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	<title>Sonno &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Lo stato delle cose in Occidente II</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 12:30:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante «All’inizio il dono dell’arte si manifesta attraverso la malattia. A volte mi sento una creatura in cui coesistono innumerevoli spiriti: l’artista 1, l’artista 2, l’artista 3&#8230;» Di ritorno dal Sud Tirolo, trovo queste parole registrate da una voce umana nella mia segreteria telefonica. La riconosco: è quella di Nedko Serbajenov, un «essere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>«All’inizio il dono dell’arte si manifesta attraverso la malattia. A volte mi sento una creatura in cui coesistono innumerevoli spiriti: l’artista 1, l’artista 2, l’artista 3&#8230;»<br />
Di ritorno dal Sud Tirolo, trovo queste parole registrate da una voce umana nella mia segreteria telefonica.<br />
La riconosco: è quella di Nedko Serbajenov, un «essere scelto», un «eletto», un «veggente», un «pittore» sintonizzato con ’universo. Ogni sua opera possiede un suo stile. Non ho dubbi: Serbajenov rappresenta a mio avviso l’ultima frontiera dell’arte visiva: nessuno, neppure Serbajenov, è in grado di stabilire quando il suo essere sarà sequestrato da uno dei suoi innumerevoli spiriti. Chi sarà l’autore del suo prossimo quadro? L’artista numero 1? L’artista numero 2? O l’artista numero 3, 4, 5&#8230;?<span id="more-13259"></span> Senza contare le combinazioni possibili tra i singoli elementi di ogni artista con quelli di tutti gli altri.<br />
Quando si contempla una delle sue tele, si approda in un isolotto lontano da ogni arte concettuale dei nostri giorni: da tutta questa diarrea artistica che ha trasformato il talento (<em>talant</em>, in russo) in un marchio scioccante e ripetitivo il cui solo senso coincide con il suo valore commerciale: tutti questi piccoli Damien Hirst, tutti questi geni del box-office del terrorismo visivo.<br />
Serbajenov non si ripete mai. Non può farlo. E come potrebbe? La collezione di spiriti che si dibattano nella sua anima è infinita e sconosciuta.<br />
Ho detto «anima», ma la parola è inadeguata. Il dono dell’arte, secondo Serbajenov, non ha nulla a che vedere con le nostre profondità. Egli, in realtà, subisce uno slittamento di ciò che nel nostro linguaggio puerile chiamiamo «stato di coscienza». È precisamente in quel momento che uno dei suoi «antenati» lo trasporta sotto la sua ala e lo separa dal mondo di quaggiù. La pittura, la poesia, non sono altro che una manifestazione sciamanica. Lo scopo dell’arte non è quello di scioccare o di ferire, ma di placare quella massa confusa di tristezza e di dolore che ogni persona sente mordere nelle fibre del suo corpo. Il corpo visibile e il «corpo invisibile», come dice Serbajenov. È quest’ultimo che ci lega ai nostri «antenati»: la vita di un uomo incomincia prima della sua nascita e non termina con la sua morte. Ciò significa che ogni uomo è sempre circondato da una grande aureola di corpi invisibili che fluttuano come foglie autunnali nel vortice del tempo.<br />
Lo scopo sciamanico di ogni artista del XXI secolo è perciò quello di prender su di sé la sorda sofferenza di ogni uomo, diventare il catalizzatore del Male accumulato nel corso dello sviluppo diabolico della storia del XX secolo ed educarsi a entrare in contatto con i corpi invisibili dei suoi antenati. Pena: la morte.<br />
Serbajenov è nato nella Siberia estremo-orientale alla fine degli anni trenta del secolo scorso, precisamente a Jakutsk, capitale della Jakuzia. Suo padre era un fisico delle particelle elementari. Sua madre, Alejandra Pozharnik, era un’ebrea russa. La sua famiglia, allo scoppio della rivoluzione d’Ottobre, era emigrata in Argentina, a Buenos Aires, dove Alejandra è nata nel 1919. Dopo aver studiato alcuni anni con il pittore e poeta Juan Soro de Planas, nel 1937, spirito libero e nomade, decide di conoscere il paese dei suoi antenati visibili e invisibili.<br />
Nel 1938, in uno dei periodi più cupi delle purghe staliniane, sbarca a Vladivostok. Qui, durante una serata letteraria a casa del poeta Piotr Tvardoskij, incontra Boris Serbajenov, amico d’infanzia di Tvardoskij e suo fratello astrale (erano nati nello stesso giorno e alla stessa ora), che lavorava in una centrale nucleare. I due, dopo neppure un mese, a causa di una soffiata di un collega di Boris sulle «ambigue» origini di Alejandra, sono costretti a fuggire da Vladivistok. Alla fine di un viaggio inenarrabile, raggiungono nel marzo del 1938 Jakutsk, dove viveva uno zio di Boris, un discendente di una lunga genealogia di sciamani della regione. L’anno seguente, in una cantina, verrà alla luce Nedko.<br />
Ho conosciuto Serbajenov dieci anni fa. Viveva già da tempo a New York. Era diventato ricco. Fra i suoi adepti c’erano molti oligarchi della nuova Russia di Putin, i quali per avere i suoi favori gli inviavano una volta al mese un jet privato. Nedko, con il suo immancabile blazer blu, saliva la scaletta lentamente. Non era mai in ritardo. Non aveva perso tuttavia la sua scorta di umanità: un giorno alla settimana era consacrato a ricevere nel suo ufficio-atelier di Manhattan ogni genere di paria e di apolidi che vivevano come vermi nella polpa putrida della Grande Mela. E non dimenticava neppure le babuske di Brooklin, che non avevano mai appreso la lingua dei «nemici del popolo».<br />
È stato a Parigi. Saint-Germain-des-Près. Ero al bistrot “Bonaparte” con Pascale Delpech, la moglie francese di Danilo Kis, l’ultimo scrittore jugoslavo, morto nel 1989, un mese prima del crollo del muro di Berlino.<br />
Pascale, a quell’epoca, aveva già tradotto tutta l’opera del marito. Faceva la spola tra la Francia e Pristina, la capitale del Kosovo, dove lavorava come interprete presso il distaccamento delle <em>Kosovo Security Forces</em>. Le aveva dato appuntamento per discutere la traduzione italiana di una raccolta di saggi di Danilo, <em>Homo poeticus</em>. Durante la conversazione, un uomo dai capelli bianchi e arruffati, che contrastano con il suo impeccabile abito blu, si avvicina al nostro tavolo e si accomoda. Si presenta come «un artista di origine russa». Io e Pascale ci guardiamo un istante negli occhi. La conversazione riprende. Afferrato il nostro argomento, «l’artista di origine russa» tenta di estrarre dalla tasca della sua giacca un enorme taccuino, così smisurato che per estrarlo è costretto ad affondare la mano nelle più profonde profondità. Finalmente, dopo aver strappato la tasca, ce lo mostra trionfante: «Consigli utili per ogni evenienza!».   </p>
<p>«Non visitare le fabbriche, i kolchoz, i cantieri: il progresso è ciò che non si vede a occhio nudo»<br />
«Non occuparti di economia, di sociologia, di psicanalisi»<br />
«Sii consapevole che l’immaginazione è sorella della menzogna, e perciò pericolosa»<br />
«Non credere ai profeti, poiché tu sei un profeta»<br />
«Sappi che quello che non hai detto nei giornali non è perduto per sempre: è torba»<br />
«Non esaltare il relativismo di tutti i valori: la gerarchia dei valori esiste»<br />
«Non creare nessun programma politico, non creare nessun programma: tu crei dal magma e dal caos del mondo»<br />
«Non lasciarti persuadere di non essere nulla e nessuno: tu hai visto che i principi hanno paura dei poeti»<br />
«Quando senti parlare di “realismo socialista”, rinuncia a ogni discussione»<br />
«Chi afferma che la Kolyma è altra cosa rispetto a Auschwitz, mandalo al diavolo».</p>
<p>Io e Pascale ci guardiamo un’altra volta negli occhi. Restiamo di stucco: quello che Serbajenov nel suo francese un po’ metallico ha appena finito di snocciolare è una scelta dei <em>Consigli a un giovane scrittore</em> scritti in serbo-croato da Danilo Kis nel 1984, tradotti da Pascale nel 1992 e pubblicati nella versione francese di <em>Homo poeticus</em> nel 1993 da Fayard.<br />
Un anno dopo ero a Boston, a casa di Keith Botsford, colui che mi aveva iniziato all’opera di Saul Bellow e che una dopo l’altra, come fossero state ostie consacrate, aveva posato sulla punta della mia lingua queste parole immortali: «<em>Nature cannot suffer the human form. The visible world sustains us until life leaves, and then it must destroy us</em>» (La Natura non può tollerare la forma umana. Il mondo visibile ci sorregge finché la vita ci lascia, poi ci deve distruggere).<br />
Una sera di novembre, verso la fine del mio soggiorno, Keith era al pianoforte, un magnifico Bösendorfer a coda modello Chippendale. La testa leggermente reclinata, stava eseguendo la <em>Sarabanda</em> della <em>Suite inglese</em> n. 5 di J. S. Bach. Mentre lo ascoltavo, sfogliavo distrattamente l’inizio del suo romanzo <em>Collaboration</em>:</p>
<p><em>Nature has not primed man or beast for losing. It watches the predator, not the prey. Examples of losing abound: being callously rejected by the man one loves, being beaten senseless by thugs, having one’s soul-destroyng secrets laid out in the public prints, learning that one’s children connive at your early death&#8230;</em></p>
<p>(La Natura non ha programmato l’uomo o l’animale alla perdita. Si preoccupa del predatore, non della preda. Esempi di perdita abbondano: c’è chi è respinto senza pietà da qualcuno che ama, chi è ucciso senza alcuna ragione da un invasato, chi vede i propri segreti più intimi e inconfessabili esposti sulle pagine della stampa, chi impara che i figli possono convivere con la sua morte precoce&#8230;).</p>
<p>Il vecchio telefono di casa Botsford squilla. Keith risponde. Alla fine della breve conversazione in russo, sfiorando il corpo del suo pianoforte, m’informa: «Era Serbajenov. Vuole vederti domani per colazione all’“Anthony Pier 29”».<br />
«Allora, Nedko, raccontami com’è nata quella che una volta hai chiamato la tua “vocazione sciamanica”&#8230;».<br />
«Non ci si meraviglierà mai abbastanza dell’onnipresenza della natura nella Siberia in cui sono nato: cielo, uccelli, alberi, animali di tutte le specie, la notte, e la neve&#8230; Era inverno. Avevo dodici anni e passeggiavo con mio zio Ivan in un bosco di cedri. D’un tratto mi sono ritrovato con il volto affondato nella neve: il suo biancore accecante tempestato da lampi di sole&#8230; «È bene che testa e cuore s’allontanino/ Dalla notte che tace/Ho visto il mattino di neve/Dalle luci gialle, come un tempo/Un cesto di frutti amari/ O erano bocche di leone?», canta il nostro poeta&#8230;<br />
Un medico aveva diagnosticato una crisi epilettica. Mio zio mi ha accompagnato da un vecchio sciamano della sua tribù. Lo sciamano, vestito di piume d’uccello, ha acceso un fuoco, alimentandolo con la corteccia della betulla che s’innalzava al centro della sua tenda: simbolo dell’albero cosmico che congiunge i tre mondi. Poi mi ha piantato in gola un tubo di vetro e ha aspirato dal mio corpo un liquido nero: lo spirito maligno che mi possedeva».<br />
«E il rimedio è stato efficace?», gli domando.<br />
«Posso solo dirti che in quel momento ho compreso di essere stato scelto. Le crisi si sono manifestate ancora diverse volte, ma con il trascorrere degli anni ho imparato a governarle. Diciamo che ho imparato a smembrare e a ricomporre il mio corpo. Prima di restituirmi la mia forma originaria, il “Creatore ozioso”, che attraverso il vecchio sciamano, amico di mio zio Ivan, aveva cacciato lo spirito maligno, ha deposto in me un dono: un diamante».<br />
«Il diamante dell’arte?», gli domando, mentre fuori comincia a nevicare sull’Atlantico.<br />
«Il diamante della malattia, mio caro, di cui l’arte non è che una manifestazione, Il mio compito è quello di guarire gli altri. E per guarirli è necessario possedere il diamante della malattia, cioè il dono di catalizzare i mali degli altri, di veder i loro mali riflessi nel prisma sacro del mio diamante, di imprigionarli nella sua luce, di trasformarli grazie alla sua luce&#8230; L’arte, in questo Occidente spogliato di mistero, ha bisogno di risvegliarsi ai sogni. E il solo modo di risvegliarsi ai sogni è quello di rivelare il sonno nel quale siamo immersi. I nostri sensi dormono, mio caro, raggomitolati come cani bastardi impauriti e senza padrone agli angoli di tutte le strade di questa città in decomposizione e senza vie d’uscita che chiamiamo “intelligenza”. Ma l’intelligenza è solo un ingrediente, non la zuppa. Conosco diverse specie di uccelli in Siberia che possiedono un’intelligenza superiore a quella di molti miei amici russi che continuano fraternamente ad ammazzarsi per un seggio alla Duma».<br />
«Lo sai, di recente ho letto <em>L’origine dell’uomo e la selezione sessuale</em> (<em>The Descent of man and Selection in Relation of Sex</em>, 1871) di Charles Darwin. Anche lui, questo infaticabile uomo di scienza, ha dovuto ammettere che uno dei nostri antichi progenitori aveva imparato a utilizzare la voce e a emettere il suo primo canto imitando un fringuello. Sembra che questa attitudine imitativa abbia influenzato il suo cervello a tal punto da produrre la prima formazione del linguaggio articolato. I fringuelli possiedono la nostra stessa struttura ritmica, capisci? Senza ritmo, nessun linguaggio. Senza poesia, nessuna prosa. Darwin, naturalmente, nel suo libro non si domanda per quale motivo l’uomo civilizzato non riesca più a comprendere il linguaggio del fringuello, cioè, in fondo, di uno dei suoi modelli ancor oggi più imitati (come ti spieghi, se no, il nostro attuale tasso di inquinamento comunicativo!). Ma credo che tu lo conosca: l’uomo non è più in contatto fisico con l’universo. Pensa che tutto ciò che è fuori di lui, alberi, animali, pietre, fringuelli, sia una proiezione di se stesso, del suo <em>intellectus</em>&#8230;».<br />
«Quello che dici mi fa venire in mente Nadezda Stepanova, un’affascinante sciamana siberiana, nata sulle rive del lago Bajkal, il nostro “mare”. L’ho conosciuta grazie a mia madre. In seguito alle campagne antireligiose di Stalin, i suoi genitori, per timore di una sua deportazione in qualche campo della Kolyma, le hanno proibito di manifestare il suo dono. L’ho incontrata all’inizio degli anni ottanta in un asilo per alienati. Il dono della malattia, che l’essere scelto dagli spiriti protettori degli antenati deve necessariamente attraversare, si era trasformato a causa della proibizione in una malattia vera e propria, un cancro. Le avevano asportato un seno. La vedevo aggirarsi nei corridoi poco illuminati dell’edificio, semivestita, il cranio rasato: mostrava con noncuranza una grande cicatrice rossa sulla parte superiore del torace.<br />
“Mi riconosci? – le ho domandato al momento della nostra breve conversazione. Sono il figlio di Alejandra, la <em>porteña</em>. È grazie alle tue visioni che ha incominciato a dipingere&#8230;”. La pelle del suo corpo nudo emanava una luce gialla, come quella delle bocche di leone della mia infanzia semisepolta dalla neve.<br />
“Certo, Nedko. Il fatto di essere pazza non mi impedisce di ricordare. Ne vuoi una dimostrazione? “Lei è nuda nel paradiso/che è diventata la sua memoria/Lei ignora da dove vengono le visioni/Lei non ha paura di saper nominare/quello che non esiste/Di spiegare con parole di questo mondo/che da me partì una nave portandomi via”. È una delle poesie che tua madre mi ha recitato in spagnolo qualche giorno prima di suicidarsi, la notte del 26 settembre 1972. Il 26, per la Cabala, è uno dei numeri nei quali si nasconde Javeh, mentre il numero 9 è sinonimo di spiritualità o di sessualità sublimata. Il numero 19 – che si ottiene sommando i numeri che formano la data della sua morte –, secondo l’antico sapere sciamanico, è il numero che rappresenta la Vita. Gli scienziati del XX secolo, che arrivano sempre con secoli di ritardo, hanno scoperto che dal momento dell’inseminazione il periodo di gravidanza ha la durata di circa 280 giorni, o più precisamente di 266 giorni o 38 settimane: 266 e 38 sono multipli di 19. Senza contare che il testosterone, secretato dal tessuto interstiziale dei testicoli, è uno steroide a 19 atomi di carbonio. Non abbiamo bisogno dell’intelligenza, Nedko».<br />
«È ancora viva?», gli ho chiesto. Fuori la nevicata imperversava. In mare una nave da carico sembrava aver messo radici sotto la coltre bianca.<br />
«Non saprei. Ho sentito dire che agli inizi del periodo della Perestrojka Nadia guidava il movimento sciamanico a Mosca. Sotto l’ala dei suoi dei protettori e di qualche padrino politico ne resuscitava i rituali che in Russia per settant’anni non erano più stati celebrati. Era diventata anche Professore emeritus di sciamanesimo all’Accademia della Cultura di Ulan. In una delle sue conferenze – che ho potuto leggere grazie a una delle mie allieve, la figlia di una discendente di Madame Helena Petrova Blavatskij, la fondatrice della Società teosofica – , tenuta all’Istituto delle Religioni Liberate della capitale, affermava che nella nostra epoca gli sciamani non possono più operare in segreto. È venuto il tempo, diceva, che essi condividano il loro dono. Anch’io, per questa ragione, mi dedico a insegnare ai miei adepti come instaurare un legame con i loro spiriti protettori, integrando questa conoscenza con alcune pratiche di levitazione allo scopo di apportare la chiarezza e la forza alla vita di ogni uomo. È vero che nella maggior parte dei casi fallisco: solo pochissime persone si ammalano di quella malattia sciamanica che è il dono supremo (non dimenticare che per rivelarsi questo dono deve riposare come un diamante grezzo nel grembo genealogico). Tuttavia, grazie al mio lungo tubo di vetro, riesco talvolta a svuotarli di tutta la loro individualità maligna, a estirpare dalle loro profondità inesistenti quella superstizione chiamata “io” e così facendo li guarisco, cioè li preparo al risveglio dei sensi e dei sogni: come tanti sterminati prati siberiani in attesa della primavera. C’è chi al momento del risveglio diventa fisico delle particelle elementari, chi naturopata, chi campione di scacchi, chi  intraprende il cammino dell’arte, soprattutto della pittura: dipingono gli spiriti che sono dappertutto fuori di noi e che gli uomini, di solito, raggomitolati come cani bastardi e addormentati a tutti gli angoli della loro cosiddetta vita cosciente, non vedono mai. Alcuni di loro hanno appena costituito un movimento artistico. La loro prima uscita alla Bennet Strett Gallery di Atlanta ha riscosso un certo successo. Il critico Joseph W. Raphelsson, di origine islandese, che ha fatto conoscere agli americani il più grande artista islandese del XX secolo, Jóhannes S. Kiarval, senza dubbio un artista sciamano – basta osservare il suo <em>Syn vid Selfljót</em> (<em>Visione sul fiume</em>, 1950) per convincersene –, nella sua presentazione al catalogo (Mouth and Foot Painting Artists, Atlanta, 2007) ha definito la nuova corrente “<em>Shamanic Informal Art</em>”».<br />
Da quell’incontro a Boston non ho più rivisto Nedko Serbajenov. Ricevo di tanto in tanto delle cartoline postali con i suoi disegni, “Il dio protettore”, “L’albero dalle piume d’uccello”&#8230;, delle chiamate telefoniche nella notte – Nedko se ne infischia del fuso orario – , delle e-mail dove mi tiene al corrente dei suoi spostamenti nel mondo di quaggiù – di quelli negli altri mondi può parlarne e scriverne soltanto in lingua buryat – o dei nuovi libri sullo sciamanesimo –  Daniel C.  Noel,<em>The Soul of Shamanism: Western Fanatasies, Imaginal Reaities</em>; Thomas Dale Kowalskij, <em>Shamanism: as a Spiritual Practice for Daily Life</em>, ecc. Condividiamo un amore smisurato – smisurato come il suo carnet parigino pieno di consigli – per Mircea Eliade. Lo slancio verso la «realtà transumana» che, secondo Eliade, impregna il gesto più banale di ogni civiltà, così come agisce da medicamento segreto in ogni opera d’arte, è ciò che ci unisce, me e il mio amico Nedko. E anche un’altra convinzione: «Ogni verità non scompare, ma si degrada trasformandosi in superstizione». Solo che, sempre secondo il maestro Eliade, di solito quello che gli uomini chiamano «superstizione» non è che una verità più profonda e dimenticata che non appartiene a nessun individuo.<br />
«Allora, Nedko, io e te non siamo che un insieme di ricordi immemoriali e niente ci appartiene, neppure quel tuo diamante, la cui luce riflessa, dopo aver attraversato tundre glaciali e cumuli di morti, ti è giunta dalla notte dei tempi».<br />
«Forse sì – immagino che mi risponda. Ognuno di noi è un tubo di vetro attraverso cui tutti i suoi morti respirano, restano a galla, blaterano, esprimendo così tutto quello che hanno taciuto per pudore, ignoranza o soltanto per mancanza di vanità».  </p>
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		<title>Muta quies habitat</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Jul 2008 05:05:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Benjamin Britten]]></category>
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					<description><![CDATA[Ovidio Metamorfosi [ libro XI, vv. 592-649 ] NIOBE di Benjamin Britten [1913-1976] da Six Metamorphoses after Ovid Op 49 per Oboe solo V’è presso i Cimmeri una spelonca dai fondi recessi, un monte cavo e impenetrabile dimora del pigro Sonno, in cui mai con i suoi raggi all’alba, né a mezzodì, né al tramonto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size:14pt; font-family: Garamond"><strong>Ovidio</strong><br />
<em>Metamorfosi</em><br />
[ <em>libro XI, vv. 592-649</em> ]</span></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-6377" title="antro del sonno" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/courbet.gif" alt="" width="500" height="399" /></p>
<p><center></p>
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</div>
<p><strong>NIOBE</strong> di <em>Benjamin Britten</em> [1913-1976]<br />
da <em>Six Metamorphoses after Ovid</em> Op 49<br />
per Oboe solo</center><br />
<span style="font-size:14pt; font-family: Garamond"></p>
<p style="padding-left: 10px;"><em>V’è presso i Cimmeri una spelonca dai fondi recessi,<br />
un monte cavo e impenetrabile dimora del pigro Sonno,<br />
in cui mai con i suoi raggi all’alba, né a mezzodì,  né al tramonto<br />
il Sole riesce a filtrare: nebbie miste a caligine<br />
esalano dal suolo in un crepuscolo dalla luce incerta.<span id="more-6370"></span><br />
Qui nessun volatile dal capo crestato con i suoi canti<br />
evoca l’Aurora, né con la loro voce rompono i silenzi<br />
i cani da guardia,  né l’oca dei cani ancor più scaltra;<br />
non suoni di fiere, non di armenti, non di rami mossi dal vento<br />
e schiamazzi di lingue umane vi eccheggiano.<br />
Una muta quiete l’abita; solo sgorga alla base della roccia<br />
un rivolo del fiume Lete e fluente il mormorio<br />
dell’onda invita al sonno con crepitio di sassolini.<br />
All’ingresso dell’antro una distesa fiorita di papaveri<br />
ed un’infinità d’erbe, e dalla loro linfa il sopore<br />
estrae l’umida Notte e lo sparge sulle terre oscure.<br />
Una sola porta per cui stridio di cardini risuoni<br />
in tutta la dimora non c’è,  nessun guardiano sulla soglia;<br />
al centro dell’antro sta un alto letto d’ebano,<br />
con piume, d’ugual colore, coperto da un velario scuro,<br />
in cui giace il dio stesso con le membra sciolte dal languore.<br />
Attorno a lui alla rinfusa nelle molteplici forme che imitano<br />
giacciono vaghi Sogni, tanti quanti le spighe delle messi,<br />
le fronde delle selve, la sabbia sospinta sulla spiaggia.<br />
Ed appena entrò la vergine [Iride] scostando con le mani  i Sogni<br />
che glielo impedivano, al fulgore della sua veste s’illuminò<br />
la sacra dimora e il Dio socchiudendo gli occhi pesanti dal sonno<br />
a stento e ancora e ancora ricadendo<br />
con il mento ciondolante che gli sbatteva sul petto<br />
si riscosse infine e sollevandosi sul gomito,<br />
(la riconobbe dunque) le chiese perché fosse venuta, e lei:<br />
“Sonno, quiete delle cose, placidissimo, Sonno, fra gli dei<br />
pace dell’animo, che  fughi gli affanni, che i corpi spossati<br />
dai faticosi doveri accarezzi e recuperi alla fatica,<br />
a quelli fra i Sogni, che sanno imitare le forme vere,<br />
ordina che con l’aspetto del re Alcione<br />
vadano a Trachine  patria di Ercole<br />
e simulino le sembianze di un naufrago.<br />
Lo comanda Giunone.&#8221; Appena assolto il compito<br />
Iride scappò via: che non poteva oltre sopportare<br />
la forza del sopore, al sentire il sonno nelle membra,<br />
fuggì  risalendo sull’arcobaleno com’era giunta.<br />
Allora il padre dalla marea dei suo mille figli<br />
svegliò l’artefice ed imitatore di figure<br />
Morfeo: nessun altro è più abile di lui<br />
nel ricalcare l’incedere e il volto e il suono della voce;<br />
ed anche le vesti e il modo di parlare;<br />
ma imita solo gli uomini  e un altro<br />
si trasforma in fiere, uccelli o un serpente dal lungo corpo<br />
questi gli dei chiamano Icelo, i comuni mortali Fobetoro;<br />
c’è anche un terzo con diversa capacità<br />
Fantaso: quello in terra e roccia e acqua e tronco,<br />
in una qualsiasi cosa inanimata si muta con l’inganno;<br />
questi a re e condottieri  il  volto sono soliti<br />
mostrare la notte, altri si aggirano fra il popolo e la plebe.<br />
Il vecchio Sonno li tralasciò e tra i tanti fratelli il solo<br />
Morfeo prescelse per eseguire gli ordini della figlia di Taumanide,<br />
poi sciogliendosi di nuovo in molle languore<br />
reclinò il capo e sprofondò sotto le coltri.</em></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 10px;">Est prope Cimmerios longo spelunca recessu,<br />
mons cavus, ignavi domus et penetralia Somni,<br />
quo numquam radiis oriens mediusve cadensve<br />
Phoebus adire potest: nebulae caligine mixtae<br />
exhalantur humo dubiaeque crepuscula lucis.<br />
Non vigil ales ibi cristati cantibus oris<br />
evocat Auroram, nec voce silentia rumpunt<br />
sollicitive canes canibusve sagacior anser;<br />
non fera, non pecudes, non moti flamine rami<br />
humanaeve sonum reddunt convicia linguae.<br />
Muta quies habitat; saxo tamen exit ab imo<br />
rivus aquae Lethes, per quem cum murmure labens<br />
invitat somnos crepitantibus unda lapillis.<br />
Ante fores antri fecunda papavera florent<br />
innumeraeque herbae, quarum de lacte soporem<br />
Nox legit et spargit per opacas umida terras.<br />
Ianua, ne verso stridores cardine reddat,<br />
nulla domo tota est, custos in limine nullus;<br />
at medio torus est ebeno sublimis in antro,<br />
plumeus, atricolor, pullo velamine tectus,<br />
quo cubat ipse deus membris languore solutis.<br />
Hunc circa passim varias imitantia formas<br />
Somnia vana iacent totidem, quot messis aristas,<br />
silva gerit frondes, eiectas litus harenas.<br />
Quo simul intravit manibusque obstantia virgo<br />
Somnia dimovit, vestis fulgore reluxit<br />
sacra domus, tardaque deus gravitate iacentes<br />
vix oculos tollens iterumque iterumque relabens<br />
summaque percutiens nutanti pectora mento<br />
excussit tandem sibi se cubitoque levatus,<br />
quid veniat, (cognovit enim) scitatur, at illa:<br />
Somne, quies rerum, placidissime, Somne, deorum,<br />
pax animi, quem cura fugit, qui corpora duris<br />
fessa ministeriis mulces reparasque labori,<br />
Somnia, quae veras aequent imitamine formas,<br />
Herculea Trachine iube sub imagine regis<br />
Alcyonen adeant simulacraque naufraga fingant.<br />
Imperat hoc Iuno. Postquam mandata peregit,<br />
Iris abit: neque enim ulterius tolerare soporis<br />
vim poterat, labique ut somnum sensit in artus,<br />
effugit et remeat per quos modo venerat arcus.<br />
At pater e populo natorum mille suorum<br />
excitat artificem simulatoremque figurae<br />
Morphea: non illo quisquam sollertius alter<br />
exprimit incessus vultumque sonumque loquendi;<br />
adicit et vestes et consuetissima cuique<br />
verba; sed hic solos homines imitatur, at alter<br />
fit fera, fit volucris, fit longo corpore serpens:<br />
hunc Icelon superi, mortale Phobetora vulgus<br />
nominat; est etiam diversae tertius artis<br />
Phantasos: ille in humum saxumque undamque trabemque,<br />
quaeque vacant anima, fallaciter omnia transit;<br />
regibus hi ducibusque suos ostendere vultus<br />
nocte solent, populos alii plebemque pererrant.<br />
Praeterit hos senior cunctisque e fratribus unum<br />
Morphea, qui peragat Thaumantidos edita, Somnus<br />
eligit et rursus molli languore solutus<br />
deposuitque caput stratoque recondidit alto.</p>
<p></span></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 10px;"><small>[ traduzione di Orsola Puecher ]</small></p>
<p align="center">
<p><small>[ immagine <strong>Gustave Courbet</strong>, Ruscello boscoso del Puits-Noir (1860-1865), olio su tela, Cone Collection, Baltimore Museum of Art, Baltimora ]</small><br />
<small>[ musica da Britten &#8211; Chamber Works, track 2, (6) Metamorphoses after Ovid, oboe Eric Speller, Ambroisie, 18 Aug 2002 ]</small></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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