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	<title>sistema di riferimento &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Ma di quale relatività parliamo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Dec 2008 11:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani George Duroy, quando gli viene offerta dal ministro Laroche-Mathieu, che cerca così di sdebitarsi del molto che gli deve, la Croce della Legion d&#8217;Onore afferma sprezzantemente «Tutto è relativo. Avrei dovuto aver di più, oggi.». Siamo in Bel ami, romanzo scritto da Guy de Maupassant nel 1884. Einstein aveva cinque anni e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><figure id="attachment_12561" aria-describedby="caption-attachment-12561" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/planck_einstein.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/planck_einstein-300x184.jpg" alt="Max Planck e Albert Einstein" title="planck_einstein" width="300" height="184" class="size-medium wp-image-12561" /></a><figcaption id="caption-attachment-12561" class="wp-caption-text">Max Planck e Albert Einstein</figcaption></figure><br />
George Duroy, quando gli viene offerta dal ministro Laroche-Mathieu, che cerca così di sdebitarsi del molto che gli deve, la Croce della Legion d&#8217;Onore afferma sprezzantemente «Tutto è relativo. Avrei dovuto aver di più, oggi.». Siamo in <em>Bel ami</em>, romanzo scritto da <strong>Guy de Maupassant</strong> nel 1884. Einstein aveva cinque anni e gli avrebbero presto regalato una bussola che l’avrebbe fatto fantasticare sulla meraviglia di quell’ago che si orientava da solo e sull’avventura di cavalcare un raggio di luce.</p>
<p>Dubito che Maupassant avesse letto il leopardiano <em>Zibaldone</em>, inesauribile miniera di riflessioni, proposte, congetture e racconti, che purtroppo non viene mai letto, neppure in parte, nelle nostre scuole. Scrive <strong>Leopardi</strong> il 22 dicembre 1820: «Ella è cosa certa e incontrastabile. La verità, che una cosa sia buona, che un&#8217;altra sia cattiva, vale a dire il bene e il male, si credono naturalmente assoluti, e non sono altro che relativi. Quest&#8217;è una fonte immensa di errori e volgari e filosofici. Quest&#8217;è un&#8217;osservazione vastissima che distrugge infiniti sistemi filosofici ec.; e appiana e toglie infinite contraddizioni e difficoltà nella gran considerazione delle cose, massimamente generale, e appartenente ai loro rapporti. Non v&#8217;è quasi altra verità assoluta se non che Tutto è relativo. Questa dev&#8217;esser la base di tutta la metafisica.»<span id="more-12560"></span></p>
<p>E così, fin dall’Ottocento, quella frase <em>Tutto è relativo</em> è sinonimo di mancanza di un fondamento sicuro per qualsiasi affermazione. È il capogiro dell&#8217;incertezza del contesto, l&#8217;abisso della mancanza di un appoggio qualsiasi chiaro e distinto, non solo per i sensi del corpo ma anche per quelli della mente, che si perde e non galleggia più in alcun luogo. Ricordate la vertigine di Zenone, ormai prigioniero, nell’<em>Opera al nero</em>, di <strong>Marguerite Yourcenar</strong>: «La camera sbandava; le cinghie della branda cigolavano come fossero ormeggi; il letto scivolava da occidente ad oriente, inversamente al moto apparente del cielo. La sicurezza di riposare stabilmente su un angolo del suolo belga era un ultimo errore; il punto dello spazio ove si trovava avrebbe contenuto il  mare e le onde appena un&#8217;ora dopo, e un po&#8217; più tardi le Americhe e l&#8217;Asia. Quelle regioni dove non sarebbe andato si sovrapponevano nell&#8217;abisso all&#8217;ospizio di San Cosma. E lo stesso Zenone si disperdeva come cenere al vento.»</p>
<p><strong>Max Planck</strong>, poco dopo l’uscita nel 1905 del fondante articolo di <strong>Albert Einstein</strong> (io dirò così, ma non dimenticate il <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/12/10/una-barca-non-piu-in-cielo/">contributo di <strong>Mileva</strong></a>), articolo che portava come titolo “Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento” e nel quale la parola <em>relatività</em> neppure era menzionata,  chiamò la proposta di Einstein <em>Relativitätstheorie</em>, teoria della relatività. Questa teoria venne nel sentir comune pensata, da allora in poi, come la teoria del tutto è relativo.</p>
<p><strong>Un fraintendimento epocale.</strong> </p>
<p>Permettetemi di cominciare a spiegare questo punto dicendo chiaramente che cosa si intende con le parole “sistema di riferimento”. È molto semplice: ogni osservatore che intende studiare il mondo che lo circonda, siccome da molto secoli ormai le esigenze <em>quantitative</em> hanno prevalso largamente su quelle <em>qualitative</em> (che ad Aristotele bastavano), deve avere a sua disposizione strumenti per misurare le distanze e un affidabile orologio per misurare il tempo. Spesso si dice che un sistema di riferimento è una terna cartesiana ortogonale fissata su un’origine O, ma in realtà quello che davvero occorre è quello detto sopra e cioè un affidabile strumento per misurare le distanze. Questo è il <em>sistema di riferimento</em> di quell’osservatore.</p>
<p>La ricerca di Einstein parte da due richieste entrambe di <em>tensione verso l’assoluto</em>: la prima è una richiesta che già prima di lui era presente nella meccanica e cioè che le leggi della fisica avessero la stessa forma – si scrivessero nello stesso modo – in tutti i sistemi di riferimento. Io descrivo la caduta dei gravi qui nel mio riferimento e uso le mie coordinate e tu che sei ad Atene, oppure stai andandovi su un treno che viaggia su rotaie diritte con velocità costante scrivi anche tu la legge della caduta dei gravi, usando le tue coordinate per descrivere gli esperimenti che fai nel tuo sistema di riferimento, ma le nostre due formulazioni hanno la stessa forma, questo è il punto importante. Si potrebbe rovesciare l’argomento e dire così: le leggi della fisica <em>buone</em>, cioè accettabili, sono quelle che tu ed io scriviamo nello stesso modo. Perché se vi sono regolarità che nel mio sistema di riferimento io scrivo in un modo e tu nel tuo in un altro, essenzialmente diverso dal mio, significa che quella regolarità è una cosa che dipende dall’osservatore e dunque non ha quelle caratteristiche di intersoggettività e comunicabilità che qualsiasi legge scientifica deve obbligatoriamente avere. In altre parole, se quella regolarità è relativa all’osservatore, allora non ce ne importa niente, non ha la dignità di <em>legge della fisica</em>.<br />
Dunque già da qui vedete che ciò che è davvero relativo non conta, conta invece solo ciò che è uguale per tutti gli osservatori.<br />
Il secondo principio da cui parte Einstein l’abbiamo già visto ed è quello che afferma che la velocità della luce è la stessa in tutti i sistemi di riferimento. Dunque un altro assoluto.<br />
E allora perché chiamarla teoria della relatività. Forse Planck, che certamente non era uno sprovveduto, intendeva dire quella teoria che studia quali sono gli aspetti relativi all’osservatore, per poter così tener conto solo degli altri. </p>
<p><em>Dunque è così; la relatività einsteiniana è una ricerca di assoluto</em>.</p>
<p>Al fine di scansare obiezioni da parte degli intenditori, mi corre l’obbligo di precisare una cosa, su cui sono stato generico. Quando ho detto “tutti i sistemi di riferimento” ho esagerato. Con la teoria del 1905, che fu poi chiamata teoria della relatività speciale, o ristretta, si richiede che le leggi della fisica siano le stesse non in tutti i sistemi di riferimento pensabili, ma soltanto in quelli detti <em>inerziali</em>, che sono quelli nei quali valgono le leggi della meccanica standard, quella di cui avrete almeno sentito parlare a scuola, quella dell’effe uguale a emme per a, forza uguale massa per accelerazione (questa è tra l’altro la ragione per cui ho menzionato il treno che va a velocità costante su rotaie diritte).</p>
<p>Ma tanta era la sete di assoluto di Einstein che, subito dopo il 1905, egli, già insoddisfatto di quella limitazione ai sistemi di riferimento inerziali, si mise a cercare una teoria che mettesse le leggi della fisica in una forma tale da essere valide davvero in tutti i sistemi di riferimento possibili, tutti, capite, anche una giostra fissata su un razzo che accelera verso il Sole, per dire, ecc. E questo lo portò a formulare, dopo varie vicende e utilizzando una matematica più complicata di quella assai elementare usata nel 1905, una teoria, che stavolta egli stesso chiamò teoria della relatività generale, che aveva finalmente questa caratteristica di estrema assolutezza. Le sue leggi hanno la stessa forma in qualsiasi, ma proprio qualsiasi, sistema di riferimento. Il tipo di matematica usata per questa formulazione si chiamava <em>calcolo differenziale assoluto</em>!</p>
<p>Senza dunque entrare nel merito tecnico della teoria, questo punto di fondo deve esservi chiaro. Tutta la ricerca di Einstein è stata volta a eliminare dissimmetrie all’interno delle leggi della fisica (con questa esigenza forte inizia il testo dell’articolo del 1905) e a trovare per queste la forma più generale possibile, completamente indipendente dunque dall’osservatore. </p>
<p>Tanto per dire: nulla c’entra col relativismo culturale, col relativismo etico e con tutti gli argomenti di questo tipo di cui in questi anni si discute da varie parti.</p>
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