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		<title>Urbanità 9</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Mar 2009 10:49:27 +0000</pubDate>
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<p>Si sa, al principe Carlo d&#8217;Inghilterra l&#8217;architettura moderna non piace. Appena vede delle facciate in vetro strutturale, appena passa davanti a una costruzione in cemento armato, gli viene l&#8217;orticaria. La città moderna, con le sue dimensioni abnormi, con le sue forme avulse dalla tradizione è portatrice di degrado urbano e sociale, la bruttura degli edifici abbrutisce i suoi abitanti.<br />
<span id="more-14181"></span><br />
Con costanza e passione, da oltre vent&#8217;anni, Carlo propugna una architettura tradizionale, “come si faceva una volta”, con tecniche, dimensioni e stili condivisi dall&#8217;immaginario collettivo. La Prince&#8217;s Foundation ha già costruito un paio di villaggi utopici: Poundbury, il primo, è un vero e proprio fiore all&#8217;occhiello. Tanto grazioso che oltre a viverci c&#8217;è già chi ci va a visitarlo da turista, sognante. La prova provata che estetico ed etico siano la stessa cosa. Proprio una bella favola. Peccato che non sia vera. </p>
<p>E lo dimostra il secondo di questi esperimenti urbanistici con i quali il principe si balocca da anni. St Austell, in Cornovaglia, con le sue belle case neovittoriane e i villini neoedoardiani, con i prati ben tosati, le dimensioni raccolte, le strade pedonali senza traffico automobilistico, è un vero e proprio incubo per i suoi abitanti. Un po&#8217; perché la lontananza dalla grande città più che strategica si è dimostrata allucinatoria (pure il segnale televisivo è assente). Poi, soprattutto, perché la notte il paese diventa il crocevia dei marginali, degli ubriaconi, dei disperati. Fra violenze notturne, giovani delinquenti, sirene della polizia, ormai sembra più facile dormire in prossimità di un aeroporto che nella bucolica St Austell. </p>
<p>Sovrapporre etico ad estetico è una foglia di fico, una semplificazione banalizzante. St Austell ha un tessuto sociale più variegato e problematico di Poundbury, abitato, invece, dall&#8217;alta e ricca borghesia inglese. È bastato questo a far saltare tutte le pie illusioni da accademico dilettante di Carlo d&#8217;Inghilterra. Senza che il cemento armato avesse colpa alcuna.</p>
<p>[<em>pubblicato su </em>Costruire<em>, n.307 dicembre 2008</em>]<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/09/09/urbanita-1/">Urbanità 1</a><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/09/15/urbanita-2/">Urbanità 2</a><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/09/22/urbanita-3/">Urbanità 3</a><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/10/15/urbanita-4/">Urbanità 4</a><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/10/30/urbanita-5/">Urbanità 5</a><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/11/11/urbanita-6/">Urbanità 6</a><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/12/02/urbanita-7/">Urbanità 7</a><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/02/08/urbanita-8/">Urbanità 8</a></p>
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