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		<title>N come noncuranza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Oct 2019 05:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[noncuranza]]></category>
		<category><![CDATA[Parigi è un desiderio]]></category>
		<category><![CDATA[prosa contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[[Questo pezzo è uscito sulla rivista &#8220;Qui Libri&#8221; di settembre. Mi è stato chiesto di scegliere una parola che testimoniasse in qualche modo, stilistico ma anche tematico, per la scrittura del romanzo Parigi è un desiderio. In coda al pezzo, un breve estratto del romanzo.] di Andrea Inglese &#160; La noncuranza è il paradiso degli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80932" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/a-bout-de-souffle-300x261.jpg" alt="" width="300" height="261" />[Questo pezzo è uscito sulla rivista &#8220;Qui Libri&#8221; di settembre. Mi è stato chiesto di scegliere una parola che testimoniasse in qualche modo, stilistico ma anche tematico, per la scrittura del romanzo <em>Parigi è un desiderio. </em>In coda al pezzo, un breve estratto del romanzo.]</p>
<p>di<strong> Andrea Inglese</strong></p>
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<p>La noncuranza è il paradiso degli ansiosi, e l’età dell’ansia è la nostra, contemporanea, senza scampo, in costante precipizio di nuove prestazioni. <span id="more-80924"></span>Le angosce esistenziali, i mali del vivere, i turbamenti metafisici, tutto questo armamentario di solenni emozioni lo abbiamo lasciato nel secolo scorso. Noi siamo soprattutto multiansiosi così come i nostri oggetti sono multifunzionali. Sommiamo, ibridiamo, intrecciamo le ansie, perché dobbiamo soprattutto, oggigiorno, <em>far fruttare noi stessi</em>. La felicità non basta, neanche una relativa serenità, disseminata di qualche gioia intensa. Dobbiamo fare qualcosa di molto importante, di efficace, di prezioso di <em>noi stessi</em>, mica basta avere dell’ovvio successo professionale. Come amanti dobbiamo essere superlativi e aggiornati, perversi da far schifo, ma rispettosi e ligi allo specifico contratto erotico stipulato. Come genitori dobbiamo essere carismatici ma consapevoli, affettuosi ma dialogici, democratici con ferma autorevolezza. Come consumatori, dobbiamo darci dentro per la crescita economica, ma garantendo durabilità del complesso florale e faunistico, equità di scambi internazionali, imbustamento biodegradabile, repressione del lavoro minorile. Come votanti, non dobbiamo essere né buonisti né nazisti, né filotecnocrati né filopopulisti, né di destra né di sinistra, dobbiamo volere più ma anche meno Europa, dobbiamo essere solerti e assidui nel voto, senza votare nullo, ma neppure votando a casaccio. Dobbiamo essere belli, ma non artefatti, prestanti ma non palestrati, asciutti ma non anoressici, con dei tatuaggi, ma di tipo non figurativo, senza donnine nude e pugnali dentro il cuore, con un controllo generale sulle zone villose, ascellari e puberali per le donne, sopraccigliari e pettorali per gli uomini, la barba folta ma lavorata alla forbicina. Ogni nostro passo, gesto, soffio, schiocco di dita, battito di ciglia si confronta a degli imperativi, troppi. Tutto deve essere fatto come dio comanda e dio comanda su tutto, cavilli compresi. Inoltre, non basta occuparci ossessivamente di noi stessi, dobbiamo pure <em>prenderci cura</em> degli altri e, se li abbiamo già allontanati per disgusto o paura, ci rimangono gatti o cactus da accudire. La noncuranza, per noi, è dunque il paese di Cuccagna, ma anche il tradimento onnilaterale, l’insurrezione contro le <em>nostre</em> stesse smodate pretese, la fuga da Alcatraz. Accumulare missive minacciose e petulanti senza aprirle, soprattutto di aziende energetiche e agenzie statali, pedalare senza catarifrangenti e freni affidabili in una notte buia e scivolosa, chiedere prestiti con fare seducente alla moglie del vicino che ci ha intentato causa, regalare il whisky dell’intenditore all’avvinazzato dalle braghe aperte e i cappelli lanosi. È impossibile dire se il noncurante sia un dandy oltranzista o un budda reincarnato, se pecchi per eccesso di disinteresse o perché di tutto è indifferente. Ma è straordinario vederlo uscire senza chiavi di casa una mattina, essendo queste scomparse in qualche piega del suo appartamento, e seguirlo mentre chiude la porta benignamente, senza la solita doppia mandata, per poi aggiustarsi indosso una giacca contraria alla stagione, essendo quest’ultima troppo calda per le fibre termoprotettive di quella, e prendere coscienza, guardando il cellulare quasi scarico, dell’immenso ritardo cumulato il giorno del fatidico <em>primo giorno</em> di lavoro, presso la ditta straniera, nordica e puritana di costumi. Ma il noncurante risponde poi senza spavento alla vegliarda della porta accanto piazzata di traverso sul pianerottolo, non perché ami il suo carattere pestifero e maldicente, ma perché lo incuriosisce l’aneddoto sui pompieri, soprattutto per la confusione narrativa con la quale lei lo espone, invertendo antefatti e conseguenze, mescolando divise e berretti, incidenti domestici e tracolli fisici. E lui ascolta tutto senza la minima impazienza, senza sbarrare gli occhi, storcere le labbra, battere la punta del piede come per schiacciare ragni, mentre il suo ritardo cresce e diventa irrecuperabile, non giustificato, provocatorio. È così pura, integerrima, ignara di sé, demente la noncuranza. Io vorrei possederne delle dosi considerevoli, in forma di elisir o anche di semplici pastiglie da sciogliere sotto la lingua, perché sarebbe bello calcolare, di notte, non il viavai degli euro dentro e fuori la borsa, non le mosse nemiche del collega plaudente e cortese, ma il numero di sorrisi che in settimana la giovane panettiera ci ha elargito, mostrando le braccia nude, tenere come la panna, quando recuperava in alto la pagnotta di segale. La noncuranza non è solo un concetto, uno stato privilegiato dello spirito, un dinoccolarsi della mente ancora prima che del corpo, una modalità dell’azione divagante e sviata, è innanzitutto una parola appetitosa, che comincia con una negazione, come un inciampo favorevole; è una parola di cui non esiste più il significato positivo, la “curanza”, come si trattasse di una vecchia maledizione di cui ci si è liberati, di un basto che si rovescia a lato, di una zavorra mollata d’un tratto, per muoversi con leggiadri passi di danza o sfarfallare come un insetto senza meta, effimero, vivente in grande sbadataggine il suo unico giorno di vita.</p>
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<p>Da <em>Parigi è un desiderio</em>, Ponte alle grazie, 2016.</p>
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<p>Un giorno ho visto <em>All’ultimo respiro</em> di un certo Godard. Era il piccolo frammento che mi mancava, l’ingrediente finale, quello che doveva cementare la Parigi onirica, ancestrale, che mi stava crescendo dentro.</p>
<p>Quel genere di eroe irresistibile l’avevo già trovato nel <em>Processo</em> di Kafka, ma solo ora ne decifravo pienamente il fascino. Ricordo un tipo che sale e scende da una macchina decapottabile, che fa delle telefonate, sempre a frugarsi in tasca per trovare degli spiccioli, che stringe un quotidiano come se l’attualità lo interessasse moltissimo, salvo dimenticarsene subito, un tipo che sembrerebbe andare di fretta, se non fosse che accumula ritardi su ritardi, e che poi non fa praticamente niente di utile, ad eccezione di due o tre gesti disgraziati e dalle conseguenze tremende, un tipo che si sta scavando con strano metodo la fossa, eppure non si fa mai sorprendere con lo sguardo cupo, corrucciato, ha sempre tempo di recuperare una camicia stirata e gli occhiali da sole prima di uscire, e sembra eternamente in vacanza, o come se si fosse appena licenziato, un tipo, insomma, che trova dovunque una sigaretta da fumare, che non conosce l’ansia nemmeno quando si sa spacciato, che canticchia noncurante sul bordo del precipizio. A me quel tipo andava a genio. La noncuranza mi sembrava l’unica forma di eroismo convincente, quella segreta complicità ed allegria con il disastro, a cui si va incontro sempre più sbadati, evitando l’enorme spreco di energie per risalire la corrente; quella curiosità mal posta, inopportuna, che ti fa indugiare in un salotto, rigirando in mano un brutto portacenere argentato, quando sarebbe il caso di saltare fuori dalla finestra, e di darsela a gambe; quello strano languore, per cui sosti sul lungofiume incantato dal riflesso delle acque, quando il tuo profilo è perfettamente esposto al tiro dei nemici, che hanno tutto il tempo di prendere posizione e di puntare l’arma con facilità. Tutta quella bella indolenza, disincantata e nello stesso tempo infantile, tremendamente seria ed ironica, mi appariva una condotta capace di raggirare e irridere tutte le abitudini.</p>
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]]></content:encoded>
					
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		<title>Elogio dello stile reticente, disseccato, inorganizzato, ovvero dell’assenza di stile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2009 06:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Cormac McCarthy]]></category>
		<category><![CDATA[Franz Kafka]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>La questione dello stile è da sempre un elemento di pesatura rilevante per gli scrittori. Esistono pulsioni, risonanze, esiste, forse, il tempo; esistono concatenazioni di pensieri – siano essi coscienti, palesi, sinceri o menzogneri – che cercano di spiegare (ma anche di negare) la realtà. Scrivere produce un movimento forzato, più o meno lineare e indifferente ai mimetismi, alle reticenze, alle finzioni di chi scrive, che organizzando ordini e segnali cerca di mettere in contatto le concatenazioni, attraverso i flussi della narrazione. E produce verità, perché la natura della verità è di essere prodotta: la verità del canto, del conflitto, del segreto, del vuoto pneumatico. La verità del racconto. Questo movimento costituisce la condizione della sua comunicazione, attraverso la forma. <span id="more-21772"></span></p>
<p>La forma – lo stile – diventa talvolta contenuto. Non per l’abbellimento (il cosiddetto “bello stile”), o per l’estetica fine a se stessa. Prendiamo per esempio la comunicazione non verbale: parliamo con una persona incontrata per strada, che con la voce ci sta comunicando un contenuto: è contenta di vederci, si informa sui fatti nostri ecc. Ma con gli occhi, coi movimenti delle mani – con lo stile – ce ne sta comunicando un altro: quanta fretta ha di continuare per la sua strada. E’ un contenuto non dichiarato apertamente, non descritto, un contenuto nascosto. Un contenuto spiegato e interpretato dallo stile.<br />
Ci sono scrittori reticenti, che non dicono, che apparentemente rifiutano di comunicare contenuti, perché la loro frase contiene dei codici nascosti, dei silenzi, che lasciano intuire i punti di vista. Certi romanzi di Simenon sono così reticenti che l’economia stilistica sembra rasentare l’avarizia, ma è proprio dai silenzi di alcuni personaggi che si intuiscono verità possibili. Noi lettori possiamo scrivere quella pagina bianca che è l’angelo della morte Chigurh in <em>Non è un paese per vecchi</em> di Cormac McCarthy.</p>
<p>In un breve e prodigioso saggio del 1964, <em>Marcel Proust e i segni</em>, Gilles Deleuze scrive: “Lo stile di Proust non si propone né di descrivere né di suggerire: come in Balzac, è esplicativo, spiega con immagini. E’ un non-stile, perché si confonde con il puro ‘interpretare’, e moltiplica i punti di vista sulla frase, e all’interno della frase”.<br />
Dal canto suo Proust in <em>Contre Sainte Beuve</em> definisce la scrittura del suo maestro “stile inorganizzato”: “In Balzac coesistono non ancora assimilati, non ancora trasformati,  tutti gli elementi di uno stile a venire, che ancora non esiste”.<br />
Dunque forse anche il suo stile è inorganizzato? I suoi periodi lunghissimi, senza punti, segnati dalle semi-pause del punto e virgola, scandiscono il senso di soffocamento causato dalla malattia, l’asma. Con la sua frase inimitabile – eppure così imitata – sembra volere acquisire, assimilare – lui, l’angelo della notte – i luoghi, i personaggi, i colori, gli odori, i fiori, i nomi, ma senza affermare, senza organizzare, semplicemente interpretando la voglia di luce, di aria fresca, di libertà del bambino recluso nella gabbia della famiglia borghese (dove bussano le potenze diaboliche di Kafka), una concatenazione di universi che non comunicano tra loro.</p>
<p>Stile apparentemente opposto, “stile disseccato”, come lo definisce il Wagenbach, quello di Kafka. Usa la lingua povera degli ebrei di Praga, minoranza sradicata dalla terra che ha subito una urbanizzazione forzata, quella lingua minore che dissecca dall’interno la “lingua di carta” maggiore  – il tedesco imposto da un’altra minoranza dominante –  per la sua macchina di scrittura totale, azionata da uno stile antilirico, antiestetico, antisimbolico, dove persino il Narratore, come noi lo intendiamo, sembra puntare alla propria estinzione: “Non ho neppure bisogno di andare proprio io in campagna, non è necessario. Vi mando il mio corpo vestito” (Preparazione di nozze il campagna).</p>
<p>Stili disseccati, stili inorganizzati, non-stili, stili reticenti: “In che modo l’assenza di stile può diventare la forza geniale di una nuova letteratura?” si chiede Deleuze. E se qualcuno obietta: ma come può esistere un’assenza? Come può uno stile essere un non-stile? si può riformulare così  l’enunciato deleuziano: quanto può uno stile <em>non digéré</em>, <em>non encore transformé</em> essere trasversale, non autoritario, essere la voce narrante di quella “confusione terribile” incurante del tutto, dell’armonia, della pianificazione, della mediazione, cioè in che modo lo stile che non si cura della propria affermazione, della propria organizzazione, può divenire pura intensità?</p>
<p>In Italia uno scrittore reticente è Marino Magliani. Nei suoi romanzi liguri, <em>Quella notte a Dolcedo</em>, <em>La tana degli alberibelli</em>, la terra diventa personaggio con poche righe diffuse, non definitive, non descrittive, perché nessun significato è mai esplicito, e nessuna idea è definitivamente chiara. I racconti procedono per strati narrativi, come se ricalcassero gli strati geologici della terra. E i dolori dei narratori, Hans, Jan Martin, sembrano interpretare in maniera inconsapevole il dolore della terra saccheggiata e vilipesa dalla speculazione.</p>
<p>Se la scrittura ha la capacità di spiegare la terra, non lo fa descrivendola, ma interpretandola, perché la sua idea si nasconde in ogni silenzio, in ogni ombra.</p>
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