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	<title>Simone Cattaneo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Pubblico e poeti: una svolta civile?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Feb 2011 13:45:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[carlo bordini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Matteo Fantuzzi, Lorenzo Mari, Francesco Terzago, Guido Mattia Gallerani Nel saggio collettivo, Matteo Fantuzzi s’interroga sul rapporto tra l’ascolto del pubblico e il lavoro dei poeti, portando ad esempio l’attualità della corrente di “Nuova poesia civile” nel nostro panorama. A prova delle capacità d’apertura verso il pubblico di questo modo poetico, Fantuzzi indica Fabio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Matteo Fantuzzi, Lorenzo Mari, Francesco Terzago, Guido Mattia Gallerani</strong></p>
<p><em>Nel saggio collettivo, Matteo Fantuzzi s’interroga sul rapporto tra l’ascolto del pubblico e il lavoro dei poeti, portando ad esempio l’attualità della corrente di “Nuova poesia civile” nel nostro panorama. A prova delle capacità d’apertura verso il pubblico di questo modo poetico, Fantuzzi indica Fabio Franzin come autore rappresentativo, in quanto in grado di creare una poesia che parli “non a pochi”. Lorenzo Mari riflette invece sulla necessità d’intraprendere un’adeguata ricerca stilistica per questo filone, che non si deve ridurre a un solo fenomeno tematico di aderenza ai temi sociali della nostra epoca. Alborghetti, Cattaneo, Cangiano saranno per Mari possibili luoghi d’incontro di una messa a punto di una poesia che si serve della lingua d’uso, mentre Carlo Bordini apparirà un buon modello di apertura intellettuale e dell’assunzione del ruolo del poeta ai giorni nostri. A questo punto, Francesco Terzago scende ad approfondire il problema di comunicazione fra pubblico e poeti, il quale forse proprio la “Nuova poesia civile” potrebbe contribuire a migliorare, gettando i germi di un’epica italiana anche poetica, nell’interesse di guadagnare un pubblico più vasto. La riflessione sulla “poesia dell’oralità” e sulla poetica di Luigi Nacci permettono a Terzago di concretizzare il suo discorso con indicazioni retoriche. Infine, Guido Mattia Gallerani riflette sulle peculiarità che la “Nuova poesia civile” può assumere nel nostro paese e nelle sue deviate dinamiche sociali. In tal senso, solo una sorta di “rivolta morale” può consentire la creazione di quelle premesse di divulgazione che avvicinino il pubblico, e non lo respingano. </em></p>
<p><span id="more-37985"></span><br />
<strong> Prove di responsabilità e lavoro.</strong></p>
<p>Non nascondiamoci dietro un dito: se la poesia mediamente non viene letta, se non sposta le coscienze, se perde il proprio ruolo fondamentale nei confronti delle persone di essere strumento di crescita, confronto e dialogo la colpa non è della società. La colpa è dell&#8217;offerta.<br />
Un&#8217;offerta che in Italia a partire dagli anni Settanta ha deciso in maniera programmatica di diventare materia solo di pochi addetti ai lavori, di una casta di privilegiati pronti a bearsi di sovrastrutture sempre meno funzionali al testo: enormi cattedrali senza fondamenta e soprattutto senza significato, che hanno reso incomprensibile la poesia e hanno soprattutto allontanato i più anche attraverso quel meccanismo di rifiuto che alimentato dal business delle case editrici “da sottoscala” (impresa sempre florida nel nostro amato Paese) ha permesso una sovrapubblicazione di qualsiasi pensiero in libertà rendendo se possibile ancora più complicato il panorama complessivo odierno per lo meno dal punto di vista della percezione dell&#8217;eventuale pubblico.<br />
Rintanarsi nei classici alibi di questi anni “la poesia è un discorso per pochi&#8230;”, “bisogna che i poeti comprino i libri di poesia&#8230;” diventa infine qualcosa di fortemente banale e giustificativo nei confronti dell&#8217;attuale panorama, come se inevitabile fosse la crisi dell&#8217;intero sistema poetico italiano, come se gli eventi dovessero magicamente accadere e miracolosamente un giorno possano scomparire. Ma senza un impegno serio da parte di tutti e in particolare delle nuove generazioni (e di quella che in questo momento inizia ad emergere) non sarà possibile uscire dal baratro, e questo potrà accadere soltanto se contemporaneamente sarà possibile proporre opere e progetti in grado di andare là dove la poesia si è dimenticata di andare, tra la gente appunto, troppo impegnata a farsi bella nelle accademie.</p>
<p><strong>Un esempio fuori dalla generazione: Fabio Franzin.</strong></p>
<p>La fabbrica, il luogo centrale oggi del lavoro, da sempre terreno di sofferenza e di fatica, di consumo del corpo e di aberrazione delle condizioni. Oggi forse in un momento di profonda crisi ancora di più tutto questo vale, in una dimensione dove il precariato e la crisi internazionali, i flussi migratori e i nuovi lavoratori stranieri se possibile estremizzano tutto. E in mezzo da tramite deve essere posta la poesia: Fabio Franzin, poeta dialettale trevigiano, di una lingua parlata soltanto nell&#8217;Opitergino – Mottense, già egli stesso operaio nei mobilifici della zona si è imposto negli ultimi anni per la forza, il vigore, ma anche la delicatezza e la pietà che esce dalle sue pagine attraverso una lingua splendida ma nel contempo funzionale, leggera e cruda assieme. Franzin ci parla di questioni che conosciamo bene, e se per nostra fortuna non ne fossimo a conoscenza ce le sbatte giustamente in faccia, ambientando il libro all&#8217;interno di una fabbrica così vicina a un lager, così delicata nei propri equilibri, nella quale davvero riemerge rivista nelle pulsioni del contemporaneo tutta la generazione che Primo Levi ci aveva già fatto vedere nei propri scritti.<br />
Gli ebrei umiliati dai nazisti sono oggi «[&#8230;] indiani, romèni e neri, / atei e cristiani, musulmani / o de jèova, del demonio / dea fame o del dio dei schèi, / tuti mis.ciàdhi, cussì [&#8230;] (trad. indiani, rumeni e neri, / atei e cristiani, mussulmani / o testimoni di Geova, del demonio / della fame o del dio denaro, / tutti mescolati, così)», i padroni col loro controllo del lavoro nascosti dietro qualche angolo buio, con le loro barzellette alle quali si deve per forza ridere col capo prono rendono se possibile ancora più estrema la tensione quotidiana, ingigantita dalle pessime condizioni di sicurezza che portano ogni anno a migliaia di vittime e ferite. Questa è appunto la fabbrica, dura e umana: così la vita e così la poesia, Franzin ci consegna tutto questo in un solo libro che non lascia indifferenti come invece fa tanta Poesia italiana a cui ci siamo purtroppo abituati, se riprenderà il tratto sociale e in qualche modo civile del fare e leggere poesia allora si sarà fatto molto per tutti noi.</p>
<p><strong>I problemi e le ipotesi per una soluzione.</strong></p>
<p>Ricorre in molti luoghi, in molte voci, una disperazione che pretende il nome di felicità: la mancanza di pubblico e di mercato della poesia contemporanea garantirebbe estrema libertà e vitalità ai suoi autori ed eventualmente anche ai suoi – penultimi – fruitori.<br />
È la retorica del “tanto peggio, tanto meglio”, che è, purtroppo, anche la base ideale di una politica senza sbocchi, nel contesto di una crisi che, come qualcuno ha scritto, ha la potenza di fuoco per spazzare via chi la soffre e chi la contesta, più che chi l’ha causata.<br />
Se infatti l’assenza dai circuiti di mercato non solo delle piccole, ma anche delle grandi case editrici può coincidere forse con l’organizzazione di attività editoriali, letterarie e culturali che si pongano in una cosciente alternativa a quelle – non più – dominanti, non è chiaro come la riduzione, sempre progressiva, del pubblico della poesia possa risolversi in una “incredibile” vitalità dello scenario poetico. I conti non tornano, oppure si tratta dei soliti esercizi di vitalità, sempre assai vicini alla masturbazione.<br />
Senza scomodare Josif Brodskij, per il quale l’evoluzione di una società si misura nell’ascolto dei suoi poeti (ma si trattava, con tutta evidenza, di altre coordinate socioeconomiche e culturali), si può comunque immaginare che là dove viene meno la comunicazione, nei due sensi, tra l’autore e il pubblico, si possono intravvedere, senza troppo sbagliare, scenari di elitarismo, di torri d’avorio, di scarsa attitudine a incidere nel mondo. Che è come abbandonarsi alle incisioni, ai segni dettati dal potere.<br />
Questo discorsetto può forse essere assorbito e fatto proprio nell’ambito della trita e ritrita paternale, che affonda le radici in un pensiero che non si fatica a definire reazionario, contro la poesia definita “di ricerca”. In realtà, si rivela diretto verso tutte quelle forme – senza distinzioni di poetica, in principio – che di ricerca non sono, e vivono nell’angoscia di dover presenziare alla – per ora sempre ipotizzata e mai accaduta – morte della poesia: “proprio adesso che…”. Che, poi, è sempre un “proprio adesso che io…” o, al limite, “proprio adesso che noi…”.<br />
Restando vicini ai testi, non si tratta dunque di misurare, semplicemente, quanta prosa sia presente nella poesia italiana contemporanea: il criterio di misura non è affatto sicuro, sia da un punto di vista retorico e letterario (come distinguere la poesia dalla prosa, e misurarne la reciproca compenetrazione?) sia da un punto di vista critico, legato all’analisi discorsiva (perché dovrebbe essere la prosa il banco di prova, in un contesto di moltiplicazione esponenziale delle narrazioni?).<br />
In ogni caso, quello che finora si è considerata “prosa” – e “Prosa in Prosa” (AA. VV., Le Lettere, 2009) è uno dei testi-limite per esplorare questa linea logica e cronologica, lontana, in ogni caso, dal definirsi come scientifico-strutturale – è il luogo in cui emergono i nuclei simbolici, tematici e ideologici della comunicazione – da intendersi, naturalmente, in senso lato.<br />
E se la già citata operazione letteraria di “Prosa in prosa” riesce ad esprimere un’idea di comunicazione vicina al modello che si è indicato, questo accade soprattutto nei momenti in cui si coglie, tra il mare magnum di riferimenti, anche la discendenza letteraria da Elio Pagliarani, o da Nelo Risi, o anche da altri poeti che hanno praticato la prosa in poesia – genere contro cui, polemicamente, si scaglia il paratesto, e buona parte del testo, dell’opera – senza cadere per questo in un minimalismo e quotidianismo che non è nient’altro che diarismo (nella sua versione, con ogni probabilità letale, del soggettivismo spinto e narcisista). Ed è chiaro come la poesia non possa essere “incredibilmente vitale”, oggi, se si limita a ripresentare questioni interne alla soggettività poetante – sia essa religiosa oppure laicamente positiva – e non si muove invece per interrogarsi sul sistema letterario, sulla comunicazione letteraria e sul suo avanzato stato di deperimento. (Sul fatto originario, ma non originale: “c’è qualcosa da dire?” e dunque: “da chi, a chi, dove, come, quando, perché?”.)<br />
Guardando da questo limite al resto del campo, che non è necessariamente un “guardarsi indietro”, l’importanza della questione della comunicazione emerge ancor più stilizzata e netta in altre opere degli ultimi anni. Si va dall’opposizione alla neolingua del potere, che trova ampio spazio nella cronaca nera, soprattutto nella cronaca nera famigliare, del “Registro dei fragili” di Fabiano Alborghetti, alle deflagrazioni del tessuto sociale e culturale che punteggiano di bagliori sinistri – giustamente inquietanti – i testi di Simone Cattaneo, passando per una cronaca bolognese affatto lontana dall’esercizio di una critica militante, nell’esordio di Mimmo Cangiano…<br />
Non sono poche le raccolte che pongono seri punti interrogativi sulla lingua in uso, sul fatto di potersi ritrovare nel suo alveo – o al di fuori di esso, ma consapevolmente – per avvicinare, o riavvicinare, chi scrive e chi legge.<br />
L’offerta di sé del poeta, che è gratuità, ma di un tipo affine e divergente rispetto alla gratuità imposta da un pensiero economicista, non si può avvalere soltanto di un gesto compiaciuto e fine a se stesso (quale emerge sia nelle letture pubbliche, nei festival, che nei testi, in uno dei pochi veri punti di congiunzione tra queste attività, queste professionalità). È un gesto che riceve una qualificazione e un’articolazione più estesa quando arriva a essere un momento (strettamente in-necessario e in-utile, sia chiaro) di un movimento di prossimità, una fase in un processo di creazione e ricreazione di comunità (che non è mai soltanto “comunità letteraria”) e un passo nel cammino della poesia come fare.<br />
La prossimità che così si (ri)costruisce è la prossimità di chi, per decenni, ha parlato di resistenza, di critica dello sfruttamento, di necessità della memoria, di ricostituzione (senza rifondazione) di un’azione politica, e di molto altro, permettendo il riconoscimento, o lo straniamento, in questa materia del lettore, dell’ascoltatore.<br />
La comunità e il cammino, ipotetici, sono di chi scrive non solo per un popolo futuro, ma anche per un popolo che nel tempo presente si qualifica sempre più, e con sempre maggiore convinzione, come assente. </p>
<p><strong>Un esempio fuori dalla generazione: Carlo Bordini.</strong></p>
<p>Attestandosi su più livelli, e rifiutando quindi l’attribuzione unilaterale di etichette come “razionalismo onirico” o “dormiveglia vigile”, la poesia di Bordini immette la propria – apparentemente innegabile – solitudine psichica in un campo di tensioni più ampio, che non è soltanto “sociale”. In virtù di questo strabordare, si è di fronte a un modello testuale autentico di offerta della parola al lettore, di prossimità, di enunciazione di miti collettivi sui quali ritrovarsi per poi meditarne l’allontanamento ironico, alla ricerca di una riflessione lucida, accorata, che non ha l’obbligo di particolari inquadrature ideali, o temporali.<br />
Accade così che con la pubblicazione nel 2010 della corposa antologia “I costruttori di vulcani: tutte le poesie 1975-2010” (Sossella) il percorso poetico di Bordini non si concluda, ma trovi nell’iterazione, con varianti, dei propri testi la conferma di un’inclinazione, da sempre presente, alla ripetizione (che spezza e invalida ogni autobiografismo) e a un verbalismo rapsodico che – non facendosi né canto né discorso ideologico – ha comunque la capacità di dire, raccontare, eventualmente spiegare (come coglie Filippo La Porta nella prefazione a “Pericolo”, del 2004).<br />
È la stessa attitudine alla comunicazione che Bordini aveva ravvisato nei testi dei ‘marginali’, curando, insieme ad Antonio Veneziani, l’introduzione all’antologia “Dal fondo. La poesia dei marginali” (Savelli, 1978): “Erminia non vuole diventare “la voce delle puttane”, vuole solo essere Erminia, la puttana che vive e scandalosamente ci dà in poesia la nebbia, la notte, le scopate fugaci; Marco è e vuole rimanere un prostituto eroinomane, ci sbatte di fronte la sua nudità, la sua poesia dobbiamo leggerla perché è un SOS di vita, ma non chiede pietà, non chiede aiuto, chiede forse solo di camminare un pezzo di strada, magari con lui.<br />
I poeti presenti in questo libro non scrivono per acquistare un “ruolo”, ma per comunicare tra loro. Anziché mediazione o sfogo solitario, la diffusione della poesia diviene rito e pratica “liberatoria”: parte di una devianza di massa che è sentita come il solo modo per sottrarsi, insieme, ad una società giunta al massimo grado di solitudine, di massificazione, di degradazione dei rapporti umani (…) si scrivono poesie perché non c’è altro mezzo per rompere i codici di un linguaggio “corrente” che si è ridotto, ormai, ad una serie di gerghi massificati, fatti di frasi morte, che non comunicano e non vibrano.”<br />
Come i marginali, ma da una posizione leggermente diversa, Bordini ha saputo cogliere e praticare la distinzione fortiniana tra funzione e ruolo dell’intellettuale – in questo caso, del poeta. Non lui, in un accesso narcisistico, ma la sua scrittura si è fatta “poesia zoppa”, “demente”, “inutile” (come si legge nei titoli delle poesie, poi variamente ripetuti negli anni).<br />
Conscio del rischio di demenza e follia che si coglie sperimentando la stessa tensione psichica dei marginali, dell’inutilità del ruolo del poeta, ma non della sua funzione, è, in ogni caso, nella “zoppía” che Bordini riversa un’immagine tutta politica: la “zoppía dei cortei” cui ancora Bordini prende parte e dei quali dà testimonianza nella serie denominata, appunto, “Corteo”. L’autore si rivela qui profondamente vicino alle istanze della contestazione politica e sociale della contemporaneità, vivendola visceralmente, al punto di riqualificare la propria posizione di ‘anziano’, cioè ‘non più giovane’ in relazione agli eventi, eppure, allo stesso tempo, analizzando la situazione con disincanto (da “Ricominciare da capo”: “che triste fine / per il 68  / finire in questa antologia! (…) C’è qualcosa da dire: / morire o rinascere / è la stessa cosa”).<br />
Entrando, cioè,  in pieno e con passione nello scontro generazionale che in Italia è sempre stata materia intellettuale e politica, senza uscire dalla retorica e farsi corpo, per mettersi a nudo.</p>
<p><em>(continua)</em></p>
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		<title>In memoria di Simone Cattaneo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2009 08:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Flavio Santi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia contemporanea italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Cattaneo]]></category>
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					<description><![CDATA[[Come m&#8217;ha scritto attonito, via email, Flavio Santi, &#8220;in questi giorni è successa una cosa assurda: Simone Cattaneo, giovane poeta, ha deciso di andarsene&#8221;. Abbiamo deciso perciò, per ricordarlo, di pubblicare qui su NI un articolo di Flavio uscito tempo addietro su &#8220;Il Riformista&#8221; e poi, a seguire, alcune poesie di Simone. G.B.] La carriera [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/simone-cattaneo.JPG" alt="simone cattaneo" title="simone cattaneo" width="175" height="214" class="alignleft size-full wp-image-22170" />[<em>Come m&#8217;ha scritto attonito, via email,  Flavio Santi, &#8220;in questi giorni è successa una cosa assurda: Simone Cattaneo, giovane poeta, ha deciso di andarsene&#8221;. Abbiamo deciso perciò, per ricordarlo, di pubblicare qui su NI un articolo di Flavio uscito tempo addietro su &#8220;Il Riformista&#8221; e poi, a seguire, alcune poesie di Simone.</em> G.B.]</p>
<p><strong>La carriera del poeta<br />
</strong><br />
di <strong>Flavio Santi</strong></p>
<p>Strana la carriera del poeta. Strana soprattutto in Italia. Prendete ad es. uno come Simone Cattaneo. In Inghilterra o in America sarebbe una star, un poeta conteso da reading e salotti buoni, programmi tivù e seminari universitari. Che è quello che succede ai suoi colleghi Armitage – con cui condivide fra l’altro lo stesso nome – , Paul Muldoon e soci. Quello che voglio dire è che Cattaneo fa una poesia al vetriolo, tra il sociale e il vuoto per dirla con i Baustelle, amatissima all’estero. Cattaneo è il nostro Armitage (per dimostrare questa tesi una volta ho fatto uno scherzo tremendo a un critico: gli ho passato un gruzzolo di poesie di Cattaneo spacciandole per primizie di Armitage. Non vi dico l’entusiasmo dell’illustre studioso per quegli “inediti”&#8230;). <span id="more-22169"></span><br />
C’è un piccolo problema (tale in Italia, no di certo all’estero): Cattaneo è come la sua poesia, franco e schietto, non fa la corte a nessun potente di turno, critico e poeta, lui pensa a vivere e a scrivere. Ma nel nostro bel paese questo significa una sola cosa: isolarsi. Per questo Cattaneo non è ancora valutato come merita. Lo vedete nelle antologie che contano? Ai festival di tendenza? No. No, perché – sembrerebbe un paradosso, ma è così – Cattaneo pensa a scrivere, e non a – prendo in prestito la brutalità del suo linguaggio – <em>leccare il culo</em>. Si fa presto a esibirsi in impeccabili analisi testuali, retoriche e stilistiche – chi non ne è capace? –, quando invece il problema è a monte, ed è di natura morale (e dunque molto più arduo): come essere in grado di compiere scelte di qualità e non di interesse. Non dico sempre (siamo esseri umani, suvvia, peccatori ed esposti al richiamo delle sirene), ma almeno nella maggior parte dei casi. Per fare un esempio: se Thomas Pynchon vivesse in Italia, con lo stile di vita che conduce, sarebbe inedito e dimenticato. Qua in Italia per avere un minimo di riscontro bisogna pensare al <em>come</em>, non al <em>cosa</em>. Crearsi una rete di rapporti, costruirsi una figura pubblica, e poi su quelle basi innestare tutto il resto – che in una <em>concezione normale</em> di arte sarebbe invece il dato primario. Bisogna ripensare i modi di fruizione dell’arte: il marchio, il brand sta diventando una presenza troppo ingombrante anche in questo campo. Così facendo il rischio principale è di oscurare autori di indubbio valore ma dalla vita sociale “normale” e non compromessa a qualcuno o qualcosa. In cambio, si sa, abbiamo autori deboli ma presenzialisti (l’elenco è chilometrico, per non fare torto a nessuno applico il teorema di Sturgeon: il 90% di tutto è spazzatura. Funziona benissimo anche in letteratura italiana).<br />
Del resto l’Italia che emerge dalle poesie di Cattaneo è proprio un’Italia di questo tipo: meschina, approfittatrice, paracula, senza dignità, votata al più bieco compromesso. Ma Cattaneo non odia quest’Italia; a suo modo la ama. Di un amore struggente e autodistruttivo, poco lenitivo e molto disperante. Come scrive Pasolini: “Questa è l’Italia, e / non è questa l’Italia: insieme / la preistoria e la storia che / in essa sono convivano, se / la luce è frutto di un buio seme”. Cattaneo racconta la storia di un paese perso e smarrito. Al tracollo morale e culturale.</p>
<p>*</p>
<p>Poesie di <strong>Simone Cattaneo</strong></p>
<p><em>Made in Italy</em></p>
<p>Non mi importa niente dei bambini del Burchina Faso che muoiono di fame,</p>
<p>non ne voglio sapere delle mine antiuomo,</p>
<p>se si scannassero tutti a vicenda sarei contento.</p>
<p>Voglio solo salute,soldi e belle fighe. Giovani belle fighe, è chiaro.</p>
<p>Che gli appestati restino appestati, i malati siano malati e </p>
<p>i bastardi che vivono in un polmone d’ acciaio</p>
<p>fondano come formaggio in un forno a microonde. Voglio bei vestiti,</p>
<p>una bella casa e tanta bella figa. Buttiamo gli spastici giù dalle rupi,</p>
<p>strappiamo fegato e reni ai figli della strada</p>
<p>ma datemi una Mercedes nera con i vetri affumicati.</p>
<p>Niente piani per la salvaguardia delle risorse energetiche planetarie</p>
<p>vorrei solo scopare quelle belle liceali che sfilano tutti i sabato pomeriggio</p>
<p>con la bandiera della pace. Non ho soldi e la botta è finita.</p>
<p>Ma sono un uomo rapace, per le vacanze pasquali</p>
<p>quindici milioni di italiani andranno in ferie lasciando</p>
<p>le loro comode case vuote.</p>
<p>Alla fine non sono razzista. Bianchi, neri, gialli e rossi</p>
<p>non mi interessano un granché.</p>
<p>*</p>
<p>Mi sono svegliato di colpo e ho visto le finestre aperte della camera da letto</p>
<p>e un’aria densa e grigia che mi faceva tremare dalla testa ai piedi.</p>
<p>La mia ragazza ucraina nuda sul davanzale mi indica il confondersi</p>
<p>senza retorica della luna con il sole attraversato </p>
<p>da un lampo d’aeroplano schiacciato.</p>
<p>L’avrei voluta strangolare sul posto con la cintura dei pantaloni</p>
<p>se solo li avessi avuti addosso. Quindi le ho chiesto gentilmente di chiudere </p>
<p>le finestre e di tornare a letto per un ultimo chiarimento.</p>
<p>Due giorni dopo l’ho prestata al mio migliore amico in cambio</p>
<p>di tre prime linee di Versace e di un aperitivo al bar.</p>
<p>Perchè l’amicizia è sempre l’amicizia.  </p>
<p>*</p>
<p>Troppo bello per essere un pugile,</p>
<p>troppo brutto per fare il magnaccia </p>
<p>camminavo nel centro di Buccinasco </p>
<p>senza lavoro e inzuppato di grano </p>
<p>aspettando l’ora dell’aperitivo</p>
<p>quando mi sale la voglia di farmi fare le carte dalla vecchia strega del quartiere.</p>
<p>In realtà i suoi tarocchi non sono altro che </p>
<p>pezzi di bibite strappati a dentate ma alla fine ci si arrangia con quel che si può.</p>
<p>Rifilato un carico da venti alla vecchia le chiedo brutale </p>
<p>quando morirò, lei mi sorride e risponde presto a ventisette compiuti.</p>
<p>La informo dei miei ventinove e la mia anziana strega di Buccinasco mi</p>
<p>conforta dicendomi, vedi allora sei un uomo fortunato.</p>
<p>I soldi migliori spesi negli ultimi dieci anni.</p>
<p>* </p>
<p>Si è tagliata le vene e ha disegnato con il sangue</p>
<p>sul muro che costeggia il mio palazzo dei dolci gabbiani d’amore. </p>
<p>Non è servito l’intervento di pulizia del comune, un po’ di pioggia</p>
<p>nella notte ha cancellato tutto. Chi fosse questa strana tipa</p>
<p>non si è voluto mai sapere, aveva solo una specie di ponteggio</p>
<p>che le reggeva il mento. Sarà stata una grave malattia dal decorso fulminante. </p>
<p>Certo è che novizi, discepoli e santoni </p>
<p>portano tutti gli stessi cognomi</p>
<p>contraggono il viso ed è un omicidio, </p>
<p>credono nell’ospitalità di un’unica soluzione, </p>
<p>una sola dimensione, una fatale emarginazione.</p>
<p>*</p>
<p>Non luogo a procedere. </p>
<p>Guardo dalla finestra di casa lo scheletro di una lavatrice</p>
<p>partorire sotto i platani del viale una nidiata di conigli elettrici,</p>
<p>alzo la testa e vedo un soffitto di stagno rosso arancio</p>
<p>sbilanciarsi in avanti con rumori assordanti, cammino rasente i muri</p>
<p>con la paura di inciampare nel materasso di lana arrotolato e </p>
<p>fracassarmi di nuovo la clavicola.</p>
<p>Vorrei che qualcuno mi picchiasse sulla schiena con degli asciugamani bagnati</p>
<p>e mi scaricasse fra le macchine abbandonate in zone isolate.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Simone Cattaneo </strong>(1974 &#8211; 2009). Sue poesie sono state pubblicate su “Atelier”, “La clessidra”, “Hebenon”, “ Poesia”, “Letture”, “Graphie”, “Tratti” e “Clandestino”. E’ stato incluso nel testo curato da Giuliano Ladolfi, L’opera comune. <em>Antologia di poeti nati negli anni settanta </em>(Atelier, 1999). Suoi testi, con una presentazione di Roberto Roversi, sono presenti nell’antologia <em>Dieci poeti italiani </em>(Pendragon, 2002), a cura di Maurizio Clementi. È stato incluso in <em>Lavori di scavo. Antologia dei poeti nati negli anni ‘70</em> (Antologia web di Railibro, 2004) e in <em>100 Poesie di odio e di invettiva</em> a cura di Antonio Veneziani (Coniglio Editore, 2007). Il suo primo libro di poesia, <em>Nome e soprannome</em>, è stato edito nel 2001 nella collana di poesia della casa editrice Atelier. </p>
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