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	<title>Stefano Zangrando &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La versione di Alessio</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Nov 2019 05:00:00 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di<strong> Stefano Zangrando</strong></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-81494" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/FB_IMG_1573782910682.jpg" alt="" width="720" height="960" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/FB_IMG_1573782910682.jpg 720w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/FB_IMG_1573782910682-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/FB_IMG_1573782910682-250x333.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/FB_IMG_1573782910682-200x267.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/FB_IMG_1573782910682-160x213.jpg 160w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C&#8217;è una forma del male che nasce nel linguaggio, ed è quando quest’ultimo abdica alla sua funzione più necessaria e labile: la condivisione della verità. Dell’uso distorto del concetto di fake news si parla già abbastanza nel dibattito pubblico, ma è nel privato che il “tutto è relativo” si presta all’edificazione dell’incubo.<br />
&nbsp;</p>
<p>Alessio, laureato quarantenne, separato e con un figlio, conosce Gaia, di poco più giovane, nubile e senza figli, in una chat per incontri, dove l’esposizione di sé come merce-immagine è al tempo stesso superficie di proiezione dei bisogni e desideri di ciascuno. Dopo il “match” è lei a farsi viva per prima. Chattano quanto basta a ritenere, l’uno riguardo all’altra, di non essere due infoiati alla mera ricerca di un coito. Si scambiano i numeri di telefono e proseguono fuori da lì. Emerge presto qualche problema di comunicazione, di comprensione reciproca, ma lo attribuiscono entrambi allo strumento: finché il linguaggio è solo scritto, i margini di fraintendimento restano troppo ampi. Occorre vedersi, muoversi, respirarsi. Concordano un primo incontro, lei propone casa propria. Alessio trova una ragazza sorridente ed estroversa, non avverte quanto sia agitata, ma nota fin da subito brevi, improvvisi, inspiegabili accessi di rabbia o di gelo. Ci passa sopra, trova che Gaia sia bella, glielo dice, le fa un’avance, lei dice: “Sì”. Finiscono a letto, dove subito lei, in lacrime, gli fa confidenze su di sé e sul suo passato – abusi, obesità, una laurea mancata, non può avere figli – che a lui paiono eccessive per un primo incontro. O Alessio è già così speciale ai suoi occhi da meritarsele? Per non parlare dei complimenti che lei gli rivolge dopo il sesso in un tono incantato. Alessio ne è lusingato.<br />
&nbsp;<br />
La frequentazione prosegue, soprattutto in chat, e i problemi di comunicazione aumentano. Alessio e Gaia sembrano spesso non capirsi, o interpretarsi in modo diverso dall’intenzione di ognuno. Quando accade, lei diventa aggressiva e lo attira in scambi verbali via via più volgari e rabbiosi. Una volta, dopo un climax di attacchi reciproci, lo blocca in chat e sul telefono per una notte. Quando si risentono, Alessio cerca di mantenere la calma, prova a suggerirle che non è colpa di nessuno, ma non è facile. Tanto più che a lei quei momenti passano quasi subito – salvo poi ripetersi di lì a poco, con Alessio che, nello sforzo di trovare un linguaggio comune, torna a chiederle di affrontare insieme questa difficoltà. Meglio incontrarsi di persona, concordano. Si vedono una seconda volta, finiscono di nuovo a letto, ma stavolta ai complimenti subentra uno strano registro: Gaia suona sincera, schietta, ma pare non poter fare a meno di criticare Alessio, trovando insufficiente o ridicolo molto di quel che lui dice o fa. Lui ne è spiazzato, non sa come prenderla, anche perché lei alterna questa sorta di disprezzo a pur sporadici momenti di passione travolgente. Così Alessio soprassiede, dopotutto nessuno è perfetto, potrebbe essere un’occasione per cambiare, migliorarsi, e poi l’intensità in amore è impagabile – perché è amore quello che sta nascendo tra di loro, no? Solo quell’aggressività così frequente, e il modo che ha Gaia di scagionarsi e rispedire ogni colpa al mittente quando Alessio si dichiara ferito, lo inducono a una certa cautela. Che sia solo una questione d’incompatibilità?<br />
&nbsp;<br />
Continuano a scriversi. Non si vedono molto, un po’ perché lei a volte gli propone un incontro, poi però disdice all’ultimo momento senza scuse né motivazioni che ad Alessio non appaiano poco plausibili; un po’ perché lui è spesso fuori regione, a volte con il figlio, e questo a lei non piace. Se ne lamenta, lo vorrebbe più presente, ma anche più disposto a comprendere la sua volubilità: lei è in un periodo difficile, ha problemi di lavoro, soffre d’ansia e mal di stomaco. Un giorno sembra proprio sull’orlo di un baratro interiore, e il modo in cui glielo spiega in un messaggio, stavolta vocale, fa sentire Alessio importante, proprio come lui vuol far sentire lei manifestando vicinanza, offrendole il supporto che può, proponendole una vacanza con lui e suo figlio. La voce non mente, si dice. Ma dura poco, un giorno o due e di nuovo la versione cambia: Gaia sta meglio, riappare l’aggressività, quel che lui dice o fa per lei non le basta mai o è sbagliato, e adesso pare preferisca respingerlo che accoglierlo. Poi gli dice: “Io tuo figlio non lo vorrò mai vedere”. Alessio ci rimane male, non capisce, tuttavia ci passa sopra e si mette seriamente in discussione: che abbia ragione lei? Sono davvero, come lei dice, così poco empatico, così incapace di capirla?<br />
&nbsp;<br />
Poi si accorge di una cosa: a ogni critica o attacco di Gaia gli sembra di reagire in modo sempre più aggressivo, assumendo lo stesso registro di lei, diventando altrettanto instabile. Il suo linguaggio sta cambiando e lui con esso, gli sembra. Si sente attratto in una mutazione, in balia di un universo indecifrabile in cui non sa come muoversi. Diventa ansioso, si scopre geloso, perde autostima, dorme male. Una volta anche lui blocca lei, non ne può più delle sue stilettate. Poi però la sblocca quasi subito, gli pare un gesto autoritario, inutilmente violento e puerile. Ma allora perché l’ha fatto? Che stia diventando paranoico? Gaia sfugge implacabilmente alla sua fame di chiarezza come al suo bisogno di amare ed essere amato. L’inafferrabilità delle esternazioni di Gaia, pronte a rovesciarsi in breve tempo nel loro contrario, e dei suoi comportamenti, per i quali lei trova giustificazioni sempre diverse ma in sé coerenti, generano in lui un’insicurezza e una paura mai provate. Dov’è la verità? C’è qualcosa di autentico in quello che sta vivendo, o cos’è questa sensazione crescente e inquietante che sia tutto un sistema di segni adulterati? Matrix in confronto è un idillio, si dice.<br />
&nbsp;<br />
Sempre più immerso in una costante vertigine interpretativa, Alessio percepisce in Gaia un grumo di dolore irredimibile, ne è attratto e spaventato al tempo stesso, teme le sue reazioni, la respinge e la cerca. Lo stesso sembra fare lei, incapace tanto di riavvicinarlo quanto di distaccarsene. Pare lei stessa vittima dell’instabilità che mina la sua comunicazione rendendola artificiosa, sempre pronta a rideclinarsi a seconda del suo stato emotivo, sempre sul punto di svelare un’assenza di fondamento. In che modo, inizia a chiedersi Alessio, la sofferenza può influire sul linguaggio, o sul modo di relazionarsi con gli altri? E che cos’è, se non è empatia, il processo che lo sta attirando nel diabolico ordigno semantico che è il linguaggio di Gaia? Non sospettava poi di poter diventare lui stesso tanto duro con una persona che credeva di amare: quanto c’entra Gaia e quanto invece c’è di suo, di remoto e rimosso, in questa degenerazione? Che si fa ancora più estrema quando Gaia pare finalmente allontanarsi, seguendo le preghiere di Alessio: dovrebbe esserne sollevato, invece piomba in qualcosa che somiglia molto ad una crisi d’astinenza – da una droga capace di portarti in paradiso per qualche minuto, ma che per il resto ti abbandona a una pena sempre più distruttiva.<br />
&nbsp;<br />
Così le scrive ancora. Che il legame perduri come conflitto, purché non si spezzi del tutto: ogni messaggio di Gaia, per quanto incongruo, è una dose di calmante. Ma nel giro di poco la violenza è di nuovo troppa. Perché, si chiede allora Alessio in notti insonni e cupe, non riesco a lasciarla perdere? Non è solo l’astinenza, né solo la brama che ha lui di capire, di penetrare il segreto di Gaia. Il fatto è che neanche lei si distacca del tutto. Quando si risentono ha un tono pacificato, persino sereno, ad Alessio non par vero, sembrano finalmente riuscire a parlarsi e concordare una fine conciliante. Ma non dura. Quanto più lui esprime il desiderio di rivederla, tanto più il registro di lei si rifà sprezzante, sottilmente denigratorio. Così ora ad Alessio, quando è da solo, viene spesso da piangere, di un dolore che non hai mai conosciuto prima, mentre l’astinenza lo induce a cercarla di nuovo. Un giorno finalmente, dopo che Alessio ha manifestato non richiesto il suo malessere, Gaia gli lascia un messaggio vocale in cui, con voce alterata che a lui fa venire in mente Linda Blair posseduta ne L’esorcista, lo invita a “mettere in standby i suoi cazzo di sentimenti” e lasciarla in pace. Alessio sulle prime non si accorge che quello è il colpo di grazia, ma coglie finalmente un messaggio univoco, chiaro, e lo asseconda quasi senza fatica. Poco dopo cade in una prostrazione in cui si mescolano lutto e terrore. La sua vita quotidiana è compromessa.<br />
&nbsp;<br />
Qualche tempo dopo, entrato in psicoterapia, Alessio si sentirà dire di essersi imbattuto in una donna con un disturbo della personalità. Di esserne stato, per le proprie caratteristiche, una preda ideale. Di aver accolto in sé, nel momento in cui Gaia si è presentata come vittima della propria storia, il ruolo di salvatore, secondo un triangolo interpretativo ben noto agli specialisti, salvo poi suscitare in lei con il proprio slancio, non meno disfunzionale di quello con cui Gaia si è nutrita di lui all’inizio, una reazione da carnefice che lo ha trasformato in vittima. Questo tipo di persone, si sentirà dire, boicottano presto ogni relazione, soprattutto d’amore, e lo fanno guidate dalle parti scisse del Sé che si avvicendano dentro di loro – e che prendono la parola separatamente l’una dall’altra. Alessio capirà così di essersi abbandonato, per via di carenze pregresse su cui quella persona ha fatto intuitivamente leva, a una costruzione fittizia: la costruzione cangiante e provvisoria che Gaia fa e rifà in continuazione della propria esistenza per colmare una voragine affettiva che ha origini traumatiche e lontane. Sono persone “in credito col mondo”, gli spiegherà la psicologa, e il loro linguaggio è interamente al servizio di questa loro impalcatura fragilissima. Non al servizio della verità né di una menzogna in malafede, ma di una manipolazione ininterrotta di sé e dell’altro per non precipitare nel vuoto. Lo stesso vuoto in cui attirano i loro partner.<br />
&nbsp;<br />
Alessio se ne sta tirando fuori un po’ alla volta, ripensa ormai a Gaia con affetto rappezzato, e sa che d’ora in poi dovrà cercare altrove la soddisfazione dei propri desideri. E trovare anzitutto in se stesso la soluzione ai propri bisogni irrisolti. Ma la sua fiducia nel linguaggio non è più quella di prima. Per quel poco che ormai ne capisce, lui e la sua psicologa potrebbero anche sbagliarsi.</p>
<p>@fotografia di Mariasole Ariot</p>
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		<title>Il postino di Mozzi</title>
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		<pubDate>Wed, 08 May 2019 05:00:36 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>brani di <strong>Guglielmo Fernando Castanar </strong>(in corsivo) e <strong>Arianna Destito<br />
</strong></p>
<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-79188" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png" alt="" width="200" height="243" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi-160x194.png 160w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a></em></p>
<p><em>Cominciai questo lavoro di raccolta dopo il terzo o il quarto mese da impiegato delle Poste. Il materiale arrivava alle Centrali di Padova, prelevavo direttamente dagli scaffali di mia competenza, e i primi tempi facevo un setaccio veloce e mi mettevo sotto la giacca uno o due plichi destinati a lei e li andavo a nascondere nell’armadietto personale dove tengo l’impermeabile della divisa e lo zaino con la colazione. Poi temetti di dare nell’occhio o che, anche se dicevano di no, che ci fossero videocamere, il fatto è che si sentiva sempre di indagini tra i dipendenti, di crimini postali, e avevo paura. Così decisi di lavorare diversamente, individuavo e sistemavo i plichi da sottrarle nelle borse della bici, ma li mettevo in disparte in modo, in seguito, da trovarli subito, poi uscivo per la giornata di consegna. Non andavo subito nella mia zona di competenza, ma prendevo via Cavallotti, oppure una delle vie dell’area in espansione, verso Padova est, e là cercavo un cantiere, mi fermavo un istante, controllavo che non ci fossero testimoni, ometti col cagnolino o tossici (a un postino non si fa caso), e infilavo i due o tre plichi tra i pancali, sperando non piovesse. Poi mi dedicavo alla regolare consegna e magari, non di rado, giunto a casa sua, le mettevo nella buca una lettera dell’Accademia, una rivista, o le consegnavo la raccomandata di un istituto che le mandava il programma del nuovo corso di scrittura narrativa. Portandole una raccomandata provavo a sfruttare l’occasione, lei mi salutava, ma non parlavamo mai, solo un giorno che dopo averle strappato un giudizio sul tempo le chiesi come vanno i libri e lei (non mi permise mai di darle del tu) mi rispose: «mah, le dirò che mi dà più soddisfazione, almeno in questo momento, fare i libri degli altri che i miei».                                                                 </em><br />
<em>Non so se in quel periodo curasse già la collana di narrativa per Sironi, ma leggevo che molti editori si fidavano del suo giudizio, e gli autori, gli aspiranti, e pure gente affermata (anche se solitamente questi usavano altri canali) le mandavano cose da leggere, inedite o già pubblicate. </em><br />
<em>Poi, alla fine del giro ripassavo nell’area di espansione a prelevare il corpo. Bisogna dire che l’intenzione era sempre quella di sottrargliene addirittura tre o quattro per non essere costretto ogni giorno alla trafila del passaggio in cantiere. Purtroppo, a volte, accadevano degli imprevisti e, terminato il lavoro, tiravo dritto verso casa perché nel frattempo si era messo a piovere e allora il corpo si sarebbe rammollito, pagine incollate una all’altra, illeggibili ormai, oppure che ne so, passavo al cantiere, che a mio dire doveva essere deserto, e invece ci trovavo una coppietta e per non disturbare me ne andavo a casa senza corpi. Il vero guaio era quando riandando sul luogo a prelevare, sui corpi ci trovavo montagne di sabbia e cemento, betoniere e una squadra di manovali al lavoro.<br />
</em><em>Quanto a lei, lo sa, ho sempre fatto in modo che non si accorgesse mai di nulla. Ma a volte basta l’eccesso di zelo? Si parlava di una crescente sfiducia nelle poste, sebbene con me lei non si sia mai lamentato, quando sentiva i lamenti degli autori, strasicuri di aver mandato e rimandato. Ma permetta che glielo chieda: perché, Mozzi, lei che è scrittore e dotato di fantasia, del postino non sospettò mai?</em><br />
<em>Se di molti autori provvedevo a sottrarre anche le lettere accompagnatorie – soprattutto le seconde, quelle che seguivano l’invio, lettere di protesta, in primis, dapprima calme, poi, non di rado, piene di insulti, e alcune le strappavo dopo averle lette, e ad altre rispondevo con una lettera prestampata come quella usata dagli editori, oppure una lettera che andava dritta al merito: il romanzo in questione. «Gentile signore o signora, il suo romanzo è parecchio brutto. g», o la firma per intero, la sua, che tante volte le avevo visto fare sul bollettino delle raccomandate. Giulio Mozzi –, in somma, se le sottraevo tre o quattro corpi in una settimana, ma mai di più, con altrettante lettere, poi stavo un mese senza sottrarle altro. Certi periodi invernali non operavo proprio, specie da quando i corpi in casa cominciavano ad ingombrare la stanza, e leggerli tutti diventava impossibile. (Da un paio d’anni ho affittato il magazzino qui sotto casa: le cose della pesca, lo strano odore di alghe, due bici, due casse di vino che mi regalate voi clienti, e la quantità orrenda di corpi che stringe già anche le pareti del magazzino). Bene, ora che sono in pensione smaltirò i corpi accampati e man mano me ne libererò. </em><br />
<em>Tanta è letteratura scadente. Ma lo sa. All’inizio, agli autori poco bravi rispondevo che erano storie bellissime e li pregavo di mandare ad altra gente, amici suoi, scrittori, editori, e addetti ai lavori, suggerendo di farlo senz’altro a suo nome. </em></p>
<p>&#8230;</p>
<p><em>Ora voglio inserire un altro brandello di corpo. Sa, una voce femminile, dopo tante maschili, non guasta. Si ricorda di Arianna Destito? Forse sì, forse no… dipende da cosa è giunta tra le sue mani. Insomma, anzi, in somma, non ricordo perfettamente cosa ho sottratto o meno. Ma questo che segue, sicuramente, non l’ha mai letto.</em></p>
<p>Corpo 10</p>
<p>Arianna Destito</p>
<p>Il Maresciallo in pensione Adalgiso Maffeo trascorreva le giornate nel suo vecchio quartiere di Nervi a Genova. Un quartiere per modo di dire, nessuno lo chiamava così. Nervi era un paese, anzi, Nervi era semplicemente Nervi. Un posto che brillava di luce propria. Dove le palme svettavano, il sole era prepotente e l’aria frizzante del mare solleticava le narici come un bicchiere di champagne. Fu proprio lì che per molto tempo il Maresciallo Adalgiso Maffeo aveva vissuto e lavorato. Ora non gli restava che prendere il gelato da Giumin e passare di tanto in tanto dal vecchio commissariato a salutare i nuovi agenti. L’irreprensibile maresciallo era ben voluto da tutti. Per molto tempo si era distinto per il suo fiuto investigativo e qualche volta era anche finito sui quotidiani locali. Aveva partecipato alla cattura del famoso ladro della Costa Azzurra. Quello che ispirò il film Caccia al ladro con Cary Grant, per intenderci. Si diceva persino che in tempo di guerra avesse nascosto una famiglia ebrea nel suo ufficio sotto il naso degli ufficiali nazisti. A molti dava fastidio il suo modo di condurre gli interrogatori, con il piglio e la gentilezza delle buone maniere, in pratica faceva cantare i delinquenti, offrendogli il caffè e un sostanzioso pasto. Il risultato era quasi sempre garantito. Al Maresciallo Maffeo non la si faceva.<br />
Una mattina aveva deciso di portare ai Parchi di Nervi la nipotina Irene, di sette anni. Una bambina strana, pensava. Non ride mai. E guarda con certi occhi glaciali. Quando lo fissava lui si sentiva a disagio. Il Maresciallo osservava Irene giocare, sembrava che la bambina vivesse in un mondo tutto suo. Spesso evitava gli altri bambini, sembrava annoiarsi con loro. In compenso giocava con la terra, le foglie, i rametti, in un angolo che sembrava una casetta ricavata tra alberi e ponticelli di legno. Era davvero strana. Sia chiaro, il Maresciallo adorava Irene, ma qualcosa gli sfuggiva. L’istinto del poliziotto non lo abbandonava neppure in pensione. Soprattutto vedeva pericoli ovunque. E cercava di mettere in guardia la piccola nipote.<br />
“Irene, li vedi quei ragazzi lì? Sono dei drogati”, le sussurrò un giorno all’orecchio, indicando un gruppo di giovani euforici ai bordi del prato.<br />
“Ballano, nonno”.<br />
“E certo, sono sotto l’effetto della droga”. Non aggiunse altro. Fino a che, tra un pensiero e l’altro, quel giorno successe l’imprevedibile. Lui uscì dal vespasiano accanto al cancello dei Parchi e sua nipote non c’era più. In un attimo gli successe quello che non avrebbe mai immaginato. &#8230;</p>
<p>&#8230;</p>
<p><em>Giulio, sa che quando ho aperto il bustone e  ho letto la storia di Rocco mi sono pentito d’averglielo sottratto, non perché mi fosse sembrato così bello (è bello, ma lo è quanto altri scritti per cui non mi sono sentito in colpa) ma perché è necessario, lo è sì, far conoscere un partigiano del Sud che ha fatto la Russia, che ha fatto l’amore per togliersi il freddo, e sottrarre le parole al suo destino… Ma ci pensa, uno come me che non scambia una parola durante il giorno e la sera legge di un umano che ha fatto l’amore per togliersi il freddo per salvarsi… Come potrò io sciogliere il ghiaccio di questa esistenza?</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: questi brani sono tratti dall&#8217;anomalissimo &#8220;Il postino di Mozzi&#8221;, uscito da poco con Arkadia Editore (Cagliari). Guglielmo Fernando Castanar, l&#8217;autore della lettera a Giulio Mozzi riportata nel libro, è un postino in pensione, che intramezza alla sua lunga missiva un festival di frammenti, un mostruario sottratto in venticinque anni di lavoro: tutte lettere allo stesso Mozzi che lui non ha mai consegnato, e che si è tenuto. Le parti in corsivo sono tratte dal suo testo, mentre i frammenti delle missive non consegnate sono di Arianna Destito (quello riportato), Adrian N. Bravi, Alessandro Gianetti, Alessandro Zaccuri, Beppe Sebaste, Carlo Grande, Claudio Morandini, Amilia Marasco, Fernando Guglielmo Castanar, Francesco Forlani, Franco Arminio, Franz Krauspenhaar, Giacomo Sartori, Giorgio Vasta, Giovanni Agnoloni, Marco Candida, Marco Drago, Mario Bianchi, Marino Maglian, Matteo Galiazzo, Mauro Baldrati, Nunzio Festa, Paolo Morelli, Riccardo De Gennaro, Riccardo Ferrazzi, Sergio Garufi, Stefano Zangrando, Valentina Di Cesare e Walter Binaghi.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Zangrando a Berlino sulle tracce di Peter Brasch</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Dec 2018 06:00:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Roberto Antolini Questo è un libro che fa venire in mente i primi film di Wim Wenders, quelli in bianco e nero. Anche questo libro è in bianco e nero, con tutte le sfumature del grigio, il colore della Berlino sospesa fra la decomposizione della DDR e l’assorbimento consumistico nella Bundesrepublik. In quell’arco di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Antolini</strong></p>
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L’autore è Stefano Zangrando, scrittore nato nel 1973 a Bolzano, ma con un link sempre in funzione su Berlino, dove ha ottenuto nel 2008 una borsa di scrittura della Accademia delle Arti, e nel 2009 ha vinto un premio italo-tedesco per traduttori. Questo suo terzo libro nasce dall’interesse dell’autore per Peter Brasch, figlio di un ebreo in fuga dai nazi che, diventato comunista, fa una relativa carriera burocratica nella Germania dell’Est, e fratello del più celebre Thomas Brasch, poeta e regista fuggito all’Ovest nel 1976, dove ha raccolto qualche successo (come il film “Ritorno a Berlino” del 1988) ma ha fatto una brutta fine. Peter resterà invece in DDR sperando inizialmente in una riforma dall’interno, ma sempre più critico, fino a venir espulso dall’università per aver espresso solidarietà a Wolf Biermann. Diventerà scrittore e uomo di teatro non di successo, un dissidente appartato della Berlino est, sopravvissuto poco più di un decennio all’unificazione delle Germanie.<br />
Nei suoi momenti di vita berlinese Zangrando conosce gli amici e le ex-compagne di Peter Brasch, trova i suoi libri ormai dimenticati, ed un giorno navigando in rete incappa in due registrazioni televisive degli anni ‘90, restandone impressionato: «c’era qualcosa, in quel giovane uomo tormentato, che toccava una mia corda nascosta. Perché lo sentivo così vicino, così familiare?».<br />
Zangrando adotta nella narrazione uno stile “sperimentale”, basato sul montaggio di materiali diversi: conversazioni e testimonianze, brevi testi letterari e lettere di Brasch, impressioni e descrizioni d’ambiente. Una forma narrativa &amp; saggistica, documentaria ma anche introspettiva. Un’opera aperta, che rivolge al lettore domande senza risposta. Filo conduttore della narrazione è un vagabondaggio per la Berlino “mutata” di oggi, alla ricerca delle tracce sue e di quell’altro tempo, intrecciando un dialogo con l’assenza di Peter. A partire dalla casa dove ebbe il tetto più durevole, sulla Choriner Straße: «è un buon posto per abitare, dopo l’89. Al confine tra Mitte e Prenzlauer Berg, da qui in pochi minuti sei in Alexanderplatz – se vuoi fiutare bene i venti che spirano da ovest e che stanno spazzando via tutto, un po’ alla volta, in un paziente e implacabile lavoro di erosione; oppure in un attimo sei nella Schönhauser Alee, l’asse più in fermento di questo ex-quartiere operaio che, nel giro di un decennio o poco più, verrà colonizzato e tirato a nuovo dai figli di papà occidentali, tedeschi e non solo. Molti autoctoni, i più anziani soprattutto, se ne andranno da qui nei sobborghi, arresi ad affitti sempre più insostenibili; qualcuno della tua cerchia resisterà e lo incontrerò».<br />
La parte centrale e più sostanziosa del libro – come è giusto che sia per il libro su di un uomo di teatro &#8211; ha la forma del racconto di una messinscena di teatro-verità, in cui Zangrando utilizza le testimonianze che ha raccolto direttamente dalle testimoni. Le molte donne della sua vita (amanti, amiche, familiari) vengono narrate come se si incontrassero su un palcoscenico per raccontarsi reciprocamente la loro esperienza di Peter, incrociando diversi punti di vista, tramite i quali prende corpo la storia &#8211; umana, artistica e (involontariamente) politica &#8211; di Peter. Dice la sorella Marion: «non stava da nessuna parte, non con il sistema, non con l’annessione da parte dell’occidente. Neanche a lui del resto andava giù il termine “riunificazione”. L’ho detto, quelli come noi le cose volevano cambiarle dall’interno. Non eravamo neanche nei movimenti per i diritti civili, non eravamo dissidenti sotto i riflettori dell’ovest. Eravamo un’opposizione interna, diffusa, che puntava a liberarsi del vecchiume senza gettarsi nelle braccia del mercato. E siamo quelli che la storia ufficiale ha voluto dimenticare».<br />
Il fratello di Peter (e di Marion), Thomas, fuggito in occidente sarà sotto i riflettori come dissidente, ma trasformerà la sua incompatibilità con la generalizzata competitività occidentale in alcoolismo e tossicodipendenza, fino a venirne travolto. Peter, rimasto ad est fino alla fine, verrà travolto dalla stessa irriducibilità quando l’ovest ingloberà l’est: «il denaro, disse, è la nuova forma della censura» ricorda nella scena di teatro-verità Katja, la miglior amica di Peter. La sua precarietà, sia lavorativa che esistenziale, si aggraverà con la “riunificazione”, o comunque non migliorerà. Proverà anche a scrivere un romanzo, come chiedevano gli editori ed i media occidentali, ma nessuno se ne accorgerà. Gli verrà negato anche un posto da insegnante, e si farà distruggere anche lui dal bere, come il fratello. Lo troveranno una mattina riverso a casa sua. E a questo punto, chiaramente, la tragica traiettoria di Peter viene ad assumere una forma universale. La forma non più solo di una storia della DDR, ma della decadenza dell’Europa mercantile, dell’eclissi dell’intellettuale, della crisi della sinistra, della nostra crisi, della crisi di chi scrive e di chi legge. «È qui &#8211; dice Zangrando a se stesso – che ti sembra abbia origine la vostra affinità: si scrive innanzitutto per chi si ama, vivo o morto che sia».<br />
Il libro si chiude con il racconto della commemorazione di Peter Brasch, nel giorno in cui avrebbe compiuto i 60 anni, tenuta nella Kneipe [birreria] gestita dal poeta Bert Papenfuß, che chiuderà il giorno dopo (è quindi insieme una commemorazione di Peter e della Kneipe). «Seduto a lato del palco, fumando e bevendo davanti a quella declamazione sublime e sinistra – dice Zangrando &#8211; compresi tutt’a un tratto che stavamo celebrando un addio. Un addio al locale in cui ci troviamo, certo, che tra poco avrebbe chiuso per sempre; ma anche un addio a Peter, poiché il Prenzlauer Berg [quartiere e movimento letterario] che quella sera lo stava ricordando era un mondo in via d’estinzione – perché, così com’era morto Peter, prima o poi tutta quella Berlino sarebbe invecchiata e poi morta, morta». Eh già, si muore, si è tutti in transito. E quindi questa è anche una parabola sulla condizione umana, sulla sua provvisorietà.</p>
<p><em>NdR: il romanzo di Stefano Zangrando &#8220;Fratello minore : sorte, amori e pagine di Peter B.&#8221;, è edito da Arkadia (Cagliari, 2018), nella collana diretta da Luigi Preziosi, Paolo Ciampi e Marino Magliani; nelle immagini che seguono Prenzlauer Berg, di cui si parla nel libro (e nella recensione), oggi e come era sotto la DDR, e un ritratto di Peter Brasch (materiali presi dalla rete).</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-quartiere-Prenzlauer-Berg-oggi.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-77036" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-quartiere-Prenzlauer-Berg-oggi-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-quartiere-Prenzlauer-Berg-oggi-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-quartiere-Prenzlauer-Berg-oggi-250x166.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-quartiere-Prenzlauer-Berg-oggi-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-quartiere-Prenzlauer-Berg-oggi-160x107.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-quartiere-Prenzlauer-Berg-oggi.jpg 640w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-est-quartiere-Prenzlauer-Berg.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-77037" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-est-quartiere-Prenzlauer-Berg-300x213.jpg" alt="" width="300" height="213" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-est-quartiere-Prenzlauer-Berg-300x213.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-est-quartiere-Prenzlauer-Berg-250x178.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-est-quartiere-Prenzlauer-Berg-200x142.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-est-quartiere-Prenzlauer-Berg-160x114.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/Berlino-est-quartiere-Prenzlauer-Berg.jpg 640w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/PeterBrasch.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-77038" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/PeterBrasch-228x300.jpg" alt="" width="228" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/PeterBrasch-228x300.jpg 228w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/PeterBrasch-250x330.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/PeterBrasch-200x264.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/PeterBrasch-160x211.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/PeterBrasch.jpg 336w" sizes="auto, (max-width: 228px) 100vw, 228px" /></a></p>
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		<title>World Wide Wars [ conflitti e narrazione ]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Sep 2017 05:00:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[8 settembre – 9 settembre Dal 8 settembre alle 14:30 al 9 settembre alle 18:00 Museion Bozen-Bolzano Piero Siena Platz / Piazza Piero Siena, 1 39100 Bozen / Bolzano, Trentino-Alto Adige Convegno letterario &#8211; Literaturtagung Con &#8211; mit: Gianni Biondillo Alessandro Costazza Francesco Forlani Maria C. Hilber Helena Janeczek Kurt Lanthaler Giorgio Mascitelli Maxi Obexer [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/logo-bz.jpg" alt="" width="525" height="118" class="aligncenter size-full wp-image-69452" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/logo-bz.jpg 525w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/logo-bz-300x67.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 525px) 100vw, 525px" /></center></p>
<p style="text-align: center;"><strong>8 settembre – 9 settembre</strong><br />
Dal 8 settembre alle 14:30<br />
al 9 settembre alle 18:00</p>
<p style="text-align: center;"><em>Museion Bozen-Bolzano</em><br />
Piero Siena Platz / Piazza Piero Siena, 1<br />
39100 Bozen / Bolzano, Trentino-Alto Adige</p>
<p style="text-align: center;"><big><strong>Convegno letterario &#8211; <em>Literaturtagung</em></strong></big></p>
<p><span id="more-69433"></span></p>
<p style="text-align: center;"><em>Con &#8211; mit: </em><br />
<strong>Gianni Biondillo</strong><br />
<strong>Alessandro Costazza</strong><br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
<strong>Maria C. Hilber</strong><br />
<strong>Helena Janeczek</strong><br />
<strong>Kurt Lanthaler</strong><br />
<strong>Giorgio Mascitelli</strong><br />
<strong>Maxi Obexer</strong><br />
<strong>Davide Orecchio</strong><br />
<strong>Orsola Puecher</strong><br />
<strong>Carlo Romeo</strong><br />
<strong>Anna Rottensteiner</strong><br />
<strong>Nicole Sabella</strong><br />
<strong>Giacomo Sartori</strong><br />
<strong>Bernd Schuchter</strong><br />
<em>Moderazione &#8211; Moderation:</em><br />
<strong>Barbara Siller</strong><br />
<strong>Gabriele Di Luca</strong><br />
<strong> Stefano Zangrando</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/bolzano.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-69437" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/bolzano.png" alt="" width="799" height="861" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/bolzano.png 799w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/bolzano-278x300.png 278w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/bolzano-768x828.png 768w" sizes="auto, (max-width: 799px) 100vw, 799px" /></a>
</p>
<p style="padding-left: 300px;"><big><strong>Programm(a)</strong></big></p>
<p style="padding-left: 150px;"><strong>8.9</strong></p>
<p style="padding-left: 150px;">14:30 <strong>Grußwort und Einleitung</strong> &#8211; <em>Saluto e presentazione</em><br />
15:00 <strong>Giacomo Sartori, Kurt Lanthaler, Helena Janeczek</strong><br />
16:00 <em>Break</em><br />
16:30<strong> Giorgio Mascitelli, Bernd Schuchter, Orsola Puecher</strong><br />
17:30 <em>Diskussion(e)</em></p>
<p style="padding-left: 150px;"><strong>9.9</strong></p>
<p style="padding-left: 150px;">10:15 <em>Matinée: “Storia e narrazione” (alpha beta)</em> con-mit<br />
<strong>Gabriele Di Luca, Alessandro Costazza e/u. Carlo Romeo</strong><br />
11:00 <em>Break</em><br />
11:30 <strong>Anna Rottensteiner, Gianni Biondillo, Maria C. Hilber –</strong><br />
<strong> Nicole Sabella</strong><br />
12:30 <em>Diskussion(e)</em></p>
<p style="padding-left: 150px;">15:00 <strong>Davide Orecchio, Maxi Obexer, Francesco Forlani</strong><br />
16:00 <em>Break</em><br />
16:30 <em>Table ronde</em></p>
<p style="padding-left: 150px;">[Mod. <strong>Barbara Siller</strong> e <strong>Stefano Zangrando</strong>]</p>
<p>&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width:280px;"><audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-69433-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="http://flatlandia.radiondadurto.org/files/2017/09/stefano-zangrando_kika.mp3?_=1" /><a href="http://flatlandia.radiondadurto.org/files/2017/09/stefano-zangrando_kika.mp3">http://flatlandia.radiondadurto.org/files/2017/09/stefano-zangrando_kika.mp3</a></audio></div>
<p></center></p>
<p align="center">[Intervista con <strong>Stefano Zangrando</strong> a <strong>Radio Onda D&#8217;Urto</strong><br />
A cura di Kika Negroni e Maria Luisa Venuta<br />
della redazione di <em>Flatlandia</em>]<br />
&nbsp;<br />
<center><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Facebook_icon-icons.com_66805.png" alt="fb" width="20" height="20"/>&nbsp;&nbsp;<a href="https://www.facebook.com/SAAVMitteilungen/"><strong>Südtiroler Autorinnen und Autorenvereinigung</strong></a></center><br />
&nbsp;<br />
<center><iframe loading="lazy" src="https://www.google.com/maps/embed?pb=!1m18!1m12!1m3!1d2746.5433492971333!2d11.346538315053898!3d46.497353979126714!2m3!1f0!2f0!3f0!3m2!1i1024!2i768!4f13.1!3m3!1m2!1s0x47829e7e93fc2767%3A0x65c6d134ca6f1227!2sMuseion!5e0!3m2!1sit!2sit!4v1503125622872" width="600" height="450" frameborder="0" style="border:0" allowfullscreen></iframe></center><br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
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		<title>Stefano Zangrando: l&#8217;esercizio dell&#8217;occhio</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2016/05/10/stefano-zangrando-lesercizio-dellocchio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 May 2016 12:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Amateurs]]></category>
		<category><![CDATA[edizioni alpha beta Verlag]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Zangrando]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marino Magliani Come sarebbero stati i romanzi di Friedo Lampe (li ho letti nella splendida e introvabile traduzione di Giovanni Nadiani) se avesse vissuto ancora o se scrivesse ora? Erano romanzi che raccontavano la Bremen prima della guerra, o il mondo visto da una mongolfiera, romanzi scritti con tecniche cinematografiche, si diceva, allora molto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/05/10/stefano-zangrando-lesercizio-dellocchio/978-88-7223-260-6/" rel="attachment wp-att-61854"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-61854" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/978-88-7223-260-6-199x300.jpg" alt="978-88-7223-260-6" width="199" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/978-88-7223-260-6-199x300.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/978-88-7223-260-6.jpg 318w" sizes="auto, (max-width: 199px) 100vw, 199px" /></a>Come sarebbero stati i romanzi di <a href="https://fr.wikipedia.org/wiki/Friedo_Lampe">Friedo Lampe</a> (li ho letti nella splendida e introvabile traduzione di <a href="https://books.google.fr/books?id=bmPFCAAAQBAJ&amp;pg=PT131&amp;lpg=PT131&amp;dq=friedo+lampe+romanzo+giovanni+nadiani&amp;source=bl&amp;ots=zPNMb7gMJA&amp;sig=o0NniuNcj2A4aDtA7mFlDqeKjQM&amp;hl=it&amp;sa=X&amp;ved=0ahUKEwixu7Xbkc_MAhXBvhQKHdiSDX4Q6AEIHzAA#v=onepage&amp;q=friedo%20lampe%20romanzo%20giovanni%20nadiani&amp;f=false">Giovanni Nadiani</a>) se avesse vissuto ancora o se scrivesse ora? Erano romanzi che raccontavano la Bremen prima della guerra, o il mondo visto da una mongolfiera, romanzi scritti con tecniche cinematografiche, si diceva, allora molto all’avanguardia. Come se l’io narrante fosse la telecamera che si sposta lentamente e, mentre ci consegna pezzi di mondo e narrazione, un occhio esterno si prenda la briga di vedere <span id="more-61703"></span>cosa succede accanto e di capire se vale la pena di farci spostare gli occhi da quelle parti – e se scopre che non ne vale la pena, sa che è un bene. Che c’entra dunque, tutto questo, con <em><a href="http://www.edizionialphabeta.it/it/Book/amateurs/978-88-7223-260-6">Amateurs</a></em> di Stefano Zangrando (<a href="http://www.edizionialphabeta.it/">alpha beta 2016</a>), il romanzo dello scrittore altoatesino che sta piacendo in giro e passando per romanzo di «confine»? Che c’entra Lampe, l’editor e scrittore geniale, autore di un solo paio di libri, prima di farsi uccidere erroneamente dai sovietici&#8230; lui, perseguitato dal nazismo (una morte che ci ricorda un po’ quella di Bruno Schulz, per almeno un aspetto), che c’entra con l&#8217;intellettuale altoatesino che vive a Rovereto e ha insegnato all’Università di Trento e ora nella scuola trentina? C’entra secondo me giusto per una tecnica, c’entra per una disposizione, l’esercizio dell’occhio, credo.</p>
<p>Il romanzo, che racconta di due giovani, Valentino e Gerwin, che si ritrovano a Berlino e si confrontano con quel pezzo di futuro che si è materializzato dopo la gioventù e tentano di anestetizzarlo gettandosi nella vita, nelle cose che lasciano intuire che si sta vivendo: la città, un certo flanerismo, il linguaggio, le donne, (l’incipit che racconta la cucina), questo romanzo è una cinepresa neanche troppo sequenziale che inquadra le cose e le vite. Si inizia con l’incontro, per poi passare a chi sono quei due umani, ma visti da dietro, e ce li mostra lo stesso Valentino, il narratore. Assieme al resto dei personaggi secondari, come Martín, che ruotano come a farsi dettare il momento dell’entrata in scena. E i luoghi stessi, che rivivono molto bene nel racconto.</p>
<p>Qualche esempio. Pagina 85 (ci sono capitoli numerati e l’indice propone dei titoletti che però nel libro restano nascosti, come se fossero delle specie di promemoria del regista), la camera riprende l’ex birrificio, le gru, dal basso (non dal canestro della mongolfiera di Lampe), le ciminiere… «Rallentammo a pochi passi da dove si erano esibiti i mangiafuoco». Non un luogo, ma un tempo. Un’atmosfera che solo attraverso un’immagine così, in soggettiva, ci proietta una cosa. Il capitolo <em>Siparietto</em> inizia con un’altra cosa che il buio dovrebbe negarci, ma l’occhio si è appena abituato all’oscurità e ce la mostra. Non è la visione dei volti attorno al cadavere in <em>Casa d’altri</em> di D’Arzo, che si vedono per l’effetto delle candele accese, non quella luce che assomiglia alla luce dei <em>Reggenti</em> di Frans Hals o a quella di Rembrandt. Ma la luce alla quale l’occhio si è davvero abituato, come ci succede al cinema o in camera, che dopo un po’ si scoprono le cose attorno e il miracolo non c’è. O non si vede. Le cose inutili o &#8211; nella narrazione &#8211; che hanno e mostrano una loro importanza: «Arrivati a casa, mentre ci toglievamo le scarpe, nel buio, notammo dietro la porta quelle di…».</p>
<p>E poi naturalmente Berlino, una Berlino che l’autore conosce molto bene (Zangrando ci va e ci ha lavorato spesso, traducendo autori come Ingo Schulze e Kurt Lanthaler mentre era ospite dell’Accademia delle Arti), una città uscita da poco dal cambio colossale dovuto al crollo del Muro, eppure già archeologia, come ci racconta Valentino, nella sua metamorfosi, che l’autore è riuscito a fissare dal punto di vista dell’occhio italiano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: di <a href="http://www.edizionialphabeta.it/it/Book/amateurs/978-88-7223-260-6">Amateurs, </a>edito (2016) da <a href="http://www.edizionialphabeta.it/">Alpha Beta Verlag, </a></em>Bolzano, se ne parla <a href="https://www.salto.bz/article/06032016/vita-calda-berlino">qui e</a> <a href="http://www.alphabetaverlag.it/142/Public/rassegna-stampa2/16-03-02_Amateurs_CorriereAA.pdf">qui, </a>e l&#8217;autore ne parla nell&#8217;intervista <a href="http://www.alphabetaverlag.it/142/Public/rassegna-stampa2/16-03-06_amateurs_AA.pdf">qui</a></p>
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		<title>&#8220;Il delta&#8221; di Kurt Lanthaler: storia di una traduzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Mar 2016 05:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[edizioni alpha beta Verlag]]></category>
		<category><![CDATA[Il delta]]></category>
		<category><![CDATA[Kurt Lanthaler]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa altoatesina]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa tedesca]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Zangrando]]></category>
		<category><![CDATA[traduzioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Stefano Zangrando Fino a pochi anni fa Kurt Lanthaler lo conoscevo solo di fama. Sapevo che era uno dei più noti scrittori sudtirolesi all’estero, che i suoi romanzi pseudo-polizieschi aventi per protagonista un certo Tschonnie Tschenett erano stati poco meno che best seller nei paesi tedeschi. Anche per questo non li avevo mai letti: [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Stefano Zangrando</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/03/31/il-delta-di-lanthaler/zangrando_il-delta_978-88-7223-239-2/" rel="attachment wp-att-60886"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-60886" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/zangrando_il-delta_978-88-7223-239-2-150x150.jpg" alt="zangrando_il delta_978-88-7223-239-2" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/zangrando_il-delta_978-88-7223-239-2-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/zangrando_il-delta_978-88-7223-239-2-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/zangrando_il-delta_978-88-7223-239-2-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></p>
<p>Fino a pochi anni fa Kurt Lanthaler lo conoscevo solo di fama. Sapevo che era uno dei più noti scrittori sudtirolesi all’estero, che i suoi romanzi pseudo-polizieschi aventi per protagonista un certo Tschonnie Tschenett erano stati poco meno che best seller nei paesi tedeschi. Anche per questo non li avevo mai letti: gli studi universitari mi avevano reso tanto snob quanto da giovane ero stato pop, perché avrei dovuto leggere dei quasi-best-seller? Con quei titoli italofili, poi, chissà quanti cliché: <em>Azzurro</em>, <em>Napule</em>…</p>
<p>Mi documentai un po’ meglio quando nel 2011 «il manifesto», grazie a Maria Teresa Carbone, decise di ospitare un mio articolo sulla ricezione della letteratura sudtirolese in Italia negli ultimi anni. A un certo punto in quel testo menzionavo anche i libri di Lanthaler, chiedendomi come mai neppure uno fosse stato tradotto, e in chiusura lanciavo una provocazione: che fossero gli stessi autori sudtirolesi a non interessarsi più di tanto alla diffusione delle loro opere presso i connazionali di lingua italiana? Quando poi l’articolo fu ripreso on line da un blog altoatesino, mi si accusò di aver omesso alcuni nomi, io risposi a tono e ne nacque un putiferio velenoso in seguito al quale, a un certo punto, mi giunse un’e-mail molto cordiale e compita. E bilingue. Era firmata Kurt Lanthaler, e puntualmente contestava la mia provocazione finale.</p>
<p>Fra i libri che mi ero procurato in fase di documentazione non c’erano i pseudo-polizieschi di Lanthaler, che mi ero limitato a sfogliare in una biblioteca tedesca di Bolzano, ma c’era un suo romanzo “a parte” uscito nel 2007 con il titolo <em>Das Delta</em>. Nell’articolo non ne avevo parlato, ma la lettura delle prime pagine era stata una rivelazione. Potevo essere finito in un film di Fellini, o in uno spaghetti-western, o in un capitolo mai pubblicato del <em>Poema dei lunatici</em> di Ermanno Cavazzoni, o una qualunque pagina padana di Gianni Celati – ma in tedesco. Non era l’italianità dell’ambientazione e dei personaggi, erano la poesia degli ambienti, l’atmosfera stralunata, quell’ironia aggraziata&#8230; Non pop né snob, ma popolare e letterario al tempo stesso. Prosa del mondo e bellezza.</p>
<p>Il resto è storia editoriale: traduzione delle prime venti pagine, invio a vari editori e responso pressoché immediato, e positivo, da parte di Aldo Mazza, direttore delle edizioni alpha beta di Merano e considerato dal settimanale sudtirolese «FF» fra i due o tre altoatesini di lingua italiana più influenti della provincia. Conoscevo Mazza, sapevo che aveva un passato da direttore di scuola di lingua, che la sua casa editrice vantava una nota collana di psichiatria chiamata «180» e che qualche anno prima aveva rilevato il catalogo narrativo di un editore locale minore, per dargli nuovo slancio e maggior respiro. In quella collana, fra l’altro, erano apparsi anche autori tedeschi come Helene Flöss o Sepp Mall, tradotti o, nel caso di quest’ultimo, anche come traduttori. Insomma, alpha beta era un editore impegnato, interculturale, molto radicato nel territorio e con l’ambizione di crescere, e l’onorario onestissimo che negoziammo per la traduzione mi convinse decisamente a contribuire all’impresa.</p>
<p>A un certo punto sperammo persino di poter pubblicare il libro assieme a Feltrinelli nella collana «Indies», ma in quel caso la risposta fu chiara e negativa: nonostante il libro fosse stato considerato «molto bello» e la scheda di lettura pervenuta ne avesse tessuto gli elogi sotto ogni aspetto, a quanto pare non aveva sufficiente potenziale commerciale per garantire un tot di vendite all’editore milanese. (Mi chiedo perché debbano essere proprio simili collane a dover rispondere a requisiti commerciali, quando dovrebbe essere il contrario: che il grande editore guadagni il più possibile con i propri titoli commerciali, così da poter sostenere operazioni indipendenti più sofisticate. O no?) Pazienza. Anche se sapevamo di disporre di risorse promozionali pressoché nulle – parlo al plurale, perché fin dall’inizio mi sentii pienamente partecipe all’idea di diffondere il romanzo presso il pubblico italiano – il libro sarebbe uscito solo con il marchio alpha beta. Tuttavia si sarebbe colta l’occasione per rinnovare la veste, ispessendo la copertina e dotandola di risvolti.</p>
<p>Così è stato, e nel suo primo mese di vita editoriale <em>Il delta</em> di Kurt Lanthaler ha venduto qualcosa come cento copie. Pochissimo, certo. Ma se si pensa che non è uscita una sola recensione, che fra i critici italiani ai quali l’ho fatto mandare solo una gentile signora dell’accademia nostrana si è resa disponibile per far ospitare una segnalazione in un mensile di cui è corresponsabile (e non ancora apparsa), che dunque tutto il resto è passaparola, cento copie – oggi – non sono poco.</p>
<p>Ma mi rendo conto che parlare di lettura in questi termini non ha senso, se prima non si racconta qualcosa del libro in sé. Dunque: <em>Il delta</em> è la storia, frastagliata quanto le stesse ramificazioni terminali del Po, di un trovatello di nome Fedele Conte Mamai, il quale, dopo decenni di peregrinazioni attraverso lo stivale e non solo, ritorna a Maierlengo, il suo paese d’origine sul delta. In valigia ha «baccalà e babà, bresaola e bottarga». A trovarlo, da poppante, fu un solitario barcaiolo di nome Bombolo, che lo allevò alla bell’e meglio e dal quale Fedele, cresciuto quanto basta, si allontanerà per girare l’Italia facendo i lavori più diversi: muratore, giostraio, operaio, contrabbandiere e molto altro. Non c’è intreccio, ma incastro e confusione di piani: narrativi, spaziali, temporali. C’è un’Italia provinciale di cui Lanthaler coglie spirito e dettagli, c’è l’arte ingegneristica dell’uomo e della natura, e c’è la lingua: un innesto continuo di apporti dialettali, espressioni idiomatiche e proverbi che nell’originale tedesco deve aver disorientato non poco i lettori d’Oltralpe, ma che in italiano avrebbe avuto tutt’altro sapore, quello di una dichiarazione d’amore per il plurilinguismo nostrano. Ah, e non ho detto che lo stesso Lanthaler, plurilingue com’è di suo, in fase di revisione della traduzione si è rivelato un collaboratore prezioso.</p>
<p>Quando di recente ho tentato di intervistare Lanthaler per un noto sito culturale italiano, la rinuncia è giunta dopo la prima domanda, che recitava: « Più volte ti sei definito “un autore italiano di lingua tedesca”: puoi spiegare questa definizione?»</p>
<p>La risposta di Lanthaler, barocca quanto certe sue pagine, superava le trenta righe; citerò qui solo le prime dieci:</p>
<p><em>per quanto concerne la mia “autodefinizione” (che eventualmente può esser letta come una (auto)provocazione, e mi spiego): </em></p>
<p><em>la maggior parte dei miei testi li scrivo in tedesco. (waere ich 1984 &#8211; was in frage stand &#8211; nach bologna und nicht nach berlin gezogen : waere es, aber das ist spekulation, anders gekommen)</em></p>
<p><em>il resto è qualche piccola poesia por talian e qualcosetta in greco.</em></p>
<p><em>a parte die unwaegbarkeiten solcher bologna/berlino/zufallsentscheidungen (fuer berlin sprach die damals deutlich virulentere off-filmemacher-szene (zumal im zelluloidformat 16mm): de facto bin ich da drin gelandet: als beleuchter/elettricista, erstmal. klassisch) &#8230; a parte also :</em></p>
<p>E così via. Quando ho espresso a Lanthaler la mia incertezza sulla traducibilità e pubblicabilità delle sue risposte se fossero state tutte di questo tenore, mi ha rimandato di ripiego a una mini-intervista fittizia presente sul <a href="http://www.homepage.hispeed.ch/lanthaler/index.html">suo sito</a>, che riporto volentieri a completamento del lacerto soprastante:</p>
<p><strong><em>A domanda risponde. A.d.r.</em></strong></p>
<p><strong><em>Paralipomena dal delta</em></strong></p>
<p><em>(Secondo il vecchio Codice di procedura penale)</em></p>
<p><em> A.d.r.: Per scrivere un romanzo che racconta un viaggio, mi metto in viaggio. Leggendo. (Muoversi fisicamente da un posto all’altro non è tra le mie attività preferite. – Ma non necessariamente perché il posto dove sto mi piaccia.)</em></p>
<p><em> A.d.r.: Spendo un sacco di soldi per scrivere un libro. Comprando libri. (Scrivo libri per guadagnarmi da vivere. È il mio mestiere. Non ho altri.)</em></p>
<p><em> A.d.r.: Che faccio, se non scrivo? Al massimo leggo due righe.</em></p>
<p><em> A.d.r: No. Non me lo può chiedere.</em></p>
<p><em> A.d.r: Perché non ci sono risposte. </em></p>
<p><em> A.d.r.: Alle risposte ci crede colui che non ha domande. Come Lei.</em></p>
<p><em> A.d.r.: Sarà. Ma non mi mette paura. Metta invece un po’ di fantasia. Allora sì che…</em></p>
<p><em> A.d.r.: Nun, da halte ich mich an Gramsci: »Jeder wirklich poetische Text hinterlässt eine Ablagerung von Alltagsverstand.«</em></p>
<p><em> A.d.r.: Infatti, un tornado che passa sopra Αθίνα è un fenomeno. Raro, se vuole. Se poi succede in ottobre … (Dal delta invece non ci è giunta foce.)</em></p>
<p><em> A.d.r.: Pioppi? Allego documentazione fotografica.</em></p>
<p>Ecco, Lanthaler è un tipo così, un po’ dada, un po’ situazionista, molto giocoso, cantastorie attento al ritmo e alla musica della lingua, propria e altrui. Concludo con una delle pagine iniziali de <em>Il delta</em>, un romanzo bello e buono, che spero trovi un po’ alla volta i suoi lettori italiani, anche attraverso questa strampalata finestra su Nazione indiana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Vedete, Fedele Conte Mamai è di nuovo qui, dico. Ci è voluto un bel po’ di tempo, era sempre in giro. È quasi irriconoscibile. E tutto è rimasto come una volta, vedo. La piazza, l’edicola, la nebbia e il vento. L’argine, i canali. E di buoi non ce ne sono più già da un pezzo, da nessuna parte. L’ultimo lo vidi non meno di quindici anni fa. Attraversava la strada davanti a uno zoo. Non si capiva se andava o veniva. E da allora mi chiedo da dove arrivino mai tutti i guanciali brasati. Per l’appunto. L’osteria è ancora quella vecchia. Buia, come in passato. E un po’ umida, come allora. Non così inospitale.</em></p>
<p><em> La porta era aperta. Scesi i tre scalini e mi guardai intorno. La volta, i tavolini, il banco corto, basso, eternamente bagnato. Le sedie erano sparse qua e là, come dopo una rissa. Il locale vuoto, come se i carabinieri avessero portato via tutti in una volta. Sul piccolo scaffale, qualche bicchiere. E sopra ogni cosa muffa, polvere, intonaco scrostato. Bene, dissi, attraversai il locale, passai nel retro, lì c’erano i resti cinerei di un falò, freddi. Cos’è successo qui?, dico, sarebbe una novità.</em></p>
<p><em>Mi sedetti al tavolo nell’angolo in fondo, il tavolo per chi arriva dopo. Lo assesto un po’ finché non traballa quasi più, poso la valigia accanto a me.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Oste, sono di nuovo qui. I gà igà i gái.</em></p>
<p><em>Sapete, l’osteria non è mai stata troppo cordiale con gli ospiti, e l’oste, se possibile, ancora meno. Ti portava un bicchiere di vino sul tavolo senza bisogno di dir niente. O mezzo litro. Sempre di quello disponibile al momento. Di caffè ce n’era soltanto nei casi veramente eccezionali, funerali o simili. Due o tre volte l’anno. Quando oltre agli ospiti abituali si trovava all’osteria anche quella parte del paese e dei dintorni che altrimenti ci girava alla larga sprezzante. Gli iniziati, dal canto loro, girano alla larga dal caffè. Di grappa se ne trova sempre, basta uno sguardo muto. L’accenno della mano verso lo scomparto in basso. Un cugino lontano che distillava senza tanto badare alla legge, uno che aveva capito e preso sul serio a tal punto la propria occupazione che ci aveva lasciato le penne.</em></p>
<p><em>Qualunque cosa servisse l’oste, che uno l’avesse ordinata o no, il ringraziamento era sempre il seguente: che bon caffè ca fè. Che buon caffè avete fatto anche oggi, oste. E lui si guarda intorno nella semioscurità dell’osteria, guarda la sua eterna clientela abituale e dice: I gà igà i gái. Hanno legato i polli. E allora parte un giro di risate. La volta dopo il gioco si ripete. Un rituale. Più che un passatempo, un indolente segnatempo.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(da Kurt Lanthaler, Il delta, traduzione di S. Zangrando, <a href="http://www.edizionialphabeta.it/it/Book/il-delta/978-88-7223-239-2">edizioni alpha beta</a> Verlag 2015)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Anteprima Sud Anni Ottanta: Ingo Schulze</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Nov 2015 13:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[ingo schulze]]></category>
		<category><![CDATA[Renata Prunas]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Zangrando]]></category>
		<category><![CDATA[sud]]></category>
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					<description><![CDATA[Sono molto lieto di condividere, in anteprima, con i lettori di Nazione Indiana il bellissimo testo di Ingo Schulze, magnificamente tradotto da Stefano Zangrando​, dedicato alla caduta del muro di Berlino e che si potrà leggere sul numero di Sud in uscita il 15 Novembre. A settant&#8217;anni dalla prima uscita della  storica rivista fondata da Pasquale [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Sono molto lieto di condividere, in anteprima, con i lettori di Nazione Indiana il bellissimo testo di Ingo Schulze, magnificamente tradotto da Stefano Zangrando​, dedicato alla caduta del muro di Berlino e che si potrà leggere sul numero di Sud in uscita il 15 Novembre. A settant&#8217;anni dalla prima uscita della  storica rivista fondata da Pasquale Prunas e a cui parteciparono Anna Maria Ortese, Luigi Compagnone, Raffaele La Capria, Francesco Rosi, Gianni Scognamiglio e tanti altri giovanissimi intellettuali, il nostro numero extra sarà dedicato agli anni Ottanta e a Renata Prunas (ma non glielo abbiamo ancora detto)  che ci ha permesso di mantenere ben teso</em> le fil rouge<em> che ci unisce a quell&#8217;esperienza.</em> effeffe ps Le fotografie che accompagnano il testo sono di Rino Bianchi (sx) e Philippe Schlienger (dx). La mise en page è di Marco De Luca.</p>
<p style="text-align: justify;"> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Copia-di-Schermata-2015-11-04-alle-19.48.37.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-57910" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Copia-di-Schermata-2015-11-04-alle-19.48.37-1024x713.jpg" alt="Copia di Schermata 2015-11-04 alle 19.48.37" width="887" height="617" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Copia-di-Schermata-2015-11-04-alle-19.48.37-1024x713.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Copia-di-Schermata-2015-11-04-alle-19.48.37-300x209.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Copia-di-Schermata-2015-11-04-alle-19.48.37-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Copia-di-Schermata-2015-11-04-alle-19.48.37-900x627.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/Copia-di-Schermata-2015-11-04-alle-19.48.37.jpg 1208w" sizes="auto, (max-width: 887px) 100vw, 887px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Viviamo di rimozione</strong> </em></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ingo Schulze</strong></p>
<p style="text-align: justify;">traduzione di Stefano Zangrando</p>
<p style="text-align: justify;">Dov’ero il 9 novembre 1989: è la domanda che mi fanno più spesso. Di regola chi me la pone assume un’espressione gioiosa, come se in quel modo procurasse un piacere anche a me. In questa data, infatti, si possono combinare felicemente, chiamandole in causa entrambe, la dimensione personale e quella storica. Quando io poi ammetto che quella sera d’autunno andai a letto presto e che perciò posso solo dire: «Quando mi svegliai, il muro non c’era più», la delusione è palpabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle domande ulteriori mi piace rispondere che il vero crollo del muro era già avvenuto con l’apertura dei confini ungheresi il 10 settembre. E che ovviamente il crollo del Muro di Berlino mi sorprese, certo, e ovviamente mi fece piacere, come potrebbe essere altrimenti? Tuttavia, quando di lì a poco vidi la gente in coda davanti all’«Ufficio circondariale della polizia popolare» per ottenere il timbro che autorizzava a visitare legalmente l’Ovest, mi preoccupai: se adesso vanno tutti nell’Ovest, chi verrà più alle nostre manifestazioni di piazza?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma perché sono diventato così recalcitrante a parlare del 9 novembre? Forse perché non ho nulla da raccontare? Perché nell’Ovest ci andai per la prima volta solo alla fine di novembre di quell’anno? O perché c’erano cose più importanti?</p>
<p style="text-align: justify;">Il crollo del Muro è senza dubbio una cesura storica. Nella memoria ufficiale esso copre e domina l’intero autunno 1989 e persino gli altri 9 novembre, quelli del 1938 e del 1918. Il crollo del Muro appare così chiaro e inequivocabile! Le persone si riversarono da Est a Ovest, dalla dittatura verso la libertà. E si sa bene in cosa sfociarono i cambiamenti. Sottinteso: doveva andare così. E ancora: così si è voluto.</p>
<p style="text-align: justify;">Per me il crollo del Muro fu un evento eclatante fra altri. E non ebbe niente, assolutamente niente a che fare con considerazioni di tipo nazionale. Un cammino comune, addirittura un’unificazione di Repubblica Democratica e Repubblica Federale? E come? Ridicolo!</p>
<p style="text-align: justify;">Preferirei di gran lunga che mi si chiedesse del 9 ottobre. Non soltanto perché in quel caso avrei qualcosa da raccontare. Ma già a questo punto bisogna spiegare: il 9 ottobre fu il giorno in cui forse si decise tutto, quel primo lunedì dopo il 40° anniversario della DDR (il 7 ottobre), quando gli ospiti di Stato se n’erano ormai andati e su Lipsia incombeva la minaccia di una «soluzione cinese». Nonostante i tentativi di intimidazione, 70.000 persone manifestarono per le strade del centro. Per la prima volta non c’erano agenti in uniforme a bloccare il percorso e far disperdere i dimostranti. E per la prima volta fu percorso per intero l’anello intorno al centro cittadino. Solo a partire dal 9 ottobre fu messo in pratica da entrambe le parti l’imperativo «Niente violenza!». Anche se a uno non venivano in mente le parole di Goethe – «Da qui e oggi comincia una nuova epoca della storia del mondo e voi potete dire di esserci stati» – tuttavia quella che si provava era una sensazione di questo tipo. Qualunque cosa fosse successa, avremmo potuto competere con il 17 giugno 1953.</p>
<p style="text-align: justify;">Già il lunedì 2 ottobre, quando i pochi striscioni erano ancora piccoli, così da poter essere arrotolati e portati sotto la giacca per poi passare di mano in mano sopra le teste, girava il motto <em>Visafrei bis Shanghai!</em>, «senza visto fino a Shanghai». Fin dall’inizio si trattava del mondo intero! E dell’ammissione del Neues Forum e dei nuovi partiti sulla scena politica, e dell’accesso ai media, e di libere elezioni, e soprattutto di democratizzare il proprio mondo. Il motto decisivo era: «Noi siamo il popolo!». Si trattava davvero di riprendersi in mano il paese. In fabbriche, scuole, università, in teatri e istituti si iniziò a eleggere in posizioni direttive coloro che godevano della fiducia della maggioranza. Era questa la vera rivoluzione. Chi ci avrebbe più fermato? Giorno dopo giorno la realizzazione di un «socialismo dal volto umano» sembrava sempre più inevitabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Delle manifestazioni di Lipsia, questo atto di sovranità, ci sono pochissime immagini, e queste poche sono scure, confuse e per nulla spettacolari. Proprio come le immagini della Tavola rotonda in Polonia o delle riforme in Ungheria. Le immagini dei rifugiati nelle ambasciate della Repubblica Federale o della gente che balla sul Muro, invece, le conoscono tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Passando oggi in automobile davanti al Museo Storico Tedesco di Berlino, si vede la copia di un manifesto assai tardo, che mostra i contorni delle due Germanie assieme allo slogan: «Noi siamo un popolo».</p>
<p style="text-align: justify;">Non ricordo con precisione quando questo motto, scritto in origine su un adesivo della CDU occidentale, sia penetrato nelle manifestazioni, ma fu nelle prime settimane dopo il crollo del Muro. L’espressione «<em>un</em> popolo» era fatta per revocare la dichiarazione di sovranità e con ciò la stessa rivoluzione. «Noi siamo <em>il</em> popolo» contro «Noi siamo <em>un</em> popolo». Non che uno abbia sostituito l’altro, fu invece una lotta fra i due per prevalere nelle manifestazioni. E il museo mostra il vincitore.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella settimana che precedette le elezioni del 18 marzo 1990, Helmut Kohl batté la Germania orientale in un’instancabile tournée elettorale. La sua mossa vincente fu quella di stringersi al cuore la CDU orientale, che era completamente caduta in discredito: se votate lei, votate me. Eccola, la traccia di melassa occidentale. Il suo successo fu strepitoso, la nostra sconfitta assoluta. 2,9% al Neues Forum, 48% all’alleanza elettorale messa in piedi da Kohl, di cui ben il 40,6% ai <em>Blockflöte </em>della CDU, ossia i «flauti dolci», com’erano chiamati i cosiddetti «partiti di blocco» o alleati del partito maggiore nella Repubblica Democratica. Adesso era chiaro in quale direzione si sarebbe andati. La maggioranza aveva deciso. Non era quello che avevo sempre voluto?</p>
<p style="text-align: justify;">Nel febbraio 1990 avevo fondato con degli amici un foglio settimanale che accompagnasse la democratizzazione del Paese (ognuno al proprio posto). Scrivevamo ancora, con gran rombo di grancassa, che, se proprio non si fosse ottenuta un’autonomia, si sarebbe almeno giunti a un’unificazione dei due stati, e non all’adesione di uno all’altro. Sarebbe stata anche un’occasione per l’Ovest, che avrebbe così potuto riformare il proprio sistema. Ma anche questo rimase fuori discussione. Quel che aveva fatto l’Ovest era giusto, quel che aveva fatto l’Est era sbagliato. E da allora in poi si sarebbe fatto soltanto quel che era giusto. Potevamo star contenti di aver superato lo scoglio dell’unificazione monetaria senza dover dichiarare fallimento come tutte le grandi aziende della città di Altenburg. Un anno dopo il magnifico autunno, il nostro giornale lottava per la sopravvivenza. Invece di battermi per la democrazia o per il «diritto al lavoro» che si era estinto con l’adesione alla Repubblica federale, presto mi ritrovai a bazzicare soltanto nuovi mobilifici e concessionarie d’automobili. Dovevo infatti cercare di soppiantare la cosiddetta concorrenza, gli altri giornali e fogli commerciali che sgomitavano come noi per pubblicare annunci, e che avevano persino assunto la nostra segretaria e quindi possedevano il nostro portafoglio clienti, mentre noi sentivamo la mancanza sia dell’una che dell’altro. Li odiavo tutti, quei «concorrenti», perché puntavano a minare la nostra esistenza professionale, anzi la nostra esistenza <em>tout</em> <em>court</em> – come noi la loro. Nell’autunno 1989 avevo fatto esperienza di come rivendicazione e prassi potessero combinarsi. Si trattava, come ho detto, del volto umano della società, quindi della dignità di noi tutti, di un mondo migliore. Ma che aspetto aveva il mio volto, adesso? Deformato dalla rabbia? In preda al panico? Perplesso? Braccato? Quel che facevo giorno dopo giorno non era forse contrario a ciò che ritenevo buono e giusto? Mi ero mai contorto davanti a un funzionario come facevo adesso davanti al proprietario del più grande mobilificio della regione?</p>
<p style="text-align: justify;">Parlare e scrivere di questo mi sembra necessario soprattutto perché, in seguito al 1989, sono sorte in tutto il mondo nuove condizioni che consideriamo ovvie, naturali, e che forgiano il nostro presente. E siccome le consideriamo naturali non ne parliamo più, le diamo per scontate, come se le cose non fossero mai state diverse. È naturale che debba esserci crescita (ormai perfino il fatturato stimato nel contrabbando di droga e sigarette viene conteggiato all’interno del PIL), è naturale che i ricavi nell’economia privata siano l’ultima ratio. Non conta ciò di cui vi è bisogno, ciò che rende possibile una sopravvivenza ecologica, economica, sociale ed etica. Se il 60% della devastazione ambientale causata dagli svizzeri avviene all’estero (e nel caso dei germanici non sarà molto diverso), questo significa che viviamo di rimozione nel vero senso della parola. Ormai è praticamente impossibile andare a far spese per una settimana senza commettere una qualche porcheria che, se ne fossimo immediatamente consapevoli, ci farebbe orrore. Solo le cifre virtuali e le entità dei capitali finanziari sono completamente inaudite, e quindi assurde. E benché abbiano perduto da un pezzo qualsivoglia copertura reale, l’imperativo del continuo incremento esponenziale che le contraddistingue continua a decidere delle buone e cattive sorti dell’umanità.</p>
<p style="text-align: justify;">Per molto tempo fui convinto di poter parlare con fiera convinzione goethiana del 1989 e delle sue conseguenze. Oggi però sento molto più affini l’incertezza e la confusione del giovane Fabrizio del Dongo, protagonista della <em>Certosa di Parma</em> di Stendhal, che aggirandosi sul campo di battaglia di Waterloo chiede: «Ho veramente partecipato a una battaglia?». Poiché solo oggi, un po’ alla volta, inizio a comprendere ciò che hanno provocato i mutamenti di allora.</p>
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		<title>Text : Roger Salloch</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Apr 2013 12:40:52 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/salloch-DEFINITIVa1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/salloch-DEFINITIVa1-214x300.jpg" alt="salloch DEFINITIVa(1)" width="214" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-45478" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/salloch-DEFINITIVa1-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/salloch-DEFINITIVa1-731x1024.jpg 731w" sizes="auto, (max-width: 214px) 100vw, 214px" /></a></p>
<p>Stasera alle 20 arriva a Torino, da Parigi, Roger Salloch. Roger esporrà i suoi lavori da domani fino a metà maggio alla nostra galleria libreria. Di lui ho pubblicato su Sud ( <a href="http://indypendentemente.com/it/sud-periodico.html">qui</a> è possibile scaricare l&#8217;intera collezione) e NI dei bei testi e fotografie ed è grazie a lui che, sempre su Sud, Peter Handke suo amico da sempre, dopo una cena, &#8220;bien arrosée&#8221;ci diede questo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/09/24/da-sud-11-peter-handke/">splendido testo </a>che l&#8217;amico Stefano Zangrando tradusse alla grande.<br />
A chiunque si trovi per Torino in questi giorni raccomandiamo vivamente di fare un salto alla Voyelles &#038; Visions e ancor più domani e dopodomani in modo da poterlo incontrare. Segue un piccolo testo che Elena Ientile, curatrice di questa mostra, ha scritto per i lavori di Roger <strong>effeffe</strong></p>
<p><strong>Una nota</strong><br />
 di<br />
<strong>Elena Ientile</strong><br />
L’incontro tra letteratura e fotografia è, nei lavori di Roger Salloch, qualcosa di più di una trasversalizzazione dei linguaggi artistici. L’una non può fare a meno dell’altra e le immagini di <em><a href="http://whiteshadows.org/gallery/v/text/">Text</a> </em>si rendono eloquenti di questo approccio a cominciare dal titolo stesso. Dal punto di vista letteralmente immaginifico, le fotografie di Salloch ricalcano la leggerezza del vivere momento per momento, per poi radicarsi ad una dimensione solo vagamente più pragmatica per mezzo della parola: scritta, ermetica, che non lascia troppo spazio alla poesia ma nemmeno se ne sottrae, la meta-poesia di Salloch riflette, come una lente, il cristallino scorrere di quegli attimi vitali &#8211; ritratti in un rigoroso bianco e nero-  per mezzo di una poetica fatta di rimandi speculari, in cui non c’è confine tra l’oggetto riflesso e quello riflettente.</p>
<p>Nato negli Stati Uniti, Roger Salloch vive e lavora a Parigi. Dopo gli studi in Storia Politica ad Harvard, comincia a scrivere, pubblicando articoli d’arte per l’edizione francese della rivista Rolling Stone e su The Magazine di Santa Fe. I suoi racconti e saggi sono stati pubblicati su The Paris Review, Fiction, Plouhgshares, The North Atlantic Review, The Atlantic, the New York Times Book, The New Republic e Sud, trimestrale culturale italiano.  Dal 2004 Sud ha pubblicato, su ogni numero, le sue fotografie in bianco e nero. A New York è rappresentato dalla Jennifer Lyons Literary Agency, mentre a Parigi è seguito da Pamela De Monbrison della ANOA Galerie Mobile.<br />
Le sue fotografie sono state esposte per la prima volta nel 2002.  </p>
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		<title>Come sono finita dove sono finita</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Dec 2011 13:40:15 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Stefano Zangrando</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/bortolisilvia.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-41119" title="Layout 1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/bortolisilvia-100x100.jpg" alt="" width="100" height="100" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/bortolisilvia-100x100.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/bortolisilvia-60x60.jpg 60w" sizes="auto, (max-width: 100px) 100vw, 100px" /></a>Bazzicando i siti letterari italiani negli ultimi anni era facile imbattersi in scrittori o scrittrici che andavano saggiando il cosiddetto blog come possibile nuova forma letteraria. Alcuni hanno poi dato consistenza materiale a una parte dei propri tentativi pubblicandola in volume, e rinunciando con ciò al <em>nickname</em>, non prima di averla adattata al <em>medium</em> differente. Si pensi ad esempio al Francesco Pecoraro di <em>Questa e altre preistorie</em>, apparso nel 2008 nella collana «fuoriformato» curata da Andrea Cortellessa per Le Lettere, o al Gherardo Bortolotti di <em>Tecniche di basso livello</em> (Lavieri 2009), quest’ultimo assai audace nel costringere entro limiti cartacei una ricerca sui linguaggi che nella struttura illimitata della pagina on line sortiva impressioni anche molto diverse.<span id="more-41118"></span> Pecoraro, dal canto suo, conservava un andamento più convenzionale, ma non meno libero e tanto più personale, «così denunciando l’insufficienza delle forme tradizionali di scrittura, o la precedente mancanza di forme adatte a una parte latente della necessità espressiva». Così scriveva, nella prefazione al libro, Silvia Bortoli, lei stessa partecipe, nello stesso periodo, di questa nebulosa sperimentale che attorniava la costellazione dei blog letterari.</p>
<p>Adesso tocca a lei: premiata traduttrice dal tedesco e raffinata scrittrice aldiquà dello schermo – i suoi ultimi volumi narrativi, <em>L’insperienza</em> e <em>Percezioni variabili</em>, erano apparsi per Manni rispettivamente nel 2003 e nel 2005 – Silvia Bortoli era nota agli internauti con il nome di Alcor. Lo pseudonimo appare solo in due dei sessantasei cammei che costituiscono ora la sua trasmigrazione cartacea, <em>Come sono finita dove sono finita</em> (Cicero, pp. 144, € 14), ma è quanto basta, assieme agli hapax «categoria» e «post», a serbare una traccia minima e pur significativa della loro destinazione originaria, come dire: nulla da nascondere, ma qui siamo altrove e vigono altre regole.</p>
<p>Ciò che balza all’occhio, dei testi così riorganizzati e riveduti, è come giungono a comporre una forma rigorosa e compiuta, per quanto ibrida ed eterogenea. L’esito complessivo è l’autoritratto a mosaico di una personalità estrovertita e singolarmente esposta, ma mai davvero collimante con l’autrice in carne e ossa e che trae linfa, invece, dalla sua capacità di tradurre ogni materia in stile, persino gli aspetti più banali e caduchi dell’esistenza quotidiana, rendendo il tutto miracolosamente interessante e spesso divertente. Il registro prevalente, infatti, è quello comico, sia che si tratti di trarre forza narrativa dalle proprie debolezze e idiosincrasie, come nell’apprensione per un caro che non dà notizie di sé o nell’interminabile trattativa con la sarta per un abito che non vuole calzare, sia nel ritrarre personaggi macchiettistici ma non solo, come l’amico sano e savio ma intimamente ossessionato dalla morte, o Doggy, l’amica nevrotica, che «prende sempre un libro, per prudenza, se qualcuno comincia a raccontarle qualcosa, e fa gesti, per dire che tanto ha capito come va a finire». Lo stesso effetto, magari appena smorzato da un’attitudine più comprensiva e umoristica, può nascere da una fila alla cassa di un supermercato, dal racconto di un sogno inspiegabile o dal breve resoconto dell’incontro con uno zampognaro sulla soglia di casa. Più raccolti, ma altrettanto lucidi e pervasi della stessa <em>curiositas</em>, sono i brani in cui l’autrice riflette sul proprio cosmopolitismo fino a riconoscerne l’intima fragilità: «ho una coscienza biologica di specie che mi spinge a sentirmi cosmopolita e deterritorializzata quando tutto va bene e niente mi minaccia, ma che mi spinge ad alzare barriere non appena il pericolo si avvicina […] In fondo l’unica differenza tra me e un teppista armato di spranga è che in me tutto questo resta potenziale, un fremito della pelle, che devo fare molta attenzione a cogliere, coperto com’è dal lavoro della riflessione, della politica, della cultura, dell’apertura».</p>
<p>Non mancano bozzetti su animali (topi), insetti (un bombo), uccelli (balestrucci) o pesci (carpe), come anche su fiori (giacinti) e vegetali commestibili (verze o «verzi», a seconda dell’origine commerciale o contadina), e poi boutade sulla tecnologia e osservazioni casuali di persone, insomma un vero e proprio campionario di <em>nugae</em>, magari inframmezzate da brevi cronache di viaggio o considerazioni sull’amore e l’amicizia. Il fatto è che l’incredibile varietà di temi, figure e riflessioni trattate in appena centotrenta pagine, e con una predominanza apparente dell’occasionale e dell’aneddotico, è sorretta da una saggezza e da una cultura accuratamente dissimulate e ironizzate. Anche le sporadiche allusioni a una qualche poetica si possono scovare soltanto nelle notazioni critiche sparse qua e là nel testo, oppure infilate in un botta e risposta telefonico con Doggy a proposito dei diari della protagonista.</p>
<p>Il tessuto complessivo è altresì rafforzato dal leit motiv del confronto tra presente e passato, che emerge in primo luogo nei ricordi d’infanzia e giovinezza con cui l’autrice, antilirica e immaginosa, cerca di dare forma a «un personale museo dell’Italia che c’era e non c’è più», un’archeologia dell’altro ieri che non dimentica la fame e la penuria e che declina in forme private e contingenti la partecipazione alla storia collettiva, sdrammatizzandola. Di qui il movimento del tempo si manifesta nel rapporto con e sugli oggetti, la loro inesorabile durata e la loro utilità a termine, per poi trarre ispirazione ulteriore dal trasloco di Alcor/Bortoli nel «borgo non natio», ossia l’evento “traumatico” che costituisce forse l’unico, esile filo narrativo del volume. Così l’impressione finale è quella di un testo saturo di tempo, anzi persino consacrato alla temporalità – così come lo era anche, in altro modo, nel suo ambiente originario, quel web che induce a leggere una sola volta e dimenticare presto. Ma è proprio qui che si dà lo scarto: non tanto il formato e la materialità del libro, ma lo stile e lo spessore individuale dell’autore sono i veri agenti conservanti, gli enzimi della durata e del valore che permettono di riconoscere, in rete come in letteratura, chi ha davvero qualcosa da dire.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(Questa recensione è apparsa con il titolo <em>Autoritratto di blogger in forma di mosaico</em> sul manifesto del 22 novembre 2011.)</p>
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		<title>C&#8217;è la crisi, ma abbonatevi a &#8220;Murene&#8221;!!!!!!</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 05:28:50 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/i_told_you-red1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-40992" title="i_told_you red" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/i_told_you-red1-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/i_told_you-red1-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/i_told_you-red1.jpg 540w" sizes="auto, (max-width: 225px) 100vw, 225px" /></a> SPUTA SU HEGEL, SCRIVI SU MARX, ABBONATI A MURENE! OGGI CONVIENE!</p>
<p>PER <strong>2</strong> ABBONAMENTI SOLO <strong>30</strong> EURO. <strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/products-page/">ABBONATI</a> E REGALA UN ABBONAMENTO!</strong></p>
<p>Cari abbonati e abbonate di Murene, e cari lettori e lettrici indiani,</p>
<p>Vorremmo raccontarvi che cosa ha significato, sino a oggi, per noi di Nazione Indiana una scommessa che si chiama “Murene”. Noi siamo soprattutto una realtà elettronica, informatica, virtuale, ma abbiamo voluto vagabondare anche nei luoghi fisici, nei locali e nelle librerie, nei castelli e nei circoli ARCI, abbiamo voluto incontrare altri autori, altri lettori, degli amici, dei curiosi, altri appassionati. La letteratura non è stata mai per noi un porto franco, al riparo dal caos epocale che stiamo attraversando, con le sue miserie in grande stile, le sue ottusità di gran formato. Per cui andiamo e veniamo da e verso la letteratura, che vuol poi dire da e verso la realtà.<span id="more-40989"></span></p>
<p>E mentre stiamo preparando progetti di e-book, abbiamo voluto lanciare una collana di libri, in carta e colla. Lo abbiamo fatto perché amiamo il libro, amiamo questo incastro tra la realtà della letteratura e la realtà del libro, come oggetto d’uso quotidiano, ma anche feticcio ipnotico, piattaforma di lancio onirico, di tuffo esploratore.</p>
<p>Ma per noi i libri di “Murene” sono stati e saranno un po’ come gli “oggetti transazionali”, un modo concreto di passare dalla grandi (onnipotenti) aspettative al reale rapporto di fiducia con dei lettori-abbonati. Non perché noi si creda di poter inventarci una qualche “comunità” privilegiata, ma perché “Murene” è la prova di una passione condivisa e di una fiducia nata dal dialogo intorno a questa passione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Abbiamo quasi raggiunto la quota di 200 abbonamenti, grazie ai quali dovremmo rientrare nelle spese vive di stampa e spedizione. Il lavoro redazionale, grosso e serio che c’è stato, è parte di quel lavoro quotidiano che facciamo attraverso NI. Ed è questo sì un lavoro militante, pensato come nostro contributo a un mondo meno gretto e carogna, meno autodistruttivo e più cooperativo.</p>
<p>Questi 200 abbonati hanno davvero avuto fiducia in una sorta di intimo scambio: hanno, in qualche modo a scatola chiusa, accettato un prodotto librario semiartigianale, pensato e curato in tutti i suoi dettagli. (E abbiamo la fortuna di avere traduttori-viaggiatori-scrittori, come Andrea Raos, Stefano Zangrando, Massimo Rizzante, e grafici-artisti come Mattia Paganelli, e supervisori rigorosissimi come Domenico Pinto, ecc.).</p>
<p>Per noi si è trattato e si tratta di vincere questa scommessa: la letteratura esiste, quale che sia la condizione della grande, media o piccola editoria. Sappiamo che esiste perché le dedichiamo tempo, vita. Esiste come tutte le cose umane più importanti, senza confini netti e fondamenta certe. Noi sappiamo anche che la letteratura esiste, perché siamo sempre alla ricerca di scrittori che siano in grado di decifrare la realtà o di sfidarla, di irriderla. E questi scrittori, spesso, li incontriamo nei nostri vagabondaggi, direttamente o indirettamente, su uno scaffale di libreria o via mail, in un bar o ad una lettura. Noi sappiamo che la letteratura esiste, perché con voi e grazie a voi, riusciamo a farla apparire concretamente, nella forma-libro, e a farla circolare, nuovamente viva e contagiante.</p>
<p>Questa è quindi l’intimità propria di una collana come “Murene”. Essa ha bisogno di fiducia, della vostra fiducia di abbonati, ma anche e soprattutto vuole dare fiducia, sul fatto che si possa segnalare la potenza della letteratura anche dai luoghi più impervi e imprevisti. “Murene” è uno di questi luoghi, è una di queste azioni di guerriglia editoriale.</p>
<p>Per questo motivo vi invitiamo a farla esistere ancora, ad abbonarvi, a regalare l’abbonamento a qualche amico o amica, parente o serpente, vicino di casa rassicurante o psichedelico. Mostrateci che la scommessa era giusta, e che ha senso rilanciare.</p>
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