&#8217;ho invitato a inaugurare l&#8217;appartamento. È arrivato in ghingheri, era ancora più ributtante, un sorriso da porco, ho faticato a convincerlo che era meglio mangiare, prima, per avere più forza, poi; ci sono voluti due bicchieri per farlo stramazzare, si è contorto, ha sbavato, non volevo lordare la casa nuova, non volevo ricominciare, era un incidente, un caso da archiviare in fretta, non doveva rovinare la vita nuova. Ma ero troppo sconvolta per procedere con metodo, per la prima volta un corpo esanime mi faceva vacillare. È perché mai avevo agito per odio, e l&#8217;amore dà coraggio e pazienza, mentre quel corpo repellente, quegli abiti intrisi di escrementi, il fetore che immediatamente si era propagato nel soggiorno, mi incutevano un tale disgusto dell&#8217;umanità in generale e del sesso maschile in particolare che non potevo avvicinarlo. Come procedere? Il lavoro sui corpi è minuzioso, ci vuole dedizione per scuoiare, tagliare, segare, macinare e soprattutto seppellire. Non potevo. L&#8217;ho lasciato lì, dove è stato trovato. Sono tornata all&#8217;appartamento e mi sono seduta in terrazza&#8230; »</p>
<p>«&#8230; mio marito è stato il secondo. Il terzo? Vuole includere Marco? Io Marco non lo conto, perché se ne è andato da sé, non l&#8217;ho nemmeno toccato, infatti riposa in pace nel cimitero comunale. Sono andata a trovarlo, i primi tempi, gli portavo qualche fiore, gli parlavo, come qualsiasi fidanzata addolorata. Eravamo molto uniti, di un attaccamento forse malsano, Marco mi angosciava, mi stava sempre addosso, però lo amavo, davvero, e mi esaltavo a vederlo eseguire tutte le mie volontà. Tutte, fino all&#8217;ultima. Ho smesso di andare al camposanto quando ho conosciuto mio marito. Che uomo! Pieno di qualità: affascinante, intelligente, determinato, brillante. Mi sono chiesta perché mi avesse scelta tra tante donne che gli stavano dietro. Quando è venuto ad abitare da me, ha voluto fare qualche cambiamento, anche se l&#8217;appartamento gli piaceva, soprattutto la terrazza, nei mesi caldi era diventata il suo quartier generale. Durante l&#8217;inverno aveva sistemato il suo studio in veranda e io avevo trasferito le mie cose giù nello stanzino, e avevo il mio angolino in soggiorno. Salivo a curare i gerani quando Paolo usciva. Dovevo fare attenzione a non toccare niente, se spostavo una penna si infuriava. Abbiamo passato tre anni stupendi: le rare sere che restava a casa, guardavamo insieme la televisione e si addormentava sulla mia spalla. Lo mettevo a letto e lo accarezzavo a lungo, dormiva come un bambino e potevo baciarlo quanto volevo. A proposito, i bambini lo irritavano, infatti quando sono rimasta incinta mi ha detto che non se la sentiva, troppe responsabilità, la carriera eccetera, le solite cose. In fondo lo capivo. L&#8217;aborto è stata un&#8217;esperienza molto triste; non gliela racconto, non c&#8217;entra con questa storia; se vuole, può consultare le cartelle cliniche dell&#8217;ospedale, marzo 1983, sì, deve essere stato fine marzo, troverà. Lo sa che non è venuto a trovarmi in ospedale? Anche questo lo capivo. Però non ha dato da mangiare al gatto e nel fondo del mio cuore non gliel&#8217;ho perdonato. Perciò un anno dopo l&#8217;ho accoltellato nel sonno. Non è corretto, sono d&#8217;accordo, ma non ci sarei mai riuscita guardandolo negli occhi, lo amavo troppo. Ho saputo poi, quando c&#8217;è stata l&#8217;inchiesta per la scomparsa, che aveva diverse amanti, sparse per il mondo, così hanno pensato tutti che fosse scappato con una thailandese, o con una birmana, aveva un debole per le orientali. Qualche anno dopo è arrivato il decreto di morte presunta e sono tornata libera&#8230; »</p>
<p>«&#8230; le ho detto che non sono stata io, perché insiste? Non avevo nessuna ragione, volevo bene a mio fratello, anche se lo conoscevo poco, aveva quindici anni più di me, e dopo la morte del babbo era andato a vivere in America. Ci siamo incontrati poche volte, funerali, battesimi, feste comandate. Da quando era tornato, ci sentivamo ogni tanto per telefono. Luca era un depresso, ha passato metà della vita tra psicoanalisi, terapie, dottori, veri e ciarlatani, erboristerie e farmacie e ospedali, chieda a sua moglie, no, le assicuro, è stato un suicidio, nessuno l&#8217;ha messo in dubbio, aveva già fatto due tentativi. Perché sia venuto a suicidarsi a casa mia non glielo so dire, forse per via della terrazza, avrà pensato che così non avrebbe sporcato i bei tappeti di casa sua, avrebbe evitato di traumatizzare i bambini. Io quella sera non c&#8217;ero, ero uscita, la polizia l&#8217;ha confermato, quando si è sparato ero al cinema, gli avevo dato le chiavi perché me le aveva chieste, sì, mi aveva stupito, ma era mio fratello e non ho fatto domande, immaginavo un&#8217;avventura. L&#8217;ho trovato il mattino seguente perché la sera non sono salita in terrazza. C&#8217;era materia cerebrale schizzata fin sul muretto del parapetto. Quando hanno portato via il corpo mi ci sono volute ore per pulire, c&#8217;erano goccioline di sangue anche sulle foglie dei gerani, le ho lavate e asciugate una a una, ho versato secchi d&#8217;acqua per terra, ho strofinato il muretto con una spugna. Il barattolo in cucina? Quale? Non so cosa dirle. Forse qualche residuo, raccolto per la scientifica e poi dimenticato. No, le ripeto, non sono stata io. Per quale motivo dovrei mentire? Mio marito, il mio amante, l&#8217;agente immobiliare, Mathias, è tutto. Chi! Giuseppe Lomonaco? Ah, Gigi, l&#8217;architetto&#8230; »</p>
<p>«&#8230; no, oggi non ho voglia di raccontare. Ho già fatto una confessione. Ho fornito prove materiali. Come? No, non è possibile trovare tutto! Ho già spiegato il mio modo di procedere. Per eliminare elementi solidi e ingombranti, facevo bollire la carne, soprattutto le interiora, per l&#8217;odore e la consistenza, sa, i curiosi, c&#8217;è sempre qualcuno che fruga nelle pattumiere, allora meglio cuocere con un po&#8217; di cavolo, il cavolo è perfetto per confondere i fetori. La carne più tenera era per Mimì, e le ossa andavano come concime per la terra, frantumate o spaccate a pezzetti. Il problema sono le teste, perché dispiace fendere la bocca baciata di un uomo amato. Ho spiegato dove sono sotterrate. Non sono state trovate? Sono state cercate bene? Allora vuol dire che non mi crede! In questo caso, non racconto più niente. Le dico che Gigi l&#8217;ho interamente triturato, ci ho messo una settimana ma ne valeva la pena, è stato un lavoro perfetto. Cosa c&#8217;entra? Io quel signore africano non l&#8217;ho mai conosciuto. L&#8217;hanno accoltellato sotto casa mia, e allora? Pensa davvero che potrei sezionare con tanta precisione? Non sono stata io, non è nel mio stile. Io ho eliminato dalla mia vita uomini che amavo perché mi facevano male. Nell&#8217;ordine: il mio amante Giovanni, mio marito Paolo, Giuseppe l&#8217;architetto, Mathias. Marco e Luca non si contano, e neppure l&#8217;agente immobiliare, che è stato un incidente. Non avete trovato le teste? Cercate ancora, cercate meglio, no, io non vi accompagno, non voglio rivedere il bosco, né il giardino, né la terrazza. L&#8217;agente immobiliare è vivo? Cosa dice? È impossibile, gli ho versato due dosi di diserbante, l&#8217;ho visto rantolare. È una provocazione, lei mi vuole confondere, prima mi accusa di colpe che non ho commesso, ora mi dice che quel porco è vivo. Se lui è vivo, e se l&#8217;africano è morto, chi lo ha ucciso? Me lo dica lei, a questo punto per me è lo stesso, l&#8217;uno o l&#8217;altro, anche nessuno; meglio, nessuno. Mio marito, lo giuro, l&#8217;ho ucciso mille volte, con mille pugnalate, e anche a Giovanni ho tolto il respiro, con baci d&#8217;amore soffocanti. Guardi le mie mani, le guardi bene, hanno tanto scavato che sono screpolate, grinzose, indurite dai calli, coperte di cicatrici&#8230; »</p>
<p>«&#8230; devo riprendere dall&#8217;inizio? Quale inizio? Quando mi hanno costretta a lasciare l&#8217;appartamento? Io stavo in veranda, guardavo Mimì appisolata sul radiatore e sorseggiavo una tazza di tè. Quando tutto ha preso a bruciare, e le fiamme avvolgevano le piante di gerani, ho capito che non potevo restare. Ho preso in braccio Mimì e sono corsa giù per le scale, ho urlato, è venuta gente, mi hanno avvolta in una coperta e messa in un lettino. Volevo solo incenerire le piante; le aiuole erano rigonfie di membra, la terra era putrida di sangue e piena di vermi, i gerani morivano tutti, marci. Mimì non mangiava da una settimana. Faceva molto freddo e mi sono messa il pellicciotto. Era vecchio e sapeva di canfora. Volevo cambiare casa, cambiare vita, vendere, comprare, d&#8217;un colpo, tutto dietro le spalle, e via. Sono andata a visitare una casa in affitto, era squallida e buia, l&#8217;agente mi indisponeva, parlava e parlava, agitava le braccia, gli puzzava il fiato, la fronte era grassa e imperlata di sudore. Ho vomitato nel corridoio, mi ha fatto una scenata, l&#8217;ho ucciso subito e sono tornata nell&#8217;appartamento. I muri grondavano sangue, uno strato di polvere d&#8217;ossa copriva i mobili, le piante come scheletri impietriti dal gelo scricchiolavano sinistre dietro la porta a vetri della veranda. Mimì miagolava e mi graffiava le gambe. Cosa potevo fare? Cercare i cadaveri, dissotterrare resti di corpi, rendermi alla giustizia degli uomini, smettere di amare oscenamente. Sono uscita, senza guanti e senza cappello, il vento gelido mi sferzava le guance, ridevo, felice come una bambina che fa una marachella, mentre avanzavo zoppicando in mezzo al bosco, il terzo pino era quello di Giovanni, il quarto quello di Paolo, il quinto Mathias, poi gli altri, mi sarebbe bastato ritrovare una testa, disseppellire labbra tumide e poterle baciare, un&#8217;ultima volta, farmi perdonare da uno per essere perdonata da tutti, farmi amare da uno per farmi amare da tutti. È scesa la notte e scavavo ancora, la terra era umida e soffice, affondavo le mani tra grovigli di radici, strappavo, estirpavo. Nel giardino di casa, nel silenzio della notte, udivo solo il mio respiro affannoso. Piano piano sono affiorati i capelli, la fronte, gli occhi, sono affiorati i ricordi di un amore disperato. Adesso mi crede. Mi crede perché qualcosa è stato trovato. Voleva una prova tangibile. Ce l&#8217;ha. È vero: ho ucciso un uomo, molto tempo fa, e l&#8217;ho seppellito sotto un albero di mele&#8230;»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Prima pubblicazione su <em>Tuttestorie</em>, 6, 2000, pp. 41-46.</p>
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		<title>Quel vizio ancora impunito che fa perdere la vista. Appunti sulla lettura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Apr 2018 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[borges]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Roberto Lapia Il marito di Candida morì all’improvviso: adesso nessuno poteva più interromperla durante le sue letture. Col passare degli anni però il suo corpo cominciò ad indebolirsi, così Candida decise di andare a vivere in una casa di riposo: aveva ormai più di novant’anni. Il nipote, ad ogni visita, le portava delle casse [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Roberto Lapia</strong></p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-73292 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/Borges-Ferdinando-Scianna-e1522862683668.jpg" alt="" width="413" height="607" /></p>
<p>Il marito di Candida morì all’improvviso: adesso nessuno poteva più interromperla durante le sue letture. Col passare degli anni però il suo corpo cominciò ad indebolirsi, così Candida decise di andare a vivere in una casa di riposo: aveva ormai più di novant’anni. Il nipote, ad ogni visita, le portava delle casse piene di libri, «soprattutto romanzi e poesie». Candida in poco tempo esaurì quella piccola biblioteca, eppure, durante l’ultima visita, disse al nipote di non volere più libri, e di portare via tutti quelli che aveva nella sua stanza: «I medici le avevano detto che stava perdendo la vista. In pochi mesi sarebbe diventata completamente cieca. E più leggeva più l&#8217;evoluzione della cecità sarebbe stata rapida».</p>
<p>Candida è la protagonista della pièce <em>By Heart. Apprendre par coeur</em> (Les Solitaires Intempestifs, 2015), scritta e portata in scena dal portoghese Tiago Rodrigues. Candida è anche la nonna di Tiago, il narratore. Dopo una vita passata dietro i libri adesso Candida se ne vuole liberare, per ritardare la perdita definitiva della vista. Ma ha anche un’altra richiesta da fare al nipote: difatti vorrebbe consacrare «ciò che le resta della sua vista ad imparare un libro a memoria». O meglio: <em>par </em><em>cœur</em>. <em>By heart</em>. Il libro definitivo, quello che resterà impresso nella sua testa; il libro che potrà leggere mentalmente quando gli occhi non funzioneranno più. E dovrà essere proprio suo nipote a sceglierlo: «Torchiato dal tempo devo compiere questa terribile missione» afferma un inqueto Tiago.</p>
<p>Candida si è ritrovata nella stessa condizione di uno dei lettori più persuasivi che conosciamo: Jorge Luis Borges. «C’è una foto in cui si vede Borges che tenta di decifrare le parole di un libro che tiene in mano, attaccato alla faccia. Si trova in una delle gallerie alte della Biblioteca nazionale di calle México, accovacciato, lo sguardo contro la pagina aperta»: in questo breve e malinconico ritratto, Ricardo Piglia (<em>L’ultimo lettore</em>, Feltrinelli, 2007) ci racconta di un Borges ormai cieco ma mai domo, che nonostante tutto non sembra voler rinunciare alla lettura; ed è lecito ipotizzare che sia stata proprio la lettura la causa della sua cecità. Quelle di Candida e di Borges appaiono allora come delle figure archetipiche del cosiddetto “ultimo lettore”: quel lettore che ha passato la vita leggendo, che ha bruciato i propri occhi nella luce della lampada. «Ora sono un lettore di pagine che già non vedo più» diceva Borges di se stesso, e giustamente Piglia ci ricordava che «nella chirurgica arte di leggere non sempre chi ha la vista migliore legge meglio».</p>
<p>Borges conosceva numerosi, forse innumerevoli, testi a memoria. A Candida invece bastava impararne uno: l’ultimo. L’arte d’imparare a memoria viene considerata fondamentale da George Steiner, che sosteneva che «imparare a memoria significa essere in un rapporto stretto e attivo con il fondamento stesso della nostra essenza» (<em>Le silence des livres</em>, Arlea, 2006). E non è un caso che Tiago si rivolga proprio a Steiner, cui spedisce una lettera manoscritta nel suo studio di Cambridge, per dirimere la gravosa questione dell’ultimo libro da consegnare agli occhi di Candida. Tiago difatti si era appassionato ad una conferenza dal titolo <em>Bellezza e consolazione</em> (<em>Beauty &amp; Desolation</em>), vista su Youtube, nella quale Steiner parlava dell’apprendimento a memoria come atto di resistenza. Resistenza alle dittature, ma anche resistenza alla morte e all’oblio. In questo discorso viene evocata, tra le altre, la storia di Nadejda Mandelstam, che riuniva nella sua cucina dieci persone per imparare a memoria una poesia del marito, Ossip Mandelstam, perseguitato e torturato dal regime stalinista; per ogni poema dieci persone; al sessantesimo poema erano già in seicento ad aver imparato a memoria quei versi. In seguito quelle poesie avrebbero dovuto essere trasmesse ad altre dieci persone, e poi altre dieci ancora, e così via: una catena indispensabile agli occhi di Nadedja (che in russo significa “speranza”), perché bisognava «affidare alla memoria ciò che non si poteva affidare alla carta».</p>
<p>Ma la resistenza steineriana è anche un rimedio contro il fuoco: chi non si ricorda di Guy Montag, il pompiere di <em>Fahrenheit 451</em> di Ray Bradbury (Mondadori, 1966)? A quel tempo i pompieri non spegnevano i fuochi, ma li accendevano: più precisamente bruciavano i libri vietati. Un giorno, mentre mettevano al rogo libri e giornali nella casa di una vecchia signora, un libro cadde tra le mani di Montag, e il pompiere non riuscì più a liberarsene. Da quel momento in poi iniziò a svilupparsi il suo amore per i libri, che lo portò alla fine a raggiungere la cosiddetta resistenza. Ma che cos’era la resistenza? Erano uomini e donne che imparavano i testi vietati a memoria. Poi li bruciavano, per non essere presi in flagrante, e aspettavano; aspettavano il momento in cui avrebbero dovuto recitare quei libri affinché venissero ristampati. Quando Candida chiede al nipote il favore di scegliere il testo che dovrà imparare a memoria, Tiago sta leggendo proprio <em>Fahrenheit 451</em>, e quella vecchia signora della casa presa d’assalto dai pompieri incendiari, gli fa venire in mente sua nonna: perché anche lei, la vecchia signora, guardava con gli occhi ormai vuoti i propri libri morire, e la sua vita scivolare via dentro il fuoco dell’oscurità.</p>
<p>Sempre George Steiner, in un saggio dal titolo <em>Quelli che bruciano i libri</em> (in <em>I libri hanno bisogno di noi</em>, Garzanti, 2013), ritorna sulla annosa questione dell’inquisizione libresca: «Quelli che bruciano i libri, che mettono al bando e uccidono i poeti, sono ben consapevoli di ciò che fanno. È incalcolabile il potere indeterminato dei libri. Ed è tale proprio perché il medesimo libro, la medesima pagina può avere sui lettori gli effetti più disparati». È interessante notare come Steiner, che qui evoca la forza illimitata dei libri, in <em>Le silence des livres</em> insista sul fatto che oggi ci stiamo dimenticando che i libri sono vulnerabili, e che, come ogni produzione umana, possono essere distrutti; un rischio ben riassunto proprio da Borges: «Le cose, su Tlön, si duplicano; ma tendono anche a cancellarsi e a perdere i dettagli quando la gente le dimentichi» (<em>Finzioni</em>, Einaudi, 1955). L’educazione moderna agli occhi di Steiner non contribuirebbe di certo a superare quest’oblio, anzi: essa «svuota lo spirito del bambino, sostituendo all’apprendimento “a memoria” un caleidoscopio transitorio di saperi sempre più effimeri. Installando, financo nei sogni, il magma dell’omogeneità e della pigrizia». La stessa visione pessimistica la ritroviamo in Luigi Meneghello, che nel testo <em>Le valenze della lettura</em> (in <em>Jura. Ricerche sulla natura delle forme scritte</em>, Garzanti, 1987) pone l’accento su come a scuola «si privilegiano lo scrivere e il parlare nei confronti della lettura». Secondo l’autore veneto «l’idea di far leggere dei libri per intero per semplice curiosità» mancherebbe del tutto nella scuola, mentre sarebbe necessaria una contro-educazione fondata sulla lettura, «un’attività formativa e cordiale, […] nella quale il mondo prevale su di te, e quest’effetto anziché mortificarti ti esalta. Più ti appaiono diverse e plurime le cose con cui non c’entri, e più ti senti a tuo agio, […] e l’idea che sia tu il tuo custode svanisce».</p>
<p>Ciò che sottolinea Meneghello, e con lui Steiner, è che il sistema, in primis quello educativo, senza più bisogno di roghi pubblici, tiene in ostaggio libri e potenziali lettori, facendo dei primi degli <em>hrönir</em>, per ritornare alla Tlön borgesiana, ovvero oggetti secondari, «creature della dimenticanza e della distrazione». Michel Crépu, critico letterario francese, ritiene che in un contesto come quello odierno, nel quale il silenzio della lettura è ormai connotato come il più strano degli esotismi, quella esperienza capitale, sorta di iniziazione al mondo, «venga impedita o addirittura vietata».  Ma allora in che modo è possibile salvaguardare l’esercizio della lettura (e della letteratura)? Lo stesso Michel Crépu propone una soluzione-rimedio: in un testo in appendice a <em>Les silence des livres</em> di George Steiner (<em>Ce vice encore impuni</em>), Crépu parla della “clandestinità della lettura”: «Vi giuro, quando penso ai libri non vedo dei roghi, vedo un ragazzo seduto nel fondo di un giardino con un libro sulle ginocchia. È là e non è là; lo chiamano, è la famiglia. […] Andare o no? Il libro o la famiglia? Scegliere il vizio (impunito) o la virtù (ricompensata)?». Il ragazzo decide di rispondere al richiamo della famiglia, ma la lettura, come sostiene Crépu, gode di una certa impunità, per cui si può stare in mezzo agli altri continuando clandestinamente le proprie operazioni. Il giovane ragazzo ha obbedito all’ingiunzione, fa finta di ascoltare, ma nel frattempo nella sua mente scorrono le immagini di Michel Strogoff che corre nella steppa: «Egli continua a tradire pensando ad altro. Non si legge a tavola? Non fa niente, il libro continua a leggersi in lui». Si rivela dunque necessario seguire l’esempio del ragazzo nel giardino (e quello di Nadejda e di Montag): bisogna tornare alla clandestinità affinché il vizio sopravviva impunito.</p>
<p>Ma c’è un’altra componente da prendere in considerazione: oggi ci troviamo in un’epoca caotica, una realtà che è stata profondamente modificata dal dilagare di internet e delle nuove tecnologie, nella quale il sapere è teoricamente aperto e accessibile a tutti come mai lo era stato prima. Eppure, secondo Crépu, «non è mai stato così difficile trasformare questo sapere in arte». Perché manca qualcosa di essenziale: la pazienza, il silenzio, «ovverossia il tempo, quindi la noia». La domanda che ne consegue è abbastanza ovvia: qual è l’effetto di questa nuova realtà sulla lettura e sulla funzione dei libri? Forse una risposta in tal senso ce l’ha data Pierre Bayard: non c’è tempo né ci sono le condizioni per leggere. Bisogna semplicemente parlare dei libri <em>senza</em> averli letti (<em>Comment parler des livres que l’on n’a pas lus?</em>, Minuit, 2006). Perché «la lettura non è solamente conoscenza di un testo o acquisizione di un sapere. Essa è anche, a partire dal momento in cui ha inizio, coinvolta in un irreprensibile movimento di oblio». E mentre cominciamo a leggere stiamo già iniziando a dimenticare.</p>
<p>Bayard in questo saggio-finzione dal tono ironico e provocatorio, parla «in qualità di non-lettore» e vista la sua approfondita esperienza in materia decide di addentrarsi in una riflessione a proposito di quello che è a tutti gli effetti un tabù: perché è quasi impossibile parlare di non-lettura «visti i numerosi divieti da infrangere» (come quello per esempio di non aver letto i testi considerati canonici). L’intento dell’autore appare in realtà quello di smascherare una certa ipocrisia che ruota attorno ai libri, e in particolare di desacralizzare il rapporto lettore – testo (e quindi anche quello non-lettore – testo). Agli occhi di Bayard la nostra relazione con i libri non è un processo continuo e omogeneo, e nemmeno il luogo di una conoscenza trasparente di noi stessi, «ma uno spazio oscuro infestato da brandelli di ricordi, e il cui valore, compreso quello creativo, è legato agli imprecisi fantasmi che vi circolano». In sostanza la non-lettura è un atto di creazione che ci libera dal peso di una certa cultura, e che si pratica anch’essa in una sorta di clandestinità. Un’evoluzione necessaria secondo Bayard, «per sbarazzarci di tutta una serie di divieti, spesso incoscienti, che pesano sulla nostra rappresentazione dei libri e ci conducono a pensarli, fin dai nostri anni scolastici, come degli oggetti intangibili, e dunque a sentirci in colpa ogni qualvolta gli facciamo subire delle trasformazioni».</p>
<p>Piglia in <em>L’ultimo lettore</em>, a proposito di Tlön, parlava di un universo saturo di libri, dove tutto sta scritto, solo si può rileggere, leggere in un altro modo. Per questo «una delle chiavi del lettore inventato da Borges è la libertà nell’uso dei testi, la disposizione a leggere secondo i propri interessi e le proprie necessità». Questa arbitrarietà borgesiana, una certa inclinazione a leggere male, è il marchio del lettore di Borges, assolutamente autonomo. Per Bayard invece, nell’universo odierno saturo di libri e di segni, non solo si può rileggere: si può anche non-leggere, perché la finzione non dipende solo da chi la scrive o da chi la legge, ma anche da chi non la legge, parlandone. Senza sensi di colpa. «Ora sono un lettore di pagine che già non vedo più» diceva Borges, e ben presto lo dirà anche Candida. Attraverso una forzatura potremmo considerarli, con Bayard, non più l’archetipo dell’ultimo lettore, ma l’archetipo dei primi non-lettori, legati solo ai loro ricordi. Che i libri li portano dentro di sé, per cui impunibili nel loro vizio.</p>
<p>Una questione rimane ancora irrisolta: quale sarà l’ultimo libro di Candida? Steiner in <em>Beauty &amp; Desolation</em> raccontava questo aneddoto: «1937, congresso degli scrittori sovietici. L’anno peggiore. Le persone cadevano come mosche, tutti i giorni. Gli amici di Boris Pasternak si riunirono attorno a lui e gli dissero: “Se parli durante il congresso ti arresteranno. E se non parli ti arresteranno lo stesso, per insubordinazione ironica”». Il congresso durò tre giorni, e Pasternak non proferì parola. Ancora Steiner: «Al terzo giorno fu preso da parte dai suoi amici: “Qualunque cosa tu faccia ti arresteranno. Per favore, dovresti dire qualcosa. Qualcosa che potremo conservare in noi, quando sarai in prigione”. Pasternak era un uomo incredibilmente bello. Misurava più di un metro e ottanta. […] Pasternak si alzò, mi dissero che il silenzio si sentiva fino a Vladivostok. E quando Pasternak salì sul palco gridò un numero. Un numero e duemila persone si alzarono in piedi». Si trattava del numero di un sonetto di Shakespeare tradotto da Pasternak, il trenta, un sonetto sulla memoria. Duemila persone si alzarono in piedi e recitarono il sonetto a memoria. Che cosa voleva dire quel gesto? Voleva dire: «Voi non potete toccarci, non potete distruggere il fatto che conosciamo a memoria ciò che Pasternak ci ha dato». Pasternak non venne arrestato.</p>
<p>Perché siamo quello che ricordiamo, come dice George Steiner, e quello che è in noi nessuno ce lo può prendere. «Ho offerto i sonetti di Shakespeare a Candida» afferma Tiago alla fine della pièce. Candida li ha accettati senza fare domande. Era contenta di ricevere delle poesie, perché sono senza fine, «e in questo momento preferisco le cose senza fine». Il giorno del novantaquattresimo compleanno di Candida, Tiago decise di farle una sorpresa: si recò con dieci persone alla casa di riposo, di modo che potessero imparare da Candida un sonetto a memoria. Si sedettero di fronte a lei: «Non era ancora cieca, ci poteva vedere, ma non ci riconobbe. Ignorava chi fossero quelle persone davanti a lei. E quando le parlai non capì chi stava parlando. Le chiesi “E i sonetti? Ti ricordi un sonetto?”». Candida, come la vecchia di Bradbury, aveva gli occhi vuoti che guardavano il muro. Sembrava non ricordasse più niente. Dopo un leggero movimento degli occhi iniziò a parlare. A recitare: un sonetto di Shakespeare, il numero trenta. La vista volava via, il <em>vizio</em> invece era rimasto impunito.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Quando alle Assise del muto e gentil pensiero</em></p>
<p><em>convoco memorie di cose passate,</em></p>
<p><em>sospiro per ciò che invano ho ricercato,</em></p>
<p><em>e per antiche pene piango ancora lo spreco del mio tempo amato;</em></p>
<p><em>posso allora annegare gli occhi (non usi a sgorgare)</em></p>
<p><em>per amici preziosi nascosti nella notte infinita della morte, </em></p>
<p><em>e piango ancora pene d’amore da tempo condonate,</em></p>
<p><em>e lamento la perdita di molte viste svanite.</em></p>
<p><em>E soffro per passate sofferenze, </em></p>
<p><em>e di dolore stanco riconto</em></p>
<p><em>la triste lista di lamenti lamentati,</em></p>
<p><em>che pago ancora come se non pagati. </em></p>
<p><em>   Ma se per caso ti penso (caro amico)</em></p>
<p><em>   ogni perdita è risarcita, e ha fine ogni tormento. </em></p>
<p>(Trad.: Dario Calimani. Cfr. Dario Calimani, <em>William Shakespeare: i sonetti della menzogna</em>, Roma, Carocci, 2009, pp. 70-71)</p>
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		<title>Ha senso parlare ancora di letteratura “minore”?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Jan 2017 06:00:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Daniele Comberiati Riflessioni a partire da Simone Brioni, The Somali Within. Language, Race and Belonging in ‘Minor’ Italian Literature. London: Legenda, 2015. &#160; A ventisette anni dall’apparizione nelle librerie di Io, venditore di elefanti di Pap Khouma, romanzo autobiografico dal quale si fa generalmente partire la nascita della cosiddetta letteratura italiana della migrazione, sono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di<strong> Daniele Comberiati</strong></p>
<p><strong>Riflessioni a partire da <a href="https://www.academia.edu/26873855/Simone_Brioni_The_Somali_Within._Language_Race_and_Belonging_in_Minor_Italian_Literature_Oxford_Legenda_2015_176_pp" target="_blank">Simone Brioni, <em>The Somali Within. Language, Race and Belonging in ‘Minor’ Italian Literature</em></a><a href="http://www.legendabooks.com/titles/isbn/9781909662643.html" target="_blank">.</a> London: Legenda, 2015.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A ventisette anni dall’apparizione nelle librerie di <em>Io, venditore di elefanti</em> di Pap Khouma, romanzo autobiografico dal quale si fa generalmente partire la nascita della cosiddetta letteratura italiana della migrazione, sono diversi i saggi recentemente apparsi che affrontano tale produzione letteraria da punti di vista e aspetti differenti (mi vengono in mente, dimenticandone certamente alcuni, i contributi di <a href="http://www.mondadorieducation.it/libro/gaia-giuliani-cristina-lombardi-diop/bianco-e-nero/120900037879" target="_blank">Cristina Lombardi-Diop</a>, <a href="http://www.mondadorieducation.it/libro/cristina-lombardi-diop-caterina-romeo/l-italia-postcoloniale/120900039867" target="_blank">Caterina Romeo</a>, <a href="http://presses.u-paris10.fr/?p=1393" target="_blank">Silvia Contarini</a>, <a href="http://www.leparoleelecose.it/?p=21730" target="_blank">Ugo Fracassa</a>, <a href="http://www.carocci.it/index.php?option=com_carocci&amp;task=schedalibro&amp;Itemid=72&amp;isbn=9788843069323" target="_blank">Chiara Mengozzi</a>). Rapporto con il canone, relazione fra letteratura migrante e letteratura nazionale, trittico lingua-letteratura-nazione: sono diverse le problematiche che questa letteratura mette in gioco, ponendo le basi per una riflessione più ampia sulla letteratura italiana contemporanea e più in generale sull’essenza stessa, nell’epoca attuale, delle letterature nazionali.</p>
<p>A prima vista il saggio di Brioni potrebbe sembrare una sorta di ‘ritorno’ ad una prima fase della critica sull’argomento, quando gli autori venivano analizzati secondo le aree di provenienza, per evidenziare la pluralità di voci di una letteratura che, diversamente dai casi ad esempio inglese e francese, non ha mai avuto una comunità ‘privilegiata’ di riferimento. A ben guardare, però, il suo studio sulla letteratura italo-somala è molto più complesso: innanzitutto recupera il discorso di Gilles Deleuze e Félix Guattari sulla letteratura ‘minore’, che funge da quadro teorico complessivo, laddove il concetto di minorità prende in esame le nozioni di Bourdieu di ‘capitale culturale’ e ‘legittimità letteraria’, nonché il contesto di produzione e ricezione delle opere. In secondo luogo Brioni rivendica l’appartenenza degli autori del suo corpus (Cristina Ali Farah, Igiaba Scego, Kaha Mohamed Aden, Shirin Fazel Ramzanali, per non citarne che alcuni) al campo di riflessioni che, a partire dal postcoloniale, affronta problematiche riguardanti il genere, la razza e il colore, inserendosi nel campo dei più moderni studi sull’argomento (e mi sembra che i riferimenti a bell hooks e Sarah Ahmed siano in tal senso ampiamente giustificati). Non mancano inoltre le riflessioni a partire dai critici che, provenienti dall’Italia e non, più di altri negli ultimi anni si sono occupati dell’argomento, cercando di riflettere sulla produzione migrante dai versanti postcoloniale e transnazionale: fra i tanti Ruth Ben-Ghiat, Franca Sinopoli, Sandra Ponzanesi, Derek Duncan, Loredana Polezzi e Jennifer Burns. E sarebbe interessante oggi studiare una storia della critica della letteratura italiana contemporanea “dall’estero”, visti anche i numerosi studiosi che oggi, per diverse ragioni, ci lavorano.</p>
<p>Il libro è diviso in tre capitoli principali (<em>Language</em>, <em>Race </em>e <em>Belonging</em>), provvisti di un’ampia introduzione teorico-metodologica e di una altrettanto completa conclusione. Dal punto di vista del contenuto specifico del volume, due sono a mio avviso le principali innovazioni critiche; innanzitutto la prima sezione, significativamente intitolata <em>Language</em>: Brioni dimostra di saper ‘entrare’ nei testi, una capacità che talvolta manca in alcuni saggi sulla letteratura migrante, interessati al posizionamento teorico delle opere, che però non vengono analizzate a dovere. Qui, ad una prima ‘lettura a distanza’ quasi morettiana, l’autore fa seguire un’analisi accurata, in cui vengono messe in luce le strategie narrative e soprattutto linguistiche con cui gli autori scelti descrivono l’Italia e il loro rapporto con la Somalia. È proprio a partire dai testi che ci rendiamo conto di come la tensione fra i due poli sia sempre costante, anche nei passaggi in cui apparentemente il discorso coloniale è meno evidente. La narrazione di <em>Il comandante del fiume</em> di Cristina Ali Farah, ad esempio, si svolge in luoghi che a prima vista non hanno niente a che vedere con la storia coloniale italiana e con le sue conseguenze postcoloniali. Brioni però attraverso l’analisi dell’uso della lingua (o piuttosto delle lingue) dell’autrice ci mostra come le intersezioni fra antiche colonie e metropoli siano ancora presenti e come luoghi e lingua vengano ricostruiti e risemantizzati in una chiave nuova. A tale proposito il concetto di ‘translation’, impiegato secondo diversi punti di vista, diviene fondamentale: attraverso una riscrittura dello spazio, della lingua, delle relazioni, del passato e della storia che lega Italia e Somalia, questi autori cercano di far riflettere i lettori italiani su una serie di contraddizioni che sono alla base della costituzione stessa dell’unità nazionale e che non sono mai state seriamente affrontate.</p>
<p>Il secondo elemento di originalità risiede nell’interesse di Brioni per le rappresentazioni di razza e colore nelle opere degli scrittori e delle scrittici analizzati. Anche in tal caso, facendo riferimento ad un ampio apparato teorico e metodologico, l’autore ci mostra punti di vista inediti e non immediati, nonché una lettura sempre attenta (anche dal punto di vista filologico, elemento in effetti raro negli studi sulla letteratura migrante italiana) e una notevole capacità di far dialogare queste opere con altri lavori, non solo italiani, del contesto postcoloniale. A partire da come gli scrittori di origine somala descrivono razza e colore, infatti, è possibile iniziare una riflessione che, dalle avventure coloniali passando attraverso le Leggi razziali del 1936 e l’apparente oblio delle colonie nel secondo dopoguerra, giunge fino all’Italia attuale e agli odierni problemi di razzismo e accoglienza. Mettere in primo piano, oggi, la questione razziale come elemento critico per una serie di testi letterari, significa ribadire ancora una volta, in una chiave <em>engagée</em> quasi saidiana, che la razzializzazione della società italiana rimane ancora uno dei problemi più impellenti da risolvere.</p>
<p>In conclusione, il saggio riesce a far riflettere il lettore soprattutto su un aspetto: è possibile rileggere l’intera storia dell’Italia moderna e contemporanea (l’unità, le imprese coloniali, il fascismo e l’alleanza con Hitler, il dopoguerra, gli anni Ottanta e la situazione attuale) attraverso la particolare specula della Somalia e degli autori che da tale paese provengono; allo stesso modo in Italia rimangono tracce passate e presenti (dai segni tangibili dei monumenti coloniali a quelli più mutevoli dei lasciti della diaspora) della recente e meno recente storia somala, una relazione che la letteratura contemporanea si è apprestata a descrivere.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Un mare di muri</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2016/11/17/un-mare-muri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Nov 2016 06:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Comberiati]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daniele Comberiati Vi sono luoghi e momenti difficili da dimenticare anche sotto un assedio mediatico e una proliferazione visuale senza precedenti. Ho sempre immaginato, io ragazzino, l’otto agosto del 1991 come una scena dei Visitors, quelli del 1983 però. Famiglia bianca davanti alla televisione, edizione straordinaria del notiziario, il padre che alla vista degli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Daniele Comberiati</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-65378" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/S_MURARE_IL_MEDI_5744585f084bf.jpg" alt="intercultura Cazzato.tracc" width="500" height="781" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/S_MURARE_IL_MEDI_5744585f084bf.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/S_MURARE_IL_MEDI_5744585f084bf-192x300.jpg 192w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Vi sono luoghi e momenti difficili da dimenticare anche sotto un assedio mediatico e una proliferazione visuale senza precedenti. Ho sempre immaginato, io ragazzino, l’otto agosto del 1991 come una scena dei <em>Visitors</em>, quelli del 1983 però. Famiglia bianca davanti alla televisione, edizione straordinaria del notiziario, il padre che alla vista degli alieni dal divano esclama: “Sono esattamente come noi, hanno due gambe, due braccia, due mani!”. Mai previsione si rivelerà più errata. In Italia invece si assisteva, per la prima volta in diretta, all’arrivo della nave Vlora al porto di Bari. L’Adriatico, allargatosi solo in apparenza, immediatamente si restringeva e diventava prima canale, poi prigione (con i corpi degli albanesi ammassati nello stadio di Bari, quasi a rendere ancora più ridicoli gli sprechi del Mondiale di calcio da poco concluso), infine frontiera respingente.</p>
<p style="text-align: justify;">Doveva essere ancora più piccolo, l’Adriatico, il 28 marzo del 1997. E infatti era già quasi finito, giù per il Canale di Otranto, mentre la motovedetta albanese Katër I Radës veniva speronata e affondata da una nave della Marina Militare Italiana. 1991-1997, si era chiuso un cerchio. L’acqua del mare improvvisamente si faceva solida, fino a divenire un muro altissimo e gommoso, capace di adattarsi a qualsiasi tipo di corpo e provocargli un movimento contrario pari almeno alla stessa forza d’urto. Se qualcuno dovesse cercare un inizio e una fine (illusoria) delle centinaia di tragedie dei migranti, queste due date potrebbero essere usate come un’efficacissima sineddoche.</p>
<p style="text-align: justify;">Ripenso a queste due immagini, secondo me cruciali per comprendere le politiche italiane sull’immigrazione a partire dall’inizio degli anni Novanta e la creazione di un preciso immaginario “migrante”, mentre guardo una fotografia di Agnese Purgatorio, <em>Fronte dell’Est</em>, in cui rielabora una foto ormai classica dell’arrivo degli albanesi al porto di Bari nel 1991. Fra i visi che guardano alla sinistra del quadro, quattro volti femminili colpiscono lo spettatore, volgendosi verso gli occhi di chi guarda e riflettendo un’immagine straniante: Anna Magnani, le artiste Marina Abramović e Carla Accardi, la stessa autrice bambina. Che cosa è diventata, <em>Fronte dell’est</em>? Una documentazione storica, una commistione di ricordi e identità, una pagina sbiadita del nostro archivio personale? Del 28 marzo 1997 invece mi rimane in testa una musica, tratta dall’opera da camera di Admir Shkurtaj sul libretto d’opera di Alessandro Leogrande: <em>Katër I Radës. Il naufragio</em>. Una musica che riporta ai reduci più che ai martiri, a chi è sopravvissuto e con quella memoria deve conviverci rispetto a chi non ce l’ha fatta.</p>
<p style="text-align: justify;">Entrambe, fotografia e musica, sono analizzate da Cristina Lombardi-Diop e Giampaolo Chiriacò in un libro recente: <em>S/Murare il Mediterraneo – Un/Walling the Mediterranean. Pensieri critici e attivismo al tempo delle migrazioni</em>, curato da Luigi Cazzato e Filippo Silvestri ed edito dalla leccese Pensa Multimedia. Un libro molto diverso dalle numerose produzioni accademiche sull’argomento, innanzitutto perché nato da un’ottica militante decisa ed esplicitata, nonché dal lavoro a monte, fra gli altri, di Paola Zaccaria. Ne è prova il manifesto-zattera iniziale, che autodefinisce gli autori presenti nel volume come “gruppo” e rimanda al sito e all’account facebook, dove è possibile seguire le varie iniziative, dal crowdfunding per il nuovo film di Gabriele Del Grande fino alle manifestazioni, passando per le riflessioni su Fortress Europe e l’organizzazione di seminari e giornate di studio. Il libro ne costituisce un elemento decisivo, ovviamente, ma è solo una tappa di un percorso ben più lungo.</p>
<p style="text-align: justify;">E giustamente manifesta, il volume, le diversità di approcci e vedute, a partire da un orizzonte teorico che spazia da Mignolo a Derrida, da Bhabha a Anzaldùa, dal postcoloniale agli studi di genere passando per il pensiero “meridiano” di Cassano e Mezzadra. Difficile riassumere in poche righe tutti gli spunti, alcuni peraltro acutissimi, che il libro fa nascere. Due sono le riflessioni più originali, al di là della parte dedicata all’uso del lessico e del linguaggio in ambito migratorio, su cui molto ci sarebbe ancora da scrivere. La prima è, naturalmente, un’inversione del punto di vista. Attraverso le parole di Raffaele Nigro, Vanna Zaccaro ribalta l’immagine classica dell’Italia come “nuova Merica” per gli albanesi negli anni Novanta. Già si intravedevano, in realtà, le crepe nelle ville sul mare della “terra promessa”, tanto che lo stesso Nigro, con il suo “occidentalismo imperfetto”, ne metteva in luce le contraddizioni. E colpiscono oggi le parole del Primo Ministro albanese Edi Rama sugli italiani come “albanesi vestiti di Armani”, in un intreccio identitario ulteriormente complicatosi con l’assottigliamento della frontiera adriatica.</p>
<p style="text-align: justify;">L’altro articolo, a firma di Claudia Attimonelli, colpisce un cuore caldo della narrazione e della rappresentazione dei e sui migranti. Da Calais alla Turchia, attraversando tutto il confine settentrionale e meridionale del Mediterraneo, è doveroso chiedersi oggi che ruolo abbia l’immagine e che cosa sia lecito fotografare, e in che misura. Credo che sia qui, nello spazio labile e talvolta ambiguo della rappresentazione dell’altro, in una fotografia che ondeggia fra “empatia e sensazionalismo”, che si nasconda il vero nocciolo della questione. Quanto si sa realmente di frontiere difformi – poiché i confini mutano a seconda di chi può attraversarli -, quanto è possibile sapere dall’altro, quanto è lecito descrivere?</p>
<p style="text-align: justify;">Identica, la domanda si potrebbe ripetere per il Mediterraneo: quanto conosciamo, <em>oggi</em>, di questo mare? Cosa sappiamo dell’acqua che è diventata muro? E di quel che è nascosto sotto le correnti?</p>
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		<title>Denaturalizzare il corpo femminile. Futurismo e femminismo, tra utopie e tecnologie</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2016/02/13/denaturalizzare-il-corpo-femminile-futurismo-e-femminismo-tra-utopie-e-tecnologie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Feb 2016 07:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[biotecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[futurismo]]></category>
		<category><![CDATA[procreazione assistita]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
		<category><![CDATA[utopie]]></category>
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					<description><![CDATA[di Silvia Contarini Nel suo recente saggio Cyborg philosophie Thierry Hoquet, filosofo delle scienze naturali, si propone di far interagire studi di genere e biologia. Nell&#8217;introduzione, si esprime in questi termini: «Dire che il soggetto del femminismo è “Cyborg”, è dire che la donna non è il polo “naturale” e puro che la tecnica del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Silvia Contarini <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/12237058_1710350299196127_532970335_n.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-60004" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/12237058_1710350299196127_532970335_n.jpg" alt="12237058_1710350299196127_532970335_n" width="320" height="320" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/12237058_1710350299196127_532970335_n.jpg 320w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/12237058_1710350299196127_532970335_n-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/12237058_1710350299196127_532970335_n-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/12237058_1710350299196127_532970335_n-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/12237058_1710350299196127_532970335_n-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 320px) 100vw, 320px" /></a></strong></p>
<p>Nel suo recente saggio <em>Cyborg philosophie</em> Thierry Hoquet, filosofo delle scienze naturali, si propone di far interagire studi di genere e biologia. Nell&#8217;introduzione, si esprime in questi termini:</p>
<p>«Dire che il soggetto del femminismo è “Cyborg”, è dire che la donna non è il polo “naturale” e puro che la tecnica del maschio viene a fuorviare. È dire anche che la condizione femminile è fatta di una parte di biologico con il quale occorre mediare e di un’altra parte di tecnica con la quale occorre mediare.[…] Dire che il soggetto del femminismo è “Cyborg”, è ammettere che nessun ritorno alla natura ci salverà e che bisogna procedere per approfondimento della cultura e della civiltà, ossia <em>della tecnica</em>. Se il femminismo si è appropriato della figura di Cyborg, è soprattutto in relazione con le tecniche della riproduzione e con la questione dell’umanità che si fa carico della propria riproduzione. Non si tratta solo di controllare le nascite, cioè di limitare la popolazione umana da un punto di vista quantitativo; si tratta anche di un cambiamento qualitativo nel modo di produrre gli umani. Cyborg pone la seguente domanda: la gravidanza è un piacere, un privilegio del Femminile che bisognerà assolutamente preservare, o è un residuo arcaico del passato barbaro della specie? In altri termini, l’Utero artificiale e i sogni di Ectogenesi (sviluppo dell’embrione fuori dal corpo di donna) sono il segno della potenza maschile che vuole strappare alle Donne il loro segreto e il loro privilegio, o sono lo scopo che le femministe devono fissarsi come termine ultimo della Liberazione? La tecnica che interviene nella procreazione è alleata delle donne e della loro emancipazione? o al contrario, il loro peggior nemico e fonte di guai e rovina a venire?»<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> (Hoquet 2011, 14-15)</p>
<p>Gli interrogativi di Hoquet sono anche i nostri quando riassunti attorno a due punti nodali: la tecnica permette di superare l’essenzialismo e la riconduzione alla natura? cosa implica una riproduzione non più legata al corpo della donna? Sono problematiche che abbiamo affrontato negli ultimi anni in relazione al dibattito italiano sulla procreazione assistita, ma ispirati inizialmente a riflessioni sulla visione dell’uomo nuovo nell’universo futurista<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Ne sviluppiamo qui alcuni elementi, per mettere in prospettiva e inquadrare meglio la riflessione attuale sull’impatto delle tecnologie sulle prerogative di genere e più precisamente sul «naturale» connubio tra donna e maternità.</p>
<p><strong>Utopie futuriste</strong></p>
<p>Il futurismo, si sa, non temeva il progresso, anzi, manifestava un’adesione incondizionata e fervida fiducia nei progressi della scienza e nelle potenzialità della tecnica, auspicando del resto l’avvento di una società tecnologica, di un’umanità nuova, con sensibilità e potenzialità moltiplicate. Il futurismo elabora nel primo ventennio del Novecento un’utopia di <em>Ricostruzione futurista dell&#8217;universo</em> (titolo del manifesto di Balla e Depero, 1915) basata oltre che sull’antipassatismo, sull&#8217;imperativo del nuovo: dare vita a un uomo nuovo in un mondo nuovo. Dare vita, e non solo metaforicamente. I futuristi sono andati delineando, nella produzione letteraria, teorica, politica e ideologica, modalità di riproduzione alternative alla maternità e al concepimento naturali. Ricordiamo almeno il <em>Manifesto di fondazione del futurismo</em> (1909), nel quale Marinetti descrive metaforicamente la sua ri-nascita futurista, fuoriuscendo da una macchina-ventre dopo un incidente stradale come da un utero di lamiera.</p>
<p>La sua precedente pièce,<em> Il Re Baldoria </em>(1905), si presentava come una metafora della reincarnazione: per assicurare la rigenerazione della specie, sudditi e regnanti di un paese da cui le donne sono state cacciate rimettono al mondo uomini precedentemente divorati, espellendoli da orifizi vari o addirittura subendo tagli cesarei addominali. In cerca di un sostituto al corpo riproduttivo femminile, Marinetti allude in modo esplicito a gravidanze e a parti maschili incarnati. Nel romanzo allegorico <em>Mafarka il futurista</em> (1910) racconta invece la nascita dell&#8217;uomo nuovo, Gazurmah, imperituro perché meccanico figlio artificiale del re Mafarka, messo al mondo grazie alla forza della volontà paterna: «vi annuncio prossima l’ora in cui gli uomini dalle tempie larghe e dal mento d’acciaio figlieranno prodigiosamente» (Marinetti 1910, 5). L’uomo-dio Gazurmah si è affrancato dalla necessità naturale di uscire da un ventre materno, ma anche da quella altrettanto naturale di essere concepito dall’unione di un uomo e di una donna.</p>
<p>Marinetti ridefinisce la natura e la genesi del nuovo maschio futurista in alcuni testi teorici successivi, tra cui il significativo <em>L&#8217;uomo moltiplicato e il regno della macchina</em>. In un mondo futurista in cui la bellezza meccanica avrà già sostituito quella femminile, la macchina oltre a essere l&#8217;amante voluttuosa dell&#8217;uomo, ne diventerà la creatura. Creatura, oltre che creazione, poiché l&#8217;uomo ne sarà «costruttore […] padre» (Marinetti 1911, 298): tra uomo-padre e macchina si instaura un rapporto di filiazione. Il medesimo testo esplicita che l&#8217;uomo futurista avrebbe subito un&#8217;evoluzione fisica che gli avrebbe consentito di trasformarsi in un tipo non umano e meccanico, dotato di organi inaspettati, ovvero un essere dalle molteplici e possenti funzioni, alieno da malattie e deperimento, grazie ai suoi pezzi meccanici ricambiabili e aggiustabili. Un essere in cui le funzioni sessuali sarebbero state dissociate dall&#8217;erotismo e dal sentimento, destinate alla sola riproduzione della specie.</p>
<p>Attorno alla questione della riproduzione si svolgono le vicende del romanzo di fantascienza <em>L’Ellisse e la spirale, film + parole in libertà</em> del futurista Paolo Buzzi (1915). Alla fine di una sanguinosa guerra tra i due sessi, donne e uomini vivono separati in due regni distinti. Le donne hanno lasciato sopravvivere pochi uomini provvisori per fecondare le contadine. Gli uomini hanno bruciato le donne ma quando si rendono conto di aver bisogno di «uteri» per la continuità della specie, si mettono in cerca degli ultimi esemplari di sesso femminile. Nei mondi immaginari di Buzzi, il fare figli è disdegnato sia dalle donne che dagli uomini, giudicato da entrambi una mansione naturale purtroppo necessaria, perciò devoluta ai ceti più bassi, in attesa che la tecnologia offra altre soluzioni.</p>
<p>Una soluzione la suggerisce un altro futurista, Ruggiero Vasari, nella più tardiva pièce teatrale <em>L’Angoscia delle macchine</em> (1923). Negli anni Venti il clima ideologico è cambiato, com’è cambiata la percezione del progresso e della tecnica che cominciano a ispirare timori. Il suo regno delle macchine è abitato da uomini meccanici, potenti e solidi che, lasciate nel vecchio continente le donne, definite «sesso inutile», si autoriproducono artificialmente. Hanno rinunciato a riprodursi naturalmente perché i sentimenti e il piacere dell’accoppiamento sessuale sono incompatibili con il loro mondo tecnologicamente avanzato. Vasari va oltre in <em>Raun</em> (1927), un dramma ambientato in un mondo meccanico ormai così pianificato che il destino di ogni ragazza è affidato a una «gine-macchina» che ne decide la funzione sociale; le alternative sono maternità, lavoro, prostituzione.</p>
<p>Alla produzione futurista fanno eco altri testi, né futuristi né italiani, ma coevi, cui va accennato per sottolineare come la procreazione tecnologica, associata alla disumanizzazione, stesse diventando, tra le due grandi guerre, un&#8217;utopia inquietante: nuovi mondi che si pretendevano ideali per la nuova umanità si rivelavano terrificanti&#8230; Vasari, che frequenta gli ambienti artistici nordeuropei, molto probabilmente conosceva la pièce <em>RUR</em> (1920) del drammaturgo ceco Karel Capek, inventore della parola <em>robot</em>, che immaginava la rivolta e la vittoria delle macchine contro gli uomini che le avevano concepite e realizzate; ma nel suo nuovo mondo, i robot non sanno come riprodursi&#8230; Una decina di anni dopo, il romanzo <em>Brave new world</em> (1932) di Aldous Huxley, si apre, non a caso, sulla descrizione di una sala di fecondità. Pare che Aldous Huxley si sia ispirato agli esperimenti dell’inglese J.B. Haldane, che aveva coniato il termine ectogenesi per definire una sorta di macchina-utero da lui ideata (un bell’esempio di scambio di saperi tra un genetista e uno scrittore di fantascienza…). Nel nuovo mondo tanto perfetto quanto terrificante di Huxley, esseri umani tutti ugualmente compiuti ma agghiaccianti nascono da macchinari ai quali sono delegate tutte le fasi procreative; solo qualche essere considerato primitivo è ancora il risultato di svilenti procreazioni fisiologiche. Per Capek come per Huxley, la scienza e la tecnica avrebbero sostituito le donne-madri, mettendo fine alla riproduzione naturale, biologica e affettiva, ma con un risultato che incute spavento: la disumanizzazione.</p>
<p>Tornando ai futuristi, osserviamo in sintesi che la loro aspirazione a valicare i limiti della riproduzione naturale rispondeva a due esigenze: sottrarre alla donna il potere di assicurare la conservazione della specie e rendere così il maschio autosufficiente; eliminare il genere femminile, veicolo di debolezza, sentimenti e mortalità (insomma, la natura) per sostituirlo con il genere maschile, sinonimo forza, nonché di scienza e tecnica (la cultura). La fiducia assoluta che i futuristi riponevano nei progressi della modernità li portava a credere che la tecnologia avrebbe dato all’uomo (o meglio, al maschio) enormi potenzialità. Osserviamo che per risolvere il problema della riproduzione, centrale nell&#8217;utopia di una nuova umanità, i futuristi immaginano di dislocare le funzioni fisiologiche fuori dal corpo umano, dissociando il sesso dal piacere e dai sentimenti, distinguendo corpi produttivi e corpi riproduttivi, e auspicando che gli organi diventino sostituibili e modificabili. In altri termini, preannunciano la frattura tra corpo umano e funzioni fisiologiche.</p>
<p>Si tratta di un’utopia elaborata dagli uomini futuristi. Le donne futuriste non si sono cimentate nell’immaginare nuove modalità di riproduzione, imperniando riflessione e creazione sull’identità della donna del futuro: idealmente, non sarà madre, e neppure moglie, ma artista o guerriera o amante. Benché le futuriste non abbiano elaborato proposte collettive, esprimendo anzi posizioni sfaccettate, un punto comune è il doppio rifiuto di concezioni essenzialistiche e di un determinismo biologico attributivo di prerogative femminili o maschili secondo l&#8217;appartenenza sessuale. La più nota delle futuriste, Valentine de Saint-Point, delineava nel suo <em>Manifeste de la Femme futuriste</em> (1912) e nel seguente <em>Manifeste futuriste de la Luxure</em> (1913), una donna forte, autonoma, sensuale e intellettuale; a sua volta, Rosa Rosà, in articoli pubblicati sull<em>’Italia futurista</em> (1916-1917) e nel romanzo <em>Una donna con tre anime</em> (1918), auspicava una profonda metamorfosi che avrebbe permesso alla donna del futuro di emanciparsi e liberarsi sessualmente, intellettualmente e artisticamente. Anche Enif Robert riteneva che la donna futurista dovesse innanzitutto rigettare il destino femminile naturale, per potersi realizzarsi in quanto artista; la donna futurista avrebbe trovato un nuovo equilibrio, a metà strada tra maschile e femminile, e una nuova armonia tra corpo e anima. Significativo al proposito <em>Un ventre di donna</em> (1919), romanzo composto da testi suoi e da lettere di Marinetti, la cui protagonista vive un&#8217;esperienza tragica ma fondatrice: a causa di una grave malattia, subisce l&#8217;ablazione dell&#8217;utero, operazione che le permette di sopravvivere e, insieme, di compiere un desiderato processo di trasformazione. Il messaggio è chiaro: la donna non si riduce all&#8217;utero, anzi, solo libera da esso può diventare una futurista, ossia una donna creativa e intellettualmente virile.</p>
<p>Proprio Enif Robert, una decina di anni dopo, avrebbe reagito alla proposta di un ex futurista riconvertito al fascismo, Mario Carli, che voleva far istituire per legge una sorta di procreazione femminile obbligatoria<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. Nel 1929 i tempi erano cambiati; l’utopia futurista del nuovo mondo aveva lasciato il passo al nuovo ordine pragmatico-ideologico del regime, e il regime aveva un problema demografico-economico-occupazionale cui la proposta di Carli intendeva dare soluzione. Del resto, all&#8217;indomani della guerra, il futurista Blangino aveva già avanzato un’idea simile, il «figlio di stato» (1919)<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>, una specie di affidamento dei neonati allo stato che avrebbe permesso alle donne di essere al contempo lavoratrici e madri, in un momento in cui il paese aveva bisogno sia di braccia che di nuove generazioni.</p>
<p><strong>Tra scienza e fantascienza</strong></p>
<p>Ci siamo allontanati dal cuore del problema, senza tuttavia perderlo di vista, anzi: la deviazione verso rappresentazioni della donna nuova è significativa, come lo è il nesso ricorrente tra problematiche di genere e procreazione. Di fatto, in ambito futurista, a una maniera tutta maschile di pensare l’uomo nuovo in un universo monosessuato o asessuato, tecnologico e disumanizzato, sfruttando le soluzioni riproduttive offerte dalla (fanta)scienza per superare i limiti imposti dalla natura, si contrappone la visione delle donne che imbastiscono una complessa dialettica tra creazione e procreazione, cercando vie di uscita al determinismo vigente. Le futuriste rifiutano di essere ridotte a fattrici, vogliono affrancarsi dalla maternità, incentrando i loro sforzi sulla trasformazione di ruoli e prerogative tradizionalmente attribuiti ai generi. Non delegano la funzione riproduttrice né all’uomo né alla macchina, non la separano dal corpo, non si affidano fiduciose alla tecnica; la maternità è accettata ma demistificata, considerata evento incidentale e non decisivo nella vita di una donna. Obiettivo, si noti, facilmente realizzabile, con un ricorso limitato ai progressi della scienza, ma con un più impegnativo cambiamento culturale.</p>
<p>Constatiamo invece, a distanza di un secolo – e qui veniamo ai nostri giorni – che pare tornare d’attualità la proposta futurista in versione maschile, riportata in primo piano non tanto da proiezioni dell’immaginario, quanto dalla realtà che, come si suole dire, supera gli ardimenti della fantasia. Con gioia, con stupore, o con terrore, si apprende che certe utopie sono realizzabili o realizzate. La genesi senza il concorso della donna, la procreazione fuori dal ventre femminile, l&#8217;autorigenerazione, la sostituzione di organi, la delega di funzioni alla tecnica, non appartengono al mondo della fiction, ma sono gestite dalla branca della scienza chiamata biotecnologia della riproduzione e tenute sotto controllo da esperti di bioetica. È interessante osservare che oltre all’offerta tecnologica di possibilità procreative, la gamma delle filiazioni possibili è ampliata dall&#8217;evoluzione delle mentalità e dei comportamenti: l&#8217;elenco non esaustivo delle alternative al ciclo riproduttivo naturale comprende la clonazione, la preselezione dei feti, la fecondazione in vitro, il trapianto ovulare, l&#8217;inseminazione artificiale e la maternità surrogata (affitto di utero). Se si aggiunge l’adozione monoparentale e omosessuale, si ottiene una casistica complessa e dilatabile, in cui <em>fare</em> un figlio non corrisponde ad <em>avere</em> un figlio, con implicita scissione tra la maternità e/o la paternità sessuale, affettiva, giuridica, genetica o biologica.</p>
<p>Si è detto che le prime ricerche sull’ectogenesi avevano ispirato il romanzo <em>Brave new word</em> di Huxley. Anche il libro <em>L&#8217;utero artificiale</em> (2005), definito dall’autore, il biologo francese Henri Atlan, un mezzo-saggio, tra lo studio e la fiction d’anticipazione, si è ispirato a ricerche scientifiche sull’ectogenesi condotte con risultati concludenti da alcune equipe di medicina riproduttiva in varie parti del mondo<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>. Sulla base di questi risultati, Atlan spiega come il ciclo procreativo potrà presto compiersi interamente fuori dal corpo femminile, grazie a macchinari sostitutivi delle fasi che vanno dal concepimento al parto.  Atlan vede in questi macchinari una conquista femminile d’emancipazione, il logico seguito della dissociazione tra procreazione e sessualità iniziata con la pillola contraccettiva e proseguita con l’aborto e le tecniche di procreazione assistita. Atlan insiste proprio su questo punto: l’utero artificiale, inizialmente destinato a risolvere patologie, sarà inevitabilmente considerato una possibilità offerta alle donne per evitare le scocciature fisiologiche della gestazione, e si iscriverà così tra i diritti delle donne sul proprio corpo. Atlan non parla degli uomini, noi notiamo che la realtà fisica della maternità secondo ectogenesi assomiglierebbe molto alla paternità, che non implica gestazione. Comunque sia, per Atlan, la liberazione della donna verrebbe dalla scienza, che oltre a risolvere il problema della deformazione della gravidanza e del dolore del parto, metterebbe in discussione il vecchio valore della maternità. In altri termini, la scienza e la tecnica trionferanno per il bene generale dell&#8217;umanità e per il bene particolare delle donne<a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>. Le funzioni riproduttive, al pari di organi e componenti del corpo umano, saranno sostituibili e il prodotto sarà perfettibile.</p>
<p>Non è questa la sede per analizzare quali imperativi di ordine sociologico, culturale, demografico o ideologico, incoraggino il prosperare di domanda-offerta di biotecnologia, sebbene crediamo non si debbano sottovalutare gli interessi economici della commercializzazione di organi e funzioni corporali<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>. Soffermiamoci qui su altri aspetti. Nel febbraio 2004, in Italia è entrata in vigore una legge sulla procreazione assistita da molti giudicata troppo restrittiva e perciò oggetto di un referendum abrogativo che ha avuto esito negativo. Nel dibattito svoltosi all’occasione, spentosi in seguito, diverse voci femminili avevano attirato l&#8217;attenzione sul principale oggetto (soggetto?), ossia la donna, il corpo della donna, alcune per mettere in discussione una sottesa mistica della maternità che vorrebbe le donne pronte a ogni sacrificio pur di essere madri, altre per stigmatizzare la delega della procreazione alla scienza, ossia al potere istituzionale e maschile. Due posizioni critiche che, portate alle estreme conseguenze – rifiuto o esaltazione della maternità come momento costitutivo della natura femminile – non sono prive di contraddizioni, e ricordano del resto l’opposizione storica del femminismo italiano tra emancipazioniste e differenzialiste.</p>
<p>A pensare queste problematiche, attualizzandole e radicalizzandole, e cercando di uscire dall’impasse della dualità, è stato soprattutto il femminismo cyborg. Il testo di riferimento è <em>Manifesto Cyborg</em> di Donna Haraway (1985), pubblicato in italiano nel 1995. A differenza dell’utopia futurista, l’utopia femminista ispirata al pensiero di Haraway costruisce mondi e figure liberi da determinazioni di genere sessuale; è una ridefinizione dell’identità umana che «legge nella tecnologia potenzialità radicali di cambiamento per le donne in un’ottica che definisce di femminismo socialista postmoderno. Il/la <em>cyborg</em> è figura centrale della sua teoria, proprio in quanto ibrido di macchina e organismo che consente di superare le dicotomie tra umano e meccanico, natura e cultura, maschile e femminile, normale e alieno, psiche e materia» (Balestra).</p>
<p>Sulla scia di Haraway, la filosofa Rosi Braidotti ha riflettuto su come la donna possa non subire la scienza e la tecnica, ma usarle a proprio vantaggio, anche per confutare l’essenzialismo e l’assioma donna-madre. In particolare nei saggi <em>Nuovi soggetti nomadi </em>(2002) e <em>Madri mostri e macchine</em> (2005)<em>,</em> Braidotti oltre a elaborare la proposta di un nuovo femminismo e di una nuova soggettività politica femminile, operanti in un contesto di tarda postmodernità segnato anche dalle nuove tecnologie, configura una rinnovata utopia della donna nuova, riassumibile in due formule: «meglio cyborg che dea» (Braidotti 1991) e «le femministe sono le donne post-<em>donna</em>» (Braidotti 2002, 121)<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>.</p>
<p>Braidotti sostiene insomma che occorre pensare la donna in modo diverso, inventare nuove rappresentazioni, ridefinire modelli, codificazioni, appartenenze. L&#8217;identità di genere non è fissa e fissata una volta per sempre, ma <em>trans</em>, transitoria e molteplice. A partire da questi presupposti concettuali, si interroga sull&#8217;interconnessione tra corporeo e tecnologico, sulla mercificazione del corpo, sul corpo-macchina. E, ovviamente, sulla procreazione. Ovviamente, tanto più che nell’esaminare la recente produzione artistica di genere fantascientifico, un genere che prospetta mondi del futuro esprimendo quindi «l&#8217;inconscio politico» della nostra cultura, secondo la formula di Jameson da lei citata (Braidotti 2005, 37), Braidotti constata che «la fantascienza produce rappresentazioni di sistemi alternativi di procreazione e di nascita […]. Le nascite extra-uterine sono un elemento centrale dei testi di fantascienza» (Braidotti 2005, 44). Cosa scaturisce dall’inconscio politico della nostra cultura? Nei mondi futuri, ci sono corpi di donna-robot, amplessi donne-macchina, parti maschili, inseminazioni da parte di alieni&#8230;</p>
<p>Si potrebbe ribattere che anche nel passato emergevano fantasie ricorrenti di bambini o mostri o robot nati da uomo, dal suo corpo, dalla sua mente o grazie alle sue pozioni magiche o alle sue invenzioni: ieri come oggi, parte dell’umanità sogna di potersi riprodurre da sé e comunque fuori dal ventre femminile. Il problema è che oggi qualcosa è cambiato, non solo perché diventa possibile oltrepassare maternità e paternità incarnate, ma anche perché gli studi femministi e di genere hanno contribuito a consapevoli distinzioni tra appartenenza sessuale, orientamento sessuale, prerogative di genere. Il «tentativo di disimpegnare il bambino, il feto, l&#8217;embrione e perfino l&#8217;ovulo dal corpo della donna» (Braidotti 2005, 52), pensano alcuni, potrebbe avere un impatto positivo se mettesse fine all&#8217;esclusivo potere femminile di generare; l&#8217;identità femminile ancestrale, uterina e materna si sgretolerebbe:</p>
<p>«C&#8217;è anche un versante positivo della nuova interconnessione tra madri, mostri e macchine e questo versante ha a che fare con l&#8217;abbandono di ogni definizione essenzialista della femminilità e perfino della maternità. […] si potrebbe celebrare il declino del significato unico che si attribuiva alla esperienza della maternità come un segno di crescita della libertà femminile» (Braidotti 2005, 105)</p>
<p>Sul versante negativo dell’interconnessione tra carne e metallo, oltre a pratiche come la mercificazione dei corpi, la preselezione della progenie, la priorità della finalità riproduttiva sull’atto e sul piacere sessuale, Braidotti osserva – è questo un punto molto importante – un rovesciamento della situazione rispetto agli anni ’70, quando le donne sembravano aver preso il controllo della propria fecondità. Si chiede (retoricamente) se sia un caso che la scienza abbia compiuto progressi enormi nel campo della procreazione «esattamente nella fase storica in cui altri soggetti stanno lavorando alla ridefinizione della sessualità in termini differenti» (Braidotti 2002, 147). Di fatto, la riappropriazione femminile del corpo che ha caratterizzato il femminismo degli anni ’60 e ’70 è stata di breve durata perché soppiantata da sofisticate tecnologie, gestite da specialisti all&#8217;interno di appositi spazi. Lapidaria, Braidotti riassume: «Con la pillola antifecondativa possiamo fare sesso senza procreare, con le Ntr possiamo avere bambini senza fare sesso» (Braidotti 2002, 146).</p>
<p>Una decina di anni dopo, molto più severa, Sara Ongaro osserverà come «molte rivendicazioni femministe siano state integrate dal discorso scientifico come giustificazioni delle innovazioni [… e] hanno potuto probabilmente essere manipolate e strumentalizzate per un discorso per molti aspetti lontano, se non opposto, rispetto ai loro desideri di cambiamento» (Ongaro 2001, 43).</p>
<p>Tornando a Braidotti, un’altra sua riflessione, sulla connessione carne-metallo e sulle possibilità di ricambio delle singole parti del corpo con pezzi di laboratorio o di officina, ci riporta all’utopia marinettiana dell’uomo meccanico e moltiplicato. L’odierno sapere scientifico e razionale non ammette scarti dalla norma perché ha l’obiettivo di eliminare ogni possibile produzione difettosa, assecondando desideri di perfezione, di reincarnazione, di salute e di giovinezza eterna, spesso traducibili nella genesi di maschi sani di razza bianca. La riproduzione diventa produzione <em>higt-tech</em>. Per contrapporsi alla visione spaventevole di un&#8217;umanità perfetta generata dalla tecnica, Braidotti elogia la mostruosità, la difformità rispetto al canone, incoraggiando un uso deviato delle possibilità tecnologiche. Inoltre, se corpi e funzioni sono scambiabili, perché non possono esserlo anche le identità sessuali? Braidotti rivendica nuove forme identitarie come la transessualità, l&#8217;ibridismo, l&#8217;indefinito, la cyberdonna. E compie un ulteriore passo: se un utero vale una macchina, se un corpo vale un altro, perché non immaginare «Gravidanze maschili. Macchine femminili» (Braidotti 2002, 158)?</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>È un interrogativo che prendiamo come salutare provocazione più che come nuova utopia. I percorsi cyborg qui tracciati assolvono infatti un’utile funzione. Di fronte all’affermarsi del biopotere tecnologico, Haraway, Braidotti, Hoquet e altri si sforzano di pensare un’umanità nuova, reinventando, e incoraggiando a reinventare generi e attribuzioni di genere, a costruire identità plurime e mescidate, convinti che non abbia senso ancorarsi a malfermi ruoli secolari, e tantomeno non abbia senso rifiutare le nuove tecnologie. È interessante notare, tuttavia, che il corpus artistico su cui Haraway e Braidotti fondano le loro riflessioni è perlopiù di produzione anglosassone e di fine Novecento. Invece, in questi primi anni Duemila in cui sta diventando scientificamente possibile oltrepassare maternità e paternità incarnate, la questione della riproduzione fuori dal ventre femminile e della conseguente de-essenzializzazione della donna sembra, quantomeno in Italia, sottrarsi alla sfera della fantasia e dell’invenzione, per proporsi in termini politici, antropologici, sociali, etici, etc. L’impatto delle nuove tecnologie sui corpi ha dato luogo, e dà luogo, a dibattiti impregnati di convinzioni etico-religiose o di asserzioni scientifiche, mentre le creazioni dell’immaginario stentano ad appropriarsi della questione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>L&#8217;articolo completo, con bibliografia, è uscito sulla rivista Italogramma, Università di Budapest, vol. </em>9/2015<em>: http://italogramma.elte.hu/articoli/letteratura-e-spettacolo/denaturalizzare-il-corpo-femminile-futurismo-e-femminismo-tra-utop</em></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Nostra traduzione dal francese.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Alcune pagine del capitolo successivo, «Utopie futuriste», sono riprese, rimaneggiate, dal mio saggio «Procreazione e creazione: utopie del ventesimo secolo, biotecnologie del ventunesimo», menzionato in bibliografia, dove pure sono menzionati altri due lavori in cui affronto simili problematiche.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Enif Robert, <em>Maternità e economia</em>, lettera pubblicata su <em>L’Impero</em>, 6 febbraio 1929.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Il progetto di Arturo Blangino è interamente trascritto da Marinetti in «Orgoglio italiano rivoluzionario e libero amore», testo pubblicato dapprima su <em>L’Ardito</em>, n. 20, I, 1919, poi in <em>Democrazia futurista,</em> Milano, Facchi, 1919.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Per uno studio più recente e scientifico sulla realizzabilità dell&#8217;ectogenesi e sulle implicazioni mediche ed etiche, si veda: Carlo Bulletti, Antonio Palagiano, Caterina Pace, Angelica Cerni, Andrea Borini, Dominique de Ziegler, «The artificial womb», in <em>Annals of the New York Academy of Sciences</em>, n. 1221, 2011, pp. 124-128. E si noti che gli autori dell&#8217;articolo, pubblicato in inglese in una importante rivista internazionale, sono fisiopatologi o tecnobiologi della procreazione che lavorano in strutture italiane e francesi.</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> A favore della tecnoscienza e contro l’imperativo biologico si era espressa suscitando polemiche anche la francese Marcela Jacub, il cui saggio è stato prontamente tradotto in Italia: <em>L&#8217;Impero del ventre. Per un’altra storia della maternità</em> [2004], Verona, ombre corte, 2005.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Sara Ongaro osserva che in Italia questo aspetto è sottaciuto, meno nei paesi anglosassoni dove non si nascondono gli enormi profitti che si possono ricavare e il grande vantaggio per l’avanzamento della ricerca. Peraltro, Ongaro ritiene che le tecnologie riproduttive siano un estremo caso di riproduzione convertita in produzione: Sara Ongaro, <em>Le donne e la globalizzazione. Domande di genere all’economia globale della riproduzion</em>e, Soveria Mannelli, Rubettino, 2001 (cf. in particolare il capitolo «La riproduzione tecnologica: dove sono sparite le donne?», pp. 27-43.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> Sull’utilizzazione delle nuove tecnologie a favore delle donne si veda anche il volume a cura di De Ruggieri e Puglies,<em> Futura. Genere e tecnologie</em> (2006) nella cui introduzione leggiamo che gli studi raccolti hanno l’ambizione di «presentare e analizzare il duplice significato che la tecnologia riveste per la soggettività femminile, nel suo essere allo stesso tempo strumento sia di negoziazione creativa dell’identità di genere e di azione politica di riforma delle concettualizzazioni di genere e di identità ; sia di esclusione e di reificazione di un’immagine stereotipata del femminile» (p. 10).</p>
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		<title>“Le braci di un’unica stella”. Per l’edizione digitale di Princesa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2015 15:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Fernanda Farias de Albuquerque]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura migrante]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Iannelli]]></category>
		<category><![CDATA[plurilignuismo]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
		<category><![CDATA[Ugo Fracassa]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3><strong>di Ugo Fracassa</strong></h3>
<p><em>(Il testo compare come Nota all&#8217;edizione nel sito www.princesa20.it)</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/copertina.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-55215" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/copertina.png" alt="copertina" width="500" height="415" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/copertina.png 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/copertina-300x249.png 300w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p>“Qualcosa abbiamo già nello scaffale. Un giorno li ricorderemo come piccoli classici della letteratura immigrata”: così iniziava l’articolo pubblicato in controcopertina sul primo fascicolo della rivista “Caffè. Per una letteratura multiculturale”, nel settembre del 1994. Tra i “cinque o sei libri” cui si alludeva, <em>Princesa,</em> vent’anni dopo, <em>non ha finito di dire quel che aveva da dire</em>; se ciò non basta a farne un classico a tutti gli effetti <a href="#_edn1" name="_ednref1">[1]</a> giustifica però la previsione formulata in quell’occasione. In altre parole, sembra giunto il momento di istruire ed avviare il processo di canonizzazione per un’opera che, inizialmente, sembrava dover esaurire il proprio raggio di azione e ricezione entro i ristretti ma mobili confini delle cosiddette “scritture migranti”. Se, nel frattempo, quelle <em>scritture</em> hanno compiuto la maggiore età, <a href="#_edn2" name="_ednref2">[2]</a> il libro di Fernanda Farias de Albuquerque e Maurizio Iannelli ha incontrato lettori ben oltre la cerchia degli addetti ai lavori <a href="#_edn3" name="_ednref3">[3]</a> e, in particolare, ha contribuito a creare l’habitat idoneo al fiorire attuale dei “nuovi realismi italiani” <a href="#_edn4" name="_ednref4">[4]</a>. Ha affermato recentemente Bruno Racine, direttore della Bibliothèque Nationale Française, a proposito delle <em>120 giornate di Sodoma &#8211;</em> un classico che, al pari di <em>Princesa</em>, intra<em>&#8211;</em>vide la luce in carcere: “È senz’altro un testo atroce e radicale ma bisogna riconoscerne il valore storico e culturale”, tale da costituire “patrimonio nazionale” <a href="#_edn5" name="_ednref5">[5]</a>. Del resto, era stato Michel Foucault a portare ad esempio proprio la figura del marchese de Sade, nelle celebri pagine dedicate alla questione <em>Che cos’è un autore</em>:</p>
<blockquote><p>Se un individuo non fosse un autore potremmo dire che ciò che egli ha scritto o detto, ciò che egli ha lasciato fra le sue carte, ciò che è stato riportato dai suoi commenti potrebbe essere chiamata un’ opera? Finché Sade non è stato un autore che cos’erano le sue carte? Solo dei rotoli di carta sui quali, all’infinito, durante le sue giornate in carcere, egli elaborava i suoi fantasmi <a href="#_edn6" name="_ednref6">[6]</a></p></blockquote>
<p>Maurizio Iannelli è oggi certamente un autore, premiato e riconosciuto per alcune serie di <em>docufiction</em> televisiva costruite intrecciando vita reale, documenti processuali, cronaca nera e finzione narrativa. <a href="#_edn7" name="_ednref7">[7]</a> Quando riordinava, trascriveva e rielaborava, nel carcere romano di Rebibbia, i manoscritti di Fernanda, tuttavia, era consapevole di maneggiare un materiale grezzo cui forniva, oltre ad una veste linguistica apparentemente standard, lo scheletro diegetico atto a sostenerne la forma editoriale. Non per questo avrebbe sottoscritto le parole di Cesare Lombroso, prefatore dei <em>Palimsesti del carcere</em>:</p>
<blockquote><p>Se, nel fingere il linguaggio dei demoni, il Poeta non poté non esprimersi in versi sudici, a me, ch’ero il paleografo, il trascrittore dei pensieri di questa specie di demoni terrestri, non era certo dato far meglio <a href="#_edn8" name="_ednref8">[8]</a></p></blockquote>
<p>La relazione coautoriale, infatti, era fondata sulla condivisione dello stato di detenzione e sulla consapevolezza di un’affinità che, al di là delle apparenze, univa la condizione esistenziale di un detenuto politico in “piena crisi d’identità” con quella transessuale di un criminale<em> comune</em>. Prima ancora del diritto all’autorialità, perciò, Iannelli riconosceva all’estensore di quei manoscritti il diritto alla biografia. “Non tutti gli individui che vivono in una determinata società hanno diritto ad una biografia. Ogni tipo di cultura elabora i suoi modelli di uomini senza biografia” <a href="#_edn9" name="_ednref9">[9]</a>, ce lo ha insegnato Jurij Michailovič Lotman il quale ci fornisce pure una minima tipologia delle relazioni tra testo e contesto che, di volta in volta, nei vari frangenti storico-culturali, decidono dell’artisticità di un’opera letteraria. Si dà, per esempio, il caso di uno scrittore che “non crea il testo come opera d’arte ma il lettore lo recepisce come opera d’arte”: qual è la posizione del lettore di <em>Princesa</em>, venti anni dopo, rispetto all’avantesto che finalmente viene reso disponibile nell’archivio del sito <a href="#_edn10" name="_ednref10">[10]</a>? Posto che “il quadro offerto dalla storia della letteratura ai diversi stadi del suo sviluppo è considerevolmente più complicato” <a href="#_edn11" name="_ednref11">[11]</a> dello schema elementare cui ci si richiama, si potrebbe qui ipotizzare un caso di “artisticità retroattiva” poiché è evidente &#8211; a scorrere appunti, interviste, pagine di diario, trascrizioni di favole nordestine, anamnesi oniriche, schizzi di mappe prodotti da Farias de Albuquerque in un biennio di pratica scrittoria coatta &#8211; che l’aura di letterarietà acquisita dal racconto della vita di Fernandinho / Fernanda / Princesa nei due decenni della sua storia editoriale <a href="#_edn12" name="_ednref12">[12]</a> riverbera oggi sui manoscritti accumulati in carcere.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Sia detto però fin da ora che l’eccezionalità di un’eventuale inclusione di <em>Princesa</em> nel canone della nostra letteratura &#8211; quella che un tempo si definiva italiana, nazionale e che oggi, nel contesto dei processi di globalizzazione culturale, è talvolta detta italòfona – è più apparente che reale, se ci si riferisce alle peculiari caratteristiche genetiche dell’opera. Raccontare le proprie esperienze “migratorie” ad un compagno di prigionia che le trascrive in un altro codice linguistico (letterariamente codificato), in cui filtrano però dall’oralità alcuni dialettismi, prima che quel racconto vada incontro a nuove versioni, riscritture e riduzioni, è precisamente ciò che fece Marco, alla fine del Duecento in un carcere genovese, al cospetto di Rustichello da Pisa, compagno di sventura. Ne sortì <em>Le divisament dou monde</em>, ovvero la redazione in lingua d&#8217;oïl del libro che, in versione toscana, è meglio noto come il<em> Milione</em> di Marco Polo, classico della letteratura nazionale.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Quanti hanno riflettuto sull’antica e nobile tradizione della “letteratura carceraria”, provando in qualche caso ad estrarre le invarianti di un “genere” che, da Cervantes a Mandel’stam, annovera alcuni tra i maggiori scrittori di tutti tempi, concordano sulla ragione primaria che conduce alla scrittura nelle istituzioni “complete e austere”, come le definiva L.P. Baltard nel 1829, o “totali”, secondo la più recente definizione foucaultiana: “far sopravvivere la propria integrità, in tutti i sensi”. <a href="#_edn13" name="_ednref13">[13]</a> Era questo il progetto alla base dei laboratori di scrittura organizzati a Rebibbia, da cui prese le mosse l’attività editoriale di Sensibili alle foglie, e lo stesso Giovanni Tamponi, che per primo esortò Fernanda a mettere nero su bianco i propri ricordi, aveva autonomamente sperimentato e propagandava le potenzialità terapeutiche di una tale pratica. Iannelli che quelle carte contribuì a suscitare, raccolse e manipolò, ultimo arrivato nel trio di “funamboli” <a href="#_edn14" name="_ednref14">[14]</a> della scrittura a Rebibbia, riuscì a neutralizzare l’“individualizzazione coercitiva” che fonda l’istituzione carceraria <a href="#_edn15" name="_ednref15">[15]</a> &#8211; aggirata dai primi due grazie ai benefici di mobilità derivanti dalle mansioni svolte tra i reparti &#8211; in modi talvolta rocamboleschi (per esempio comunicando attraverso la grata che dava sul passeggio dei transessuali, limitrofo alla cappella della casa di reclusione). Insomma, come è stato notato, “Voler raccontare tutta la storia è un’altra forte motivazione per lo scrittore imprigionato”, ciò che non inficia la riuscita dell’opera dal momento che “l’autenticità della voce del narratore contribuisce alla buona qualità della letteratura”. <a href="#_edn16" name="_ednref16">[16]</a> Ma al di là dell’attendibilità di una voce che, nel caso di <em>Princesa</em>, si dimostra essere la risultante di una miscela polifonica (quando non di un atto di vero e proprio ventriloquismo), ciò che di autentico si sperimenta in condizioni di restrizione coatta è innanzitutto “il modo in cui i rapporti di potere possano passare materialmente nello spessore stesso dei corpi senza che neanche debbano essere trasformati nella rappresentazione dei soggetti”. <a href="#_edn17" name="_ednref17">[17]</a> In una storia di vita transessuale come quella di <em>Princesa</em> aleggia minacciosa, ben al di là dei pur frequenti ed espliciti episodi di violenza privata e di repressione poliziesca, la sovradeterminazione biopolitica di ogni scelta di genere. Se la sessualità è coestensiva al potere – Foucault afferma e Judith Butler conferma <a href="#_edn18" name="_ednref18">[18]</a> &#8211; sono proprio gli individui in transizione intersessuale, oltre ogni retorica di liberazione, a pagare il prezzo più alto:</p>
<blockquote><p>En réalité, il en va des catégories qui organisent notre monde, soit de l’ordre sexuel et de sa violence, tant symbolique que physique, dont les personnes intersexes sont le révélateur en même temps que l’emblème <a href="#_edn19" name="_ednref19">[19]</a>.</p></blockquote>
<p>Da questo punto di vista non cessa di stupire, per il grado di consapevolezza politica implicata, il corto circuito che connette, nell’intervista rilasciata da Farias e Iannelli per il citato primo fascicolo del “Caffè”, condizione transessuale e condizione postcoloniale o migrante <a href="#_edn20" name="_ednref20">[20]</a>:</p>
<blockquote><p>Come che è una <em>scrittura bella</em>, chi lo leggerà [<em>Princesa</em>] troverà un po’ di sentimento perché è una storia di realtà, una storia di vita transessuale ma anche di vita con tutta l’esperienza al mondo maschile, il fatto di come vive un transessuale in mezzo alla società, per affrontare le varie conseguenze che esistono […] con il problema che accade ai confronti di queste persone che sarebbe le persone del <em>terzo sesso</em>, o persone del <em>terzo</em>, diciamo, <em>mondo </em><a href="#_edn21" name="_ednref21">[21]</a>.</p></blockquote>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Il <em>bello</em> della <em>scrittura</em> in <em>Princesa</em>, appunto. Chi ha analizzato il libro fin qui ha più spesso parlato di tradimento, da parte del coautore italiano, rispetto alla ricchezza non omologabile dell’impasto linguistico originario, del resto pressoché sconosciuto ai più, se non per un paio di brevi stralci pubblicati nel ‘94. Si è detto della standardizzazione imposta da un editing invasivo, della medietà di un dettato depurato da scorie dialettali o allofone. Per descrivere una lingua così &#8211; <em>disanimata</em>, <em>ossificata</em> &#8211; si potrebbe utilmente recuperare il giudizio espresso da Leonardo Sciascia nella relazione di minoranza alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di Via Fani:</p>
<blockquote><p>Gli esperti sono stati invece adibiti a studiare il linguaggio delle Brigate Rosse: e non c’era bisogno di esperti per scoprirlo poveramente pietrificato, fatto di slogan, di <em>idées re</em><em>ç</em><em>ues</em> dalla palingenetica rivoluzionaria, di detriti di manuali sociologici e guerriglieri […] L’italiano delle Brigate rosse è semplicemente, lapalissianamente, l’italiano delle Brigate rosse. <a href="#_edn22" name="_ednref22">[22]</a></p></blockquote>
<p>oppure quello, analogo, rilasciato in occasione di un incontro del 1978 con i militanti di Lotta continua: “Ma a me sembra una cosa proprio <em>ossificata</em>, senza vita, <em>disanimata</em>, una specie di burocrazia del fanatismo. Questo loro amore per le sigle…” <a href="#_edn23" name="_ednref23">[23]</a>. Allo stesso Iannelli, del resto, come ad alcuni leader storici dell’organizzazione terroristica, quel linguaggio era destinato ad apparire, col senno di poi, indigeribile:</p>
<blockquote><p>Già allora [sequestro Moro] quel linguaggio mi appariva tremendo. Rileggendoli a posteriori, mi sono chiesto non tanto come avevamo fatto a scriverli [i comunicati] – non li rinnego, un senso lo avevano, eccome… Certo non ne ho conosciuto uno, di compagno, che sia entrato nelle Br perché conquistato dalla lettura di una Risoluzione strategica. <a href="#_edn24" name="_ednref24">[24]</a></p></blockquote>
<p>Per questa ragione Sciascia indovinava, tra le fila dei brigatisti, una scarsissima confidenza col romanzesco: “Quelli che hanno scritto quei comunicati sono sicuramente gente che non ha mai letto un romanzo…”, al punto da “condannarli” per contrappasso ad un severo apprendistato letterario: “<em>Che romanzi consiglieresti alle Br</em>? Per contrasto un po’ di Proust andrebbe bene. Ma certo se leggessero un po’ di Voltaire e un po’ di Diderot, non sarebbe male… Poi anche il Vangelo” <a href="#_edn25" name="_ednref25">[25]</a>. Prende forma qui, tra l’altro, un’imprevista ma suggestiva analogia: ne <em>Il bacio della donna ragno</em>, fortunato romanzo dell’argentino Manuel Puig (pubblicato nel 1976 e prontamente tradotto in Italia nel 1978), all’immaginario hollywoodiano e <em>mélo</em> grazie al quale l’omosessuale Molina riesce a dimenticare la dura realtà della detenzione, il compagno di cella Valentìn, guerrigliero incarcerato per motivi politici, oppone gli slogan del materialismo dialettico &#8211; “I miei ideali… Il marxismo, se vuoi che ti definisca tutto con una parola” – al punto da provocare questa reazione stizzita:</p>
<blockquote><p>non gli racconterò neanche più una parola delle cose che mi piacciono, se la rida pure che io sono uno smidollato, vedremo se lui non molla proprio mai, non gli racconterò più nessun film di quelli che mi piacciono, me li tengo per me, nel mio ricordo, che non me li rovinino con parole sporche, ‘sto figlio di puttana e la sua porca merda di rivoluzione. <a href="#_edn26" name="_ednref26"><em>[26]</em></a></p></blockquote>
<p>Ma l’incontro tra Farias e Iannelli non è letteratura; la vita, per dirla con Zeno Cosini, “non è brutta né bella, ma è originale!” e forse per questo le cose a Rebibbia sono andate diversamente. Alla fine, proprio colui che era sospettato di non aver mai letto romanzi ne ha scritto uno. Bisogna, insomma, riaprire il caso <em>Princesa</em>, proprio a partire da quella <em>scrittura</em> che alla protagonista del racconto era parsa <em>bella</em>.</p>
<p>Tanto per cominciare, la “nuova lingua”, inaugurata nel libro del 1994, risulta dalla chimica di tre lingue materne. Il portoghese, l’italiano e il sardo <a href="#_edn27" name="_ednref27">[27]</a>, e il coautore non esclude che “mani e provenienze culturali diverse [siano] forse rintracciabili anche nella sua stesura ultima.” Se il libro deriva da un brogliaccio cui non si fatica ad attribuire le peculiarità dell’<em>art</em> <em>brut</em>, insieme autentica e <em>unadorned</em> (ma già disposto in <em>fabula</em> da Iannelli, in quella “copia iniziale di lavoro conforme all’originale manoscritto” che porta il sottotitolo “Sono venuta di molto lontano”), almeno una traccia della stesura originale di Farias è rimasta nel <em>Glossario</em> stampato in appendice al volume edito da Sensibili alle foglie. <em>Burití, caatinga, caboclo, cajù, urutu</em>: vale la pena di notare che le cinque voci elencate erano già presenti nel glossario che Edoardo Bizzarri allegava alla sua traduzione del <em>Grande Sertão</em> di João Guimarães Rosa (la traduzione è del 1970 mentre il romanzo risale al 1956) e che si tratta di definizioni relative ad aspetti naturali del territorio nordestino. Nel fitto epistolario che lo scrittore brasiliano intrecciò con Bizzarri <a href="#_edn28" name="_ednref28">[28]</a> si legge dell’imbarazzo per quanto di “esotico” transita nella versione italiana e resiste tuttavia alla traduzione: “Quel che deve aumentare i grattacapi del traduttore è che la parte concreta è esotica e mal conosciuta” <a href="#_edn29" name="_ednref29">[29]</a>. È stato lo stesso Iannelli ad indicare nel fluviale racconto di Guimarães Rosa – che narra della storia d’amicizia e d’amore tra Riobaldo, un guerrigliero <em>jagunço <a href="#_edn30" name="_ednref30">[30]</a></em> e il suo compagno Diadorim che, caduto in battaglia, rivelerà la sua natura femminile &#8211; una fonte preziosa per il suo primo ed unico libro. <a href="#_edn31" name="_ednref31">[31]</a> Inoltre, la figura dello <em>jagunço</em> o <em>cangaço</em> era ben presente alla stessa Fernanda che, richiesta da Maurizio, ne offre una definizione nell’intervista sul Carnevale (la trascrizione che segue è incompleta a causa delle sottolineature accumulate da Iannelli in questa zona del testo): “M – <em>Invece gli uomini come erano vestiti?</em> F – Gli uomini si vestivano come <em>cangaçeiros</em> […] M &#8211; <em>Ah, il</em> cangaçeiro <em>è una specie di bandito-rivoluzionario.</em> F – Sono [illeggibile] dei banditi che combatevano contro la polisia” <a href="#_edn32" name="_ednref32">[32]</a>. L’influenza del capolavoro di Guimarães Rosa è riconosciuta però limitatamente all’acquisizione dell’immaginario legato al folklore nordestino e, in particolare, alle leggende connesse col fantastico e demoniaco paesaggio della <em>caatinga</em>. Non sorprende perciò riconoscere in <em>Princesa</em> la traccia di detti popolari, come il seguente, letteralmente estratto dal romanzo: “Ragazzini-roba del diavolo” (<em>Princesa</em>); “Non c’è forse il detto: ragazzino – roba del diavolo?” (<em>Grande Sertão </em>). Il riferimento al vitello che compare in uno dei primi paragrafi di <em>Princesa, </em>inoltre, variando riecheggia l’incipit del <em>Grande Sertão. </em>Il romanzo del ’56 si apre infatti all’insegna di un bestiario – “un vitello bianco, erratico, gli occhi che manco un cristiano – che era apparso; e con faccia di cane” – che ricorre nei giochi d’infanzia di Fernandinho ed assume, nella trascrizione di Iannelli, coloriture diaboliche estranee all’originale manoscritto:</p>
<blockquote><p>Io ero la vacca. Genir il toro, Ivanildo il vitello. Camicette e pantaloncini sfilavano via in mezzo al bosco. Lontano da tutti, era il segreto. Genir muggiva e m’inseguiva. Una fantasia di spinte, toccamenti e fiato grosso. Montava la vacca, indiavolava sopra di me.</p></blockquote>
<p>A chi scrive, tuttavia, il debito contratto da Iannelli con l’ipotesto brasiliano pare investire anche il versante stilistico, della scrittura. A tratti, sembra quasi che l’italiano abbia introiettato il metro sul quale si dispiega la saga latinoamericana, quel procedere per densi fiotti estratti dal parlato e come rigurgitati. Così la prosa del brasiliano nella traduzione di Bizzarri: “Faccia di gente, faccia di cane: decisero – era il demonio”. “C’erano tutti, e con loro la mia diffamazione: Signor Diaz, ha visto Fernandinho! Cammina come una femmina! Rildo vociava come un forsennato”; “È pericoloso andare solo per il bosco, c’è il gatto selvatico, il serpente! Povero Francisco, la sua ingenuità”; “Lui abbassa il finestrino, lei entra tutta spalle e natiche in esposizione. Lui si accorge e urla di spavento: Vattene, mostro”; “Mi confondo nella folla. Sono tuttapposto e passo liscia, presente e invisibile nella distrazione della gente: una donna”: così quella dell’italiano, che dissemina il testo di tessere prosodicamente calcate sulla traduzione del prototipo nordestino. Oltre l’apparenza di una superficie linguistica livellata sugli standard veicolari di un italiano ipermedio, perciò, la scrittura di Iannelli nasconde un doppio fondo. Quella “nuova lingua” è il risultato di negoziazioni condotte a vari livelli, dalla reale consistenza del parlato, attraverso una normalizzazione della meccanica comunicativa (che può conservare memoria di usi linguistici legati alla trascorsa militanza politica), alla frequentazione di un modello letterario di seconda mano. Una lingua costruita per dare conto di vicende intimamente connesse coi contemporanei processi di globalizzazione e che trova il proprio modello nella traduzione di un idioma postcoloniale. Scrive Giuliana Benvenuti: “la traduzione è il luogo privilegiato della mediazione e della negoziazione e la sua funzione interseca questioni legate al genere, alle migrazioni, all’informatizzazione e alla biopolitica” <a href="#_edn33" name="_ednref33">[33]</a>. In questo senso, l’operazione di Iannelli va ripensata nel quadro dei processi di denaturalizzazione dei legami tra lingua, cultura, nazione e cittadinanza in atto in epoca globale. Era, del resto, lo stesso Guimarães Rosa il primo ad esserne consapevole e a rivendicare per sé l’utilizzo di un codice letterario come lingua seconda:</p>
<blockquote><p>Quando scrivo un libro, mi comporto come se lo stessi ‘traducendo’ da un altro originale, esistente altrove, nel mondo astrale o sul piano delle idee, degli archetipi, per così dire. Non so mai se sto riuscendo o fallendo in questa ‘traduzione’. Perciò, quando mi ‘ri-traducono’ in un altro idioma, non so mai, in caso di divergenze, se non è stato il traduttore che di fatto ha azzeccato, ristabilendo la verità dell’originale ideale che io avevo distorto <a href="#_edn34" name="_ednref34">[34]</a>.</p></blockquote>
<p>Quel registro <em>traduttese</em> sul quale è giocata la prosa di <em>Princesa</em>, perciò, denuncia innanzitutto una relazione non lineare del coautore con la propria lingua nel momento in cui questa è chiamata a farsi carico di esperienze, biografiche e culturali, non autoctone, di migrazione, in una parola: postcoloniali.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Edoardo Albinati col suo <em>Maggio selvaggio. Un anno di scuola in galera</em> (Mondadori, 1999) sta di diritto, insieme a Walter Siti, Edoardo Affinati, Antonio Franchini e altri, nel canone degli autori cui si attribuisce la paternità dei “nuovi realismi italiani”, quella galassia narrativa intorno alla quale il dibattito è stato inaugurato sulle pagine della rivista “Allegoria” <a href="#_edn35" name="_ednref35">[35]</a>. Il diario di Albinati contiene un appunto, datato fine estate 1998, che funge da cavallo di Troia per il trasferimento di <em>Princesa</em> dentro la nuova temperie. Si tratta di un episodio nel quale l’insegnante riveste il ruolo di mero spettatore, al punto di dover chiedere lumi ad un detenuto circa l’identità di un personaggio osservato al passeggio. Questa pagina, che contribuisce a focalizzare la presenza transessuale in carcere, registra pure la fortuna cinematografica del carcere romano, a testimonianza di un “ritorno al reale” che non investiva, alla fine del primo millennio, la letteratura soltanto:</p>
<blockquote><p>   In questa fine estate infuriano le polemiche riguardanti il carcere, soprattutto Rebibbia, a leggere il giornale pare che la metà dei film presentati al festival di Venezia siano stati girati lì – come dice la canzone, “apposta per scandalizzare”. Ammetto di essere infastidito e preoccupato di questa spettacolarizzazione permanente, un paiolo di frasi fatte in cui il giornalismo rimesta stancamente la sua lunga pertica. […] A quello girato da Fioravanti &amp; Co. si aggiunge un documentario su un trans brasiliano, Princesa, ricordo il giorno che a Rebibbia la riprendevano in pose molto glamour, piantata in mezzo al piazzale, tutti gli occhi puntati addosso a lei, aveva un culo magnetico e somigliava, non a Sonia Braga come dicono sul giornale, bensì a Florinda Bolkan (giustamente me lo fece notare Croccolo seduto accanto a me), una Bolkan pompata e assai più donna dell’originale, mito androgino dei film morbosi di quando stavo alle elementari, <em>Metti, una sera a cena</em> ecc. Ricordo che ero seduto sugli scalini insieme a un gruppetto guardando, con un lieve sorriso sulle labbra, la scena, il set fotografico […] sicché mi permisi di chiedere all’orecchio del vecchio Croccolo chi fosse quella fata, e lui che conosce i peccati del mondo mi raccontò la storia di Princesa, cominciando così: “A lei ruppero il culo che teneva solo sei anni…”</p></blockquote>
<p>L’autore non pare consapevole dell’esistenza del libro dedicato alla Princesa ripresa al passeggio, o almeno sceglie di non dar peso alla cosa, nonostante l’omonima canzone di De André e Fossati avesse nel frattempo dato vasta popolarità al personaggio, né poteva conoscere regista e titolo del documentario delle cui riprese si era trovato ad essere involontario testimone:<em> Le strade di Princesa</em> di Stefano Consiglio (1997).</p>
<p>Uno dei modi narrativi in uso in molti esemplari riconducibili alla recente voga reali(ty)sta <a href="#_edn36" name="_ednref36">[36]</a> è quello dell’<em>autofiction,</em> col quale elementi autobiografici vengono liberamente immessi in un tessuto di invenzione romanzesca, talvolta su uno sfondo ostentatamente cronachistico, nel quale è dato riconoscere luoghi, vicende e personaggi reali, anche grazie all’uso di documenti (carte processuali, pagine di diario ecc.). Ebbene, con qualche anticipo sulla manifestazione della nuova tendenza a livello di <em>mainstream</em> editoriale, procedimenti non dissimili erano in opera nell’ambito delle scritture migranti, in particolare quando, nella prima metà degli anni Novanta, si rendeva ancora necessaria la collaborazione di un coautore italiano.</p>
<p>In libri come <em>Princesa</em>, appunto, o <em>Immigrato</em> di Mario Fortunato e Salah Methnani la proiezione autobiografica sulla narrazione risulta, se possibile, più complessa ancorché non sempre consapevole, derivando da ben due biografie spesso inopinatamente miscelate. Così Mario Fortunato nella premessa alla riedizione del 2006:</p>
<blockquote><p>Lui raccontava, io facevo domande. Qualche volta prendevo appunti. Quasi mai abbiamo usato il registratore. La storia che si dipanava aveva per me un valore innanzitutto romanzesco, narrativo Per me si trattava di un romanzo il cui contenuto aveva realmente avuto luogo […] In un secondo momento me ne andai da solo in Calabria […] In quattro settimane di lavoro ininterrotto, il testo era scritto. Lo avevo scritto come si trattasse di una storia interamente mia […] sciorinavo la storia di Salah come fosse la mia propria storia. <a href="#_edn37" name="_ednref37">[37]</a></p></blockquote>
<p>Anche Maurizio Iannelli ricorda come il processo creativo prese slancio nel momento della separazione da Fernanda: “Perché il testo, il dialogo col testo di Fernanda, è iniziato nel momento in cui ci siamo separati. Nel momento in cui mi hanno trasferito in un altro istituto”. Così Iannelli, ancora nel 1994, nell’intervista al “Caffè”:</p>
<blockquote><p>La mia scrittura è un’altra scrittura. È indubbio che alla fine, e non solo tecnicamente come scrittura, penso che ci sia molto di me. Anche se introdotto in un modo del tutto clandestino, in un gioco di assunzione di ruoli, e di costruzione poi del personaggio […] Insomma, <em>Princesa</em> è stato anche un libro di rapina se volete. […] Scrivere un’autobiografia in due implica un cortocircuito. <a href="#_edn38" name="_ednref38">[38]</a></p></blockquote>
<p>Analoghe riflessioni proporrà, nel 2008, intervistato a proposito della sua docu-<em>soap Reparto Trans</em> (girata insieme a Marco Penso) e, più in generale, della nuova attività di regista e autore televisivo:</p>
<blockquote><p>in ogni caso, con le scelte di regia, il posizionamento della macchina , il montaggio, l’autore parla sempre di sé, anche quando parlano gli altri, la sua presenza non si risolve nel mero artificio stereotipo della voce narrante. La presunzione di poter rappresentare oggettivamente l’altro è un’illusione (neanche l’altro si conosce realmente per come è). Il regista, e così l’autore, racconta alla fine se stesso ed il lettore-spettatore è innanzitutto chiamato a decifrare questo. <a href="#_edn39" name="_ednref39">[39]</a></p></blockquote>
<p>Appartengono certamente al coautore italiano, e alla sua storia personale durante gli “anni di piombo”, le scelte espressive che portano ad enfatizzare costantemente gli episodi di violenza poliziesca registrati nei manoscritti di Farias, dove tuttavia vengono spesso risolti con un breve giro di frase. Sono suoi gli innumerevoli riferimenti al diavolo che, pur presente nell’immaginario nordestino esemplato dal <em>Grande Sertão,</em> non sono estranei alla nostra tradizione cattolica. Riguardano l’esperienza del terrorismo pure alcune particolari consonanze con la fonte brasiliana: Iannelli che avrebbe sottoscritto, nella lettera a Rossana Rossanda pubblicata sul “Manifesto” nel 1987, l’auspicio di uno “sbocco politico e sociale” della lotta armata, non poteva non leggere nelle pagine del romanzo dedicate al pentimento di alcuni guerriglieri <em>jagunços</em> l’eco di avvenimenti che stavano caratterizzando il destino carcerario di alcuni ex appartenenti alle Brigate rosse. La scelta, infine, di terminare il racconto di <em>Princesa</em> con l’arresto della protagonista è, nella sua natura omissiva (gli appunti di Fernanda riguardano anche la quotidianità carceraria), un gesto che pertiene alla responsabilità dell’autore:</p>
<blockquote><p>Senza sforzo, nelle braccia del demonio, in Europa, ci si arriva a bassa voce, silenziosamente. Qui da voi, non si muore fragorosamente. Sparati o di coltello, tra urla e sforbiciate. Qui si sparisce zitti zitti in sottovoce. Silenziosamente. Sole e disperate. Di aids e di eroina. Oppure dentro una cella, impiccate a un lavandino. Come Celma, che vorrei ricordare. Dormiva nella cella a fianco, dentro quest’altro inferno dove ora vivo e che ho deciso di non raccontare.</p></blockquote>
<p>Mai come in questo caso diventa palese l’avvenuta sovrapposizione della voce di Iannelli, mediatore autoctono, a quella di Farias, testimone immigrata. Sotto finale, insomma, l’implicita doppiezza della prima persona nella quale la vicenda è narrata resta allo scoperto, essendo quella di Iannelli l’unica cui ragionevolmente attribuire le ultime parole del libro: “ho deciso di non raccontare”. E, come detto, omettere è, almeno quanto raccontare, specifico compito dell’autore. Se un lettore d’eccezione come Fabrizio De André attribuiva integralmente la paternità di <em>Princesa</em> &#8211; che la coautrice brasiliana apertamente definisce nel documentario di Stefano Consiglio: “questo mio libro”- al coautore italiano: “ho tratto [<em>Prinçesa</em>] da uno splendido, breve romanzo [di Iannelli] in effetti una biografia”, allo stesso modo Cesare Segre sottolineava il carattere uno e bino dell’autore del <em>Milione,</em> senza che questo interferisse, peraltro, con il dato acquisito del valore artistico dell’opera. <a href="#_edn40" name="_ednref40">[40]</a></p>
<p>Quanto il laboratorio di <em>Princesa</em> sia risultato decisivo per certi sviluppi della <em>docufiction</em> in Italia, ovvero per la variante televisiva del “ritorno alla realtà”, è dimostrato poi dalla più recente stagione professionale del coautore di <em>Princesa</em>. Dopo aver ideato, diretto e prodotto le docu-story <em>Residence Bastoggi</em> (2003), <em>Liberant</em>i (2006) e <em>Reparto trans</em> (2008) &#8211; ancora gravitanti, queste ultime, intorno all’universo carcerario di Rebibbia &#8211; Iannelli è oggi autore di un fortunato format televisivo (ideato insieme a Matilde D’Errico e Luciano Palmerino). La serie RAI <em>Amore criminale </em>(in onda dal 2007), che ha contribuito a portare all’attenzione dell’opinione pubblica la drammatica realtà del “femminicidio”, ripropone, per diretta ammissione del regista, <a href="#_edn41" name="_ednref41">[41]</a> il medesimo metodo di lavoro inaugurato all’epoca della stesura di <em>Princesa</em>: costruire la narrazione attraverso l’uso integrato e la contaminazione tra materiali documentari e invenzione letteraria.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>La forma comunicativa che sta all’origine di <em>Princesa</em> è la conversazione, sebbene nei modi necessitati e precari che il carcere tollera o consente dentro uno stringente disegno di “individualizzazione coercitiva”. Questa nuova edizione, annotata <em>on line</em>, del libro di Fernanda Farias de Albuquerque e Maurizio Iannelli restituisce innanzitutto l’opera ad un ambiente comunicativo fondato sull’ “oralità di ritorno” tipica dei media elettronici. <a href="#_edn42" name="_ednref42">[42]</a></p>
<p>La nuova struttura dialettica dell’ipertesto finirà per spingerci come sottolinea Derrida, a “rileggere gli scritti del passato secondo una differente organizzazione dello spazio”. Non soltanto è oggi possibile trasferire in una forma compatibile con il computer testi scritti originariamente a mano o a stampa, ma anche dare loro strutture ipertestuali. In qualche caso questa operazione di traduzione restituirebbe loro l’antico tono di conversazione. <a href="#_edn43" name="_ednref43">[43]</a></p>
<p>Proporre oggi l’edizione critica di un “piccolo classico” della scritture migranti, per ratificarne e insieme promuovere l’inte(g)razione col canone letterario nazionale, comporta perciò l’immediata apertura ad un orizzonte digitale, capace di contenere e restituire la dimensione intertestuale e transmediale. Solo in questo modo è possibile radunare come “braci di un’unica stella” <a href="#_edn44" name="_ednref44">[44]</a> gli elementi della costellazione audio- video-testuale di nome <em>Princesa.</em> Se il potenziale di un libro “così poco letterario”, come il <em>Milione </em>di Marco Polo si misura, infatti, secondo Cesare Segre, sulla varietà di letture e riscritture che ne hanno fatto la fortuna (almeno fino alle <em>Città invisibili</em> di Italo Calvino) <a href="#_edn45" name="_ednref45">[45]</a>, nel mutato contesto culturale <a href="#_edn46" name="_ednref46">[46]</a>, la fortuna della <em>“</em>così poco letterari<em>a”</em> <em>Princesa</em> consiste nell’attitudine a migrare, non soltanto tra testi, ma tra media diversi. La <em>fortuna</em>, appunto, di migrare.</p>
<p><a href="#_ednref1" name="_edn1">[1]</a> In <em>Perché leggere i classici</em> (1991), Italo Calvino offre la seguente come sesta definizione del genere: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”.</p>
<p><a href="#_ednref2" name="_edn2">[2]</a> Cfr. <em>Leggere il testo e il mondo. Vent’anni di scritture della migrazione in Italia</em>, a cura di F. Pezzarossa, I. Rossini, Bologna, CLUEB, 2011.</p>
<p><a href="#_ednref3" name="_edn3">[3]</a> Anche grazie alla riscrittura in forma di canzone &#8211; <em>Prinçesa</em> &#8211; realizzata da Fabrizio De André e Ivano Fossati nel 1996.</p>
<p><a href="#_ednref4" name="_edn4">[4]</a> Cfr. <em>Ritorno alla realtà? Narrativa e cinema alla fine del postmoderno</em>, a cura di R. Donnarumma, G. Policastro, G. Taviani, in «Allegoria», 57, gennaio-giugno 2008. Del tema si continua a discutere, in Italia e all’estero: cfr. <em>Les nouveaux réalismes dans la culture italienne</em>, Colloque international, 12-14 juin 2014, Université Sorbonne Nouvelle – Paris 3.</p>
<p><a href="#_ednref5" name="_edn5">[5]</a> La dichiarazione è stata riportata in: A. Ginori, <em>Il testamento maledetto. Un intrigo internazionale per il manoscritto di De Sade</em>, “la Repubblica”, 1.6.2013, p.39.</p>
<p><a href="#_ednref6" name="_edn6">[6]</a> M. Foucault, <em>Scritti letterari</em>, a cura di C. Milanese, Milano, Feltrinelli, 1971, pp. 4-5.</p>
<p><a href="#_ednref7" name="_edn7">[7]</a> Iannelli ha visto premiato il proprio lavoro di documentarista al Torino Film Festival (<em>Un bel ferragosto</em>, 2001) e al Roma Fiction Fest del 2008 per <em>Città criminali</em>. Ha girato nel carcere di Rebibbia la docu-soap <em>Reparto Trans </em>(Sky, 2008) ed è attualmente autore e regista della trasmissione RAI <em>Amore criminale.</em></p>
<p><a href="#_ednref8" name="_edn8">[8]</a> Scriveva Cesare Lombroso nella nota “Al lettore” premessa ai <em>Palimsesti</em>: “Il volgo […] crede che il carcere sia muto ma [ …] quest’organismo parla […] sulle mura del carcere, sugli orci da bere, sui legni del letto, sui margini dei libri che loro si danno nell’idea di moralizzarli, sulla carta che ravvolge i medicamenti, perfino sulle molli sabbie delle gallerie aperte al passeggio, perfino sui vestiti, in cui imprimono i loro pensieri col ricamo” (C. Lombroso, <em>Palimsesti del carcere, </em>Torino, Fratelli Bocca, 1888. La citazione nel testo deriva dalla pagina 38 dell’edizione curata da G. Zaccaria per l’editore fiorentino Ponte alle grazie nel 1996).</p>
<p><a href="#_ednref9" name="_edn9">[9]</a> J. M. Lotman, <em>La semiosfera</em>. <em>L’asimmetria e il dialogo nelle strutture pensanti</em>, a cura di S. Salvestroni, Venezia, Marsilio 1985, p. 181.</p>
<p><a href="#_ednref10" name="_edn10">[10]</a> Brevi stralci del materiale sono stati pubblicati sulla rivista “Caffè. Per una letteratura multiculturale”, nel 1994. Il dattiloscritto intitolato <em>Princesa. Sono venuta di molto lontano</em>, copia iniziale di lavoro sulla quale Iannelli ha elaborato la forma testuale definitiva di<em> Princesa</em>, è stato pubblicato per la prima volta in allegato alla tesi dottorale: A. Proto Pisani, <em>Dans une autre langue. </em><em>Écrire l’altérité : femmes, migrations et littérature en Italie (1994 – 2010)</em>, Doctorat d’Aix-Marseille Université, 2013.</p>
<p><a href="#_ednref11" name="_edn11">[11]</a> J. M. Lotman, <em>La struttura del testo poetico</em>, a cura di E. Bazzarelli, Milano, Mursia, 1972, p. 336.</p>
<p><a href="#_ednref12" name="_edn12">[12]</a> Dopo essere stato pubblicato o per i tipi di Sensibili alle foglie nel 1994, e concesso in licenza prima a CDE Milano, nel 1995 e, due anni dopo, all’editore Tropea (col richiamo in copertina: “da questo libro Fabrizio de André ha tratto ispirazione per <em>Princesa</em>”ed il sottotitolo <em>Dal Nordeste a Rebibbia: storia di una vita ai margini</em>), il libro viene periodicamente stampato <em>on demand</em>, in tirature limitate, dalla casa che ne detiene i diritti.</p>
<p><a href="#_ednref13" name="_edn13">[13]</a> Così Sioban Dowd nell’introduzione a <em>Scrittori dal carcere</em>, Milano, Feltrinelli, 1998, p.261.</p>
<p><a href="#_ednref14" name="_edn14">[14]</a> Così Iannelli nelle citate <em>Brevi note di contesto</em> premesse all’edizione di <em>Princesa</em>: “Come tre funamboli ci inseguimmo incerti lungo il filo di una spirale epistolare che ci portò oltre le mura, oltre il carcere. Così <em>Princesa</em> è nata. Da un incontro irregolare, da tre storie, tre persone che approdano al carcere lungo itinerari diversi: la lotta armata delle Brigate rosse il mio, la prostituzione transessuale quello di Fernanda, la vita pastorale e la rapina quello di Giovanni”.</p>
<p><a href="#_ednref15" name="_edn15">[15]</a> M. Foucault, <em>Sorvegliare e punire. Nascita della prigione,</em> Torino Einaudi 1976<em>,</em> p. 261.</p>
<p><a href="#_ednref16" name="_edn16">[16]</a> S. Dowd, Introduzione, <em>Scrittori dal carcere</em>, cit., p. 21.</p>
<p><a href="#_ednref17" name="_edn17">[17]</a> M. Foucault, <em>Dalle torture alle celle</em>, Cosenza, Lerici, 1979, p. 122.</p>
<p><a href="#_ednref18" name="_edn18">[18]</a> Cfr. J. Butler, <em>Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell&#8217;identità</em>, Roma-Bari, Laterza, 2013 [1990].</p>
<p><a href="#_ednref19" name="_edn19">[19]</a> E. Fassin, <em>Le vrai genre</em>, in <em>Herculine Barbin dite Alexina B</em>., Paris, Gallimard, 1978, p. 237.</p>
<p><a href="#_ednref20" name="_edn20">[20]</a> Sandro Mezzadra nel suo <em>La condizione postcoloniale</em> (Verona, Ombre Corte, 2008), rintraccia l&#8217;eredità del colonialismo nelle politiche europee di controllo delle migrazioni. A proposito di colonialismo, ecco quanto afferma Fernanda (foglio 25 dell’ <em>Intervista sul Carnevale</em> rilasciata a Iannelli e disponibile nell’Archivio del sito): “nella colonissasione del Brasile come lo sai che la popolasione brasiliana era indios e ogni rasa aveva un nome come qui in Italia c’è i napoletani sardi sisiliani”.</p>
<p><a href="#_ednref21" name="_edn21">[21]</a> <em>La figura di una donna</em>, “Caffè. Per una letteratura multiculturale”, 1, settembre 1994, p. 4 (miei i corsivi).</p>
<p><a href="#_ednref22" name="_edn22">[22]</a> L’estratto è citato in esergo a G.Bianconi, <em>Mi dichiaro prigioniero politico</em>, Torino, Einaudi, 2003.</p>
<p><a href="#_ednref23" name="_edn23">[23]</a> L. Sciascia, <em>Incontro con Lotta continua (1978)</em>, “Lo Straniero”, 173, novembre 2014, p. 8.</p>
<p><a href="#_ednref24" name="_edn24">[24]</a> M. Moretti, <em>Brigate rosse. Una storia italiana</em>, Milano, Anabasi, 1994, p.141.</p>
<p><a href="#_ednref25" name="_edn25">[25]</a> L. Sciascia, <em>Incontro con Lotta continua (1978),</em> “Lo Straniero”, cit., p. 13. Per onore del vero &#8211; e in omaggio alla teoria degli opposti estremismi &#8211; Sciascia diagnosticava la stessa incompatibilità romanzesco-proustiana alla casta degli aristocratici <em>ancien-régime</em>: “Perché non ho mai letto un romanzo. Il romanzo è una sconvenienza, una volgarità […] non ricordo Marcel Proust. Anche in certi luoghi alti, che lei ancora non conosce, e dove mi aspettavo di dover rispondere dell&#8217;amore e dell&#8217;odio, la prima e sola domanda che mi hanno fatto è stata questa: ‘si ricorda di Marcel Proust?’. No, non mi ricordo: sono un&#8217;anima persa” (il brano è tratto dall’ <em>Intervista a Maria Sofia ultima regina di Napoli</em>, testo elaborato da Leonardo Sciascia per la serie radiofonica delle <em>Interviste impossibili</em>).</p>
<p><a href="#_ednref26" name="_edn26">[26]</a> M. Puig, <em>Il bacio della donna ragno</em>, Torino, Einaudi, 1978, p.87.</p>
<p><a href="#_ednref27" name="_edn27">[27]</a> Si parafrasa qui quanto è scritto nelle <em>Brevi note di contesto</em> premesse al racconto: “Per comunicare con Fernanda partecipai e contribuii al farsi della <em>nuova lingua</em>. Alla variazione, scritta e orale, che risultò dalla chimica delle nostre lingue materne. Il portoghese, l’italiano e il sardo”.</p>
<p><a href="#_ednref28" name="_edn28">[28]</a> La relazione epistolare con Guimarães Rosa ebbe inizio nel 1959 e durò per otto anni. Nel 1981 le lettere furono pubblicate con il titolo <em>João Guimarães Rosa: correspondência com o tradutor italiano Edoardo Bizzarri.</em></p>
<p><a href="#_ednref29" name="_edn29">[29]</a> Il passo si legge nella traduzione di Vincenzo Barca e deriva dall’articolo “Che Dio protegga il traduttore” di Davi Pessoa, ora in http://strademagazine.it/2013/01/20/che-dio-protegga-il-traduttore/</p>
<p><a href="#_ednref30" name="_edn30">[30]</a> Si riporta qui la definizione offerta da Bizzarri nel citato Glossario annesso alla sua traduzione del <em>Grande Sertão</em>: “Fuorilegge in un contesto socioeconomico che non permetteva il funzionamento effettivo della legge […] il <em>jagunço</em> presenta, quale figura umana, un’assai ricca gamma di situazioni umane, dall’idealista difensore degli oppressi al mero bandito di strada”.</p>
<p><a href="#_ednref31" name="_edn31">[31]</a> “Poi sono andato a leggermi subito, d’un fiato, il <em>Grande Sertão</em>” dichiarava Iannelli a pagina 5 del citato fascicolo del “Caffè”.</p>
<p><a href="#_ednref32" name="_edn32">[32]</a> Foglio 13 della citata<em> Intervista sul Carnevale</em>.</p>
<p><a href="#_ednref33" name="_edn33">[33]</a> G. Benvenuti, R. Ceserani, <em>La letteratura nell’età globale</em>, Bologna, il Mulino, 2012, p 160.</p>
<p><a href="#_ednref34" name="_edn34">[34]</a> La citazione, tratta da <em>João Guimarães Rosa: correspondência com o tradutor italiano Edoardo Bizzarri</em> , è riportata da Davi Pessoa nel citato articolo: “Che Dio protegga il traduttore”.</p>
<p><a href="#_ednref35" name="_edn35">[35]</a> Nel fascicolo intitolato al “Ritorno alla realtà”, numero 57 del gennaio- giugno 2008</p>
<p><a href="#_ednref36" name="_edn36">[36]</a> <em>Realitysmo </em>è un’altra definizione proposta, per gli esemplari narrativi coinvolti nel “ritorno alla realtà” negli anni zero del 2000 ed è presente, ad esempio, nel <em>Manifesto del nuovo realismo</em> di Maurizio Ferraris del 2012.</p>
<p><a href="#_ednref37" name="_edn37">[37]</a> M. Fortunato, S. Methnani, <em>Immigrato</em>, Milano, Theoria, 2006 [1990], p. 6</p>
<p><a href="#_ednref38" name="_edn38">[38]</a> <em>La figura di una donna</em>, in “Caffè. Per una letteratura multiculturale”, cit., p 5.</p>
<p><a href="#_ednref39" name="_edn39">[39]</a> Trascrivo dall’intervista rilasciata nell’incontro organizzato presso “Il Cassero”, LGBT Center di Bologna, l’undici novembre del 2008 (disponibile in rete all’indirizzo:. http://www.puta.it/blog/2008/11/11/queer/reparto-trans-al-cassero)</p>
<p><a href="#_ednref40" name="_edn40">[40]</a> Sulla questione si veda: C. Segre, “Introduzione”, M. Polo, <em>Milione. Divisament dou monde</em>, Milano, Mondadori, 1982, pp. XII-XIII; V. Bertolucci Pizzorusso, “Introduzione”, M. Polo, <em>Milione</em>, Milano Adelphi, pp. IX-XXI</p>
<p><a href="#_ednref41" name="_edn41">[41]</a> Ancora dall’intervista bolognese per il Cassero del 2008: “sul piano del montaggio le docu-storie hanno una struttura narrativa che vuole applicare al documentario le scansioni narrative della fiction”.</p>
<p><a href="#_ednref42" name="_edn42">[42]</a> Più di trenta anni fa, Walter J. Ong prefigurava la comunicazione culturale del futuro all’insegna di una oralità di ritorno : “Solo ora, nell’era dell’elettronica, ci rendiamo conto delle differenze esistenti fra oralità e scrittura; sono stati infatti le diversità fra i mezzi elettronici e la stampa che ci hanno reso consapevoli di quelle precedenti tra scrittura e comunicazione orale. L’era elettronica è anche un’era di oralità di ritorno, quella del telefono, della radio, della televisione, la cui esistenza dipende dalla scrittura e dalla stampa”: W. J. Ong, <em>Oralità e scrittura</em>, Bologna, il Mulino, 1986 [1982], p 21.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ednref43" name="_edn43">[43]</a> J. D. Bolter, <em>Lo spazio dello scrivere. Computer, ipertesti e storia della scrittura</em>, Milano, Vita e pensiero, 1993, p. 150.</p>
<p><a href="#_ednref44" name="_edn44">[44]</a> Si cita qui il verso della canzone<em> Prin</em><em>çesa.</em></p>
<p><a href="#_ednref45" name="_edn45">[45]</a> Né è mancata, tra le forme di riscrittura, la canzone: è del 1984 <em>Marco Polo</em>, il <em>concept album</em> del cantautore romano Flavio Giurato.</p>
<p><a href="#_ednref46" name="_edn46">[46]</a> “Con il concetto di rimediazione (<em>remediation</em>) da un decennio ci si riferisce alla necessaria interpenetrazione dei media in un contesto storico dove la digitalizzazione ha imposto la sostanziale convergenza di tutti i mezzi di trasmissione, di tutti i format comunicativi e dei codici semiotici entro un sistema interconnesso, interattivo e integrato, al punto che il contenuto dei media digitali sono tutti gli altri media” (S. Calabrese, Il romanzo della Globalizzazione, Enciclopedia Treccani on line, http://www.treccani.it/enciclopedia/il-romanzo-della-globalizzazione_%28XXI-Secolo%29/</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Le culture del precariato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2015 06:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro domestico]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Silvia Contarini &#8220;Pensare il precariato e le differenze nell’Italia della globalizzazione&#8221; L&#8217;articolo è incluso nel volume Le culture del precariato. Pensiero, azione, narrazione, a cura di Silvia Contarini, Monica Jansen e Stefania Ricciardi, Verona, ombre corte, 2015. &#160; Questo nostro saggio intende contribuire a pensare l’interazione tra precariato e differenze, con riferimento specifico alla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Silvia Contarini</strong></p>
<p><strong>&#8220;Pensare il precariato e le differenze nell’Italia della globalizzazione&#8221;<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/9788897522973.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-53553" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/9788897522973.jpg" alt="9788897522973" width="159" height="240" /></a></strong></p>
<p><em>L&#8217;articolo è incluso nel volume </em>Le culture del precariato. Pensiero, azione, narrazione<em>, a cura di Silvia Contarini, Monica Jansen e Stefania Ricciardi, Verona, ombre corte, 2015.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo nostro saggio intende contribuire a pensare l’interazione tra precariato e differenze, con riferimento specifico alla situazione italiana attuale. Procederemo per giustapposizione di problematiche allo scopo di mostrare come una riflessione sul precariato non possa ignorare fattori quali l’appartenenza sessuale, la questione razziale e il fenomeno migratorio: “La precarietà della condizione salariale riguarda alcuni gruppi sociali più di altri: le donne e gli immigrati, a cui generalmente erano riservati settori specifici nel mercato del lavoro, sono generalmente i più colpiti. Sessismo e razzismo si combinano infatti […] per mantenere una parte della popolazione in posizioni subordinate nel mercato del lavoro”<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>.</p>
<p>Premettiamo che su questi temi si interrogano da anni femministe di orientamenti diversi, tra cui quelle che fanno capo al cosiddetto femminismo postcoloniale, come Talpade Mohanti, che riflette sulle “connessioni esistenti tra strutture sessiste, razziste e classiste a livello internazionale” nonché sul “lavoro da donne”<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Anche il femminismo italiano si interessa alle nuove configurazioni e accezioni del “lavoro femminile” in connessione con precariato e migrazioni, nel più generale contesto della globalizzazione e della decolonizzazione<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>.</p>
<ol>
<li><em> Somali a Roma</em></li>
</ol>
<p>Nel suo romanzo <em>Madre piccola</em>, Cristina Ali Farah, scrittrice di madre italiana e padre somalo, vissuta fino a diciotto anni a Mogadiscio poi fuggita in Italia a causa della guerra civile, racconta le vicissitudini della diaspora somala, in particolare della comunità romana. Una delle protagoniste, Barni, da anni immigrata a Roma e piuttosto felice di viverci, di professione ostetrica, così commenta la situazione: “In fondo per noi donne è molto più semplice, non è forse vero che facciamo la stessa vita ovunque ci troviamo? Non continuiamo forse a occuparci, a prenderci cura di qualcuno?”<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Barni afferma insomma che uomini e donne non vivono l’e/im/migrazione nello stesso modo, le donne si adattano meglio grazie a un’atavica abitudine al sacrificio di sé e alla dedizione; inoltre, il tipo di attività che esse svolgevano in patria (lavori domestici o di cura) è lo stesso nel nuovo paese di residenza. Questo succede nella fiction romanzesca<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>, come nella realtà: Nuruddin Farah, scrittore somalo di lingua inglese, descrive una situazione simile in <em>Rifugiati, Voci della diaspora somala</em><a href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>, un libro composto da riflessioni personali e interviste a somali in diaspora. Come un <em>leit motif,</em> le donne somale intervistate gli raccontano che sono costrette a lavorare per mantenere mariti, figli, fratelli, cugini; tuttavia così si emancipano e si integrano e perciò “se la passano meglio degli uomini” o addirittura “stanno godendo di un certo successo economico”<a href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>; gli uomini, invece, non si abbassano a fare lavori umilianti, e bighellonano nei luoghi di ritrovo comunitari, restano tra loro, e “per sopravvivere, contano esclusivamente sul sudore delle donne, piuttosto che su quello della propria fronte”<a href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>. C’è di più: benché alla fine dipendano dalle donne, gli uomini continuano a considerarle loro subordinate e pretendono di essere serviti. Dice una somala che ospita numerosi “ragazzi” della sua famiglia:</p>
<p>&#8220;Pur essendo padrona di me stessa, non sempre riesco a mantenere il controllo sulle cose […]. Io indosso la veste di donna di servizio sei giorni a settimana, per guadagnare da vivere, e il mio stipendio mi serve per dare da mangiare a degli uomini che pretenderebbero fossi io a mettere in ordine il loro caos, dopo che ritorno a casa mia. In quanto donna, sono perennemente soggetta a recriminazioni e rimproveri, se non servo gli uomini in tutto e per tutto&#8221;<a href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Va subito osservato che questi comportamenti maschili e femminili, lungi dall’essere imputabili a una cultura specifica somala, riproducono strutture patriarcali dominanti su scala transnazionale. Ma va osservato anche che alle donne immigrate, doppiamente subordinate, vengono doppiamente assegnati lavori di domesticità, di <em>cura</em>. Il cosiddetto fenomeno delle <em>domestiche della globalizzazione</em>, già oggetto di studi<a href="#_ftn10" name="_ftnref10">[10]</a>, assume particolare rilievo in Italia<a href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a> dove l’immigrazione fin dagli anni Novanta è caratterizzata da una forte presenza femminile, spiegabile in gran parte con l’invecchiamento della popolazione e le carenze del welfare<a href="#_ftn12" name="_ftnref12">[12]</a>. Le donne immigrate sono dedite in grandissima maggioranza a tre attività: lavori domestici o di assistenza familiare (colf, badanti, infermiere, etc.), lavoro casalingo (donne arrivate per ricongiungimento familiare), lavoro nell’industria del sesso (il commercio sessuale è svolto in percentuali superiori all’ottanta per cento da immigrate)<a href="#_ftn13" name="_ftnref13">[13]</a>. Le immigrate rimangono quindi confinate a lavori di cura e di prostituzione, ossia attività convenzionalmente femminili. Si osservi anche il divario che si instaura tra le donne italiane, che svolgono fuori casa attività socialmente riconosciute, e le donne immigrate, che le sostituiscono nei lavori domestici: l’emancipazione delle une si fa grazie al mantenimento delle altre in ruoli subordinati<a href="#_ftn14" name="_ftnref14">[14]</a>. Secondo i punti di vista, alcuni notano che in questo modo due donne lavorano, altri che due madri non si occupano dei propri figli&#8230;</p>
<p>Un’ulteriore osservazione va a rimarcare che il lavoro di cura diventa fonte di reddito: se tra le immigrate si perpetuano ruoli di genere tradizionali, il lavoro, sia pure quello domestico, umile e precario, rappresenta un momento di autodeterminazione e uno strumento di autonomia economica; di conseguenza, l’immigrazione crea una possibilità di svincolo dalle strutture familiari e dalla cerchia comunitaria, crea una possibilità di transizione da una condizione, certo stabile ma ancestrale e fissa, a un’altra certo precaria ma autonoma e in movimento. E, come nota Campani, “il cambiamento di ruoli tra uomini e donne, nei più recenti flussi migratori, è percepito all’interno dei gruppi immigrati e non manca di provocare tensioni, crisi, difficoltà”<a href="#_ftn15" name="_ftnref15">[15]</a>.</p>
<p>Un’ultima osservazione, trattandosi nel caso preso in esame di immigrazione dalla Somalia, riguarda il fattore postcoloniale, poiché le eredità del colonialismo “hanno giocato un ruolo fondamentale nel controllo, nella etnicizzazione e nella discriminazione delle donne migranti nell’Italia contemporanea”, afferma Sabrina Marchetti nel suo recente <em>Le ragazze di Asmara. Lavoro domestico e migrazione postcoloniale</em><a href="#_ftn16" name="_ftnref16">[16]</a>, libro dedicato all’immigrazione femminile in provenienza da un’altra ex-colonia, l’Eritrea. Marchetti si interroga sulle relazioni tra soggettività migrante postcoloniale, lavoro domestico e di cura, e storia del colonialismo e della decolonizzazione; come suggerisce, si potrebbe vedere nelle colf e badanti del corno d’Africa oggi in Italia una variante neo-coloniale delle donne a servizio nelle famiglie italiani ai tempi del colonialismo. Anche su questo punto, la fiction fornisce rappresentazioni suggestive; basti pensare al romanzo <em>Regina di fiori e di perle</em>, dell’italo-etiope Gabriella Ghermandi, nel quale leggiamo la storia di Woizero Bekelech: era meno sfruttata quando lavorava come domestica in una famiglia italiana di Addis Abeba, di quanto lo sia ora che fa la badante in un paesino emiliano, presso una famiglia che le fa subire anche umiliazioni di stampo razzista e colonialista<a href="#_ftn17" name="_ftnref17">[17]</a>.</p>
<ol start="2">
<li><em> Femminilizzazione del lavoro</em></li>
</ol>
<p>Queste osservazioni, che pertengono alla questione del precariato in rapporto a immigrazione e genere, ci hanno permesso di entrare in materia. In una prospettiva diversa, focalizzata sulla valorizzazione del <em>care</em>, si situa invece il recente saggio di Cristina Morini, <em>Per amore o per forza. Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo</em>, pubblicato con una prefazione di Judith Revel nella collana UniNomade di ombre corte<a href="#_ftn18" name="_ftnref18">[18]</a>. Morini sviluppa diverse osservazioni sulle donne e il <em>care labour</em>, i lavori di cura alle persone, formulando la proposta originale di incrociare i due concetti di differenza e precarietà, per definire la condizione del soggetto <em>precario-differente</em>, un soggetto multiplo, dice, senza identità fissa né sostanza stabile, soggetto transitorio e in trasformazione<a href="#_ftn19" name="_ftnref19">[19]</a>. Nel primo capitolo intitolato <em>Razza precaria</em>, Morini spiega che la <em>transizione</em> è lo status comune del soggetto contemporaneo, e perciò occorre far leva sull’alterità piuttosto che sull’identità<a href="#_ftn20" name="_ftnref20">[20]</a>. Precisa però che il concetto di differenza è di per sé insufficiente per spiegare le trasformazioni del mondo del lavoro, in particolare la sua <em>femminilizzazione</em>. Nel secondo capitolo, intitolato appunto <em>La femminilizzazione del lavoro nel capitalismo cognitivo</em>, Morini precisa che per femminilizzazione intende non tanto un aumento quantitativo della popolazione attiva femminile<a href="#_ftn21" name="_ftnref21">[21]</a>, quanto piuttosto una modificazione qualitativa del lavoro contemporaneo, di cui il lavoro femminile diventa paradigma: le condizioni normalmente riservate alle donne (assoggettamento, precarietà, bassi livelli salariali, disvalore sociale) si estendono agli uomini; nel contempo, la manodopera a basso costo, flessibile, ricattabile, ricercata a livello mondiale con le delocalizzazioni, si trova anche in loco, in Occidente, grazie alla presenza sul mercato di donne e immigrati. Infine, per femminilizzazione del lavoro intende anche l’estensione del <em>care labour,</em> concetto inclusivo del <em>cognitive labour</em>, in correlazione al disfacimento di un sistema welfare che assicura sempre meno prestazioni sociali.</p>
<p>Nel seguito del saggio, Morini riporta una sua inchiesta di terreno, condotta a Milano, tra lavoratori della conoscenza precari (giornalisti free lance). Ora, a nostra sorpresa, le interviste di Morini danno risultati curiosamente simili a quelli delle interviste alla comunità somala condotte da Nuruddin Farah. Le giornaliste italiane free lance, come le immigrate somale, confrontate a una nuova situazione, hanno maggiore capacità di adattamento degli uomini, i quali “mostrano più difficoltà ad adattarsi alle nuove dimensioni polivalenti e qualitative richieste dalla nuova impresa nel nuovo mondo”<a href="#_ftn22" name="_ftnref22">[22]</a>. Questa dimensione <em>polivalente</em> e qualitativa introdotta dalla femminilizzazione del lavoro includerebbe una generalizzazione dell’oblatività, ossia la richiesta di totale disponibilità e dedizione da parte del soggetto. Ne traiamo la seguente conclusione: proprio la capacità di adeguarsi e consacrare se stesse che rende le donne appetibili per il mercato del lavoro, rende il lavoro non più appetibile a chi non voglia adattarsi e dedicarsi, ossia femminilizzarsi&#8230; Insomma, il mondo del lavoro attuale richiede requisiti (sacrificio di sé, disponibilità totale, predisposizione alla cura) di cui le donne si avvarrebbero senza sentirsi svalorizzate, o perché già tali.</p>
<p>Il saggio di Morini indurrebbe a osservare che la precarietà sembra contribuire alla de/ricostruzione identitaria, <em>degenerizzando</em> il lavoro; in altri termini, la precarietà andrebbe contro la dicotomia, anche fordista, uomo/donna, produzione/riproduzione; il lavoro oggi andrebbe “oltre il genere”, oltre la classica divisione sessuale del lavoro<a href="#_ftn23" name="_ftnref23">[23]</a>. Ne consegue, per Morini, che uomini e donne, entrambi precarizzati nel mondo globalizzato, subiscono le stesse condizioni e devono portare avanti la stessa lotta e le stesse rivendicazioni; per esempio, nell’immediato, la richiesta di un <em>basic income</em> (reddito garantito), il quale permetterebbe il recupero dell’autonomia del soggetto, l’autodeterminazione, il diritto alla scelta del lavoro. Un’ulteriore affermazione di Morini si pone sotto il segno della volontà di cambiamento: rivalutare e riappropriarsi del <em>care</em> può indicare “un fare comune”, la costruzione di un modo diverso di pensare e vivere nel mondo<a href="#_ftn24" name="_ftnref24">[24]</a>.</p>
<p>Sebbene le analisi proposte da Morini siano stimolanti e individuino con precisione molti nodi problematici, né l’una né l’altra delle conseguenze che ne trae sono del tutto convincenti, e anzi sollevano perplessità. Nell’affermare che nel mondo globalizzato e precarizzato donne e uomini, italiani e immigrati, bianchi e neri, subiscono le stesse condizioni, si appiattiscono proprio quelle differenze poste inizialmente alla base della riflessione sul soggetto <em>precario-differente</em>; e l’invito di unirsi rivolto ai precari rischia di riattualizzare la vecchia diatriba sulla priorità della rivoluzione di classe rispetto ai movimenti di liberazione. Ma le maggiori perplessità vengono dall’altra conclusione di Morini, l’incoraggiamento a rivalutare il<em> care</em>, ossia il prendersi cura degli altri, prerogativa culturalmente e storicamente assegnata al genere femminile, per farne la base di un nuovo modo di vivere comune, senza interrogarsi sul fatto che così si estenderebbero agli uomini (o piuttosto, a certi uomini, disoccupati, immigrati) i valori su cui si è costruita nei secoli la condizione di assoggettamento e sottomissione delle donne. Noi non saremmo così sicuri che il sacrificio di sé, l’oblatività, la domesticità, il curare anziani, malati e bambini, la mutua assistenza siano le migliori fondamenta per un cambiamento positivo.</p>
<ol start="3">
<li><em> Connessioni precarie</em></li>
</ol>
<p>Alle lotte contro il precariato sono dedicati diversi siti e progetti<a href="#_ftn25" name="_ftnref25">[25]</a>, ma di connessione tra differenze e precariato, con attenzione specifica ai fenomeni migratori e alle problematiche di genere, si parla soprattutto su <em>connessioniprecarie.org</em>, un sito fondato da precari e migranti, ricco di materiali a carattere politico, sociale e culturale, condivisibili o meno. La dichiarazione di intenti che figura in <em>home page</em> è particolarmente interessante; leggiamo: “∫connessioni precarie è un’area di uomini e donne, precari e non, migranti e italiani che hanno assunto come motivo centrale del proprio intervento la condizione globale e complessiva del lavoro contemporaneo. La nostra scommessa è quella di rompere l’isolamento dei lavoratori e delle lavoratrici a partire dalle differenze che li dividono. Si tratta di portare alla luce il legame globale tra le figure della precarietà”. Un “legame globale” personificato dai migranti, “il pezzo di globalizzazione soggettivamente presente in Italia e in Europa”<a href="#_ftn26" name="_ftnref26">[26]</a>, così definiti in un altro articolo, dedicato al <em>basic income</em>, la cui attribuzione, secondo gli autori, vedrebbe opposti lavoratori precari italiani e immigrati con difficoltà di regolarizzazione.</p>
<p>I fondatori e animatori di questo sito ritengono quindi che le diverse forme di precarietà e le diverse lotte non vadano pensate al di là delle specificità, ma proprio a partire da queste. Leggiamo, in un altro editoriale, che<strong> </strong>“il lavoro è sempre più frammentato, solcato da differenze e gerarchie che sono contrattuali, sessuali, razziali, di cittadinanza”<a href="#_ftn27" name="_ftnref27">[27]</a>. Le connessioni tra migrazione, precarietà e genere, sono ribadite anche nel testo-manifesto,<em> I diritti e qualcosa di più: Verso una Precarious’ Charter</em>, diviso in dieci “comandamenti”. Recita il quinto comandamento: “Precario ricorda che sei migrante. Il lavoro migrante è una forma paradigmatica di precarietà”, insistendo sulla ricattabilità del precario, sulla precarietà del permesso di soggiorno, e sul razzismo istituzionalizzato.</p>
<p>Recita il sesto comandamento:</p>
<p>&#8220;Precaria ricorda che sei donna […]. La femminilizzazione del lavoro non riconosce alcuna qualità specificamente femminile, ma è una modalità di messa al lavoro e di sfruttamento di tutti i precari e ancor più delle donne. Nel privato le donne pagano – spesso con il proprio salario – altre donne perché svolgano il lavoro domestico e di cura; nel pubblico, il welfare che ancora sopravvive fornisce contributi monetari perché si paghi – ancora privatamente – lavoro domestico e di cura. Le donne non sono solo un segmento del lavoro tra gli altri, ma occupano una posizione che permette di mostrare i modi specifici attraverso i quali la precarietà diventa la forma contemporanea di tutto il lavoro&#8221;<a href="#_ftn28" name="_ftnref28">[28]</a>.</p>
<p>Insomma, le due categorie che più subiscono il precariato e lo sfruttamento sono gli immigrati e le donne<a href="#_ftn29" name="_ftnref29">[29]</a>; gli uni perché ricattabili e oggetto di disprezzo a connotazione razziale, le altre perché storicamente confinate a lavori di cura. L’analisi qui sopra, vicina a quella di Morini, se ne distingue per due sfumature che teniamo a sottolineare e sviluppare: la prima è che la cosiddetta femminilizzazione del lavoro non rimanda a qualità specificamente femminili, col rischio di naturalizzarle, è una modalità di sfruttamento radicata in secolari rapporti di dominazione. La seconda è che riflettere sulla posizione delle donne (ovvero: la sedicente predisposizione femminile alla cura, al dono e al sacrificio, sfruttata dalla società patriarcale) permette di pensare la posizione attuale del precario, sfruttato dalla società neoliberale.</p>
<ol start="4">
<li><em> Connettere le disconnessioni </em></li>
</ol>
<p>Nel presentare in un primo capitoletto, attraverso un romanzo e un libro di interviste, la situazione delle donne somale in Italia e più in generale la situazione delle domestiche della globalizzazione tra emancipazione e precariato; in un secondo capitoletto, lo studio di Cristina Morini sulla femminilizzazione del lavoro e sull’influenza e la diffusione del <em>care</em>; e in un terzo, un sito web di lavoratori precari dall’emblematico nome <em>connessioni precarie</em>, in cui si afferma l’importanza delle differenze per affrontare la riflessione sulla precarietà, abbiamo operato anche noi un collegamento, forse temerario, di problematiche e materiali disparati, con l’intento di “attraversare” le differenze, farle dialogare. Così operando abbiamo voluto soprattutto mettere in rilievo non tanto l’evoluzione del mercato del lavoro e della precarizzazione nello specifico italiano, quanto lo stretto legame su scala mondiale tra migrazione, femminilizzazione, precariato, e quindi affermare la necessità – quando si vogliano pensare le trasformazioni in corso nel mondo globale attuale, e quindi in Italia – di non sottovalutare le interazioni tra fattori di differenti soggettività.</p>
<p>Per concludere, vorremmo citare ancora Morini, quando afferma che “il potere non disdegna di ‘femminilizzare’ anche gli uomini, se questo significa abbassarne le condizioni e ridurne i diritti. Li femminilizza anche nella richiesta di partecipazione e di oblatività”<a href="#_ftn30" name="_ftnref30">[30]</a>. Leggendo questa giusta osservazione, ci siamo chiesti: allora, hanno ragione gli uomini somali quando rifiutano di accettare la condizione di migranti e precari, rigettando lavori di cura o schiavizzanti (come la raccolta di pomodori), perché così esprimono il rifiuto di una condizione degradante, quella riservata alla donna e al servo, una condizione di doppia sottomissione? Il loro rifiuto della <em>femminilizzazione di sé</em>, in questo senso, è rifiuto della subalternità nella sua forma neocoloniale. Ma ci si può chiedere anche se non abbiano ragione le donne (somale, eritree, italiane, etc.) che, accettando la disponibilità e l&#8217;abnegazione insite nel <em>care</em>, accettano anche la transitorietà e il cambiamento, facendo propria una nuova condizione in cui vedono l’opportunità di autodeterminazione e autonomia.</p>
<p>Una prima risposta la possiamo dare insistendo sulla necessità di non semplificare la complessa articolazione dei rapporti di dominazione, in particolare l’interazione dei fattori di genere, etnia, classe, rinviando al dibattito, tuttora in corso in ambito femminista, sul concetto metodologico di <em>intersezionalità</em>, che permette di pensare la difficoltà dell’articolazione dei rapporti di discriminazione ed esclusione<a href="#_ftn31" name="_ftnref31">[31]</a>.</p>
<p>Una seconda risposta ci permette di tornare su una precedente considerazione. Quando si propone di rivalutare il <em>care</em> per farne la base della costruzione di un “fare comune”, o quando si parla di <em>degenerizzazione</em> del lavoro come superamento positivo della divisione sessuale del lavoro, si rischia di sottovalutare il radicamento della polarizzazione femminile/maschile, la determinazione di prerogative che culture secolari hanno assegnato a donne e uomini: perché di fatto il <em>femminile</em> resta fortemente ancorato alla negatività (degrado, subordinazione, passività) squalificando qualunque soggetto ne porti il segno, sia esso donna o uomo; mentre il <em>maschile</em> resta il polo positivo, che implica affermazione, forza, intelletto, dominio. Vogliamo dire, ricordando queste ovvietà, che il fattore di genere come quello di razza rinviano – oltre a divisioni di ruoli sociali – anche a categorie ideologiche (e non naturali), a interiorizzazioni di valori; e queste sono molto più insidiose, molto più profonde di quanto si pensi, e perciò molto più difficili da scardinare.</p>
<p>In altri termini, una riflessione sul precariato che ignori l’impatto delle differenze è inevitabilmente parziale, nel duplice senso di incompleta e di parte. Come ricorda Talpade Mohanty, “Proprio come le idee di ‘maternità’ e di ‘domesticità’ sono costrutti storici e ideologici piuttosto che ‘naturali, l’idea di un ‘lavoro tipico da donne del Terzo mondo’, in questo contesto particolare trova il proprio fondamento nelle gerarchie sociali strutturate da sesso/genere, dalla razza e dalla classe”; e ancora: “Le ideologie della clausura e della domesticità delle donne sono di chiara natura sessuale, essendo la derivazione diretta delle nozioni maschili e femminili di protezione e proprietà. Si tratta anche di ideologie eterosessuali, basate sulla definizione normativa delle donne in quanto mogli, sorelle e madri – mai slegate dalla relazione matrimoniale e dalla ‘famiglia’”<a href="#_ftn32" name="_ftnref32">[32]</a>.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Giovanna Campani, <em>Genere, etnia e classe. Migrazioni al femminile tra esclusione e identità</em>, ETS, Pisa 2005, p. 136.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Chandra Talpade Mohanti, <em>Femminismo senza frontiere. Teoria, differenze, conflitti</em>, trad. it. di G. Giuliani, ombre corte, Verona 2012, p. 102. Ai fini del presente studio, si rimanda soprattutto ai capitoli <em>Cartografie della lotta</em>, pp. 63-114, e <em>Lavoratrici e politica della solidarietà</em>, pp. 137-175.</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Menzioniamo almeno: Sara Ongaro, <em>Le donne e la globalizzazione. Domande di genere all’economia globale della ri-produzione</em>, Rubettino, Roma 2001; Beatrice Busi, <em>Il lavoro sessuale nell’economia della (ri)produzione globale</em>, in Teresa Bertilotti, Cristina Galasso, Alessandra Gissi, Francesca Lagorio (a cura di), <em>Altri femminismi. Corpi, culture, lavoro</em>, manifestolibri, Roma 2006, pp. 69-83; Alice Mattoni, <em>La questione femminile nelle lotte contro la precarietà in Italia</em>, in “Inchiesta”, luglio-settembre 2008, pp. 102-115; Laura Fantone (a cura di), <em>Genere e precarietà</em>, Scriptaweb, Napoli, 2011, scaricabile in formato PDF su <a href="https://www.academia.edu/7204504/Genere_e_Precarieta">https://www.academia.edu/7204504/Genere_e_Precarieta</a>. Benché non riguardi direttamente la situazione italiana, si veda anche Silvia Federici, <em>Il punto zero della rivoluzione. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista</em>, trad. it. di A. Curcio, ombre corte, Verona 2014.</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Cristina Ali Farah, <em>Madre piccola</em>, Frassinelli, Milano 2007, p. 264.</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Vedi anche il romanzo di Igiaba Scego, <em>Rhoda</em>, Sinnos, Roma 2004, in cui una delle tre protagoniste, Barni, “faceva la domestica a ore e si doveva scapicollare per diverse zone di Roma a lavare cessi rosa molto sudici” (p. 21).</p>
<p><a href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Nurrudin Farah,<em> Rifugiati. Voci della diaspora somala, </em>Meltemi, Roma 2003, trad. e intr. di A. Di Maio.</p>
<p><a href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> <em>Ivi</em>, p. 212 e p. 238.</p>
<p><a href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> <em>Ivi</em>, p. 105.</p>
<p><a href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> <em>Ivi</em>, pp. 108-109.</p>
<p><a href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Vedi per esempio Rhacel Salazar Parreñas, <em>Servants of Globalization Women. Migration, and Domestic Work</em>, Stanford University Press, Stanford 2001; Ruba Salih, <em>Mobilità transnazionali e cittadinanza. Per una geografia di genere dei confini</em>, in Silvia Salvatici (a cura di), <em>Confini: costruzioni, attraversamenti, rappresentazioni</em>, Rubbettino, Soveria Mannelli 2005, pp. 153-166; Silvia Cavallini, <em>Il lavoro domestico delle donne immigrate in Italia</em>, in Maria I. Macioti, Vitantonio Gioia, Katia Scannavini (a cura di), <em>Migrazioni al femminile. Protagoniste di inediti percorsi</em>, EUM, Macerata 2007, pp. 65-86.</p>
<p><a href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Tuttavia, anche in altri paesi, si assiste a fenomeni simili; si veda per esempio Maria Kontos, <em>Donne migranti in Germania e mercato globale del lavoro domestico</em>, in Giovanna Campani (a cura di), <em>Genere e globalizzazione</em>, ETS, Pisa 2010, pp.159-175.</p>
<p><a href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> I dati Istat aggiornati al primo gennaio 2013, confermano la tendenza: le straniere residenti sono 2.327.968, gli stranieri 2.059.753 (http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCIS_POPSTRRES1&amp;Lang=). Cfr. anche Antonio Ricci e Franco Pittau, <em>La presenza femminile nella immigrazione: famiglia, matrimoni e coppie miste</em>, in <em>Migrazioni al femminile</em>, cit., pp. 17-63; Asher Colombo e Giuseppe Sciortino, <em>Gli immigrati in Italia</em>, Il Mulino, Bologna 2004, p. 20.</p>
<p><a href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> Sui settori di attività delle donne immigrate, rinviamo a Campani, <em>Genere, etnia,</em> cit., pp. 112-146. Sul lavoro sessuale, rinviamo a Busi, <em>Il lavoro sessuale</em>, cit.</p>
<p><a href="#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a> Non è questa la sede per attardarsi sul punto, ma vorremmo attirare l’attenzione sul pericolo insito nell’idea di una di emancipazione “colpevole” delle donne occidentali, quale emerge, per esempio, dalla <em>Presentazione</em> di Renate Siebert al volume di Ongaro, <em>Le donne e la globalizzazione</em>, cit., pp. vi-vii.</p>
<p><a href="#_ftnref15" name="_ftn15">[15]</a> <em>Ivi</em>, p. 141. A cura della stessa Campani, meno incentrato sulla situazione italiana e sul mercato del lavoro, si veda anche <em>Genere e globalizzazione</em>, cit.</p>
<p><a href="#_ftnref16" name="_ftn16">[16]</a> Sabrina Marchetti, <em>Le ragazze di Asmara. Lavoro domestico e migrazione postcoloniale</em>, Ediesse, Roma 2011, p. 26.</p>
<p><a href="#_ftnref17" name="_ftn17">[17]</a> Gabriella Ghermandi, <em>Regina di fiori e di perle</em>, Donzelli, Roma 2007. La <em>Storia di Woizero Bekelech e del signor Antonio</em> è alle pp. 243-277.</p>
<p><a href="#_ftnref18" name="_ftn18">[18]</a> Ricordiamo anche il precedente: Cristina Morini, <em>La serva serve. Le nuove forzate del lavoro domestico</em>, DeriveApprodi, Roma 2001.</p>
<p><a href="#_ftnref19" name="_ftn19">[19]</a> Cristina Morini, <em>Per amore o per forza. Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo</em>, ombre corte, Verona 2010, p. 38.</p>
<p><a href="#_ftnref20" name="_ftn20">[20]</a> <em>Ivi</em>, p. 48.</p>
<p><a href="#_ftnref21" name="_ftn21">[21]</a> Sul punto, ma con prospettive diverse, si veda Ongaro, <em>Le donne e la globalizzazione</em>, cit., la quale analizza il “processo di femminilizzazione della produzione sia a livello concreto che metaforico” (p. 47) nei mutamenti globali in corso. E si veda anche Judith Revel, <em>Féminisation du travail et précarisation de l’existence: deux paradigmes superposés</em>, in Silvia Contarini e Luca Marsi (a cura di), <em>Précariat. Pour une critique de la société de la précarité</em>, Presses Universitaires de Paris Ouest, Nanterre 2014, pp. 125-136; Revel osserva anche che nel processo di femminilizzazione delle condizioni di lavoro (ossia di degrado) le donne, inizialmente preposte a questo genere di lavori, vengono sostituite da immigrati e precari. Si veda infine Gruppo Sconvegno, <em>Un’istantanea della precarietà: voci prospettive dialoghi. Focus group su Donne, Lavoro e Precarietà</em>, in Fantone (a cura di), <em>Genere e precarietà</em>, cit., pp. 117-133.</p>
<p><a href="#_ftnref22" name="_ftn22">[22]</a> <em>Ivi</em>, p. 70.</p>
<p><a href="#_ftnref23" name="_ftn23">[23]</a> <em>Ivi</em>, p. 124.</p>
<p><a href="#_ftnref24" name="_ftn24">[24]</a><em> Ivi</em>, pp. 20-21.</p>
<p><a href="#_ftnref25" name="_ftn25">[25]</a> Cfr., per esempio, <a href="http://www.precaria.org/">http://www.precaria.org/</a> e http://www.universitadelledonne.it/precas.htm.</p>
<p><a href="#_ftnref26" name="_ftn26">[26]</a> <em>Costellazione precaria: riflessioni minime sul reddito garantito</em>, 12 gennaio 2012, in <a href="http://www.connessioniprecarie.org/2012/01/12/costellazione-precaria-riflessioni-minime-sul-reddito-garantito/">http://www.connessioniprecarie.org/2012/01/12/costellazione-precaria-riflessioni-minime-sul-reddito-garantito/</a> (senza firma).</p>
<p><a href="#_ftnref27" name="_ftn27">[27]</a> <em>Dai precari alla precarietà: per dire addio a entrambi</em>, 22 settembre 2011, in <a href="http://www.connessioniprecarie.org/2011/09/22/dai-precari-alla-precarieta-per-dire-addio-a-entrambi/">http://www.connessioniprecarie.org/2011/09/22/dai-precari-alla-precarieta-per-dire-addio-a-entrambi/</a> (senza firma).</p>
<p><a href="#_ftnref28" name="_ftn28">[28]</a> <em>I diritti e qualcosa di più: verso una Precarious’ Charter</em>, 19 marzo 2012, in http://www.connessioniprecarie.org/2012/03/29/i-diritti-e-qualcosa-di-piu-verso-una-precarious-charter/.</p>
<p><a href="#_ftnref29" name="_ftn29">[29]</a> Sulla precarietà lavorativa e esistenziale delle donne, cfr. anche saggi e testimonianze raccolti da Clotilde Barbarulli e Liana Borghi (a cura di), <em>Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura</em>, CUEC, Cagliari 2006.</p>
<p><a href="#_ftnref30" name="_ftn30">[30]</a> Morini, <em>Per amore</em>, cit., p. 125</p>
<p><a href="#_ftnref31" name="_ftn31">[31]</a> Cfr. tra i vari studi, in lingua italiana, Sabrina Marchetti, <em>Intersezionalità</em>, in Caterina Botti (a cura di), <em>Le etiche della diversità culturale</em>, Le Lettere, Firenze 2013, pp. 133-148. Si veda anche Elsa Dorlin, <em>&#8220;Sexe” “race” et “classe”: comment penser la domination?</em>, in <em>Sexe, genre et sexualités</em>, PUF, Paris 2008, pp. 79-88.</p>
<p><a href="#_ftnref32" name="_ftn32">[32]</a> Talpade Mohanti, <em>Femminismo senza frontiere</em>, cit., p. 102, la prima citazione, p. 152 la seconda.</p>
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		<title>I nuovi realismi nella cultura italiana: convegno all&#8217;Università di Paris III</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Jun 2014 11:00:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Programma e motivazoni del convegno Les nouveaux réalismes dans la culture italienne à l’aube du troisième millénaire. Définitions et mises en perspective Colloque international avec la participation exceptionnelle de Walter SITI Jeudi 12 juin 2014 Université Sorbonne Nouvelle-Paris 3 Maison de la Recherche 4, rue des Irlandais, 75005 Paris Vendredi et samedi 13 et 14 [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Programma e motivazoni del convegno</em></p>
<p><strong>Les nouveaux réalismes dans la culture italienne </strong><br />
<strong>à l’aube du troisième millénaire. Définitions et mises en perspective</strong></p>
<p>Colloque international avec la participation exceptionnelle de Walter SITI</p>
<p>Jeudi <strong>12 juin</strong> 2014<br />
Université Sorbonne Nouvelle-Paris 3<br />
Maison de la Recherche<br />
4, rue des Irlandais, 75005 Paris</p>
<p>Vendredi et samedi <strong>13 et 14 juin</strong> 2014<br />
Maison d’Italie, Cité Internationale Universitaire de Paris<br />
7, Boulevard Jourdan, 75014 Paris</p>
<p><span id="more-48256"></span>*</p>
<p><strong>Jeudi 12 Juin</strong> &#8211; 14h00 – Maison de la Recherche</p>
<p>Ouverture du colloque : Carle Bonafous-Murat<br />
Vice-Président de la Commission de la Recherche de l’Université Sorbonne Nouvelle-Paris 3</p>
<p>Introduction du colloque :<br />
Maria Pia De Paulis-Dalembert, Ada Tosatti, Silvia Contarini</p>
<p>Modérateur : Maria Pia De Paulis-Dalembert<br />
(Université Sorbonne Nouvelle-Paris 3)</p>
<p><em>L’irréductibilité de la réalité à l’épreuve de la construction épistémologique : un dialogue possible ?</em></p>
<p>Maurizio FERRARIS – Université de Turin<br />
<em>L’imitation de l’antéchrist</em></p>
<p>Davide LUGLIO – Université Paris-Sorbonne<br />
<em>De quoi le « retour à la réalité » est-il le nom ? Le paradoxe d’un retour sans départ</em></p>
<p>Donata MENEGHELLI – Université de Bologne<br />
<em>Nuovo realismo, realtà e fine del postmoderno : relazioni pericolose</em></p>
<p>Pause</p>
<p>Andrea INGLESE – Poète et essayiste<br />
<em>Poesia e realtà all’inizio del nuovo secolo : definizione di un possibile rapporto</em></p>
<p>Nicolas BONNET – Université de Bourgogne<br />
<em>Le réalisme minimal d’Umberto Eco</em></p>
<p>Claudio MILANESI – Université Aix-Marseille<br />
<em>Memoria e ritorno della realtà: Enrico Deaglio e i numeri speciali del settimanale Diario (2001-2008)</em></p>
<p>Débat</p>
<p>*</p>
<p><strong>vendredi 13 juin</strong> &#8211; 9h00 – Maison de l’Italie<br />
Modérateur : Jean-Charles Vegliante<br />
(Université Sorbonne Nouvelle-Paris 3)</p>
<p><em>Les écritures de la réalité : déconstruction, formes hybrides et nouveaux langages</em></p>
<p>Sarah AMRANI – Université Sorbonne Nouvelle-Paris 3<br />
<em>1994 : année zéro pour les lettres italiennes ?</em></p>
<p>Gianluigi SIMONETTI – Université de L’Aquila<br />
<em>Gli effetti di realtà. Un bilancio della narrativa italiana di questi anni</em></p>
<p>Ada TOSATTI – Université Sorbonne Nouvelle-Paris 3<br />
<em>Declinazioni del realismo nei poeti degli anni Zero</em></p>
<p>Pause</p>
<p>Manuela SPINELLI – Université Paris Ouest Nanterre La Défense<br />
<em>Un linguaggio mai innocente. L’esplorazione del reale di Giorgio Vasta</em></p>
<p>Giovanni SOLINAS – Université Sorbonne Nouvelle-Paris 3<br />
<em>Mondi immaginari e realtà pura in Antonio Moresco, Laura Pugno e Gabriele Frasca</em></p>
<p>Débat</p>
<p>*</p>
<p>vendredi 13 juin &#8211; 14h00 – Maison de l’Italie<br />
Modérateur : Roberto Giacone<br />
(Université Sorbonne Nouvelle-Paris 3)</p>
<p><em>Histoire, économie, faits divers : du vécu à ses reconstitutions imaginaires</em></p>
<p>Fabien LANDRON – Université Sorbonne Nouvelle-Paris 3, Université de Corse<br />
<em>Le récit filmique comme substitut à la réalité : Diaz (Daniele Vicari, 2012) ou le paradoxe de « l’Histoire vraie »</em></p>
<p>Giuliana PIAS – Université Paris Ouest Nanterre La Défense<br />
<em>La letteratura sarda all’alba del nuovo millennio : un ritorno obliquo alla realtà</em></p>
<p>Claudia ZUDINI – Université Rennes II<br />
<em>Nuovo realismo industriale</em></p>
<p>Pause</p>
<p>Oreste SACCHELLI – Université de Lorraine<br />
<em>Réalisme et choc de la réalité. La mia classe, film de Daniele Gaglianone, 2013</em></p>
<p>Monica JANSEN – Université d’Utrecht<br />
<em>Non saremo « sospesi » per sempre : a proposito del realismo visionario di Marco Moncassola</em></p>
<p>Giacomo RACCIS – Université Paris Ouest Nanterre La Défense<br />
<em>Siti, Vasta, Sortino : l’écriture réaliste aux années Zéro</em></p>
<p>Débat</p>
<p>*</p>
<p><strong>samedi 14 juin</strong> &#8211; 9h00 – Maison de l’Italie<br />
Modérateur : Silvia Contarini<br />
(Université Paris Ouest Nanterre La Défense)<br />
<em>Le « je » en scène : entre résistance à la déréalisation, affirmation de l’expérience et invention de soi</em></p>
<p>Raffaele DONNARUMMA – Université de Pise<br />
Egofonie. Estensione e limiti del realismo ipermoderno</p>
<p>Manuel BILLI – Université Sorbonne Nouvelle-Paris 3<br />
<em>Hybridation, redéfinition, réaction : les « nouveaux réalismes » cinématographiques italiens (2000-2010)</em></p>
<p>Lorenzo MARCHESE – Université de Pise<br />
<em>Il realismo paradossale dell’autofiction</em></p>
<p>Pause</p>
<p>Ugo FRACASSA – Université Roma Tre<br />
<em>Modelli italofoni per i nuovi realismi italiani</em></p>
<p>Hanna SERKOWSKA – Université de Varsovie<br />
<em>Contro la « scomparsa delle rughe » – la rappresentazione letteraria della vecchiaia come esempio del nuovo realismo ?</em></p>
<p>Débat</p>
<p>samedi 14 juin &#8211; 14h00 – Maison de l’Italie<br />
Modérateur : Ada Tosatti<br />
(Université Sorbonne Nouvelle-Paris 3)</p>
<p><em>Dire le mal de vivre : l’écriture de l’extrême par l’obscène et le grotesque</em></p>
<p>Laurent LOMBARD– Université d’Avignon<br />
<em>Du « réalisme déprimé » dans la littérature italienne hyper-contemporaine : du trauma social au mythe</em></p>
<p>Giorgia BONGIORNO – Université de Lorraine<br />
<em>Comment photographier en vers une génération : l’exemple de Francesco Targhetta</em></p>
<p>Francesca BERNARDINI NAPOLETANO – Université Rome &#8211; La Sapienza<br />
<em>Realismo, iperrealismo e deformazione grottesca della realtà nel romanzo noir: il caso di Niccolò Ammaniti</em></p>
<p>Pause</p>
<p>Table ronde conclusive, avec Walter Siti et tous les participants au colloque</p>
<p>Clôture du colloque</p>
<p>*</p>
<p>En 1989, avec l’écroulement du socialisme réel et la première guerre du Golfe, un nouvel ordre mondial semblait annoncer la fin de l’Histoire. Pourtant, des années 1990 à aujourd’hui, en Italie notamment, sous le choc du phénomène Mains propres, la réalité historique (fin de la Première République, corruption politique, massacres mafieux), sociale (criminalité organisée) et anthropologique (modification des modes de vie, précarisation et globalisation) est revenue en force dans les questionnements de la culture : littérature, cinéma, poésie, théâtre, bande dessinée. Finis les pastiches, l’auto-référentialité et l’ironie distanciée du postmodernisme sur lequel la littérature s’était repliée la décennie précédente.<br />
Le « retour à la réalité » constitue un concept clé tant dans la création littéraire que dans les travaux des critiques et des philosophes : loin du Néo-réalisme d’après-guerre, les « nouveaux réalismes » soulèvent des questionnements nouveaux, qui relèvent à la fois de l’historique, du politique et de la poétique.<br />
Ce colloque international voudrait problématiser et mettre en perspective, tout d’abord, la notion du (des) réalisme(s) (non)-mimétiques dans un contexte italien globalisé : ici et maintenant, réalismes et contemporanéité vont de pair. Ensuite la question des genres, narratif, poétique ou mixte, aptes à dire les rapports de force sociaux collectifs. Si, après le succès du genre policier et noir, la littérature semble parcourue par un « champ de force épique », l’autobiographie et l’autofiction remettent au cœur de la narration un ‘je’ antihéroïque et dépaysé, qui donne crédibilité et cohérence à l’émiettement du réel. Les rhétoriques hybridées constituent aussi un espace d’étude intéressant pour l’exploration critique, étant donné que la séparation des genres a évolué vers une hybridation perçue comme mode contemporain pour dire la complexité de la réalité. La vraisemblance s’articule alors à l’invention parfois visionnaire, la fiction déborde sur la non-fiction, le témoignage/reportage à valence mémorielle coexiste avec l’inventivité fictionnelle dans la tentative de rendre compte de la porosité entre vrai, vraisemblable, feint et faux, réalité et téléréalité, l’essai documentaire présente une mise en forme qui conjure l’instantané du présent par le temps long du récit. Les réalismes arrivent-ils alors à dire la post-réalité (hyper-réalité) façonnée par les médias ? Par quelles modalités et quels moyens ? La littérature et les arts de la réalité peuvent-ils produire un sens et agir sur le réel? Quel public supposent-ils et quel pacte veulent-ils instaurer avec lui ?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Comité scientifique : Jean Bessière (Université Sorbonne Nouvelle-Paris 3), Silvia Contarini (Université Paris Ouest Nanterre La Défense), Alberto Casadei (Università degli Studi di Pisa), Roberto Giacone (Université Sorbonne Nouvelle-Paris 3), Monica Jansen (Université d’Utrecht), Christophe Mileschi (Université Paris Ouest Nanterre La Défense), Stefania Ricciardi (Research Fellow Katholieke Universiteit Leuven), Luca Somigli (Université de Toronto), Jean-Charles Vegliante (Université Sorbonne Nouvelle-Paris 3)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Qualche lucciola nel buio pesto di Giorgio Vasta?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 May 2014 06:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Vasta]]></category>
		<category><![CDATA[luca salza]]></category>
		<category><![CDATA[lucciole]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Paolo Pasolini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Luca Salza Ad aprile, abbiamo accolto Giorgio Vasta all’Università di Lille, nel seminario «La democrazia in Italia» che organizzo con Mélanie Traversier. Questo mio testo prende spunto dalle discussioni svolte in quell&#8217;ambito, con lo stesso Vasta, Pierandrea Amato, Gabriele Della Morte, Fanny Eouzan, Stefano Savona, Mélanie Traversier e gli studenti presenti al seminario Italia, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luca Salza<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/166427.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-48124" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/166427-300x200.jpg" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/166427-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/166427-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/166427-900x600.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/166427.jpg 1000w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></strong></p>
<p><em>Ad aprile, abbiamo accolto Giorgio Vasta all’Università di Lille, nel seminario «La democrazia in Italia» che organizzo con Mélanie Traversier. Questo mio testo prende spunto dalle discussioni svolte in quell&#8217;ambito, con lo stesso Vasta, Pierandrea Amato, Gabriele Della Morte, Fanny Eouzan, Stefano Savona, Mélanie Traversier e gli studenti presenti al seminario<br />
</em></p>
<p>Italia, anni ’70. Scomparsa delle lucciole, assassinio di Aldo Moro. E cosa fanno i bambini in questo mondo diventato terribilmente scuro, o meglio, talmente accecante di luci (quelle delle televisione, quelle degli stadi dei grandi eventi, il Mondiale di calcio argentino del ’78, quelle delle vetrine dei centri commerciali) da annebbiare la vista? I bambini, quelli che <i>all’epoca</i> erano bambini, e cioè noi <i>oggi</i>, quarantenni un po’ persi in questa intricata e drammatica situazione, che chiamano «crisi». <i>Il tempo materiale </i>di Giorgio Vasta (minimum fax, 2008) parte, forse, dal tentativo di rispondere a questa domanda. Parte cioè dall’articolo di Pasolini che denunciava la scomparsa delle lucciole («Il Corriere della Sera», 1° febbraio 1975) ossia l’affermazione di un nuovo fascismo, un fascismo più pericoloso di quello storico perché, a differenza di questo, è riuscito ad omologare le coscienze, a distruggere lingue, culture, popoli. L’energia della Montedison, dell’ENI ha generato una nuova epoca, nella quale l’inquinamento apparentemente solo luminoso ha in realtà fatto scomparire non solo le lucciole, ma l’umano stesso. Georges Didi-Huberman è recentemente ritornato su questo articolo e ne ha messo in luce le implicazioni storiche e filosofiche per il nostro presente: la scomparsa delle lucciole coinciderebbe con la fine della possibilità della trasformazione dell’esistente (<i>Come le lucciole, </i>Bollati Boringhieri, 2010). L’articolo delle lucciole di Pasolini aveva però all’origine un titolo diverso («Il vuoto del potere») che significava una presa d’atto di un cambiamento di paradigma nel «Palazzo». Si era sgretolato il vecchio sistema di potere clerico-fascista che dominava l’Italia da sempre, contemporaneamente si iniziava a sfilacciare anche quel blocco di contro-potere che vi si opponeva dialetticamente, unificato da un generico spirito anti-fascista (che poteva essere liberale, cattolico, comunista e socialista). Contro quanti paventavano un ritorno del vecchio fascismo, Pasolini invece scorgeva già l’emergere di nuove forme di potere, più segrete perché più liquide e diffuse, più ampie perché già transnazionali, meno violente forse, ma molto più pervasive. E allora il «Palazzo» iniziava a essere sgomberato, si svuotava delle vecchie, solite figure&#8230; Il vecchio antifascismo che, pur aveva scritto pagine gloriose, negli anni 70, e a noi a fortiori oggi, è incapace di leggere questo «vuoto», questo potere spettrale; incapace e quindi bloccato e superato dagli eventi. Infatti, dopo l’«orda d’ora» stentano a manifestarsi su scala ampia nuove forme di controcondotta, di resistenza. A fare le spese di questo cambiamento epocale sono gli stessi uomini del potere. Qualche anno dopo l’articolo di Pasolini, Aldo Moro sarà ucciso.</p>
<p>Aldo Moro: la lingua di Aldo Moro era, secondo Pasolini, un nuovo linguaggio per la nuova epoca. Moro era un gerarca, come gli altri capi democristiani, che tuttavia «per una enigmatica correlazione» era «il meno implicato di tutti nelle cose orribili che sono state organizzate dal 69 ad oggi». Ed anche quello più all’altezza, proprio dal punto di vista linguistico, a segnare il passaggio alla nuova fase storica, quella della scomparsa delle lucciole, cioè l’avvento di un nuovo tipo di fascismo. Quando Sciascia riapre l’affaire Moro qualche mese solo dopo i fatti di via Fani, parte da Pasolini, da quell’amico vicino eppure distante alle prese con le lucciole, con il Palazzo (<i>L’affaire Moro</i>, Sellerio, 1978). Sciascia, nelle folgoranti pagine iniziali del suo libro, cammina, dopo Pasolini, con Pasolini, alla ricerca delle lucciole per scoprire, poi, che quell’enigmatica correlazione era, in realtà, una contraddizione (una contraddizione fra Moro e gli altri capi DC), ed è per questo che la correlazione non sarà più enigmatica, ma diventa per Sciascia «tragica». Moro è ucciso perché, pur essendo un gerarca, è diverso dagli altri, solo solo è infatti restato in quel Palazzo, mentre altri hanno già traslocato in quelle segrete stanze del potere più nuove, più vaste e più sicure. Il libro su Moro di Sciascia, come osserva Belpoliti (<i>Settanta</i>, Einaudi, 2010 nuova edizione), non è un’inchiesta. A Sciascia non interessa sapere perché e come Moro sia stato ucciso. Egli interroga piuttosto la sua tragedia, la tragedia di un uomo di potere restato solo. Solo nella sua prigione, solo con le sue parole. Le parole. L’interrogazione di Sciascia porta sulle parole di Moro, le lettere che egli scrisse ai suoi compagni di partito, ai suoi familiari, gli scambi con i brigatisti. Al punto che la tragedia di Moro diventa un fatto letterario, «compiuta opera letteraria», si ha «l’impressione che l’affaire Moro sia già stato scritto, che viva in una sfera di intoccabile perfezione letteraria». Chi lo ha scritto già l’affaire Moro? Pasolini appunto, ma anche lo stesso Sciascia, Scrittori, le cui sintesi hanno anticipato, profetizzato il reale, se non lo hanno proprio istigato. L’idea, certo provocatoria, al fondo di un tale ragionamento è che una certa letteratura, non realistica, ma nemmeno post-moderna, produca la verità. Non a caso Pasolini proprio in quegli anni torna al «romanzo» (al «progetto di romanzo», cioè a <i>Petrolio</i>) perché sente l’impossibilità di «dire» altrimenti quello che «sa».</p>
<p>Il romanzo di Vasta non rivendica, non vuole rivendicare quella «passione del reale» che leggiamo in Pasolini o Sciascia. Scegliendo come protagonisti dei bambini, Vasta scivola verso un’altra dimensione, non solamente storica, e pur sempre buia, dopo la scomparsa delle lucciole. Ma conserva quella idea. Conserva cioè l’idea della potenza delle parole sul reale. Questa potenza è talmente alta che affascina, corrompe dei ragazzini i quali creano una cellula terroristica e sul modello delle azioni della colonna romana delle BR sequestrano e uccidono, in quegli stessi mesi del 1978, un compagno di classe, Morana, anch’egli il meno implicato di tutti. Nimbo, il protagonista, è mitopoietico, fabbricatore di parole. La comunità che crea con altri due ragazzetti si fonda sul loro amore per le parole. Questi tre bambini parlano come adulti, sono diversi dai loro coetanei. Sono soli. Esuli in patria, perché nessuno parla come loro. Anzi no.</p>
<blockquote><p>«Siamo colpevoli di linguaggio, esclama Bocca.</p>
<p>Si, fa Scarmiglia. Il linguaggio è la nostra colpa.</p>
<p>Nessuno parla come noi, dice Bocca orgoglioso. Oggi, adesso, specifica.</p>
<p>Non è vero, dice Scarmiglia. Qualcuno c’è. (…)</p>
<p>Le Brigate Rosse, dice Scarmiglia. Loro parlano – o meglio scrivono – come noi. I loro comunicati sono complessi, le frasi lunghe e potenti. Sono gli unici in Italia a scrivere così» (p. 56-57).</p></blockquote>
<p>Perché il linguaggio rende colpevoli? Perché foucaultianamente è un «dispositivo». Esso dis-pone, cioè configura le empiricità. In tal senso esso è potere, perché assoggetta quegli individui empirici a un codice, a un ordine (del discorso). Potremmo dire che il comunicato delle Br costituisca l’ultimo esempio del tentativo novecentesco di imbrigliare il mondo nelle parole, di dare un ordine al caos del mondo, di fabbricare il mondo. Tale pretesa intende dis-porre le individualità, le incanta e le incatena. Esse separano e ordinano il mondo. Le vittime/carnefici sono qui dei bambini. La forza del linguaggio delle Br è, infatti, nella sua semplicità «Perché l’obiettivo di queste frasi è distinguere. Come quando si divide in due la lavagna con il gesso per segnare i buoni e i cattivi » (p. 71).</p>
<p>Le frasi delle Br sono ancora belle, dice il piccolo narratore. Eppure egli già sente che, nel loro costringere il mondo in una frase, c’è già la morte. Sarebbe tuttavia errato attribuire questa violenza solo ai comunicati delle Br. Il romanzo di Vasta ci mostra che, dopo la scomparsa delle lucciole, cioè a partire dagli anni 70, è lo spettacolo &#8211; la televisione, il juke-box delle canzoni popolari, il cinema popolare (Bud Spencer e Terence Hill, Fracchia), la pubblicità &#8211; a mettere in atto dei processi di soggettivazione, cioè a configurarsi come dispositivo avente la capacità di modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi. I bambini si appropriano o meglio riformulano il linguaggio rivoluzionario delle Br inventando un nuovo alfabeto, l’alfamuto, ancora più semplice delle frasi brigatiste e soprattutto sorprendentemente ispirato ai valori più banali e conosciuti della nascente cultura di massa (i bambini creano un linguaggio muto che si basa sui gesti di personaggi celebri come Raffaella Carrà, Mike Bongiorno, o di scene della pubblicità).</p>
<p>La spettacolarizzazione della società italiana è la linea, il filo fra <i>Il tempo materiale</i> e <i>Spaesamento </i>(Laterza, 2010). Qui lo scrittore racconta il suo ritorno rapido, tre giorni, nella sua città natale, Palermo. Innanzitutto egli continua il suo straordinario lavoro linguistico. Lo «stile di scrittura» di Vasta è in questo lavoro di scandaglio profondo del reale. La sua scrittura è in realtà una archeologia o, meglio, una entomologia. Tutto il reale è messo sotto il microscopio, nelle sue pagine passiamo dall’umano ai più diversi insetti e viceversa (instaurando veri e propri dialoghi, fra il delirante e un fiabesco che fa pensare a Collodi, fra uomini e animali). Penetriamo fin dentro gli strati geologici più antichi della Terra, dalle lucertole e le lumache ai dinosauri. In <i>Spaesamento</i>, appunto, Vasta dà un nome a questo suo lavoro. Egli parla di carotaggio. Tale tecnica consiste in prelievi di campioni di roccia che poi saranno analizzati per diversi usi (per scoprire risorse energetiche o per ricerche archeologiche, ad esempio). Questi campioni sono chiamati <i>carote</i>. In <i>Spaesamento</i>, il campione, la carota, per comprendere quello che accade in Italia è Palermo. Vasta sceglie cioè ancora una volta una dimensione periferica, financo insulare, per parlare della nostra storia. Il protagonista-narratore inizia a errare a Palermo, nell’afa estiva. Mare, spiagge affollate, negozi chiusi: tappe che gli servono per prelevare campioni di realtà al fine di «farmi un’idea di dove sono, a descrivere la forma di questo spaesamento». Egli si sente estraniato, alienato nella sua stessa città, il che gli procura non poche difficoltà nel muoversi e nell’agire. Ma, in realtà, è anche il campione stesso, la carota Palermo, cioè Italia, che è estremamente fragile.</p>
<p>Alla fine questo carotaggio gli rivela che l’Italia non esiste più in quanto materia: «il mio carotaggio non è altro che l’attraversamento di un fantasma proteiforme, di una materia immateriale che pervade ogni interstizio dell’esistente italiano» (p. 56). Berlusconi, il totem. Altri bambini sulla spiaggia affollata di Mondello attraversata dal narratore stanno costruendo un’enorme statua di sabbia con le lettere della parola Berlusconi. Ancora lettere, parole per dire il reale. Ma ora tutto è sabbia. Perché nella civiltà dei consumi, nata dopo la scomparsa delle lucciole negli anni 70, si è <i>star</i> per un giorno o due, o anche per vent’anni, ma poi non resta niente. Berlusconi, la nostra ossessione ventennale, è un fantasma, qualche lettera di sabbia, forse l’ultima, provvisoria, sintesi di uno spettacolo, che continuerà domani con altre immagini, altri nomi.</p>
<p>Quello che è certo è che Vasta non risparmia nessuno. In questo suo lavoro linguistico, in questa sua critica del linguaggio come dispositivo, aspettavamo di attaccarci ad una via di salvezza, assolutamente linguistica. Se il linguaggio è sempre un esercizio di potere, forse un altro modo di parlare (naturale, popolare, spontaneo) avrebbe potuto rappresentare una fuoriuscita dallo spettacolo. Il dialetto, i dialetti come forza dirompente del codice, e invenzione del nuovo, costituiscono una costante della letteratura italiana. E invece in Vasta chi parla in dialetto è deforme: c’è questa amara constatazione nei due romanzi. Sia nel<i> Tempo materiale</i> che in <i>Spaesamento</i>, le «famiglie dialettali» vengono dipinte senza nessuna pietà. Il dialetto non è più risorsa, strategia per uscire dalle logiche del potere, è solo un suono sgradevole, un colpo per gli altri (uno sputo in faccia). Niente di più antipasoliano si direbbe. Eppure, queste pagine, in un ipotetico tribunale, potrebbero costituire una eccellente testimonianza a favore dell’articolo delle lucciole di Pasolini. Sì, è vero, quel poeta aveva ragione. La scomparsa delle lucciole ha significato la morte delle lingue, delle culture, dei popoli in Italia. Ha prodotto la «mutazione antropologica» degli italiani. Questa mutazione ha imborghesito, cioè livellato i caratteri, anche somatici, dell’italiano medio, il suo modo di essere, la sua cultura, ma ha ridotto in modo ancora peggiore la plebe, quella che parlava il dialetto, e che oggi ha perso financo la capacità di articolare suoni.</p>
<p>Insomma, Vasta recepisce radicalmente il discorso di Pasolini sulle lucciole. Oggi, nella società dello spettacolo, nel luccichio costante di tubi catodici, sulle linee fosforescenti di internet, sotto i riflettori dei grandi eventi (concerti, partite di calcio, ecc.), sotto i led delle gallerie commerciali che invadono ormai anche quel bellissimo grigio delle stazioni ferroviarie, la cultura – l’unica possibile, quella popolare – è morta. L’intelligenza stessa che, pure naturalmente sgorga ancora in Italia, non rappresenta più niente: «Questa intelligenza fa parte della resa» (p. 107). Le lucciole non ci sono più. Sono morte cioè le differenze. Morte delle differenze vuol dire morte della possibilità stessa di resistere. Si possono forse capire delle cose, ma è morta la possibilità di mutarle. L’undicesima tesi feuerbachiana di Marx sconfessata definitivamente. TINA: there is not alternative. Tutto è nero. Notte profonda, sull’Italia, sull’Europa, sul mondo.</p>
<p>Ora, Giorgio Vasta, nella sua ricognizione disperata del presente, trova ancora qualche fioca luce di speranza. Tutti siamo coinvolti e colpevoli, dicono le diverse voci narranti dei romanzi di Vasta. Tutti lo siamo perché tutti siamo presi in meccanismi di potere, a partire dal primo grande «dispositivo», il linguaggio. Allora forse occorrerebbe stare un po’ zitti. Nel <i>Tempo materiale </i>gli unici personaggi che conservano qualche forma di umanità, sono Cotone, il fratellino del protagonista, e la bambina creola (e, in parte, la stessa vittima, Morana). Non dicono una sola parola o solo qualche sillaba. La bambina creola è anche veramente muta. Sono, come scrive Vasta, «organismi non verbali». È proprio nel silenzio della bambina che Nimbo capirà il male fatto, il male delle e attraverso le parole:</p>
<blockquote><p>Cosa ne è stato del tempo profondo che avevo immaginato, il tempo morbido, liquido, il tempo materiale che mi avrebbe dissetato? Perché al suo posto ci sono le parole, migliaia di frasi, questa ordinata strage di insetti? Perché balena ancora il linguaggio quando vorrei solo entrare nel silenzio, nel tuo silenzio, e piangere, smettere di sentirne solo il bisogno e piangere? (p 270).</p></blockquote>
<p>La questione dell’ultimo capitolo del <i>Tempo materiale</i>, il capitolo del pentimento e cioè dello svelamento amoroso (il bambino si pente perché ama) diventa allora proprio questa: «come si entra nel silenzio?», cioè «come si evita la volontà di potenza delle parole?» oppure «come si preserva la capacità infinita delle parole senza ingabbiarle?». La bambina è muta, ma è anche «creola» e quindi essa apre verso il mondo del silenzio, ma pure ad un mondo di creazione continua della lingua, come notava giustamente durante il dibattito di Lille, il filosofo Amato. La bambina, di fronte a un linguaggio unico, violento, totale, dice il suo silenzio, tacendo. Lei, creola, la voce del molteplice, evita di prendere la parola in un mondo in cui la parola è stentorea e mortale. Si sottrae ai meccanismi del potere, destituendoli. Lei parla perché è muta.</p>
<p>La prospettiva delineata da Vasta è quella di una diminuzione dell’arroganza dell’umano, di una sua metamorfosi nel grande ciclo della natura infinita. Una conclusione che fa pensare ad un altro siciliano, Pirandello, ma più generalmente alla grande tradizione materialistica «italiana», da Lucrezio, a Bruno e Leopardi. Autori legati dall’idea che l’uomo sia una «minuzzaria», un «pulviscolo di atomi» nell’universo infinito. Quando avrà capito questo Nimbo si unirà, non oggi né domani, ma in un tempo stellare, in un amore cosmico davvero lucreziano, con la sua bella e si potrà pentire e finalmente piangere.</p>
<p>Non è una conclusione disperante. Il romanzo sulla storia degli anni 70, il romanzo di formazione, la favola dei bambini terroristi è in realtà innanzitutto un romanzo d’amore. Allora qualche flebilissima luce appare anche nel mondo di Vasta:</p>
<blockquote><p>A un metro da me, sul pavimento, in un alone chiaro rarefatto c’è qualcosa che brilla. Strofinando sulle mattonelle mi allungo e raccolgo quella microscopica luce tra le mani. Attraverso la fosforescenza riconosco il corpo leggermente rannicchiato, le braccia già schiuse a benedire, un piccolo nimbo di plastica incollato dietro la testa (p. 274).</p></blockquote>
<p>Se Pasolini considerava morte le lucciole in Italia, spente tutte le luci di una possibile nuova resistenza, Vasta, nonostante il dolore del mondo e il buio che ci circonda, lascia baluginare ancora qualche lontana, sommessa fosforescenza.</p>
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