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		<title>Muro di Berlino, materiali per la comprensione di un crollo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Nov 2014 18:00:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[ Materiali per la comprensione di un crollo: 1) Un articolo di Alessandro Leogrande (2009, da uno speciale di Rassegna) sul dissenso nell&#8217;Europa Orientale. A metà degli anni settanta, dopo la repressione della Primavera di Praga e del &#8217;68 polacco, prese forma sempre più radicalmente l&#8217;idea secondo cui non può esserci un “totalitarismo dal volto umano”. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[ Materiali per la comprensione di un crollo:</em><br />
<em> <strong>1)</strong> Un articolo di <strong>Alessandro Leogrande</strong> (2009, da uno <a href="http://www.rassegna.it/speciali/207/muro-di-berlino-1989-2009-berlino-citta-aperta" target="_blank">speciale di Rassegna</a>) sul dissenso nell&#8217;Europa Orientale. A metà degli anni settanta, dopo la repressione della Primavera di Praga e del &#8217;68 polacco, prese forma sempre più radicalmente l&#8217;idea secondo cui non può esserci un “totalitarismo dal volto umano”. L’esperienza fondamentale del dissenso in Polonia.</em><span id="more-49649"></span><br />
<em><strong>2)</strong> Nel novembre del 1989, poche settimane dopo la caduta del Muro, Rassegna pubblicò questa intervista di Martina Seitz al deputato socialdemocratico, e scienziato, <strong>Peter Glotz</strong>. “Una della teste più brillanti della Spd”, secondo un giudizio pubblicato dal Corriere della Sera pochi anni dopo. Glotz avanzava previsioni che sarebbero state smentite dal processo storico: nella sua opinione le due Germanie non si dovevano riunificare e occorreva lavorare alla creazione di una forte socialdemocrazia nella DDR. Di lì a pochi mesi, in meno di un anno, Helmut Kohl avrebbe portato a casa la riunificazione. Glotz non aveva elementi sufficienti per poterlo prevedere. Non poteva immaginare un così rapido sbriciolamento del dominio sovietico sull’Europa dell’Est. E, al momento dell’intervista, Kohl non aveva ancora calato pienamente le carte del progetto di riunificazione. Proprio per questo motivo l’intervista è un documento di interesse storico. La testimonianza che ci arriva da un’epoca di confusione e prospettive incerte, sulla quale la sinistra democratica europea e tedesca non riuscì a incidere se non minimamente.</em><br />
<em> <strong>3)</strong> Una <strong>cronologia</strong> degli ultimi giorni del Muro.</em><br />
<em> Le foto sono mie. D.O</em>. ]</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-49652" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Muor-di-Berlino-1024x768.jpg" alt="Muor di Berlino" width="700" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Muor-di-Berlino-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Muor-di-Berlino-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Muor-di-Berlino-900x675.jpg 900w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p><strong>1) QUANDO INIZIO&#8217; A CADERE IL MURO DI BERLINO</strong><br />
<strong>Alessandro Leogrande, 2009</strong></p>
<p>Il Muro di Berlino è caduto ufficialmente il 9 novembre 1989. Con la riunificazione di Berlino, e della Germania, si chiude la “guerra fredda” e si apre la transizione verso la democrazia di quelle che Václav Havel aveva definito sistemi post-totalitari racchiusi nell&#8217;impero sovietico. Ma quando incomincia a cadere il Muro, veramente? Quando inizia a sgretolarsi un sistema sovranazionale, spersonalizzato, illiberale, fondato sulla menzogna e sulla “vita nella menzogna” – come diceva ancora Havel – che pareva andare avanti per autocinèsi, e quindi essere sempre lontano dal collasso definitivo? <strong>Adam Michnik, una delle più lucide figure del dissenso polacco</strong>, non ha dubbi. Intervistato da Enrico Franceschini per “il Venerdì di Repubblica”, ha detto:</p>
<blockquote><p>“Per me ha cominciato a cadere a Danzica (nell&#8217;estate del 1980, ndr), quando la protesta degli operai di Solidarnosc sancì la fine del comunismo: erano dei proletari che protestavano contro la dittatura del proletariato.”</p></blockquote>
<p>Ma forse si potrebbe fissare una data ancora precedente, più o meno a metà degli anni settanta. È allora infatti, dopo il riassestamento successivo alla repressione della Primavera di Praga e del &#8217;68 polacco, che prende forma sempre più radicalmente l&#8217;idea secondo cui <strong>non può esserci un “totalitarismo dal volto umano”</strong>: non è possibile cioè alcuna riforma del sistema socialista dall&#8217;interno del suo apparato politico-burocratico. D&#8217;altra parte, il pericolo concreto dell&#8217;ennesima invasione sovietica, aveva ormai caratterizzato come velleitaria e controproducente, oltre che irrealistica in regimi polizieschi, qualsiasi ipotesi rivoluzionaria o cospirativa in senso classico. È allora quindi che matura, per dirla con le parole di <strong>Jacek Kuron (insieme a Michnik l&#8217;altra grande figura del dissenso polacco)</strong> un&#8217;idea nuova:</p>
<blockquote><p>“La società deve cercare di darsi forme di organizzazione indipendenti dal potere, per imporre le proprie esigenze al potere stesso”. E ancora: “Si tratta di costruire un sistema nuovo senza negoziarlo con il potere, ma imponendolo; una rappresentanza sociale che si organizzi in misura da imporre un dialogo concreto al potere. (&#8230;) Rappresentanze di operai e di contadini, organizzazioni autonome delle scuole superiori, movimenti studenteschi indipendenti, una cultura indipendente, un ventaglio di associazioni d&#8217;iniziativa sociale”.</p></blockquote>
<p>Queste frasi sono tratte da <strong>una celebre intervista rilasciata da Kuron nel 1976 a “Mondoperaio”</strong>, la rivista che forse ha dato più spazio, in Italia, all&#8217;analisi del dissenso dell&#8217;Est. Proprio in quegli anni <strong>una riflessione simile venne svolta da Václav Havel</strong> nel suo pamphlet <em>Il potere dei senza potere</em>: la “vita nella verità” condotta da un numero sempre maggiore di persone (in un sistema che si fonda sulla menzogna e su frasi fatte cui non crede più nessuno, ma cui tutti dicono di credere per non essere bollati come “asociali” e “sovversivi”) avrebbe portato allo sgretolamento della fondamenta del regime.</p>
<p><strong>In Cecoslovacchia lo sbocco intellettuale e politico di quanto preconizzato da Havel fu Charta 77</strong>. <strong>In Polonia, invece,</strong> da sempre il ventre più molle del sistema comunista, quello che auspicava Kuron <strong>sarebbe sbocciato nella straordinaria esperienza del Kor, il Comitato di Difesa degli Operai</strong>, una alleanza radicalmente nuova tra intellettuali di sinistra laici e anti-totalitari e operai dissidenti. Nel <strong>1976</strong>, in Polonia, <strong>il malcontento causato dal brusco aumento dei prezzi agricoli sfociò in una ondata di scioperi</strong>. La protesta si estese a macchia d&#8217;olio tra gli operai di Ursus e Radom, e il regime vi rispose con arresti e licenziamenti. Come spesso accade nelle proteste operaie, la questione salariale ed economica diventa presto radicalmente altro da sé, investendo l&#8217;insieme delle relazioni sociali e il loro controllo politico. Abbandonando l&#8217;elitarismo del dissenso culturale, il Kor nacque per sostenere i lavoratori vittime della repressione, su iniziativa di Kuron, Michnik e di altri dodici intellettuali. Lo stesso Kuron trasformò la propria casa in una “casella di contatto”, un centro di raccolta delle informazioni sulle repressioni messe in atto contro il dissenso e contro gli operai, che poi venivano trasmesse in Occidente (tramite il canale dell&#8217;emigrazione polacca) e da qui comunicate – attraverso la Bbc e Radio Europa Libera – non solo nei paesi occidentali ma anche clandestinamente nella stessa Polonia.</p>
<p>Decisiva fu l&#8217;esperienza del Kor per la creazione del movimento operaio polacco, prima della nascita di Solidarnosc. Fu il Kor a lanciare lo slogan “Non incendiate i Comitati, create i vostri comitati”, sottolineando <strong>l&#8217;impostazione nonviolenta e improntata all&#8217;autodeterminazione dal basso</strong> della propria azione. Nel 1977, dopo l&#8217;amnistia degli scioperanti, il Kor si trasformò in Kss, Comitato di Autodifesa sociale, continuando la propria azione sotterranea. Prova ne è che, sul finire degli anni settanta, il giornale divulgato clandestinamente nelle fabbriche, “Robotnik” (L&#8217;operaio), aveva raggiunto la tiratura di 30 mila copie! Una dittatura del proletariato che si trasforma in dittatura sul proletariato (per usare le parole di Fejtö) non teme niente di più che la disaffezione degli operai, e la loro organizzazione al di fuori delle strutture d&#8217;apparato ideate per loro. La dissoluzione del regime polacco era appena cominciata. E Kuron, per tornare ancora una volta all&#8217;intervista di “Mondoperaio”, l&#8217;aveva capito perfettamente: “A prescindere dal nostro futuro come Comitato, il movimento di solidarietà tra operai e intellettuali si svilupperà, e permetterà di assolvere ai compiti propri degli intellettuali verso gli operai: l&#8217;elaborazione di un programma politico e l&#8217;educazione autonoma degli operai stessi nel senso più vasto.”</p>
<p><strong>Quanto è avvenuto dopo, nell&#8217;estate del 1980, non ci sarebbe stato senza il Kor</strong>, e senza la stretta alleanza tra il Kor-Kss e il Comitato unitario di sciopero di Danzica di Lech Walesa <strong>da cui sarebbe poi sorto Solidarnosc</strong>. E non ci sarebbe stato, nella seconda metà degli anni ottanta, dopo il noto colpo di Jaruzelski, un “sistema nuovo” dalle spalle larghe, in grado di condurre le trattative della “Tavola rotonda” per una <strong>transizione senza spargimenti di sangue</strong>. Tra gli anni sessanta e la metà degli ottanta, Michnik e soprattutto Kuron sono costantemente entrati e usciti dal carcere: a volte per poche settimane, altre per alcuni anni. Nonostante questo, alla fine il filo spinato è stato spezzato, e lo stesso Kuron è diventato ministro del lavoro e delle politiche sociali. Prima di morire nel 2004, si è impegnato a lungo per sostenere la democratizzazione dell&#8217;Ucraina, per promuovere lì un lavoro di base “come da noi”, e per favorire (lui che era nato a Leopoli nel 1934) l&#8217;instaurarsi di relazioni diverse tra Polonia e Ucraina, paesi a lungo divisi, a cominciare dalla creazione di una commissione parlamentare per il riconoscimento dei diritti della minoranza ucraina. La rivoluzione arancione sarebbe scoppiata dopo la sua morte.</p>
<p>Sarebbe errato però pensare che non ci siano state rivolte operaie nei paesi dell&#8217;Est, prima degli anni settanta. Benché bollate come sobillate da agenti provocatori e forze reazionarie, <strong>furono rivolte operaie quella di Berlino Est nel 1953 e quella di Budapest nel 1956</strong>. E lo fu <strong>anche quella di Poznan, sempre nel &#8217;56</strong>, quando <strong>Albert Camus scrisse</strong>, contro tutti coloro che pretendevano l&#8217;ubbidienza incondizionata nei confronti di Mosca e la fuga dalla realtà, parole che in questo contesto pesano come pietre:</p>
<blockquote><p>“Si è esclusa da sola dal movimento operaio e dal suo onore quella gente che, di fronte allo spettacolo di lavoratori che procedono spalla a spalla davanti ai carri armati per esigere pane e libertà, reagiscono trattando questi martiri da fascisti o dolendosi virtuosamente del fatto che essi non hanno avuto la pazienza di morire di fame in silenzio in attesa che il regime decida, come si dice, di liberalizzarsi.”</p></blockquote>
<p>Come può, si chiedeva ancora Camus, il sangue operaio portare la felicità?<br />
(<strong>Il Mese di Rassegna, novembre 2009</strong>)</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-49650" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Alexanderplatz-1024x768.jpg" alt="Alexanderplatz" width="700" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Alexanderplatz-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Alexanderplatz-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Alexanderplatz-900x675.jpg 900w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p><strong>2) L&#8217;ILLUSIONE SOCIALDEMOCRATICA<br />
Peter Glotz, 1989<br />
</strong></p>
<p>Riunifìcazione delle due Germanie, atteggiamenti della sinistra, nuovi assetti europei: ecco l&#8217;analisi di un testimone-protagonista. A Peter Glotz, deputato e teorico di maggior prestigio della socialdemocrazia tedesca, abbiamo chiesto di commentare gli avvenimenti che in questi giorni hanno cambiato il volto della Germania.</p>
<p><em>Lei ha assistito da vicino al crollo di un simbolo che ha segnato un&#8217;epoca di divisioni e di sofferenze. Quali sono i suoi sentimenti di tedesco occidentale e di socialdemocratico?</em></p>
<p><strong>Glotz</strong>: II muro è stato una costruzione terrificante e capisco bene le dimostrazioni di giubilo che hanno accompagnato la sua demolizione. Bisogna sempre lottare per la libertà e per la libera circolazione attraverso le frontiere, in una nuova Europa. Naturalmente la Spd appoggia il movimento democratico all&#8217;interno della Rdt, e giudica decisamente positive le conquiste di libertà che esso ha ottenuto. Abbiamo subito instaurato buoni rapporti con il neonato partito socialdemocratico.</p>
<p><em>Quali saranno le ripercussioni degli avvenimenti odierni sul processo di integrazione europea?</em></p>
<p><strong>Glotz</strong>: Lungi dal rallentare, dovremo al contrario rendere più spedito il processo di integrazione della Comunità, come ha sostenuto Jacques Delors. Un&#8217;Europa più forte avrà un effetto trascinante sui paesi del centro Europa e dell&#8217;Est. Occorre però che non soltanto la Rdt, ma anche altri Stati come l&#8217;Ungheria e la Polonia ricevano energici aiuti. Questi aiuti non dovranno essere avviati dalla sola Repubblica Federale, ma dall&#8217;intera Comunità europea. Sarà necessario spingere tutti i paesi più lontani dalla Mitteleuropa, come la Spagna, l&#8217;Italia, il Portogallo e la Grecia, a fornire aiuti economici sistematici. Non si tratta solo di impegnare i bilanci dei singoli Stati o della Comunità, ma anche di stimolare gli investimenti privati: ciò significa che i paesi dell&#8217;Est dovranno introdurre elementi di economia di mercato. La costruzione di un&#8217;Europa più forte dovrebbe essere un compito prioritario per la sinistra europea. Certo, Occhetto e Delors sono europeisti convinti e sono molto contento che Neil Kinnock riesca passo passo a vincere le posizioni antieuropee nel partito laburista. Esistono però ancora incertezze, esitazioni, egoismo. La sinistra europea non è una forza unitaria, monolitica.</p>
<p><em>Secondo lei gli avvenimenti odierni costringeranno la sinistra a discutere e a modificare certe convinzioni legate al passato?</em></p>
<p><strong>Glotz</strong>: Personalmente non vedo alcun motivo per modificare le mie convinzioni. Quel che ha fatto bancarotta è non solo lo stalinismo, ma anche il marxismo-leninismo e io non vi ho mai aderito. Il socialismo democratico è sempre stato un&#8217;altra cosa. D&#8217;altra parte mi sembra che altri partiti, penso all&#8217;ex Partito comunista ungherese o al Partito comunista italiano, sentano una forte attrattiva per quella variante del socialismo democratico che è Bad Godesberg. Quando osservo la politica di Michel Rocard, di Ingmar Karlsson, di Felipe Gonzalez o di Oskar Lafontaine ho l&#8217;impressione che le loro scelte siano ragionevoli, del tutto capaci di soddisfare le maggioranze. A questo punto mi è indifferente definire tutto ciò socialdemocrazia o socialismo democratico. Certo, molta gente che ha vissuto per lungo tempo sotto il peso del marxismo-leninismo per qualche anno non vorrà più sentir parlare di socialismo. La capisco. Ma non vedo perché dovrebbe farmi cambiare idea.</p>
<p><em>Quali saranno le ripercussioni degli odierni avvenimenti nella vita dei tedeschi dell&#8217;Est e dell&#8217;Ovest?</em></p>
<p><strong>Glotz</strong>: Ora la gente avrà la possibilità di traslocare da Magdeburgo a Hannover, di andare all&#8217;opera da Dresda ad Amburgo, o di andare in vacanza a Kabeuz o Travemùnde, insomma di fare le cose più naturali. Vi saranno persone che attraverseranno la frontiera per lavorare qui da noi e altre che verranno per rimanerci; vi saranno ripercussioni in campo monetario perché questa gente porta i soldi e li cambia. Avremo bisogno di più linee telefoniche, di reti stradali e ferroviarie completamente differenti. E qualcuno dovrà investire: certo, alle sovvenzioni e alle spese infrastrutturali dovrà provvedere lo Stato, ma i rapporti economici si potranno sviluppare solo attraverso l&#8217;industria privata. Dovremo però stare attenti a non rendere troppo irrequieti, con tutti questi movimenti, i nostri vicini e amici occidentali.</p>
<p><em>Si riferisce all&#8217;ipotesi di una riunificazione delle due Germanie?</em></p>
<p><strong>Glotz</strong>: Questa ipotesi non è affatto realistica né augurabile. Rdt e Rft non sono mai state unite. Semmai si potrebbe pensare a una formazione del tutto nuova, ma anche questa in fondo non è una prospettiva concreta. Per fare un esempio, la Repubblica Federale fa parte — e continuerà a farne parte in futuro &#8211; della Comunità europea e della Nato. E non riesco a immaginare che l&#8217;Unione Sovietica possa accettare il passaggio della Rdt alla Nato. Tuttavia resto aperto a idee come quella di una confederazione, per cui la Repubblica Federale e la Rdt potranno concludere una serie di contratti relativi alla cooperazione economica. Ma anche questo dovrà essere concordato con gli altri Stati della Comunità, per restare in armonia con gli impegni assunti in ambito europeo. L&#8217;unione potrebbe diventare possibile nel contesto di una nuova Europa: ma ciò comporta la crescita dell&#8217;Europa occidentale e orientale, processo che sarà certamente lungo.</p>
<p><em>Queste posizioni sono condivise da tutto lo schieramento politico nella Rft?</em></p>
<p><strong>Glotz</strong>: Il governo è sorpreso dalla situazione nuova quanto lo è l&#8217;opposizione e il resto del mondo. Nessuno ha ricette pronte nel cassetto. Tuttavia nella Cdu-Csu si trovano molte persone ragionevoli che pensano in maniera simile a quella appena illustrata. Certo, esistono alcuni pazzi, ma si tratta di una minoranza, che speculano sul fatto che la Rdt dichiari fallimento, sostenendo che dovrà semplicemente unirsi alla Repubblica Federale, per fare, come dire, più massa. Ad esempio è quello che sostengono i Republikaner. Da parte mia non posso che mettere in guardia contro una prospettiva catastrofica di questo genere.</p>
<p><em>E nella Rdt cosa pensano secondo lei? </em></p>
<p><strong>Glotz</strong>: Le organizzazioni politiche sono impegnate a sviluppare l&#8217;identità della Rdt e a cercare un modello di socialismo democratico che non sia semplicemente quello della Repubblica Federale. Il mio sospetto è che la maggioranza dei cittadini consideri astratta questa prospettiva e che vi siano bisogni molto più concreti e urgenti: per questo vorrebbero semplicemente copiare le strutture della Repubblica Federale.</p>
<p><em>Quale sarà l&#8217;atteggiamento delle grandi potenze rispetto al futuro assetto europeo?</em></p>
<p><strong>Glotz</strong>: La posizione dell&#8217;Unione Sovietica è molto chiara: non immischiarsi nei processi interni della Rdt. I soldati sovietici restano nelle caserme di quel paese, ma non escono appunto da lì. Per motivi di sicurezza Gorbaciov vuole certamente mantenere la Rdt nella propria anticamera, e non vuole che diventi quella degli Stati Uniti. Anche per questo è contrario alla riunificazione, ma non ai processi di democratizzazione. Gli Stati Uniti non si sono espressi in maniera univoca: essi sono in genere molto attenti e questo, attualmente, vale per tutti i palcoscenici nel mondo. A loro basta vedere indebolito il potenziale avversario, l&#8217;Unione Sovietica. Tirano un sospiro di sollievo, si mettono comodi, non sbagliano nulla ma neppure fanno qualcosa di veramente giusto. In questo momento, non riesco a individuare, negli Stati Uniti, un&#8217;idea dell&#8217;Europa veramente politica: forse esiste nei meandri dell&#8217;amministrazione, e non è ancora visibile dall&#8217;esterno&#8230;<br />
<strong>(Rassegna Sindacale, n. 43, novembre 1989)</strong></p>
<p><strong>Link su Peter Glotz<br />
</strong><a href="http://de.wikipedia.org/wiki/Peter_Glotz" target="_blank">Wikipedia Germania<br />
</a><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Peter_Glotz" target="_blank">Wikipedia in inglese<br />
</a><a href="http://archiviostorico.corriere.it/1996/febbraio/13/Peter_Glotz_Noi_tedeschi_gli_co_0_9602135110.shtml" target="_blank"><em>Corriere della Sera</em></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-49651" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Porta-di-Brandeburgo-Berlino.jpg" alt="Porta di Brandeburgo Berlino" width="667" height="506" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Porta-di-Brandeburgo-Berlino.jpg 667w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Porta-di-Brandeburgo-Berlino-300x227.jpg 300w" sizes="(max-width: 667px) 100vw, 667px" /></p>
<p><strong>3) CRONOLOGIA DEL CROLLO</strong></p>
<p><strong>9 novembre 1989</strong><br />
<strong>9.00</strong>. Il Politbüro della Sed incarica quattro funzionari del ministero dell’Interno e della Stasi di riscrivere il progetto di legge sulla libertà di viaggio ed espatrio. Si concorda sulla necessità di abolire ogni restrizione, in futuro, sul varco dei confini tra DDR e Stati confinanti.<br />
<strong>15.00</strong>. Il progetto di legge è pronto.<br />
<strong>16.00</strong>. Egon Krenz presenta il progetto di legge al comitato centrale della Sed e convoca una conferenza stampa.<br />
<strong>18.00</strong>. Durante la conferenza stampa in diretta televisiva internazionale il portavoce della Sed, Günter Schabowski, annuncia la legge sulla libertà di espatrio. Il corrispondente dell&#8217;agenzia Ansa da Berlino Est, Riccardo Ehrman, gli chiede quando entrerà in vigore. Schabowski risponde: “Da subito!”<br />
<strong>19.05</strong>. L’Associated Press lancia la notizia: “La DDR apre le frontiere”.<br />
<strong>19.41</strong>. Lancio della Dpa: “La frontiera della DDR… è aperta”.<br />
<strong>20.15</strong>. I primi berlinesi dell’Est iniziano a varcare il confine a Bornholmer Strasse. Nel giro di un’ora passano da 80 a mille persone.<br />
<strong>22.28</strong>. La tv della DDR prova ad arrestare il flusso, annunciando che non si può varcare il confine senza autorizzazione documentata. Migliaia di persone si accalcano davanti alla dogana di Bornholmer Strasse. La folla preme contro le transenne, aggira i controlli doganali, corre verso il Muro ed entra a Berlino Ovest.<br />
<strong>01.00-02.00</strong>. Migliaia di berlinesi dell’Est e dell’Ovest scavalcano il Muro, passeggiano davanti alla Porta di Brandeburgo e nella Pariser Platz, ballano sul Muro, iniziano a distruggere il Muro con martelli e scalpelli.</p>
<p><strong>6 novembre 1989</strong>.<br />
La Sed rende pubblico il progetto di legge sulla libertà di viaggio. Sarà limitata a soli 30 giorni all’anno, e condizionata da non meglio specificate motivazioni. Nelle strade le proteste aumentano. Tra l’<strong>8 e il 9 novembre 1989</strong> oltre 40 mila tedeschi dell’Est entrano nella Germania Ovest passando per la Cecoslovacchia. Si apre una tre giorni di riunioni per il comitato centrale della Sed, inaugurata dalle dimissioni del Politbüro. Il Cancelliere della Germania Ovest, Helmut Kohl, prende la parola al Bundetsag e promette aiuti economici alla DDR se la Sed  convocherà libere elezioni.</p>
<p><strong>4 novembre 1989</strong>.<br />
Berlino. Mezzo milione di persone manifestano ad Alexanderplatz per la libertà di opinione, di informazione e di associazione. Dai palazzi del potere, assediati, i membri della Sed osservano. Truppe di “volontari” si schierano a difesa del palazzo assieme alla polizia di Stato e agli uomini della Stasi. Günter Schabowski, il membro del Politbüro più aperto al dialogo, prende la parola nella piazza ma viene fischiato. Migliaia di persone manifestano in tutto il paese. E a migliaia varcano i confini verso la Cecoslovacchia.</p>
<p><strong>26-30 ottobre 1989</strong>.<br />
Il ministero per la Sicurezza della DDR (la Stasi) calcola 145 manifestazioni in quattro giorni nelle città principali della Germania Est. Hanno partecipato oltre 540 mila persone. Il 27 ottobre il consiglio di Stato concede l’amnistia a tutti gli espatriati e a chi ha partecipato alle manifestazioni. Dal 1 novembre si riaprono i confini con la Cecoslovacchia: i cittadini della DDR muniti di passaporto potranno varcarli.</p>
<p><strong>23 ottobre 1989</strong>.<br />
Oltre 300 mila persone scendono in piazza a Lipsia. Decine di migliaia protestano per le strade di Halle, Dresda, Berlino, Magdeburgo, Schwerin e Zwickau. Il giorno dopo nel Politbüro della Sed si torna a discutere il progetto di legge per il diritto di espatrio dei cittadini della DDR.</p>
<p><strong>17 e 18 ottobre 1989.<br />
</strong>Lo scontro di potere nel Politbüro della Sed si conclude con la sconfitta e le dimissioni di Erich Honecker dalla segreteria generale del partito. Vince la linea “riformista” di Egon Krenz, che vuole aprire il dialogo con la società civile nella speranza di arginare la crisi del regime. “Tutti i problemi della nostra società si possono risolvere politicamente”, afferma il nuovo segretario generale del partito. Krenz annuncia un progetto di legge per l’apertura delle frontiere e la libertà di viaggio all’estero.</p>
<p><strong>16 ottobre 1989</strong>.<br />
Più di 100 mila persone manifestano a Lipsia in difesa del <em>Neues Forum</em> e per la scarcerazione dei suoi membri, per la libertà di viaggiare, per libere elezioni, libera informazione e libera opinione. Manifestazioni parallele si tengono a Berlino, Dresda, Halle e Magdeburgo.</p>
<p><strong>9 ottobre 1989</strong>. A Lipsia 70 mila persone scendono in piazza per chiedere riforme. A migliaia protestano anche a Halle e Magdeburgo. Il giorno dopo un movimentato Politbüro della Sed decide di aprire il dialogo con la società civile. Sul tavolo: apertura delle frontiere, libertà di movimento dei cittadini, riforme democratiche. E’ una vittoria di Egon Krenz. Ed è una sconfitta di Honecker.</p>
<p><strong>6 ottobre 1989</strong>. Mikhail Gorbaciov arriva a Berlino in occasione del quarantesimo anniversario della DDR. Lo scenario è surreale. Lo sfoggio di parate e celebrazioni non nasconde le crepe del regime. Dopo tre ore di colloquio riservato con Erich Honecker, Gorbaciov dichiara in un’intervista che “solo chi non sa reagire alla vita va incontro al pericolo”. Il suo ufficio stampa modificherà la frase così: “La vita punisce i ritardatari”. Il messaggio è chiaro. L’Urss nega l’aiuto militare necessario alla DDR per sopravvivere. Non ci sarà un altro ’68 praghese.</p>
<p><strong>3 ottobre 1989</strong>.<br />
La DDR chiude le frontiere. I tedeschi dell’Est non possono più entrare in Cecoslovacchia senza visto. Lo stesso varrà per Romania e Bulgaria. Le proteste aumentano. I tedeschi dell’Est vogliono viaggiare. Il Truman Show del regime ha smesso di funzionare.</p>
<p><strong>2 ottobre 1989</strong>.<br />
Ventimila persone partecipano alla dimostrazione del lunedì a Lipsia. La piazza inneggia a Gorbaciov (che tra pochi giorni arriverà a Berlino) e chiede libertà, fratellanza, uguaglianza. L’intervento della polizia provoca diversi feriti e una ventina di arresti. Il giorno prima il <em>Neues Forum</em>, l’associazione che organizza i “Montagsdemo”, ha pubblicato un documento chiarendo che tra i suoi obiettivi politici non c’è la riunificazione con la Germania Ovest.</p>
<p><strong>26 settembre 1989</strong>.<br />
Il capo della Stasi (la polizia politica della DDR), Rudolf Mittig, ordina ai responsabili territoriali del ministero per la Sicurezza di sabotare i gruppi di opposizione infiltrandosi al loro interno, alimentando “divisioni e disaccordi” e ostacolando la “politicizzazione” del movimento democratico. Lo stesso giorno Erich Honecker mette in allarme le forze armate in vista del 40mo anniversario della fondazione della DDR, nel quale dovrà “essere evitata ogni provocazione”. Il ministro della Difesa, Keßler, rafforzerà la presenza delle truppe a Berlino in vista delle celebrazioni del 6-9 ottobre. Quel giorno è atteso Gorbaciov.</p>
<p><strong>25 settembre 1989</strong>.<br />
Honecker rientra a Berlino dopo un&#8217;assenza per motivi di salute. L’ordine è stato eseguito? Pare di no. Anche questo lunedì, infatti, si tiene a Lipsia la “Montagsdemo” del <em>Neues Forum</em><strong>*</strong>. Partecipanti: dai 5 mila agli 8 mila. Richieste della piazza: riforme democratiche, <em>bitte</em>. Il compagno Erich alza il telefono: «Ehi, dico, non dovevamo reprimerli?».</p>
<p><strong>22 settembre 1989</strong>.<br />
I tedeschi della DDR sono in subbuglio. Il 10 settembre il governo ungherese ha aperto i confini con l’Austria per i cittadini della Germania Est: si sono precipitati a migliaia. Dall’inizio del mese, a Lipsia, è tutta una manifestazione anti-regime con epicentro nella Nikolaikirche. Repressione e arresti finora non hanno funzionato granché. Spazientito, Erich Honecker, Segretario generale del comitato centrale della Sed (il Partito socialista unificato di Germania) prende carta e penna e scrive ai segretari regionali del partito. Pochi ordini perentori: è tempo di farla finita con «provocazioni» e dimostrazioni. E’ tempo di «sradicare il germe di queste azioni ostili, e impedirne la diffusione tra le masse». Bisogna «isolare gli organizzatori dell’attività controrivoluzionaria». L’ordine sarà eseguito?</p>
<p>{ <strong>Una questione privata, la sconfitta del Neues Forum</strong><br />
In tutte le rivoluzioni arriva il momento in cui le cose prendono una brutta piega. Se ne accorsero i Girondini e i marinai di Kronstadt. Ma a Berlino, 25 anni fa, qualcosa andò storto sin dall’inizio. O meglio: non ci fu alcun inizio. Nel senso che non appena il Muro fu fatto a pezzi, la politica ammutolì con lui. Non la politica di Helmut Kohl, che cannibalizzò la storia. La politica della società, dei tedeschi dell’Est che fino al giorno prima si erano mobilitati per libertà, democrazia, partecipazione.</p>
<p>Questa è la storia del <em>Neues Forum</em>, <strong><a href="http://www.taz.de/20-Jahre-Mauerfall/!40292/" target="_blank">ricostruita dalla Taz</a></strong>. Cos’era il <em>Neues Forum</em>? Era la spina nel fianco della Sed. O meglio, lo fu per qualche mese. Fondato nel settembre del 1989 da un gruppo di artisti e intellettuali della DDR, tra i quali la pittrice Bärbel Bohley, all’insegna del motto “i tempi sono maturi”, arriva a portare in piazza migliaia di persone nella patria della Stasi e dei Vopos. Contestazione, cambiamento, lotta alla dittatura. Ma all’improvviso il fuoco si spegne. Il 9 novembre crolla il Muro e la partecipazione civile alle proteste evapora:</p>
<blockquote><p>«Fu sostituita dagli spot televisivi e dal modello occidentale», raccontano i fondatori del <em>Neues Forum</em> alla Taz. «Quella svolta epocale travolse le vite private delle persone. Per la partecipazione politica non ci furono più le forze».</p></blockquote>
<p>Le strade della contestazione lasciarono il passo alle strade delle vetrine. Così il <em>Neues Forum</em> finì in archivio. Kohl cucinò una riunificazione fast food. I tedeschi furono di nuovo un popolo. La società tornò liquida e silenziosa. La società rinunciò alla politica, non inventò nulla di politicamente nuovo. Ma: se non allora, quando? }</p>
<p><em>Fonti:</em><br />
<a href="http://www.ddr-im-www.de/Geschichte/1989.htm" target="_blank">www.ddr-im-www.de/Geschichte/1989.htm</a><br />
<a href="http://www.chronik-der-mauer.de/index.php" target="_blank">www.chronik-der-mauer.de</a></p>
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		<title>Tra i due contendenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Mar 2013 15:21:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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					<description><![CDATA[riflessioni, contraddizioni e timori postelettorali di Helena Janeczek Ho l’ossessione degli ultimi anni di Weimar, gli anni precedenti alla vittoria di Hitler. Ce l’ ho da quando l’Europa mediterranea, un paese dopo l’altro, è piombata in una crisi economica che si avvicina nella sua gravità a quella che, dopo il crollo di Wall Street del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>riflessioni, contraddizioni e timori postelettorali </p>
<p>di H<strong>elena Janeczek</strong></p>
<p>Ho l’ossessione degli ultimi anni di Weimar, gli anni precedenti alla vittoria di Hitler. Ce l’ ho da quando l’Europa mediterranea, un paese dopo l’altro, è piombata in una crisi economica che si avvicina nella sua gravità a quella che, dopo il crollo di Wall Street del ’29, raggiunse il Vecchio Continente. La Grande Depressione si abbatté con la massima durezza sulla Germania, complice le politiche di austerità imposte dal cancelliere Brüning. <span id="more-45021"></span><br />
Trovo sinistro che questa storia sia diventata quasi matrice di quanto sta succedendo oggi e che questo avvenga in parte cospicua a causa delle miopie della politica tedesca; con l’aggravante perversa che la distruzione sociale e economica di buona parte del continente avvenga sotto il tetto, anzi proprio a causa delle gestiona di un progetto-istituzione come l’Unione Europea, il cui fine doveva essere l’esatto opposto dei conflitti tra le singole nazioni.<br />
Quel che è accaduto sinora è che un partito di squadristi neonazisti ha preso quasi il 14% in Grecia e che l’Ungheria è governata dalla più classica destra razzista e liberticida. Il resto delle reazioni, per fortuna, ha aggregato i cittadini a sinistra. O perlomeno, molto chiaramente, non a destra.<br />
In Italia temo che, per una volta, dobbiamo anche ringraziare il tempismo giudiziario nel mostrarci le lauree del Trota comprate all’università Crystal di Tirana, gli investimenti della stirpe celtica in Tanzania e ogni altro svelamento dell’ incredibile grottesca corruzione dei “duri” e “puri” di Padania. Che una parte del voto leghista sia confluito sul M5S è un esito cruciale, visto che anche stavolta abbiamo scampato per un soffio una nuova vittoria Berlusconi-Lega.<br />
Grillo, senza dubbio, ha cercato di rivolgersi anche alla base elettorale della Lega. Spesso ha avuto uscite in odor di razzismo, di cui la più grave, poiché più strutturata, è il rifiuto della legge per la cittadinanza dei figli di immigrati unita alla clausola che il movimento accetta tra i suoi candidati solo cittadini italiani.<br />
E’ una mossa con cui si parla a un “comun sentire” xenofobo, in realtà assai trasversalmente diffuso e che la crisi non ha fatto altro che accentuare. Ma questo dato, che a me basta e avanza per ritenere l’M5S invotabile, non può essere preso in buonafede come tratto determinante del movimento. Se un ex elettore della Lega vota l’M5S, compie una scelta per la quale formule come “padroni in casa nostra” ecc. non sono più priorità della sua agenda.<br />
La priorità e il denominatore comune più largo del voto al Movimento è la volontà di porre fine allo stato di fatto che un neologismo italiano definisce partitocrazia. L’esperienza del governo “tecnico” non ha portato a nessun ridimensionamento significativo dei costi della politica di fronte ai cittadini massacrati da tasse insostenibili, riduzione drastica dei diritti dei lavoratori come pensioni, welfare, condizioni contrattuali di impiego. La trasformazione della classe politica in una casta blindata in sistematica autodifesa non è mai stata così palese e insopportabile.<br />
È sempre grave quando i rappresentanti democraticamente eletti si rivelano impegnati a inseguire i propri interessi privati non solo con l’emergere di reati gravi come corruzione, concussione, appropriazione di denaro pubblico ecc. ma anche attraverso le leve di potere di cui dispongono per mandato. Lo è ancora di più quando riguarda partiti che, per tradizione, dovrebbero stare dalla parte dei ceti più deboli. Gli elettori hanno tradito i partiti di sinistra, in primis il Pd, perché è stato il Pd a tradirli per troppo tempo. Il fatto che, almeno a livello degli esponenti che contano, non si fossero nemmeno resi conto di aver passato il limite di tolleranza, non fa che dare credito al significato della parola “casta”.<br />
A questo si somma un altro aspetto. Il sostengo al governo Monti, ossia l’avvallo alle sue politiche d’austerità imposte dall’agenda europea. Qui la questione diventa più complicata. In tutti i paesi sotto il mirino della crisi c’è stata l’imposizione perentoria dello stesso programma, del quale si sono fatti esecutori indistintamente governi di centro destra e centro sinistra, premier o governi tecnici. Tentando, magari, qualche insufficiente manovra di contrattazione a livello europeo come più volte ha fatto Monti, ma comportandosi da bravi sheriffi di Nottingham a casa propria. In Grecia, in Spagna, in Italia, in Portogallo, in Irlanda. François Hollande, eletto con un tifo davvero pan-europeo, aveva promesso di ricontrattare sul fiscal compact, ma l’economia francese e quindi la subordinata politica francese è troppo debole perché abbia sinora potuto mantenere la promessa.<br />
La politica e la democrazia sono svuotate e asfissiate dal loro evidente essere state poste sotto strozzinaggio. E se è vero che pressoché tutti i partiti tradizionali della sinistra europea hanno vissuto, dopo la caduta del Muro, una lunga stagione di infatuazione per il neoliberismo, in questa fase sta accadendo una cosa preoccupante. Ripensamenti e correzioni di rotta se li può permettere solo chi agisce negli stati UE che hanno il coltello dalla parte del manico. Per esempio la Spd che si trova a confrontarsi con i frutti delle riforme avviate dal cancelliere Schröder, quelle che hanno trasformato la Germania nel grande predatore da export, grazie alla riduzione del costo del lavoro; vale a dire, per esempio, a contratti sottopagati che equivalgono, secondo un recente articolo del Financial Times, al 22% della forza lavoro tedesca. Ora che stanno avvertendo sempre più forti segnali di impauperimento possono permettersi di votare contro il fiscal compact. La sinistra tradizionale greca, spagnola, italiana invece diverrebbe antieuropeista,populista e irresponsabile.<br />
Il rischio dei fallimento dell’Italia che ha portato all’istaurarsi del governo Monti era assai reale. Per questo la responsabilità degli esiti economici e politici dei salassi d’austerità con cui il paziente è passato dalla cattiva salute al semicoma va riportata forse ancor più su chi l’ha imposta che ascritta al suo esecutore-modello, che perlomeno ha cercato in vano di mercanteggiare qualche piccolo osso, premio o sconto. È tipico della cultura autoritaria esigere che il buon figlio “agisca responsabilmente” e poi prendersela con il popolo immaturo che non vuole riconoscersi in quella “grave responsabilità”. I giornali tedeschi liberali come “Die Zeit” e “Süddeutsche Zeitung” all’indomani del voto in Italia erano pieni di commenti che illustravano con colta e paternalistica competenza la tradizione del paese di Pulcinella, ma l’uscita più preoccupante è stata la frase sprezzante del candidato Spd Steinbrück sui due clown che hanno vinto le elezioni. Avrebbe dovuto chiedersi come mai 25% di italiani hanno dato il loro voto contro la cura Ludovico che il suo stesso partito stava bocciando in parlamento. Una sinistra costretta a agire contro i bisogni (nemmeno più soltanto interessi) della sua base elettorale è portata semplicemente verso il suicidio. Come si fa a votare convinti per un partito di centro-sinistra (vale ancora più per Sel), quando il problema non è più solo o soprattutto che questo non <strong>vuole</strong> dire o fare qualcosa di sinistra, ma che non <strong>può</strong>, potrebbe, dovrebbe farlo?<br />
Il Movimento Cinque Stelle ora si trova in mano una responsabilità enorme. Se la spinta verso un governissimo gli riesce, porta a casa il cadavere del Pd e non certo quello di Berlusconi. Se si torna a votare, sarà tutto da vedere.<br />
Qui c’è di nuovo qualche analogia con la storia degli ultimi anni di Weimar. Lo scontro più micidiale era quello tra Kpd e Spd, con i socialdemocratici spesso “responsabilmente” in appoggio delle politiche d’austerità dei governi di centro-destra. I comunisti li chiamavano “social fascisti” e credevano, al contrario, di poter sfruttare il movimento nazista per promuovere le spinte autenticamente rivoluzionarie. Dietro a quella politica c’era Stalin e quindi il parallelismo va preso con le pinze e riportato a un nodo centrale. Gli odi fratricidi a sinistra possono fare la fortuna della destra.<br />
Il problema che vedo in questi giorni è che Beppe Grillo, sinora unico udibile portavoce del Movimento, colui che detta la linea, sta ricambiando i commenti sprezzanti e le strategie per delegittimare lui e l’M5S con gli interessi. I mandarini del Pd hanno pensato di cavarsela con formule come “populismo”, “antipolitica”, “demagogia” e peggio, dimostrando un’altra volta l’incapacità di capire quel che stava succedendo nel paese.<br />
Ma quando Grillo spara che Bersani è un morto che cammina, una puttana che adesca e altre frasi del genere, alza consapevolmente dei muri d’ostilità pericolosi. La base elettorale di Pd e Sel vorrebbe in buona parte le stesse cose di quella del M5S, a partire dal rinnovamento e ridimensionamento della classe politica e delle regole di ingaggio che l&#8217;ha fatta diventare il mostro che è adesso. Quasi sempre, inoltre, si tratta ormai di voti dati senza adesione e entusiasmo, stanche crocette per il “meno peggio”, ossia scelte pochissimo identitarie. Invece l’umiliazione pubblica del nemico sconfitto innesca riflessi di difesa e chiusura intorno alla propria rappresentanza anche in chi è critico di quelli stessi “capi”. Parlo per me che avrei votato obtortissimo collo per Sel o il Pd (se avessi avuto la benedetta cittadinanza); mi sono sentita offesa da quelle uscite sino a arrivare a chiedermi se, nel caso si presentasse un aut-aut tra Berlusconi e Grillo, ce l’avrei fatta a votare per il secondo. Non è la scelta di non formare un governo assieme al Pd che mi ha destato scandalo, ma il <strong>come</strong>: perché coincide con quegli atti linguistici sommamente autoritari, che vogliono costringere chi li ascolta a una scelta di campo senza mediazioni.<br />
Non c’è niente di fascista in questo; ma di rivoluzionario, in senso descrittivo, sì. O tutto o niente. Chi non sta con noi, è contro di noi. Chi sta con noi è massa rivoluzionaria che preme in avanti dietro la guida dell&#8217;avanguardia che decide.<br />
Abbiamo già avuto per vent’anni l’esperienza di una politica che riduceva i cittadini a plebi da stadio, contrapposte tifoserie dotate di un potere di scelta molto simile a un televoto contrario o favorevole al solo personaggio dominante della scena, Berlusconi. Era la sua forma di “rivoluzione”, di eversione democratica televisiva. Che questa modalità venga ora attivata come schema per una divisione in tre blocchi nemici lo trovo potenzialmente foriero di pessimi esiti.<br />
Certo sta a noi in primo luogo non abboccare, ricordarci che il peso e le legittimità dei partiti e movimenti si compone della nostra fiducia accordata con il voto. E che gli elettori del Pd non sono esponenti della “casta” esattamente come gli elettori del M5S non sono compagni di merenda di Beppe Grillo o Casaleggio. Dovremmo quindi esigere un minimo di rispetto perché quei rappresentati non sono altro che l’espressione della nostra delega, anche se nello specifico abbiamo mille riserve nei loro confronti. Vale per Grillo, per Bersani, per Peter Steinbrück e per tutti. E ha un peso diverso ora che non siamo più in campagna elettorale, ma dopo. O forse siamo già alla vigilia di una nuova campagna elettorale, ma con un esito che si sta delineando a altissimo rischio.<br />
Per ora il Movimento parla pressoché con una sola voce. E se Grillo mira a usare i suoi voti e i suoi militanti allo scopo primario di delegittimare integralmente il Pd (non solo i suoi mandarini e la sua casta ma qualsiasi militante o persona che lo vota), temo che alle prossime elezioni cercherò di convincere ogni amico che ha scelto l’M5S a cambiare orientamento. Non per volontà di &#8220;annientamento&#8221;, ma ridimensionarlo q.b. per fargli svolgere un ruolo di reale opposizione, di pungolo nella carne stanca e spesso marcia soprattutto del Pd. E sperare che, stando in parlamento, possa farsi le ossa nel esercizio della politica nazionale e, strada facendo, capire come è fatto, di quale pluralità di persone e voci e posizioni, e dove vuole andare.<br />
In ogni caso, se ora non si riesce a trovare un modo magari anche atipico per sperimentare una politica che si avvii a mettere in pratica ciò che chiede oltre la metà degli italiani (nuova legge elettorale, tagli alla politica, politiche per il lavoro, tanto per cominciare), mi pare molto probabile che tra i due contendenti in un paese ancora più avvelenato, ci sarebbe il terzo che gode: Silvio Berlusconi e il suo carrozzone di corrotti, razzisti, mafiosi e Scilipoti di nuovo al governo. Stavolta l’abbiamo scampata per un pelo (non in Lombardia dove su due candidati alternativi ha vinto Maroni). Sarebbe la cosa  peggiore che potrebbe succedere all’Italia.</p>
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