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		<title>Dalla Milano da bere a quella da vomitare #1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Jul 2008 10:49:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Franz Krauspenhaar 1. C&#8217;era una volta la Milano da bere&#8230; Nacque tutto da uno spot, quello dell’amaro Ramazzotti. Sulle note di Birdland, capolavoro jazz-rock dei Weather Report, si stendeva un tappeto d’immagini glamour della città di Milano nel pieno sfolgorio di paillettes. Se negli anni Sessanta c’era stata l’anticipazione – proprio l’aperitivo immaginifico &#8211; [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/ramazzotti.jpg'><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/ramazzotti-300x225.jpg" alt="" title="ramazzotti" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-6337" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p><strong>1. C&#8217;era una volta la Milano da bere&#8230;</strong></p>
<p>Nacque tutto da uno spot, quello dell’amaro Ramazzotti. Sulle note di <em>Birdland</em>, capolavoro jazz-rock dei Weather Report, si stendeva un tappeto d’immagini <em>glamour </em>della città di Milano nel pieno sfolgorio di paillettes. Se negli anni Sessanta c’era stata l’anticipazione – proprio l’aperitivo immaginifico &#8211; del grande attore teatrale e televisivo Ernesto Calindri, che beveva il suo Cynar in mezzo a una piazza (Piazza Siena, vicinissimo a casa mia, dove nel settembre del &#8217;67 vidi sfrecciare la Fiat 1100 scura della banda Cavallero inseguita a pistolettate da due Gazzelle Alfa Romeo della polizia) , mentre le auto, nel bianco e nero della pellicola d’antan, sfrecciavano non solo simbolicamente attorno all’attore che placidamente sorbiva il suo aperitivo “contro il logorio della vita moderna”, vent’anni dopo tutto era cambiato, a parte la speranza di un nuovo rinascimento all’ombra della Rinascente. Milano si ripresentava nell’immaginario degli italiani non più come il mulo da traino dell’intera economia nazionale, ma come dispensatore di mode, vezzi, abitudini. L’aperitivo non veniva più sorbito in Galleria, come da decenni di tradizione, ma per il lungo e il largo di una metropoli pulsante, una specie di piccola mela rilucente, che aveva allontanato da sé tutte le nebbie propagate dagli anni di piombo. Gli anni Ottanta furono gli anni di Milano, questa <em>Milano da bere </em>che, a partire da uno slogan felice e di successo, riprese a rappresentarsi agli occhi dell’opinione pubblica e dell’immaginario collettivo come simbolo di durata nel successo, di velocità, arditezza, anche di gioia di vivere.<span id="more-6336"></span><br />
Erano finiti i tempi della Milano antonioniana disarcionata da se stessa, quella de <em>La notte</em>, una Milano che si spegne malinconicamente la sera, lasciando andare i propri personaggi verso l’oblio di una festa per ricchi, e defluire verso un addio. Ora, dopo l’intervallo da coprifuoco degli anni Settanta – anni di lotte politiche, di camionette della Celere posizionate notte e giorno in Piazza San Babila, covo dell’estremismo di destra – il rinascimento di una città verticalizzava una spinta propulsiva che sembrava inarrestabile; in concomitanza e serrando le fila, i socialisti di Craxi facevano il bello e il cattivo tempo amministrando la città con una disinvoltura inedita anche per un paese già abbastanza disinvolto nel governare come l’Italia, e poi il made in Italy della moda, che finalmente usciva allo scoperto andando a conquistare mercati in tutto il mondo, sicché la zona più centrale della città, a due passi dal Duomo e sede delle vie dell’incontestabile <em>glamour nazionale </em>venivano battezzate &#8220;Triangolo della moda.&#8221;<br />
Era il neoboom, era il ritorno di fiamma di una speranza di progresso che nella città, al di là delle folgorazioni pubblicitarie, era palpabile a ogni ora del giorno e della notte. I locali erano di nuovo presi d’assalto, si suonava il jazz per tutta la città, si riempivano i ristoranti e i menu diventavano più internazionali, dando spazio alle leggere voluttà della <em>nouvelle cuisine</em>. E le discoteche, che sparavano per le sale la musica tipica di quegli anni, tra la disco e la elettronica, il tambureggiare asfissiante di motivi che celebravano la trasgressione gay come <em>Relax </em>dei Frankie Goes To Hollywood, e che in locali come il Divina – famoso per la clientela gay e lesbo tranquillamente mischiata a quella etero – diventavano inni di un’ era nuova, di un periodo nel quale la prosperità economica coesisteva  con una disillusione da ultimo spettacolo che gli anni Sessanta, più ingenui e impreparati al peggio, non avevano avuto.<br />
Milano viveva al di sopra della proprie possibilità in una specie di apnea della felicità, facendo finta di non aver capito quello che sarebbe successo, in una finta ingenuità che da Tangentopoli in poi la città e poi il resto del paese avrebbe pagata cara.</p>
<p><strong>2. Come la realtà quotidiana divenne un mito   </strong></p>
<p>Marco Mignani era un pubblicitario illuminato. Se ne è andato nell’aprile di quest’anno, stroncato a 64 anni da un tumore al colon. Era una specie di simbolo ignoto ai più di una città, Milano, che è stata e forse è ancora un modo di essere. Era un periodo florido per la pubblicità, quello degli anni Ottanta: Carosello aveva lasciato il campo ai “commercial” d’impronta statunitense, fatti di brevi spot – proprio macchie filmiche straordinariamente compresse e complesse, nelle quali esistono, nello spazio a volte di pochi secondi, luci, ombre, suoni e dialoghi propri di un vero film, soltanto enormemente “infeltriti” nel tempo. Mignani era un uomo saggio e tranquillo, soprattutto un uomo di grande creatività. Il pubblicitario è una specie di scrittore a tema, che deve trovare, più che uno svolgimento, una chiave. Al contrario di uno sceneggiatore cinematografico o di un romanziere, deve partire da uno sviluppo, fatto dalla sua osservazione della realtà, per arrivare a un’idea nodale, a un nucleo sintetizzante, che deve racchiudere uno slogan e soprattutto una filosofia. E’ un lavoro tutto di compressione e di sintesi, difficile perché bisogna sfrondare, cercare quasi l’assoluto, cercare la fiamma dell’idea primigenia.<br />
Mignani divenne famoso per lo slogan sulla Milano da bere dell’Amaro Ramazzotti, a metà anni Ottanta. Uno slogan che uscì dal comparto pubblicitario e dalla società dello spettacolo e dei suoi fruitori, e divenne simbolo, prima positivo e poi irrimediabilmente negativo, allo scoccare dell’ora terribile di Tangentopoli, di una speranza disattesa ferocemente.<br />
Ma quest’uomo, che non aveva nulla del pubblicitario avido e cinicamente temerario che proprio certa pubblicistica ha rappresentato, è stato lo scopritore – come un cercatore d’oro lo è della vena aurifera che lo farà ricco – di altri slogan felici e passati alla storia: come quello dei &#8220;dieci piani di morbidezza&#8221; per Scottex, o &#8220;più buono proprio non ce n&#8217;è&#8221; per Beltè. Si potrebbe andare avanti a lungo: Mignani davvero faceva il mestiere del cercatore d’oro, se crediamo alla suggestione che ogni buona idea c’è sempre stata; bisogna soltanto farla venire magicamente alla luce.<br />
Certo, lo slogan del Ramazzotti era stato trovato dal pubblicitario milanese proprio da una precisa osservazione di come la città in quel periodo stava velocemente cambiando: Mignani osservò le modelle che arrivavano a frotte in città, come se Milano fosse divenuta una sorella  di New York, osservò il cambiamento del rito dell’aperitivo, i ristoranti del centro che cominciarono a inventarsi piatti nuovi per tempi nuovi, come il carpaccio con la rucola. E in effetti, se andiamo a rivedere quello spot, ritroviamo convulsamente ritratti i momenti di una giornata tutti reali, tutti vissuti, tutti visti da tutti. La rappresentazione mitizzata di una realtà che allora era tangibile.</p>
<p><strong>3. Tutto e solo impegno</strong></p>
<p>”Si, Milano è la città dell’amaro Ramazzotti, l’amaro di chi vive e lavora, l’amaro della vita, di una giornata che non è mai finita, che è nato qui 170 anni fa e che ancora oggi porta dovunque questa Milano da vivere, da sognare, da godere; questa Milano da Bere.” Questo era il testo del famoso spot pubblicitario che annunciò gli anni dello splendore meneghino. Era un amaro, una bevanda ad alta gradazione alcolica che serve alla digestione di “piatti forti”. In pochi minuti i capisaldi della città venivano mostrati da una macchina da presa famelica, che sembrava ingurgitare senza pietà, con la follia di tutti i dopoguerra, strade, piazze, situazioni, momenti di lavoro e di relax. Era come se non ci fosse separazione tra un atto e l’altro della giornata. A Milano tutto era impegnativo, ma con successo, come se si andasse al lavoro fischiettando su quelle note americane, su quella colonna sonora da film hollywoodiano. Una città americanizzata, un po’ <em>Wall Street </em>di Oliver Stone, un po’ <em>Vacanze di Natale </em>dei Vanzina, sussiegosa e clamorosa, plastificata e impellicciata. Una città ubriaca di quell’amaro che divenne appunto calice da sorbirsi all’indomani del crollo verticale, quando tutto quel tormentoso abbandono all’ottimismo divenne dopo sbornia annunciato  mille volte, divenne chiusura definitiva del dopoguerra e delle sue illusioni e delle sue speranze, divenne l’oggi.</p>
<p><em>(Pubblicato su La Tribuna &#8211; 30.06.2008. Continua.)</em></p>
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		<title>La città dell&#8217;entusiasmo e l&#8217;arte dello snooker</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Feb 2008 06:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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<p>di <strong>Michele Riccardi</strong></p>
<p>Fece scalpore lo scorso dicembre l’abbandono del tavolo da biliardo di uno dei più grandi giocatori di snooker di tutti i tempi, Ronnie O’Sullivan, durante i quarti di finale del campionato britannico. O’Sullivan si alza dalla sedia, passa il gesso sul cuoietto, va a stringere la mano ad arbitro ed avversario e si avvia negli spogliatoi, bofonchiando: “I had enough of it, mate”. Sono stufo di tutto questo, amico. Si ipotizzò una ritirata tattica: ma O’Sullivan, benché sotto di 3 giochi al meglio dei 17, era in recupero, avendo appena vinto due games, e anche quel giorno aveva già dato segni del suo immenso talento. D’altra parte era il campione mondiale uscente; era l’autore di uno dei century break più veloce della storia; era l’unico, nella storia dello snooker, capace di tirare indifferentemente di destro e di sinistro.<span id="more-5274"></span></p>
<p>Ronald Antonio O’Sullivan &#8211; madre siciliana e padre scozzese, in carcere per aver accoltellato la guardia del corpo di uno dei più grandi criminali britannici &#8211; incarna alla perfezione la figura del <em>genio scazzato</em>, una delle maschere più interessanti del carnevale umano. Il <em>genio scazzato </em>è figlio di una generosità avara, di una generosità imperfetta: il Signore gli ha donato tutti i talenti, ma privandolo di un regalo: l’entusiasmo. L’assenza dell’entusiasmo rende tutti gli altri talenti superflui, perché, non essendo entusiasta, il genio non si sente investito di alcuna missione nel mondo, di alcuna vocazione, ma probabilmente solo gravato di un peso. Pertanto tutte le manifestazioni della sua arte, pressoché irraggiungibili al popolo, sono solo figlie dell’umore, del meteo e del caso.</p>
<p>Ma cos’è l’entusiasmo? Il genio di O’Sullivan e la sua arte mi offrono l’opportunità di aprire un dibattito su uno degli stati d’animo più rilevanti della società post-moderna. Analizzando in modo casuale figure più o meno popolari e più o meno conosciute di <em>genio scazzato </em>(sarò disponibile a fornirne una documentata lista, con indirizzi in calce) sono giunto alla conclusione che l’entusiasmo non è altro che una speciale correlazione tra l’individuo e il tempo storico; nel dettaglio, può essere definito come <em>la capacità di un individuo di vivere il tempo presente.</em> In realtà, come prima anticipavo, non si tratta di un reale talento: ma soltanto di un regalo del Signore, che non richiede particolari doti tecniche o cerebrali, anzi, probabilmente non ne richiede proprio. Richiede solamente la buona sorte di averlo avuto in dono.</p>
<p>Teorema 1: <em>L’entusiasmo è la convinzione di sentirsi al posto giusto nel momento giusto, ovvero la convinzione che non si potrebbe vivere in altro tempo all’infuori di quello in cui si sta esattamente vivendo</em>.</p>
<p>Da cui si può derivare la ristretta definizione di cui sopra, quella dell’entusiasmo come <em>capacità di vivere il presente</em>. Ma non basta. La funzione che lega l’entusiasmo al tempo, e dunque alla storia, ci porta ad introdurre un’altra variabile nell’analisi: gli altri individui. In che relazione è l’individuo entusiasta con gli altri diversi da lui?</p>
<p>Teorema 2: <em>l’entusiasmo è la convinzione di sentirsi al posto giusto nel momento giusto con le persone giuste, ovvero la convinzione che le altre persone siano anche esse entusiaste. </em></p>
<p>L’entusiasmo non è dunque una capacità individuale: è un’abilità collettiva, che solo nel collettivo può trovare conferme e certezze. D’altra parte se un entusiasta fosse l’unico abitante del mondo sarebbe davvero convinto di vivere al posto giusto nel momento giusto? Ecco dunque che l’entusiasta necessita di un continuo feedback dalle altre persone che possa fungere da garanzia, da conferma, da assicurazione, da rassicurazione.</p>
<p>Teorema 3: <em>Un entusiasta che rimane solo è un uomo distrutto. </em></p>
<p>La stretta correlazione con la storia e la dimensione collettiva potrebbe farci pensare all’entusiasmo come a un sentimento di piazza. Effettivamente ritengo che la piazza, come sede del mercato ma anche del supporto politico e della contestazione, sia il luogo dell’entusiasmo per antonomasia.</p>
<p>Dai comizi di Mussolini passando per Berlusconi, dalle manifestazioni studentesche del ’68 ai cortei del femminismo, dalle sfilate del gay pride al funerale di Don Giussani, dai girotondi al family day, da Genova al meeting di Rimini, la piazza è il luogo dell’entusiasmo. Probabilmente, se si fosse provato ad intervistare qualcuno dei presenti alle manifestazioni sopra citate si sarebbe raccolta la stessa medesima testimonianza: “<em>Sono felice di essere qui, oggi</em>, assieme a <em>tutta questa gente</em>: non potrei essere altrove, questo è il nostro tempo e la nostra presenza”. Che, secondo la definizione offerta in precedenza non sarebbe altro che un’ammissione: “Ammetto di fare parte della categoria degli entusiasti”.</p>
<p>Peraltro l’entusiasmo per com’è stato definito lo possiamo trovare in quantità industriale pure entrando nei locali piu’ alla moda, o semplicemente stazionando di fronte a qualche bar di Milano alla classica ora dell’aperitivo. I ventenni che si riuniscono al Bar Magenta all’uscita dall’università per l’ <em>happy-hour </em>(l’ora felice: mai slogan fu più azzeccato nell’ambito del nostro ragionamento) dimostrano lo stesso entusiasmo, lo stesso livello d’entusiasmo, che dimostravano i loro genitori che al Bar Magenta si trovavano per fondare Lotta Continua. I figli di oggi e i genitori all’epoca avrebbero rilasciato le stesse dichiarazioni: “Mi sento al posto giusto nel momento giusto con le persone giuste, siamo un popolo di entusiasti”. Nell’ottica di questa analisi, non vedo alcuna differenza tra uno slogan gridato da Mario Capanna e un Cuba Libre.</p>
<p>Attenzione, però: si potrebbe credere con quanto appena detto che l’entusiasmo sia un sentimento soltanto giovanile, uno stato d’animo tipico dei ventenni, destinato a scomparire con l’età e la prostatite. Non è vero: essendo un regalo del Signore, l’entusiasmo non va incontro a caducità e svalutazione ma permane per tutta la vita dell’individuo, assumendo solo nuove forme, magari più <em>private</em>, ma di certo non allontanandosi dalla convinzione di essere al posto giusto nel momento giusto con le persone giuste. In questi casi, l’entusiasmo diviene un importante ingrediente per incontri culturali organizzati da ex compagni di lotta, cene del Rotary Club, consigli comunali o meglio ancora comitati di quartiere ospitati in fredde aule di scuole elementari, per protestare contro l’installazione di un ripetitore per la telefonia mobile o il caro-libri. Quando l’entusiasmo si riduce ad una forma ancora più privata, allora può diventare un serio grattacapo per mariti/mogli di donne/uomini entusiasti, e potenzialmente motivo di divorzio.</p>
<p>Prima di passare a una breve fenomenologia dell’entusiasmo e alla relazione che intercorre tra entusiasmo e potere, voglio solo mettere in luce un elemento che reputo fondamentale. Per quanto detto sopra, l’entusiasmo comporta sempre, implicitamente, una <em>adesione</em>. Ma non a una causa, bensì a un <em>movimento</em>, cioè a un gruppo di individui immersi in un tempo storico. La causa, ovvero l’oggetto dell’entusiasmo, di per sé passa in secondo piano:</p>
<p>Teorema 4: <em>Nella logica dell’entusiasmo non è la causa la discriminante tra l’adesione e la non adesione, bensì l’esistenza di altri individui entusiasti </em>hic et nunc.</p>
<p>Tale adesione è un <em>consensus</em> collettivo, è la partecipazione al presente nel mezzo degli altri. E’ solo un “noi, oggi”, senza un “perché”.</p>
<p><strong>Fenomenologia dell’entusiasmo: </strong></p>
<p>Contrariamente a quanto si possa pensare, la principale espressione dell’entusiasmo non è la felicità, ma la commozione. Seguendo in parte il suggerimento di Milan Kundera e di Erving Goffman, l’adesione dell’individuo al patto è realizzata attraverso le lacrime: si tratta di un <em>consensus lacrimalis</em>. La commozione determina più della gioia l’appartenenza al “noi, oggi”; d’altra parte la commozione si fonda, più che la felicità, su delle regole morali standardizzate e codificate nella storia e nella società, e dunque è un sentimento più collettivo della gioia. Ogni club di entusiasti dispone di un decalogo non scritto che spiega nei dettagli <em>quando</em> bisogna piangere, <em>perché</em> bisogna piangere, e <em>come</em> bisogna piangere. D’altra parte le lacrime rappresentano il test da superare per essere accettati nel circolo dell’entusiasmo, per diventare un affiliato, per ricevere la tessera, per sottoscrivere la petizione (perché in ogni club di entusiasti c’è sempre una petizione da firmare), per diventare uno dei tanti del “noi”. Perché quella dell’entusiasmo è un’associazione chiusa, ma sempre pronta ad aprirsi a nuovi iscritti: purtroppo la selezione è ferrea, senza prove d’appello. Se un non-entusiasta fingesse dell’entusiasmo fittizio per entrare nel circolo, verrebbe subito scoperto al test delle lacrime, e interdetto per il resto dei suoi giorni dalla frequentazione del club.</p>
<p>Al contrario la gioia non sembra necessaria nella logica dell’entusiasmo: anzi, la gioia non è nemmeno preclusa al <em>genio scazzato</em>, che può abbracciarla sia nella forma dell’ironia, cioè della gioia attraverso il distacco, ma pure in una forma totale, sublimata, ultraterrena. E’ il caso della gioia del Santo Jullare Francesco, tanto lontana dall’entusiasmo quando prossima alla luce del Signore, o della gioia nipponica di Bill Murray in <em>Lost in translation</em>, pellicola di qualche anno fa.</p>
<p><strong>Entusiasmo e potere</strong></p>
<p>Da sempre, il potere si serve dell’entusiasmo. L’entusiasmo non è mai contro il potere: è sempre <em>per</em> il potere, nel senso che di per sé l’entusiasmo genera forme di potere. L’entusiasmo sottende il potere perché porta con sé le sue due dimensioni fondamentali: quella di controllo degli individui e di controllo della storia. Attraverso l’adesione esclusiva al presente e l’adesione tacita a un patto collettivo, l’entusiasmo permette al potere di manifestarsi: in maniera impersonale, certo, implicita, sottintesa, diffusa, in maniera “democratica”, ma totale. In altri termini, con l’entusiasmo, il potere esiste prima ancora di essere giustificato attraverso il suffragio o il plebiscito. E’ un potere che nasce dal basso, che nasce da un “noi, oggi”.</p>
<p>Il primo ad accorgersi dell’enorme potenziale costituito dal popolo degli entusiasti non è stato il potere politico, che solo negli ultimi tempi, e solo con l’adozione di forme di governo neo-populiste, si è appoggiato sul <em>consensus lacrimalis</em>; ma è stato il potere economico. L’economia post-moderna nasce e prospera grazie all’entusiasmo. L’entusiasmo è l’ingrediente primo della crescita dei mercati finanziari, ma pure il volano dell’economia reale. In una società come la nostra che prospera grazie ai <em>servizi </em>e agli <em>eventi</em>, l’entusiasmo gioca un ruolo imprescindibile: rilancia quotidianamente consumi ed acquisti – altrimenti propensi a decrescere secondo natura; moltiplica le relazioni – ingrediente primo dell’economia dei servizi; diffonde ed amplifica la portata degli eventi; ne accresce l’importanza agli occhi dei potenziali spettatori; attribuisce ad essi un valore economico; e più in generale allontana da una valutazione <em>fair-value </em>di qualunque attività economica, e in ultima istanza rende soggettivo e manipolabile il concetto di valore, permettendo cosi’ l’esercizio dell’economia su qualsiasi esperienza, attività, manifestazione, opera umana. In altri termini, l’entusiasmo legittima il concetto di valore aggiunto; e ad un livello tale che alcuni beni e servizi non hanno altro valore che un surplus di valore.</p>
<p>L’entusiasmo rende uniformi: dietro l’implicita adesione al <em>consensus lacrimalis </em>si nasconde lo spettro dell’omologazione. Per tale ragione il popolo degli entusiasti rappresenta il principale bacino a cui attingono i pubblicitari, perché rappresenta di per sé un pubblico potenzialmente globale: non a caso, il messaggio subliminale di ogni pubblicità non è un messaggio di gioia, ma un messaggio di entusiasmo. La pubblicità post-moderna non vuole convincere il suo fruitore: ma si appella solamente alla sua appartenenza ad un mondo fondato sull’entusiasmo. Che si vendano maccheroni o auto di lusso, profumi o minestre, finanziamenti a tasso zero o conti in banca, il sottotitolo invisibile di ogni reclame recita: <em>sei al posto giusto nel momento giusto con le persone giuste; appartieni ad un popolo di (consumatori) entusiasti</em>. E a ribadire il concetto appare il volto rilassato e sorridente di qualche giovane o di un padre di famiglia, che sospira: “Oh, come sono entusiasta”. D’altra parte l’omologazione collettiva nell’entusiasmo consentirebbe l’utopia del capitalismo: la minimizzazione dei costi attraverso la produzione su grande scala di un unico prodotto standardizzato. La chimera del capitalismo è un mondo che sia, per parafrasare Dominique Lapierre, una unica enorme <em>città dell’entusiasmo</em>.</p>
<p>D’altra parte anche coloro i quali lanciano strali contro l’omologazione si appellano all’entusiasmo del consumatore critico e risultano di per sé degli entusiasti: ecco la retorica sui prodotti del Made in Italy, sull’importanza della Ricerca e Sviluppo, ecco l’entusiasmo per il cibo macrobiotico e lo stile di vita olistico. L’entusiasmo degli oppositori al potere è sempre più entusiasta di quello dei suoi sostenitori.</p>
<p>Ma torniamo, per concludere, al nostro Ronald Antonio O’Sullivan. Il <em>genio scazzato </em>rappresenta l’unico vero nemico dell’entusiasmo. E pure l’unico pericolo per il potere. Il potere non teme gli entusiasti: l’entusiasmo collettivo contro il potere costituito porta con sé il germoglio del prossimo potere costituito, dunque permette al potere di replicarsi. A conferma dell’unità di intenti tra il potere e il popolo degli entusiasti è il fatto che il <em>genio scazzato </em>risulta ospite indesiderato sia degli uni che degli altri. Ad infastidire è il suo continuo rifiuto di aderire al tempo presente, di aderire al “noi”, il suo rifiuto a firmare la petizione (perché nel popolo degli entusiasti c’è sempre una petizione da sottoscrivere), a farsi convincere della bontà e dell’unicità di quanto incluso nei confini della commozione. Il <em>genio scazzato</em> tenta di giustificarsi: “Non è colpa mia, è colpa del Signore, che non mi ha fatto dono dell’entusiasmo”. Ma nessuno ci bada: nonostante il suo talento, il <em>genio scazzato </em>è bandito dalla città dell’entusiasmo. A spaventare è la sua incapacità di versare lacrime, la sua incapacità di commuoversi. Perché è così: la gente non ha paura dei mostri, ma di chi non sa commuoversi. I più speranzosi gli domandano: “Ma possibile che non ci sia proprio nulla, ma nulla, di noi, che ti fa piangere?”. Lui risponde con uno sbadiglio, e passa il gesso sul cuoietto. Se in giornata si lancia in un century break di quattro minuti, altrimenti si ritira negli spogliatoi.</p>
<p>Il <em>genio scazzato </em>è un pericolo perché non rientra, a differenza del semplice genio, nei piani del popolo degli entusiasti. Il genio è utile: col suo talento soddisfa una missione nella storia, nel presente, tracciando la strada per gli entusiasti. Il genio è adorato; di fronte al genio ci si commuove. Di fronte al <em>genio scazzato</em>, invece, si fugge: è un pericolo, con quelle smorfie non fa altro che ricordare che esiste un mondo al di fuori del “noi”, e un tempo al di fuori dell’”oggi”, in cui viviamo, e a cui abbiamo aderito. Il genio dipinge il quadro; il <em>genio scazzato </em>nel quadro ci incide un taglio, per il lungo, alla maniera di Lucio Fontana. “Come possiamo rimanere entusiasti se davvero esiste qualcosa d’altro al di fuori di questi confini, aldilà di questa tavola?”</p>
<p>Ma in fondo non c’è pericolo, e nemmeno bisogno di usare violenza. Il <em>genio scazzato </em>abbandonerà il tavolo da snooker e tornerà nella dressing room senza che gli si debba chiedere alcunché. Sono stufo, bofonchierà, a sé stesso e al pubblico pagante. E si maledirà: se anziché tutti questi talenti avessi solo una lacrima, pensa, una soltanto. Perché c’è solo una cosa che commuove il <em>genio scazzato</em>: il non essere mai riuscito a piantare i piedi su questo paese chiamato terra.</p>
<p><em>(Immagine: Lucio Fontana &#8211; Concetto spaziale, attese &#8211; 1964)</em></p>
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		<pubDate>Tue, 07 Aug 2007 21:38:39 +0000</pubDate>
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<em>(clic sull&#8217;immagine)</em><br />
<span id="more-4297"></span></p>
<blockquote><p><a href="http://www.cogandsprocket.com/adgen/adgen.html">The ad generator</a> è un&#8217;opera d&#8217;arte che esplora la manipolazione del linguaggio fatta dalla pubblicità. Si mischiano a caso parole e strutture semantiche di veri slogan aziendali per creare finti slogan da associare a immagini tratte da <a href="http://www.flickr.com">Flickr</a> e generare così delle pubblicità fasulle. Rimescolando gli slogan aziendali volgio mostrare come il linguaggio pubblicitario sia profondo, poiché riflette valori e desideri reali, e al contempo come esso sia del tutto insignificante, visto che questi valori non hanno alcun rapporto coi prodotti in vendita. Associando le immagini di Flickr intendo esaminare il rapporto tra lingua e immagine nella costruzione del significato.</p></blockquote>
<p><a href="http://www.theadgenerator.org/">http://www.theadgenerator.org/</a></p>
<p><a href="http://www.alexislloyd.com/">Alexis Lloyd</a>, progetto di tesi per il Master in arti figurative al Design and Technology department al <a href="http://dt.parsons.edu/">Parsons The New School for Design</a>.</p>
<p><em>[l&#8217;immagine non ha relazione diretta con Alexis Lloyd e proviene invece da <a href="http://www.obeygiant.com/">OBEY</a>, cfr <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Obey_Giant">Obey Giant su Wikipedia</a>. Via <a href="http://groups.google.com/groups?group=it.fan.marco-ditri">it.fan.marco-ditri</a>]</em></p>
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