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	<title>società &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Tik Tok come incubo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Jun 2019 05:00:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#160; di Alberto Brodesco &#160; TikTok – diciamo subito – è un incubo per un adulto, non certo per la generazione Z che lo usa e lo ama. Chi è nato prima del 2000 e non ha figli adolescenti o pre- può aver bisogno di una descrizione di questo nuovo social media: TikTok è un&#8217;app [&#8230;]]]></description>
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<p style="text-align: right;">di <strong>Alberto Brodesco</strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft  wp-image-79424" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/Tik-Tok-NI.jpg" alt="" width="519" height="805" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>TikTok – diciamo subito – è un incubo per un adulto, non certo per la generazione Z che lo usa e lo ama. Chi è nato prima del 2000 e non ha figli adolescenti o pre- può aver bisogno di una descrizione di questo nuovo social media: TikTok è un&#8217;app che serve a filmare e condividere video brevi (da 3 a 60 secondi, ma di solito meno di 15) che mostrano il creatore del video mentre balla, canta, fa lip sync, racconta qualcosa, scherza, si muove, va a caccia di simpatia.<br />
&nbsp;</p>
<p>Ad aver adottato questa app di videosharing come medium generazionale sono in particolare i ragazzi delle scuole medie e dei primi anni delle superiori. Un video di TikTok nasce quasi sempre in abbinamento a una musica. Il suo protagonista è il teenager (o pre-teen) che lo realizza. L&#8217;inquadratura parte da se stessi. Appena installata l&#8217;app, ci si trova in un disorientante labirinto di specchi, una distopia warholiana dove l&#8217;immagine del TikToker continua a moltiplicarsi e moltiplicarsi. Come scrive Clara Mazzoleni su <i>Rivista Studio</i>, “all’inizio il cervello dell’adulto prova un sottile ma persistente senso di di fastidio”. Si sprofonda in un abisso composto da ragazzini che si esibiscono, in una dimensione ibrida tra quella dello “show” (mi mostro mentre faccio qualcosa di interessante/artistico/curioso) e quella dell&#8217;esibizionismo puro e semplice (mi mostro e basta).<br />
&nbsp;</p>
<p>Si può certo sostenere che è un gioco, che non c&#8217;è niente di male, che sono poco più che bambini, e via minimizzando. Moralismi e nostalgie non hanno in effetti nessun impatto sulla considerazione che i teenager hanno di questo spazio virtuale. Presto l&#8217;app-giocattolo verrà abbandonata in favore di qualcos&#8217;altro. Poi si dice di solito: il problema non è lo strumento tecnologico, ma l&#8217;uso buono o cattivo che se ne fa. Ci si dimentica però così della non-neutralità dei dispositivi, che cambiano le nostre percezioni o la portata dei nostri sensi al di là dei contenuti che trasmettono. Come scrive ancora Mazzoleni, “il germe di TikTok si è ormai diffuso e, così come Snapchat – che ha obbligato Zuckerberg a trasformare Instagram –, ha contaminato il mondo, e si prepara ad alterare il modo in cui comunichiamo e usiamo i nostri telefoni”.<br />
&nbsp;</p>
<p>La “continuità d&#8217;utilizzo” nella manipolazione dello smartphone, ad esempio, ha cambiato la prassi della registrazione di immagini, che privilegia ora il formato verticale. Come dichiara il sociologo Davide Bennato, “usiamo il cellulare prevalentemente in modalità verticale, per cui metterlo in modalità orizzontale solo per i video è considerato un uso innaturale, una specie di attrito cognitivo che si scontra con la rapidità d’uso e con le nostre abitudini”. Le app (Snapchat, Instagram, TikTok) hanno investito, adottato, legittimato, rafforzato questa sensazione di comodità-continuità.<br />
&nbsp;</p>
<p>È così che il dispositivo produce potenti conseguenze. L&#8217;innocua idea di riprendere in verticale crea un immaginario proprio, che si mette di traverso rispetto a quelli che sono la storia e il sapere <i>orizzontali</i> dell&#8217;audiovisivo, accumulati nei secoli precedenti da cinema e televisione, ma anche dalla fotografia e dalla storia dell&#8217;arte. Il formato verticale tende a premiare il corpo umano, a spingere nella direzione del ritratto e dell&#8217;autoritratto, che ora si chiama selfie. Il dispositivo induce insomma alla riproduzione del sé, non dell&#8217;altro da sé, o alla sovrimpressione tra soggetto e oggetto.<br />
&nbsp;</p>
<p>Anche quando si filma qualcosa al di fuori, si inserisce nell&#8217;inquadratura una parte del proprio corpo (piedi nudi cesellati nel tramonto in spiaggia, il proprio volto che affianca al Louvre quello di Monna Lisa&#8230;), per dimostrare la presenza <i>in situ</i>, per lasciar emergere la visione in prima persona di quell&#8217;evento o esperienza. Come scrive Richard Bégin, “numerose immagini mobilografiche circolanti su Internet mostrano assai poco di un avvenimento, se non l&#8217;esperienza corporale di &#8216;chi filma&#8217; in presenza di quell&#8217;avvenimento”. Si può aggiungere, a fianco, anche una considerazione di Jean-Luc Godard: “la gente fa film su internet per mostrare che esiste, non con lo scopo di guardare alle cose”.<br />
&nbsp;</p>
<p>La vera essenza di un social media come TikTok è proprio questa esigenza auto-mostrativa: mostrare se stessi per dimostrare di esistere. I pur vituperati e incompresi YouTubers continuano ad avere (spesso) un oggetto esterno da raccontare (un trucco, un videogioco, una serie-tv…). TikTok è invece un continuo toccare lo spettatore sulla spalla per chiedergli “guardami, guardami”. La chiamano “look-at-me generation”. La più recente formulazione dell&#8217;esibizionismo prevede come primo passaggio “voglio essere guardato”: realizzo un video in cui mi mostro; e come secondo “voglio vedere come vengo guardato”: si controllano i like, i commenti, le reazioni suscitate.<br />
&nbsp;</p>
<p>Non c&#8217;è bisogno di appellarsi al valore salvifico del cinema in quanto arte, ma di riconoscere l&#8217;incubo rappresentato da TikTok per chiunque abbia a cuore l&#8217;idea di “ecologia delle immagini” di cui parla Susan Sontag. L&#8217;occhio umano ha sviluppato con pazienza, genio e perizia dei modi gloriosi e duraturi per concepire e modulare le immagini e i suoni. TikTok dà la sensazione di annullare tutto ciò per ripartire da zero – uno zero che in molti casi coincide col proprio ego.</p>
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		<title>Un bacione a Saviano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 May 2019 12:31:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot La parola è già movimento, atto, agire: qualcuno la sta ascoltando, e l&#8217;ascolto produce, incide, traccia. L&#8217;ascolto, anche quando passivo, è sempre attivo. Le ultime dichiarazioni del Ministro degli Interni, un videomessaggio vagante nei social, pronunciato con la stessa leggerezza del mezzo, dice qualcosa che non può sparire nell&#8217;invisibilizzazione che il mezzo, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/3IxBoULQ59M" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>La parola è già movimento, atto, agire: qualcuno la sta ascoltando, e l&#8217;ascolto produce, incide, traccia. L&#8217;ascolto, anche quando passivo, è sempre attivo.</p>
<div dir="ltr">
<div>
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<p>Le ultime dichiarazioni del Ministro degli Interni, un videomessaggio vagante nei social, pronunciato con la stessa leggerezza del mezzo, dice qualcosa che non può sparire nell&#8217;invisibilizzazione che il mezzo, nella sua produzione ipervelocizzata, in cui tutto ciò che appare, appare per un secondo e poi slitta, e slitta fino a scomparire.<span id="more-79406"></span></p>
</div>
<p>Probabilmente è anche questa una scelta voluta: dire, e potersi permettere il lusso che il detto venga presto tralasciato.</p>
</div>
<p>Ecco, io non credo che le dichiarazioni che partono da un bacio ad un uomo sotto scorta dai suoi 26 anni, che è minaccia, un bacio che poi dal singolo si estende a tutte le figure che (da sempre, dall&#8217;inizio) ha attaccato, si possano tralasciare, ci si possa scorrere sopra, accanto, forse dichiarare per un momento il proprio disgusto, e poi aggiungere: suvvia, non ha presa, suvvia, si sgonfierà, suvvia, non ha peso, il peso cade, è già caduto.</p>
</div>
<p>Perché Salvini non è un&#8217;eccezione, un&#8217;eccedenza, un elemento meteora solitario. Quel respiro d&#8217;odio, che dice perversamente: godo nell&#8217;angosciarti/nell&#8217;<wbr></wbr>angosciare, è una cifra che va considerata del nostro tempo.</p>
</div>
<p>Che entra negli interstizi, nel discorso comune, dove non c&#8217;è più nemmeno l&#8217;imbarazzo e il rossore nel dichiare il proprio disgusto e l&#8217;odio verso l&#8217;Altro.</p>
</div>
<div>Salvini nasce e si muove all&#8217;interno di queste coordinate storiche e sociali che fanno da risonanza armonica: lui parla, viene ascoltato, gli altri parlano, lui ascolta, lui ridice. In parte a capo di un discorso che lui stesso genera, in parte portavoce di una narrazione che negli anni si è radicata.</div>
<div></div>
<div>Non può passare nel silenzio un video, la parola in cui viene dichiarato l&#8217;intento e il desiderio di decidere per la vita &#8211; perché di questo si tratta &#8211; di soggetti a rischio, in pericolo, in un paese in cui quel pericolo esiste nel sottosuolo e ai gradi più alti &#8211; e che la storia ci ricorda a cosa ha portato, quali vittime ha esposto, che sono esposte,  e poi ha  bruciato.</div>
<div>Non può sparire sottotraccia il paradosso del &#8220;non interverrò su casi personali&#8221; quando l&#8217;inizio &#8211; e l&#8217;inizio, l&#8217;incipit è sempre una dichiarazione d&#8217;intento &#8211; va nella direzione opposta.</div>
<div></div>
<div>Ma oltrepassando quel bacio iniziale diretto a Roberto Saviano, il bacio si espande, oltrepassa un limite. Che quel dire sia un dire che all&#8217;interno di uno Stato di Diritto non possa concretamente modificare le decisioni seguenti non è un deterrrente per chiudere un occhio, per lasciar cadere.</div>
<div>
<p>Non sono solo i fatti, gli agiti, a mettere in movimento: come scriveva Canetti, &#8220;nell&#8217;oscurità, le parole pesano il doppio&#8221;.</p>
<div class="yj6qo"></div>
<div class="adL"></div>
</div>
<div class="adL">
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<div>
<div></div>
</div>
</div>
</div>
</div>
<p><!--more--></p>
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		<title>I giochi di Ryan. Analisi di un video su youtube</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Feb 2019 06:00:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Alberto Brodesco Ha avuto una certa risonanza la notizia, pubblicata da Forbes, che una delle star più ricche di YouTube è un bambino di sette anni. Grazie al suo canale, “Ryan ToysReview”, Ryan ha guadagnato in un anno, secondo la stima di Forbes, 22 milioni di dollari. Il canale di Ryan contiene essenzialmente recensioni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">di <strong>Alberto Brodesco </strong></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-77869" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Ryan.jpg" alt="" width="1920" height="1080" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Ryan.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Ryan-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Ryan-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Ryan-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Ryan-250x141.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Ryan-200x113.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Ryan-160x90.jpg 160w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" />Ha avuto una certa risonanza la notizia, pubblicata da </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><i>Forbes</i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">, che una delle star più ricche di YouTube è un bambino di sette anni. Grazie al suo canale, “Ryan ToysReview”, Ryan ha guadagnato in un anno, secondo la stima di </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><i>Forbes</i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">, 22 milioni di dollari. Il canale di Ryan contiene essenzialmente recensioni di giocattoli e video di “unboxing”, ovvero spacchettamento di regali – un genere, destinato in particolare ai bambini in fascia pre-scolare, che gode di un&#8217;enorme popolarità su YouTube.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Più che ragionare sul turbocapitalismo, sugli eccessi del mercato, sulla brandizzazione di un bambino, sui dilemmi etici del consumismo o sui meccanismi di divizzazione precoce, vorrei qui analizzare nel dettaglio un video che si intitola “Ryan Surprise Toys Opening Challenge with Toy Jellies”. Dura 13&#8217;15&#8221;, ed è stato pubblicato il 9 dic 2018 su un canale gemello, “Ryan&#8217;s Family Review”, rispetto a quello principale. Ha ricevuto (a febbraio 2019) circa 3.800.000 visualizzazioni.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il video inizia con qualche secondo di riprese sfocate del soggiorno-cucina della casa dove Ryan abita con madre, padre e due sorelle, gemelle omozigote. La mamma di Ryan, che regge in mano la videocamera, torna a casa e chiama a voce alta il figlio, e poi il padre. Si sente una musica di fondo rockeggiante – basso, accordi di chitarra, batteria. A livello enunciativo, il fuori-fuoco e la ripresa in soggettiva connotano immediatamente il video come amatoriale, domestico.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Appena Ryan e suo padre arrivano di fronte a lei, la madre appoggia sul tavolo una borsa di plastica: “I&#8217;ve found something at Target” (una catena di supermercati). Ryan e il padre ne svuotano il contenuto, 10 sacchetti di “Ryan&#8217;s jellies”, bustine con dei regalini “a sorpresa”, dei pupazzetti gommosi schiacciabili. La madre si rivolge al figlio per dirgli: “Ryan&#8217;s jellies… Are you a jelly?”. Si tratta in effetti di oggetti di merchandising ispirati al canale di Ryan, la serie 1 delle “Mystery Jellies Figures” di marca “Ryan&#8217;s World” (TM). Parte ora la piccola sigla del canale.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">In quello che si può definire un flashback, ritorniamo da Target, dove osserviamo la madre di Ryan mettere nel carrello le dieci bustine. L&#8217;espositore segnala che si possono trovare dieci figure diverse, che vanno da un mini-Ryan a un panda (di nome Combo) segnalato come raro. Il costo di ogni bustina è 5.99 dollari. Mentre è al supermercato, la mamma si imbatte anche in altri giocattoli di marca “Ryan&#8217;s world” – un triceratopo sonoro, un gioco da tavolo, macchinette di plastica, slime. Uno stacco di montaggio ci porta alla cassa automatizzata del supermercato, dove la mamma di Ryan passa una delle bustine sotto il lettore del codice a barre. Questa breve inquadratura funge da conferma indessicale, sonora (“bip”), del fatto che quel prodotto è stato effettivamente acquistato.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il flashback finisce e si torna, dopo 2&#8242;, al punto in cui il video è iniziato. Si rivede la mamma che chiama Ryan e il papà. È una scelta enunciativa molto cinematografica: una sequenza (ben 20&#8221;) vista poco prima viene riproposta allo spettatore alla luce della competenza cognitiva acquisita grazie al flashback al supermercato. Lo spettatore rivede il sacchetto sapendo già, ora, cosa contiene.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">La videocamera inquadra il tavolo pieno di giochi in primo piano. Ryan sta a sinistra, il padre a destra. Lo sfondo mostra la cucina della loro casa, ordinata ma non troppo: non si tratta di un set, è una casa vera. Nell&#8217;inquadratura sono a questo punto già presenti diversi Ryan: il bambino in carne e ossa e la sua fotografia che appare in ognuna delle dieci confezioni. Un ulteriore Ryan è raffigurato in forma di fumetto sulla t-shirt che Ryan indossa. Si assiste insomma a una proliferazione di Ryan, il quale, come un Gremlin, continua a moltiplicarsi da qui alla fine del video. Il primo sacchetto che viene aperto da Ryan contiene infatti un pupazzo gommoso di Ryan vestito da super-eroe. È un mulinello, una creazione di effetti a cascata che producono una </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><i>mise en abyme</i></span></span></span> <span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">del soggetto rappresentato. Ryan tiene in mano una bustina con la sua faccia dentro la quale c&#8217;è un pupazzetto con la sua faccia.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il padre aprendo il pacchetto trova invece un gelato (“Ice cream guy”). Il terzo sacchetto recapita in mano a Ryan un altro Ryan. “Un duplicato!”, commenta la mamma fingendo entusiasmo. “Non sapevo che avessi un gemello”, aggiunge mentre colloca i due Ryan fianco a fianco. I successivi giochi sono un </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><i>gaming controller</i></span></span></span> <span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">(“Il mio preferito, finora”, nelle parole della mamma, che privilegia stranamente quest&#8217;oggetto al simulacro di suo figlio); un altro </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><i>controller</i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">; poi il pupazzetto “raro”, il panda; un altro gelato. L&#8217;allegria si propaga contagiosa. Il gioco successivo, l&#8217;ottavo, è una provetta da laboratorio antropomorfa. Gli ultimi due regalini sono un coccodrillino (Gus) e un doppione del pur raro panda. La madre commenta che mancano, per completare la collezione, la pizza, il cartone di latte, le patatine fritte e il pallone da calcio.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Da qui in poi si entra nella parte meno interessante del video, puramente pubblicitaria. Ryan si fa seguire dalla videocamera della madre in una stanza che raccoglie tutto il suo merchandising (“Ryan&#8217;s world merch toy room”), disposto in una libreria. Posiziona i nuovi giochi in uno spazio libero. La madre passa in rassegna e pubblicizza gli altri prodotti esposti. La proliferazione di Ryan diventa ora parossistica, quasi un delirio narcisistico che vede l&#8217;inquadratura riempirsi di Ryan di ogni tipo, in versione pilota, astronauta, karateka, scienziato, eccetera. Il finale è promozionale, con la madre che suggerisce dove si può comprare cosa e lancia un concorso per trascorrere una giornata di gioco con Ryan.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">In un sol colpo, Ryan&#8217;s Family Review riesce a metter in moto due fonti di guadagno, pubblicizzando il suo merchandising e promuovendo il suo canale. La pubblicità non serve più solo a vendere il prodotto ma anche a vendere se stessa. Si osserva una sovrapposizione inestricabile fra pubblicità dell&#8217;oggetto esibito (il giochino) e pubblicità (generatrice di visualizzazioni) del canale YouTube. Il prodotto esposto in vetrina viene mostrato anche per vendere l&#8217;intero negozio. La vetrina in cui esporre le merci è una merce essa stessa.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">La strategia enunciativa, il particolare tipo di vetrinizzazione che abbiamo osservato, combina amatorialità e professionismo, linguaggio dell&#8217;home movie e linguaggio del cinema: narrazione piatta </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><i>più </i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">flashback; camera a mano, soggettiva, fuori fuoco </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><i>più</i></span></span></span> <span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">alta definizione; improvvisazione </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><i>più </i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">studiatezza; spontaneità </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><i>più </i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">recitazione; piccola manualità </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><i>più</i></span></span></span> <span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">regole del marketing; ingenuità </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><i>più </i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">posa; dimensione del gioco </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><i>più </i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">business. Non sembra simulata la stupefazione del bambino mentre apre i regali marchiati con il suo brand. Mentre certo appare forzata la reazione degli adulti, appare finta la loro eccitazione. Ma non recitiamo tutti, nella vita, la parte degli entusiasti di fronte all&#8217;entusiasmo dei bambini?</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">In questa tensione tra artigianato e industria, tra creazione e algoritmo, il piccolo Ryan diventa una sineddoche. Nella mediasfera contemporanea il soggetto è ridotto al ruolo di un Umpa Lumpa nella fabbrica di cioccolato di Roald Dahl, immerso in ciò che gli piace eppure alienato, incapace di allontanarsi dal suo feticcio e di riconoscerlo come tale. Come gli Umpa Lumpa venivano pagati in cioccolato, quindi con il frutto stesso del loro lavoro (al netto ovviamente del plusvalore), il guadagno personale di Ryan coincide almeno per il momento con i giochi, ovvero con la merce che deve vendere.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"> </span></p>
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		<title>Avanzi di natale: la colpevolezza del poeta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Jan 2016 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[autoreferenzialità]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese (Questo dialoghetto si è esaurito prima di concludersi, per stanchezza di fine d’anno. Si può con agio saltare. D’altra parte, voleva esporre un’idea sulla comunicazione in generale, perché pare che tutti quanti quelli che scrivono, scrivono per dire qualcosa, mentre ci sono quelli come i poeti che scrivono per non dire nulla. Però ci [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/jacobson_formula.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-59029" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/jacobson_formula-300x160.jpg" alt="jacobson_formula" width="300" height="160" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/jacobson_formula-300x160.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/jacobson_formula.jpg 335w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>(Questo dialoghetto si è esaurito prima di concludersi, per stanchezza di fine d’anno. Si può con agio saltare. D’altra parte, voleva esporre un’idea sulla comunicazione in generale, perché pare che tutti quanti quelli che scrivono, scrivono per dire qualcosa, mentre ci sono quelli come i poeti che scrivono per non dire nulla. Però ci sarebbe da osservare che, ad esempio, la parola dei politici di professione, ma anche di quelli semiprofessionisti, spesso assomiglia alla poesia, perché non si sa se davvero si riferisca al mondo, o al nulla, ma anche in televisione spesso sembra&#8230;  Ecco mi fermerei qui.)</em></p>
<p>⊗</p>
<p>Gianluigi – Certo che poi, anche voi, voglio dire, con quel vostro atteggiamento…</p>
<p>Io – …</p>
<p>Gianluigi – Tu fai il poeta vero? Ho visto una cosa, non mi ricordo più…<span id="more-59025"></span></p>
<p>Io – Sì, bè, ecco, scrivo poesie, diciamo sì…</p>
<p>Gianluigi – Poesie… Ma hai anche pubblicato?</p>
<p>Io – Sì, qualche libro.</p>
<p>Gianluigi – Maaa… e quindi vivi con la poesia?</p>
<p>Io – No, per carità. Faccio l’insegnante.</p>
<p>Gianluigi – Ah, mi sembrava… Però, diciamo, ti senti un poeta…</p>
<p>Io – Insomma, è una parola che si presta a mille malintesi…</p>
<p>Gianluigi – Sì, no, bè, non vorrai mica farmi una conferenza su questa cosa!</p>
<p>Io – No, certo, scusa. Sì, diciamo, sono uno che scrive poesie.</p>
<p>Gianluigi – Perché il problema di voi poeti… il problema vostro… No, perché l’ho sentito dire anche da un giovane poeta, ma un poeta che era in TV, diciamo, un giovane poeta importante… Ecco dicevo… il problema della poesia è che voi scrivete in modo difficile. Cioè si vede, quando uno legge, che c’è… come dire… lo studio… ma poi… non arriva nulla. Io leggo moltissimo, leggo tutto. Io posso leggere libri di duemila pagine, di quattromila pagine. Romanzi storici, che sono anche lunghi perché magari iniziano con un intrigo medievale che si conclude nel Settecento. E sono pagine. Ci sono secoli da far passare… No ho letto anche i <em>beat</em>, ma quelli però, cioè voi sembra che uno debba essersi, non so, studiato un manuale di linguistica, quelli erano per la strada, i <em>beat</em>, quelli davvero facevano poesia, ma perché erano lì, in mezzo alla strada tutto il giorno. Anche di notte, stavano svegli, e conoscevano le persone quelle che vivono di notte, le puttane per esempio. No, quei poeti lì, erano bravi. Parlavano di quella vita, di chi sta in mezzo alla strada, soprattutto di notte, quando c’è un sacco di gente balorda in giro, e le puttane. Adesso, tu mi dici che insegni. Immagino che insegnerai di giorno?</p>
<p>Io – Soprattutto di mattina.</p>
<p>Gianluigi – Eh, appunto. Comunque diceva quel giovane poeta in televisione che il problema della poesia viene proprio dai poeti. Adesso, non so tu, ecco, io non ti ho mai letto, ma sono i poeti colpevoli. E questo lo capisco bene. Io guarda leggo tutto, perché non leggo mai poesia? Io leggo quattromila pagine, dal medioevo al Settecento, ci si sposta dalla Spagna Araba alla Boemia illuminista, e dico, come mai, io, non riesco a leggere una poesia? Dico, non quelle belle dei <em>beat</em>, ma di quelle che vengono scritte oggi? Quanto sarà lunga una poesia scritta oggi? Le tue poesie di quante pagine sono lunghe?</p>
<p>Io – Spesso una pagina.</p>
<p>Gianluigi – Ecco, una pagina! Eh, per dio, sarò in grado di leggere una pagina io, anche se di poesia? Il problema è che i poeti sono, io credo, anche perché ci ho poi riflettuto, a quello che ha detto quel giovane poeta in TV, ricordo che parlava di “poesia onesta”… Ma che cos’è che non va secondo te? Non so, magari tu poi scrivi… magari pure mi piacciono… ma è il problema dell’autoreferenzialità no? È chiaro che voi poeti siete autoreferenziali… Non è che sarò per forza scemo io. Io faccio diversi lavori di responsabilità, ho due master, tirocinio in vari ambiti, faccio formazione, e sono impiegato come consulente per recuperare le aziende, insomma, ristrutturarle e salvarle, quando stanno per… Adesso non è che voglio parlare di me e vantarmi. Ma io leggo tutto. Anche letteratura scientifica. Dura. Però, non so, la poesia non la leggo, e ho capito il perché. Insomma, la colpa è vostra, ma è soprattutto dell’autoreferenzialità. Siete autoreferenziali. Lo dice anche, a modo suo, quel giovane poeta della TV.</p>
<p>Io – No, ma io capisco benissimo, anzi, sono d’accordo, è bene che la poesia sia disonesta, insomma che si tenga all’altezza dei tempi, almeno quello, a tempi pestiferi poesia pestifera, mi va benissimo, la poesia disonesta. Poi c’è un sacco di poesia brutta. Insomma, è normale, fisiologico. Da quando il mondo esiste, quante commedie brutte, obliabili, sono state scritte e messe in scena? E così di tutto, il brutto domina nell’arte, è il concime, tutti ci stiamo dentro, brutti nel brutto, brutti poeti a scrivere brutte poesie, sperando che in questa circolazione di orrori si crei qualche alchimia, venga fuori un bel testo, per sbaglio, per legge statistica, magari addirittura un libro decente per durare un ventennio, mezzo secolo.</p>
<p>Gianluigi – Però, non vorrei insistere, autoreferenziali soprattutto. Mi spiego?</p>
<p>Io – Magari, qualche precisione in più…</p>
<p>Gianluigi – Non so, bè, mi sembra chiaro. Voi fate le cose e poi le leggete voi.</p>
<p>Io – Il problema sarebbe quindi che uno scrive le poesie e poi va pure a leggere quelle che hanno scritto gli altri?</p>
<p>Gianluigi – Eh, sì. Vi leggete tra voi.</p>
<p>Io – Quindi un musicista non dovrebbe ascoltare musica? E non sta bene che un romanziere legga romanzi, o che un architetto vada a visitare un edificio concepito da un altro architetto, o che un biologo legga quanto hanno scritto altri biologi, e che un regista vada al cinema?</p>
<p>Gianluigi – No, non sto dicendo questo. È che voi vi leggete tra voi! Siete soltanto voi che vi leggete. Cioè, non è che abbia le cifre, dico così, ma ci capiamo…</p>
<p>Io – Quindi un poeta che scriva poesia senza mai sognarsi di leggere le poesie degli altri, morti o viventi, è un poeta non autoreferenziale, cioè non corre i rischi che la sua poesia sia letta solo da addetti ai lavori, ad esempio…</p>
<p>Gianluigi – Non so se uno che scrive poesie non debba mai leggere…</p>
<p>Io – Ti sembra una garanzia? Il musicista che non ascolta mai nulla? Nessun disco, nessun concerto…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Qui ci sarebbe da inserire tutta una parte di dialogo, in cui si parla della televisione, dei programmi televisivi in cui si invitano persone di altri programmi televisivi, e che parlano di trasmissioni televisive, discutono di quanto è stato detto da un certo conduttore in un certo programma, ecc. Poi si abbordano i politici, i quali quando parlano, parlano per addetti ai lavori, soprattutto quando non si capisce assolutamente cosa dicono, quando insomma non si capisce, si dice che parlano per addetti ai lavori, parlano come esperti, ma poi quando si capisce, vuol dire che i politici parlano semplice, ma parlano così semplice che dicono frasi come “Adesso è il momento di avere fiducia, e di incrementare la crescita”, oppure “La crescita è dietro l’angolo”, oppure dicono che “Bisogna combattere la disoccupazione”, e quindi non sembrano autoreferenziali, perché tutti capiscono le loro parole, stavolta non parlano per gli addetti, e però non è poi che quelle parole sia molto più referenziali di quelle dei poeti, sembrano oneste, sembrano parole oneste, ma sono anche incredibilmente vuote, è l’onestà del vuoto, l’onesta dello zen che forse si vorrebbe anche dai poeti, anche se poi ci sono i poeti onesti e zen, i poeti vuoti, meno male, che scrivono in modo semplice, per tutti, ma Gianluigi dice che non legge nemmeno quelli, perché lui tanto la poesia non la legge, e secondo me Gianluigi fa bene a non leggere la poesia. Gianluigi poi direbbe che parlare della doppiezza (nullità) comunicativa dei politici è segno inequivocabile di qualunquismo, e&#8230; Ecco, mi fermerei qui.</p>
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